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MERTENS, IL BOMBER GENEROSO CHE PORTA LE PIZZE AI SENZATETTO

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

LE NOTTI DEL’ATTACCANTE DEL NAPOLI CHE IN INCOGNITO AIUTA CHI VIVE PER STRADA E HA PRESO IN CARICO UN RIFUGIO DI CANI ABBANDONATI

In campo sbalordisce, nella vita privata intenerisce. Dries Mertens è l’uomo (non il calciatore) che non ti aspetti.
Da esterno è diventato centravanti del Napoli da trenta gol a stagione.
Ma scorgerlo tra i senzatetto della città , a tagliare e distribuire tranci di pizza, è una scena che riempie gli occhi e riscalda l’anima.
Senza voler dare per forza un significato eccezionale a un gesto di solidarietà  che per tanti volontari è anche normale, soprattutto in queste ultime notti di neve, ma che il pizzaiolo di fiducia dei clochard sia un ragazzo non qualunque di nome Dries (battezzato Ciro dai napoletani) fa un certo effetto.
Mimetizzato con le pizz
È successo spesso, la prima volta fu al ritorno di una trasferta notturna di dicembre. L’aereo con la squadra era appena atterrato da Torino e Mertens chiamò al telefono due dei suoi più cari amici napoletani: «Vediamoci, compriamo pizze Margherita e le portiamo a chi ha fame e vive in strada. Fa molto freddo».
Ed ecco che in meno di un quarto d’ora Dries era alla Stazione di piazza Garibaldi con tante confezioni di pizza. Ben mimetizzato, certo. Non aveva voglia di essere riconosciuto.
Non cercava notorietà  ulteriore, nè titoli sui giornali. Voleva regalare un sorriso, dare calore ai più bisognosi di una città  che lo ha adottato e che nelle occasioni pubbliche ha creato attorno a lui una culla di calore e solidarietà .
Cappellino e occhiali scuri, Dries le ha comprate tante altre volte le pizze per i clochard, andando in diverse zone di Napoli.
Lì dove gli invisibili sfidano freddo, gelo e negli ultimi giorni anche neve. Nei giardini di via Posillipo, sotto ai portici di Chiaia: il fuoriclasse del calcio è un benefattore molto speciale.
Nei luoghi dove quasi nessuno lo riconosce, dove nessuno si sognerebbe di chiedergli un selfie. Nel silenzio della notte Mertens festeggia così i suoi successi sportivi, si regala e regala momenti di amore e di carità .
Visite negli ospedali
Sul suo profilo Instagram pubblica di tutto: c’è lo spogliatoio, ci sono gli incontri con gli amici, le feste. Non c’è però traccia delle visite ai senza tetto, non c’è clamore per un gesto che definisce «normale». Non è l’unico.
Pizze per i senzatetto ma anche vestiti per i bambini poveri. Visite negli ospedali dove ai suoi piccoli tifosi regala maglie da gioco e gadget.
Aurora è una bimba ammalata di cancro e ricoverata all’ospedale Pausilipon alla quale fa visita spesso. «L’ho voluto sposare e adesso siamo marito e moglie», ha raccontato più volte la piccola felice, pur sapendo che si tratta solo un gioco.
L’impegno con la moglie
Dries a tutto tondo sul fronte della solidarietà : insieme con la moglie Katrin adotta cani abbandonati. Hanno sposato la causa di un rifugio per cani di Ponticelli, quartiere periferico e anche degradato di Napoli. Un canile che senza aiuto il loro aiuto rischiava la chiusura. È il vissuto quasi quotidiano di un ragazzo «normale» che sceglie di fare cose «normali», sperando di dare esempi positivi. Poi, il campo.
Dove «Ciro» diventa Mertens-gol, il centravanti che vuole regalare a Napoli il terzo scudetto della sua storia. Intanto, la neve (che qui come il tricolore pure è un evento eccezionale) e il pensiero di una pizza da portare ai clochard.
I suoi genitori, dal Belgio, gli scrivono. Per loro è anche questo un gol da mettere in bacheca.

(da “il Corriere della Sera”)

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LA LEGA SBUGIARDATA: L’EX ASSESSORA ARRESTATA PER PECULATO CHE “NON E’ PIU’ ISCRITTA DA ANNI ALLA LEGA” ABBRACCIATA DA SALVINI SUL PALCO 8 MESI FA

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

CON LA FEDERICI ANCHE L’ALTRA ARRESTATA, LA BIAFORA… E LA FEDERICI OTTO MESI FA ERA RAPPRESENTANTE DI LISTA DELLA LEGA

Stefania Federici, ex assessora ai Servizi Sociali nel paese natale di Umberto Bossi, Cassano Magnago, dal 2007 al 2012 e candidata sindaco per la Lega Nord nel 2012, è stata arrestata ieri con l’accusa di peculato e abuso d’ufficio.
Secondo le indagini condotte dalla Guardia di Finanza la Federici, che attualmente è in carcere, avrebbe abusato della sua posizione di amministratrice di sostegno di almeno quattordici malati per sottrarre alle sue vittime un milione e centoventimila euro che avrebbe utilizzato per estinguere il mutuo della casa, acquistare una macchina e giocare alle slot machine.
Nel provvedimento del Tribunale di Busto Arsizio — riferisce il Giorno — si legge che la Federici «nello svolgimento delle proprie funzioni pubbliche, ha procurato per sè un ingiusto vantaggio patrimoniale», intestandosi «in qualità  di beneficiaria mortis causa, una polizza vita del valore di 350mila euro del proprio ignaro amministrato».
Assieme alla Federici è stata arrestata anche una funzionaria della Procura: Raffaella Biafora, candidata alle scorse elezioni amministrative (giugno 2017) a Cassano Magnago nella lista civica “Donna e lavoro”, una lista di appoggio alla Lega.
All’ex assessora leghista la GdF ha sequestrato beni e contati per un valore di poco inferiore ai 600mila euro e conti correnti e polizze assicurative per circa 850mila euro.
La Lega Nord ha preso le distanze dalla Federici dicendo che non è più iscritta al partito “da anni”.
Varese News riporta un comunicato della segreteria provinciale dove si legge che «Fortunatamente, l’ex assessore Stefania Federici è ormai distante dal nostro movimento da anni. Gli ultimi ruoli di rilievo li aveva avuti durante il vecchio corso del partito. E i reati che le vengono contestati non hanno nulla a che fare con la sua precedente attività  amministrativa».
Alle ultime elezioni comunali, nel 2017, prosegue il comunicato Stefania Federici «non è stata ricandidata, dal momento che non era più persona di fiducia e in linea con il nuovo corso della Lega di Matteo Salvini».
Eppure c’è un video   dove si vede la Federici accogliere l’arrivo di Salvini a Cassano Magnago nel giugno 2017. Il Segretario della Lega Nord si è intrattenuto a parlare con l’ex assessora e si è anche fatto fotografare tra la Federici e la Biafora.
A rivelarlo è Matteo Sommaruga di Grande Nord che ricorda come durante le ultime elezioni comunali la Federici fosse delegata di lista per la Lega.
Come già  accaduto in passato non basta dire che quella era la “vecchia Lega Nord”, a quanto pare le due “leghe” sono ancora legate a doppio filo.

(da “NextQuotidiano”)

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LA MELONI VUOLE PIU’ RICHIEDENTI ASILO IN ITALIA E MENO IN UNGHERIA: IL SUO SOVRANISMO, DIREBBE FANTOZZI, E’ UNA CAGATA PAZZESCA

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

E’ TORNATA DA BUDAPEST CON DUE IDEE GENIALI: COSTRUIRE UN MURO SUL BAGNASCIUGA E FAR RESTARE I PROFUGHI TUTTI DA NOI PER FARE UN FAVORE AGLI UNGHERESI

«Tra patrioti europei ci si intende subito alla grande», scriveva ieri Giorgia Meloni dopo aver incontrato il primo ministro ungherese Viktor Orbà¡n.
Ed entriamo subito nel paradosso della fantomatica internazionale sovranista, una creatura fantapolitica che dovrebbe unire tutti quei leader che hanno interesse a difendere il proprio popolo e la propria nazione.
Il problema, evidente a tutti tranne a coloro che credono che l’unione degli ultranazionalisti faccia la forza, è che i nazionalisti europei hanno lo stesso obiettivo ma interessi contrapposti.
Un patriota ungherese non ha alcun interesse ad aiutare l’Italia, perchè così facendo finirebbe per danneggiare il proprio Paese.
Giorgia Meloni, invece è convinta che le cose vadano diversamente, ieri con Orbà¡n hanno parlato di lotta all’immigrazione incontrollata, difesa delle radici cristiane dell’Europa, revisione dei trattati europei per dare più sovranità  agli Stati e di politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità .
Ora la faccenda della revisione dei trattati europei è chiaramente una balla, per farlo serve l’accordo della maggioranza degli Stati membri quindi l’Ungheria e l’Italia di Giorgia Meloni da sole potranno fare ben poco.
Anche perchè, ma questo Giorgia forse non lo sa, qualche tempo fa i ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, in un incontro con la stampa in cui non erano ammesse domande, ha affermato testualmente che “l’Ungheria non sospenderà  l’applicazione di alcuna norma comunitaria”.
Il giorno prima il governo magiaro aveva annunciato unilateralmente la sospensione della Convenzione di Dublino.
Secondo Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia l’Ungheria è uno di quei paesi che maggiormente si sta impegnando a difendere le radici cristiane europee per «salvaguardare gli interessi nazionali dal pensiero unico e dall’omologazione che Bruxelles cerca di imporci».
In un’intervista pubblicata su Libero la Meloni ribadisce la sua ricetta: «Frontiere chiuse e radical chic in miniera» spiegando che dall’Ungheria importerebbe in Italia «i muri all’immigrazione clandestina».
Ed infatti l’Ungheria è uno di quei paesi che ha eretto le barriere di filo spinato per impedire ai migranti che percorrono la rotta balcanica di entrare nel Paese.
Il problema è che quella tratta è via terra. I migranti che arrivano in Italia lo fanno via mare, qual è il programma della Meloni?
Mettere i reticolati sulle spiagge o costruire un muro in mezzo al mare?
Orbà¡n non ha nulla da insegnare su come “cacciare i clandestini” perchè semplicemente fa in modo che non entrino.
E così facendo i migranti finiscono per entrare in Europa da un’altra parte, magari arrivando anche in Italia.
L’Italia non è l’Ungheria, e una patriota come la Meloni dovrebbe saperlo. Ma facciamo finta che dal premier ungherese ci sia qualcosa da imparare.
I fatti fino ad ora ci dicono che oltre al famoso muro Orbà¡n non è riuscito a fare molto. Il referendum contro la UE e contro i migranti non ha raggiunto il quorum.   Successivamente i parlamentari ungheresi hanno bloccato la riforma costituzionale voluta dal primo ministro per bloccare la ricollocazione Ue dei richiedenti asilo
Successivamente l’Ungheria ha perso la causa con l’UE sulle quote di migranti ma i patrioti ungheresi hanno provato a rifarsi con un “referendum anti-Soros” di chiaro stampo antisemita.
Ma tranquilli, per la Meloni il fascismo e l’antisemitismo sono roba vecchia.
Un po’ come il piano Kalergi, una bufala di inizio Novecento che però piace molto a tutti i nazionalisti europei che strepitano contro l’invasione organizzata o la sostituzione dei popoli europei.
Ma dobbiamo essere onesti, Viktor Orbà¡n è davvero riuscito a fermare l’immigrazione. E sapete come l’ha fatto? Lasciando gli immigrati in Italia.
Non si tratta nemmeno di immigrazione clandestina ma di richiedenti asilo che in base a tutti i trattati europei sottoscritti dall’Ungheria devono essere ripartiti in tutti gli stati dell’Unione.
L’Ungheria alla quale tanto si ispira la leader di Fratelli d’Italia non ha accolto nessun migrante entrato a far parte del meccanismo di distribuzione europeo.
Le tabelle a fianco dice quanti migranti sono stati trasferiti in Ungheria fino al maggio 2017 e quanti sono stati ricollocati fino al 16 febbraio 2018.
La risposta è zero.
Ma c’è di più: nell’intervista a Libero la Meloni esprime un desiderio: «Vorrei che l’Italia collaborasse con i Paesi del gruppo di Visegrad» ovvero con Ungheria,Polonia, Repubblica Ceka e Slovacchia. Sapete quanti migranti arrivati in Italia hanno accolto complessivamente questi paesi negli ultimi anni? Zero.
Paradossalmente ne hanno accolti più dalla Grecia (appena una dozzina) ma nessuno dall’Italia.
Che vantaggio otterrebbe l’Italia da una collaborazione con dei paesi che non rispettano gli impegni presi in sede europea?
La Germania, l’odiatissima Germania di Frau Merkel, ne ha accolti 4.908.
Quello che la Meloni non vuole dire ai suoi elettori è che una qualsiasi alleanza con forze sovraniste non darebbe alcun vantaggio all’Italia perchè al momento del voto nessuno di loro aiuterebbe l’Italia sul tema chiave dell’immigrazione.
Di conseguenza eleggere Giorgia Meloni — una sovranista che non si accorge che il sovranismo paneuropeo è come La corazzata Potà«mkin   per il Ragionier Fantozzi —   è completamente inutile.

(da “NextQuotidiano”)

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FILORUSSI E POPULISTI DI ESTREMA DESTRA: SKY TG24 SVELA IL NETWORK DI SITI STRANIERI CHE DIFFONDONO LE BUFALE DI SALVINI

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

“SOVRANISTI” AL SERVIZIO DEI SERVIZI SEGRETI STRANIERI: CONTENUTI RAZZISTI E ANTIEUROPEI PER DESTABILIZZARE IL NOSTRO PAESE… CLIP TRADOTTE E DIFFUSE IN AUTOMATICO DALL’INTERNAZIONALE DELLA DELINQUENZA

Un network di siti e account social internazionali sta intervenendo in modo significativo sui temi della campagna elettorale italiana, diffondendo contenuti, scritti in inglese, perlopiù anti-immigrati, anti-Europa e anti-sistema, e a favore della Lega di Matteo Salvini.
Lo racconta un’indagine di Sky TG24 HD, in onda oggi nelle principali edizioni del telegiornale.
L’indagine è disponibile anche sul sito Skytg24.it e sui social della testata, dove sono presenti ulteriori approfondimenti sul tema.
La rete è composta da siti del movimento della nuova destra statunitense, account già  descritti come filorussi, influencer da Paesi europei come l’Inghilterra, tutti con decine o centinaia di migliaia di follower su Twitter, Facebook e Youtube.
Si tratta prevalentemente di contenuti contro i migranti e contro l’Unione Europa. Questo network, in alcuni casi, ha contribuito a far diventare virali notizie, video e immagini in inglese su questi temi.
Un esempio della capacità  di mobilitazione di questo network è rappresentata da un video pubblicato sulla pagina Facebook di Salvini in cui si alternano anziani italiani che rovistano nell’immondizia e migranti che in un centro di accoglienza chiedono wi-fi e cibo migliore.
La clip, già  diffusa in Italia, è stata tradotta in inglese e rilanciata da bot, software automatici utilizzati per diffondere in rete contenuti e notizie, e da account con decine di migliaia di follower.
Si tratta delle stesse dinamiche e, in alcuni casi, anche degli stessi siti e account, che sono stati osservati in azione in occasione di altre campagne elettorali europee.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VALLE GIULIA, PASOLINI NON STAVA CON I POLIZIOTTI

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

GLI SCONTRI DEL 1° MARZO DEL ’68 ISPIRARONO LA FAMOSA E FRAINTESA POESIA CONTRO GLI STUDENTI BORGHESI… IL SUO NEMICO ERA IL “MERCATO” E IL PASSAGGIO “DALLA SOLIDARIETA’ ALL’EGOISMO”, CONCETTI CHE LO OPPONGONO A SALVINI

Si è aperto una sorta di supermarket Pasolini.
Ognuno prende dai suoi lavori quello che gli serve: brandelli di frasi, spezzoni di poesie, piegando le argomentazioni pasoliniane alle proprie strumentalizzazioni, distorcendone il senso, in un’operazione che somiglia molto al modo in cui oggi si confezionano le fake news.
Ma fu così anche 50 anni fa, quando ancora non c’era la Rete con le sue bufale.
Fu subito dopo gli scontri di Valle Giulia, infatti, che Pasolini pubblicò, sull’Espresso del 16 giugno, la sua poesia Il Pci ai giovani.
L’emozione suscitata dalle botte che erano volate il 1° marzo 1968 tra la polizia e gli studenti che avevano occupato la facoltà  di Architettura era stata molto forte: dai moti antifascisti del luglio ’60 in poi, mai le forze dell’ordine erano state contrastate con tanta efficacia proprio sul piano della violenza fisica.
Mentre lo stesso movimento studentesco si mostrava come sbigottito dalla radicalità  degli scontri e dalla sua stessa capacità  di reazione, Pasolini sentì il bisogno di prendere posizione rispetto a una situazione politica che presentava aspetti largamente inediti.
Lo fece a modo suo, con una poesia che oggi come allora appare tutta immediatezza e spontaneità .
Una poesia lunga che, nel discorso pubblico, fu precipitosamente etichettata come una invettiva contro gli studenti e una difesa dei poliziotti.
L’invettiva c’era, esplicita fragorosa: «siete paurosi, incerti, disperati […] ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri».
E c’era anche la scelta a favore degli agenti: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti».
Ma se non ci si ferma a questi versi e si legge il seguito della poesia…
I versi che Pasolini dedica ai poliziotti sono esattamente questi: «E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico in cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha eguali); umiliati dalla perdita della qualità  di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)».
Vestiti come pagliacci, umiliati dalla perdita della qualità  di uomini: no, Pasolini non «sta con i poliziotti», e non poteva essere altrimenti, viste le persecuzioni a cui era continuamente sottoposto.
In quel momento, Pasolini sta con il Pci e sta con gli operai. E quella poesia è una sollecitazione per gli studenti a lasciarsi alle spalle la loro appartenenza borghese e andare verso il Pci e verso gli operai.
Quando questo succederà , l’anno dopo, nel 1969, quello dell’autunno caldo, Pasolini accetterà  di fare un film sulla strage del 12 dicembre, quella di piazza Fontana, insieme con i giovani di Lotta Continua. Ma questo nessuno lo ricorda.
Così come vengono ignorate le sue argomentazioni su fascismo e antifascismo, tanto da permettere a Salvini, in un comizio, di «usare» il poeta friulano per svelare «l’impostura» dell’antifascismo, tenuto in vita dalle sinistre per far dimenticare «i veri problemi del paese».
Il ragionamento pasoliniano del 1974, quello da cui nascono le citazioni di Salvini, scaturiva dalla constatazione del successo ottenuto da due «rivoluzioni»: quella delle infrastrutture e quella del sistema di informazione.
Le distanze tra centro e periferia si erano notevolmente ridotte grazie alle nuove reti viarie e alla motorizzazione; ma era stata soprattutto la televisione a determinare in modo costrittivo e violento una forzata omologazione nazionale, provocando un tramestìo che aveva colpito in alto come in basso, ridefinendo contemporaneamente gli assetti del potere e quelli dei suoi antagonisti.
Il nuovo Potere, nonostante le parvenze di tolleranza, di edonismo perfettamente autosufficiente, di modernità , nascondeva un volto feroce e repressivo e appariva, «se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia, una forma totale di fascismo al cui confronto il vecchio fascismo, quello mussoliniano, è un paleofascismo».
«Nessun centralismo fascista», aggiungeva Pasolini, «è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà  dei consumi. Il fascismo proponeva un modello reazionario e monumentale che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava a ottenere la loro adesione a parole […]. Ora, invece, l’adesione ai modelli imposti dal centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati – l’abiura è compiuta -, si può dunque affermare che la tolleranza della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere è la peggiore delle repressioni della storia umana».
Per Pasolini c’era un nemico esplicito anche in questo caso: ed era il mercato, con la sua logica implacabile di «religione dei consumi»; esattamente quella che ha permesso alla Lega di avanzare con successo la sua proposta agli italiani di sentirsi tutti «figli dello stesso benessere», portando a termine la parabola «dalla solidarietà  all’egoismo» che Pasolini aveva intravisto e aveva cercato inutilmente di contrastare.

(da “La Stampa”)

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PATENTE SOSPESA PERCHE’ E’ GAY: LO STATO DEVE RISARCIRLO CON 100.000 EURO

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

I MINISTERI DELLA DIFESA E DEI TRASPORTI DOVRANNO RIPAGARE I DANNI A DANILO

I ministeri della Difesa e dei Trasporti dovranno versare 100 mila euro come risarcimento danni a Danilo Giuffrida, 35 anni, che subì l’iter di sospensione della patente di guida dopo che alla visita di leva aveva rivelato di essere omosessuale.
Lo ha deciso la Corte d’appello civile di Palermo che ha riformato la decisione dei giudici di secondo grado di Catania che, il 10 aprile del 2011, hanno confermato la sentenza del Tribunale del 2008, ma hanno ridotto da 100 a 20mila euro il risarcimento.
La Cassazione, su ricorso dell’avvocato Giuseppe Lipera, ha annullato con rinvio la sentenza sull’entità  del risarcimento sottolineando “la gravità  del comportamento” dei due ministeri visto che “l’identità  sessuale è da ascrivere” al “diritto costituzionale involabile della persona” e che Giuffrida è stato vittima di “un vero e proprio e intollerabilmente reiterato comportamento di omofobia”.
Per i giudici di Palermo “una somma inferiore ai 100mila euro non sarebbe idonea al ristoro dei pregiudizi subiti”.
I due ministeri, compreso quello della Difesa che non si è presentato in giudizio, sono stati condannati dalla Corte d’appello di Palermo anche a pagare le spese processuali di tutti i giudizi fino ad oggi sostenuti da Giuffrida.
“E’ una vittoria non personale del singolo – affermano in una nota Giuffrida e Lipera – ma di tutti coloro che ogni giorno sono costretti a sopportare condotte intollerabili che offendono la dignità  della persona e dell’individuo, i quali non devono subire discriminazioni in base alle proprie scelte sessuali, specie se tali comportamenti provengono dalle istituzioni pubbliche nell’esercizio delle loro funzioni amministrative.
Speriamo che questa sentenza, ma soprattutto quella della Corte di Cassazione – aggiungono – sia un monito non soltanto per le Amministrazioni, ma per qualsiasi rappresentazione della società , sia essa privata o pubblica, in maniera da rendere eguali i diritti della persona e del cittadino, senza subire discriminazioni di nessun tipo, siano esse di genere, siano esse di altra natura, ma sempre di sprezzante riluttanza al nostro senso etico, morale e giuridico”.

(da agenzie)

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TRA I PENSIONATI CHE SVERNANO AL MARE A SANREMO: “SOLTANTO SILVIO SI PREOCCUPA DI NOI”

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

“IMPOSSIBILE FIDARSI DELLA SINISTRA E DEI GRILLINI”

L’Italia è quel Paese dove i luoghi comuni sono anche veri. Sì, è vero che Sanremo è piena di pensionati, che è il paradiso degli anziani che svernano con vista mare, un incrocio fra una Las Vegas casalinga dove il massimo della trasgressione è la grigliata di pesce e una Villa Arzilla dove il buonumore prevale sulla malinconia.
E sì, è vero anche che i pensionati stritolati dai tagli allo Stato sociale sono tutt’altro che soddisfatti, ma non tanto da diventare una forza antisistema.
E di conseguenza è ulteriormente vero che, come da vulgata giornalistica, le loro simpatie e forse pure i loro voti vanno a Berlusconi.
Alle promesse di mirabolanti aumenti della minima e di bonus dentiera, in effetti, credono in pochi.
Ma Silvio è visto come una specie di garanzia che non ci sarà  altra macelleria sociale, un usato sicuro cui magari si è meno innamorati di una volta ma ancora affezionati. In fin dei conti, 740 e lifting a parte, è pur sempre un esponente della categoria.
Due passi
Basta fare due passi in piazza Colombo per rendersene conto. È un gelido mezzogiorno, il Comune sta per annunciare scuole chiuse e niente scooter per le strade dalle 20 alle 12 causa maltempo. Nonostante il freddo siberiano e l’allerta arancione, la densità  di pensionati per metro quadrato è impressionante, roba da far cadere in deliquio la Fornero. Fosse tutta così, l’Italia, l’Inps sarebbe già  fallito.
Alcuni siparietti sono teneri. Giuseppe e Giuseppina, rispettivamente 72 e 73 anni, sposatisi dopo essere rimasti entrambi vedovi, regalano il momento Sandra e Raimondo, attentissimi come sono a dire ognuno il contrario di quel che dice l’altro, anche se si capisce che sotto sotto si adorano.
Lui ha origini calabresi e faceva il carrozziere, lei è di qui, per la precisione di San Lorenzo al Mare, ed era coltivatrice diretta. Anzi lo è ancora perchè ha l’orto, anche se quest’anno per gli imperscrutabili disegni della Provvidenza le olive sono andate male, «ed è così brutto dover comprare l’olio» (ed è forse l’unica considerazione su cui i due sono d’accordo).
Giuseppe voterà  Berlusconi, senza grande entusiasmo: «Tutto sommato, mi fido ancora». «Non mi fido di nessuno», ribatte Giuseppina che non sa nemmeno se ci andrà , alle urne: «E poi tanto si sa che i nostri politici non decidono niente, perchè siamo governati dalla Cee», che per la verità  nel frattempo è diventata Ue, ma insomma ci siamo capiti.
Uguali divergenze parallele anche sulla situazione economica, e non quella del Paese, ma la loro. Lui: «Con due pensioni riusciamo a vivere abbastanza bene». Lei: «Pur con due pensioni, facciamo fatica». Pensioni sì, ma di quanto? «Io, 700 euro al mese» (lui), «Io non glielo dico» (lei), ma insomma siamo lontanissimi dalle pensioni d’oro. «Però – sempre lui, l’ottimista – la casa è nostra e non dobbiamo pagare l’affitto, altrimenti sì, sarebbe difficile».
Ma perchè ancora Berlusconi? «Perchè l’ultima volta qualcosa per noi pensionati l’aveva fatto davvero. E poi perchè non c’è nessun altro che mi piace».
Altro giro dello struscio, altro pensionato in formissima.
Si chiama Stefano Berrino e, guarda caso, è il papà  di un assessore regionale della Giunta Toti, Giovanni, delega a Lavoro, Trasporti e Turismo, in quota FdI.
Papà  Berrino ha 74 anni ed è in pensione da 24, dunque c’è andato presto per godersi «il mare e la tranquillità », in questo caso a braccetto con la signora Franca per la passeggiata di rito. Anche lui voterà  Silvio, «come l’ultima volta».
Non è però un entusiasta (di entusiasti, in effetti, non ne abbiamo incontrato nemmeno uno: il 4 marzo non si sceglie il meglio, ma il meno peggio): «Parlano, parlano, ma sono dieci anni che non ci aumentano la pensione. E nel frattempo c’è stato l’euro». L’euro? «Sì, l’euro. Quattro milioni di lire sono diventati duemila euro, ma il potere d’acquisto non è certo lo stesso». Comunque con la sinistra «non voglio avere niente a che fare», del M5S «non parliamo neppure», resta solo da fare la croce su Forza Italia, «e speriamo che serva a qualcosa».
Gli immigrati
Speriamo, sì. Loretta, 68 anni, in pensione da otto, torinese, ha lavorato all’Utet per 25 anni, poi si è «purtroppo» licenziata per aprire un’attività  sua. Non vive a Sanremo, ma ad Alassio, «il clima è fantastico», peccato non vedere tanto spesso i due figlie e i quattro nipotini sparpagliati fra la Valle d’Aosta e Verbania.
Vive bene? «Vivo bene, sì, ma solo grazie ai sacrifici fatti a suo tempo da mio padre. La casa è di proprietà . Io mi tengo occupata: faccio volontariato alla Croce Bianca, da tata ai bambini, e quando vedo del degrado fotografo con il telefonino e mando le foto al sindaco». Impegno, dunque. «Certo che andrò a votare, anche perchè quest’anno ad Alassio ci sono anche le amministrative».
Per chi, però, non lo dice, a parte il Pd, «quello certamente no, hanno governato malissimo». E allora? E allora la signora premette che lei no, non è assolutamente razzista, che non ce l’ha con nessuno per il colore della pelle, che fa volontariato, sappiamo, ma? «Ma vorrei vedere meno immigrati”
Ecco qui tre storie. Per la cronaca: un rapido sondaggio fai-da-te su dieci teste bianche ha dato quattro voti al centrodestra, uno al Pd, uno ai grillini, tre non so e un «non vado nemmeno a votare».
Forse il bonus dentiera rischia davvero di essere l’idea più brillante di questa campagna elettorale.

(da “La Stampa”)

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“NESSUN PARTITO CI RAPPRESENTA”: IL DISINCANTO DEGLI STUDENTI DEL POLITECNICO DI TORINO

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

GLI UNIVERSITARI FUORI SEDE: “NON VALE LA PENA TORNARE A CSA PER VOTARE”

Arrotola la sigaretta seduto su una panchina, l’esame di chimica è appena finito. «È andata malissimo» dice Alessio, 22 anni, di Salerno.
È uno degli oltre 15 mila fuori sede che studiano al Politecnico, per votare domenica dovrebbe farsi sette ore di treno. «Funziona così soltanto in Italia e il 90% di noi è costretto a rinunciare».
E dire che per lui sarebbe la prima volta: ci sono stati due referendum, vero, ma in questo caso è diverso. «Io però per mantenermi faccio il cameriere in un catering, non posso mollare tutto per una giornata», spiega.
Di fianco a lui c’è Alberto, un anno più vecchio. È nato a Sulmona, lui probabilmente tornerà  giù. «Ma non ho idea di chi scegliere, non mi rappresenta nessuno. E poi il nuovo sistema elettorale è troppo complicato, alla fine non ti permette di scegliere davvero». Quindi non voterà ? «Non dico quello, so che esprimersi è importante. Dico soltanto che è difficile».
Torino, corso Duca degli Abruzzi. Gli schermi installati sui totem rossi proiettano le immagini del lavoro e delle città  che verranno e che qui, nella cittadella dello studio, esistono già . Robot che si trasformano in colletti bianchi, prototipi dell’auto a idrogeno, depuratori che rendono potabile l’acqua del mare.
Ma quello è il futuro. Il presente è fatto di ragazzi disorientati, quasi arresi di fronte ai partiti. «Ora tutti parlano di quello che faranno nei prossimi cinque anni, poi appena eletti si dimenticano di noi» dice Alessio.
E in quel «noi» c’è un sentimento che attraversa tutti gli oltre 33 mila iscritti: la sensazione di sentirsi un’avanguardia, ma lontanissima dalla politica. Qui la priorità  è il lavoro. «Vado su Internet e l’80% delle offerte è per un part-time. È come se i posti si fossero dimezzati – prosegue -. Io sono sempre stato di sinistra, qualcosa loro hanno fatto. Ma dicono che possiamo decidere, invece non è così».
Se c’è un problema, dice Alberto, è la mancanza di tempismo. «Pensi alle unioni civili: ci siamo arrivati con dieci anni di ritardo».
Sulle bacheche la politica praticamente non esiste: i poster pubblicizzano seminari sul teatro, concorsi di idee, lezioni di lingua e di matematica, una conferenza sui cambiamenti climatici tenuta da Luca Mercalli.
Gli unici riferimenti sono alle elezioni studentesche, dove ha votato il 15% degli aventi diritto, e al Jobs Act. L’ha spuntata Marco Rondina, lo studente di ingegneria che, un anno fa, di fronte al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda improvvisò una specie di show, ironizzando sulle storture degli atenei e sui giovani lasciati soli. «Molti rinunciano a votare perchè i costi per spostarsi sono troppo alti – spiega -. I disagi sono notevoli, non tutti sono in grado di sobbarcarseli. Capisco che tanti in questa tornata resteranno a casa, siamo una generazione dimenticata, però non è vero che ci sia tutto questo disinteresse. Ieri abbiamo fatto un dibattito con i candidati e l’aula era piena».
Orientarsi, per chi ha vent’anni, è difficile. Di fronte al distributore automatico, tra i ragazzi in berretti da baseball e bomber, Daniele Dito, ti racconta che, alla fine, voterà  come suo padre: «Mi sono sempre affidato a lui, lo farò anche stavolta».
E Teresa Faro, siciliana, ammette che «di questo voto so poco o niente, in queste settimane sono sempre stata concentrata sugli esami. Sentirò che dice la mia famiglia, sinceramente vorrei un governo che rendesse le università  un luogo aperto e accessibile a tutti».
Giulia Fai, diciannove anni, domenica tornerà  a Lecce. «Ma non sono neppure se voterò, non mi sono informata. Secondo me a questa età  non si è ancora pronti per scegliere che cosa è bene il Paese. I referendum sono più semplici».
I militanti veri, al Politecnico, sono pochissimi. «C’è un disamore verso la politica che fa male, soprattutto in una realtà  come questa» dice Stefano Lo Russo, professore ordinario nel dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture e capogruppo del Partito democratico in Consiglio Comunale.
Poi, di fronte alle aule, incontri Erika, che a 22 anni cammina su e giù per distribuire «Lotta Comunista», il mensile fondato nel 1965 da Arrigo Cervetto.
Erika, perchè lo fa? «Perchè in giro c’è un senso di smarrimento devastante». Ma qualcuno lo compra? «Dipende, ma un po’ di curiosità  c’è». Lei voterà ? «No, non mi rappresenta nessuno. Andrei per scegliere il meno peggio, e non mi sembra corretto».

(da “La Stampa“)

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GELMINI STELLA DEL GARDA: VUOLE UNA MAXI FOGNA CON UN CLUB DI PREGIUDICATI

Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile

CANDIDATA A DESENZANO, E’ IL GRANDE SPONSOR DI UN DEPURATORE DA 220 MILIONI… TRA AMMINISTRATORI E PROGETTISTI C’E UNA SQUADRA DI CONDANNATI PER CORRUZIONE

Mariastella Gelmini paladina dell’ambiente. Con una bella squadra di pregiudicati. L’ex grande riformatrice della pubblica istruzione si è ricandidata per Forza Italia nel collegio bresciano del Lago di Garda, il suo feudo elettorale, dove è nata e cresciuta politicamente.
Prima di salire alla ribalta nazionale come parlamentare e ministro del quarto governo Berlusconi, infatti, Gelmini era stata presidente del consiglio comunale di Desenzano, poi assessore al territorio della provincia di Brescia, quindi consigliere regionale e coordinatrice lombarda di Forza Italia.
Dal 2015 è diventata anche presidente della Comunità  del Garda, l’ente di rappresentanza che riunisce i tanti piccoli comuni che vivono di turismo attorno al più grande lago italiano.
In questi mesi, mentre si avvicinava la campagna elettorale, Mariastella Gelmini si è battuta come una leonessa per una grande opera ambientale: un nuovo mega-sistema di depurazione, per sostituire l’attuale sgangheratissima rete di raccolta fognaria.
Oltre cento chilometri di condutture divise tra Lombardia e Veneto, tutte da rifare. Un maxi-progetto da 220 milioni di euro.
Quando i governi Renzi e Gentiloni hanno stanziato i primi cento milioni di fondi pubblici, la leader bresciana di Forza Italia non ha nascosto la sua esultanza: accantonata ogni faziosità , ha ringraziato pubblicamente, in particolare, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e la parlamentare veronese del Pd Alessia Rotta.
Un impegno per il territorio senza confini di partito: tutti uniti per salvare il Lago di Garda.
L’idea di costruire un’unica colossale rete fognaria (chiamata in gergo “collettore”), per trasportare tutti gli scarichi lombardi e veneti fino al maxi-depuratore di Peschiera del Garda, risale agli anni Settanta e ha avuto un’esecuzione disastrosa: lavori mal fatti, tubazioni rotte, condutture che perdono liquami, spiagge inquinate, bagni vietati, con immancabili scandali, inchieste e processi.
Quindi dagli anni Ottanta ad oggi i due consorzi pubblici, veronese e bresciano, hanno dovuto continuare a tappare i buchi, sostituire le mega-condotte, rifare gli impianti anche più volte.
Nel frattempo molte amministrazioni locali, soprattutto di centrodestra, hanno approvato nuove devastanti colate di cemento: decine di migliaia di seconde case, residence e altre costruzioni di ogni tipo, che hanno intasato di scarichi il vecchio collettore, fino a provocare lo stop ai liquami.
Nei comuni più cementificati della riviera bresciana, ci sono nuovi quartieri residenziali che non possono più allacciarsi alle fognature pubbliche sovraccariche.
Di qui il nuovo maxi-progetto: rifare tutto, con un collettore-bis nuovo di zecca sulla sponda bresciana, separato rispetto al maxi-impianto veronese, a sua volta da rinnovare quasi completamente.
In tutta la zona, critiche e discussioni politiche si sono finora concentrate sull’impatto ambientale e sui costi del nuovo mega-progetto.
In Trentino, una regione verde dove è vietata da anni anche la navigazione a motore, i comuni del lago hanno propri depuratori, piccoli e perfettamente funzionanti.
Le amministrazioni venete e lombarde, sotto l’egida di alcuni big della politica, Gelmini in primis, insistono invece per rifare tutta la grande opera: il collettore deve raddoppiare.
Nei dibattiti pubblici, organizzati per pubblicizzare il maxi-appalto tra gli abitanti che dovranno tassarsi per pagare almeno metà  della spesa, finora nessuno ha posto la domanda che in un paese come l’Italia di solito è decisiva: chi gestirà  tutti questi soldi? Tecnici di specchiata onestà  o personaggi discutibili?
Le prime risposte arrivano dal Veneto, dove il super-progetto è già  decollato.
A gestirlo è l’Azienda gardesena servizi (Ags), che da qualche tempo ha un nuovo presidente: un illustre condannato di Tangentopoli.
Si chiama Angelo Cresco, è stato un parlamentare del Psi di Craxi, fino a quando, tra il 1993 e il 1994, l’allora procuratore veronese Guido Papalia ha scoperchiato il sistema della corruzione locale.
A Verona, come a Milano, le tangenti venivano spartite a livello centrale, con percentuali prestabilite tra le correnti più forti della Dc, da una parte, e il Psi dall’altra. Quindi Cresco è rimasto coinvolto in una mezza dozzina di indagini, come beneficiario politico della fetta di mazzette di volta in volta destinate al suo partito.
A quel punto ha confessato, ha patteggiato varie condanne e ha risarcito i danni accertati.
In un memoriale straziante, al culmine di Tangentopoli, si era anche impegnato a cambiare vita e dire addio alla politica. Poi, però, ci ha ripensato.
Nel 2001 è rispuntato come segretario regionale veneto del Nuovo Psi, che nel 2005 ha svoltato a destra, garantendo il suo appoggio a Forza Italia.
Che in Veneto ha riportato alla vittoria l’allora governatore Giancarlo Galan, poi condannato come recordman delle tangenti per il Mose di Venezia: il più grave scandalo di corruzione degli ultimi vent’anni.
Ora proprio Cresco dovrà  guidare la vigilanza politica sui grandi appalti del Garda, per evitare che il collettore possa diventare un nuovo Mose.
Sulla riviera veronese le gare sono già  partite.
Il 30 gennaio scorso l’Ags di Cresco ha pubblicato il bando per la progettazione definitiva del nuovo collettore, nel troncone nord che va da Malcesine a Torri del Benaco. Costo previsto: 74,9 milioni.
Solo per il disegno finale dell’opera, l’azienda pubblica presieduta dall’ex onorevole Cresco ha stanziato 928 mila euro.
Per gli studi professionali interessati, però, i tempi sono strettissimi: il progetto definitivo va consegnato già  entro il prossimo 13 marzo. Il 14 mattina, dieci giorni dopo le elezioni, si apriranno le buste.
E il percorso tecnico è già  segnato: la base della gara è un «progetto preliminare» già  assegnato nel 2011.
Sui documenti è regolarmente stampigliato il nome della società  privata che da allora ha studiato e impostato il nuovo collettore: Technital.
Esattamente la stessa ditta che ha progettato, tra mille polemiche, le barriere subacquee del Mose, che finora sono costate alla casse statali ben cinque miliardi di euro, ma non hanno ancora cominciato a salvare Venezia dall’alta marea.
Sulla qualità  dei progetti targati Technital, sono agli atti del processo di Venezia, in particolare, le critiche feroci messe a verbale da Piergiorgio Baita, l’ex manager della Mantovani spa, nelle sue confessioni-fiume dopo l’arresto.
Mister Mose si è assunto la responsabilità  di dichiarare ai magistrati che «la Technital lavorava malissimo, ma era intoccabile», perchè «protetta politicamente» da alcuni big nazionali di Forza Italia.
Che sia la stessa società , lo riconferma il sito aziendale, che a tutt’oggi sbandiera le foto dei principali progetti in cantiere: dal Mose di Venezia, appunto, al nuovo maxi-collettore del Garda.
Ancor prima dello scandalo Mose, la Technital era stata al centro di aspre critiche per l’oscurità  della sua struttura proprietaria: l’intero capitale, infatti, è intestato a fiduciarie, cioè ad apposite società -paravento che permettono di tenere segreti, legalmente, i nomi degli azionisti.
Soltanto le indagini veneziane (e quelle milanesi sui vari appalti dell’Expo) hanno poi rivelato l’effettivo titolare della misteriosa Technital: Alessandro Mazzi, il patron del colosso Fincosit, arrestato e condannato a quattro anni per le maxi-corruzioni del Mose.
Negli incontri pubblici con i cittadini del Garda, beninteso, il progetto del nuovo collettore è stato presentato non dagli azionisti, ma dagli ingegneri della Technital: tecnici preparati ed esperti, che non hanno mai avuto problemi giudiziari.
Mentre l’ex onorevole Cresco, dopo le condanne di Tangentopoli, non è più ricaduto nel vizio della mazzetta.
Vista l’esperienza passata delle grandi opere all’italiana, però, un interrogativo s’impone: per gestire la maxi-fognatura tanto cara alla Gelmini e agli altri sponsor politici veronesi e bresciani, non si poteva trovare qualche incensurato?

(da “L’Espresso”)

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