Destra di Popolo.net

ENNESIMA GAFFE DI DI MAIO: “L’UOMO E’ FATTO AL 90% DI ACQUA”. CI HA CONFUSO PER MEDUSE

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

A PRESA DIRETTA SU RAI 3 IL VICEPREMIER MOSTRA LA SUA PREPARAZIONE SCIENTIFICA… IL WEB SI SCATENA NELLA SATIRA

La prima puntata del ciclo autunnale di “PresaDiretta” in onda stasera, lunedì 3 settembre 2018 alle 21.15 su Rai3, comincia con un’intervista di Riccardo Iacona al ministro e vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio.
Un’intervista sui temi economici più caldi del momento, sulla necessità  di dare fiducia ai mercati, sul futuro delle riforme e sulla prossima manovra finanziaria.
E poi naturalmente si parlerà  del tema della puntata Acqua perduta e del ritorno all’acqua pubblica, il secondo punto del Contratto di Governo.
“L’acqua è quello di cui noi siamo costituiti per oltre il 90%. Deve tornare pubblica. L’acqua, come bene comune, non può essere sottoposto a logiche di profitto”.
Questa frase ha fatto scatenare il web che ha iniziato a canzonare il ministro per la sua ennesima gaffe (ha aumentato dal 60% al 90% la percentuale che ha cosìn raggiunto livelli stratosferici)

(da agenzie)

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DOPO SALVINI, ANCHE DI MAIO SCOPRE LA LIBIDINE DEI VINCOLI UE

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO TANTE SPARATE ELETTORALI ORA AL GOVERNO VINCE LA NORMALIZZAZIONE

Le parole “responsabili” di Matteo Salvini non passano inosservate e lo spread torna a scendere. Il differenziale tra Btp e Bund infatti si riduce ancora e arriva a 256 punti. Le obbligazioni italiane corrono per il terzo giorno consecutivo dopo le rassicurazioni dei leader del paese dell’impegno a rispettare le regole sul deficit dell’Unione Europea. I rendimenti delle obbligazioni di riferimento sono scesi a un minimo di due settimane (al 2,94%) con gli investitori rassicurati dai piani di spesa del governo.
Anche il vicepremier Luigi Di Maio, al termine del vertice sulla legge di bilancio, fa eco al suo collega di governo: “La prossima manovra manterrà  i conti in ordine ma sarà  coraggiosa: rassicurerà  i mercati, ma anche le famiglie che hanno bisogno, i cui figli non trovano lavoro”.
Il ministro aggiunge: “L’obiettivo è realizzare le misure economiche, non sfidare l’Europa sui conti”. E a chi gli chiede se il rapporto deficti/pil sarà  fissato poco oltre il 2%, risponde: “Non è stato oggetto della discussione”.
In un retroscena del Messaggero, si segnala poi il piano del ministro Paolo Savona per rivedere la governance dell’Unione Europea. Tra i punti della proposta “la necessità  di dotare la Banca centrale europea di uno statuto simile a quello delle altre banche centrali”. E inoltre la necessità  di tornare “a investire e magari archiviare i vecchi dogmi come quello del 3%, anche se questo obiettivo non sarebbe esplicitato”.

(da “Huffingtonpost”)

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CONTRORDINE SOVRANISTI, ORA SALVINI AMA I VINCOLI UE E SI RIMANGIA LE PROMESSE ELETTORALI

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA AL SOLE 24 ORE: “RISPETTEREMO TUTTI I VINCOLI EUROPEI”

Chissà  come l’avranno presa i tanti eletti nella Lega di lotta l’intervista al Sole 24 Ore con cui Matteo Salvini ha detto sì al rispetto dei vincoli UE chiudendo così la fase politica della guerra all’Unione Europea e aprendo quella della Lega responsabile e di governo.
L’intervista è stata fatto dopo l’incontro con Tony Blair, oggi consulente dell’azienda che costruisce il TAP in Puglia e già  il segnale dell’approccio dimostra che almeno fino al prossimo sondaggio sfavorevole il Governo del Cambiamento un suo primo risultato l’ha raggiunto: ha cambiato la Lega.
Il Salvini vincolato all’UE, come la Secchia Rapita di Tassoni, pesca a piene mani dall’armamentario “eurista” o “eurinomane” che la Lega antieuro aveva promesso di demolire e dimostra che lo spazio per la propaganda politica è infinito quando sei all’opposizione ma si restringe assai quando le aziende del tessuto produttivo dove peschi i tuoi voti ti dicono che trovano difficoltà  nell’accesso al credito a causa delle sparate di quelli che hai fatto eleggere: rimangiarsi le promesse elettorali è il passo obbligato e successivo, e al posto della cancellazione della Legge Fornero arriva quota 100, al posto della flat tax tre aliquote solo per le partite IVA mentre soltanto la Pace Fiscale rimane lì a dimostrazione di quanto si può giocare con le parole per fare un condono tombale alla faccia dei contribuenti onesti.
«Intendiamo presentarci ai mercati e all’Europa con una legge di bilancio seria che faccia crescere l’economia di questo Paese, nel rispetto di tutti i vincoli Ue. È chiaro che non faremo tutto subito, nè gli italiani se lo aspettano. Ci saranno opzioni a un anno, a due anni e a tre anni. Se vogliamo governare a lungo, non possiamo far saltare i conti», sono le parole che suoneranno come un tuffo al cuore per tutti quelli che hanno creduto — o fatto finta di credere — alla Lega ribelle che ti entra nelle ossa e nella pelle.
Non a caso oggi c’è un silenzio tombale su Twitter mentre sulle risorse social del Capitano dell’intervista rilasciata al Sole 24 Ore non c’è la minima traccia.
La normalizzazione di Matteo Salvini procede anche sul deficit: «Il dibattito su 1,7 o 1,9 o 2,4 o 2,9 arriva alla fine. Prima ci mettiamo i contenuti. L’obiettivo è di mantenere il rispetto dei vincoli e delle regole esterne imposte, di non sforare alcunchè», e arriva anche alle eterne promesse di tagli al cuneo fiscale che in un giornale edito da Confindustria ci stanno sempre bene.
Quanto ci sia di vero in questa conversione non è oggi la domanda migliore da porsi: durerà  e sarà  vero fino a quando i sondaggi reggeranno o continueranno a cantare i suoi successi.
Ed è questo che dovrebbe terrorizzare ancora di più gli autorevoli rappresentanti della Lega di lotta: se le cose vanno bene, rischiamo da un momento all’altro il selfie con Juncker. Oppure un cambio di paradigma ancora più straniante.

(da “NextQuotidiano”)

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COSI’ M5S E LEGA SI RIMANGIANO LE PROMESSE ELETTORALI: MEGLIO TIRARE A CAMPARE CHE TIRARE LE CUOIA

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

SALVINI ORA PARLA DI PROGRAMMA DA ATTUARSI IN CINQUE ANNI CON UNA FLAT TAX RIVISTA E UNA FORNERO RIMANEGGIATA, DI MAIO RIDUCE I FRUITORI DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Da una parte Matteo Salvini assicura che c’è tempo perchè il governo durerà  cinque anni e quindi il programma di Lega e MoVimento 5 Stelle andrà  realizzato durante l’intero arco della legislatura.
Ecco perchè chi ha promesso la flat tax al 15% per l’intero popolo dei contribuenti oggi si è ridotto a programmarlo solo per le Partite IVA e con ben tre aliquote nel 2019.
Dall’altra la viceministra senza deleghe all’Economia Laura Castelli promette un provvedimento che si chiamerà  reddito di cittadinanza in vigore dal primo gennaio 2019, ma nel frattempo Luigi Di Maio, che aveva detto che sarebbero stati necessari un paio d’anni per implementarlo a causa della riforma dei centri per l’impiego, in una intervista parla di 5 milioni di persone come aventi diritto, cioè di individui, e non più famiglie: prospettiva, ricorda oggi La Repubblica, compatibile con una semplice “revisione” dell’attuale reddito di inclusione che mira ad aiutare solo le famiglie in povertà  assoluta che sono “solo” 1 milione e 780 mila, corrispondenti appunto a 5 milioni di individui.
L’operazione è di portata ben più bassa e potrebbe costare solo 3 miliardi.
È partita insomma la corsa a rimangiarsi le promesse elettorali in vista del DEF da approvare per la fine di settembre e allo scopo di scongiurare quell’Autunno Caldo le cui avvisaglie si sono già  cominciate a vedere durante l’estate.
Per non parlare delle pensioni: lo smontaggio della Fornero completo sarebbe costato 14 miliardi, da settimane si parla invece di quota 100, con il limite di una età  anagrafica di 64 anni e almeno 35 anni di contributi, con un costo che scende a 3-4 miliardi.
Piano piano, con i loro tempi “tecnici” e mentre Salvini convoca un summit degli “economisti” leghisti, M5S e Lega capiscono che non è il caso di scherzare con il fuoco e che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.
Un classico della Prima Repubblica. Il governo del cambianiente.

(da “NextQuotidiano”)

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DA OGGI AGENTI CON LA PISTOLA ELETTRICA, MA IL VIMINALE HA SCELTO SENZA GARA UN MODELLO VECCHIO E PIU’ COSTOSO

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

HA CONFUSO IL MARCHIO CON IL PRODOTTO E SPERIMENTA UN TASERX2 A DOPPIA SCARICA, UN MODELLO SUPERATO

Da oggi i poliziotti italiani potranno girare armati di pistole elettriche, previste per decreto nel 2014 e avviate da Matteo Salvini il 4 luglio scorso, con il via libera all’addestramento e alla sperimentazione.
Si parte con 70 agenti in 12 città . Il debutto dello storditore a impulsi divide l’opinione pubblica.
Il “modo” stesso in cui è avvenuto, conferma invece come la prima vittima d’ogni innovazione in Italia sia la trasparenza. Taser, infatti, non è la pistola elettrica ma il marchio più diffuso negli Stati Uniti, dove è stata congegnata e prodotta industrialmente dalla fine degli anni Novanta.
Altre aziende propongono oggi modelli competitivi per prezzo e requisiti tecnico-operativi, ma cittadini e agenti italiani questo non lo sanno. Il Viminale s’è lanciato senza ricerca di mercato nè gare.
A fronte di una commessa che si annuncia milionaria nonchè delicatissima, sotto vari profili. Gli stessi sindacati di Polizia, non a caso, sono passati dal plauso al monito: “Non sia l’ennesima presa in giro”.
L’arrivo degli storditori è tema sensibilissimo in Italia, dove sono ancora aperte le ferite del G8 di Genova e dei casi Uva, Cucchi, Aldrovandi. Il Testo Unico della legge di pubblica sicurezza (TULPS) li classifica tra le “armi proprie”, per Onu e Amnesty International sono “strumenti di tortura”. Lo stesso “Vademecum per operatori Taser” messo a punto dalla Polizia di Stato ricorda che il suo uso presenta “potenziali rischi per la salute dei soggetti colpiti”.
La loro introduzione avrebbe meritato dunque le maggiori cautele possibili. Negli Usa lo stesso produttore che il Ministero ritiene “esclusivo” si è ritrovato a fronteggiare un’opinione pubblica sempre più critica verso l’uso eccessivo della forza dei cops. Non a caso l’anno scorso, dopo 24 anni, Taser International ha cambiato nome e avviato la conversione in azienda tecnologica che fornisce bodycam e servizi di cloud per salvare le registrazioni, quelle che possono fare la differenza nelle controversie e aiutano a migliorare la trasparenza e la fiducia tra polizia e comunità .
A Roma, invece, la fretta potrebbe portare all’ennesimo pasticcio. Il peccato originale porta la firma di Alfano. Fu un emendamento al suo decreto per la sicurezza negli stadi del 2014 a prevedere la sperimentazione della “pistola elettrica Taser”. Indicando così, per legge, la marca in luogo del prodotto.
Equivoco rimediabile, qualora si facesse un bando dopo la sperimentazione, ma in cui cade ancora oggi il Dipartimento di pubblica sicurezza che l’ha gestita. In una nota al Fatto ribadisce infatti come i primi 35 dispositivi siano stati “forniti gratuitamente dalla ditta Axon, unica produttrice del dispositivo”. “L’acquisizione della dotazione necessaria — si legge ancora — avverrà  solo all’esito positivo della sperimentazione”, che durerà  tre mesi, rinnovabile per altri tre.
E dopo che succederà ? Come sarà  gestito l’acquisto?
Non è scontato che i produttori di Israele, Germania, Russia, Cina e Brasile — tanti ce ne sono — si rassegnino all’idea che per l’Italia esista solo Axon Enterprise Inc (ex Taser International), società  quotata al Nasdaq con capitalizzazione di mercato da 4 miliardi di dollari.
E che sia il suo “Taser X2″, modello datato ormai 2011, a finire direttamente nel cinturone degli agenti italiani come sembra inevitabile, visto che su questo prodotto sono state stilate a febbraio le “Linee guida tecnico operative per la sperimentazione”. Al tempo stesso sarà  difficile tornare indietro.
Così, tra le controindicazioni del pasticcio, si profila il rischio di una serie di cause contro lo Stato per violazione del Codice europeo degli appalti e della concorrenza.
E qui l’ulteriore appunto alla fretta: TaserX2, come gli altri modelli in commercio, ha una “scatola nera” incorporata che fornisce le registrazioni d’uso (data, ora e numero di colpi sparati).
Tra gli optional c’era però la possibilità  di aggiungere, a ulteriore garanzia dell’agente e del cittadino, una telecamera con registrazione automatica che non oggetto di sperimentazione e non è in dotazione.
Eppure è la stessa azienda ad avvertire: “Le videocamere Axon ti consentono di ricostruire quanto accaduto e arrivare alla verità ”, spiegando anche che “37 città  importanti degli Stati Uniti hanno adottato le nostre videocamere e agenzie, piccole e grandi, hanno rilevato una diminuzione dell’88% dei reclami dopo aver indossato questi dispositivi”. Mai più senza. Ma non in Italia.
Il pasticcio dei Taser, a ben vedere, toglie certezze perfino agli agenti cui dovrebbe garantire una difesa.
La mancanza di una procedura comparativa fa sì che nessuno possa mettere la mano sul fuoco di avere nella fondina il miglior dispositivo in circolazione.
Le soluzioni dei competitor non sono state neanche esplorate, neppure quelle che (sulla carta) promettono di essere “migliorative” rispetto al Tx2 a doppia scarica, quando sul mercato —   al sostanziale medesimo costo se non meno — esistono già  quelli in grado di farne partire cinque consecutivi.
Sembra banale, ma tra i video più cliccati da detrattori e sostenitori del Taser negli Usa ce n’è uno che mostra due agenti che scaricano le due “cartucce” e, non avendo altro, finiscono impallinati dall’aggressore.
Prezzo? Quella a cinque colpi, stando al listino, viene proposta a 1099 dollari contro i 1399 di listino del Taser, per grandi   forniture si parla di 500-700 euro, grossomodo la stessa cifra. A conti fatti, forse, non stiamo facendo proprio un affare.
Gli stessi sindacati di polizia iniziano ad avere qualche dubbio. Su tutto, temono però a temere che tutto si esaurisca con gli annunci.
Vuoi per il rischio di ricorsi in caso di mancata gara, vuoi per i numeri modesti del debutto senza garanzie su future dotazioni, temono che tutto si esaurisca con gli annunci.   “Come in passato — avverte il segretario generale del Sap, Stefano Paoloni — resta il dubbio che tutto possa naufragare: è avvenuto per i fucili calibro 12 Benelli, i tablet, il sistema di geolocalizzazione Mercurio, le divise operative, le telecamere ancora in fase sperimentale dopo tre anni e lo spray “piccante” che è stato inserito tra le dotazioni e non più fornito”.
C’è un argine al pasticcio dei Taser? “Si, basta fare una vera gara come prevede la legge”, risponde il licenziatario di un marchio diffuso in Paesi dove i produttori sono messi in concorrenza.
“Si fa un requisito operativo e si indicano caratteristiche ed esigenze di impiego, lo si pubblica invitando tutti i produttori a presentare soluzioni e offerte economiche, compreso il piano per la sperimentazione e il programma di addestramento, con relativi costi. Poi l’amministrazione procede alla gara comparativa. Solo così è in grado di dimostrare d’aver compiuto la scelta migliore”.
Ma il Ministero dell’Interno ha scelto “a occhi chiusi”, con una procedura diretta “palesemente illegale e rispondente a logiche opache”. Non è una novità .
Giusto l’anno scorso Anac ha richiamato il Viminale per aver seguito procedure poco chiare nell’acquisto di divise, giubbetti antiproiettile e fondine.
In questo caso, le gare sono un miraggio. E alla tirata d’orecchie potrebbe seguire la scossa.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PRIMO SGOMBERO DELL’ERA SALVINI TRA GRIDA, COLLASSI E FAMIGLIE SBATTUTE IN STRADA, COMPRESI 25 BAMBINI

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

NELLA PALAZZINA ALITALIA DI SESTO SAN GIOVANNI VA IN ONDA LA VERGOGNA: ALCUNI ERANO STATI COLLOCATI LI’ DAI SERVIZI SOCIALI… META’ SONO ITALIANI, META’ STRANIERI REGOLARI

Alla fine con il cerino in mano rimangono 25 bambini che nessuno sa bene dove mettere o mandare e che gli agenti in assetto antisommossa hanno preferito far rientrare nei locali che avevano appena sgomberato, giusto per non lasciarli in strada.
Alle dieci del mattino in piazza Don Mapelli, a Sesto San Giovanni, il primo sgombero voluto del governo giallo verde e deciso direttamente dal ministro Matteo Salvini con una circolare firmata appena tre giorni fa, si conclude con un bel po’ di amaro in bocca e una sessantina di famiglie che non sanno più dove andare o cosa fare e per questo se ne tornano piano piano da dove erano venute: un’altra casa occupata in via Oglio, a Milano.
Tanti sono italiani, altri sono stranieri e comunque tutti sono regolari, mandano i bambini a scuola e vivono nel nostro Paese da anni.
Qualcuno piange, qualcuno impreca, nessuno fortunatamente si è fatto male.
Solo una donna, madre di 5 figli, è svenuta per un collasso e la tensione. Non sono squatter o abusivi aiutati dai racket quelli che mestamente lasciano una palazzina di Alitalia abbandonata da anni, ma famiglie intere di gente povera che ottiene il triste record del primo sgombero del ministro Salvini chiamato sabato scorso dal sindaco di Sesto San Giovanni, Roberto Di Stefano, un duro di Forza Italia, allarmatissimo per «le illegalità  delle occupazioni».
«Io una casa l’avevo, pagavo l’affitto ogni mese. Solo che quando abbiamo firmato il contratto c’era anche una fregatura e l’abbiamo persa. Per quattro notti abbiamo dormito per terra al Parco Trenno».
Poi, racconta Antonio, tre bambini dai 6 ai 15 anni, una vita di lavoretti qua e là , hanno incontrato quelli del gruppo «Aldo dice 26×1», un collettivo che ha dato vita qualche anno fa a un esperimento di “residence sociale”: in pratica una casa occupata ma non del tutto irregolare (luce e gas per esempio si pagavano) e che in alcuni casi ha dato perfino rifugio a dei senzatetto su richiesta del Comune di Milano.
Antonio e i suoi sono andati a vivere lì finchè venerdì scorso la variopinta comunità  ha deciso di disoccupare a Milano e occupare a Sesto. Che non è più da un pezzo la “Stalingrado d’Italia”, ma un feudo di centrodestra leghista.
Antonio e famiglia, figlio disabile compreso, appena spuntato il sole hanno rimpacchettato le loro quattro cose e sono usciti tra grida, fischietti e un centinaio di poliziotti da uno stabile vuoto da anni e senza alcuna prospettiva di riqualificazione. All’inizio sono usciti anche tutti gli altri bambini, ma poi i più piccoli sono stati fatti rientrare perchè nessuno sapeva bene dove metterli.
E dire che al “residence sociale” Antonio e la sua famiglia erano stati indirizzati addirittura dai servizi sociali del Comune di Milano che adesso si sono ripresi questi “sfollati urbani”, piazzandoli di nuovo in via Oglio, 8 piani e 102 appartamenti di una certa dignità , rimessi a posto dagli stessi occupanti che entro pochissimi giorni però dovranno comunque andarsene: i nuovi proprietari dell’edificio hanno deciso di farci un pensionato universitario.
Franco, una moglie e due figli, una quantità  indefinita di case prese e lasciate abusivamente, allarga le braccia: «Siamo stati sfortunati, abbiamo occupato a Sesto poco prima che Salvini firmasse la circolare contro gli sgomberi. Ci chiamano delinquenti ma noi siamo solo persone che non vogliono che i propri figli finiscano in mezzo alla strada».
«In questi anni il Comune ha trovato soluzioni soprattutto per le famiglie di tre persone. Ma per i nuclei familiari più grandi è più complicato. Così si sono appoggiati ad “Aldo dice”», spiega Bruno Cattoli, segretario dell’Unione inquilini di Milano, che da anni segue da vicino le vicissitudini del residence.
«Le 62 famiglie sono per metà  italiane e per metà  straniere, in Italia da anni. Altre, poi, erano persino proprietarie di casa ma poi, vuoi per una vicenda vuoi per un’altra, l’hanno persa».
È il caso di Maya e sua figlia 17enne Ines, italo-sudamericane. «Avevo comprato casa con mia sorella – racconta – però poi mi sono separata e mia sorella se n’è andata a fare la badante. Pur lavorando non riuscivo più a pagare il mutuo. Un giorno siamo tornate a casa e abbiamo trovato la porta murata». Era l’ottobre scorso e Maya, con sua figlia, non sapevano dove andare. Poi sono approdate in via Oglio, quindi a Sesto e ora il futuro che le attende è la strada.

(da “La Repubblica”)

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CHE FARSA: DOPO LE MINACCE DI SALVINI DI NON PAGARE ALLA UE LA QUOTA PREVISTA, L’ITALIA VERSA IN ANTICIPO I SOLDI

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

EFFETTUATO IL BONIFICO DI UN MILIARDO DI EURO PER EVITARE SANZIONI, LA RIVOLUZIONE PUO’ ASPETTARE

Tanto tuonò che alla fine non piovve.
Dopo le minacce del governo di bloccare il versamento dei contributi al bilancio dell’Unione europea (in assenza di gesti concreti sul fronte immigrazione), lunedì – puntuale come tutti i primi giorni lavorativi del mese – l’Italia ha versato la sua quota al budget Ue.
Anzi, pare che lo abbia fatto addirittura in anticipo, visto che la transazione risalirebbe a venerdì 31 agosto.
Circa un miliardo di euro che è stato dunque correttamente depositato entro i termini legali sull’apposito conto aperto presso il Tesoro a nome della Commissione europea. Che ieri ha ricevuto la notifica.
Dopo gli annunci dei vicepremier Salvini e Di Maio, il commissario Ue al Bilancio, Gunther Oettinger, aveva infatti avvertito l’Italia che il versamento delle quote è un obbligo legale (concetto espresso anche dal ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, nel tentativo di frenare le fughe in avanti dei colleghi) e che l’eventuale violazione avrebbe comportato il pagamento degli interessi (che si aggirano attorno al 2,75% della somma dovuta).
Le sue parole avevano scatenato la controreplica di Di Maio: «Le dichiarazioni di questi giorni – aveva detto il ministro dello Sviluppo Economico rispondendo al commissario tedesco – sono ancora più ipocrite perchè non li avevamo sentiti per tutti i giorni della crisi Diciotti e adesso si fanno sentire quando hanno capito che l’Italia rischia di non dargli più miliardi di euro». E invece i miliardi di euro italiani sono arrivati a destinazione.
Caduta la minaccia di bloccare i versamenti, resta quella di mettere il veto sul bilancio Ue. Di certo non su quello del 2019, visto che il budget annuale viene approvato a maggioranza qualificata e dunque un singolo Stato non è in grado di fermarne l’approvazione.
Proprio oggi il Consiglio dei governi ha approvato la proposta per il bilancio 2019 da portare al tavolo negoziale con il Parlamento e la Commissione.
Non risulta che l’Italia abbia fatto ostruzionismo, anche perchè il ministro austriaco delle Finanze, Hartwig Loger, ha parlato di un «forte sostegno da parte degli Stati membri». Una discussione portata avanti sin qui a livello di ambasciatori, mentre non è ancora chiaro chi nel governo si occuperà  del bilancio Ue.
«Ho scritto ai ministeri, ma senza ricevere una risposta e dunque non so con chi relazionarmi» rivela Daniele Viotti, eurodeputato Pd che è relatore al bilancio Ue per il 2019. Teoricamente spetterebbe al ministro Paolo Savona, che guida gli Affari Ue, ma ai tavoli negoziali dovrebbe andare Moavero Milanesi. «L’importante – aggiunge Viotti – è che il governo decida al più presto e faccia chiarezza su chi è il ministro competente».
Un veto è invece possibile sul bilancio pluriennale (2021-2027), che va approvato all’unanimità . I negoziati però sono soltanto all’inizio e nella migliore delle ipotesi il voto tra i governi sarà  in primavera. Nella peggiore delle ipotesi, che però è anche la più realistica, bisognerà  invece attendere il 2020. Chissà  se il veto italiano è disposto ad attendere due anni.

(da “La Stampa”)

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TRAVAGLIO ATTACCA TONINELLI: “SE HA RICEVUTO PRESSIONI DEVE ANDARE IN PROCURA E DENUNCIARE, NON PUO’ FARE FINTA DI NULLA”

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

NON PUO’ FARE IL POLITICO CHE LANCIA IL SASSO E NASCONDE LA MANO

Marco Travaglio stamattina sul Fatto bacchetta il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli per le “pressioni” denunciate ieri in Parlamento senza nomi e cognomi che avrebbe ricevuto nella vicenda di Autostrade e per la pubblicazione delle concessioni autostradali (che poi sono state pubblicate da Atlantia prima che dal ministero): il pezzo comincia con una frase che shockerà  molti:
Questa volta ha ragione il Pd: il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Danilo Toninelli (5Stelle) non può parlare di “pressioni interne ed esterne”, cioè dal suo stesso ministero e dalla società  Autostrade per l’Italia, contro la sacrosanta revoca della concessione, e poi tacere. Di quelle pressioni deve anzitutto indicare gli autori e il contenuto.
Se si è trattato di amorevoli consigli verbali per dissuaderlo dal proposito assunto dall’intero governo, premier Conte in primis, chi glieli ha rivolti dal suo dicastero dev’essere immediatamente rimosso, mentre per Autostrade il problema non dovrebbe porsi, visto che come concessionaria ha i mesi contati. Se invece si è trattato di pressioni vere e proprie, magari accompagnate da minacce di ritorsioni, il Codice penale le punisce con precise fattispecie di reato fino alla “violenza o minaccia a corpo politico”(art. 338 Cp, lo stesso che è appena costato pesanti condanne in primo grado agli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia): in questo caso, dopo la doverosa denuncia in Parlamento, Toninelli dovrebbe precipitarsi alla Procura della Repubblica con un esposto corredato di nomi e i cognomi.
L’unica cosa che non può e non deve accadere è quello che succedeva in passato, prima dell’avvento del cosiddetto “governo del cambiamento”: il politico che lancia il sasso e nasconde la mano e il caso che finisce a tarallucci e vino, senza colpevoli nè innocenti.

(da “NextQuotidiano”)

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“IL GIORNALE” IN SCIOPERO E SILVIO IN RITIRATA DALLA POLITICA

Settembre 5th, 2018 Riccardo Fucile

STIPENDI RIDOTTI DEL 30% PER 3 ANNI… BERLUSCONI TENTATO DAL PARTITO UNICO DEL CENTRODESTRA

Il Giornale della famiglia Berlusconi oggi è al primo sciopero della sua storia, proclamato all’unanimità  contro i tagli imposti alla redazione.
Una manovra lacrime e sangue che prevede di abbattere gli stipendi del 30% per tre anni: preludio – secondo i cronisti del quotidiano, citati oggi da Repubblica – alla resa di Berlusconi a Salvini e alla ritirata del Cavaliere e di Forza Italia dalla scena politica. Altro che controffensiva d’autunno.
“L’assemblea di redazione del Giornale ha deciso all’unanimità  di scendere in sciopero contro il piano di tagli annunciato oggi dalla società  editrice. Domani il quotidiano fondato da Indro Montanelli non sarà  in edicola”: ha annunciato ieri una nota del cdr.
“L’utilizzo dello strumento dei contratti di solidarietù, nella misura annunciata — sottolinea il comunicato -, è di una entità  senza precedenti e incompatibile con la qualità  del quotidiano. Lo sciopero immediato è una decisione sofferta ma inevitabile davanti ad un’azienda che non propone alcun piano di rilancio editoriale ma scarica sulle spalle dei redattori, cui vengono prospettati sacrifici intollerabili, il peso di una crisi che riguarda l’intero settore dell’editoria”.
“A mesi di richieste di chiarimenti sullo stato dei conti e sulle prospettive di rilancio si e’ risposto con dichiarazioni tranquillizzanti, clamorosamente smentite dall’annuncio odierno” e dunque “i giornalisti del Giornale — assicura il comitato di redazione — sono pronti a fare la loro parte ma certamente non nella misura abnorme ipotizzata dall’azienda. L’assemblea ha dato mandato al Cdr per la prosecuzione della trattativa decidendo fin d’ora, se necessarie, altre due giornate di sciopero”.
Lo scenario che vede Silvio Berlusconi in ritirata con la dote lasciata a Matteo Salvini è confermato anche dalla Stampa:
La tentazione di Silvio si chiama partito unico. Un solo contenitore politico per il popolo di centrodestra. Tutti finalmente insieme Lega, Forza Italia e Giorgia Meloni. Una specie di secondo «predellino», dopo quello su cui l’ex premier salì nel 2007 per annunciare la nascita del Pdl. Pare che l’ex premier sia intenzionato a ragionarne con Salvini, quando i due si vedranno (l’incontro è ancora per aria).
Presto per dire come la prenderebbe Matteo, anche perchè il suo partito è quattro volte quello di Berlusconi, non potrebbe trattarsi di fusione alla pari. Di fatto sarebbe un’annessione, pesce grosso che inghiotte il pesce piccolo. Oltretutto Salvini è interessato solo ai voti del Cav e, se si crede alle interpretazioni più maliziose, una Lega in bolletta neppure disdegnerebbe il supporto che potrebbe ricavare dall’uomo più facoltoso d’Italia.
Un po’ come avvenne ai tempi di Bossi. Di contro, Salvini non si accollerebbe mai la nomenklatura «azzurra» che disprezza, ben ricambiato.
Ma questo sembra l’ultimo degli ostacoli, in quanto Berlusconi da sempre coltiva il sogno della palingenesi: azzerare il proprio partito per ricominciare daccapo, liberandosi delle facce sputtanate.
Una prospettiva che allarma anche i dirigenti di Forza Italia.
Al punto che ieri Antonio Tajani, il numero due del partito, e Mara Carfagna si sarebbero precipitati ad Arcore per sondare le intenzioni reali del Cavaliere e cercare di dissuaderlo dallo “smantellare” il quotidiano.
E in questa chiave viene letto la sostanziale estromissione del management del Giornale a favore di Ernesto Mauri, ad di Mondadori, che si è installato nel palazzo di Via Negri con l’intenzione di applicare al quotidiano la cura draconiana adottata alla stessa Mondadori.
La redazione intanto punta l’indice sugli sprechi passati e recenti: indica la volontà  d restare nel palazzo di Via Negri, dove Paolo Berlusconi, formalmente editore del quotidiano, e la figlia Luna hanno prestigiosi uffici, ma non si vedono mai.
I redattori lamentano anche che di fronte al taglio del loro reddito, restano in piedi le sontuose collaborazioni volute dallo stesso Cavaliere.
E, dicono i giornalisti, in un mercato sempre più competitivo, Il Giornale, non ha messo in atto l’integrazione fra la parte cartacea e quella online che resta molto debole. Una situazione che il recente cambio di società  nella raccolta pubblicitaria non ha reso certo più facile.

(da agenzie)

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