Destra di Popolo.net

CONCORSO UNIVERSITA’, CONTE NON HA RINUNCIATO: “HA SOLO RINVIATO L’ESAME DI INGLESE”

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

CHE PRESA PER I FONDELLI, TANTO VALEVA DIRE SUBITO LA VERITA’… OGGI DAVANTI ALLA COMMISSIONE GLI ALTRI DUE CANDIDATI HANNO PREFERITO RIMANDARE PER FARE IL TEST CON IL PREMIER

Giuseppe Conte non ha rinunciato a diventare professore di diritto privato a La Sapienza per motivi di opportunità , come aveva annunciato nei giorni scorsi.
Il premier ha semplicemente chiesto lo spostamento dell’esame di inglese per impegni istituzionali.
La nuova puntata della vicenda universitaria è arrivata questa mattina. All’esame di inglese si sono presentati due candidati: Giovanni Perlingeri, figlio del giurista Pietro, e Mauro Orlandi allievo del professor Natalino Irti.
A loro la commissione esaminatrice ha chiesto se volevano sostenere l’esame subito o in futuro con l’altro candidato che aveva chiesto lo spostamento dell’esame per motivi istituzionali. Uno sviluppo che confligge con quanto dichiarato dallo stesso Conte ai nostri microfoni: “Il mio nuovo ruolo mi impone di riconsiderare la domanda”. Gli altri due candidati hanno deciso di rinnviare aspettando il premier.
Nei giorni scorsi tutto era stato preparato nella cittadella universitaria, a partire dal servizio di ordine pubblico allestito dal commissariato La Sapienza.
Ma dopo polemiche varie, a Palazzo Chigi, però, ha prevalso la riflessione sulla scarsa opportunità  di farsi giudicare da tre docenti conosciuti (professori di Diritto privato, a loro volta, alla Sapienza e alle Università  di Padova e Bologna) e imbarazzati dal dover giudicare un presidente del Consiglio.
Per la decisione finale – “non farò il concorso” – è stato decisivo ricordare il passaggio presente nel Decreto del presidente della Repubblica (numero 382, 11 luglio 1980) che obbliga un professore all’aspettativa, niente lavoro nè retribuzione, se nominato “alla carica di presidente del Consiglio”. Vincere un bando universitario e mettersi in aspettativa avrebbe offerto una cattiva immagine e regalato pallottole a un ricorso degli sconfitti
Il premier ha presentato la domanda per diritto privato alla Sapienza l’inverno scorso. Ma poi aveva annunciato:   “Avevo chiesto il trasferimento per essere vicino a mio figlio, ma la mia nuova posizione mi impone di riconsiderare questa posizione”
La cattedra della Sapienza si libererà  il prossimo 31 ottobre con il pensionamento del professor Guido Alpa, di cui il premier è stato allievo prediletto.
Nelle sue rare espressioni pubbliche il professor Alpa ha definito Conte “uno studente eccezionale” e “una persona molto per bene”.
Il concorso era stato indetto il 14 dicembre 2017. La commissione, presieduta da un altro docente della Sapienza, Enrico Elio Del Prato, scelto in quel ruolo proprio dalla facoltà , oggi avrebbe ascoltato la relazione orale dei candidati in lingua inglese su uno dei quindici lavori realizzati dagli stessi aspiranti docenti. Alla conversazione sarebbe seguita la valutazione. Ma i due candidati presenti hanno preferito rinviare e aspettare Conte
La scelta del vincitore, al di là  della prova orale, sarà  affidata all’esame dei titoli presentati. Giuseppe Conte, oggi ordinario di Diritto privato all’Università  di Firenze, ha un curriculum lungo.
Per la candidatura alla presidenza del Consiglio della Giustizia amministrativa presentò un documento di 28 pagine, all’interno del quale erano inserite esperienze alla New York University e in altri quattro atenei internazionali gonfiate.
Non si sa, per ora, quale curriculum il premier abbia consegnato per ottenere la cattedra alla Sapienza.

(da agenzie)

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L’ONU INQUADRA IL GOVERNO: “IN ITALIA VIOLENZA E RAZZISMO, MANDEREMO ISPEZIONE”

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

L’ALTO COMMISSARIO PER I DIRITTI UMANI: “CONSEGUENZE DEVASTANTI DA STOP A NAVI ONG”… REAZIONE ISTERICA DEI RAZZISTI

“Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”: lo ha annunciato oggi a Ginevra Michelle Bachelet, neo Alto commissario Onu per i diritti umani, aprendo i lavori del Consiglio Onu per i diritti umani, riunito fino al 28 settembre, precisando che una squadra sarà  inviata, per motivi analoghi, anche in Austria.
Ma l’annuncio non è piaciuto affatto al ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Non accettiamo lezioni da nessuno, tantomeno dall’Onu” – è stata la replica immediata del vicepremier, che ha definito l’Organizzazione delle Nazioni Unite un organismo “prevenuto e disinformato”.
“Il Governo italiano – ha detto Bachelet – ha negato l’ingresso di navi di soccorso delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico e di altri sviluppi recenti hanno conseguenze devastanti per molte persone già  vulnerabili. Anche se il numero dei migranti che attraversano il Mediterraneo è diminuito, il tasso di mortalità  per coloro che compiono la traversata è risultato nei primi sei mesi dell’anno ancora più elevato rispetto al passato”.
L’annuncio non è piaciuto affatto all’indagato per sequestro di persona aggravata Matteo Salvini: “Non accettiamo lezioni da nessuno, tantomeno dall’Onu” – è stata la replica immediata del vicepremier che non ama che qualcosa gli ricordi cosa vuol dire essere razzisti e sequestratori.

(da agenzie)

argomento: Razzismo | Commenta »

DI MAIO BOCCIATO IN GEOGRAFIA, PENSA CHE MATERA SIA IN PUGLIA

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

DI MAIO A EMILIANO: “PER MATERA COSA STATE FACENDO?”. IL GOVERNATORE: “MA MATERA E’ IN BASILICATA, NON IN PUGLIA”

Sta facendo il giro dei social l’ultima gaffe di Luigi Di Maio. Il ministro dello Sviluppo economico, in visita in Puglia, chiede al presidente della Regione, Michele Emiliano: “E per Matera che state facendo?”.
Il governatore pugliese, imbarazzato, risponde: “Ma Matera è in Basilicata”.
Tanti i commenti su Twitter: tra chi scrive che le nozioni di geografia si imparano alla scuola elementare e chi ironizza “Matera è fatta del 90% d’acqua”.
Ma c’è anche chi prova a difendere Di Maio ricordando che tra la città  dei Sassi è sì in Basilicata, ma confina con la Puglia e le due regioni stanno collaborando in vista del 2019, anno in cui Matera sarà  capitale europea della cultura
Però dalla risposta di Emiliano si intuisce che DI MAIO BOCCIATO IN GEOGRAFIA, PENSA CHE MATERA SIA IN BASILICATA
DI MAIO A EMILIANO: “PER MATERA COSA STATE FACENDO?”. IL GOVERNATORE: “MA MATERA E’ IN BASILICATA, NON IN PUGLIA”
Sta facendo il giro dei social l’ultima gaffe di Luigi Di Maio. Il ministro dello Sviluppo economico, in visita in Puglia, chiede al presidente della Regione, Michele Emiliano: “E per Matera che state facendo?”.
Il governatore pugliese, imbarazzato, risponde: “Ma Matera è in Basilicata”.
Tanti i commenti su Twitter: tra chi scrive che le nozioni di geografia si imparano alla scuola elementare e chi ironizza “Matera è fatta del 90% d’acqua”.
Ma c’è anche chi prova a difendere Di Maio ricordando che tra la città  dei Sassi è sì in Basilicata, ma confina con la Puglia e le due regioni stanno collaborando in vista del 2019, anno in cui Matera sarà  capitale europea della cultura
Però dalla risposta di Emiliano si intuisce che Di Maio non faceva certo riferimento a una delle tanti collaborazioni poste in essere per il lancio dell’iniziativa, ma era convinto di chiedere ragguagli al governatore competente.
Un ripasso in geografia non sarebbe male.

(da agenzie)

argomento: Costume | Commenta »

SMASCHERATA LA SCENEGGIATA DI SALVINI: LA BUSTA ERA STATA GIA’ APERTA

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

FOTOGRAMMI DEL VIDEO FARLOCCO DIMOSTRANO CHE ERA TUTTO PREPARATO… E PARTE L’HASHTAG   #SALVINIFALSO

Come l’utente twitter Memento Arturo AN ha fatto notare sul social, Matteo Salvini ha organizzato una vera e propria sceneggiata durante la ormai celebre diretta facebook in cui apriva “in diretta” la busta con l’avviso di garanzia della Procura di Palermo.
Ma, ed è evidente dalle foto, la busta era stata aperta già  da prima e richiusa con lo scotch, non prima però di aver preso una serie di appunti – anch’essi visibili – per il discorso che il Ministro si apprestava a fare davanti a milioni di italiani. Mentendo.
Una sceneggiata messa in piedi con l’obiettivo dichiarato di aizzare la i cittadini contro la magistratura, come l’hashtag #complicedisalvini ha dimostrato, diventando in poche ore trend topic su twitter.
Ora è nato un nuovo hashtag, ossia #salvinifalso, e l’accusa mossa al Ministro è quella di aver preso in giro i suoi elettori, prendendoli per stupidi.
In effetti, lo scotch sulla busta è evidente e gli appunti del discorso ‘spontaneo’ che il Ministro ha rivolto agli italiani in bella mostra nel video.
Perchè non nasconderli, perchè non tentare di rendere meno arraffazzonata quella che è una vera e propria messa in scena?
Forse perchè in fondo Salvini lo sa benissimo che i suoi lo seguiranno qualunque cosa dica, anche di fronte alla prova evidente che sono stati presi in giro.
E può non apparire così grave che il Ministro abbia aperto la busta prima di andare in diretta davanti a milioni di italiani, ma se ha sentito la necessità  di mentire (non c’era motivo alcuno di dire che la stava aprendo per la prima volta, se non per puro gusto di spettacolo) allora questo può solo far immaginare su quante altre cose Salvini non dica la verità .

(da agenzie)

argomento: Giustizia | Commenta »

IL FALLIMENTO DI SALVINI SUI RIMPATRI

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

INVECE CHE DIMINUIRE I “CLANDESTINI” E’ RIUSCITO A FARLI AUMENTARE… TUTTI I NUMERI: NEL 2017 I RIMPRATRI SONO STATI 6514, QUEST’ANNO SIAMO SOLO A 4269

«Per come sono messe le cose oggi ci vorranno ottant’anni per rimpatriarli tutti»: è stato proprio Matteo Salvini, ieri ai microfoni di RTL, a certificare il fallimento della strategia di Matteo Salvini sui clandestini da rimpatriare.
Il ministro dell’Interno ha dovuto ammettere che quello che prometteva in campagna elettorale, ovvero cinquecentomila rimpatri annui, è irraggiungibile anche se chissà  quanti fessi ci avranno creduto al momento del voto.
Anzi, tecnicamente i “clandestini” — come li chiama il ministro — sono aumentati proprio a causa della politica del ministero, che stringe sui permessi d’asilo ma poi non può rimpatriare rapidamente chi è fuori dalle regole.
Nell’infografica pubblicata oggi dal Corriere della Sera su dati del Viminale si scopre che dal primo gennaio al 2 settembre 2018 sono appena 4.269 gli stranieri rimandati nei Paesi di provenienza e non risulta che da giugno – cioè dall’arrivo dell’attuale governo– ci sia stata un’impennata. Anzi.
Gli Stati con i quali l’Italia ha accordi sono sempre gli stessi.
Conclude Fiorenza Sarzanini:
L’anno scorso sono stati rimpatriati complessivamente 6.514 stranieri. La media rimane dunque costante e secondo gli esperti sarebbe un successo arrivare a 10mila persone ogni anno. Per questo si sta cercando di incrementare le partenze verso Bangladesh e Pakistan, ma anche per il Sudamerica, ad esempio il Perù. In questi casi la procedura è però ulteriormente complessa, perchè si devono utilizzare i voli intercontinentali con la scorta dei poliziotti che al ritorno devono viaggiare per contratto in prima classe. Il costo non è mai inferiore ai 10mila euro anche se le risorse vengono in gran parte compensate con i fondi europei.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: governo | Commenta »

I POPULISTI ITALIANI ODIANO LA SCORTA MA CE L’HANNO

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

SALVINI SCORTATO A CERNOBBIO DA BLINDATI, ELICOTTERO, VEDETTE DELLA POLIZIA, MOTO D’ACQUA E SOMMOZZATORI: MA GLIELO HANNO CHIESTO ANCHE QUESTO 60 MILIONI DI ITALIANI?

«La storia delle scorte pazze è una vergogna tutta italiana. Non si tratta solo di sprechi, si tratta di privilegi e di forze dell’ordine sottratte al loro compito. Quello di difendere i cittadini, non i potenti»: parole (e musica) di Alessandro Di Battista, all’epoca in cui il MoVimento 5 Stelle fustigava i costumi altrui.
Eppure, spiega oggi Sergio Rizzo su Repubblica, lo spettacolo dei politici scortati non si è certo concluso con l’avvento del governo gialloverde.
Anzi: il meeting di Cernobbio organizzato dal Forum Ambrosetti ha riportato alla mente scene già  viste in altre epoche:
Per non parlare della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, accompagnata da sei (tanti ne abbiamo contati) guardaspalle e seguita fin dentro alla sala dove si svolgeva il convegno a porte chiuse da tre di loro, intenti a osservare guardinghi per tutto il tempo le mosse del gruppo di amministratori delegati, banchieri, manager, opinionisti, osservatori e personalità  estere, tutti intenti ad ascoltare e prendere appunti. Disarmati, ovviamente.
Che dire, poi, della sua collega della Pubblica amministrazione, la mite Giulia Bongiorno, avvocata, seguita come un’ombra da un paio di “marcantoni”?
Roba da far impallidire, fatte le debite proporzioni, gli apparati dedicati al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, o al reggente presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
E poi, racconta sempre Rizzo, dopo Di Maio e i carabinieri di Pomigliano è arrivato anche Matteo Salvini, la cui autorevole personalità  era difesa da ben tre tipi di scorte:
Quello terrestre, con uno spiegamento di blindati e uomini armati agli incroci dell’unica angusta strada che conduce a villa D’Este.
Quello aereo, con un elicottero i cui occupanti si assicuravano di tanto in tanto che giù in basso tutto filasse per il verso giusto.
E quello acquatico, dove le vedette della polizia erano supportate da agenti in divisa sulle moto d’acqua, attenti a non travolgere con le loro evoluzioni i sommozzatori (sommozzatori!) incaricati di ispezionare i fondali del lago fra l’indifferenza di pesci e papere.
Difficile dire quanti addetti alla sicurezza dei cittadini siano stati impegnati tre giorni consecutivi, in un crescendo travolgente di uomini e mezzi, per «difendere i potenti». Ma a rileggere certi proclami di sobrietà  e le denunce indignate di chi ha dichiarato guerra senza quartiere alle vergogne italiane, e poi trovarsi di fronte a un tale tripudio di auto blu, macchine di scorta e pretoriani vestiti di nero, è inevitabile un’amara riflessione.
Cioè che il potere rischia di essere sempre uguale a sè stesso, nel caso in cui non si mettano davvero in discussione i suoi codici, i suoi rituali, e anche i suoi ingiustificati privilegi.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: la casta | Commenta »

ELEZIONI SVEZIA: I NEONAZISTI NON SFONDANO E SONO SOLO IL TERZO PARTITO CON 62 DEPUTATI

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

COALIZIONE DI CENTRODESTRA MODERATO E QUELLA SOCIALDEMOCRATICA ENTRAMBE INTORNO AI 143-144 SEGGI

Stavano nello stesso gruppo al Parlamento Europeo con i Cinque Stelle e l’Ukip di Nigel Farage gli Sverigedemokraterna: i Democratici Svedesi protagonista del grande allarme dei media sull’”esplosione del neonazismo in Svezia” .
Ma poi dallo scorso 3 luglio sono passati ai Conservatori e Riformisti: lo stesso gruppo di cui fanno parte non solo i conservatori britannici di Theresa May, ma anche altri due partiti scandinavi considerati anti-stranieri. Cioè il Perussuomalaiset, “Partito dei Finlandesi”; e il Dansk Folkeparti, il Partito Popolare Danese.
Una cosa che va ricordata è che come i Democratici Svedesi sono ora diventati il terzo partito in Svezia, così anche il Partito dei Finlandesi e il Partito Popolare Danese sono oggi nei rispettivi Paesi il secondo partito.
Come d’altro è terzo partito in Norvegia il Fremskrittspartiet, “Partito del Progresso”: è il loro omologo, e non sta con i Conservatori e Riformisti a Strasburgo semplicemente perchè la Norvegia ha detto due volte no all’Europa per referendum. Una seconda cosa è che in tutti questi Paesi i conservatori storici non stanno oggi a Strasburgo con i Conservatori e Riformisti ma con il Ppe: i Moderati svedesi come la Coalizione Nazionale finlandese e il Partito Popolare Conservatore Danese.
C’è però un’importante differenza.
In Norvegia, in Danimarca e in Finlandia tutti e tre questi partiti “anti-immigrati” stanno coi governi di centro-destra. Il Partito del Progresso norvegese sta addirittura in coalizione organica con la Destra, i conservatori storici, che sono il secondo partito. In Finlandia c’è un tripartito tra il Partito di Centro, primo partito affiliato ai liberali dell’Alde, il Partito dei Finlandesi e la Coalizione Nazionale, che è il terzo partito. In Danimarca il Partito Popolare appoggia dall’esterno la coalizione tra liberali e conservatori.
Insomma, la grande differenza tra Svezia e resto della Scandinavia è che si trattava non solo dell’ultimo Paese in cui i socialdemocratici erano ancora al governo, ma anche dell’unico Paese in cui il centro-destra storico non voleva avere niente a che vedere con il partito “anti-immigrati”, e anche dell’unico Paese in cui in effetti le politiche sull’accoglienza non erano state drasticamente ristrette.
Dal 2012 sono ben 400.000 i richiedenti asilo che la Svezia ha accolto: una massa di gente che secondo i Democratici Svedesi avrebbe fatto saltare lo storico sistema di welfare.
In gran parte, è un problema di scansione temporale. Mentre infatti il Partito del Progresso esiste in Norvegia dal 1973, il Partito Popolare Danese nasce nel 1995 dalla scissione di un altro partito che esisteva dal 1972 e il Partito dei Finlandesi è erede di una formazione che con vari nomi esisteva addirittura dal 1959, i Democratici Svedesi esistono solo dal 1988, e non sono entrati al Riksdag che nel 2010. Insomma, in Svezia sta accadendo un po’ dopo quello che in tutti gli altri Paesi scandinavi era avvenuto con largo anticipo.
Va detto che i Democratici Svedesi avanzano, ma non fino ai massimi che si poteva intravedere da vari sondaggi: dal 12,9 al 17,6%, salgono da 42 a 62 deputati, ma non riescono a togliere la palma di secondo partito ai Moderati.
Gli stessi Moderati è vero che sono in grave flessione: dal 23,3 al 19,8%, e da 83 deputati a 70.
Però le loro perdite sono più che compensate dall’avanzata di tutti i partiti loro alleati: il Partito di Centro dal 6,1 all’8,6 e da 22 a 31 seggi; i Democratici Cristiani dal 4,6 al 6,4% e da 16 a 23 seggi; e anche i Liberali   salgono dal 5,4 al 5,5%, pur se rimangono stabili sui 19 seggi.
I sondaggi davano comunque i Moderati al 17-18%, il Partito di Centro all’8-10, i Democratici Cristiani al 6-7, i liberali al 6-6,5.
L’Alleanza dei quattro partiti del centro-destra sale così nel suo complesso da 140 a 143, che però è lontano dai 175 che ci vogliono per fare maggioranza.
La sinistra ha però appena un seggio in più. Nel dettaglio il Partito Socialdemocratico Laburista del primo ministro Stefan Là¶fven resta il primo partito, ma con un risultato che è il suo minimo dal 1908: dal 31% con 113 seggi al 28,4% con 101.
È comunque il massimo rispetto a una forchetta di sondaggi che lo dava tra il 23 e il 28, e molto meglio di altri partiti socialdemocratici europei, anche se anch’esso sembra ormai investito dal cattivo momento di questa famiglia politica.
Malissimo vanno i Verdi, l’altro partito di governo. Stavano al 6,9 con 25 seggi, i sondaggi gli davano un 5-6,2, stanno al 4,3 con 15 seggi.
Non al governo, si è avvantaggio il Partito di Sinistra, ex-comunisti: avevano il 5,7 con 21 seggi, i sondaggi gli accreditavano fino al 10, ha avuto il 7,9 con 28 seggi.
Insomma, sembra evidente che i Democratici Svedesi hanno preso più dal tradizionale elettorato socialdemocratico che non da un centro-destra rimasto relativamente compatto, pur con redistribuzioni al suo interno. E a questo punto la loro crescita rende però impossibile formare un governo secondo le tradizionali formule. Quindi, o il centro-destra trova un accomodamento con i i Democratici Svedesi simili a quelli che abbiamo appunto visto in essere in Norvegia, Finlandia e Danimarca: o dovranno essere i socialdemocratici a convincere ad esempio il Partito di Centro.
C’è poi la notizia dell’alta tensione in alcuni seggi elettorali, dove elettori e giornalisti sono stati aggrediti da esponenti di gruppi neonazisti. Alcuni membri del Movimento della resistenza nordica hanno fatto irruzione, durante le operazioni di voto, a Boden, Ludvika e Kungalv, creando panico tra i cittadini in coda. Sembra poi che un altro gruppo di estrema destra, Alternativa per la Svezia, abbia infranto il silenzio elettorale con diversi messaggi su Twitter. Non si tratta dei Democratici Svedesi, ma di altri gruppi; che magari li votano pure, ma che sono esterni al partito. Sono episodi quantitativamente minori, ma qualitativamente gravissimi in un Paese come la Svezia.

(da “NextQuotidiano”)

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DOCENTI IN RIVOLTA CONTRO GIARRUSSO CONTROLLORE DI CONCORSI

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

“NON SI AFFIDA A UN INCOMPETENTE IL CONTROLLO DEI COMPETENTI”

La genialata del sottosegretario Fioramonti su Dino Giarrusso controllore di concorsi universitari sospetti continua a riscuotere il giusto grado di derisione e allarme nel mondo accademico italiano.
Repubblica oggi racconta che a muoversi è la Consulta della Filosofia con una lettera inviata al ministro dell’istruzione Marco Bussetti e allo stesso Fioramonti:
La lettera è pronta e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e il suo sottosegretario Lorenzo Fioramonti la riceveranno nei prossimi giorni. Firmata, per adesso dalla Consulta di Filosofia, “portavoce” dello sconcerto, anzi della rabbia che sta montando in gran parte degli atenei italiani contro la nomina dell’ex Iena Dino Giarrusso a “controllore” dei concorsi universitari.
«Chiederemo al ministro di ritirare quella nomina così evidentemente incongrua» spiega Paolo D’Angelo, direttore del dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’ateneo Roma Tre e membro del Cun, il consiglio universitario nazionale. «Come si può dare l’incarico di di “controllore” dell’università  a un signore che non ha alcun merito culturale, ma è noto unicamente per una peraltro discussa notorietà  mediatica? È una umiliazione gratuita a chi nell’università  insegna e fa ricerca».
Ma dopo i primi giorni di sconcerto e di sdegno da alcuni atenei è partita la controffensiva. Aggiunge Paolo D’Angelo: «Il messaggio che il Governo sta mandando al Paese è gravissimo.
Affidare a un incompetente il controllo dei competenti. Pensate alle campagne mediatiche di Giarrusso contro i vaccini, ai suoi scontri con Roberto Burioni, alle fantasiose cure anticancro che la sua trasmissione ha sostenuto. Ebbene, come può chi mostra un atteggiamento così antiscientifico vigilare sulla correttezza, ad esempio, di un concorso di immunologia?».

(da “NextQuotidiano”)

argomento: Costume | Commenta »

IL M5S BALLA LA TARANTELLA SUL TAP

Settembre 10th, 2018 Riccardo Fucile

ORA FANNO DI NUOVO FINTA DI ESSERE CONTRO L’OPERA, POI FINIRA’ COME PER L’ILVA, CON BUONA PACE DI CHI HA CREDUTO ALLE LORO PROMESSE

È credibile un MoVimento 5 Stelle che si rimangia ogni parola su ILVA e poi punta a dire no al TAP?
«Il Movimento 5 stelle era ed è no Tap», dice Luigi Di Maio alla Fiera del Levante di Bari mentre la ministra per il Sud Barbara Lezzi torna per la millesima volta sull’argomento dicendo che l’opera non è strategica e dimenticando che in altre occasioni aveva affermato che i contratti erano firmati.
E ora il M5S è di nuovo contrario al TAP
Le ansie di Di Maio, lo sappiamo, sono prima di tutto elettorali. La Lega vola da tempo nei sondaggi e stacca il M5S che intanto finisce sulla graticola per aver illuso i no-vax sulle vaccinazioni obbligatorie e soprattutto per l’indegna tarantella scatenata su ILVA: il vicepremier ha tentato la carta dei giochetti politici parlando di contratti blindati che non poteva firmare quando l’Avvocatura dello Stato è tornata a ribadire che la responsabilità  di annullare eventualmente la gara sarebbe stata del ministro.
Di Maio non ha voluto fermare la vendita ad Arcelor-Mittal perchè sarebbe finito nei guai e nei tribunali con ottime chances di sconfitta rovinosa e la rabbia dei tarantini si è riversata sugli eletti M5S in zona, che prima sono stati mandati a promettere e poi hanno dovuto rimangiarsi tutto.
E la TAP? Ecco cosa dice Barbara Lezzi in un’intervista alla Stampa:
«Stiamo arrivando ad una decisione secondo le modalità  previste dal Contatto di governo. Stiamo ultimando l’analisi di costi e benefici e sul tema ci confronteremo con la Lega. Ma è sempre più evidente che si tratta di un’opera che non è strategica nè per la Puglia nè per l’Italia. Il 90 per cento del gas portato da Tap andrà  venduto al resto d’Europa e in ogni caso l’accordo a suo tempo concluso con questa multinazionale si concretizzò violando alcuni principii. Anzitutto quello della libera concorrenza, sancito da una direttiva europea. Grazie a questa deroga concessa a Tap, di costi minori per gli utenti potrebbero non essercene. Anzi. Tap potrebbe remunerare il capitale che ha investito nella costruzione dell’opera, proprio gravando sulle bollette».
In realtà  è nel trattato internazionale che regola TAP che è stata sancita una deroga al principio di libera concorrenza: nessuna violazione.
La Lezzi ne è consapevole perchè lo ha detto in un’altra intervista. Ma le argomentazioni della ministra sono molto simili a quelle che lei stessa aveva portato a In Onda qualche tempo fa, scatenando l’ilarità  generale soprattutto per il teorema dell’asciugamano sul gasdotto.
Ovvero si tratta di sciocchezze dette con l’intenzione di portare confusione in un dibattito in cui, come per l’ILVA, è già  tutto deciso: l’acciaieria non è stata chiusa da nessuno nonostante le procedure aperte e i tempi dilatati (con costi a carico dello Stato); il TAP si farà  come ha assicurato Giuseppe Conte a Donald Trump e come vuole anche l’alleato di governo della Lega.
Ci aspettano altri giorni di dichiarazioni di fuoco, prese di posizione urticanti, penultimatum fondamentali al termine dei quali non succederà  niente.
E alla fine viene anche il dubbio: ma queste gag ripetute come le torte in faccia nei film muti non rischiano prima o poi di far capire che è tutta una recita anche agli irriducibili?

(da “NextQuotidiano”)

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