Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
FERMATI DUE IMPRENDITORI, HANNO USATO MATERIALI NON IDONEI PER RISPARMIARE
Sequestrati dai carabinieri la nuova ala di una scuola di Sperlonga e una palestra di un liceo di Gaeta, in provincia di Latina, perchè ritenuti costruiti senza fondamenta per risparmiare sui costi dei lavori per un appalto vinto con un’offerta a ribasso. Arrestati nell’operazione due imprenditori, padre e figlio, con le accuse di corruzione, turbata libertà degli incanti, frode in pubbliche forniture e truffa.
Le indagini sono partite dall’operazione “Tiberio”, che a gennaio 2017 aveva portato all’esecuzione di 10 misure cautelari per reati contro la P.A.
Pietro e Francesco Ruggeri, della ditta Dr costruzioni avevano ottenuto l’appalto per la realizzazione di una nuova ala del plesso scolastico Alfredo Aspri di Sperlonga e per l’ampliamento della palestra del Liceo Enrico Fermi di Gaeta.
Il tramite degli imprenditori era Isidoro Masi, ex responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Sperlonga ed ex funzionario della Provincia nel settore della scuola, già arrestato nell’inchiesta Tiberio del 2017.
Nel caso del plesso di Sperlonga, per vincere l’appalto, la ditta aveva presentato un’offerta fuori mercato e per risparmiare ha eseguito lavori difformi dal progetto. In particolare, le perizie hanno rivelato che non erano state realizzate le fondamenta, che avrebbero dovuto essere di almeno un metro e mezzo.
Difformità sono emerse anche per il solaio, le cui traverse avrebbero dovuto essere spesse 22 centimetri ed erano invece di 12 centimetri.
“Era una scuola destinata a crollare addosso ai ragazzi”, ha detto il colonnello Gabriele Vitagliano, comandante provinciale dei carabinieri di Latina. Il cantiere della struttura è stato sottoposto a sequestro.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
SARA’ UN DIFENSORE PADANO DELLA FAMIGLIA TRADIZIONALE?
Una storia incredibile ma terribilmente vera. Una ragazzina di 15 anni ha chattato per quasi un
anno con un uomo più grande di lei, di cui conosceva solo il nickname, scambiando messaggi e foto hot. Ma non sapeva che si trattava del padre.
All’inizio i due si scambiavano solo messaggi, poi le conversazioni sono diventate sempre più a sfondo erotico.
Fino alle foto, in cui la giovane si presentava in pose osè. Mesi e mesi di messaggi di questo tipo, fino alla decisione di incontrarsi.
Un appuntamento al buio e la scoperta sconvolgente: dall’altra parte della chat c’era sempre stato suo padre. Era lui l’uomo con cui aveva parlato di sesso e al quale aveva inviato ‘messaggi spinti’ ed espliciti
A far emergere questa drammatica storia, avvenuta nella provincia bergamasca, è stato Enrico Coppola, presidente dell’Aga (Associazione genitori antidroga). “La ragazzina, traumatizzata da questa storia – – ha detto Coppola – si è confidata con la psicologa della scuola che poi ha riferito all’associazione quanto accaduto. Non ci era mai capitato di imbatterci in una cosa del genere”.
“La mamma della 15enne – ha sottolineato Coppola – si è subito separata dal marito per tutelare la figlia e ha cambiato scuola e ambiente. Purtroppo sempre più spesso capita che adolescenti chattino online con persone più grandi ma anche con coetanei con i quali arrivano a scambiarsi foto e video osè spingendosi fino alla prostituzione. E non è raro a questo punto che scatti il ricatto. Non sempre i giovani coinvolti riescono a confidarsi, cadendo nella trappola del cyberbullismo. Qualcuno ci pensa soltanto, ma non sono pochi negli ultimi tempi quelli che si tolgono la vita”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
IL FIGLIO GIANLUCA FU UCCISO NEL 2005, LUI E’ MORTO UN MESE FA
Un cumulo di terra che ricorda una sepoltura lasciato di fronte al negozio di famiglia. Una croce di sigarette, della marca e del tipo che Mario Congiusta ha fumato tutta la vita.
Sono due inequivocabili messaggi di morte quelli che negli ultimi giorni si sono visti recapitare i familiari di Mario Congiusta, figura simbolo dell’antimafia della Locride, spentosi meno di un mese fa dopo oltre 13 anni battaglia civica e giudiziaria per dare un nome all’assassino del figlio Gianluca.
Giovane imprenditore di Siderno, piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, Gianluca Congiusta per i magistrati è stato ucciso il 24 maggio del 2005 per la sua determinazione a denunciare il tentativo di riorganizzazione del clan Costa in paese.
Ufficialmente scomparsi da Siderno dopo la feroce faida con i Commisso, nei primi anni Duemila, in silenzio i Costa stavano tornando in paese. Tessevano alleanze, in segreto facevano estorsioni. Ne era stato vittima anche il suocero di Gianluca, che lo aveva confidato al ragazzo. E lui non aveva intenzione di rimanere in silenzio, Gianluca quel sopruso lo voleva denunciare. Ma lo hanno fermato prima con tre colpi di pistola.
Questa la ricostruzione dei magistrati che ha portato più volte alla condanna del boss Tommaso Costa, Individuato come responsabile dell’omicidio del giovane imprenditore sidernese per ben due volte, sia in primo grado, sia in appello. Ma per la Cassazione non c’erano sufficienti elementi per arrivare ad una condanna.
Qualche mese fa, gli ermellini hanno deciso per un annullamento delle precedenti sentenze, senza rinvio ad altro tribunale per un nuovo esame del procedimento.
Il boss Tommaso Costa è all’ergastolo, per associazione mafiosa ed altre condanne, ma per la giustizia dei tribunali, l’uomo che ha deciso la morte di Gianluca non ha ancora un nome.
Suo padre invece ne era convinto, sapeva che a decretare la morte del figlio erano stati i vertici del clan Costa e per anni lo ha denunciato, nelle piazze, nelle scuole, nei tribunali.
Bassino, magrissimo, sempre con cappello e occhiali, Mario Congiusta, a Reggio Calabria e nella Locride, è diventato una figura tanto nota quanto scomoda, perchè non ha mai esitato nel puntare il dito contro il boss Costa e il suo clan nei processi, nè si è tirato indietro nel denunciare pubblicamente la dittatura dei clan.
Un esempio pericoloso per la ‘ndrangheta della Locride, i cui uomini oggi sembrano volersi assicurare che nessuno raccolga il testimone della battaglia di Mario. Soprattutto fra i suoi familiari.
Dal giorno della sua morte, la moglie e le figlie di Mario Congiusta sono state costrette a denunciare una lunga serie di minacce e intimidazioni, più o meno gravi. Quando la notizia è trapelata, chi ha deciso di terrorizzarle è tornato a colpire con quella croce di sigarette, lasciata sull’uscio di casa per dimostrare che neanche lì la moglie e le figlie di Mario sono al sicuro.
Una prova di forza — si commenta in ambienti investigativi — con cui qualcuno ha voluto dimostrare di infischiarsene della straordinaria ondata di solidarietà che si è generata quando si è saputo che la famiglia Congiusta è nuovamente sotto attacco.
Attorno alla moglie e alle figlie di Mario, si sono stretti gli attivisti di associazioni e comitati di base, come il movimento antimafia Reggio Non tace, alcuni sindaci, moltissimi cittadini.
“I soliti ignoti-noti sappiano che i Congiusta non sono soli” scrive su facebook, don Pino De Masi, uno dei responsabili di Libera del reggino.
La politica invece tace. Come un mese fa ha disertato il funerale di Mario Congiusta, oggi sembra aver abbandonato i suoi familiari.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
NEL MARZO 2005, IL LEADER LEGHISTA GUIDAVA LA RIVOLTA CONTRO IL TRATTAMENTO DI FAVORE RISERVATO ALLA SOCIETA’ DI LOTITO CHE OTTENNE DI SPALMARE IL DEBITO IN 23 ANNI
Corsi e ricorsi. Un debito dilazionato in comode rate. 
Non parliamo di quello della Lega, dopo la sentenza sulla truffa dei rimborsi elettorali dal 2008 al 2010. Ma di un debito più antico e ancora più robusto.
Quello della società sportiva Lazio che nel 2005 ottenne, in virtù dell’applicazione di una legge del 2002, la dilazione in 23 anni del debito da oltre 140 milioni accumulato con il fisco (un trattamento in fondo ben più severo rispetto agli 80 anni per ripagare 49 milioni di euro concessi al Carroccio).
Solo che a quei tempi Matteo Salvini, allora europarlamentare della Lega Nord, era dall’altra parte della barricata. Letteralmente. E guidava la protesta davanti alla sede della Lega calcio, in via Rosellini.
Ecco cosa raccontava l’agenzia Ansa quel giorno: Al grido di ”Lazio fallita, Padania salvata”, l’europarlamentare leghista Matteo Salvini ha spiegato che ”i cittadini del Nord sono contrari a qualsiasi ipotesi di decreto spalmadebiti per le società di calcio, e anche a quelle norme che hanno consentito alla Lazio di Lotito di dilazionare i suoi debiti con il fisco”.
“Le norme fiscali che prevedono sconti o dilazioni nei confronti del fisco – ha spiegato Salvini – vanno cancellate. Cancellate per tutti a prescindere dal calcio. Al piccolo imprenditore – ha aggiunto Salvini – i debiti fiscali non li toglie nessuno”.
La delegazione dei militanti leghisti, una decina di persone, ha esposto davanti al portone della Lega un lungo striscione con la scritta: ”Il calcio paghi tutti i suoi debiti, nessuno sconto ai signori del pallone”.
Questo nel 2005. Tredici anni prima delle attuali disavventure del Carroccio nelle aule giudiziarie.
Il primo a ricordare il caso è Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri e coordinatore nazionale di Italia in Comune, lo schieramento di sindaci di cui fa parte anche Federico Pizzarotti.
“Il segretario della Lega tira un sospiro di sollievo per l’accordo raggiunto con la procura di Genova che sequestrerà centomila euro a bimestre per ottant’anni ma, come spesso gli capita, dimentica gli attacchi pesanti sferrati alla Lazio e al presidente Claudio Lotito quando, nel lontano 2005 questi sottoscrisse con l’Agenzia delle Entrate la dilazione del debito della società di calcio”.
Il debito della Lazio era il triplo di quello della Lega e l’accordo raggiunto col Fisco prevedeva rate corpose da saldare in 23 anni. La soluzione raggiunta dalla Lega prevede invece una dilazione in 80 anni.
“Come a dire – chiosa Pascucci – che il vero motto di Salvini è prima i leghisti, poi gli italiani”.
O tempora, o mores! Tredici anni dopo proprio la Lega propone alla procura di Genova di rateizzare quel che resta dei 49 milioni che il Carroccio deve restituire allo Stato per un importo di 600mila euro l’anno: 456 rate e 76 anni di tempo per restituire allo Stato il dovuto. Al confronto, Lotito impallidisce e scompare.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
MA ALLORA PERCHE’ SE LA PRENDE CON TRIA, VISTO CHE LUI SA DOVE TROVARLI?
Ieri il vicepremier Luigi Di Maio ha nuovamente attaccato il titolare dell’Economia Giovanni Tria dicendo che «un ministro serio trova i soldi».
Di Maio non vuole chiedere le dimissioni di Tria ma non ha usato mezzi termini: «pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà . Gli italiani in difficoltà non possono più aspettare, lo stato non li può più lasciare soli e un ministro serio i soldi li deve trovare».
Una posizione interessante quella del Capo Politico del MoVimento 5 Stelle, che fino a qualche tempo fa sembrava aver trovato tutte le coperture necessarie per realizzare il suo fantasmagorico programma di governo
Quando Di Maio aveva trovato un miliardo per Roma e 30 miliardi di sprechi da tagliare
Abbiamo così imparato che i ministri seri sono quelli che trovano i soldi mentre i candidati premier (che poi diventano ministri) possono promettere di aver trovato tutti i soldi necessari senza essere accusati di non essere ministri seri.
Si dirà , in campagna elettorale si promettono tante cose. Però c’è da aggiungere che quello di Di Maio è un vero e proprio vizio.
I romani ancora si ricordano di quando nel 2015 aveva detto che il MoVimento 5 Stelle aveva trovato (nemmeno promesso di trovare, li avevano proprio trovati) un miliardo di euro di sprechi e privilegi da tagliare che si potevano utilizzare per risanare il bilancio della Capitale.
Qualche mese dopo, nel febbraio del 2016, la cifra “trovata” dal M5S era aumentata di duecento milioni di euro.
Di Maio concludeva dicendo “metteteci alla prova”. I cittadini romani hanno accolto l’invito. Quei soldi, come è noto, non sono mai saltati fuori e nessuno ha rinfacciato a Di Maio o al Presidente della Commissione sula Revisione della Spesa, che nel frattempo è diventato assessore allo Sport della Capitale di essere dei “politici poco seri”.
Ma i soldi per il governo di Roma non hanno nulla a che fare con i molti miliardi necessari per il Documento di Economia e Finanza. Vero.
Infatti prima e dopo le elezioni Luigi Di Maio spiegava che il M5S aveva trovato il modo di recuperare 30 miliardi in venti minuti, il tempo di convocare una seduta del Consiglio dei Ministri e approvare un decreto legge.
Da quando il governo del cambiamento si è insediato il Consiglio dei Ministri si è riunito diciannove volte ma non ha ancora trovato quella ventina di minuti per approvare quel decreto con cui Di Maio prometteva di trovare trenta miliardi di euro.
Quando il MoVimento raccontava di aver trovato 70 miliardi di euro di coperture per il programma
In tutto questo Di Maio è ancora considerato un ministro serio (nonostante la figuraccia rimediata sull’Ilva dopo aver promesso letteralmente qualsiasi cosa).
Oggi la situazione è questa: i soldi che secondo il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico erano già nelle disponibilità del suo governo non ci sono.
La colpa però non è di chi si è inventato l’esistenza di quei soldi, la colpa è di un ministro che non è ancora stato in grado di trovarli.
La questione potrebbe far sorridere, se non fosse drammatica. Ma se non altro rivela l’estrema disinvoltura con la quale il MoVimento 5 Stelle mente agli italiani.
Perchè il M5S l’ha detto fino allo sfinimento di aver trovato i soldi, spiegando che le coperture per realizzare il suo programma di governo c’erano eccome.
A gennaio sul Blog delle Stelle il M5S spiegava che «i soldi ci sono, eccome, in un bilancio da 800 miliardi» per trovarli era sufficiente «avere lungimiranza e, appunto, le mani libere da condizionamenti di lobby e gruppi di interesse».
Cosa ne dobbiamo dedurre, ora che i soldi non si trovano? Che chi è al governo non ha lungimiranza e non ha mani libere dai poteri forti e dalle lobby? Ahia.
Il MoVimento 5 Stelle all’epoca annunciava di aver trovato il modo di recuperare 70 miliardi di coperture annue a regime.
Una montagna di soldi che era già tutta lì, bastava solo prenderla, senza aumentare le tasse o tagliare le spese (ad eccezione di quelle inutili e degli sprechi).
Superamento della Fornero, reddito di cittadinanza, “shock fiscale” con introduzione di tre aliquote. aumento della no-tax area, taglio delle accise. Era già tutto lì. Ed è quello che vuole fare anche il governo del cambiamento. Eppure ora i soldi non si trovano.
In molti avevano evidenziato come i conti fossero sballati, soprattutto quelli relativi al reddito di cittadinanza e al gettito dalla spending review.
Eppure a difendere la lista delle coperture per il programma era sceso in campo Lorenzo Fioramonti nientemeno che il ministro dello sviluppo economico in pectore nel governo Di Maio (e poi “retrocesso” a vice-ministro dell’Istruzione).
Durante un’epica apparizione a Otto e Mezzo Fioramonti continuò a dire che quei soldi c’erano anche se curiosamente si rifiutò di dire dove sarebbero stati fatti i tagli.
Ma gli italiani dovevano fidarsi perchè «Noi abbiamo una storia. Il MoVimento 5 Stelle è un partito che ha credibilità da questo punto di vista. Riduzione massiccia dei costi della politica. Lo abbiamo dimostrato già nel tempo e possiamo farlo. A differenza degli altri partiti non abbiamo clientele» (per inciso una delle idee era quella di tassare di più chi ha le concessioni autostradali, che il governo ora vorrebbe nazionalizzare).
Oggi quella credibilità tanto sbandierata il M5S non l’ha più. Alla fatidica prova dei conti tutti quei miliardi, che a volte secondo convenienza erano calcolati su base annua e a volte spalmati sul periodo della legislatura, non ci sono.
Prima o poi un ministro serio dovrà raccontarlo agli elettori.
(da “NextQuotidiano“)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
SALVINI ARRANCA: “MAI DETTO CHE GLI IMMIGRATI SONO SCHIAVI, I GIORNALISTI HANNO TRADOTTO MALE”
L’Unione Africana esprime “sconcerto” per le frasi del vice premier e ministro dell’Interno
Matteo Salvini che, afferma l’organizzazione, “nella recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi”.
“L’Unione Africana – si legge in un comunicato dell’organizzazione postato online – chiede al vice premier italiano di ritirare la sua sprezzante affermazione sui migranti africani”.
L’Unione Africana, criticando la posizione del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla questione dei migranti, “invita l’Italia a seguire l’esempio e sostenere altri Paesi membri dell’Unione europea, come la Spagna, che hanno dato sostegno e protezione ai migranti in difficoltà , indipendentemente dalla loro origine e status legale, prima che il loro status per l’ammissione venisse determinato”.
In una nota postata online, la commissione dell’organizzazione dei Paesi africani afferma inoltre che “l’emigrazione dall’Italia negli ultimi due secoli è stata il più importante caso di migrazione di massa nella Storia moderna dell’Europa”, poichè “dal 1861 al 1976 oltre 26 milioni di persone hanno lasciato il Paese” e “l’Italia ha beneficiato grandemente di questa gigantesca diaspora attraverso le rimesse e il commercio”.
Per Salvini “non c’è niente di cui scusarmi” con l’Unione africana “e smentisco qualsiasi equiparazione tra immigrati e schiavi. Se qualcuno volesse pensar male, forse c’è stato un difetto della traduzione francese”.
Tipico di chi tira il sasso e poi ritira la mano.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
FINIRANNO DI PAGARE NEL 2094 ( SE ESISTERANNO ANCORA)… CHISSA’ COME MAI AI COMUNI MORTALI NON E’ CONCESSO QUESTO TRATTAMENTO DI FAVORE
Ma alla fine la Lega in quanti anni rateizzerà gli ormai famosi 49 milioni che deve restituire allo Stato?
Ieri c’è chi ha parlato di 81 anni, calcolando come ancora tutti da restituire i soldi ma non è così: una parte è stata già sequestrata durante le indagini e dopo la sentenza.
Ma a quanto ammonta il totale? Secondo le informazioni che avevamo raccolto all’epoca erano 8,7 i milioni già recuperati dai magistrati, così suddivisi: 2 milioni di euro trovati su un conto di Bossi e Belsito, 2 milioni bloccati sui conti della Lega Nord e il versamento di un quinto della pensione da parlamentare di Umberto Bossi insieme a terreni e immobili sequestrati a Gemonio.
Restavano da restituire quindi circa 40 milioni di euro, che al ritmo di 600mila euro l’anno avrebbero richiesto poco più di sessantasei anni per restituire tutto.
Ma, scrive oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, i soldi sequestrati alla Lega e collegati alla vicenda ammontano invece a tre milioni di euro.
Dando per corretto il punto di partenza, gli anni a questo punto diventano 76 e il piano di rientro terminerà nel 2094.
Lo stesso calcolo lo fa il Fatto Quotidiano nell’articolo di Ferruccio Sansa e Davide Vecchi, che ci informa che le rate sono 456.
Sempre il Corriere fa sapere che l’unica speranza di fare più in fretta è riposta nell’esito delle indagini per riciclaggio sulla destinazione dei soldi che risultano spariti e in parte potrebbero essere finiti in Lussemburgo.
L’attuale tesoriere Giulio Centemero nell’istanza che offre la restituzione della cifra ma premette che «l’esecuzione immediata del provvedimento di sequestro avrebbe l’effetto di determinare l’impossibilità della Lega Nord di svolgere le proprie funzioni e comprometterebbe la sua stessa esistenza per totale mancanza di risorse».
Nel documento si dice che nel 2017 «la Lega ha avuto proventi per 2,9 milioni di euro ma nel bilancio ha registrato un disavanzo di oltre 1 milione e 100mila euro».
Il nucleo della Guardia di Finanza guidato dal colonnello Michele Cintura ha rintracciato 140 mila euro per le spese correnti che sono già finiti sotto sequestro. «Pagheranno i parlamentari per eventuali reati commessi 10 anni fa da chi c’era prima di me. I parlamentari cacceranno fuori ogni mese il cash», ha detto ieri Salvini a «Dimartedì» su La7.
Fino al giorno prima c’era un complotto di magistrati contro gli eletti. Il giorno dopo è scoppiata la pace.
Una rateizzazione ti salva la vita, e soprattutto ti cambia l’umore.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
NON BASTAVA LA CONDANNA PER BANCAROTTA, ORA PURE IL CURRICULUM CON INDICATE UNIVERSITA’ CHE NEGANO DI AVERLO AVUTO COME DOCENTE
Nei giorni scorsi Gaetano Intrieri, esperto assunto da Danilo Toninelli al ministero delle
Infrastrutture, è finito nei guai per una condanna per bancarotta ricevuta nella vicenda della compagnia aerea Gandalf.
L’articolo de La Verità che raccontava la vicenda era stato però smentito da un’intervista rilasciata a Daniele Martini del Fatto dallo stesso Intrieri, il quale raccontava di aver pagato lui un debito di Gandalf e quindi poi di essersi ripreso i soldi (429mila euro) e l’intervistatore non gli chiedeva conto di quanto scritto dalla Cassazione nella sentenza (incredibile, trattandosi del Fatto!).
Il giorno dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza di condanna per bancarotta avevano sgomberato il campo: era stato lo stesso Intrieri a confessare di essersi appropriato della somma per regolare un suo debito con Banca Intesa.
Con buona pace delle balle raccontate dalla senatrice M5S Giulia Lupo su Facebook che evidentemente ritiene corretto passare il tempo (“pagata con i nostri soldi”, direbbe Beppe Grillo!) sul social network a fare l’intenditrice di giornalismo invece che ad appurare se le storie che le raccontano sono vere o no.
Oggi Gaetano Intrieri torna agli onori delle cronache grazie al Foglio, che in un articolo a firma di Luciano Capone ci fa sapere che non c’è traccia di un titolo di studio che ha citato nel suo curriculum.
Ma lui su Twitter nega tutto e smentisce il Foglio:
Dalla sua ha il curriculum: avrebbe un Master in business administration (Mba) al Massachusetts Institute of Technology (Mit), una delle più prestigiose università al mondo; avrebbe lavorato per otto anni in McKinsey, una delle più importanti multinazionali della consulenza strategica; sarebbe professore all’Università di Roma Tor Vergata; avrebbe una grande esperienza nella ristrutturazione delle compagnie aeree. Usiamo il condizionale perchè questo è ciò che dichiara l’esperto di Toninelli, ma poco o nulla di tutto ciò corrisponde alla realtà . Partiamo dall’Mba al Mit.
Intrieri scrive sul suo profilo Linkedin di averlo conseguito nel 1989-90 e lo ha ribadito il 17 maggio 2018 in una audizione in Senato sulla vicenda Alitalia (“Ho studiato in America, dove ho avuto la fortuna di frequentare un Mba”) e lo ripete spesso su Twitter.
Il dubbio però sorge quando, proprio sul social network, scrive ripetutamente di essere stato allievo del premio Nobel “Pietro” Modigliani (“Tanto rispetto per Savona, abbiamo avuto lo stesso maestro il più grande di tutti si chiamava Pietro Modigliani”; “Papà con tanti sacrifici mi mandò a studiare in Usa con il numero uno della storia dell’economia finanziaria e della finanza strutturata si chiamava Pietro Modigliani”). C’è un problema: è vero che Modigliani ha vinto il Nobel e che insegnava al Mit, ma non si chiamava Pietro. Si chiamava Franco, come sa chiunque mastichi un po’ di economia.
Il puntiglioso prof. Riccardo Puglisi, economista all’Università di Pavia e cacciatore di titoli accademici gonfiati, che insieme al Foglio ha notato lo svarione, ha scritto al Mit per chiedere se realmente Intrieri abbia preso un Mba: “Non abbiamo traccia di alcun individuo registrato come studente con questo nome”, rispondono da Boston. L’unico Mit dove Intrieri ha messo piede è quello di Roma, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e solo per merito di Toninelli.
Intrieri dice di aver preso, recentemente, un secondo Mba in Bocconi (che in realtà sarebbe il primo), e questo è vero. L’università conferma al Foglio che ha avuto uno studente con quel nome.
Non solo: anche se Intrieri si presenta come professore a Tor Vergata, l’università ha fatto sapere al Foglio che “il dott. Intrieri non è un dipendente del nostro Ateneo. Per il master in Ingegneria dell’impresa ha insegnato fino all’a.a. 2016/2017 per due moduli da tre lezioni ciascuno” e pertanto “non è corretto definirlo docente di Tor Vergata”.
La parte divertente di tutto ciò è che Intrieri ha dato le dimissioni quando si è venuto a sapere della condanna per bancarotta. Toninelli le ha respinte. Lui, invece, su Twitter annuncia querele e nega tutto ciò.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
VACCARO HA BISOGNO DI EMERGERE E SI AFFIDA A ROBOTWITY, SOFTWARE A PAGAMENTO PER AUMENTARE I FOLLOWER
Il senatore Sergio Vaccaro, eletto con in Campania con MoVimento 5 Stelle, è alla sua prima legislatura. Come tanti parlamentari ha bisogno di emergere e di distinguersi, ma soprattutto di accumulare follower su Twitter.
Nel mondo della democrazia diretta in Rete non sei qualcuno finchè non hai un bel gruzzoletto di seguaci che ricevono i tuoi aggiornamenti quotidiani sulla tua attività parlamentare.
Deve essere per questo che il senatore Vaccaro (o chi per lui gestisce l’account Twitter) ha deciso di ricorrere ai poteri forti per incrementare il numero di follower su Twitter.
A segnalare l’operazione è stato l’utente @MPSkino che ieri sera dopo aver ricevuto la notifica che Vaccaro era diventato un suo follower si è accorto della pubblicazione di alcuni strani tweet da parte del senatore.
I cinguettii — che ora sono stati rimossi — facevano tutti riferimento all’utilizzo di RoboTwity, un software a pagamento utilizzato per aumentare in maniera automatica il numero di follower sul social network del canarino blu.
Iscritto a Twitter dal 2010 evidentemente Vaccaro riteneva di avere un numero di seguaci inadeguati al suo incarico politico.
Il problema è che non si è accorto che l’estensione utilizzata per guadagnare nuovi “amici” postava messaggi automatici per farsi pubblicità .
Non è quindi Vaccaro ad aver postato quei messaggi, ma è un indizio molto chiaro del fatto che stesse usando l’estensione.
In uno dei tweet postati tramite RoboTwity il programma si pubblicizza dicendo di essere riuscito a guadagnare 400 nuovi follower in pochi giorni. Ma essendo un messaggio pubblicitario automatico non è detto che corrisponda al vero.
Non sappiamo quanti follower avesse Vaccaro prima di ieri, ma ieri sera ne contava 500 e oggi è salito a 559.
Nel breve periodo di tempo in cui l’account è stato “monitorato” Vaccaro è passato da 500 a 513 follower.
Il senatore pentastellato non è l’unico politico a ricorrere all’aiutino di RoboTwity, basta scorrere la lista degli hashtag per scoprire che anche alcuni esponenti politici venezuelani ne hanno fatto uso in questi ultimi giorni.
L’estensione consente di filtrare i tipi di account a cui fare la richiesta e di rendere più precisa la raccolta del follower ad esempio “pescando” tra i follower dei propri follower. Il prezzo di una licenza è di circa quattro dollari per ogni account Twitter al quale è connessa l’estensione, ma si possono ottenere sconti se la si usa per controllare più account
(da “NextQuotidiano”)
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