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IL BALCONCINO DI PALAZZO CHIGI

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

DI MAIO CHE ACCLAMA I MINISTRI SALARIATI DEL GOVERNO CASALEGGIO… CON CASALINO CHE DISTRIBUISCE BANDIERE COME I BENGALESI VENDONO OMBRELLI AL PRIMO SENTORE DI PIOGGIA

La storia italiana sovente e volentieri si affaccia al balcone.
Il rimando a Mussolini è scontato, ma val la pena citarlo perchè Luigi Di Maio ha fatto molto meglio.
Se Palazzo Venezia era molto lontano dal centro del potere, il vice premier e i suoi, ossia la sua claque ministeriale, hanno fatto uso direttamente del balconcino di Palazzo Chigi, lo stesso che fino a oggi, salvo memoria contraria, aveva ospitato nient’altro che le aste delle bandiere.
Ieri sera, giù, in basso, c’era la manifestazione dei parlamentari, cui a breve si sono aggiunti, diligenti, anche i ministri salariati dello stato a guida Movimento 5 Stelle e, va da sè, della Casaleggio Associati.
Ce l’hanno fatta, la “manovra del popolo” è realtà , il 2,4 brilla ora al centro del tricolore, come già  un tempo lo stemma sabaudo, Leo Longanesi in verità  sosteneva che dovesse campeggiare il motto “Tengo famiglia”, ma anche così non siamo molto lontani dal vero, la fama di retorica sovranista dell’utente medio grillino è al momento soddisfatta, “Avete visto? Avete visto?”, sembra suggerire Di Maio, e in questa sua asserzione c’è soddisfazione ma anche un monito a chi riteneva che il suo partito fosse subalterno, messo all’angolo dall’alleato Salvini, se non condannato a un vero e proprio “facesitting” da parte della Lega colma di argomenti, autoritarismo convincente presso un popolo che non vede poi così male il fascismo nazionale endogeno.
Lì a piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi sembra anche di scorgere il fantoccio del ministro Tria, idealmente virtualmente, appeso in testa in giù, come in un’apoteosi del festa-farina e forca pentastellata.
La cerimonia del balcone segna dunque un punto di svolta anche nel linguaggio plastico del cerimoniale politico del governo odierno, Di Maio si riprende la scena, impalla Salvini momentaneamente, e compie un atto d’arroganza e insieme di propaganda.
Dai, un po’ di storia in questo caso non guasta: il Pci, implicitamente mostrandosi forza di governo, scendeva in piazza dopo che le Brigate Rosse assassinavano il sindacalista comunista Guido Rossa, oppure, tornando ai balconi, i suoi dirigenti si mostravano affacciati in via delle Botteghe Oscure giusto la notte di vittoria elettorale, e lo facevano con sobrietà , mai un Togliatti, neppure da primo ministro, si sarebbe sporto con sicumera a Palazzo Chigi.
E ancor meno lo avrebbero fatto le grisaglie davvero ministeriali democristiane, giusto Berlusconi dal suo Palazzo Grazioli, ma in quel caso si trattava di una variante spettacolare.
Ora i blazer di Di Maio e dei suoi ministri, in nome della “manovra del popolo” ( si sappia che nei social il suddetto Popolo ha subito vestita la maiuscola sovranista) si mostrano ed esultano, quasi catarticamente, la stessa apoteosi, metti, di quando a Napoli si compie il miracolo dello scudetto, tra V di vittoria e un pugno chiuso da ring pugilistico ben sollevato; pochi minuti prima, ordinata e ordinaria processione, come nella gita al santuario, i parlamentari, già  allertati e convocati, avanzano verso la piazza del 2,4 %, appunto riconsacrata per la circostanza, manifestazione, corteo, sfilata così spontanea da portarci a immaginare un Casalino lì dietro l’angolo a distribuire loro le bandiere del MoVimento, come prontamente farebbero i bengalesi con gli ombrelli in vendita al primo sentore di pioggia.
Adesso Di Maio è sceso, si è incarnato, si è fatto capopopolo tra i suoi deputati e senatori, e mostra soddisfazione evidente, un’implicita spettacolare risposta anche, perchè no, a Salvini che finora gli ha occupato la scena, lo ha sadicamente “impallato” con i suoi argomenti da   portatile rionale, e intanto rieccolo il fantoccio di Tria, sempre idealmente, virtualmente, deposto, anzi, sembra di vederlo trascinato dalle auto blu dei Toninelli, dei Fraccaro, dei Bonafede. Forse c’è anche il simulacro dell’ex ministra Fornero.
Avete visto, infami, che ve lo stiamo dando il reddito di cittadinanza? E voi che non ci credevate! Quelli della Ragioneria generale volevano inchiodarci sulla linea del bagnasciuga dell’1,9, e noi siamo invece avanzati fino al 2,4.
Adesso è chiaro chi comanda qui, adesso è chiara la volontà  del popolo, e non saranno quelli di Bruxelles a decidere come debba essere disposto il pallottoliere dei nostri conti.
Così, sia pure per sommi capi, il sottotesto dell’accaduto, demagogia 2.0 che si concede un proprio arengario, un proprio posto al sole, ed ecco anche la quarta sponda del “governo del cambiamento”.
Abbiamo navigato a vista, certo, ma alla fine avete visto dove vi ho portato, sembra ancora dire adesso esplicitamente Di Maio ai suoi deputati che gli stanno intorno e sorridono, se è vero, come abbiamo saputo, che il giorno prima, in una sorta di un Gran Consiglio segreto e insonorizzato, proprio il vicepremier, con tono degno di un celebre caporale d’onore, aveva detto ai suoi gallonati: non eravate niente, sono io che vi ho fatto diventare ministri, e dunque non rompete le scatole, e dunque sorridete e in alto la bandiera.
Quasi un ritorno ai grami primi giorni dei gazebo, che pretende ora una sorta di orgoglio da “antemarcia”.
Non occorre essere grandi semiologi come Roland Barthes, per fare caso a un Di Maio senza cravatta, idem i suoi, retorica iraniana, dove la cravatta è appunto segno di non appartenenza al Popolo.
“Per la prima volta nella storia c’è un governo che mantiene le promesse,” si concede Di Maio e chissà  se ci crede anche lui.
Infine un “Ciao, ragazzi!”. Dove quel “ragazzi” riassume in un unico blocco indistinto (“Famo er blocco?”, suggeriscono al mercato di Porta Portese per venderti tutto il banco) ministri, deputati, senatori e perfino gli inviati dei giornali guardati a vista ora con diffidenza ora con intento ruffiano, da possibil compari.
La sensazione finale è che quando lui e i suoi pronunciano l’acronimo Def non sappiano esattamente di ciò che stanno parlando, un ircocervo estraneo alla dialettica semplificata di un movimento che si nutre ora di analfabetismo istituzionale o di improvvisazione, s’intende con tono piccato, d’altronde il dittatore dello Stato libero di Bananas di Woody Allen insegna: il minuto dopo la presa del potere è doveroso imporre che la biancheria intima sia indossata a vista sugli abiti.
Così si fa nei sistemi plebiscitari, così si fa quando si concede un reddito di cittadinanza, e dunque, sempre implicitamente, ritorna il “vaffa”. Rivolto all’Europa. Altrimenti non sarebbe “la manovra del popolo”, di più, del Popolo.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ECONOMISTA CAZZOLA: “TRIA HA COPERTO IL SEDERE A QUESTI, GIUSTO CHE ORA L’ITALIA BEVA LA SUA COPPA DI VELENO FINO ALLA FINE”

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

“L’UNICA SPERANZA DI LIBERARSI DI QUESTI INCAPACI E’ CHE FALLISCANO”… “LI VOGLIO VEDERE GLI ITALIANI IN FILA AL BANCOMAT A PRELEVARE 50 EURO”

Intemerata furibonda dell’economista Giuliano Cazzola contro il governo gialloverde, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, gli elettori della Lega e del M5s. Ospite de “L’Ialia s’è desta”, su Radio Cusano Campus, Cazzola commenta, in primis, la scelta del titolare del Tesoro Giovanni Tria di accettare l’innalzamento del deficit fino al 2,4%: “Me lo aspettavo, perchè era molto improbabile che un ministro dell’Economia, che, peraltro, è come il papa di Stalin e non ha divisioni sul campo, potesse condizionare la politica di un governo che ha finalità  assolutamente devastanti. Conosco Tria da 30 anni. Sono deluso dal fatto che abbia accettato di coprire il sedere di questi qua. Poi, cosa volete farci? Lui non ha la personalità  che avevano Padoa Schioppa o Padoan e quindi non è che le sue dimissioni sortirebbero effetti importanti. Questo Tria non lo conosceva nessuno, non è Tremonti”.
E aggiunge: “Tutto sommato, è meglio così. L’Italia beva la sua coppa di veleno fino alla fine perchè l’unica speranza di liberarsi di questi è che falliscano sul piano economico. Gli italiani se lo meritano perchè li hanno votati. Come ha detto giustamente Macron, i valori di questi sono il nazionalismo, l’identitarismo, il razzismo, il sovranismo. Sui social, poi, ti massacrano e ti uccidono. E le minacce che stanno facendo ai funzionari, che devono eseguire quello che dicono loro? Sono degli arroganti, se ne fregano di tutto, hanno un atteggiamento sprezzante” — continua — “Chi è che si può fidare di questi? Questi vanno combattuti per quello che sono. Ma non sono il solo a vedere il pericolo con questi. Forse io sono stato uno dei primi a vederlo. Questi si sono presentati sulla scena internazionale mandando tutti a fare in culo. Ma io non me la prendo mica con loro, ce l’ho coi loro elettori. Voglio vedere gli italiani davanti al bancomat a prelevare 50 euro al giorno. Andate a cercarvi su youtube il video di Mussolini il 18 settembre 1939 a Trieste con la piazza stracolma e la folla acclamante, quando annunciava l’avvio delle leggi razziali”.
Poi accusa di “razzismo” l’atteggiamento del M5s nei confronti degli ex parlamentari per via del taglio dei vitalizi. E chiosa: “Se uno vota per un partito che dice ‘Fuori i negri’, non è colpa mia ma colpa sua. Io non mi sento responsabile di una plebe che è diventata razzista.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“TRADITI DAL M5S”: A VENEZIA SI MOBILITA IL POPOLO DEL NO

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

MANIFESTAZIONE NEL FINE SETTIMANA DI NO TAV, NO TAP, NO MUOS E NO GRANDI NAVI

La pazienza ha un limite. Ed evidentemente quel limite è considerato raggiunto per i No Tav, i No Tap, No Muos, No alle Grandi Navi e tante altre realtà  ambientaliste che si erano avvicinate al Movimento cinque stelle in questi ultimi anni e che adesso ne sono “deluse”.
Domani a Venezia queste e altre associazioni si riuniscono in un’assemblea indetta dal ‘Comitato No Grandi Navi’, che da anni si batte contro il passaggio dele navi di crociera in laguna.
Obiettivo della mobilitazione: denunciare ufficialmente il “tradimento della componente grillina” del governo sulle grandi opere.
Domenica pomeriggio manifesteranno in barca nel canale della Giudecca per “disturbare il passaggio delle grandi navi”, dichiarano sul loro sito di riferimento globalproject.info.
“Il balbettio sul Tav del nostro Ministro delle infrastrutture secondo cui l’opera andrebbe ora ‘migliorata’ e non più cancellata, la visita in Azerbaijan di Mattarella e Moavero Milanesi per ‘blindare’ il TAP, le recenti dichiarazioni dello stesso Toninelli sulla necessità  di mantenere le grandi navi in laguna dimostrano che, in merito a grandi opere e giustizia ambientale, il governo del cambiamento è in realtà  il governo della continuità “, scrivono nel comunicato che annuncia la mobilitazione di questo weekend.
Più della Lega, sul banco degli imputati c’è il Movimento Cinque stelle che ha “politicamente lucrato, in campagna elettorale, sulla contrarietà  di tante e tanti nei confronti di un modello di sviluppo che calpesta i territori, rapace e generatore di malaffare”. Insomma, una speranza politica si è spenta.
Domani si parlerà  anche del crollo del ponte Morandi a Genova: “Dobbiamo continuare ad insistere: prima di grandi investimenti infrastrutturali, un serio lavoro di messa in sicurezza dei territori è necessario”. Con la consapevolezza che “in questa battaglia non ci sono governi amici”.
Si tratta di reti di movimenti sociali che avevano creduto nel M5s, alcune di queste realtà  sono state anche un po’ molla propulsiva del Movimento ai suoi albori, sulle tematiche ambientaliste.
E ora invece, a quattro mesi dalla nascita del governo gialloverde, tirano le somme: “Se ci cimentassimo in un’analisi costi/benefici dell’azione di governo svolta sinora, diremmo che i benefici sono andati tutti a Salvini, a noi rimangono i costi, non solo in termini di sfacelo ambientale, ma anche in termini di clima sociale che si respira nel paese”.
Se si eccettuano i sit-in di gruppi di lavoratori licenziati davanti al ministero del Lavoro, che pure non sono mancati in questi primi mesi di ‘era gialloverde’, quella di Venezia è la prima mobilitazione nazionale anti-governativa da quando Giuseppe Conte è a Palazzo Chigi con i suoi vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Tra le atre adesioni, anche quella di ‘Piano Taranto’, rete di varie realtà  ambientaliste tarantine (Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, FLMUniti-CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira, Tutta Mia La Città ) che speravano nella cura a cinquestelle sull’Ilva e che invece sono rimaste profondamente deluse da come Di Maio ha chiuso la vertenza.

(da agenzie)

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DEPISTAGGIO SULLA STRAGE DI VIA D’AMELIO: TRE POLIZIOTTI RINVIATI A GIUDIZIO

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

FIAMMETTA BORSELLINO: “IMPLICATI GROSSI PEZZI DELLO STATO”

Rinviati a giudizio i tre poliziotti accusati di aver depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta.
Questa la decisione del gip di Caltanissetta Graziella Luparello nei confronti degli agenti Fabrizio Mattei, Mario Bo, e Michele Ribaudo, accusati di calunnia in concorso con l’aggravante di aver favorito Cosa nostra.
I tre poliziotti facevano parte del pool investigativo che indagò sulle stragi mafiose del ’92 di via D’Amelio e di Capaci.
Il pool era coordinato da Arnaldo La Barbera, morto nel 2002. Gli investigatori, secondo l’accusa, avrebbero costruito a tavolino ‘falsi pentiti’ come Vincenzo Scarantino e, anche con minacce, li avrebbero indotti a mentire e a incolpare dell’eccidio persone innocenti.
Da qui l’accusa per tutti e tre di calunnia in concorso coi finti collaboratori di giustizia ai danni di chi venne tirato in ballo ingiustamente nell’indagine.
In sette vennero condannati all’ergastolo sulla base delle dichiarazioni dei pentiti creati a tavolino dal pool di inquirenti. Solo le nuove indagini aperte dalla Procura di Caltanissetta grazie alla collaborazione del boss Gaspare Spatuzza hanno consentito di riscrivere il capitolo della fase esecutiva dell’attentato inquinato dalle false ricostruzioni.
I sette condannati sono stati assolti nel giudizio di revisione e oggi, come parti offese della calunnia, sono parte civile nel procedimento ai tre investigatori.
Ai poliziotti la Procura di Caltanissetta – le indagini sono state coordinate dal pm Stefano Luciani – ha contestato anche l’aggravante dell’avere favorito Cosa nostra. Il depistaggio dell’inchiesta avrebbe di fatto consentito a esponenti mafiosi realmente implicati nell’attentato di restare fuori dall’indagine e avrebbe rafforzato l’intera organizzazione criminale. La prima udienza del processo ai tre poliziotti è stata fissata per il 5 novembre.
Le parole di Fiammetta Borsellino
“La verità  si saprà  soltanto se chi sa parlerà  e uscirà  dall’omertà “. Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato ucciso in via D’Amelio che assieme ai suoi due fratelli si è costituita parte civile, ha commentato il rinvio a giudizio dei tre agenti. “Questo è un inizio – ha aggiunto Fiammetta Borsellino – nella consapevolezza che ci sono grossi pezzi dello Stato implicati in questa vicenda. Lo stesso Pm Stefano Luciani lo ha ribadito, scandalizzato, chiedendosi come queste persone ricoprano ancora incarichi e non siano state sospese dal servizio. Gli illeciti sono evidenti. Come è possibile che i magistrati non si siano accorti di quello che stava accadendo?”.

(da agenzie)

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IN AMERICA LATINA E’ TAM TAM DEGLI ZAPATISTI CONTRO DI BATTISTA: “RAZZISTA, VATTENE, SEI PERSONA NON GRADITA”

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

“FINGE DI ESSERE UN COOPERANTE MA E’ LEADER DI UN PARTITO CHE SOSTIENE POSIZIONI RAZZISTE CONTRO I MIGRANTI”… GIRA LA SUA FOTO SEGNALETICA, POTREBBE ANTICIPARE IL RIENTRO

Il programma di viaggio di Alessandro Di Battista potrebbe subire qualche modifica perchè in America Latina sta diventando “persona non gradita”.
Con l’hashtag #dibattistafueraya (Di Battista via adesso), di profilo in profilo, dal Messico all’America Latina tutta, sta rimbalzando un messaggio di allarme, con tanto di “foto segnaletica” del politico italiano.
“Attenzione – si legge nel messaggio –   questo signore, Alessandro Di Battista, sta viaggiando per il Centroamerica facendo reportage e foto sui processi di resistenza, si presenta come un cooperante di sinistra, ma in realtà  è il leader del M5S, partito italiano che sta al governo, che sostiene posizioni razziste contro migranti africani, asiatici e latinoamericani”.
Il giro di vite imposto sull’accoglienza, i respingimenti, la politica delle frontiere chiuse hanno suscitato scalpore anche in America Latina, mentre l’ondata di crescente razzismo e le violente aggressioni ai migranti sono seguite con preoccupazione anche oltreoceano.
Anche per questo la gita latinoamericana di Dibba ha iniziato ad essere guardata con sospetto, trasformatosi in aperta ostilità  dopo la visita del politico al caracol di Oventik, la comunità  zapatista più vicina a San Cristobal, in Chiapas, Messico.
Alle comunità  zapatiste e agli attivisti che in Messico e fuori le sostengono, non è piaciuto per niente che il politico abbia mentito sulla sua reale attività , presentandosi come semplice cooperante.
Ancor meno è stato apprezzato il racconto che Di Battista ha fatto della sua “esperienza” nel caracol, a detta degli stessi zapatisti e di chi dall’Italia li sostiene come la storica associazione “Ya basta”, pieno di luoghi comuni e inesattezze.
La gita centroamericana del politico pentastellato non poteva iniziare in modo peggiore.
E dati i presupposti, non è detto che riesca a proseguire, quanto meno i “caracoles” del Chiapas.

(da “La Repubblica”).

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UN PREMIO ALL’ITALIA LADRA, FURBA E IMPRODUTTIVA

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

PERCHE’ NON DESTINARE ALMENO META’ DEL DEFICIT A LAVORATORI E IMPRESE CHE FANNO GIRARE IL PAESE?

Un premio all’Italia che non produce. All’Italia furba. Al paese statico e impaurito, che preferisce avere il pesce subito piuttosto che imparare a usare la canna da pesca.
E contemporaneamente uno schiaffo all’Italia onesta e dinamica, quella con contratto dipendente, che ogni mattina va a lavorare e paga le tasse fino all’ultimo centesimo, se non per onestà  per impossibilità  a evadere.
È questo lo spirito della manovra economica che Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due veri proprietari del governo, si apprestano a stilare, peraltro trasferendone il costo sulle spalle delle future generazioni tramite il meccanismo perverso di maggiore deficit (attuale) che si trasforma in maggiore debito (futuro).
Niente di più o di meno delle Finanziarie in perfetto stile Prima Repubblica, quelle dello spirito consociativo e partitocratico, alla Cirino Pomicino per intenderci.
E si badi bene, qui non c’è nessuna difesa nè d’ufficio nè per convinzione all’Unione Europea.
Il rapporto deficit/pil, la famosa e sinistra linea del Piave del 2% di cui si è parlato tanto in questi giorni, non è una diga contro i barbari. Si può, e in alcuni periodi e situazioni si deve poter sforare. Ma almeno che lo si faccia per far crescere il paese, per far ripartire gli investimenti pubblici e privati, per far spesa produttiva, per dare una mano e un futuro ai milioni di giovani precari o disoccupati. Invece, niente di tutto questo.
Basta dare uno sguardo alle macro-voci di quella che sarà  la legge di bilancio 2019, fatte circolare già  ieri notte a pochi minuti dal consiglio dei ministri che ha approvato la Nota di aggiornamento del Def, per capirlo.
A parte i 12,5 miliardi che serviranno legittimamente per non far scattare l’aumento dell’Iva, la gran parte delle risorse stanziate – che faremo in deficit e che quindi saranno pagate dalle generazioni future – verranno destinate a pensioni e reddito di cittadinanza.
Partiamo dalle pensioni. Almeno una decina di miliardi saranno messi a bilancio per aumentare quelle minime a 780 euro e per introdurre la tanto agognata quota 100 ovvero quel meccanismo che permetterà  a mezzo milione di lavoratori di lasciare il lavoro in anticipo rispetto alle regole attuali.
Un’altra decina di miliardi poi sarà  destinata al reddito di cittadinanza, misura tipicamente assistenzialista, che va a dare una mano a quella parte della società  italiana che fa fatica a trovare lavoro o che si arrangia con lavoretti a nero.
Sia chiaro: scelte legittime, che possono avere anche il pregio di aggiustare alcuni squilibri nella distribuzione reddituale italiana, soprattutto fra Nord e Sud. Ma nessuno pensi che tali misure possano essere realmente “produttive” e spingere la crescita.
Così come è tutt’altro che produttivo, oltre che moralmente inaccettabile, l’ennesimo condono fiscale.
Oggi apprendiamo dal viceministro all’Economia leghista, Massimo Garavaglia, che il tetto per chi ne usufruirà  sarà  di ben 500mila euro.
Altro che pace fiscale, altro che sollievo per la povera gente che magari ha da pagare a Equitalia una cartella di qualche migliaia di euro.
Un tetto così alto significa solo una cosa: per l’ennesima volta saranno premiati nel nostro paese i furbetti dell’evasione, quegli autonomi, partite Iva e piccoli imprenditori che le tasse non hanno nessuna intenzione di pagarle e che dormono sereni, tanto prima o poi un condono di qualche risma arriverà . E infatti sta arrivando. E anche questo lascia in bocca un certo retrogusto da Prima Repubblica.
Cosa ci sarà  invece per l’Italia che produce, che paga le tasse, che non fa condoni, che ha studiato per non trovarsi un giorno disoccupata o senza reddito, che cerca di non far debiti, che non fa mai il passo più lungo della gamba?
Praticamente niente, a eccetto di un paio di miliardi di minori tasse per le partite Iva. Come detto, qui il problema non è rispettare l’austerity e i vincoli europei. Il problema è di dare anche a questa parte d’Italia ciò che gli spetta.
Perchè Di Maio e Salvini non se ne fanno carico? Perchè non destinare metà  dei 24 miliardi complessivi di flessibilità  strappati con forza a Bruxelles alla redistribuzione sociale (pensioni e sostegno al reddito per i più poveri) e metà  a lavoratori privati, pubblici, autonomi e imprenditori che questo paese lo fanno girare?
Anche questa può essere una “manovra del popolo”, a maggior ragione se poi al popolo toccherà  pagare i debiti fatti da questo governo.

(da “Huffingtonpost”)

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DE BORTOLI: “MANOVRA DEL POPOLO? NEL SENSO CHE IL POPOLO SE LA DOVRA’ PAGARE”

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

L’EX DIRETTORE DEL CORRIERE CONTRO LA MANOVRA: “E GLI SVENTURATI FESTEGGIARONO”

Ferruccio De Bortoli all’attacco della manovra del Governo. L’ex direttore del Corriere della sera su Twitter commenta: “La manovra è del popolo. Nel senso che se la dovrà  pagare”.
Sui festeggiamenti dei deputati a 5 stelle in piazza davanti a Palazzo Montecitorio e a Palazzo Chigi, salutati dal balcone dal vicepremier Luigi Di Maio, il giornalista commenta lapidario: “E gli sventurati festeggiarono”.
De Bortoli poi si rivolge a Renato Brunetta, deputato di Forza Italia, critico con la manovra: “Domanda a Renato Brunetta, ma se la manovra, come dici giustamente tu, è “dissennata” come fa Forza Italia ad essere ancora alleata con la Lega?”.

(da “Huffingtonpost”)

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BOERI: “DA GOVERNO SCELTE PERICOLOSE E INIQUE”

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELL’INPS: “MEZZO MILIONE DI PENSIONATI IN PIU’? ESECUTIVO NON PREVIDENTE”

“C’è una grande iniquità  nelle scelte del governo sulle pensioni e questo è un pericolo molto serio”. È severo il giudizo del presidente dell’Inps Tito Boeri sulle politiche che il governo intende adottare nella prossima legge di Bilancio e che sono state inserite nella nota di aggiornamento al Def approvata ieri a tarda sera.
“Ammesso e non concesso che per ogni pensionato creato per scelta politica ci sia un lavoratore giovane – ha spiegato Boeri- bisogna tenere conto che chi va in pensione oggi in media ha una retribuzione di 36.000 euro lordi, mentre un giovane assunto con contratto a tempo indeterminato, cosa molto rara, avrà  una retribuzione di 18.000 euro. Quindi ci vorrebbe la retribuzione di almeno due giovani lavoratori per pagare una pensione”.
“Come giudicare un governo che si pone l’obiettivo di aumentare di mezzo milione i pensionati? Direi che si dovrebbe parlare di un esecutivo non previdente”, ha attaccato Boeri.
“Si dice che servirà  a liberare opportunità  di lavoro per i giovani ma non c’è nessuna garanzia che questo avvenga. Le imprese di fronte all’incertezza tenderanno a ridurre gli organici e a gestire così gli esuberi”, ha osservato.
Boeri ha quindi puntato il dito contro i costi legati al rialzo del differenziale Btp/Bund. “C’è solo uno spreco che si potrebbe oggi davvero ridurre senza danneggiare nessuno: quello dato dagli oneri sul debito pubblico, dal cosiddetto spread”, ha detto, ricordando che ” non c’è nessuna ragione per cui il nostro Paese debba avere 100 punti di interessi in più da pagare sul proprio debito pubblico di un paese come il Portogallo che ha lo stesso livello di debito pubblico o si debba pagare fino a 150 punti in più della Spagna.   Questa spesa pubblica aggiuntiva che dobbiamo destinare al pagamento degli interessi sul debito pubblico è davvero uno spreco”.
“Noi dovremmo – ha concluso- misurare gli sprechi da come si riesce a gestire questo . Ci sono cause chiaramente legate alle scelte politiche condotte nel nostro Paese dietro alla dinamica dello spread ”

(da agenzie)

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SPREAD A 280: ECCO PERCHE’ PERDONO TUTTI I TITOLI DELLE BANCHE

Settembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

A PAGARE IL CONTO SONO GLI ISTITUTI DI CREDITO CHE DETENGONO I NOSTRI TITOLI DI STATO, INVESTITORI IN ALLARME

Spread su, banche giù.
Per quale motivo ogni volta che cresce il differenziale a Piazza Affari è il comparto degli istituti di credito a soffrire più degli altri?
Lo spread rappresenta il differenziale di rendimento tra i nostri Btp decennali e gli omologhi bund tedeschi, presi come riferimento perchè più sicuri e stabili.
Piccolo inciso: il rendimento riflette la percezione del mercato sulla nostra affidabilità  come debitori, sale quando cresce l’incertezza sulla capacità  di rimborsare i prestiti che abbiamo chiesto sul mercato, scende nello scenario opposto.
La ragione è semplice: chi presta i soldi al nostro Paese lo fa a fronte di un premio, il rendimento, che aumenta con la crescita del rischio.
Il rialzo dei rendimenti però non è che la conseguenza diretta del calo dei prezzi degli stessi titoli.
Rendimenti e prezzi si muovono in maniera inversamente proprozionale. Il primo sale quando il prezzo del titolo scende. E il titolo scende per lo stesso motivo per cui scende il prezzo di un qualsiasi titolo quotato in Borsa: quando gli investitori vendono. Più il mercato cede titoli, più il loro prezzo scende.
Il rialzo dello spread quindi non rappresenta altro che un massiccio calo di valore dei titoli di Stato.
Banche e assicurazioni italiane sono i principali detentori di questi titoli: se questi si svalutano, per gli istituti rappresenta una perdita di valore.
Secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, a luglio, gli istituti di credito avevano titoli di Stato in portafoglio per 373,4 miliardi di euro, a fronte di circa 2300 miliardi di euro di debito complessivo.
Il calo dell’indice dedicato alle banche di Piazza Affari: a maggio la prima spallata, con la prima fiammata dello spread in occasione della crisi istituzionale. Ora un nuovo tracollo
La perdita di valore dei Btp si tasforma in un ‘danno’ per il capitale delle banche stesse. Ne è un chiaro esempio quello che è successo nel secondo trimestre di quest’anno, tra marzo e giugno, quando la crisi istituzionale poi risoltasi con la nascita del governo Conte ha visto passare lo spread da 127 a quasi 240 punti base.
Il Crèdit Suisse ha calcolato che sulle cinque principali banche italiane – che hanno un’esposizione di 181 miliardi sul rischio sovrano – quell’aumento ha comportato un impatto sul coefficiente patrimoniale medio (cioè sul loro capitale) di oltre 3 miliardi di euro.
Ma non è tutto. Oltre al capitale, una crescita dei rendimenti impatta sugli affari delle banche anche per una seconda ragione: una buona fetta dei soldi che le banche prestano ai loro clienti viene raccolta dagli istituti sui mercati all’ingrosso, dove il costo di quei soldi cresce di pari passo con l’aumentare dei rendimenti dei Btp.
Più sale lo spread, più le banche devono pagare per prendere in prestito i soldi che a loro volta prestano, per esempio, a chi fa un mutuo.
Alla lunga, il duplice colpo su costi di finanziamento e riduzione del capitale si ribalta su famiglie e imprese: le banche stringono i cordoni, elargiscono meno denari e a costi più elevati.

(da “La Repubblica”)

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