Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile
IL LEADER GRILLLINO E’ DIVENTATO CONTE
Il MoVimento 5 Stelle è una cosa strana. Qualche sera fa l’assemblea parlamentare ha dato “per
acclamazione” il mandato a Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva per condurre una trattativa con il Partito Democratico.
Ma Luigi Di Maio è il Capo Politico, lui che fa? Di Maio rema contro, e non perchè ha cuore l’interesse del Paese o quello del suo partito, ma perchè è preoccupato di rimanere tagliato fuori.
Ieri l’assemblea portavoce dei portavoce pentastellati si è riunita di nuovo, ma il vicepremier non si è fatto vedere. Perchè? Nei gruppi parlamentari del M5S sta montando la fronda contro Di Maio, con gli eletti che vorrebbero il vicepremier e i ministri Bonafede e Fraccaro fuori dal nuovo governo.
Per tutta la giornata di ieri invece Di Maio ha puntato i piedi chiedendo un ministero importante (si è detto del Viminale o della Difesa) e il ruolo di vicepremier. L’insofferenza nei confronti del Capo Politico, considerato responsabile dei disastri elettorali ma salvato da un voto su Rousseau è tanta.
A difenderlo ci sono però quelli che vorrebbero una riedizione del governo gialloverde, in testa Alessandro Di Battista (che però è fuori dal Parlamento e dagli incarichi di vertice del M5S).
Se il Partito Democratico ha accettato la possibilità di un Conte-bis è Di Maio che non vuole essere tagliato fuori. «Non accetto di essere umiliato così e non accetto che lo sia il Movimento. Conte è un premier terzo, io sono il capo politico del M5S che deve entrare nell’esecutivo come vicepremier», avrebbe detto durante una telefonata con il Segretario del PD Nicola Zingaretti.
Il capo politico non si accontenta del Ministero della Difesa, vuole essere vicepremier, un ruolo dove negli ultimi 14 mesi non ha certo brillato per acume politico e competenza.
E il motivo è chiaro: lasciare Conte da “solo” a Palazzo Chigi significa cedere potere all’Avvocato del Popolo che potrebbe così continuare a scalare il partito, forte anche dei consensi che i sondaggi accreditano alla sua persona.
Dall’altra parte continua a levarsi il canto delle sirene leghiste che promettono a Di Maio la premiership e non vogliono Conte a Palazzo Chigi in caso di ritorno del M5S con la Lega (come vorrebbe proprio il fratello Dibba).
Giuseppe Conte è riuscito nella manovra politica di presentarsi come il “nuovo”, anche se in questi quattordici mesi esattamente come Di Maio ha avallato le peggio schifezze in salsa leghista, addirittura auto-accusandosi per il caso Diciotti per salvare Salvini. D’altro canto invece Di Maio, acciaccato dalle molte sconfitte elettorali (Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata e la batosta delle europee) appare sempre di più come un leader bollito.
Alla tenera età di 32 anni è naturale che il grillino rampante non abbia alcuna intenzione di abbandonare la scena politica o fare un passo indietro. Men che meno di accettare il fatto che Conte non è più una figura “terza” ma un esponente del M5S a tutti gli effetti e quindi non necessità di un doppio vicepremier.
Le conseguenze per Di Maio sono disastrose: non è più il Capo Politico che concede il potere a Conte, è Conte che sta per diventare il vero Capo Politico del M5S.
Eppure un vero leader è anche quello che è in grado di capire quando è il momento di mollare e cedere su personalismi che non fanno bene nè al partito nè al Paese, visto che condizionano la nascita del Governo.
Di Maio tratta con il PD sulle poltrone, proprio lui che fa parte del partito degli anti-poltronari, e lo fa da una posizione di forza. Ma quella forza non gli appartiene perchè un capo politico che non gode della fiducia del suo stesso partito non ha le spalle sufficientemente coperte per farlo.
Salvini voleva i pieni poteri, Di Maio ha coltivato il sogno di mantenere il potere che già aveva ma è Conte che alla fine raccoglie attorno a sè il consenso dei parlamentari del MoVimento.
Certo, ora (FORSE) si voterà su Rousseau, una soluzione gradita a Di Maio che la userà per raffreddare lettera d) dell’articolo 4 dello Statuto del M5S lo scontro interno al M5S e togliere il potere decisionale dalle mani dei gruppi parlamentari che gli sono diventati ostili e che infatti hanno visto la mossa come un tentativo di esautorare la democrazia parlamentare (del resto è il Parlamento che dà la fiducia al nuovo esecutivo, non poche migliaia di iscritti ad un sito).
Anche sul fatto che gli iscritti di Rousseau possano avere l’ultima parola non è del tutto vero. Ai sensi della «il Garante o il Capo Politico possono chiedere la ripetizione della consultazione, che in tal caso s’intenderà confermata solo qualora abbia partecipato alla votazione almeno la maggioranza assoluta degli iscritti ammessi al voto».
Insomma non è mica vero, e il Capo Politico (cioè Di Maio) può sempre sparigliare le carte. Ma sono le ultime che gli rimangono da giocare.
Anche a Pomigliano — racconta il Mattino — ormai i suoi concittadini non lo sostengono più come un tempo. Il parroco prega per lui «affinchè faccia le cose giuste» e citando San Pietro lo esorta a «governare come colui che serve, che deve lavorare per il bene di tutti». Chi ha orecchie per intendere, intenda.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile
E IERI SERA DI MAIO NON SI E’ PRESENTATO ALL’ASSEMBLEA DEI PARLAMENTARI PER EVITARE DI ESSERE CONTESTATO
Ieri Luigi Di Maio non si è presentato all’assemblea degli eletti del MoVimento 5 Stelle, preferendo restarsene con i fedelissimi Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede a trattare al telefono con Zingaretti sul suo posto nel governo M5S-PD.
Federico Capurso sulla Stampa racconta il periodo non felicissimo dell’Indiscusso Capo Politico M5S:
Il nodo della nomina di vicepremier e ministri è il terreno di battaglia più aspro perchè è lì, nella trattativa sui nomi, che le sempre più folte truppe di oppositori di Di Maio vedono il tentativo del loro capo di salvare se stesso. Mentre il desiderio è quello di vederlo in un ruolo minore, se vorrà rimanere nel governo. E una volta chiuso l’accordo, depotenziarlo all’interno del partito.
Da una parte mettendo in soffitta gli uomini a lui più vicini, tra cui Pietro Dettori, Alessio Festa e Cristina Belotti; dall’altra, affiancandogli un direttorio allargato, costruito sulla falsariga dei vertici di questi giorni, quando insieme ai capigruppo di Camera e Senato si sono seduti al tavolo i capigruppo delle commissioni parlamentari.
La corrente interna che spinge per cancellare il nome di Di Maio dalla rosa degli aspiranti vicepremier si sta ingrossando e ha abbandonato quell’inedia coltivata nei 14 mesi di convivenza con la Lega. Adesso c’è spirito di iniziativa.
Tanto da avviare, in questi giorni, vere e proprie trattative parallele con gli uomini del Pd. Con alcune telefonate intercorse nelle ultime ore è stato avviato un lavoro silenzioso per portare l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli al ministero dell’Interno, la poltrona sulla quale si diceva avesse posato gli occhi il capo politico del Movimento.
E si cercano convergenze con i nuovi alleati per evitare che il ruolo di vicepremier, qualora Pd e M5S ne chiedessero uno per parte, venga ricoperto proprio da Di Maio o da uno dei suoi due uomini di fiducia, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile
MI RACCOMANDO, INFAMI, VIETATE L’INGRESSO A LAMPEDUSA ANCHE A QUESTI “PRESUNTI MINORENNI” PERICOLOSI PER LA SICUREZZA NAZIONALE
Ancora bambini in mezzo al mare, a rischio della loro vita mentre sono stati bloccati i voli degli
aerei delle organizzazioni umanitarie che dall’alto pattugliano in cerca di naufraghi.
Un gommone in avaria pieno di bambini sotto i dieci anni (molti anche di pochi mesi) è stato soccorso infatti questa mattina dalla Mare Jonio, la nave della piattaforma umanitaria italiana Mediterranea.
“Siete arrivati appena in tempo. Il gommone stava per collassare, la scorsa notte ha cominciato a sgonfiarsi. Un’onda l’ha piegato e molti di noi sono caduti in acqua. Sei di noi non sapevano nuotare e sono morti”, hanno detto i migranti.
Il salvataggio è avvenuto all’alba, a circa 70 miglia a Nord di Misurata. Avvistati sul radar alle prime luci del giorno, i migranti – in tutto erano 98, provenienti da Costa D’avorio, Camerun,Gambia e Nigeria – sono stati trasportati tutti a bordo del rimorchiatore dopo un’operazione durata più di due ore.
“Abbiamo individuato il loro gommone, sovraffollato – informa la ong – alla deriva e con un tubolare già sgonfio con il nostro radar, e per fortuna siamo arrivati in tempo per portare soccorso”, che è stato completato alle 8.35 di questa mattina.
E adesso l’imbarcazione umanitaria, che ha immediatamente contattato le autorità italiane, sta navigando alla velocità di otto nodi verso Nord Ovest.
Dopo un iniziale approssimativo censimento risultano a bordo 26 donne di cui 8 incinte, e 22 bambini sotto i dieci anni. In piu sono stati individuati 6 minori non accompagnati. I numeri sono ancora provvisori.
A seguito di una prima visita del medico di bordo, la dottoressa Donatella Albini, sono stati individuati casi di ipotermia e malessere soprattutto tra i bambini.
Molti ospiti avevano segni evidenti di tortura (le donne anche mutilazioni genitali) nonchè parecchie ustioni sul corpo dovute al prolungato contatto con la benzina. I migranti hanno raccontato di essere partiti tre giorni fa e di aver trascorso almeno due notti a bordo del gommone.
“Restiamo ora in attesa di istruzioni dal centro di coordinamento marittimo italiano, cui ci siamo riferiti mentre ancora il salvataggio era in corso, in quanto nostro Mrcc di bandiera” , hanno detto dalla Mare Ionio.
“La Libia non è un porto sicuro, dateci istruzioni rispettose delle normative, e intanto fanno rotta verso nord ovest dove si trova Lampedusa
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2019 Riccardo Fucile
TRA RIVENDICAZIONI E TRAPPOLE IN UN DELIRIO DI PRESUNZIONE E ARROGANZA
Nei panni del sabotatore di un governo tra grillini e Pd, Luigi Di Maio non si riconosce.
Eppure, negli ultimi giorni sono cresciuti i sospetti che sia proprio lui, orfano dell’alleanza con Matteo Salvini, a mettere i bastoni tra le ruote a un nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte.
Forse non ha capito, o magari ha capito tutto. Ma la sensazione è che non si sia accorto che la crisi di Ferragosto aperta dal suo ex alleato era un campanello di allarme anche per lui; oppure che non voglia rassegnarsi all’evidenza.
Di certo, Di Maio ha continuato a parlare e a muoversi come se non si fosse aperta una fase nuova: dentro e fuori dal M5S.
Al punto che è sembrata la sua ultima battaglia per sopravvivere: personale, prima che politica. Nell’incontro a quattr’occhi dell’altra sera col segretario del Pd, Nicola Zingaretti, gli ha chiesto senza troppi complimenti Viminale e vicepremierato: cariche da agitare come simbolo del suo immutato potere.
Per alcune ore ha bloccato la trattativa, provocando malumori nello stesso Movimento. E ancora ieri non era chiaro se la voglia di conservare almeno il ruolo di vicepremier ritarderà un’operazione già complicata.
Il Pd ha deciso di trattare direttamente con Conte.
E da Palazzo Chigi è arrivata la precisazione che ha smentito la vulgata grillina secondo la quale Di Maio non aveva chiesto nulla. «In presenza del premier Conte», hanno riferito fonti della presidenza, «non è mai stata avanzata la richiesta del Viminale per Di Maio».
Come dire: se lo ha fatto in altra sede non possiamo saperlo.
Di Maio sembra deciso a rimanere nell’esecutivo battendosi contro un ridimensionamento; e con la macchia di chi ha dimezzato i voti del M5S alle Europee, dopo la grande vittoria alle Politiche del 2018.
Chi continua a sostenerlo dice che «nel governo Luigi ci deve stare. Altrimenti il Movimento si spacca».
Avversari come Roberta Lombardi sussurrano velenosamente: «Sono sicura che il nostro capo politico non antepone se stesso al Paese…».
Eppure, era da dicembre che i vertici lo vedevano affaticato dal doppio incarico di ministro e «segretario» del M5S; e ossessionato dal protagonismo leghista.
L’ascesa progressiva di Conte è stata figlia di un calcolo: «Luigi» si fa mangiare in testa da Salvini. Va puntellato. Formalmente reggeva lo schema dei «dioscuri» che dettavano l’agenda al premier.
In realtà , era cominciata un’emancipazione dai due contraenti del populismo di governo. «Se cade Conte, cadono anche Di Maio e Salvini», si sentiva dire a Palazzo Chigi all’inizio del 2019. E il successo in extremis nelle due trattative con la Commissione europea sui conti pubblici ha fornito al premier credito internazionale.
Di Maio e il suo alter ego leghista, invece, hanno continuato a sottovalutare la proiezione continentale: sebbene Di Maio abbia appoggiato Conte quando ha contribuito in modo decisivo all’elezione della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Tutto è stato oscurato dalle continue liti e rappacificazioni tra i due vice, col portavoce grillino Rocco Casalino che confessava di essere «geloso del rapporto profondo tra Luigi e Matteo». Quando però a ridosso di Ferragosto si è consumata la crisi in Senato, Di Maio è sembrato una comparsa enigmatica.
Salvini, a destra di Conte, scuoteva la testa e mandava bigliettini, annichilito dalle bordate di quell’«avvocato del popolo» scelto per ubbidire e eseguire; e trasformatosi di colpo in un nemico, interlocutore del Quirinale e delle cancellerie.
Quando ieri il capo leghista ha definito Conte e il suo possibile esecutivo «un governo di Mario Monti bis», non sapeva di fargli un complimento involontario.
Ma quella definizione maliziosa ha confermato anche che non sarà lui a prendere in mano i Cinque Stelle; che la leadership di Di Maio sarà risucchiata sempre più all’esterno dell’esecutivo, tra tensioni interne crescenti.
In fondo, il suo tentativo di prendersi il Viminale mirava a perpetuare vecchi rapporti di forza. Inseguiva il miraggio di recuperare milioni di voti «facendo come Salvini». Sarebbe stata la vendetta per il «tradimento» del leader leghista
Lo strappo del Carroccio ha sgualcito anche il vicepremier grillino. Ha reso velleitaria l’opa sul ministero dell’Interno: quasi fosse un piedistallo per moltiplicare i voti, e non un dicastero di garanzia da proteggere dal sospetto di essere al servizio di un leader.
La richiesta di crisi, elezioni e pieni poteri da parte di Salvini, a guardare bene, è l’equivalente dell’ipoteca di Di Maio sul futuro governo.
Errori di valutazione simmetrici; e elementi di riflessione su quanto possa essere effimero e volatile il potere dei populisti perfino nell’era dei populismi.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
TELEFONATA NOTTURNA DI FUOCO CON ZINGARETTI CHE DICE NO: “PER NOI E’ INACCETTABILE”… DI MAIO “ALLORA FACCIAMONE TRE, DUE LI PRENDI TU, MA IO DEVO ESSERCI”… MA COSA ASPETTA IL M5S A LIBERARSI DI QUESTO SOGGETTO?
Alle undici di sera rischia ancora di saltare tutto. Il problema è Di Maio. È durissimo lo scambio
con Nicola Zingaretti, in una telefonata che dura quasi un’ora.
Voce agitata, il vicepremier dell’era gialloverde, quasi urla: “Non potete umiliarmi, io non posso rinunciare a stare nel Governo come vicepremier”.
Zingaretti, pazienza al limite: “Parli tu di umiliazione? Io stavo venendo a palazzo Chigi e hai fatto saltare l’incontro con un comunicato?”.
Il punto è che, una volta rinunciato al Viminale, si è manifestato qualche problema alla Difesa, l’altro dicastero chiesto da Di Maio, con malumori che sono arrivati fino al Quirinale alla semplice ipotesi.
La telefonata notturna è un match: “Io — dice il capo dei Cinque stelle – al ruolo di vicepremier non rinuncio”. Per l’ennesima volta, Zingaretti ripete: “Per me non è accettabile lo schema dei due vicepremier dello stesso partito. Conte non è un garante, una figura terza, ma è un leader del Movimento. Se si fa un patto questo significa che c’è un vicepremier dell’altro partito. Punto”.
A quel punto Di Maio si fa prendere dalla foga: “Allora facciamo tre vicepremier e tu ne prendi due”. Finisce così, col segretario del Pd che si mostra indisponibile ad andare avanti su questi presupposti.
È in un clima di tensione che il segretario del Pd convoca i big del suo partito. La tenzone telefonica, l’annuncio che l’eventuale accordo sarà sottoposto al voto su Rousseau vissuto come uno “sgarbo”: nella war room del Nazareno volano parole crude, alcune irriferibili: “C’ha ragione Salvini, sono dei poltronari inaffidabili” sbotta qualcuno.
Il più anglosassone resta Andrea Orlando: “Abbiamo risolto i problemi del governo. Ora ci manca di risolvere i problemi di Di Maio”.
Il vicepremier è l’ostacolo. Altro che paragoni col compromesso storico, come dice qualcuno.
La trattativa è un mercimonio tra partiti che si odiano, avvolti da una nube di sfiducia e insofferenza. Asserragliato nel suo bunker per tutto il giorno Di Maio gioca apertamente contro. Evita anche la riunione dei suoi parlamentari per sfuggire al “processo”, perchè i gruppi sono favorevoli all’accordo col Pd. La sua è una guerra personale fuori e dentro il Movimento.
Col primo colpo basso di mattina. Alle 10,15, appena Nicola Zingaretti e Andrea Orlando salgono in macchina per andare all’incontro con Di Maio, vengono raggiunti da una telefonata dello staff: “È appena uscito un comunicato dei Cinque stelle che parlano di incontro saltato, perchè il Pd pensa solo alle poltrone…”.
Un quarto d’ora dopo il segretario del Pd è nel suo ufficio, torvo in volto. E chiama Giuseppe Conte: “Parliamoci chiaro, così non si va avanti. O la prendi in mano tu, o salta tutto”.
È la prima, di una serie di telefonate, nel giorno più lungo. Mentre con Di Maio i contatti sono pochi e affidati a brevi e asciutti messaggi. Riceve assicurazioni il segretario del Pd, mai definitive, nel corso di colloqui tra persone che parlano lingue diverse. Il punto è lo schema politico.
Per il Pd il via libera a Conte, che c’è, deve essere accompagnato da una “discontinuità ” nell’assetto.
Perchè non è accettabile per il Pd che il nuovo governo sia un “rimpasto del precedente”. Che preveda un premier “garante” e due vicepremier dei due stipulatori di un “contratto”.
Quindi la precondizione è che Di Maio rinunci alla sua impuntatura di rimanere vicepremier. E rinunci alla casella del Viminale. È questo l’oggetto di una serie di colloqui, fino allo sfinimento: “Il punto — spiega Zingaretti a Conte — è politico. Tu non sei una figura terza, ma un leader politico del Movimento”.
Il premier, più volte, prova a resistere, sfidando anche i nervi di parecchi al Nazareno: “Ma perchè? — dice – Io non ho la tessera”. Qualcuno nella stanza del segretario commenta: “Questo non capisce un c…. Sono degli incompetenti”.
È il punto, la “natura” di Conte, che qualifica la natura stessa del governo, la logica che lo anima, la dinamica si produrrà . Far passare il concetto che il premier dell’era gialloverde è una figura terza e super partes non sarebbe solo una capitolazione, per un partito che aveva chiesto discontinuità rispetto ai quattordici mesi di governo gialloverde, in cui Conte non stava propriamente su Marte, ma a palazzo Chigi a firmare i decreti sicurezza.
Ma è una questione che si proietta ben oltre la nascita di questo governo, la cui durata consentirebbe di eleggere nel 2022 il successore di Mattarella, che poi è, sulla carta, una delle ragioni per cui nasce, impedire cioè di darlo a Salvini dopo una vittoria nelle urne. Perchè è chiaro che far passare l’idea di un premier terzo lo rende naturaliter quirinabile.
Alle sette di sera Conte dà assicurazioni sulla gestione del capo politico dei Cinque stelle, ipotizzando la casella della Difesa. Senza ruolo di vicepremier.
È in quel momento che, dopo una serie di comunicazioni informali, il Quirinale fa sapere che è disponibile anche a concedere “terzo tempo”: giovedì l’incarico se ci sarà l’indicazione dei partiti, poi fino a dieci giorni affinchè Pd e Cinque stelle possano perfezionare l’accordo sul programma.
Anzi, affinchè possano finalmente entrare nel merito, in modo approfondito, dopo un negoziato confuso e avviato come un suk sui ministeri, in cui i nodi più delicati di una agenda comune non sono stati ancora affrontati: Tav, manovra, immigrazione, sicurezza, giustizia, taglio dei parlamentari sono rimaste parole pressochè innominate, annacquate nei famosi dieci punti di Di Maio e rimaste appese nei altrettanto famosi Cinque punti del Pd, senza che le reciproche priorità venissero mai incrociate. E annacquate nella sceneggiata di tavoli pressochè inutili.
Poche ore alle consultazioni al Quirinale. C’è un solo punto fisso, che proietta dentro i Cinque stelle la crisi. O Conte si pone come unico interlocutore dei Cinque stelle, risolvendo il problema Di Maio, oppure ancora una volta ancora tutto è possibile.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
DI MAIO RIESCE A FAR INCAZZARE SIA IL PD, CHE GRILLO, CHE I SUOI PARLAMENTARI, STANCHI DEL SUO ATTACCAMENTO ALLA POLTRONA
“È un’assemblea inutile, me ne vado”. La lunghissima giornata di incubazione del Governo che verrà finisce così, con un attonito Alberto Airola, senatore di lungo corso dei 5 stelle, che abbandona un’assemblea congiunta pleonastica, mentre Luigi Di Maio, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli sono riuniti cinquecento metri più in là , a Palazzo Chigi, per limare e limare e limare ancora la trattativa.
Per capire come si arriva a questo punto dobbiamo spostare le lancette di quasi ventiquattr’ore indietro.
È notte quando l’incontro a quattro, protagonisti Di Maio, Giuseppe Conte, Nicola Zingaretti e Andrea Orlando finisce. Un incontro inconcludente. Parte subito un gioco di veline incrociato, feroce, velenoso. “Noi abbiamo parlato di temi, il leader 5 stelle solo del ruolo di ministro dell’Interno che pretende per sè”, dice il Pd. “Falso, è un’invenzione, hanno parlato solo di poltrone”, ruggiscono i 5 stelle. Viene tirato il freno a mano, si vocifera di un nuovo incontro mattutino, voci impazzite senza conferma.
Quando il sole sorge su Roma il quartier generale di Di Maio gela il Palazzo: “Nessun incontro fin quando non c’è il via libera a Conte”. Il Pd ondeggia. Nella notte aveva già comunicato la propria personale preferenza per il premier, contrapposto all’irrigidimento di Di Maio.
“Tra Nicola e il presidente uscente è scattato un feeling, cosa non successa con il loro capo”. “Ma chi è il vero capo?”, domanda sibillino un parlamentare pentastellato. Lasciando aperta la domanda, quel che è certo è che l’avvocato Conte intorno alle 10 prende il telefono e contatta il segretario dem, iniziando a tessere una tela che continua a dipanarsi lungo tutto il corso della giornata.
L’entourage di Di Maio ribatte che non c’è alcuna mira sul Viminale, i dem mantengono alto il loro fuoco di sbarramento.
Al quartier generale 5 stelle capiscono che non si può giocare tatticamente sulla sponda dei renziani, che iniziano a twittare in batteria segnali preoccupanti, un no al voler chiudere a tutti i costi.
Ma quel che allarma di più è la rivolta dell’ala sinistra del partito. Nonostante le mille smentite, un uomo vicinissimo al presidente della Camera conferma: “Luigi si è irrigidito sul Ministero dell’Interno”. E ribadisce che la frenata è stata anche politica: “Nell’incontro di ieri Davide Casaleggio era scettico, Alessandro Di Battista più che scettico a una trattativa senza un’asticella posta molto in alto”.
Un gioco al rialzo che ha provocato uno smottamento serio. “Luigi cerca di fare un Governo per il paese o la sua è una commistione di ambizioni personali e volontà di piazzare i suoi?”, si chiedeva verso l’ora di pranzo un senatore.
Un collega andava giù ancora più duro: “Non siamo mica il suo ufficio di collocamento”.
Le chat dei malpancisti erano un florilegio di numeri aggiunti, di consensi riscossi. Un po’ politica, un po’ paura di perdere la poltrona, la pancia del Movimento rumoreggiava, si agitava, smaniava. Generando un frastuono a tratti assordante arrivato fin dentro la stanza dei bottoni pentastellata.
Di Maio sente Conte, si decide una linea strategica. Intorno alle 15 è il premier a prendere in mano la situazione, fissando un punto rosso nel bel mezzo della tela intessuta con il Nazareno. Fonti di Palazzo Chigi spazzano via le paure dem: “In presenza del presidente del Consiglio – non è mai stata avanzata la richiesta del Viminale per Luigi Di Maio, nè dal Movimento 5 stelle nè da Di Maio stesso”.
È il segnale che Zingaretti aspettava, il treno si rimette sul binario. Il Governo del cambiamento si avvia verso il cambiamento del Governo, la svolta politicista dei pentastellati è compiuta, ambienti 5 stelle e dem accreditano in Roberto Fico uno dei registi dell’operazione.
Stretto in un imbuto tra forze centrifughe contrapposte, Di Maio riesce all’ultimo a mettere la testa fuori. Convoca a Palazzo Chigi Nicola Morra, influente presidente della Commissione Antimafia (che entra per direttissima nel totoministri), lo coinvolge per tentare di disinnescare qualche mina.
L’ala sinistra del partito si placa, ma non molla. Chiede un ricambio di volti al Governo, punta a Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede in primis.
Ma anche sui molteplici ruoli del capo politico, che vorrebbe mantenere per sè un dicastero e la vicepremiership. È quest’ultimo il nodo su cui la trattativa si incastra nuovamente, con Di Maio, supportato da Conte, che non vuole lasciare a Palazzo Chigi un unico vice targato Pd.
Nodo su cui a tarda serata la trattativa ha ancora spasmi, con i dem che fanno sapere che se il capo politico 5 stelle si impunta è tutto destinato a saltare.
È Luigi Gallo, uomo vicino a Fico, a dare voce alle critiche interne in assemblea: “Non facciamo gli stessi errori, basta a cumulare gli incarichi”.
Di Battista rialza la posta, martellando sui Benetton e la concessione delle autostrade come anche su una legge sul conflitto d’interessi, entrambi elementi — provano a disinnescare gli uomini del leader — già contenuti nei dieci punti esposti al Quirinale.
Al caos disorganizzato si aggiunge anche Beppe Grillo, con un post involuto al punto tale che l’interpretazione delle sue parole diventa un rebus nel tardo pomeriggio. Ma la lettura prevalente che ne si dà è quella di una bacchettata sulle dita a Di Maio e alla sua voglia di protagonismo.
La questione dei vice di Conte resta sul tavolo, ma l’avvocato del popolo difende con la sciabola, ma soprattutto con il fioretto, la sua causa, e la macchina giallorossa sembra una cosa difficile da fermare sulla strada del superamento del Governo gialloverde.
In serata il colpo di scena del teatro dell’assurdo. Il Blog delle Stelle annuncia un voto su Rousseau per la prossima settimana, sull’accordo in fieri in caso di reincarico di Mattarella a Conte.
Serve alla base, certo, ma in casa 5 stelle l’ala critica ironizza sulla paura del leader di cedere poltrone e assumersi responsabilità . Dal Pd viene definito un grave sgarbo istituzionale, mentre cala la notte afosa su una Roma e su un paese che ancora non sa quel che verrà .
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
L’IMMAGINE DEL TAVOLO DI GOVERNO ESATTAMENTE COME UN ANNO FA CON LA LEGA
Chi in giacca chi con i risvolti della camicia al gomito, penne impugnate e fogli davanti, sulla
scrivania cellulari e acqua perchè quando c’è da discutere per ore la sete si fa sentire.
Una foto identica per scenografia e composizione, quasi a rassicurare chi la guarda che “qui si lavora e non si perde tempo”.
Così, una stessa immagine immortala visivamente il passaggio dal “governo del cambiamento” al “cambiamento del Governo”.
La foto delle delegazioni M5S e Pd sedute intorno al tavolo nella Sala Siani del Palazzo dei gruppi di Montecitorio – per discutere non di nomi, va da sè, ma di “temi” e “contenuti” – è una ripetizione in serie di quelle scattate a maggio dell’anno scorso durante gli incontri tra leghisti e grillini per stendere le varie versioni del Contratto di governo.
Una liturgia che ritorna, più mediatica che politica, che segna però un passaggio fondamentale perchè nel dibattito pubblico le foto, o almeno certe foto, scavano un solco: è la prima “contaminazione” visibile tra il Movimento 5 Stelle e il Pd.
Ovvero tra chi fino a ieri aveva accusato l’altro delle peggiori nefandezze, tra chi fino a ieri aveva promesso che mai si sarebbe seduto al tavolo con l’altro, tra chi fino a ieri nemmeno riconosceva all’altro una legittimazione e una agibilità politica. Tutto è rimosso, tutto è perdonato.
Per il Movimento 5 Stelle non c’è Luigi Di Maio, per il Pd non c’è Nicola Zingaretti, nè tantomeno il vero padre dell’operazione Matteo Renzi.
A comporre le delegazioni sono esponenti di primo piano dei due partiti e gruppi parlamentari, depositari di fiducia incondizionata dei rispettivi leader ai quali sono tenuti poi a riferire.
Per i grillini questa volta a portare avanti le trattative ci sono Francesco D’Uva, capogruppo alla Camera, l’omologo al Senato Stefano Patuanelli, e i vice Gianluca Perilli e Francesco Silvestri. Per le new entry dem ci sono invece il capogruppo a Palazzo Madama e luogotenente renziano Andrea Marcucci, l’omologo a Montecitorio Graziano Delrio, la vicesegretaria Pd Paola De Micheli e il coordinatore della segreteria Andrea Martella.
Stessa immagine ma anche stesse formule utilizzate al termine del vertice a cui ne seguirà , come da prassi, un altro e chissà quanti ancora: si è parlato di “temi”, si sono analizzati vari “punti programmatici” e si è lavorato “per il bene del Paese”, mentre fuori dal Palazzo dei “contenuti” non trapela nulla ma si sente un gran vociare su caselle da riempire, ministeri da assegnare, poltrone pesanti da bilanciare.
All’uscita dalla Camera gli esponenti delle due delegazioni incalzati dai giornalisti fanno largo uso di aggettivi edulcoranti, parlano di clima “positivo”, riunione “serena”, si sente anche un “lavoro profittevole” ma di sostanza politica non c’è nemmeno l’ombra.
Nel Movimento 5 Stelle ora si ripete come a maggio dello scorso anno che “Lega e Pd pari sono” e che l’importante sia accordarsi con il Movimento 5 Stelle sulle questioni programmatiche.
Stesse espressioni usate a maggio scorso, quando intorno al tavolo con i grillini c’erano i leghisti, all’alba dell’esecutivo gialloverde: Salvini e Di Maio limavano il contratto di governo e sedevano di fronte, come raccontano le foto di quel periodo, accanto gli ‘sherpa’ Giancarlo Giorgetti e Vincenzo Spadafora.
Ma anche gli uomini della comunicazione Andrea Paganella per la Lega, Rocco Casalino per il M5S. Immagini, vocabolario e riserbo identici a quelli di un anno fa. E come se, tra violenti insulti e prese di distanza reciproche, un anno non fosse mai passato.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
PD: FRANCESCHINI O ORLANDO VICE, IN ASCESA DE MICHELI E GUALTIERI… IPOTESI GABRIELLI AL VIMINALE, TRIA POTREBBE ANDARE AL TESORO… M5S: SALGONO LE QUOTAZIONI DI MORRA E FIOROMONTI
L’unica cosa certa è che Giuseppe Conte sarà ancora presidente del Consiglio.
E questa volta del primo esecutivo giallorosso della storia della Repubblica italiana, dove si troveranno attorno allo stesso tavolone di palazzo Chigi quelli del “mai con il partito di Bibbiano” e quelli del “mai con Matteo Renzi”.
Risolta la questione premier, la partita più avvincente riguarda i vice.
Uno o due? È questo il nodo da sciogliere in questa lunghissima nottata di spifferi, riunioni, trattative ad oltranza, dove ogni singola compagine cerca di alzare il prezzo per ottenere più poltrone. Il principale scontro ruota attorno al numero dei vicepremier.
Il Pd chiede che ci sia una sola casella di vicepremier in segno di discontinuità dalla stagione gialloverde e che appunto questa casella sia destinata ai democratici.
Anche perchè, è il mantra che filtra dal Nazareno, “Conte non è un garante, ma è un premier ascrivibile ai 5 stelle”.
Ma dalle parti del Nazareno si sta consumando un’accesa discussione interna, con in lizza due dirigenti di peso come Dario Franceschini e Andrea Orlando. C’è chi sostiene che per dirimere la contesa l’ex diccì Franceschini, in virtù della sua esperienza parlamentare e governativa, potrebbe diventare sottosegretario alla presidenza del Consiglio . Un ruolo chiave, un po’ come è stato per Giancarlo Giorgetti nei 14 mesi di esecutivo gialloverde.
Il resto è tutta una girandola di nomi, da una parte e dall’altra, in questa fase preliminare assolutamente variabili. Il Viminale resta una casella ambita.
Scartata l’ipotesi di Luigi Di Maio, indigeribile allo stato maggiore di Zingaretti, il dicastero dovrebbe essere destinato al Pd. In caso di soluzione tecnica il nome forte è quello del Capo della Polizia, Franco Gabrielli.
Ma c’è pure una soluzione politica che riporta ai profili dell’ex ministro Marco Minniti, o ancora una volta a Dario Franceschini.
L’altra patata bollente è poi il Ministero dell’Economia. Anche perchè i margini di manovra della legge di bilancio, che si dovrà scrivere approvare in autunno, sono strettissimi.
E allora restano alte le quotazioni di Giovanni Tria, ministro uscente, assai stimato dal Colle e dai 5 stelle. Girano poi i nomi dell’economista Lucrezia Reichlin, di Mariana Mazzucato e di Carlo Cottarelli.
Anche se non si esclude da più parti la soluzione politica che riporta al’ex inquilino di via XX Settembre, Pier Carlo Padoan, o all’eurodeputato Roberto Gualtieri. Quest’ultimo è un nome che i democrat potrebbe spendere per il ministero delle Politiche comunitarie. Assieme a quello di Lia Quartapelle, assai vicina a Gentiloni, e che già nel 2014 era uno dei nomi per la successione di Federica Mogherini.
Spetterebbe in questo schema al Pd anche la Farnesina, dove il favorito è Paolo Gentiloni, che è già stato al ministero degli Esteri ai tempi dell’esecutivo presieduto da Matteo Renzi.
Tuttavia l’ex premier Gentiloni sarebbe in ballo per un incarico da commissario Ue. Un ruolo prestigioso sul quale se la starebbe giocando anche Graziano Delrio.
Insomma, tutto dipenderà dall’incastro della caselle, da come si svilupperà la trattativa fra i gialli e i rossi.
Fatto sta che il Pd rivendica il ministero dello Sviluppo Economico per la numero due del Nazareno, Paola De Micheli. In queste ore dal Nazareno filtrano anche altri profili che potrebbero spuntarla nel totoministri.
Fra questi saranno quasi certamente valorizzati Ettore Rosato (Difesa), che, sussurrano dal Pd, “libererebbe una poltrona da vicepresidente della Camera”, Maurizio Martina (Affari Regionali), Gianni Cuperlo (Cultura), Andrea Martella (Sport), l’ex presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia, un profilo “adatto e autorevole” per un dicastero come quello riservato al Sud.
E in ambienti Pd salgono anche le quotazioni di Anna Ascani, che nel grande gioco degli incastri potrebbe essere favorita in quota rosa.
Eppure la partita è lunga, lunghissima.
I 5 stelle, invece, dovrebbero confermare Sergio Costa all’Ambiente e i due fedelissimi di Di Maio: Riccardo Fraccaro ai Rapporti con il Parlamento e quasi certamente Alfonso Bonafede alla Giustizia, dove i democratici, invece, vorrebbero piazzare l’ex presidente del Senato, Pietro Grasso in quota LeU.
Quest’ultimo partito diventa importante per la maggioranza a Palazzo Madama. Un’altra ipotesi che starebbe prendendo in ambiente grillini è che Bonafede traslochi al ministero dell’Interno.
Ma è tutto in evoluzione in queste ore. D’altro canto, non è certo un caso se le quotazioni di Nicola Morra, oggi presidente della Commissione Antimafia e appartenente all’ala più ortodossa del Movimento, siano in forte ascesa.
Morra infatti potrebbe rivestire o il ruolo di vicepremier, al posto di Di Maio, oppure gli sarebbe riservato un portafoglio di peso (Giustizia, Istruzione).
Lorenzo Fioramonti, già vice ministro, è in lizza per il ministero del Lavoro. In ascesa la quotazione di Laura Castelli.
I volti nuovi della delegazione ministeriale a cinquestelle potrebbero essere Stefano Patuanelli (Infrastrutture), che libererebbe la casella di presidente dei senatori dove dovrebbe finire Danilo Toninelli, e Francesco D’Uva, oggi capogruppo a Montecitorio, in lizza per l’Istruzione.
Fino all’ultimo tutto è possibile, ogni casella ballerà . Il totoministri è un po’ come il conclave: si può entrare Papa, vale a dire ministro, per uscirne cardinale.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
FAVA, IL FEDELISSIMO DI MARONI, ORGANIZZA IL DISSENSO CHE “SALVINI IN QUESTI ANNI HA BRUTALIZZATO, IMPEDENDO OGNI DISCUSSIONE E FACENDO FUORI TUTTI QUELLI CHE NON SI PROSTAVANO A LUI”
L’opposizione alla linea di Matteo Salvini riprende quota, e lo fa per voce di chi — Gianni Fava —
a Salvini si è opposto, sin dal congresso, sin da tempi non sospetti.
Quando andar contro alla linea Salviniana non poteva che significare che una cosa: lanciare la nave nel più profondo della tempesta.
Fu un quasi plebiscito per il Salvini nazionale, la nave tornò malmessa dalla navigazione, ma qualcosa che scricchiola adesso c’è. E l’opposizione interna — indipendentista — riprende quota.
“Ho le idee chiare da un pezzo — scrive Fava — su cosa non abbia funzionato. Ero solo in attesa di conferme. E sono arrivate nei giorni scorsi dalla autorevoli dichiarazioni di Giancarlo Giorgetti: “Nella Lega non c’è democrazia”. Tombola! Se è riuscito a dirlo uno dei soggetti più criptici del panorama politico contemporaneo vuol dire che siamo arrivati al dunque”.
Fava, come sempre parla chiaro. Ed è un j’accuse piuttosto duro il suo: “In questi anni di segreteria federale Matteo Salvini ha brutalizzato il dissenso interno, vietato il dibattito e sostituito sistematicamente nei ruoli di comando (interni ed istituzionali) tutti coloro che avevano velleità di pensiero libero. Nel consiglio federale si è lasciato solo formalmente spazio alla minoranza del partito per non incappare nelle spiacevoli conseguenze della violazione delle norme che regolano la vita dei partiti politici (minoranza che comunque rappresentava circa un quinto dei militanti) assegnando un unico seggio al candidato segretario risultato sconfitto al congresso. Da anni sono rimasto solo a cercare di rappresentare una posizione diversa all’interno di un movimento che nel frattempo ha cambiato pelle. Sono stato ostracizzato, ostacolato e delegittimato in tutto questo tempo solo perchè non piegato alla logica del Pensiero unico”.
“Il tempo passa e tutte le parabole prima o poi iniziano ad invertire la tendenza. Ho resistito fino ad oggi perchè è la mia indole ma soprattutto perchè lo dovevo agli oltre mille militanti che si sono esposti al rischio di ritorsioni firmando per la mia candidatura all’ultimo congresso federale e sopratutto per quelli che le hanno subite. Ho visto amici eliminati dalle liste elettorali anche solo per le elezioni in piccoli centri della Padania. Avevano un’unica colpa: si erano schierati dalla Parte sbagliata. Gli errori politici madornali di questi giorni hanno solo accelerato un processo che cominciava a maturare da tempo”.
“Il dissenso, seppur tacitato, rispetto alla linea politica aumenta a dismisura e a velocità impensabile fino a poche settimane fa. In tanti (anche fra coloro che non sentivo da tempo) in questi giorni mi hanno cercato per chiedermi di ridare slancio alla corrente indipendentista all’interno della Lega che, ricordo ai distratti, si chiama ancora “per l’indipendenza della Padania”.
“Credo sia necessario provare a rilanciare i grandi temi che hanno reso gloriosa la storia della Lega nei decenni e che stanno ancora a cuore a molto leghisti veri. E credo sia giusto continuare la mia battaglia dell’Interno. Perlomeno ci proverò fino a quando non mi cacceranno. Ci proverò con la forza delle idee e la serietà degli argomenti. Ci proverò con la speranza di ridare a molti sostenitori ed elettori un movimento che sia ancora quel sindacato territoriale, liberale e postideologico di cui il Nord ha ancora tanto bisogno. Ci proverò perchè ci credo e perchè mi sono accorto che ci credono ancora in tanti. Nei prossimi mesi proveremo ad organizzarci e strutturarci. E perchè no, personalmente ci proverò anche per quei parlamentari, consiglieri regionali e sindaci con poco coraggio che mi chiamano e mi chiedono di dare un segnale, a chi come loro non ha la forza di mettere a rischio le proprie posizioni. Non sarò solo stavolta, ne sono certo. Lo faremo in modo costruttivo per evitare una scissione dolorosa e dannosa in questa fase. Con la speranza che a volere la scissione non sia la maggioranza attuale. E in ogni caso garantisco che la battaglia per l’affermazione dei nostri principi andrà avanti. Certo se non ci vorranno saremo costretti a dialogare a chi usa il nostro linguaggio. Quello del lavoro e della libera impresa, contro quello del primato dello stato e soprattutto dello stato centrale. Lunga vita alla Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”.
(da agenzie)
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