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RENZI NON PASSA IL RUBICONE

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

ATTACCA MA NON VA FINO IN FONDO

Alza la tensione ma non supera la linea rossa della crisi di governo.
Ci gira intorno, la evoca ma non affonda il colpo. Matteo Renzi, a “Porta a Porta”, vuole accendere i riflettori su di sè e su Italia Viva per dettare lui le regole del gioco tenendo il governo sulle spine.
Pone delle condizioni, chiede di avviare un percorso di riforme che porti all’elezione diretta del premier, che lui chiama “sindaco d’Italia”.
Per far questo rispolvera il patto del Nazareno, l’accordo del Pd con Forza Italia che era all’opposizione. In questo caso si tratterebbe del governo Conte con il sostegno delle opposizioni, ma dire che questa strada sia difficilmente percorribile è un eufemismo.
La seconda ipotesi è un governo Maccanico. Ed è questo il punto di caduta a cui il leader di Italia Viva vuole arrivare, ovvero un governo istituzionale per far fuori l’attuale presidente del Consiglio. In fondo in ogni frase che l’ex premier pronuncia c’è sempre questo leit motiv sullo sfondo.
Renzi non esprime una preferenza, ma più voci nella maggioranza parlano della sua volontà  di mettere fuori gioco Conte e la strada del governo istituzionale comporterebbe un avvicendamento a Palazzo Chigi.
Per dare forza alla sua proposta, l’ex premier la accompagna anche da una raccolta firme, una petizione online. Non è sufficiente, tuttavia, a suscitare l’interesse degli interlocutori di maggioranza e opposizione.
Inoltre, come se non bastasse, insieme alla proposta di riformare le regole del voto e la Costituzione, Renzi infila anche una stilettata contro la legge simbolo del Movimento 5 stelle, quella che istituisce il Reddito di cittadinanza: “Se Conte vuole una cura da cavallo per l’economia cominci con l’abolizione del reddito di cittadinanza”.
Ci si attendeva, dal ‘Rottamatore’, una parola definitiva sul futuro del governo, uno strappo insanabile che avrebbe portato allo show down. Ma non è andata così, seppure gli ‘schiaffi’ da parte del leader di Italia Viva a Conte e al resto della maggioranza non siano mancati.
Eccone qualche esempio: “Non è che diventiamo la sesta stella. Io non voglio morire grillino. Sono colpito dal modo in cui il Pd ha inseguito i grillini sul tema della giustizia”.
Dunque Renzi ribadisce che se non verranno modificate le nuove norme sulla prescrizione si andrà  dritti verso la sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che è anche il capo delegazione M5s al governo.
Ma gli viene fatto notare come questo sia un modo per buttare la palla in tribuna perchè alla fin fine Renzi oggi non oltrepassa il punto di non ritorno. Non risparmia bordate al suo ex partito, il Pd: “Ci sono due modi di far politica. Il primo modo è il modo Lines notte assorbe tutto. Quello di chi assorbe qualsiasi proposta fatta pur di mantenere la seggiola”.
Poi, ancora, l’attacco agli alleati di governo: “Hanno provato a farci fuori dalla maggioranza, non ci sono riusciti. Hanno provato a mettere insieme i parlamentari ‘responsabili’. La prossima volta farebbero meglio a riuscirci”.
E al premier manda a dire: “Il reddito di cittadinanza è un fallimento, se hai messo soldi per 2,3 milioni di persone e l′1,7% ha trovato lavoro e oggi Gaetano Scotto, mafioso, è stato interrogato e ha detto che ha il reddito di cittadinanza. Se Conte vuole fare la cura da cavallo” per l’economia “inizi ad abolire il reddito di cittadinanza e metta i soldi per il taglio delle tasse alle aziende”
Da parte del fondatore di Italia Viva poi, uno sguardo al futuro prossimo: “Occhio che arriva una recessione e allora i posti di lavoro saltano. Allora in un clima normale forse Pd e 5 Stelle respingerebbero la proposta dei commissari per far ripartire le opere ma in questo clima straordinario dobbiamo finalmente sbloccare opere pubbliche per cui i soldi ci sono già ”.
I commissari per Renzi dovrebbero essere cento. Insomma, proposte indigeribili per gli alleati che servono solo ad alzare ancora la tensione senza strappare. Almeno per ora.

(da “Huffingtonpost”)

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VOLI DI STATO: IL TRIBUNALE DEI MINISTRI CHIEDERA’ L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE CONTRO SALVINI PER ABUSO D’UFFICIO

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

LA CONFERMA ARRIVA DALLO STESSO LEGHISTA… 35 VOLI UTILIZZATI FACENDO COMBACIARE IMPEGNI ISTITUZIONALI A COMIZI ELETTORALI NEL CORSO DELLA STESSA GIORNATA

La magistratura è pronta a chiedere il processo nei confronti del leader della Lega con l’accusa di abuso d’ufficio per la vicenda dei voli di Stato.
Lo ha confermato lo stesso ex ministro dell’Interno in una diretta video su Facebook, nella quale ha parlato dell’ennesimo procedimento giudiziario in cui è stato coinvolto. E, come al solito, attacca la sinistra.
«Sembra che mi stia arrivando un altro processo per abuso di ufficio. Ormai colleziono processi come fossero figurine Panini. Ma io non ho paura, perchè male non fare, paura non avere».
E la collezione di figurine, come quelle dei calciatori, è stata quasi completata.
La magistratura, infatti, starebbe per chiedere — e, a quanto pare, la notizia sembra certa dato che è lo stesso Matteo Salvini a parlarne apertamente — l’autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega per quelle anomalie dei voli di Stato utilizzati durante il suo mandato di ministro dell’Interno.
Si tratta di 45 voli di Stato, effettuati con mezzi aerei istituzionali, utilizzati da Matteo Salvini per presiedere ad alcune iniziative che lo vedevano protagonista: da celebrazioni ufficiali a impegni istituzionali nel ruolo di capo del Viminale.
Alcune di queste località , però, si trovavano in prossimità  di luoghi in cui il segretario della Lega ha tenuto comizi elettorali nel corso della stessa giornata (o in prossimità  di essa). Per questo motivo c’è l’ipotesi di abuso d’ufficio.
In pratica avrebbe fatto coincidere visite istituzionali al suo calendario elettorale, utilizzando di fatto voli di Stato per presenziare a impegni di partito in 35 casi.

(da agenzie)

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IL DEPUTATO CALABRESE CHE IMBARAZZA LA LEGA

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

IL SUOCERO HA UNA CONDANNA DEFINITIVA PER TENTATA ESTORSIONE AGGRAVATA DA METOSO MAFIOSO… ORA LE ACCUSE AL MAGISTRATO PETRINI, INDAGATO PER CORRUZIONE RIAPRONO IL CASO: 100.000 EURO OFFERTI AL GIUDICE PER SBLOCCARE BENI SEQUESTRATI

Duecento militanti calabresi della Lega hanno scritto una lettera a Matteo Salvini per chiedere “maggiore trasparenza” nella gestione del partito. Lo riferiva esattamente un anno fa il Fatto Quotidiano.
Sul banco degli imputati c’è il Segretario regionale Lega Salvini Premier Calabria, l’onorevole Domenico Furgiuele.
Non risulta che quelle richieste siano state accolte, visto che Furgiuele — che è l’unico deputato eletto dalla Lega in Calabria — è ancora al suo posto e Salvini si è limitato a inviare un commissario, Christian Invernizzi, al quale non sono stati dati molti poteri operativi. Il problema quindi potrebbe non essere stato risolto, almeno secondo una recente inchiesta di Alessia Candito per l’Espresso.
Ma perchè, esattamente, Furgiuele dovrebbe rappresentare un problema per la Lega e per Salvini? In che modo la sua figura potrebbe mettere in imbarazzo la Lega?
L’elemento chiave è   la figura del suocero dell’onorevole Furgiuele: l’imprenditore Salvatore Mazzei. Noto imprenditore e titolare di una cava a Lamezia Terme (dove c’è anche il quartier generale della Lega) Mazzei è stato condannato, in via definitiva, per tentata estorsione aggravata da metodo mafioso (e assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa).
Di lui si parlava già  nell’inchiesta di Claudia Di Pasquale per Report sulla “nuova” Lega che sfondava al Sud Italia nel 2018.
A Mazzei (che oltre a Furgiuele aveva anche un altro genero all’epoca impegnato in politica, ma con CasaPound) sono stati sequestrati beni per 200 milioni di euro. Tra i beni sequestrati anche un immobile — di proprietà  di una delle figlie di Mazzei, la moglie del deputato leghista — dove risultava avere domicilio proprio l’onorevole Furgiuele.
Lui, che con quel processo non c’entra, si è difeso dicendo che la sua unica colpa «è quella di essermi innamorato a 15 anni di una ragazza, dopo di che, io mi sono sposato, sono cresciuto con mia moglie, la mia condotta di vita, politica, personale è trasparente».
Il provvedimento di sequestro però colpisce anche il patrimonio intestato ai figli di Mazzei che la Polizia giudiziaria di Catanzaro ritiene che sia di Salvatore Mazzei perchè «le risorse, ab origine fornite dal capostipite — si leggeva nel provvedimento — sono state trasferite indistintamente fra persone fisiche e soggetti collettivi, a seconda dell’abbisogna del momento».
Inoltre, aveva scoperto Report, dopo essere stato eletto Furgiuele aveva ceduto le sue quote di una società  (la Terina Costruzioni Srl) di cui era socio assieme ad una delle figlie di Mazzei (Maria Concetta, che ne deteneva l’80%) al cognato Armando Mazzei, vale a dire a una delle persone a cui erano stati confiscati i beni: «e grazie a questa società  gli consente di lavorare all’interno della cava confiscata alla famiglia» commentava in studio Sigfrido Ranucci.
Storia vecchia, si dirà . Tanto più che Furgiuele ne è sempre uscito pulito.
Il punto però è che Mazzei non ha mai gradito quel provvedimento di sequestro ed è tutt’ora pendente un ricorso alla Corte d’Appello di Catanzaro.
E il nome dell’imprenditore lametino, suocero del deputato leghista, è spuntato fuori nelle carte dell’inchiesta su Marco Petrini, il magistrato presidente della III sezione della Corte d’Appello di Catanzaro arrestato il mese scorso con l’accusa di corruzione in atti giudiziari.
Secondo l’accusa gli indagati (otto in tutto) offrivano a Petrini denaro, oggetti preziosi o altre utilità  «per ottenere, in processi penali, civili e in cause tributarie, sentenze o comunque provvedimenti favorevoli a terze persone concorrenti nel reato corruttivo. In taluni casi i provvedimenti favorevoli richiesti al magistrato e da quest’ultimo promessi e/o assicurati erano diretti a vanificare, mediante assoluzioni o consistenti riduzioni di pena, sentenze di condanna pronunciate in primo grado dai tribunali del distretto, provvedimenti di misure di prevenzione, già  definite in primo grado o sequestri patrimoniali in applicazione della normativa antimafia, nonchè sentenze in cause civili e accertamenti tributari».
Interrogato a inizio febbraio Petrini ha raccontato in tribunale gli innumerevoli episodi di corruzione di cui è stato protagonista. Il nome di Salvatore Mazzei — scrive Alessia Candito su LaCNews24.it — salta fuori in un’intercettazione del faccendiere Mario Santoro che rivela il tentativo di comprare una sentenza favorevole in appello per far cadere l’aggravante mafiosa. Il prezzo? Centomila euro.
Secondo la Guardia di Finanza Mazzei avrebbe consegnato delle somme di denaro al commercialista Antonio Claudio Schiavone «al fine di interferire sul predetto giudice [Petrini NdR] per fare restituire dei beni sottoposti a sequestro nell’ambito di una indagine della Dda di Catanzaro».
Rimane naturalmente un interrogativo: dove avrebbe preso i soldi Mazzei se l’intero patrimonio era sotto sequestro?
All’epoca dell’inchiesta di Report Salvini aveva risposto che lui non voleva fare «processi ai parenti, ai cugini, ai nipoti» e per quanto riguardava Furgiuele «… ecco io non rispondo di quello che fa mio suocero onestamente, porti pazienza…».
Sarà  ancora così?

(da agenzie)

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VIAGGIO TRA I “RESPONSABILI” NASCOSTI

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

I BILATERALI DI ROMANI, LORGOGLIO ANTI-SALVINI DI SACCONE, LE PASSEGGIATE DI CAUSIN

Previdenti, spaventati ma calcolatori. E hanno calcolato infatti che saltare sul carro di Giuseppe Conte, pur sempre alleato del Pd, risparmierà  loro le contumelie riservate agli Scilipoti di ogni trasformismo.
La sopravvivenza del governo val bene un nuovo gruppo parlamentare. Va da sè sempre in nome di un principio nobile, sia esso un piano di emergenza per il “sistema Italia”, per dirla con l’inquilino di Palazzo Chigi, o un piano per le riforme, idea di queste ore di Matteo Renzi.
Nell’attesa che l’ex rottamatore, ormai guastafeste, si materializzi a via Teulada, per rilasciare l’intervista a Bruno Vespa, la pancia di Palazzo Madama ribolle.
Con una domanda che attanaglia tutti: ci sono o non ci sono i cosiddetti “responsabili”? E quanti sono?
Comincia così, nel salone Garibaldi, il Transatlantico della Camera alta, il tour per testare il clima, per conoscere i volti, per capire se il premier Conte possa avere comunque una maggioranza, in caso di fuoriuscita delle truppe di Matteo Renzi dall’esecutivo giallorosso.
All’ora del caffè e del cornetto caldo, Paolo Romani che ormai gioca a fare il “Denis Verdini” della legislatura più instabile della storia delle legislature – pare essere lui il grande ciambellano dell’operazione salva legislatura – si aggira a piazza Montecitorio. Passo lesto, l’azzurro è diretto a uno dei tanti bilaterali della lunghissima giornata.
Salvo prima di correre via confidare ad alcuni fedelissimi: “Si vota nel 2023″. Amen.
Tutto il resto è noia, verrebbe da aggiungere. O di riffa o di raffa, la legislatura s’ha da completare.
Nel frattempo il Salone Garibaldi si riempie perchè è il giorno delle comunicazioni del premier sul Consiglio europeo straordinario del 20 febbraio. Si affolla di anime senatoriali che si possono dividere in tre categorie: calcolatori, previdenti e spaventati.
Alla prima appartiene certamente un parlamentare che di nome fa Antonio Saccone, eletto con lo Scudo Crociato di Lorenzo Cesa e oggi residente nel gruppo di Forza Italia.
Abito grigio, camicia bianca, cravatta d’ordinanza, camminata sciolta di chi sa il fatto suo. A braccetto con un collega berlusconianissimo, mostra sicurezza davanti al cronista: “Noi siamo l’Udc, quelli che nel 2008 decisero di andare di soli, nè con Berlusconi, nè con Veltroni. Ed entrammo comunque in Parlamento”.
E’ una premessa che serve a dare valore all’ipotesi di un nuovo gruppo. “Noi – insiste – siamo pronti a lanciare un progetto politico alternativo a questa destra ormai rappresentata da Salvini che è distante anni luce dalla nostra storia”.
Dunque a sostegno di Conte? A questo punto della scena Saccone prende e se ne va con un sorriso stampato sulla fronte.
Andrea Causin, altro indiziato speciale, altro azzurro sospetto, è un omone di 190 centimetri. Anche lui oggi indossa un completo grigio e cammina avanti e indietro alla ricerca di qualcuno o forse solo dei futuri colleghi responsabili.
Causin ha l’aria di chi è spaventato, di chi è consapevole che il Palazzo non gradirebbe una fine anticipata della legislatura. Eppure questa volta l’operazione “responsabili” appare più complicata, ci vorrebbe un chirurgo per portarla a compimento. Ma si farà .
Sentite cosa dice Gianluigi Paragone che per l’occasione porta ai piedi delle Adidas modello “gazelle” color bordeaux: “Qui dentro faranno di tutto per resistere”. Alè.
Pochi metri più in là  spunta Gaetano Quagliariello, il quale attraversa il Salone Garibaldi per dirigersi alla buvette. Il già  saggio di Napolitano mette le mani avanti: “Non ne so nulla. Dovete parlare con Romani”.
E Romani, l’azzurro, già  dirigente Fininvest, colui che da giorni lavora a una stampella alternativa che possa aiutare l’esperienza governativa dell’avvocato del popolo argomenta così: “Serve   un gruppo alternativo a quello di Fi di forte ispirazione liberale e riformista”.
Manca poco insomma. Ne è consapevole Ignazio La Russa, una vita a destra, oggi alto dirigente di Fratelli d’Italia.
La Russa, accento sicilianissimo, originario di Paternò, Gazzetta dello Sport sottobraccio, prima scherza sull’Inter, la sua squadra del cuore che solo tre giorni ha subito una sconfitta decisiva con la Lazio. “L’Inter gioca con il citofono e senza portieri”.
Poi si butta sulla questione del giorno e spiega chi sono i responsabili: “Sono sempre esistiti. Solo che un tempo si chiamavano franchi tiratori e non avevano nulla dei francesi. Poi sono stati ribattezzati transfughi, e ora invece si chiamano responsabili. Tutti uniti dalla voglia di non andare al voto. Niente urne è il loro unico punto del programma”.
Quando tutto starà  per deflagrare riemergeranno e difenderanno la scelta. Magari con tanto di conferenza stampa nel segno dell’interesse del Paese.
Intanto raccontano che nel corso della seduta a Palazzo Madama il premier Conte si sarebbe avvicinato ad alcuni senatori di Forza Italia e gli avrebbe sussurrato: “Per favore, aiutatemi”. Indiscrezione non confermata e di facile smentita ma significativa del clima che si respira nelle stanze del Palazzo.
Ed è anche per questa ragione se l’operazione risulta non comprensibile a chi come il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia nella vita ha dovuto risolvere ben altri problemi.
A mezzogiorno e trenta Rubbia si presenta nella Sala Risorgimento di Palazzo Madama. Si ferma a uno dei lati del tavolo pieno zeppo di quotidiani e comincia a sfogliare La Stampa. L’attenzione è alta, da studioso qual è. Ma non appena sente la parola “responsabili” confessa di non avere compreso alcunchè: “I responsabili? Sto cercando di capire il fenomeno che non è certo fisico. Il mondo è strano”.
Per non parlare del Parlamento.

(da “Huffingtonpost”)

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CERNO NON VERSAVA DA TEMPO LA QUOTA PREVISTA AL PARTITO E ORA ACCUSA IL PARTITO DI “CHIEDERE IL PIZZO”, LA SEGRETERIA DEM LO QUERELA

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

MA SE UNO VUOLE USCIRE DA UN PARTITO NON FAREBBE MEGLIO A SALDARE PRIMA IL CONTO IN SOSPESO?

“Si chiama pizzo, hanno chiesto il pizzo. Anche la segretaria di Milano ha detto che se andavo con i 5 Stelle non capivo niente… la segretaria, questa che faceva la portaborse della Toia. Faceva la portaborse di un’europarlamentare e fa il segretario di Milano…Dopo avermi chiesto il pizzo di 18 mila euro, mi ha detto “buona fortuna”. Si chiama pizzo, i soldi per parlare, per esprimere il proprio pensiero”.
Tommaso Cerno, il senatore eletto con il Pd e appena passato con i renziani di Italia Viva, attacca frontalmente il suo ex partito durante la trasmissione radio “Un giorno da pecora”.
Il riferimento è alla somma che il senatore non avrebbe mai versato al partito come quota contributo dopo la sua elezione nel 2018, e per la cui riscossione già  da tempo il Pd aveva avviato un’azione legale.
Frasi che la segretaria milanese dei dem Silvia Roggiani non accetta: e per questo ha annunciato querela, ricevendo già  la solidarietà  del segretario nazionale Nicola Zingaretti che, su Twitter, scrive: “La nostra solidarietà  al Pd Milano per l’aggressione subita. Un abbraccio a Silvia Roggiani e alla nostra comunità  di attivisti che con generosità  e passione lavorano per costruire un’Italia migliore. Siamo tutti con voi”.
Dopo la trasmissione radio di questa mattina i vertici del Pd hanno deciso di reagire. “È davvero grave che il senatore Cerno, paracadutato nel collegio più sicuro di Milano – e dunque eletto grazie agli sforzi organizzativi e anche economici del Pd che lo ha sostenuto – si permetta ora di calunniarci, usando le parole legate al mondo mafioso, come pizzo e ricatto. Lo sa il senatore Cerno quante persone sono morte per mano della mafia? Come parlamentare della Repubblica, conosce il peso della parola che usa? Credo che simili affermazioni qualifichino il senatore per quello che è: una persona che ha dimostrato scarsa cultura politica e soprattutto totale mancanza di rispetto nei confronti degli stessi militanti che gli hanno consentito di sedersi in Parlamento. Una comunità , quella del Pd Milano Metropolitana, che si autofinanzia con il tempo e la generosità  dei propri iscritti e dei propri eletti. Eletti, che per quanto ci riguarda, sono i primi militanti del Pd, come dimostrano le esperienze degli altri parlamentari di Milano”, così la segretaria Roggiani, che poi continua:”Per quanto riguarda le parole usate nei miei riguardi, ci tengo a dirgli che il fatto di lavorare dall’età  di 19 anni non è per me motivo di imbarazzo, ma anzi di orgoglio. Tommaso Cerno chieda scusa, non a me, ma non a tutta la comunità  del Pd Milano Metropolitana che, anche grazie a tutti i contributi degli eletti, in questi anni è scesa in piazza, ha volantinato nelle strade e si impegna ogni giorno per la collettività “.
Sostegno anche dalla deputata Barbara Pollastrini – “Il ‘pizzo’ si paga ai mafiosi. Il fatto che un giornalista nonchè senatore non si renda conto della gravità  delle proprie parole fa capire quanto il limite della serietà  e della decenza sia stato oltrepassato” -, del senatore Franco Mirabelli – “Le parole di Cerno sono ignobili calunnie, che rispediamo al mittente. Il senatore dimentica che è stato eletto proprio grazie all’impegno della nostra comunità , che ora insulta. Anche ciò che ha detto di un governo che Renzi ha voluto e di cui Iv fa ancora parte è molto grave. Gli auguriamo buon lavoro” –   e del consigliere regionale Pietro Bussolati: “Il senatore Cerno ha tutta la legittimità  di fare le scelte politiche che ritiene e io di criticarlo, come per le sue posizioni sulla Tav che tradiscono il sentimento presente nel territorio in cui è stato eletto, ma certamente non ha alcun diritto di rivolgersi verso il Pd milanese e la sua segretaria con parole infamanti e inaccettabili. Sarebbe bene che i suoi “nuovi” colleghi di Partito milanesi prendano le distanze dalle sue affermazioni”.

(da agenzie)

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LA LENTA AGONIA DELLA SARDEGNA SGOVERNATA DALLA LEGA

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

ESERCIZIO PROVVISORIO DA DUE MESI PER NON ESSERE STATI IN GRADO DI APPROVARE IL BILANCIO, INVESTIMENTI BLOCCATI, ISOLAMENTO AEREO E COSTI DI VOLI E TRAGHETTI AUMENTATI DEL 30%, PASTORI FREGATI DA PROMESSE MANCATE

Qualche giorno fa Matteo Salvini era molto arrabbiato perchè il Governo Conte si stava prendendo «il merito della proroga della Continuità  aerea che però è stata ottenuta dal presidente Solinas trattando direttamente con Bruxelles».
Improvvisamente la Sardegna è riapparsa sui radar della Lega nazionale, ad un anno esatto dalla promessa di Salvini di far arrivare il prezzo del latte di pecora ad un euro al litro “entro 48 ore”.
Di ore ne sono passate davvero tante, ma dopo la vittoria di Solinas Salvini si era un po’ dimenticato dell’isola nella quale aveva ottenuto la sua vittoria più importante.
La Sardegna ha rappresentato uno snodo cruciale della strategia della Lega: è stata la prima regione “del Sud” ad essere governata della Lega.
Una vittoria ottenuta grazie ad una campagna elettorale che poi sarebbe diventata un classico con Salvini che ha battuto palmo a palmo il territorio (il tutto mentre era ministro dell’Interno) mentre il candidato Presidente rimaneva più in disparte.
Una cosa che, giusto per fare i paragoni, difficilmente Salvini potrà  fare in Veneto da qui a fine maggio, dove Luca Zaia di sicuro non si limiterà  a fare la comparsa per la campagna elettorale del capo.
Lo stesso schema è stato riproposto con in Umbria (con successo) e in Emilia-Romagna (senza molta fortuna). Curiosamente i tre candidati erano tutti già  eletti al Senato con la Lega.
Il problema della Sardegna è stato che una volta spentisi i riflettori della campagna elettorale, una volta finito l’ultimo giro di promesse, le cose si sono bloccate. O quasi. Perchè di Sardegna si è parlato ad esempio quando il deputato Claudio Borghi ha scoperto il “furto” di mare da parte dell’Algeria (ma si sapeva già  quando al governo del Paese c’era la Lega).
E il resto? La Sardegna è in esercizio provvisorio da ormai due mesi e stando a quanto scrive la consigliera regionale Desirè Manca, del M5S, «la legge di bilancio ancora latita». Significa che nel frattempo gli investimenti per i sardi sono bloccati.
Così come non è consultabile (e non è la prima volta che accade) la legge di riforma sanitaria approvata dalla giunta Solinas il 23 dicembre del 2019.
Quello che non è bloccato invece è la proroga per sei mesi per i Direttori Generali della Regione. E non è stata bloccata nemmeno la proposta di moltiplicazione delle poltrone — di nominati direttamente dalla giunta — di dirigenti negli enti regionali.
Il vero emblema della Sardegna bloccata è la gestione della questione della continuità  territoriale che si risolverà  — pare — con un’altra proroga.
«Non c’è la possibilità  di prenotare un volo per una data successiva al 16 aprile e il costo delle navi, dal primo gennaio 2020, è aumentato del 30%» scriveva il 24 gennaio Massimo Zedda che aggiungeva «Si sapeva? Sì. È stato fatto qualcosa? No. Avremmo dovuto parlarne questa mattina in Consiglio regionale, ma il presidente della Regione e il suo assessore ai Trasporti erano assenti».
Qualche giorno fa sulla vicenda era intervenuta la ministra dei Trasporti Paola De Micheli che ha ricordato come «a novembre ho ricevuto il presidente della Regione e gli assessori e ho fatto loro presente che quel modello non può essere accolto in Europa. Nonostante questo la Sardegna ha deciso di andare avanti».
Solinas non l’ha presa bene e ha accusato la De Micheli di aver rilasciato interviste «nelle quali parla della Regione Sardegna non come di un interlocutore istituzionale ma come un’opposizione politica al suo governo».
Ed è qui che Salvini è tornato in scena per chiedere le dimissioni della ministra. Curioso che non si sia occupato della continuità  territoriale (o degli altri problemi della Sardegna) in questi ultimi dodici mesi. Ma la “latitanza” di Solinas su certi temi esiste.
Ieri il consigliere regionale Francesco Agus denunciava la decisione del Presidente del Consiglio regionale di “sconvocare” la seduta nella quale si sarebbe dovuto discutere della vertenza Air Italy che interessa oltre 550 lavorati sardi. La motivazione? Christian Solinas non poteva essere presente.
Al posto della seduta formale è stata convocata quella che Agus definisce “una riunioncina” con le rappresentanze sindacali. Nel frattempo c’è un’assessora (Gabriella Murgia) che scrive nel gruppo nato per la creazione di una compagnia aerea “popolare” che quella in fondo “è l’unica soluzione”.
E i pastori sardi? Dopo quasi un anno finalmente giovedì scorso è stata convocato il tavolo ovi-caprino. È stato risolto o deciso qualcosa? Secondo la CIA Sardegna la risposta è no e ha diffuso una nota nella quale si legge che l’incontro «si è rivelato una perdita di tempo e ha confermato che la Regione è profondamente lontana dalle difficoltà  che vivono le aziende agricole sarde» anche alla luce di «una prospettiva catastrofica che vede delinearsi sullo sfondo della Finanziaria regionale un taglio di 12 milioni di euro sui fondi destinati all’agricoltura isolana».
Ma cosa ha proposto l’assessora Gabriella Murgia? La creazione dell’Ente sardo per la pastorizia che dovrebbe diventare il punto di riferimento per il comparto.
Secondo la CIA Sardegna si tratta solo dell’ennesimo spot pubblicitario: «una nuova struttura che assorbirà  risorse per la gestione, che avrà  un nuovo presidente e un nuovo direttore generale. Niente di più che un ritorno al passato. Tutto questo per mascherare il fatto che la Regione e l’assessora Murgia non hanno nessuna idea e nessuna proposta concreta in grado di dare sicurezza e prospettive a questo comparto».
I pastori speravano di ottenere una risposta, in cambio è stata fatta loro l’ennesima promessa.

(da “NextQuotidiano”)

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IL GRIDO D’ALLARME DELLA PM DI ROMA: “IN CITTA’ SI PROSTITUISCONO ANCHE BAMBINE TRA 10 E 13 ANNI”

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

REPORT DRAMMATICO: IN AUMENTO ANCHE I CASI DI VIOLENZA SESSUALE SU MINORI… QUESTE SONO LE VERE EMERGENZE, ALTRO CHE LE CAZZATE SOVRANISTE

Questa mattina si è riunita a Palazzo San Macuto a Roma la commissione parlamentare per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Il quadro tracciato dalla pm di Roma Maria Monteleone sembra essere davvero drammatico, soprattutto se si guarda al grido d’allarme che è stato lanciato in relazione ai reati che riguardano lo sfruttamento minorile e i reati legati alla sfera sessuale. L’ordine del giorno della commissione riguardava il seguito dell’indagine conoscitiva sulle forme di violenza fra i minori e ai danni di bambini e adolescenti.
L’audizione della dottoressa Maria Monteleone, procuratore aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, ha mostrato quanto segue.
In città , infatti, pare che ci siano stati casi — sperimentati dalla stessa procuratore aggiunto — di prostituzione minorile di adolescenti d’età  compresa tra i 10 e i 13 anni. Un fenomeno fortemente preoccupante, soprattutto se si considera che i casi di violenza sessuale sui minori si sono moltiplicati nel corso degli ultimi anni.
«La prostituzione minorile è un altro tra i reati più inquietanti che dobbiamo registrare perchè vede come vittime bambine e bambini, anche di età  compresa tra i 10 e i 13 anni — ha detto la pm -. A Roma nel 2019 abbiamo aperto 31 nuovi procedimenti penali. E negli anni passati c’era stata un’impennata in questa materia dopo la vicenda delle cosiddette baby squillo».
Ma non ci si limita soltanto a questo: 117 nuovi procedimenti sono stati aperti per atti sessuali nei confronti di minorenni con un numero sempre maggiore di adescamenti che arrivano attraverso i social network e internet in generale.
Il quadro tracciato dalla Monteleone, inoltre, riguarda anche le violenze perpetrate sui bambini che frequentano le scuole dell’infanzia, le sottrazioni di minori all’interno di casi legati a emergenze sociali e a episodi di atti osceni nei pressi di luoghi frequentati dai minori.
Un vero e proprio bollettino di guerra, che andrebbe analizzato in maniera approfondita e sul quale andrebbero prese delle serie misure correttive da parte delle istituzioni presenti sul territorio.

(da agenzie)

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I “DECRETI SICUREZZA” VANNO ABOLITI, HANNO PRODOTTO SOLO INSICUREZZA

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

A QUALCUNO FA COMODO CREARE SBANDATI PER POI PROPAGARE ODIO RAZZISTA

Decreti Sicurezza? Macchè. I provvedimenti fortemente voluti dall’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in realtà  non fanno altro che produrre insicurezza creando migliaia di “invisibili” senza alcuna protezione, diritto e possibilità  di integrazione.
Utili strumenti di propaganda per azioni dimostrative contro le Ong, le norme approvate tra ottobre e novembre 2018 di fatto escludono richiedenti asilo e beneficiari di protezione dal sistema dell’accoglienza, privandoli di ogni possibilità  di tutela e rendendoli facili prede di sfruttatori, caporali e soprattutto di quelle mafie made in Italy che abbiamo esportato in tutto il mondo.
In queste ore il Governo discute su come modificarli, ma in realtà  andrebbero semplicemente aboliti.
A raccontare bene i disastri causati dai due abomini legislativi che sembrano pensati unicamente per produrre tweet e dirette Facebook, il report “I sommersi dell’accoglienza” prodotto recentemente da Amnesty International.
Un documento che — dati alla mano — spiega come il negare diritti umani di donne, bambini e uomini che scappano da guerre, terrorismo, persecuzioni, cambiamenti climatici e violenze, generi anche insicurezza per gli stessi italiani.
Basta una leggera dose di malizia per poter affermare che, da una parte, si è cercato di demonizzare il lavoro delle Ong e di chi salva esseri umani nel Mediterraneo, trattando da criminali persone che in realtà  andrebbero rispettate e stimate, e, dall’altro, si è voluto fare in modo che la figura del migrante fosse spinta “per legge” verso l’illegalità  o comunque verso l’impossibilità  di costruirsi un futuro, con l’obiettivo di aumentare tra gli italiani la già  insensata percezione di insicurezza diffusa (secondo il Censis, negli ultimi 10 anni, i crimini sono in costante calo).
Insomma: propaganda in mezzo al mare, caos sulla terra ferma. Alla faccia della sicurezza.
Con le attuali regole, migliaia di persone che si sono viste rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate se non in violazione della legge, non godono di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, istruzione e lavoro.
Di loro non si sa nulla, perchè gli viene preclusa persino l’iscrizione anagrafica. Inoltre, l’abolizione della protezione umanitaria ha fatto sì che chi attualmente si trova in Italia con tale titolo ottenuto in precedenza, non ha più diritto a nessuna forma di accoglienza: niente tutele, esclusione sociale ed economica, ghettizzazione. Alla faccia della sicurezza (e due).
I tagli al sistema dell’accoglienza (i famosi 35 euro, ndr), hanno penalizzato soprattutto la cosiddetta accoglienza diffusa (ospitalità  in singoli appartamenti in distinte unità  immobiliari) e di qualità , ovvero quella con un impatto meno evidente per le comunità  ospitanti e che offre più possibilità  di integrazione per gli ospiti: stando alla miopia o alla malafede del legislatore, una somma di 21,35 euro dovrebbe bastare per l’affitto di una casa, per la luce, per il gas, per l’acqua, per i pasti, per i servizi di pulizia, per i beni di prima necessità , per l’assistenza sanitaria.
Zero gli euro previsti per l’assistenza psicologica e l’insegnamento della lingua italiana, fondamentali per l’inserimento nelle comunità .
Più contenuti, al contrario, i tagli ai centri di accoglienza collettivi: 26,35 per strutture che accolgono sino a 50 utenti e 25,25 euro per strutture che accolgono da 51 a 300 richiedenti asilo. Cifre che mostrano plasticamente il disegno di chi ha voluto puntare a concentrare i migranti in grandi strutture ingestibili e foriere di insicurezza, smantellando ogni attività  a misura d’uomo volta a rendere meno traumatico il rapporto tra comunità  ospitanti e ospiti.
Con l’aumento pianificato per legge degli irregolari, aumentano anche i rischi di diffusione di malattie; è infatti più difficile, da parte dei servizi sanitari, intercettare le situazioni a rischio e garantire la necessaria assistenza. Alla faccia della sicurezza (e tre).
Per impedire ogni forma di integrazione, viene reso molto più difficile l’accesso alla cosiddetta “seconda accoglienza”, vietandola ai richiedenti protezione internazionale. “Una scelta politica — si legge nel rapporto di Amnesty — che ne impedisce l’accesso ai richiedenti asilo che vivono situazioni di particolare vulnerabilità  (sanitaria, psicologica, psichiatrica, ecc.), aumentando la possibilità  che essi restino nel sistema di ‘prima accoglienza’, il quale sempre più si dimostra non capace di gestire correttamente tale vulnerabilità .
In altri termini, la norma toglie un diritto a persone che prima ne erano titolari e potevano goderne mediante un percorso programmato e riconosciuto come virtuoso.
Queste categorie vanno ad ampliare la platea di persone disagiate che troveranno nelle periferie cittadine i luoghi del loro sopravvivere e in attività  lavorative occasionali e precarie l’unica possibilità  di guadagno”. Alla faccia della sicurezza (e quattro)
Amnesty International, a poco più di un anno dall’approvazione di quelli che andrebbero chiamati “decreti insicurezza”, fotografa quello che a molti era apparso chiaro fin da subito: invece di puntare a risolvere le criticità  derivanti dai flussi migratori, le norme volute da Matteo Salvini non fanno altro che aggravare i problemi.
Sarebbe ora di abolirle. Senza indugi.

(da TPI)

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QUATTRO SALVATAGGI IN 48 ORE, I PATRIOTI DI OCEAN VIKING E SEA WATCH SALVANO 365 NAUFRAGHI MENTRE L’EUROPA DEI VILI ASSISTE INERTE

Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile

IL CAPOMISSIONE OIM IN LIBIA: “DI 600 DETENUTI NON SI SA PIU’ NULLA, SI TROVINO ALTERNATIVE DI SBARCO SICURO”

Quattro soccorsi in 48 ore, 385 migranti presi a bordo da due navi umanitarie mentre a Lampedusa continuano gli sbarchi autonomi e la guardia costiera libica riporta indietro altre centinaia di persone.
E l’Oim lancia un accorato appello alla comunità  internazionale: “Si trovino alternative e meccanismi di sbarco sicuri per i migranti soccorsi in mare e che sono in fuga dalla Libia”
Almeno 200 migranti sono stati riportati a Tripoli poche ore dopo che il porto della capitale libica venisse bombardato. “La Libia non può aspettare”, afferma Federico Soda, Capo Missione per l’OIM in Libia. “E’ il momento di mettere in atto azioni concrete per assicurarsi che le persone soccorse in mare siano fatte sbarcare in porti sicuri e che il sistema di detenzione arbitrario venga terminato. A dieci mesi dall’inizio del conflitto, in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2.000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà  pratiche nel fornir loro assistenza. Nelle prime due settimane di gennaio circa 1.000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal ministero dell’Interno libico. Di questi migranti non si ha più notizia. Le Nazioni Unite continuano a documentare abusi, torture, sparizioni e condizioni spaventose nei centri di detenzioni libici. È inaccettabile che l’attuale sistema di detenzione sia ancora vigente, nonostante i ripetuti appelli al suo smantellamento e a favore dell’apertura di soluzioni alternative che possano garantire almeno un minimo livello di sicurezza”.
Dopo i due soccorsi operati ieri, la Ocean Viking di Msf e Sos Mediterranèe ha preso a bordo nel primo pomeriggio altre 92 persone, tra cui diverse donne e bambini ( due gemelli di sette mesi e un bimbo di un anno) che erano su un gommone ormai sgonfio vicino ad una piattaforma petrolifera nel golfo di Sabratha.
Adesso sono 166 i migranti sulla nave umanitaria che non ha ancora chiesto l’assegnazione di un porto sicuro.
E in 121 sono stati invece recuperati dalla Sea Watch 3. Erano a bordo di un gommone in difficoltà  che imbarcava acqua, a circa 24 miglia dalla Libia. Il centralino Alarm phone aveva raccolto il loro Sos e avvisato le autorità  competenti.
Se dovessero chiedere e ottenere un porto dall’Italia, allo sbarco – così come già  avvenuto la scorsa settimana a Messina – i migranti verranno tutti sottoposti ai protocolli per il coronavirus, a differenza di quelli che riescono ad arrivare alla spicciolata a Lampedusa o sulle coste siciliane con i barchini fantasma.

(da agenzie)

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