Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
ELETTORI M5S E LEGA VOTANO DE LUCA, GIANI VINCE IN TOSCANA ANCHE GRAZIE AI GRILLINI…. “LA LEGA HA UN PROBLEMA AL SUD”
È stata una elezione vinta dai singoli candidati alla presidenza perchè capaci di attrarre i voti decisivi fuori dai bacini tradizionali dei partiti che li sostenevano. Eugenio Giani in Toscana, Michele Emiliano in Puglia, Vincenzo De Luca in Campania, Giovanni Toti in Liguria, Luca Zaia in Veneto, tutti leggono il proprio nome in cima alla lista dei ringraziamenti per la vittoria appena conseguita.
Per alcuni è stata una passeggiata di salute, per altri una camminata sulle uova, poco importa.
Secondo l’analisi dei flussi dell’Istituto Cattaneo il dato emblematico di queste elezioni arriva dalla capacità di attrazione delle singole figure candidate, sebbene siano i partiti che li esprimevano più o meno convintamente a sfruttare ora gli esiti regionali per i propri tornaconti a livello nazionale.
“Sono tutte vittorie personali”, dice Marco Valbruzzi, ricercatore dell’istituto bolognese. “In Toscana Giani ha allargato il campo elettorale ben oltre quello definito dai partiti della sua coalizione”. Ciò vuol dire che ha pescato non solo tra Pd, Italia Viva e le altre liste del centrosinistra, ma anche dal Movimento 5 Stelle. “Circa il 40% di chi ha votato M5S alle Europee del 2019 lo ha sostenuto con il suo voto. Così come si è visto arrivare anche un sostegno dai moderati di Forza Italia, che hanno preferito Giani alla leghista Ceccardi”. Aspetti singolari, ma non i più eclatanti.
In Campania, per dire, “l’odiato” De Luca ha beneficiato di un consistente aiuto da parte proprio dei grillini, sebbene avessero in Valeria Ciarambino una valida e conosciuta candidata.
Circa il 70% degli elettori M5S di un anno fa si è spostata sull’ex sindaco di Salerno. Stessa tendenza si vede per il 50% di chi ha sostenuto il Carroccio alle Europee, che ha preferito tuttavia il presidente uscente al moderato forzista Stefano Caldoro. “De Luca, così come Zaia in Veneto e Toti in Liguria, è riuscito ad allargare di molto il bacino elettorale delineato dai partiti che lo sostenevano. Il merito della sua schiacciante vittoria è quindi dovuto alla sua figura personale, più che all’apporto ricevuto dalla sua coalizione”, continua Valbruzzi.
Certo, il Pd è uscito rafforzato dalle urne. La ragione sta nella “rimobilitazione dell’elettorato dem”, spiega il ricercatore del Cattaneo. “Chi si era astenuto alle Europee questa volta si è recato alle urne, e chi già ci era andato ha confermato la sua preferenza per il Partito Democratico”.
Per quanto riguarda il principale partito di sinistra, quindi, il contributo alla vittoria non è mancato ma ad averne definita la misura è stata la qualità delle candidature e la loro capacità di attrarre voti fuori dai tradizionali confini.
Discorso inverso per la Lega, alle prese se non con una sconfitta certamente con una “battuta d’arresto” e soprattutto con “un problema di classe dirigente nel Centro Sud”, dice Valbruzzi.
Tranne l’Umbria, in queste regioni infatti il Carroccio non sfonda oltre il proprio elettorato e anzi ne cede una parte all’alleato Fratelli d’Italia.
Giorgia Meloni cresce dappertutto, raddoppia complessivamente i consensi nelle sei regioni e scalza Matteo Salvini come figura di primo piano del centrodestra.
Al Nord non va tanto meglio, visto che la vittoria bulgara di Zaia in Veneto mette in ombra proprio il leader della Lega – unico vero ma non dichiarato avversario – “uscito non sconfitto ma certamente ammaccato da questa competizione, sia all’interno del partito, sia all’interno della coalizione”, aggiunge Valbruzzi.
Chi ha perso queste elezioni è il Movimento 5 Stelle, i cui elettori sono stati quelli davvero determinanti per le vittorie altrui, e nella fattispecie quelle molto sofferte del centrosinistra.
Della Toscana si è già detto, in Puglia il 20% dei grillini ha sostenuto Emiliano senza neanche passare dal voto disgiunto. La scelta di allearsi al Pd in Liguria convergendo sul nome di Ferruccio Sansa non è riuscita a scalfire la forza attrattiva di Toti, secondo il Cattaneo. Mentre quella di non allearsi nelle Marche ha forse aperto la strada alla vittoria di Acquaroli, candidato di Fratelli d’Italia che ha strappato per la prima volta l’ormai ex regione rossa alla sinistra. “Qui fose se Pd e M5S avessero corso insieme, forse l’esito del voto sarebbe stato diverso”.
La sconfitta diventa fallimento quando si parla di Italia Viva. Il voto ci dice che il partito di Matteo Renzi oggi non avrebbe nemmeno diritto di tribuna in Parlamento e difficilmente riuscirebbe a superare una soglia di sbarramento al 3%. “Con tutta probabilità sarebbe fuori dai giochi, ragione per cui queste elezioni restringono di molto i margini d’azione dei renziani nella maggioranza di Governo”, spiega Valbruzzi. Insomma, se in futuro ci saranno reali minacce per la tenuta dell’esecutivo Conte, è lecito scommettere non arriveranno dai banchi di Italia Viva.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
EMILIANO HA RECUPERATO IL 40% DEL NON-VOTO DEL 2019, DE LUCA E GIANI IL 25%… IL GOVERNATORE PUGLIESE HA PORTATO VIA AL CENTRODESTRA IL 66% DEI VOTI DEL 2019
Vincenzo De Luca vince in Campania anche perchè recupera i voti del 45 per cento di quelli che
si erano astenuti alle Europee. Inoltre “ruba” il 25 per cento di quelli che erano andati al centrodestra e il 18 per cento del bottino del Movimento Cinque Stelle. La Swg è andata a scavare nei movimenti elettorali delle regionali rispetto al dato del voto europeo del 2019.
L’analisi dell’istituto di ricerca rivela un movimento analogo anche il Puglia, dove ha vinto il dem Michele Emiliano. Il governatore uscente, che i sondaggi davano in grossa difficoltà , ha invece vinto facile grazie ad un recupero del 40 per cento degli astenuti dell’anno scorso e alla capacità di strappare ben il 66 per cento di elettori al centrodestra. In pratica due elettori su tre che nel 2019 avevano votato Salvini, Meloni e Berlusconi, ha cambiato barricata.
n Toscana, il candidato del centrosinistra Eugenio Giani vince perchè porta a casa il 68 per cento dei voti che nel 2019 erano andati al suo schieramento, recuperando il 25 per cento dell’astensione.
Prende invece molto poco ai grillini, solo il 4 per cento, agli altri partiti il 2 per cento, e solo l’1 per cento al centrodestra.
Ceccardi riesce nell’impresa di fare meglio di Giani rispetto al bacino elettorale del 2019: conferma ben il 79 per cento dei voti del centrodestra. Ma lì si ferma perchè strappa solo il 4 per cento ai grillini e il 3 per cento al Pd. E dall’astensione recupera solo il 14 per cento.
Questo trend che vede il Pd recuperare voti dall’area dell’astensione alle Europee si conferma anche nelle Marche, dove Maurizio Mangialardi, candidato del Pd uscito sconfitto, intercetta il voto del 29 per cento di chi si era astenuto nel 2019, e il 12 per cento di di elettori 5S.
Secondo la Swg, il Pd ottiene attraverso il recupero del non-voto del 2019 il 25 per cento dei suoi consensi nelle Marche. Percorso inverso fanno i voti della Lega: il 32 per cento va a finire nel calderone delle astensioni. Francesco Acquaroli, candidato del centrodestra risultato vincente, riporta invece a casa il 78 per cento dei voti europei del centrodestra.
In Liguria sulla provenienza dei voti assegnati a Giovanni Toti, governatore riconfermato per il centrodestra, si fa notare come un terzo dei voti ricevuti è extra centrodestra: il 56 per cento, infatti aveva votato per il centrosinistra alle Europee. E quasi la metà dei consensi viene da Lega e Forza Italia per un totale del 79%. Riguardo ai Cinque stelle, solo un quarto degli elettori di un anno fa ha confermato il voto.
In Veneto il super vincitore Luca Zaia Zaia raccoglie tutti i voti del centrodestra e una quota di astenuti, rispettivamente il 76 per cento e il 16 per cento. Percentuali molto simili per la lista Zaia. Riguardo al Pd, la metà dei suoi voti si perde tra l’astensione (39 per cento) e la Lista Zaia.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
PROBABILE ALLEANZA TRA AUTONOMISTI E PROGRESSISTI… FORZA ITALIA E FDI UNITE RESTANO FUORI DAL CONSIGLIO REGIONALE
Quella della Lega in Val D’Aosta potrebbe essere l’ennesima vittoria di Pirro di questa tornata delle elezioni amministrative a livello regionale.
Nel territorio alpino, infatti, le elezioni non seguono il criterio maggioritario, ma si basano esclusivamente su un voto proporzionale, con il presidente della regione che verrà scelto in seguito ad accordi interni alle forze che comporranno il parlamentino valdostano.
E la Lega, nonostante sia il primo partito in regione, in virtù di questo principio potrebbe finire all’opposizione.
La Lega che alle Europee un anno fa aveva preso il 37,2% è scesa infatti al 23% e per governare da sola non bastano
L’ago della bilancia è formato, in questo caso, dall’Union Valdotaine. Il tradizionale partito valdostano, infatti, ha ottenuto il 15% dei consensi, pareggiando quelli della vera sorpresa di questa tornata elettorale: la coalizione progressista, che al suo interno conta anche la componente del Partito Democratico, ha raggiunto la stessa percentuale del partito valdostano, proponendosi come possibile partner di governo.
Del resto sembra essere questa la posizione di Erik Lavevaz, il presidente dell’Union Valdotaine, che sembra escludere, subito dopo la comunicazione dei dati, una alleanza con la Lega: «Parleremo con tutti — ha detto Lavevaz -, ma in questo momento l’Union Valdotaine e la Lega sono su posizioni alternative. Il nostro congresso ha indicato come linea di cercare coalizioni sui Comuni e sulla Regione con gli autonomisti in contrapposizione con populisti e sovranisti»
Molto probabile, dunque, che lo schieramento di governo possa escludere la componente leghista, nonostante l’incremento dei consiglieri regionali che, verosimilmente, finiranno all’opposizione.
Insomma, questo pareggio per 3-3 alle regionali potrebbe addirittura finire in svantaggio al Golden gol per la Lega. L’esito delle elezioni in Val D’Aosta, infatti, potrebbe segnare l’ingresso del Partito Democratico e del centrosinistra al governo di un’altra regione: a quel punto sarebbe più un 4-3 per i progressisti contro i sovranisti di Matteo Salvini.
Mentre il M5S cade nel crepaccio e non va neppure in consiglio, così come Forza Italia e Fdi (uniti) il voto valdostano dimostra che le care e vecchie coalizioni più o meno trasversali riempiono il granaio. L’autonomia, per decenni al potere prima di una specie di suicidio politico e della pioggia di scandali, è in teoria il primo partito: contando, e non pesando.
Poi, senza accordo si tornerebbe al voto, ma vedrete che questi fantini un modo per intendersi lo troveranno. Compresi i cavalli scossi.
(da agenzie)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
DA “VORREI SOLO PRENDERE IL TRENO” AL CONSIGLIO REGIONALE
In fondo lui voleva solo prendere il treno. Con oltre 11mila preferenze Iacopo Melio è il candidato
più votato del collegio di Firenze in queste elezioni regionali.
E uno dei più votati in tutta la Toscana. Iacopo, capolista Pd, ha annunciato la sua candidatura alla fine di luglio, con una lettera. «Dopo essermi preso del tempo per riflettere con attenzione, ho deciso adesso di accettare quest’ultimo invito a provare a portare nelle Istituzioni le idee e i valori che da sempre promuovo insieme a voi», scriveva.
Il voi a cui si riferisce sono gli utenti che lo seguono sui social, oltre 650 mila follower solo su Facebook. Un influencer, si potrebbe dire. O meglio un ragazzo con una disabilità che è riuscito a raccontare le difficoltà che vive ogni giorno facendo appassionare anche chi non ha nemmeno idea di cosa voglia dire vivere su una sedia a rotelle.
Come abbiamo raccontato su Open, dalla sua storia è nata l’associazione Vorrei prendere il treno, impegnata per abbattere le barriere architettoniche. Nel 2019 la sua storia è stata celebrata anche da Sergio Mattarella, con la nomina a Cavaliere della Repubblica.
«Un segnale con una gentilezza prepotente»
Iacopo non ha potuto fare campagna elettorale. Non un comizio, una cena e tantomeno una stretta di mano. Per lui il Coronavirus è una minaccia seria.
Nella sua quarantena lunga sette mesi è uscito solo una volta, per votare. E oggi, finita la conta delle preferenze, è proprio a chi come lui è andato ai seggi che dedica un post: «In tanti, da tutta Italia, mi avete chiesto in questi anni di rappresentare un “cambiamento”, dando un segnale che scuotesse i cuori e le teste di chi aspetta di ritrovare l’entusiasmo perduto. Quel segnale è arrivato stanotte, con una gentilezza prepotente, facendosi spazio a testa alta».
In questi giorni frenetici non ha rilasciato interviste. Da ora comincerà a parlare, spiegando come pensa al suo futuro in regione, anche se ha già chiarito che le sue attenzioni non saranno rivolte solamente ai disabili ma a tutta la comunità . Ma ora un po’ di pausa, prima di iniziare il mandato: «E allora crediamoci in questo nuovo sogno chiamato “cambiamento”, che oggi è il primo passo e migliore non poteva essere».
(da Open)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
NELLA CITTA’ SCOSSA DALL’OMICIDIO DI WILLY PESANTE SCONFITTA DEI SOVRANISTI, APPENA 13,5% PER IL CANDIDATO DI LEGA E FDI
Nella Colleferro che dopo l’omicidio di Willy Monteiro Duarte è stata sommersa di accuse, tra chi definiva la città in provincia di Roma un avamposto del neo-fascismo e chi auspicava una svolta a destra nell’amministrazione, alle elezioni comunali è arrivata una risposta nettissima da parte dei cittadini: a vincere, con una larghissima maggioranza, è stata la sinistra.
Quando siamo arrivati a circa metà dello spoglio, infatti, i dati forniti dal ministero dell’Interno non lasciano spazio a dubbi: il candidato di centrosinistra e sindaco uscente Pierluigi Sanna, appoggiato dal Pd e da altre liste civiche, ha ottenuto il 77,04 per cento dei consensi. Sarà lui, dunque, il “nuovo” primo cittadino di Colleferro.
Staccati, di molto, tutti gli avversari. Il candidato del centrodestra Rocco Sofi, appoggiato da Lega e Fratelli d’Italia, ha ottenuto infatti solo il 13,5 per cento.
Forza Italia, invece, ha dato il suo sostegno a Mario Cacciotti, che al momento è fermo al 5,64 per cento. “Se questo risultato dovesse essere confermato — ha dichiarato Sanna nel corso dello spoglio — si tratterebbe di un risultato storico. E’ la prova che la fiducia delle persone non si conquista solo con i vecchi metodi, ma anche con l’ascolto e l’impegno costante verso un miglioramento della vita dei cittadini”
(da agenzie)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
UN DIRITTO NON PUO’ ESSERE ACCESSIBILE SOLO A CHI PUO’ PERMETTERSELO
È la fotografia della distorsione di un paese e, per questo, la vicenda del calciatore del Barcellona
Luis Suarez va raccontata per bene e va tenuta a memoria.
Non tanto per le dimensione di un’indagine, quella della Procura di Perugia, che forse ha scovato i soliti furbi fare i furbi per mettersi a disposizione del luccicante mondo dei ricchi, ma perchè le disuguaglianze sono talmente evidenti che basta mettere in fila i fatti per comprendere come in Italia ci siano diverse velocità (e forse anche regolarità ) di procedura per ottenere un diritto.
E cosa c’è di più schifoso di un diritto che dovrebbe universale e invece è accessibile solo a chi può permetterselo?
Un calciatore del Barcellona nato in Uruguay briga per ottenere la cittadinanza italiana (ha sposato un’italiana) in poche settimane. È la stessa cittadinanza che, lo dicono le statistiche, tanti attendono in media in quattro anni. Anni contro settimane, tanto per rendere l’idea.
Suarez doveva ottenere la cittadinanza per firmare per venire a giocare in Italia e sostiene, come tutti, un esame di italiano.
Secondo le intercettazioni Suarez “non coniuga i verbi”, “parla all’infinito” e quindi concordano l’esame “perchè con 10 milioni a stagione di stipendio non glieli puoi far saltare”, dicono gli esaminatori e quindi il calciatore “sta memorizzando le varie parti d’esame” e addirittura il voto finale è stato comunicato in anticipo al candidato. Prima di un esame che è durato una manciata di minuti quando di solito dura circa due ore e mezza.
Così ora la Procura di Perugia indaga, tra gli altri, il Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, Giuliana Grego Bolli, e il direttore Generale dell’università , Simone Olivieri.
Ma in fondo, se ci pensate bene, Suarez ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per diventare un italiano, un italiano di quelli che sono convinti che questo Paese appartenga ai furbi, ai ricchi, agli amici degli amici, alle raccomandazioni, al servilismo di certi funzionari, al seguire gli interessi prima ancora delle regole e alla prepotenza di chi può permettersi di comprare risultati che andrebbero conseguiti per merito.
In questa sua predisposizione Suarez ha dimostrato di essere perfetto per diventare un italiano di quelli.
Resta solo da spiegare ai tanti che sono italiani di fatto, ma che lottano per anni per vedersi riconosciuti, che gli immigrati qui pesano in base al loro reddito. Si accolgono i ricchi e si odiano i poveri, semplice semplice. E così quella che era già una farsa ora diventa ancora più vergognosa.
(da TPI)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
DA’ IL BENSERVITO AI NOSTALGICI DI RENZI E ALLA DESTRA GRILLINA
Per capire cosa significhi questo voto nel Pd, bisogna riavvolgere il nastro a dieci giorni fa. Tutti i grandi opinionisti avevano già (anticipatamente) proclamato la sconfitta del suo segretario, già individuato il suo sostituto (Stefano Bonaccini), già spiegato per filo e per segno che dopo una sconfitta così terribile come quella che si profilava (5 a 1) nelle regionali non c’era altra via che questa: dimettersi e consegnare la leadership al suo erede naturale. Ed era così suggestivo, questo coro, che lo stesso erede designato, Bonaccini a questa favola ci aveva pure aveva creduto, lasciandosi sfuggire una risposta che era un manifesto programmatico: facciamo rientrare gli esuli che sono fuori dal partito (a suo dire Matteo Renzi e Pierluigi Bersani) restauriamo l’immagine del Pd per tornare a “prima” di Zingaretti. Cioè al Renzismo, magari senza Renzi. Facciamo cadere questo governo innaturale che gli elettori non vogliono.
Che il segretario corresse dei rischi enormi era vero: giocava “fuori casa”, ovvero con candidati che (per ovvi motivi cronologici) nella maggior parte dei casi non aveva scelto lui, e aveva una doppia minaccia che lo stringeva a tenaglia: da un lato quella alla sua destra, con la nascita di liste, promosse da Italia Viva, che avevano l’obiettivo proclamato non di vincere loro, ma di far perdere il Pd.
Dall’altro alla sua sinistra, dove gli alleati del M5s si baloccavano ancora in una illusione “autonomista”, nell’idea, cioè, che se avessero fatto da soli avrebbero potuto fare meglio. Il Pd di Zingaretti, dunque, si ritrovava in campo con una linea di prospettiva (far crescere l’alleanza di governo), ma — per dirla con Goffredo Bettini — sostanzialmente si ritrovava anche solo, a difenderla, dalle tentazioni “restauratrici” dei suoi alleati.
Bastava un passo falso, dunque, e la tenaglia rischiava di chiudersi: le regionali potevano diventare il successo di chi nel M5s sognava un ritorno al tripolarismo contro i suoi stessi compagni al governo, e potevano diventare un successo di chi dentro e fuori dal PD sognava uno spostamento dell’asse a destra, ma potevano addirittura dare una doppia indicazione in queste due direzioni, premiando sia gli autonomisti grillini, sia i guastatori di Italia Viva. Invece, il segnale è stato tutto diverso: anche se abbandonato quasi ovunque dal suo alleato, il Pd ha tenuto dappertutto (con la sola eccezione delle Marche).
E anche se, come abbiamo visto, era già pronto il piano per far rientrare i renziani, ci hanno pensato gli elettori ad azzerare quella opzione politica.
Il disegno di Renzi era a geometria variabile e prevedeva tre diverse scommesse in un solo voto: 1) in alcune regioni, vedi la Puglia e la Liguria, come abbiamo visto, far perdere Emiliano e Sansa. 2) In altre regioni — vedi la Campania — essere determinanti per la vittoria. In altre 3) vedi la Toscana, mostrare i muscoli e costruire un successo vetrina da usare a livello nazionale per dire: quando giochiamo sul serio andiamo a due cifre.
È andata esattamente nel modo opposto: dove il centrosinistra perde non è certo per l’effetto di un successo di Italia viva (vedi Liguria), dove vince (vedi Campania) il partito di Renzi è poco più che un orpello che prende più o meno come una lista civica di politiconi del sud.
Dove vince a sorpresa — vedi Puglia — il povero Scalfarotto prende un risultato (1.1% la lista, 1,5% il candidato) che avrebbe esaminato con il microscopio elettronico. Dove vince respingendo il tentativo spallata di Salvini (vedi la Toscana) Italia viva rappresenta un ottavo dei voti del Pd.
Ecco perchè dopo questi verdetti politici, Zingaretti incassa la doppia sconfitta dei due progetti alternativi al suo.
Anche dentro il M5s questo voto rappresenta una dura lezione, simboleggiata dal voto sulla candidata pugliese: si diceva che sarebbe arrivata al 15-20% (e così la vittoria di Raffaele Fitto sarebbe stata matematica), e si è fermata al 10, con il suo serbatoio elettorale completamente “svuotato” da Emiliano.
Non dal voto disgiunto, su cui i dirigenti “autonomisti” avevano lanciato l’allarme, ma direttamente dal voto utile: per non non far vincere la destra — cioè — cambio anche il mio voto di lista. Era quindi, come si vede, la prova più difficile per la segreteria del Pd, il primo grande test dopo la nascita del governo giallorosso, l’ultima battaglia in difesa.
Forse si può dire che Zingaretti abbia finito ieri la sua “fase uno”. Ma adesso, forte di questi risultati, deve aprire la sua fare due.
Il che significa mettere in prima linea quelli che sono andato a votarlo fin dalle primarie, aprire alla società civile, liberarsi dai veti cadaverici delle correnti, e anche dal peso di condizionamento dei renziani che sono rimasti acquattati nella sua maggioranza, ma che erano pronti a pugnalarlo alla prima occasione. à
Adesso che ha sconfitto i nemici esterni, il leader del Pd deve usare questo risultato per passare alla sua fase due, cambiare lo stanco corpaccione, azzerare le rendite dei vecchi notabili, costruire un partito che sia più periferie, Greta e Ocasio-Cortez, e meno Ztl, Guerini, Lotti e Hillary Clinton.
(da TPI)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
L’ATTACCO IN UN POST: “DOVE AVEVAMO IL 45% ABBIAMO IL 10%, DOVE AVEVAMO IL 15% ABBIAMO IL 3%, EPPUR SI RIDE
Attacco frontale di Massimo Bugani ai vertici del Movimento Cinque Stelle. In un lungo post
pubblicato su Facebook all’indomani delle elezioni regionali, il consigliere comunale M5s a Bologna ed ex vice capo segreteria di Luigi Di Maio ha scritto: «Non sfugge il tracollo del M5S in ogni tornata elettorale, dalle europee del 2019 ad oggi».
Le responsabilità , secondo Bugani, sono da attribuire «a chi da allora non ha mai voluto avviare un momento di riflessione interna, non ha avuto il coraggio di convocare stati generali, non ha minimamente gestito le precedenti regionali in Calabria e in Emilia lasciando i gruppi allo sbando, non ha mai preso alcuna posizione per costruire progetti seri nei territori».
«Vedere i selfini gaudenti mentre i nostri candidati di queste regionali sono stati mandati alla carneficina mi dispiace e mi addolora», ha scritto Bugani. «In Regioni dove avevamo il 45% abbiamo il 10%, in Regioni dove avevamo il 15 abbiamo il 3%. Eppur si ride».
(da Open)
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Settembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
VOTI DIMEZZATI OVUNQUE
Vito Crimi e Luigi Di Maio gioiscono della vittoria del referendum, ma minimizzano sul problema che sta vivendo da qualche anno il partito/movimento
«Ad ogni tornata elettorale si parla sempre di canto funebre per il M5S» ha commentato alla Camera il deputato Vito Crimi, successore di Luigi Di Maio nel ruolo di capo politico del partito. Non solo, avrebbero dimostrato di essere il «motore del cambiamento» citando in parte lo slogan che li aveva portati al governo nel 2018. La modifica costituzionale approvata da questo referendum è senz’altro uno dei cambiamenti epocali della storia repubblicana, ma non può negare che il Movimento 5 Stelle abbia un problema: la sfiducia dei cittadini.
Il Movimento nato grazie a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio aveva toccato il suo massimo storico durante le elezioni nazionali del 2018, quando erano ancora duri e puri. Qualcosa è cambiato poco tempo dopo, quando si resero conto di doversi «sporcare le mani» e allearsi con chi in passato definivano il male della politica del Paese: gli altri partiti. Prima con la Lega «smontata in 5 minuti» da Alessandro Di Battista, poi con il Partito Democratico definito «Partito di Bibbiano» da Luigi Di Maio.
Hanno vinto il referendum? Di sicuro insieme alla Lega e al Partito Democratico, entrambi sostenitori del «Sì» con i loro leader in prima linea.
Potrebbero dire che questi sono «saliti sul carro del vincitore», ma per un partito nato dai Meetup e radicato nel territorio attraverso Liste Civiche a 5 Stelle una sconfitta come quella subita in queste elezioni regionali dovrebbe far riflettere.
Soprattutto coloro che prima indossavano la maglietta del VDay per poi sostituirla con la giacca e cravatta (o lo smoking).
Tenendo conto dei risultati più aggiornati, ormai prossimi ad essere definitivi, in Campania, la terra del Presidente della Camera Roberto Fico, il Movimento passa dal 17% del 2015 al 10% del 2020, una caduta di 7 punti percentuali.
Nella Liguria di Beppe Grillo è andata peggio, dal 22,29% del 2015, per il candidato grillino Alice, il partito ha perso il 14,46% dei voti toccando il 7,83% nel 2020, appoggiando la coalizione di Ferruccio Sansa.
Altro duro colpo in Toscana dove dal 15% si è passati al 6,4%, perdendo oltre la metà dei voti del 2015.
L’unica alleanza con il PD — quella in Liguria — ha portato a una sconfitta, ma non è detto che nelle altre regioni avrebbero fatto di meglio appoggiando i candidati di centrosinistra.
Il Movimento 5 Stelle in questo momento dovrebbe riflettere sulla propria identità , quella che l’aveva reso forte nel 2018 sempre se non è troppo tardi. Se dovessimo fare un paragone calcistico, per gli amanti dello sport, è inutile vincere un campionato, gioire per la vittoria di una Champions League dovendo però lottare per non retrocedere.
(da Open)
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