Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
DALLA DIFESA DISPERATA DEI FEDELISSIMI AGLI ATTACCHI DI BIDEN, UN TERREMOTO POLITICO
Lo scandalo Trump ha scatenato reazioni estreme, come estreme sono state le rivelazioni arrivate dagli estratti del libro di Bob Woodward “Rage”.
E così se il nucleo dei fedelissimi prova una disperata difesa, resa nettamente più difficile dalla presenza degli audio, Joe Biden e l’opposizione cavalcano lo scandalo accusando il presidente di aver tradito gli Stati Uniti.
“Donald Trump non ha fuorviato intenzionalmente gli americani sulla gravità del coronavirus”. Così la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, prova a difendere il presidente dopo le anticipazioni del libro di Bob Woodward. Una difesa generosa, che però i reporter presenti nella stanza stroncano subito facendo notare che ci sono gli audio. E proprio gli audio sono la carte che cambia tutto, perchè fanno saltare la strategia usata da Trump e dai suoi: la smentita a qualunque costo.
E così mentre i programmi più vicini al presidente su Fox News cercano di parlare della sua candidatura al Nobel per la Pace, i senatori repubblicani che solitamente si nascondevano dietro al solito “non credo sia andata proprio così” o “non credo abbia usato quelle parole” stavolta non possono farlo.
E devono fingere di non sentire i conduttori delle trasmissioni che ricordano loro l’esistenza degli audio mentre ripetono “non sono appassionato di questo tipo di libri” come il senatore repubblicano della Lousiana John N. Kennedy sulla Cnn.
Joe Biden all’attacco dopo lo Scandalo Trump
Chi però non perde tempo ad attaccare per lo scandalo Trump è il suo sfidante Joe Biden, che prima accusa il presidente degli Stati Uniti di aver “infranto ogni promessa fatta ai lavoratori americani” e di aver offerto “contratti redditizi e agevolazioni fiscali alle grandi corporation che hanno portato il lavoro all’estero” ma poi arriva alle rivelazioni del libro di Woodward accusando il rivale di non aver fatto il proprio lavoro di proposito e parlando di “tradimento gravissimo del popolo americano” e “vergogna”.
“Tutto era puntato a non far crollare il mercato delle azioni e a non far perdere soldi ai suoi amici miliardari — attacca Biden — Ha alzato bandiera bianca e si è fatto da parte senza fare niente. È quasi criminale”.
E anche lo storico collega di Woodward nello scoop sul Watergate, Carl Bernstein, ha parole durissime per il presidente Trump, definendo il contenuto degli audio “il presidente che mette in pericolo della sicurezza nazionale degli Stati Uniti” e “la pistola fumante della sua negligenza”.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
HA SULLA COSCIENZA ALMENO 100.000 VITTIME PER AVER INDOTTO GLI AMERICANI A NON ADOTTARE ADEGUATE MISURE DI PROTEZIONE
Donald Trump era consapevole della gravità del pericolo legato al Covid ma ha scelto lo stesso di
minimizzare. A rivelarlo è il nuovo libro di Woodward “Rage”, nel quale uno dei due autori dello scoop sul Watergate riporta una sua conversazione col presidente nella quale Trump ammette di conoscere i rischi e la gravità della minaccia legata al virus ma anche di aver “sempre voluto minimizzarlo per non creare il panico”.
Le parole di Trump rivelate dal libro di Woodward sono un brutto colpo che il presidente che, nel libro, confida al giornalista che sapeva settimane prima del primo decesso negli Stati Uniti quanto il Covid 19 fosse pericoloso, spiegando al giornalista che è trasmissibile per via aerea, altamente contagioso e “più fatale di una forte influenza”.
Frasi che il presidente non può neanche smentire perchè, insieme agli estratti del libro, Woodward ha pubblicato anche l’audio della conversazione avuta col presidente.
Tantissimo il materiale raccolto nel libro di Woodward, che riporta che già il28 gennaio la Casa Bianca era stata avvisata che il Covid sarebbe stata la principale minaccia della presidenza Trump e che nella serie di interviste ottenute col presidente riesce a far ammettere a Trump che “questa è roba mortale” (7 febbraio 2020) e che l’inquilino della Casa Bianca è ben consapevole del livello di minaccia del virus che, ammette Trump negli audio, è forse cinque volte più mortale dell’influenza. Ammissioni che avvenivano a porte chiuse, mentre davanti ai microfoni Trump continuava a insistere che il virus “sarebbe scomparso” e a ribadire che “tutto andasse bene”.
Eppure nel libro di Woodward Trump conferma che il compito di un presidente è “mantenere il nostro Paese al sicuro”, mentre il 19 marzo ammette di aver tenuto nascosta la pericolosità dl virus al pubblico e di voler continuare a farlo “perchè non voglio creare panico”. Frase, quest’ultima, che nel pomeriggio Trump ha rivendicato nel tentativo di limitare i danni.
Tante altre rilevazioni nel libro di Woodward
Nel libro di Woodward però non ci sono solo le rivelazioni sulla consapevolezza di Trump sulla pericolosità del Covid, ma anche una serie di giudizi durissimi sul presidente di molti ex membri della sua amministrazioni. Dall’ex segretario alla difesa James “Cane Pazzo” Mattis, che lo definisce “pericoloso” e “inadatto” a guidare le truppe, all’ex capo della National Intelligence Dan Coat che, secondo il libro, “continua a coltivare la segreta convinzione, benchè senza alcuna prova di intelligence, che Putin abbia qualcosa su Trump” perchè “non è in grado di vedere altre spiegazioni” al comportamento del presidente. Ma ci sono anche estratti dei controversi pensieri di Trump sulla questione razziale, oltre ad alcuni estratti delle lettere che Trump ha scambiato con il leader nordcoreano Kim Jong-un.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
IL GIOVANE CHE AVEVA AVUTO IL CORAGGIO DI DENUNCIARE IL CRIMINE ORGANIZZATO ERA STATO PREMIATO RECENTEMENTE DA MATTARELLA…IL SEDICENTE CENTRODESTRA HA DIMOSTRATO DA CHE PARTE STA, LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA RINGRAZIA
Mattarella nel febbraio 2017 gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. E il Comune di Lecce, martedì scorso, 8 settembre ha voluto riconoscere la cittadinanza onoraria., perchè, si legge nelle motivazioni, “Jean-Pierre Yvan Sagnet rappresenta il protagonista e il simbolo della battaglia civile, sindacale, politica per i diritti dei lavoratori migranti in agricoltura».
La cosa non è piaciuta al centrodestra, che ha abbandonato l’aula al momento della votazione. Atteggiamento doppiamente vergognoso, se si pensa che anche il conferimento dell’onorificenza era intesa anche come un tributo a Paola Clemente, la bracciante salentina morta cinque anni fa nei campi di Andria, dove lavorava per due euro all’ora, per il caldo.
Allora, il reato di caporalato non era ancora stato introdotto nel nostro ordinamento giuridico, lo è
stato dopo anche grazie alle lotte di Sagnet.
Chi è Yvan Sagnet
In una nota, il Comune ricorda che Yvan Sagnet è nato il 4 aprile del 1985 a Douala (Camerun), ed è giunto in Italia per motivi di studi nell’agosto 2008. Nel 2013 ha conseguito la Laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni presso il Politecnico di Torino. Nel 2011 è stato portavoce dei braccianti durante lo sciopero alla masseria Boncuri (Nardò) durato un mese contro i caporali e gli imprenditori agricoli.
Lo sciopero portò all’introduzione del reato di caporalato e al primo processo in Europa sulla riduzione in schiavitù. Sagnet ha lavorato come sindacalista per la Flai-Cgil ed è tra i fondatori dell’associazione internazionale anti caporalato No-Cap.
“La proposta del conferimento della cittadinanza onoraria a Sagnet», scrive Repubblica, era partita da un gruppo di consiglieri comunali — primo firmatario Gabriele Molendini di Lecce città pubblica — ma, appunto, non ha incontrato il favore della minoranza di centrodestra.
“A me appariva importante coinvolgere tutti su una proposta di civiltà e dal forte senso di aderenza ai valori di legalità e della nostra Costituzione — commenta ora Molendini su Facebook — Credevo che il richiamo e la dedica a una lavoratrice come Paola Clemente, italiana, pugliese, morta di lavoro, morta di caporalato nelle campagne andriesi cinque anni fa avrebbe soverchiato ogni dubbio. Credevo, e mi sono sbagliato. Totò diceva in un film memorabile: “Siamo uomini o caporali?”, invitando a prendere posizione. Qualcuno ieri ha scelto di stare dalla parte sbagliata”.
L’atteggiamento del centrodestra coerente con la propaganda xenofoba
I consiglieri di centrodestra che sono usciti dall’aula, secondo la Cgil salentina, “è un brutto segnale e un gesto preoccupante”. Per il sindacato «Il punto è il seguente: perchè una destra moderna, sensibile alle questioni sociali del Paese, dovrebbe prendere le distanze da un fatto nobile come quello di conferire la cittadinanza onoraria a un uomo che ha avuto l’incredibile merito di aver dato una spallata a un sistema malato e soverchiante sottaciuto per troppo tempo?».
E’ la stessa Cgil, in un comunicato, a suggerire la risposta più plausibile
Quella fuga da Palazzo Carafa è sembrata purtroppo un messaggio all’elettorato che loro stessi hanno contribuito ad impaurire in questi anni. In vista della scadenza del 20 e 21 settembre, uscire dall’aula deve essere sembrato più “coerente” con la propaganda xenofoba che i partiti più rappresentativi del centrodestra conducono da anni sui migranti. Per “coerenza” avrebbero fatto meglio a votare contro, come già fecero in Commissione Statuto. Abbandonare l’aula non li risparmia dalle proprie responsabilità , specie in un momento particolare come questo, in cui in Italia ci stiamo domandando cosa stia succedendo, cosa ci stia portando ad odiare così tanto al punto da massacrare di botte un ragazzo di origine capoverdiana, cosa ci sia dietro all’emersione del culto della violenza.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Razzismo | Commenta »
Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
I QUATTRO TESTIMONI CHE INCASTRANO I FRATELLI BIANCHI… I VERBALI DELLE TESTIMONIANZE
Le voci che accusano i fratelli Bianchi vanno tutte nella stessa direzione: hanno preso Willy alle spalle, senza un avvertimento, quando la discussione che aveva cercato di calmare era già finita
Non una ma ben quattro testimonianze di persone presenti sulla scena. Più le parole dell’indagato Francesco Belleggia, l’unico indagato al quale il gip di Velletri Giuseppe Boccarato sembra credere, tanto più che oggi ha deciso di concedergli gli arresti domiciliari.
Se non è ancora chiaro chi abbia infierito sul corpo di Willy Monteiro Duarte quando era già a terra esanime, è invece un quadro accusatorio molto pesante quello che emerge dalla ricostruzione contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare che tiene oggi in carcere sia i fratelli Gabriele e Marco Bianchi, sia il loro amico Mario Pincarelli che avrebbe certamente partecipato all’aggressione.
Soprattutto a proposito dei fratelli Bianchi. Gabriele e Marco Bianchi sarebbero stati i primi ad aggredire il giovane Willy che sabato sera era andato in soccorso di un’amico che discuteva con Pincarelli e Belleggia di fronte ad un locale della movida di Colleferro. Un’aggressione a sangue freddo, quando Willy si era già allontanato dal locale e stava per entrare in macchina. Senza una parola di avvertimento.
Gli sono passati sopra
Il primo a raccontare nel dettaglio l’accaduto e il ruolo dei fratelli Bianchi è Emanuele C. un amico di Willy, che ha anche provato a difenderlo:
Il mio amico Willy si avvicinava al suo vecchio compagno di scuola che chiamava col nome Federico per capire cosa stesse accadendo e se avesse bisogno di aiuto Anche io mi avvicinavo e cercavo di dissuadere Willy dal interessarsi alla vicenda, aggiungendo che ritenevo opportuno andarcene a casa. Willy mi assecondava e andavamo verso la sua auto una Fiat Punto di colore grigio parcheggiata distante pochi metri. A quel punto, senza che io e Willy potessimo accorgersi di ciò che stava accadendo, venivamo entrambi aggrediti da alcuni ragazzi sai quali riconoscevo subito i due che stavano poco prima discutendo con il Federico amico di Willy. Ricordo subito l’immagine di Willy steso a terra circondato da 4 o 5 ragazzi che lo colpivano violentemente con calci e pugni. Il mio istinto di protezione mi spingeva a gettarmi addosso Willy per cercare di proteggerlo dai colpi che stava ricevendo, urlando agli aggressori che io e Willy non c’entravamo niente con quanto eventualmente era accaduto prima. Ho un vivido ricordo di un paio di loro non ricordo per occhi di preciso che addirittura saltavano sopra il corpo di Willy steso in terra è già inerme.
Sentito una seconda volta con le foto dei fratelli Bianchi e di Pincarelli davanti, Emanuele C. sarà anche il più preciso nel ribadire che Willy è stato colpito più volte anche quando era a terra ansimante. Addirittura, aggiunge, gli aggressori «saltavano sul corpo» del ragazzo ormai inerme.
Non è l’unico racconto in questo senso, però. Ci sono almeno altri tre testimoni che dicono cose molto simili. Uno è un amico del primo ragazzo aggredito che conosce Willy solo di vista. Eppure anche lui ricorda bene il calcio.
L’altra è una ragazza, presente sulla scena fin dal principio e che ha anche prestato i primi soccorsi: «Chi materialmente ha picchiato Willy è stato Gabriele Bianchi che da prima gli ha dato un calcio in pancia, quindi Willy si è accasciato a terra dopodichè si è rialzato ed è stato colpito nuovamente da Gabriele. Gabriele L’ha picchiato da terra per qualche istante dopo di che quando è arrivata la sicurezza dei locali lui è scappato insieme agli altri», dice.
Sono arrivati “a palla”
Poi ci sono le altre due voci degli amici di Willy, Matteo e Marco e la ricostruzione è sempre la stessa: Willy aggredito alle spalle, il primo colpo di Gabriele Bianchi e poi il gruppo che si accanisce sul ragazzo inerme, anche quando è già fermo a terra. E’ Matteo a raccontare anche della foga con cui il Suv guidato da uno dei fratelli Bianchi è arrivato sulla scena, «a palla».
Insomma un quadro d’accusa davvero difficile da scalfire, in cui colpisce la violenza dei colpi sferrati contro Willy, tanto più assurda perchè avviene quando la discussione davanti al locale della “movida” di Colleferro era già finita. Se non è stata dimostrata l’aggravante razziale, è certo però che nel tornare sulla scena, “a palla” i fratelli Bianchi che lo aggrediscono per primo e poi Pinciarelli, cercavano proprio lui, Willy Monteiro Duarte.
Le parole di Belleggia
In questo quadro, il gip di Velletri inserisce anche il racconto dell’unico indagato che abbia deciso di parlare almeno in parte. Senza assumersi resonsabilità ma accusando chi era con lui. Le sue parole potrebbero essere importanti nel determinare chi tra gli aggressori abbia infierito su Willy quando era già a terra. Lui, in particolare, punta il dito sull’altro del gruppo, Pincarelli e su Marco Bianchi, più che sul fratello Gabriele. Ma su questo sarà determinante l’autopsia. E un processo, che senza immagini (al momento) ma basato esclusivamente sulle testimonianze, sarà comunque combattuto.
(da Open)
argomento: Giustizia | Commenta »
Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA GIOVANE CHE HA STRATTONATO SALVINI E’ INCENSURATA, ECCO COSA STANNO FACENDO GIRARE I SOVRANISTI SUI SOCIAL
Vittima di razzismo nel 2019 e incensurata, dopo l’aggressione a Salvini gli utenti la trasformano in
una delinquente pluri condannata
Il 9 settembre 2020 Matteo Salvini, leader della Lega, è stato strattonato a Pontassieve (Firenze) da una donna originaria del Congo maledicendolo e strappandogli di dosso il rosario. La donna, secondo quanto riportato dal Corriere, sarebbe impegnata nel servizio civile per il Comune di Pontassieve, ma su di lei stanno circolando alcuni post social che non trovano riscontro.
Su Instagram, così come su diversi post Facebook, circola un testo in cui viene accusata di essere stata condannata per spaccio, favoreggiamento all’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione.
Tre accuse gravi che, come ho detto in precedenza, non si trova alcun riscontro. Nessuna testata giornalistica riporta un’informazione del genere che, se fosse vera, sarebbe stata cavalcata come minimo dalla persona aggredita: Matteo Salvini.
Come riporta La Nazione, la donna risulta essere incensurata:
La 30enne, che non ha precedenti penali, rischia una denuncia per violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale: accertamenti in tal senso sono in corso da parte della Digos. La donna avrebbe agito da sola e non aveva preso parte alla manifestazione che questa mattina si è tenuta a Pontassieve contro la presenza di Salvini.
A tracciare un profilo della donna è stato anche Il Corriere Fiorentino:
La giovane che ha aggredito il leader della Lega, A.F.B, strappandogli camicia e rosario, è originaria del Congo, dove è nata 30 anni fa. Attualmente è impegnata nel servizio civile per il Comune di Pontassieve, nel progetto «La scuola, l’ambiente e la comunicazione istituzionale». La ragazza è una giovane ben inserita, laureata e incensurata, che partecipa spesso alle iniziative del comitato Bianco e Nero che si occupa di progetti di solidarietà verso l’Africa. Lei stessa, in passato, si è impegnata in progetti come quello per la creazione di una scuola di cucito per ragazze madri a Kinshasa. È un volto noto in paese, ha anche lavorato come cameriera in una piccola enoteca del centro storico di Pontassieve.
Effettuando un’ulteriore ricerca, in un articolo di Firenze Today del 2019 si parla di una ragazza congolese di 29 anni che venne attaccata in stazione da un’altra donna con riferimenti razzisti:
Appena scesa dal treno alla stazione di Pontassieve, una studentessa di origini congolesi che frequenta l’università di Firenze, è stata avvicinata da una persona che le ha sputato addosso ed ha iniziato ad inviarle contro: “Vattene, sei nera”.
Secondo quanto riportano i due quotidiani, ad aggredire la studentessa, 29enne residente a Firenze da vari anni, è stata una donna.
La conferma che si parli della stessa persona arriva dall’intervento di Monica Marini, sindaco di Pontassieve:
«La conosciamo — spiega Marini — svolge oramai da qualche mese il servizio civile in Comune insieme ad altri ragazzi, è stata selezionata col bando della leva civile nazionale. In passato lei è stata oggetto di pesanti discriminazioni: una persona gli ha sputato addosso ingiuriandola perchè di colore, chiamandola scimmia, offendendola pesantemente. Questo può avere influito sul suo stato d’animo di oggi, era visibilmente confusa dopo l’episodio, sembrava non si rendesse conto.”
Ecco il post Instagram, che mi hanno segnalato per la verifica, dove leggiamo il testo che circola online:
“Favoreggiamento dell’immigrazione illegale e sfruttamento della prostituzione. Assunta come mediatrice culturale nel comune di Pontassieve (dopo aver collaborato con la Kyenge). Solo in Italia può capitare.”
Cercando su Facebook troviamo altre versioni del testo, come la seguente (post delle ore 20:38) dove invece di parlare dell’ex parlamentare europea Kyenge si parla di Don Benzi:
“Dice di chiamarsi Fatima (30 anni). Condannata per spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione illegale e sfuttamento della prostituzione (poi ha conosciuto Don Benzi). Assunta come mediatrice culturale nel comune di Pontassieve. Solo in Italia può capitare .. ”
Ecco un’altra versione, pubblicata dall’utente Paola nel gruppo Facebook «Dalla vostra parte», dove viene definita «clandestina»:
LA CLANDESTINA CHE HA AGGREDITO SALVINI È UNA PLURIPREGIUDICATA CONDANNATA PER SPACCIO DI DROGA, SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE, ED È STATA FATTA ASSUMERE AL COMUNE DALLA SINISTRA!! #CLANDESTINIASSUNTI E ITALIANI ALLA FAME!! #PARASSITI
Paola aveva condiviso a sua volta un altro post, ma risulta non disponibile. Troviamo, a tal proposito, uno screenshot in cui è visibile: si tratta del post della pagina Facebook di Nicola Costanzo, attualmente irraggiungibile.
In diversi post, invece, viene associato il volto di una donna che però non risulta essere lei (la spiegazione nell’ultimo capitolo di questo articolo):
Tra i post più vecchi riscontrati su Facebook trovo quello della signora Roberta delle ore 16:49, ma che nel finale riporta il nome della presunta autrice: una tal Luciana Sasso.
LA POVERA RAGAZZA CONGOLESE… CHE TANTO S’OFFRE… (non è un’errore di ortografia) Condannata per spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione illegale e sfuttamento della prostituzione. Assunta come mediatrice culturale nel comune di Pontassieve (dopo aver collaborato con la Kyenge). Solo in Italia può capitare…Luciana Sasso
La foto falsa
Tra i post Facebook circola anche una foto attribuita alla donna. Ecco un esempio:
Assunta come mediatrice culturale nel comune di Pontassieve (dopo aver collaborato con la Kyenge)!!…… questo e’ il volto dell’odio che i penta-pd-oti e tutte le sinistre della nostra politica stanno scatenando contro Salvini!!…. ma attenti maledetti cani randagi se il Capitano si fa male ….. molti di voi non staranno meglio!!…
Ecco un altro post, con un più esplicito «Ecco l’aggressore», dell’utente Raffaele che non si risparmia: «:cco la luri*aputr*da risorsa sinistra che ha assalito Salvini».
Tra i post più vecchi troviamo quello delle 17:34 di Maria dove scrive «Questa è la gentile ed elegante ventenne che ha aggredito Salvini. Ecco il volto della sinistra….».
La stessa foto venne usata in passato per parlare di una donna nigeriana, ma in realtà si tratta della protagonista di uno spot americano della Pepsi datato 2011:
Chissà cosa potrebbe pensare oggi l’attrice dello spot americano ritrovandosi accusata di essere lei la persona che ha strattonato Matteo Salvini.
(da “Open”)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA FOGNA SOVRANISTA FA GIRARE LA BUFALA CHE SIA STATA CONDANNATA PER SPACCIO, IN REALTA’ E’ INCENSURATA… SE I SOVRANISTI CERCANO QUALCUNO CHE HA PRECEDENTI SI RIVOLGANO A SALVINI
Com’era prevedibile, dopo il gesto si strattonamento a Salvini, è la donna di origini congolesi a finire nel tritacarne mediatico dei social network.
Vittima di bufale e di disinformazione, la 30enne in realtà presenta elementi del suo passato che possono aver avuto un’influenza su quanto accaduto nella mattinata di ieri.
Lo riporta la sindaca di Pontassieve Monica Marini, che innanzitutto conferma che la donna sia impiegata nel servizio civile presso il comune, selezionata con un bando della leva civile a livello nazionale.
Monica Marini riporta anche un altro aneddoto sulla 30enne: «In passato lei è stata oggetto di pesanti discriminazioni: una persona gli ha sputato addosso ingiuriandola perchè di colore, chiamandola scimmia, offendendola pesantemente. Questo può avere influito sul suo stato d’animo di oggi, era visibilmente confusa dopo l’episodio, sembrava non si rendesse conto”
Possibile, dunque, che la donna abbia proiettato questo odio subito sulla figura di Matteo Salvini. Stando alle cronache locali, l’episodio risale al 2019 e sarebbe avvenuto nei pressi della stazione di Pontassieve, dove la donna stava rientrando dopo aver frequentato le lezioni presso l’università di Firenze
Completamente false e destituite di qualsiasi fondamento, invece, sono le accuse che le stanno rivolgendo alcuni meme e post emozionali sui social network: qui si riporta che la donna sia stata in passato condannata per spaccio, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Si tratta di una bufala vera e propria: la donna, invece, è incensurata e non ha mai avuto problemi con la legge: anzi, stando alle testimonianze di chi la conosce, rappresenta un modello di integrazione in una piccola comunità come quella di Pontassieve.
(da “Giornalettismo”)
argomento: Razzismo | Commenta »
Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
LUCA CAPRINI E’ CONSIGLIERE COMUNALE DELLA LEGA A FERRARA… PUO’ UN SOGGETTO DEL GENERE INDOSSARE ANCORA UNA DIVISA?
Il like risale al giugno scorso. Luca Caprini, consigliere comunale della Lega a Ferrara, mise “mi
piace” a un post che inneggiava ad Adolf Hitler e ai forni crematori.
Ora, a tre mesi di distanza, risulta indagato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, al pari dell’autore del post, l’imprenditore Marco Faccini.
I due sono stati perquisiti dalla Digos, nell’ambito di un’inchiesta del pm Andrea Maggioni. Il testo su cui Caprini, che è anche poliziotto e sindacalista del Sap (Sindacato autonomo di polizia), aveva messo il ‘mi piace’ era stato scritto per attaccare il cantante Sergio Sylvestre: «Ma quel signore con i baffi che adoperava i forni non c’è più?».
Caprini, classe 1963, è fondatore della segreteria provinciale di Ferrara del Sap. Segretario aggiunto regionale del sindacato e membro esecutivo nazionale dal 2015, lavora per la Polizia stradale dal 1994 e nel 2008 è stato anche proclamato Cavaliere della Repubblica dal Presidente della Repubblica.
A sollevare il caso del suo “like” era stata su Facebook Ilaria Cucchi, la sorella del geometra romano arrestato 10 anni anni fa e morto dopo una settimana in ospedale. Cucchi, sui social, si era rivolta direttamente al capo della Polizia Franco Gabrielli.
Mi è stato segnalato della consigliera comunale di Ferrara, Anna Ferraresi, questo sconcertante post su Facebook dove si inneggia a Hitler ed ai forni crematori. Ciò che mi allarma come cittadina è l’apprezzamento e la condivisione di tale pensiero, tramite un “like”, di tale Luca Caprini, agente della polizia di Stato, sindacalista del Sap, e consigliere comunale ferrarese della Lega di Salvini, noto per aver difeso ed applaudito coloro che hanno ucciso Federico Aldrovandi. Mi chiedo se questi comportamenti siano consoni ad un appartenente all’Istituzione che lei rappresenta
Ilaria Cucchi
Caprini, da parte sua, aveva spiegato di avere messo il ‘like’ senza aver letto il contenuto del post. Il politico poliziotto, in servizio alla Stradale, aveva ammesso di aver fatto «un errore madornale»: ovviamente solo dopo essere stato beccato.
Puo’ un soggetto del genere indossare ancora una divisa?
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
LA LEGA INVESTE UNA MAREA DI QUATTRINI PER RICOPRIRE I MEZZI PUBBLICI, MA I NAPOLETANI APPENDONO UN FINTO CARTELLO AL COLLO DI SALVINI CON L’AGGIUNTA
Da qualche giorno gli autobus di Napoli sono sponsorizzati da un cliente che ha creato molte polemiche in città : il faccione di Salvini con lo slogan “Zero Chiacchere, più Campania” ricopre completamente i mezzi pubblici.
La sponsorizzazione non era piaciuta a molti. Ad esempio Adolfo Vallini, sindacalista Usb aveva scritto:
«Napoli non si lega, i bus dell’Anm sì: sono stati rivestiti da un grosso manifesto elettorale della Lega con in bella mostra Matteo Salvini. Personalmente resto basito nel constatare che a Napoli, in cambio di soldi si possa autorizzare l’utilizzo di mezzi Anm per la campagna elettorale di un partito improntato sul razzismo e sulla xenofobia. Auspico che il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e il vice sindaco Enrico Panini chiedano di rimuovere, senza indugio alcuno, i manifesti. È impossibile dimenticare le frasi pronunciate in passato da Salvini contro i napoletani e, più in generale, contro i meridionali. Altro che “Prima i Campani».
Ma l’Anm, l’azienda che gestisce gli autobus aveva spiegato che non ci poteva fare niente: «Si ricorda che gli spazi pubblicitari vengono venduti da una ditta esterna che ne ha la gestione e che comunque non vengono assegnati o negati in base a ideologie politiche. In particolare in occasione di periodi elettorali viene applicata la par condicio e gli spazi sono offerti a tutte le liste alle medesime condizioni».
A Napoli qualcuno alllora ha pensato di personalizzare i bus disegnando un finto cartello appeso al collo di Salvini con la scritta “Io sono una lota”.
Ma cosa significa “lota”? “In senso figurato la lota in napoletano è l’essere immondo, che fa scelte amorali e meschine, in senso letterale con il termine lota in genere si indica la melma, il fango.
Si usa spesso anche per indicare una persona il cui comportamento e’ discutibile a tal punto da considerarlo una “lota”, cioe’ un qualcosa di schifoso, di melmoso come lo sono gli antipatici e gli insopportabili.
L’origine della parola e’ latina. Infatti con “lutum” si indicava la stessa cosa”. Tra qualche giorno Salvini tornerà a Napoli per la campagna elettorale.
Chissà se vedrà i bus modificati.
(da agenzie)
argomento: Razzismo | Commenta »
Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
QUARANTENA FORZATA, RITARDI, CENTRALINI FANTASMA: COME SI METTE LA VITA IN STAND BAY PER INEFFICIENZA
I tamponi sono una cosa seria. I contagi da Covid-19 ancora di più. 
È per questo che chiunque metta piede a Malpensa di ritorno da un viaggio in alcuni dei Paesi con picchi preoccupanti di casi positivi, deve effettuare il test immediatamente.
I tamponi sono una cosa talmente seria che chiunque torni da Grecia, Spagna, Malta o Croazia deve fare una lunga fila negli otto stand adibiti proprio all’interno dell’aeroporto da Ats Insubria, l’incaricata dalla Regione Lombardia, per la somministrazione dei test.
Seria, a tal punto che i tempi standard da garantire per i risultati sono generalmente di 48 ore. Massimo 72, in casi di emergenza.
È per questo che i numerosi viaggiatori di ritorno in Italia nelle giornate di fine agosto, continuano a gridare allo scandalo per via di risultati che ad arrivare non solo hanno impiegato più di 72 ore, ma hanno raggiunto nei casi più estremi i 9 giorni.
Quarantena forzata, giorni e giorni di ritardi, centralini e indirizzi mail fantasmi a cui doversi rivolgere, l’ansia di un risultato che si aspetta e che di fatto mette in stand by la vita
Le voci nel limbo, Andrea: «Una settimana d’inferno»
«Il 30 di agosto tornavo dalla Grecia con un gruppo di altre 7 persone», racconta Andrea Moro, una delle vittime del disservizio che da giorni continua a segnalare alla Regione e ai media, «una situazione scandalosa». «Prima di arrivare in Italia avevamo letto di un possibile ritardo nel servizio tamponi, non più 48 ma 72 ore, questo il riferimento che avevamo raccolto sul sito dell’Ats Insubria», continua.
Andrea racconta di aver assistito ad una macchina organizzativa che all’arrivo a Malpensa lo aveva fatto ben sperare: «Sono stati molto veloci, ci siamo avvicinati agli stand e in 20 minuti noi otto avevamo fatto tutti il tampone».
Quella che il viaggiatore definisce «settimana infernale» comincia però subito dopo. Andrea chiede anche di persona dei possibili ritardi di cui aveva letto, «stiamo monitorando, ma comunque non più di 72 ore», gli rispondono.
Arrivato a mercoledì, del risultato del tampone nessuna notizia e Andrea inizia a preoccuparsi. Cominciano così una serie di tentativi, per la maggior parte vani, di entrare in contatto con Ats Insubria.
«Alcuni del gruppo cominciavano a chiamare ininterrottamente dalle 9 del mattino, il numero verde non ha mai risposto», denuncia Andrea, ricordando come per un’intera settimana ha lasciato messaggi su messaggi in segreteria e mandato mail a cui non è seguita risposta. «Uno di noi è stato ricontattato il giovedì, esortato ad avere pazienza perchè il laboratorio stava processando i dati del 28 e del 29 agosto».
«Mi ero illuso che quelli del 30 potessero arrivare almeno il giorno dopo, ho dovuto aspettare il lunedì successivo per avere il mio referto». Del suo gruppo Andrea è stato uno dei più fortunati, degli 8 viaggiatori, 6 hanno ricevuto il risultato lunedì. Le ultime due hanno dovuto invece attendere la mezzanotte del martedì, arrivando a quota 9 giorni di attesa.
Particolare del referto arrivato alle ultime due persone del gruppo vacanziero di Andrea, è la provenienza del laboratorio. Il centro da cui arriva il certificato risulta infatti provenire da Modena, a differenza degli altri sei risultati che invece arrivano dall’azienda Synlab della Lombardia.
«Perchè quando ho chiesto dei ritardi mi hanno rassicurato con la storia delle 72 ore?», si chiede Andrea, risentito per quello che ha vissuto non solo come disagio ma anche «come una ingiusta presa in giro». «Se avessi saputo la verità mi sarei preoccupato di effettuare il test privatamente e di assicurarmi così una tranquillità anche dal punto di vista lavorativo», continua Moro, raccontando come il proprio datore di lavoro ha scelto di tenerlo a casa, nonostante il Dpr Lombardia consenta in questi casi di svolgere le attività lavorative normalmente.
«Tra di noi ci sono persone che hanno parenti e genitori anziani, per scelta hanno deciso di non avere più contatti, di non uscire tranne che per andare a lavoro, nel caso di chi è dovuto rientrare ugualmente».
In un limbo per otto giorni, l’odissea sembra essere finita con un esito del tampone negativo. «Ho i miei genitori in in Spagna e dovrei andare prossimamente per far loro visita. Non ho più il coraggio» spiega, «se per 3 giorni di viaggio, devo sacrificare un’altra settimana di attesa, credo che anche a lavoro non la prenderebbero affatto bene».
Laura: «Perchè non dirmelo subito?»
Anche il referto di Laura Castellon Duque, dal 30 agosto, data del tampone, è arrivato lunedì 7 settembre. Infermiera a Milano, originaria della Spagna e madre di due bambine, è tornata da un viaggio nella terra natìa con le sue figlie.
«Avevo prenotato per loro un tampone già prima di partire per la Spagna all’ospedale di Rozzano e per me nella struttura dove lavoro, ma atterrando a Malpensa, avendo visto gli stand a disposizione ho chiesto di poter accedere anch’io al servizio e mi hanno risposto di sì», racconta. Stesso iter. Otto giorni di preoccupazione, chiamate senza risposta mentre l’agitazione per un tampone che a quel punto Laura teme sia andato perso aumenta.
«Ho aspettato 72 ore, che si sono trasformate in 96, poi in 120, fino a che il venerdì ho cominciato ad agitarmi non poco», racconta la donna, sottolineando come nessuno le avesse rilasciato al momento del tampone nessun riferimento cartaceo o mail a cui poter fare fede. «Le pochissime volte che qualcuno mi ha risposto al numero di Ats Insubria, mi diceva di non potermi dire nulla, che stavano elaborando ancora i dati del 28 di agosto e che sarebbero andati avanti con lo smistamento», tempo di riferimento ignoto.
Laura, ancora per fortuna in ferie, è potuta restare a casa senza troppi problemi. La sua bambina ha perso il primo giorno di inserimento a scuola, «è la cosa che più mi ha fatto arrabbiare. Perchè quando ho chiesto di poter fare a Malpensa i tamponi anche per le mie bambine mi hanno detto di sì nonostante avessi specificato che avevo già prenotato altrove i test? Perchè non dire chiaramente dei ritardi?».
Stesse domande anche per Laura dunque, che ora legge il referto datato 7 settembre e apprende che anche la data di richiesta di analisi al laboratorio è datata lo stesso giorno. Data del referto: 7 settembre alle 8.48 di sera. Data di richiesta: lo stesso giorno alle due di pomeriggio. Una tempistica piuttosto strana soprattutto quella riferita alla data di richiesta, che invece dovrebbe avere come riferimento la domenica del 30 agosto, giorno di arrivo di Laura e le sue bambine a Malpensa. Per di più, proprio come i due referti del gruppo vacanziero di Andrea, anche il referto dell’infermiera sembra provenire non dal laboratorio lombardo ma da quello modenese.
Mattia: «Le date che non corrispondono»
Stessa questione sulla data anche sul certificato di Mattia Maroni, tornato da Minorca sabato 29 agosto e sottoposto a tampone negli stand di Malpensa il giorno stesso. Da lì ha dovuto aspettare ben 8 giorni prima di avere l’esito, con una data di richiesta registrata sul referto risalente al 3 di settembre, ben 4 giorni dopo la data effettiva del tampone. «Già in coda allo stand quel giorno dell’arrivo, l’informazione che tutti chiedevano era quanto tempo ci sarebbe voluto per l’esito e la risposta che davano parlava di 72 ore», racconta. Una versione che comprendeva già l’elemento del ritardo rispetto alle 48 ore canoniche ma che non forniva alcun sentore di una problematica di gestione ben più grande.
Anche per Mattia l’attesa è stata lunga quanto i giorni passati lontano dal lavoro, «nonostante l’Ats mi ripetesse che tanto le mie attività avrei potuto continuare a farle anche se i risultati non arrivavano, il mio datore di lavoro ha preferito non mettere a rischio l’azienda», spiega Mattia, dipendente di una piccola impresa che non ha voluto rischiare la chiusura totale in caso di positività al virus.
«Avevo già comunicato il mio rientro il lunedì successivo dopo la vacanza, considerando le 72 ore massimo che Ats aveva garantito. Ho dovuto prendere tempo per un’intera settimana», racconta il ragazzo secondo cui le decine di chiamate e segnalazioni ad Ats Insubria, Ats Milano, Regione Lombardia e Ministero della Salute «non sono state minimamente ascoltate».
Dopo cinque giorni in cui Mattia racconta di essere «impazzito nel tentativo di rintracciare qualcuno», è arrivato a scrivere il proprio disagio su Facebook raccogliendo altre decine di casi simili al suo. Tutti testimoni di spiegazioni blande, quando presenti, e di un’attesa che, vista la serietà della questione, sembrava essere assurda.
Le poche spiegazioni fornite da Ats Insubria a Mattia sono quelle delle uniche due telefonate a cui è riuscito ad avere risposta dopo decine di tentativi.
«Mi dicevano cose random per telefono tra cui di un problema in laboratorio non meglio identificato, poi anche di date difficili e di numeri di arrivi molto difficili da gestire». Spiegazioni «tappa buchi» in cui la frase «puoi uscire lo stesso di casa» sembrava essere, per gli addetti al centralino, la possibile panacea consolatoria.
Dopo le numerose segnalazioni, commenti social e telefonate arrivate nelle ultime ore, Ats Insubria ribadisce la responsabilità del ritardo al macchinario del Laboratorio a cui si sono affidati. «Il Laboratorio in questione, che voglio precisare è noto per gli ottimi standard qualitativi», dice ad Open il Direttore Sanitario di Ats Insubria, Giuseppe Catanoso, «ha avuto un guasto ad uno dei loro strumenti, probabilmente dovuto al carico di lavoro notevolmente aumentato».
Dal 19 al 7 agosto sono stati eseguiti più di 23mila tamponi, i referti in ritardo, eccedenti le 48 ore, sono risultati in tutto 3.262. «Con l’ultimo monitoraggio di ieri pomeriggio siamo arrivati a 1170» fa sapere Catanoso, che risponde anche alla questione date.
La mancata corrispondenza della data di richiesta di analisi con la data effettiva della somministrazione del test sarebbe secondo Ats Insubria responsabilità unica del laboratorio incaricato. «La consegna dei tamponi da parte della ATS Insubria avviene almeno una volta al giorno. Ogni giorno è lo stesso laboratorio che effettua l’analisi ad inviare a Malpensa un suo mezzo per il ritiro dei tamponi», precisa Catanoso, facendo capire che i ritardi anche nella richiesta non dipenderebbero da una mancata consegna tempestiva dei test da parte di Ats.
Sui tempi di segnalazione del ritardo i riferimenti dati da Catanoso sembrano non riuscire a togliere i dubbi di una malagestione. «La prima segnalazione di guasto è arrivata in ATS giovedì 27 agosto» fa sapere il Direttore Sanitario. «Monitorando l’accumulo dei ritardi, abbiamo provveduto ad indicare sul nostro sito che i tempi di risposta sarebbero stati superiori a 72 ore» continua Catanoso, indicando poi il successivo riferimento alle 96 ore come ulteriore avvertimento. Secondo le testimonianze dei malcapitati però le tempistiche si sarebbero protratte ulteriormente e inoltre, atterrando a Malpensa, nessuno degli addetti, a domanda esplicita, avrebbe segnalato le condizioni di difficoltà che avrebbero portato attese fino a ben 9 giorni.
Al momento la situazione, secondo quanto informa il dott. Catanoso, «è in via di risoluzione». I ritardi non sono ancora stati recuperati del tutto e molte persone sono ancora in attesa dei risultati ma nel frattempo Ats Insubria informa di aver coinvolto un secondo laboratorio «ad elevatissima produttività (20.000 test/die)».
L’ulteriore centro analisi ora integrato, secondo Ats, permetterebbe di processare i tamponi dei giorni scorsi «più rapidamente». Meglio tardi che mai si direbbe in casi non urgenti come quelli di una pandemia.
(da Open)
argomento: denuncia | Commenta »