Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
CON QUELLE I CINQUESTELLE RAGGIUNGONO UN AGRITURISMO FUORI ROMA PER DISCUTERE DEL FUTURO DEL MOVIMENTO
È sufficiente un agriturismo non lontano dal centro di Roma per far dire al capo politico grillino Vito Crimi che “questo è un luogo simbolico, in mezzo alla natura. È un ritorno alla natura e alle nostre origini”.
E poco importa se, alla riunione dei big M5s, i ministri sono arrivati a bordo delle auto blu, quelle che adesso preferiscono chiamare “auto di servizio”.
In realtà , in comune con il passato, c’è solo la scelta di incontrarsi in un agriturismo. Ma agli albori, nel 2013, i neo parlamentari grillini erano arrivati da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio in autobus provando a depistare i giornalisti il più possibile e di certo non si erano concessi a taccuini e telecamere. Il luogo era decisamente fuori mano e tenuto davvero nascosto, questa volta il mood è diverso, sullo sfondo ci sono i palazzoni dell’ospedale San Filippo Neri. Anche il look un po’ ‘naà¯f’ di quel tempo è stato sostituito da giacche e cravatte.
“Il Movimento 5 Stelle è cresciuto e accetta nuove sfide. Siamo qui per parlarne”, dice il capo delegazione Alfonso Bonafede. “È un momento di confronto, per stare insieme e fare il punto. Perchè qui? Il posto lo ha scelto il capo politico Vito Crimi, forse perchè voleva farci respirare aria fresca”, aggiunge il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia con un microfono davanti: “L’altra volta siamo venuti in autobus, stavolta con le auto di servizio”.
Per il conclave grillino menu da 25 euro a persona. Si parte con un antipasto a base di frittata cipolle, pecorino col miele, lenticchie in insalata. I primi: risotto con zucca e guanciale croccante e orecchiette melanzane, pomodori secchi e scaglie di pecorino. A seguire, arista con patate al forno e friggitelli. Dulcis in fundo, crostata di pesche.
Presenti per parlare di governo e del futuro M5s , tra gli altri, i ministri Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Sergio Costa, Federico D’Incà , Vincenzo Spadafora, Paola Pisano; il sottosegretario a Palazzo Chigi Riccardo Fraccaro; i viceministri Laura Castelli, Stefano Buffagni, Pierpaolo Sileri, Emanuela Del Re; i sottosegretari Laura Agea, Carlo Sibilia, Angelo Tofalo, Manlio Di Stefano, Roberto Traversi, Mario Turco, Vittorio Ferraresi, Alessandra Todde. Partecipano all’incontro anche i capigruppo di Senato e Camera Gianluca Perilli e Davide Crippa.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
RISULTATI SIGNIFICATIVI: IL PARTITO ECOLOGISTA GOVERNERA’ ANCHE AD AQUISGRANA E WUPPERTAL
Ha un valore simbolico, ma è anche uno storico cambio al potere: dopo 21 anni di Spd e 5
anni di Cdu, l’ex capitale federale della Germania Bonn sarà governata dai Verdi. Domenica al ballottaggio Katja Dà¶rner ha conquistato la poltrona di sindaco con il 56 per cento dei voti, battendo lo sfidante cristiano-democratico Ashok-Alexander Sridharan.
Il secondo turno delle comunali nel Nord Reno-Westfalia sono state un successo per i Verdi, non solo a Bonn: il partito ecologista governerà anche ad Aquisgrana e nella città industriale di Wuppertal.
Già al primo turno l’analisi dei voti complessivi nel Land più popoloso della Germania raccontava della crescita dei Verdi, che hanno ottenuto l’8,3% di consensi in più rispetto alle comunali del 2014.
Il Nord Reno-Westfalia è un Land significativo, non solo perchè è il più grande. È governato da Armin Laschet, l’erede più accreditato alla guida della Cdu dopo l’addio di Angela Merkel.
Ma è anche un Land in cui la Spd è storicamente forte: i socialdemocratici due settimane fa hanno conservato la “seconda posizione” nei consensi, ma hanno perso circa il 7% dei voti rispetto a 6 anni fa. Gran parte degli elettori persi sono passati ai Verdi, che a livello nazionale in tutti i sondaggi sono già da tempo la seconda forza della Germania.
Ora il partito ecologista comincia a raccogliere anche i primi risultati di un consenso così elevato: dopo dieci anni al Bundestag, la 44enne Dà¶rner andrà a governare Bonn. Uno degli obiettivi per il 2025: un centro urbano senza auto.
Anche nella città natale di Laschet il sindaco è Verde: la 57enne Keupen negli anni Ottanta fondò ad Aquisgrana l’associazione ecologista locale, oggi è a capo dell’amministrazione comunale grazie al 67,4% di voti al ballottaggio.
Anche il destino della città industriale di Wuppertal è in mano ai Verdi, in particolare al professore di economia Uwe Schneidewind che ha vinto il testa a testa con Andreas Mucke (Spd). Di fronte a una sfida tosta: risolvere i problemi di un comune fortemente indebitato con nuovi investimenti e una trasformazione radicale.
I successi dei Verdi hanno portato rinnovamento anche nei due partiti storici.
Oltre a Stephan Keller che è stato eletto sindaco di Dà¼sseldorf, la Cdu porta al governo di tre città altrettante donne: Eva Irrgang (eletta al primo turno), Anna Bà¶lling e Silke GoriàŸen.
In particolare la 40enne Bà¶lling, che ha avuto due gemelli sei mesi fa, è considerata una grande speranza all’interno della Cdu, che ha disperatamente bisogno di una giovane donna con doti di leadership.
Il suo enfant prodige la Spd l’ha trovato a Mà¶nchengladbach: nella ex roccaforte della Cdu, il 31enne Felix Heinrichs ha vinto il ballottaggio con il 74 per cento dei voti. I socialdemocratici si consolano anche con la vittoria di Marc Herter a Hamm e soprattutto per aver tenuto la roccaforte di Dortmund, dove alla fine l’ha spuntata Thomas Westphal.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELL’URUGUAY, AMATO DAL SUO POPOLO, CHE PRENDEVA SOLO 900 EURO DI STIPENDIO DA PREMIER “PERCHE’ MOLTA GENTE VIVE CON MENO DI QUESTO”
L’ex presidente Josè ‘Pepe’ Mujica, che governò l’Uruguay per il Frente Amplio di centro-sinistra fra il 2000 e il 2005, ha annunciato la sua definitiva decisione di abbandonare a politica nel prossimo ottobre e, ha sottolineato, “se fosse possibile lo farei anche prima”.
Rivolgendosi ai giornalisti ieri dopo aver votato nelle elezioni amministrative, il senatore Mujica, che ha 85 anni, e che in gioventù ha militato nella guerriglia dei Tupamaros finendo anche in carcere, ha fatto allusione al suo precario stato di salute, ed ha spiegato che “lascerò il mio seggio al Senato perchè non manca molto alla fine dei miei giorni. Amo la politica – ha aggiunto – ma amo ancora di più la vita. E devo gestire bene i minuti che mi rimangono”.
Alludendo alla pandemia da coronavirus, ha osservato: “Pensavo si trattasse di una febbricola che sarebbe passata presto, ma non è così. E se non posso andare dove è necessario per svolgere la mia attività , sarei davvero un cattivo senatore”.
Durante la sua presidenza Mujica, che ha la cittadinanza italiana acquisita dalla moglie, si distinse per la sua vita modesta, trattenendo dei suoi emolumenti solo l’equivalente di 900 euro perchè, spiegò, “in Uruguay moltissima gente vive anche con meno di questo”.
Per questa decisione, per aver deciso di continuare a vivere nella sua fattoria alla periferia di Montevideo e a spostarsi alla guida del suo vecchio Maggiolino che guidava personalmente, fu soprannominato come “il presidente più povero del mondo”.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
SPESE PER LE CASE, PER I CAMPI DA GOLF, PER L’AEREO PRIVATO E IL TRUCCATORE
Spese per le case, per i campi da golf, per i voli privati e perfino per il parrucchiere e per
l’hair styilist e il truccatore della figlia Ivanka: sarebbero state queste, secondo il New York Times, le spese dedotte in maniera sistematica dalle tasse da Donald Trump.
La rivelazione dei dettagli giunge nell’ambito dello scoop del Nyt secondo cui il Tycoon non avrebbe pagato tasse federali sul reddito per almeno 10 degli ultimi 15 anni, e nel 2016 e 2017 avrebbe sborsato solo 750 dollari per ciascun anno.
I dettagli, pubblicati nella prima di una serie di puntate annunciate dalla testata americana, fanno emergere che Trump avrebbe classificato come “spese aziendali” molte spese personali che, secondo il Nyt, sono state “necessarie per alimentare un’immagine di successo”. Per permettere di classificare una spesa come deducibile, il fisco statunitense chiede che si tratti di spese “ordinarie” e “necessarie”.
Secondo la testata, Donald Trump avrebbe dedotto 75mila dollari usati per la cura dei suoi capelli negli anni in cui era alla guida dello show televisivo “The Apprentice”. Il tycoon avrebbe poi messo a verbale 747.622 dollari come onorario per un consulente (di cui non si conosce l’identità ) autore del progetto di alcuni hotel nelle Hawaii e in Canada.
Secondo i documenti citati dal Nyt il presidente, inoltre, avrebbe classificato la lussuosa casa di Seven Springs, a nord di New York, come sede di lavoro, anche se i figli nelle interviste rilasciate ai media hanno più volte spiegato che si trattasse di una residenza familiare. Trump avrebbe dedotto oltre 2,2 milioni di dollari in tasse su quella proprietà , chiedendo di scontare ulteriori 2,1 milioni per non avervi realizzato lavori di espansione.
Capitolo a parte sulle spese relative alla figlia Ivanka, che secondo il Nyt avrebbe scaricato la cifra di 95.464 dollari per servizi effettuati presso parrucchiere e truccatore personali: tutte uscite classificate come costi aziendali deducibili.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
DAL 1990 AL 1991 IL PRESIDENTE AMERICANO HA PERSO PIU’ DI 250 MILIONI DI DOLLARI
«Trump ti fa credere per un momento al sogno americano». È la recensione che il New York Times scrisse nel 1987 su L’Arte degli Affari, il libro autobiografico in cui Donald Trump raccontava la sua ascesa come magnate del mondo immobiliare. Trent’anni dopo, un’inchiesta dello stesso quotidiano americano ha invece rivelato come l’immagine di imprenditore di successo è stato costruita attraverso una serie di anni in cui il presidente americano ha evaso il fisco.
Il New York Times ha ottenuto la dichiarazione dei redditi di Trump svelando come in 10 degli ultimi 15 anni il Tycoon ha pagato solo 750 dollari di tasse federali sul reddito.
Era dalla campagna elettorale del 2016 che il New York Times cercava di ottenere la dichiarazione dei redditi che Trump ha sempre rifiutato di rivelare.
Come ha spiegato il direttore esecutivo del quotidiano, Dean Baquet, «ogni presidente dalla metà degli anni ’70 ha pubblicato le proprie informazioni fiscali e la tradizione è che un rappresentate che gestisce potere e fa la politica con le sue azioni non deve cercare benefici finanziari».
Ma oltre alle proprie dichiarazione dei redditi di Trump ancora oggi non si conosce con certezza quale sia il suo patrimonio, costruito su decenni di ricadute e riprese.
Le perdite tra gli anni ’80 e ’90
In un altro riferimento letterario, J.d.Dickey aveva descritto la storia della Casa Bianca come «un impero di fango». Un impero che l’attuale presidente americano ha costruito su enormi debiti. Nel 1985 Donald Trump è all’apice del suo successo ma — secondo un’altra inchiesta del New York Times pubblicata nel 2019 — i suoi conti erano già disastrosi. I suoi affari avevano subito perdite per 46,1 milioni di dollari. Perdite che hanno continuato ad accumularsi per un totale di 1.17 miliardi di dollari nel corso del decennio successivo.
In particolare dal 1986 al 1988 mentre i debiti si fanno sempre più consistenti, Trump usa un trucchetto per fare soldi. Acquista piccoli pacchetti di grandi società . Dopo aver sparso la voce di voler acquisire il resto delle azioni, portando cosi a un aumento del loro valore, Trump le rivende. Il giochino è durato finchè gli investitori non hanno perso fiducia nelle sue promesse.
Dal 1990 al 1991 Trump perse più di 250 milioni all’anno. Una cifra che era più del doppio di qualsiasi altro contribuente.
Nel complesso — fa notare il New York Times — Trump ha perso così tanti soldi che è stato in grado di evitare di pagare le tasse per otto anni tra il 1985 e il 1994. La perdita ammonta a mezzo miliardo di dollari, mentre nei tre anni successivi l’attuale presidente aveva ceduto le sue attività per evitare il fallimento.
Secondo il quotidiano Trump è stato in grado di continuare a presentarsi come un vincitore grazie alla ricchezza accumulata dal padre.
L’entrata alla Casa Bianca e il conflitto di interesse
Dopo il 2016 il patrimonio di Donald Trump è entrato in conflitto di interessi con la sua presidenza degli Stati Uniti tanto che nel 2019 il Congresso aveva inviato un’indagine sulle sue attività .
In un commento a Politico, la presidente della Oversight and Reform della Camera Carolyn Maloney, uno dei gruppi investigativi della Camera dei rappresentanti, aveva dichiarato che «il presidente Trump si sta apertamente arricchendo incoraggiando le entità governative a spendere soldi per le sue attività , e le personalità straniere sembrano frequentare i suoi affari per ingraziarsi questa amministrazione».
Durante la sua presidenza — spiega Politico — Trump ha alimentato i suoi affari personali sfruttando il ruolo alla Casa Bianca. Nel corso dei 4 anni di presidenza ha promosso dozzine di visite ufficiali di Stato nelle sue proprietà — tra cui anche incontri delle Nazioni Unite — anche su Twitter. Nel 2019 Donald Trump aveva annunciato di voler tenere il vertice dei leader del G7 nel suo resort al Trump National Doral Miami. Quest’ultimo in difficoltà finanziarie.
Il ruolo della famiglia
Le sue frequenti visite — e quelle dei suoi figli — alle sue proprietà hanno portato i servizi segreti a spendere 250mila dollari in cinque mesi, nel 2017, per la protezione del presidente e della famiglia. Più di 100 funzionari e gruppi di 57 paesi stranieri hanno visitato almeno una proprietà di Trump, secondo Citizens for Responsibility and Ethics, un gruppo che vigilia sulle attività del governo, Trump ha invitato i leader di sette Paesi a incontrarsi con lui a Mar-a-Lago.
Ma i legami tra gli affari di Trump con la presidenza sono stati resi ancora più evidenti dall’inchiesta del New York Times. In particolare la figlia maggiore, Ivanka Trump, ha permesso a Trump di ridurre la pressione fiscale sulle sue attività attraverso parcelle come consulente della Trump Organization. I registri privati ottenuto dal quotidiano mostrano come una sua azienda abbia pagato 747.622 dollari a un anonimo consulente per progetti alberghieri alle Hawaii e Vancouver.
I moduli che Ivanka Trump ha presentato quando è entrata a far parte dello staff della Casa Bianca nel 2017 mostrano che aveva ricevuto un importo identico attraverso una società di consulenza di cui era comproprietaria.
(da Open)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
FINALMENTE UNA SOCIETA’ CHE FA RISPETTARE LE REGOLE: I TIFOSI NON USANO DISTANZIAMENTO E PROTEZIONI E IL CLUB LOMBARDO LI LASCIA FUORI
I tifosi non rispettano il distanziamento e la Cremonese li “punisce” chiudendo
nuovamente lo Zini. Il club lombardo, dopo aver esaminato il comportamento dei suoi sostenitori in occasione della prima sfida del campionato di Serie B contro il Cittadella, ha deciso di disputare il match di Coppa Italia contro l’Arezzo a porte chiuse.
Ad annunciarlo è proprio la società in un comunicato ufficiale: “Preso atto delle criticità emerse nel corso della gara di campionato Cremonese-Cittadella relative al rispetto del mantenimento del posto assegnato agli spettatori all’interno dell’impianto sportivo e sull’uso obbligatorio della mascherina per l’intera durata dell’evento come previsto dall’ordinanza regionale n.610, in accordo con le autorità competenti si ritiene opportuno che la partita di Coppa Italia Cremonese-Arezzo del 30 settembre sia disputata a porte chiuse. Il provvedimento è adottato al fine di organizzare nei minimi dettagli un piano operativo da attuare dalla prossima gara di campionato in programma allo Zini, con lo scopo di tutelare al meglio la salute della comunità e la stessa Us Cremonese dagli oneri inerenti la responsabilità in capo alle società organizzatrici degli eventi”.
La Cremonese ha iniziato il suo campionato perdendo in casa contro il Cittadella e le immagini avevano evidenziato che diversi tifosi non indossavano la mascherina, oltre a non rispettare l’assegnazione del posto a sedere per mantenere il distanziamento imposto dalle normative vigenti.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
DOPO LA POSITIVITA’ DI PERIN E SCHONE, ALTRE CATTIVE NOTIZIE PER I ROSSOBLU’… ORA ANCHE I GIOCATORI DEL NAPOLI DOVRANNO FARE IL TAMPONE… E QUALCUNO VORREBBE FAR RIEMPIRE GLI STADI
Sabato Mattia Perin, ieri Lasse Schone, oggi altri 12 tra giocatori (pare otto) e staff del Genoa, sono risultati positivi al nuovo coronavirus. Tamponi a tappeto anche al Napoli, avversario ieri di rossoblù al San Paolo.
“Il Genoa Cfc comunica che dopo gli accertamenti odierni il numero di tesserati positivi a Covid-19 è salito a quattordici tesserati tra componenti team e staff. La Società ha attivato tutte le procedure previste dal protocollo in vigore e informato le Autorità per le procedure correlate. Il Club fornirà prossimi aggiornamenti dettati dall’evoluzione”.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
A FRANCO BETTONI, IN QUOTA LEGA, CON LO STESSO DECRETO, LO STIPENDIO E’ STATO PORTATO A 150.000 EURO… LE NOMINE FRUTTO DELLA SPARTIZIONE TRA DI MAIO E SALVINI (CHE OGGI SI INDIGNA SOLO PER TRIDICO)
Non solo Pasquale Tridico: anche il presidente dell’Inail Franco Bettoni, in quota Lega, ha
ottenuto un aumento di stipendio in seguito al decreto interministeriale dello scorso 7 agosto, firmato dal ministro del Lavoro Nunzia Catalfo in accordo col ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.
Il decreto infatti recita: “Gli emolumenti annui lordi di cui all’articolo 3, comma 11, del decreto legislativo n. 479 del 1994, come modificato dall’articolo 25, comma 1, lett. f), del decreto-legge n. 4 del 2019, da corrispondere al Presidente, al Vice Presidente e ai consiglieri di amministrazione di INPS e di INAIL, sono così determinati: Presidente € 150.000,00 (euro centocinquantamila/00), Vice Presidente € 40.000,00 (euro quarantamila/00) in caso di deleghe € 60.000,00 (euro sessantamila/00), consiglieri di amministrazione € 23.000,00 ciascuno (euro ventitremila/00)”.
Le polemiche, tuttavia, hanno investito solamente il presidente dell’Inps Tridico, in quota M5S, attaccato in particolar modo dal centrodestra e dal leader della Lega Matteo Salvini, che il 26 settembre scorso ha tuonato sui social: “Invece di aumentarsi lo stipendio, prima paghi la cassa integrazione alle centinaia di migliaia di lavoratori che la aspettano da mesi, poi chieda scusa e si dimetta”.
Dimissioni, però, che non sono state richieste per Franco Bettoni, il presidente dell’Inail che, come detto, ha ricevuto lo stesso trattamento di Tridico.
Nel frattempo lo stesso Salvini nella giornata di lunedì 28 settembre ha smentito che l’aumento dello stipendio dei vertici di Inps e Inail sia stato avviato dal governo gialloverde, anche se il leader del Carroccio ha evitato ancora una volta di menzionare il presidente Inail Bettoni.
Eppure le nomine sono frutto di un patto M5S-Lega che prevedeva la presidenza dell’Inps al Movimento 5 Stelle e quella dell’Inail alla Lega, con Adriano Morrone, vicino al Carroccio, nel ruolo di subcommissario dell’Inps e Paolo Lazzari, in quota M5S e fedelissimo di Luigi Di Maio, a ricoprire quello di vicepresidente dell’Inail.
Una spartizione, legittima, così come legittimo è l’aumento di stipendio decretato per i vertici Inps e Inail, che oggi però nelle dichiarazioni dei protagonisti sembra non essere mai avvenuta.
(da TPI)
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Settembre 28th, 2020 Riccardo Fucile
IN 24 ORE IL PREMIER SMONTA LE DUE MISURE SIMBOLO DEL VECCHI GOVERNO E CANCELLA ANCHE UN PO’ IL VECCHIO SE STESSO
Ventiquattr’ore. Tanto sono bastate a Giuseppe Conte per archiviare quasi definitivamente l’era gialloverde.
O meglio, per superare l’anima della vecchia alleanza fra Lega e M5s. E così facendo ha anche ripudiato un po’ se stesso, visto che di quell’esecutivo lui era il Presidente del Consiglio.
Senza annunci clamorosi, quasi in sordina, come suo solito, il premier ha bocciato le due misure economiche simbolo di quella esperienza (insieme con i Decreti sicurezza di cui la modifica è stata già annunciata): Quota 100 e Reddito di Cittadinanza. Metaforicamente il Conte II ha strappato la foto più emblematica del Conte I, senza colpo ferire e come se lui in quell’immagine non ci fosse.
Siamo nel gennaio 2019, Salvini e Di Maio sono sorridenti al suo fianco dopo la conferenza stampa in cui annunciavano il varo delle due leggi assistenzialiste. Sono passati solo 20 mesi ma sembra un secolo fa.
La prima (auto)sconfessione è arrivata sabato pomeriggio, al Festival dell’Economia di Trento. Lì per la prima volta Conte ha detto pubblicamente e senza mezzi termini che Quota 100 non verrà rinnovata, quindi niente più agevolazione per le persone che vogliono andare in pensione prima del consentito, a partire dal 2022.
L’anno prossimo, in sostanza, sarà l’ultimo slot utile per chi vuole usufruire dell’anticipo.
La notizia non è di quelle bomba, anche perchè la mancata conferma di Quota 100 era nell’aria, i sindacati nelle settimane scorse hanno già cominciato a fare riunioni al ministero del Lavoro per evitare che dal 2022 si verifichi un altro scalone, visto che le disposizioni della Legge Fornero saranno le uniche da seguire per chi è alla fine della propria vita lavorativa.
Certo è che una cosa sono le anticipazioni dei giornali o le riunioni preparatorie, altro è un impegno pubblico, peraltro preso davanti a un pubblico “specializzato”, quello appunto del Festival di Trento.
Non a caso, Matteo Salvini, chi più di tutto ha voluto la misura, è subito salito sulle barricate, promettendo battaglia politica.
Se tutto sommato la cancellazione di Quota 100 per il secondo Conte, quello attuale, non rappresenta un grande costo politico, ben diversa invece è la sortita contro il Reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del “suo” Movimento 5 Stelle.
Il premier infatti ha molto criticato come stia procedendo l’attuazione del sussidio in questi primi 18 mesi di vita, soprattutto per la parte attiva e cioè quella che dovrebbe trasformare una misura solamente assistenziale in una capace di creare occupazione. Come scrive il Corriere della Sera, non smentito da Palazzo Chigi, il premier sarebbe molto infastidito dal fatto che l’operato dei navigator – i dipendenti pubblici che dovrebbero recapitare a chi percepisce il Reddito universale le offerte di lavoro – sia molto sotto le aspettative. “Voglio che una soluzione sia operativa entro sei mesi, il reddito di cittadinanza in questo modo rischia di essere una misura assistenziale senza progettualità ”, avrebbe detto ai suoi collaboratori.
Del resto se si vanno a snocciolare i dati forniti dall’Anpal e dal ministero del Lavoro, la bocciatura del Reddito di cittadinanza è nelle cose.
Su una platea di un milione e duecentomila percettori del sussidio pronti a lavorare, i navigator sono riusciti a presentare solo 220mila offerte di lavoro.
Un magro bottino, che di fatto declassa il reddito di cittadinanza a una versione riveduta e ampliata del Reddito d’inclusione varato dai precedenti governi di centrosinistra. Ossia una misura che serve a combattere la povertà redistribuendo soldi pubblici a chi ne ha fatto richiesta ma non serve a creare nuovo lavoro nè a formare e riqualificare i percettori. Insomma, l’impianto in cui ha fortemente creduto Luigi Di Maio – e il suo uomo all’Anpal, Mimmo Parisi – non ha funzionato alla prova dei fatti.
Di Maio e Salvini, quindi. I due che un anno e mezzo fa pensavano di poter agevolmente telecomandare un premier semi-sconosciuto messo lì a palazzo Chigi per protocollarne le decisioni.
(da “Huffingtonpost”)
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