Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
MENTRE IL GOVERNO PROPENDE PER UN TRASFERIMENTO, D’INTESA CON LE ASSOCIAZIONI, QUALCUNO CERCA L’INCIDENTE E LA PROVOCAZIONE… DOMENICA MANIFESTAZIONE SOTTO CASA DI FUGATTI
Il presidente della provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, ha
firmato una nuova ordinanza per l’abbattimento dell’orsa JJ4, responsabile dell’aggressione mortale al runner 26enne Andrea Papi.
Il plantigrado era stato catturato lo scorso 18 aprile e recluso nel centro del Casteller, dove si trovano anche altri esemplari sotto osservazione.
La “sentenza” viene però sospesa fino all’11 maggio, in attesa del pronunciamento del Tar. Una volta ottenuto questo, specifica l’ordinanza, l’abbattimento deve essere effettuato “al più presto per la salute e l’incolumità pubblica”.
Il provvedimento precedente era stato sospeso sempre dal Tar di Trento dopo il ricorso delle associazioni animaliste, che ora annunciano nuovamente battaglia contro il provvedimento approvato ieri sera.
La LAV ha infatti fatto subito ricorso per bloccare urgentemente il nuovo ordine di uccisione dell’orsa JJ4.
“Ordine incredibilmente impartito ieri sera dal Presidente Fugatti anche contro la volontà dei genitori di Andrea Papi e nonostante LAV abbia proposto da tempo per mamma orsa una concreta e sicura sistemazione alternativa a proprie spese in un rifugio all’estero, soluzione prospettata favorevolmente anche dal Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin e dall’Ispra”, si legge nel comunicato della Lega Anti Vivisezionea.
L’associazione ha depositato anche a Procura della Repubblica e all’Arma dei Carabinieri una diffida alla Apps, l’Asl veterinaria locale, “all’esecuzione dell’animale che configurerebbe il reato previsto dall’articolo 544 bis del Codice penale, due anni di reclusione per mandanti ed esecutori, di uccisione “senza necessità” di un animale”.
Domenica 30 aprile alle 14 andrà di scena nel comune di Avio, più precisamente nella frazione di Sabbionara, il paese del presidente della Provincia Autonoma di Trento, la manifestazione “Dalla parte dell’orso sempre! Presidio sotto casa di Fugatti” organizzata da varie associazioni animaliste unitamente al Partito Animalista Europeo.
Una manifestazione che il presidente del partito Stefano Fuccelli ha commentato così: “Ci sono circa 600 partecipanti già confermati e quasi 6mila interessati che potrebbero scendere in piazza all’ultimo minuto, porteremo più persone di quante vi vivono. L’evento sta riscuotendo molti consensi e adesioni soprattutto tra gli stessi trentini. Il dato non sorprende visto che il sondaggio secondo il quale il 71% dei trentini si è dichiarato contro gli abbattimenti degli orsi”.
Insomma, un’altra manifestazione che si prepara ad attirare su di sé l’attenzione, proprio come accaduto al Casteller. Dalla piazza si leverà un invito nei confronti del presidente della Provincia, spiegano dagli ambienti del partito, ovvero che chieda scusa alla famiglia del 26enne Andrea Papi e che rassegni le dimissioni immediate.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
“LA POLITICA NON PENSA AL FUTURO, SPERO IN ELLY SCHLEIN”
Il professor Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, in un’intervista a La Confessione riportata dal Fatto Quotidiano, parla della vittoria, di Elly Schlein e di Ultima Generazione che imbratta i monumenti. Ma anche della figlia che ha fatto coming out e ha avuto due figli all’estero tramite inseminazione artificiale.
Nel colloquio con Peter Gomez dice che da bambino ha imparato a leggere prima i numeri delle lettere e che era un tipo solitario: «Avevo fatto le elementari dalle suore, non sapevo giocare a calcio e i miei tentativi erano rimasti frustrati. Anche la pallacanestro mi sfuggiva. Mi piaceva giocare a scacchi, ho letto tantissimo».
La politica da giovane
Parisi dice che da giovane è entrato a far parte della sinistra extraparlamentare perché «mi aveva fatto molto impressione un filmato con un attacco della polizia in piazza Cavour a Roma, davanti al palazzo di giustizia, con il questore che si mette la fascia e ordina la carica».
E difende per questo le proteste di quegli anni: «Il ’68 è stato un grosso scossone che ha cambiato molto le cose. Certo, alcune conseguenze esagerate come il 6 politico, ma è anche vero che prima del ’68 c’erano professori che trattavano male gli studenti con atteggiamenti insultanti». Dice che spera che Elly Schlein sia forte, ma «il budino lo si capisce mangiandolo. Però non serve solo il Pd, che è un partito di centrosinistra. Ma anche una sinistra-sinistra che riuscisse a mettere insieme tutte le varie anime».
Il premio Nobel e la paura di uno scherzo
Della figlia dice che lui e sua moglie sono estremamente felici. Ma sulla gestazione per altri specifica: «Non sono contrario. Ma non è una cosa che mi rende felicissimo, più che altro per lo sfruttamento delle donne che devono fare la gestazione. Non credo che esistano persone disposte a farlo gratis e quindi si tratta di un lavoro che interviene su un corpo». Torna di nuovo a raccontare che quando ha saputo del Nobel si è prima di tutto accertato che non fosse uno scherzo: «Ero a casa, perché c’era stata una certa anticipazione. Fabiola Giannotti se ne diceva sicura e mi diceva di tenere il telefono vicino. L’ho fatto ed è arrivata una telefonata internazionale, sul telefono fisso di casa: ‘Sono il segretario del comitato Nobel, volevo dirle che lei ha ottenuto il Nobel’».
Il cambiamento climatico e la politica
Infine si parla di climatologia. E Parisi dice che le previsioni fosche degli scienziati possono anche essere ottimistiche: «I modelli vengono costruiti sulle informazioni che noi abbiamo adesso. Ma se la temperatura aumenta di un grado, come ora, si verificheranno situazioni difficili da predire. E che potrebbero essere disastrose. Ad esempio una grande siccità in Amazzonia, incendi su scala globale, fenomeni che potrebbero aggiungere catastrofi successive».
Delle proteste di Ultima Generazione dice che «io personalmente non imbratterei i monumenti. Ma non mi sento di condannarli perché sono persone che sentono il peso di un futuro che viene loro rubato. Invece la politica, ha quasi sempre un orizzonte di cinque/dieci anni. Per un motivo semplice: i politici sanno che fra cinque o dieci anni è assolutamente improbabile che siano ancora in carica».
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA LEGGE INTERNAZIONALE LO VIETA E INFATTI SUNAK E’ BLOCCATO NELLE AULE DI GIUSTIZIA… SE QUALCUNO HA NOSTALGIA DELLE DEPORTAZIONI NEI LAGER NAZISTI O NEI GULAG COMUNISTI INDOSSI LA DIVISA DA GERARCA
Sul tema della lotta all’immigrazione irregolare Italia e Regno Unito
sono sulla stessa lunghezza d’onda. In missione a Londra, Giorgia Meloni ha incontrato il premier britannico Rishi Sunak, di cui ha elogiato la dura stretta sull’accoglienza e il piano che mira a trasferire i richiedenti asilo in Ruanda.
Londra ha stretto un patto con il Ruanda, al quale il Regno Unito vuole inviare i migranti che fanno domanda di asilo per appaltare allo Stato africano l’accoglienza durante il processo di valutazione della pratica, in cambio di ingenti finanziamenti.
Per quanto approvato in via definitiva, al momento il piano non è operativo perché il provvedimento è oggetto di una dura battaglia legale nelle corti britanniche, con le associazioni e la Corte europea dei diritti umani che lo ritengono giustamente una violazione delle leggi internazionali e umanitarie. Il governo conservatore sta pensando anche di negare del tutto la possibilità di fare domanda di asilo a chi entra irregolarmente nel Paese, altra proposta contestata dal punto di vista del diritto internazionale e umanitario.
“Il Ruanda è considerata una nazione inadeguata, perché sta in Africa?”, ha detto Meloni, sottolineando che la proposta del governo britannico è di spostarli “in attesa di valutare la loro richiesta d’asilo”.
La Meloni finge di non sapere che le norme internazionali impongono che le richieste di asili debbano essere presentate ed esaminate nel Paese dove avviene lo sbarco.
Le deportazioni le facevano i nazisti e i russi, non abbiamo bisogno di nuovi infami.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
GIORGETTI SAREBBE FINITO NEL MIRINO DEI LEGHISTI PERCHÉ NON HA ACCOLTO LE RICHIESTE DEL CARROCCIO SULLE PENSIONI MINIME, CON L’ARGOMENTO DELLA MANCANZA DI RISORSE
Meloni è incredula. «Chiamate subito Mantovano», dice. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, rimasto a Palazzo Chigi, le spiega l’accaduto e ha già degli argomenti per attenuare la sua preoccupazione: «Abbiamo già convocato il Consiglio dei ministri e fra poco tutto si risolve». «Risolviamola in fretta» dice rivolta allo staff. Gli inglesi chiedono cosa stia succedendo. Meloni spiega: «Un problema in Parlamento».
Finito l’incontro con Sunak, la premier si mette al telefono. È furiosa. Scrive sulla chat dei deputati del suo partito: «Non ho parole». Chiama Giancarlo Giorgetti, chiama il ministro dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Vuole sapere. Il suo staff lascia trapelare un commento, «alcuni parlamentari non si rendono conto di quello che fanno», che, senza essere concordato, è molto simile alle parole pronunciate a caldo da Giorgetti.
La presidente del Consiglio è convinta che i tempi ci siano, «il Cdm si farà». E così, conferma anche la convocazione dei sindacati per domenica sera, giudicata dalle sigle anomala non tanto per la data, ma per la prossimità alla riunione del governo.
I suoi la rassicurano, «ce la faremo» e la corsa è già partita. Ma le preoccupazioni restano tutte. Non tanto per i problemi tra alleati, quanto per le questione interne dei partiti. I primi a finire sotto osservazione sono i leghisti: 15 assenti, dei quali sono 4 in missione. Quando ancora lo choc per la votazione è vivo, circola una lettura: «Hanno voluto punire Giorgetti».
Il ministro dell’Economia è tornato nel mirino dei suoi colleghi di partito perché, tra le varie cose, non ha accolto le richieste del Carroccio sulle pensioni minime, con l’argomento della mancanza di risorse.
D’altronde già al Senato si era visto che qualcosa non andava, quando il capogruppo Massimiliano Romeo aveva inserito nella mozione tre punti non concordati con Giorgetti. Difficile immaginare che questi malumori siano scaturiti in una scelta grave come quella di mandare sotto il governo, ma resta il dato di fatto che alcuni parlamentari leghisti abbiano accolto con una certa maligna soddisfazione la figuraccia del loro ministro.
Lo scivolone di Montecitorio incrocia anche le divisioni dentro Forza Italia, il gruppo con più assenze in proporzione al numero di seggi: 14, di cui solo 4 in missione. Alla Camera, fanno notare in molti, non erano presenti il capogruppo Paolo Barelli, né il vicario Raffaele Nevi (a Terni per la campagna elettorale) e nemmeno la vice Deborah Bergamini (a Vienna per un incontro del Ppe).
Eppure solo mezz’ora prima della votazione molti dirigenti azzurri, guidati dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dallo stesso Barelli, stavano presentando in una sala di Montecitorio l’iniziativa di partito in programma a Milano il prossimo fine settimana. Barelli risulta in missione. Il suo predecessore Alessandro Cattaneo manda un messaggio chiaro: «Ognuno si assuma le sue responsabilità».
(da “La Stampa”)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
E NEL CENTRODESTRA C’È GIÀ CHI GODE PER L’INCIAMPO: “COMUNQUE È STATA UNA PICCOLA LEZIONE PER GIORGIA MELONI”
L’errore da matita blu che ha mandato gambe all’aria il governo alla
Camera ha dell’incredibile. Siccome il voto sulla risoluzione per lo scostamento di bilancio ha valenza costituzionale, serviva la maggioranza assoluta perché l’atto di indirizzo venisse approvato. Nel centrodestra hanno invece supposto che i deputati in missione avrebbero abbassato il quorum.
A fronte di una svista da studente di diritto alle prime armi, nessuno ha fatto caso all’«assenza giustificata» di ministri, presidenti di commissione, capigruppo. Così, quando sul display di Montecitorio è apparso il risultato, c’è voluto qualche minuto al governo per rendersi conto del disastro.
Nello sconcerto generale, raccontano che Giancarlo Giorgetti si sia avvicinato ai banchi dell’opposizione, dove pure non avevano subito capito cosa fosse accaduto. Con una risata che nascondeva il nervosismo, il ministro dell’Economia — noto per essere allergico agli scostamenti di bilancio — ha ironicamente ringraziato gli avversari che si erano espressi contro il documento dell’esecutivo: «In fondo, avete sostenuto la mia linea…».
Ma da quel momento non c’è stato più nulla da ridere nel centrodestra. Il pasticciaccio brutto della Camera costringe ora il governo e i parlamentari a un tour de force supplementare per consentire a Giorgia Meloni di approvare il taglio del cuneo fiscale il primo maggio. L’errore non sarà figlio del dolo politico, ma ieri in Transatlantico un autorevole rappresentante della maggioranza ha sussurrato che «comunque è stata una piccola lezione per la premier».
E mentre alcuni deputati che avevano saltato la votazione si precipitavano a Montecitorio con il volto tetro, i più anziani alleati di Meloni tornavano con la memoria a un nefasto precedente, quando «per molto meno nel 2011, sul rendiconto dello Stato, Berlusconi dovette lasciare palazzo Chigi».
Allora fu una manovra, stavolta è stata la fiera dell’imperizia. «Perché — discutevano nei capannelli del Pd — se fossimo stati noi al governo e avessimo capito che i numeri erano a rischio, saremmo stati più furbi. Franceschini di certo avrebbe chiesto a un vice presidente della Camera di opposizione di presiedere la seduta. Loro invece hanno perso anche il voto di Rampelli che guidava l’Aula». E giù risate.
La missione impossibile del centrodestra, quella cioè di andar sotto nonostante la schiacciante maggioranza, si è realizzata per mano dei deputati in missione. Ma anche per qualche «fraintendimento» con i gruppi avversari.
A parte il fatto che in passato gli scostamenti di bilancio erano stati (quasi) sempre approvati all’unanimità, in questo caso il governo riteneva che almeno il Terzo polo avrebbe votato alla Camera come aveva fatto al Senato: cioè a favore.
E in effetti Luigi Marattin, di Italia Viva, aveva invitato il gruppo ad appoggiare la risoluzione con un ragionamento di sistema. Ma i Calenda boys si sono opposti per evitare di essere additati come stampella del governo.
I soliti sospetti allignavano anche tra M5S e Pd, dove c’è chi teorizza che le recenti moine di Giuseppe Conte verso Meloni siano legate alle nomine: la premier avrebbe infatti promesso per l’ex ministro Alfonso Bonafede un posto nel Consiglio di presidenza della giustizia tributaria. Perciò ieri i dem hanno monitorato la presenza dei grillini in Aula fino al botto.
(da Il Corriere della Sera)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
LE SCUSE DEL CENTRODESTRA DOPO LO SCIVOLONE ALLA CAMERA SUL DEF CHE NON CONVINCONO NESSUNO
C’è chi aveva un “impegno improrogabile” e ha dovuto lasciare l’aula alle 16. Chi era da tutt’altra parte perché «c’era un convegno». Chi giura di essersi assentato soltanto per 30 secondi. E chi era a casa con la febbre.
Il giorno dopo lo scivolone della maggioranza sul Def alla Camera gli onorevoli del centrodestra sembrano sinceramente dispiaciuti. Avranno modo di dimostrare il loro pentimento nel nuovo voto sul Def che il governo ha organizzato in fretta e furia. Ma intanto rimane la figuraccia. E le scuse. Che chissà se l’irritatissima Giorgia Meloni prenderà per buone.
La Repubblica sente per primo Raffaele Nevi di Forza Italia. Che si rammarica per i «14 assenti» nel suo gruppo, dice che non riesce a parlare con il suo capogruppo Barelli (che però «aveva un impegno importante»). Poi aggiunge che è rimasto alla Camera fino al pomeriggio. Poi è partito per Terni.
Le giustificazioni
«Ho la presentazione della lista di Forza Italia. Siamo tutti incasinati per queste elezioni. Non mi giustifico, eh? È stato un errore, purtroppo è successo», dice. Non è l’unico.
Andrea De Bertoldi di Fratelli d’Italia era invece a Palermo: «Sono dottore commercialista e rappresento il partito al convegno. L’avevo annunciato una settimana fa. Il mio capogruppo mi ha detto “vai tranquillo”».
Il leghista Rossano Sasso invece sostiene di aver “bucato” il voto ma che era in Aula: «Ho avuto un imprevisto che mi ha fatto tardare. Un maledetto imprevisto». Mentre Francesco Maria Rubano ha un alibi: «Ero in bagno. Non sono riuscito a raggiungere in tempo l’emiciclo». Michela Vittoria Brambilla invece era a casa con l’influenza: «Ho esagerato a difendere troppo l’orsa».
Assente anche Debora Bergamini, dice il quotidiano. Era a un seminario del Ppe a Vienna. Mentre in tanti dentro Forza Italia fanno notare anche l’assenza di Giorgio Mulé, in polemica con Antonio Tajani.
Quelli del centrosinistra sghignazzano: «Si sono rovinati il ponte». Mentre quelli del centrodestra sono arrabbiati: «Questi si credevano già in vacanza. Ora ci tocca stare qui pure domani». Giorgetti è furibondo. «Questi non si rendono conto», lo sentono dire. La stessa cosa – più o meno – la sussurrerà Meloni a Londra.
(da La Repubblica)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
DILLO AI 25 FIGHETTI TRA FDI, LEGA E FI CHE HANNO PREFERITO FARE IL PONTE
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha saputo della bocciatura
del Def alla Camera mentre parlava con Sunak a Londra. E chi era con lei quando ha riavuto il telefono e ha letto i messaggi del sottosegretario Alfredo Mantovano la descrive come «fuori dalla grazia del cielo».
E arrabbiatissima per lo scivolone. Nella chat con gli eletti Fdi ha scritto «io non ho parole». Il primo pensiero, racconta il Corriere della Sera, è corso al «trappolone» degli alleati. In sintonia con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sui deputati che «non si rendono conto» della gravità della situazione. Poi sul banco degli imputati è salito anche il Quirinale. Colpevole di non aver offerto alcuna sponda al tentativo di dare via libera a un testo identico a Montecitorio: «Sembrava che avesse detto sì, invece poi è arrivato il no. Ci hanno voluto umiliare. Segno che non c’è alcuna collaborazione».
Il Cdm
Nel Cdm che si è svolto in gran fretta è stata approvata una nuova relazione. Il Senato è stato convocato per domani. Appena arriverà l’ok di Palazzo Madama si tornerà a Montecitorio. Dove ieri erano assenti cinque deputati di Fratelli d’Italia, nove di Forza Italia e 11 della Lega. L’obiettivo del governo è quello di chiudere l’iter entro e non oltre il 1 maggio. Quando invece è in programma un altro consiglio dei ministri per un decreto sul cuneo fiscale. Lo scostamento di bilancio va approvato con maggioranza assoluta da parte delle due camere perché lo prevede l’articolo 81 della Costituzione. Per questo ieri Giorgetti si è (ironicamente) autoaccusato: «È responsabilità mia tutto quello che è accaduto perché il sottoscritto nel 2012 ha scritto questa norma che richiede la maggioranza qualificata». Intanto il Fatto Quotidiano propone una chiave di lettura: quello che è successo è stato un segnale dei leghisti al “loro” ministro Giorgetti. Che non li ascolterebbe abbastanza.
Una spia che si accende
E mentre Meloni riflette sulla possibilità di far dimettere alcuni sottosegretari che siedono in parlamento, il Sole 24 Ore fa notare che l’inciampo è la spia del fatto che la maggioranza si sente troppo solida. E troppo sicura di sé. Mentre la premier è sola e vittima di «sciatteria». Come fosse una Penelope che tesse una tela che altri sfilacciano. Chi l’ha sentita a Roma, dice l’agenzia di stampa Ansa, parla di una premier parecchio irritata. Davanti ai cronisti appare molto dispiaciuta. La missione è stata «terremotata», scherza una cronista. E lei: «Ditelo a me…».
Si palesa l’incubo di ogni premier, che una visita all’estero, una così cruciale, venga funestata da guai politici interni. «Sono incidenti di percorso che ho visto tante volte». E il gioco politico di raccontare una situazione più difficile di quella che era lo conosce altrettanto bene. Per questo vuole andare avanti.
Il complotto del 2011
Il Foglio invece racconta la sindrome del 2011 che sta cominciando ad accusare la maggioranza. Il riferimento è alla caduta dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi sotto la spinta delle istituzioni internazionali (la lettera della Banca Centrale Europea). Il governo Meloni comincia a credere che il mercato stia preparando “l’incidente”. I segnali, in questa ottica, sarebbero tre. I fondi d’investimento che non credono in alcune delle nomine nelle partecipate, il consiglio di Goldman Sachs sull’investire in Btp spagnoli invece che su quelli italiani e il giudizio negativo di Moody’s in arrivo. Poi c’è la guerra con i “burocrati”, che ha offeso i dirigenti della Ragioneria. E l’Europa che ha smesso di crederle su Mes e Pnrr. Quel piano per il quale il suo ministro Fitto ha impiegato sei mesi solo per cambiare la governance.
(da Open)
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Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile
“NON CAPISCE MOLTO DI MODA E SI FA AIUTARE, CHE PROBLEMA C’E'” … “PENSATE ALLA MELONI, È VOLGARE. ROSSETTO ESAGERATO, OMBRETTO SGARGIANTE E VESTITI DI ARMANI”… IL SONDAGGISTA NOTO: “ABILE STRATEGIA DELLA SCHLEIN: UNA SINTESI TRA SINISTRA E MODERNITA'”
Via l’eskimo, avanti il trench. Elly Schlein lo indossa in piazza il 25 aprile e pure in un servizio su Vogue, dove parla di tutte le battaglie che vuole combattere. Vogue le chiede se crede nel power dressing, lei risponde: non so bene cosa sia, ma comunque mi faccio aiutare da un’armocromista. Ed è su questo che tutti si soffermano. E allora si indaga sull’armocromista, Enrica Chicchio, e su quanto costino le sue consulenze. E si dibatte se sia opportuno che la leader di un partito di sinistra possa spendere per farsi dire quali vestiti le si confanno.
Toscani, come inquadra questo trench gate?
«Come l’inizio della Schlein».
Qualcuno, invece, dice che potrebbe essere la sua fine.
«Stupidaggini. È la donna del futuro e continua a dimostrarlo. Fa incazzare i conservatori di destra e di sinistra, parla un linguaggio nuovo, è nuova, vince, e va su Vogue».
E a cosa le serve?
«Se chiedi a una donna in gamba se preferisca essere bella o intelligente, lei ti risponderà: bella».
Quindi Schlein è andata su Vogue per essere bella?
«Ci è andata perché glielo hanno consigliato»
E ha sbagliato?
«Certo che no. Ha sbagliato chi l’ha fotografata: quelle foto sono brutte. E ha sbagliato chi l’ha vestita. Lei è una ragazza in jeans con le sue giacchettine, deve continuare così. È elegante, sobria, fresca. Ha stile. La ricordo sempre benvestita».
Quando si è benvestite?
«Quando nessuno si accorge dei vestiti che hai addosso. Ed è in questo senso che Schlein è la donna del futuro: una donna con la quale a nessun maschietto verrebbe in mente di fare il cretino. Una che ti colpisce per quello che pensa e fa, e che non passa inosservata per come si muove e non per quello che ha addosso».
Non è inopportuno che la leader di un partito di sinistra, una che ha vinto perché è l’icona del mondo nuovo e che si batte per i diritti delle minoranze, riveli a una rivista patinata che paga qualcuno per decidere come vestirsi?
«Inopportuno? Ma non si è mica fatta fotografare mentre beve champagne in una vasca d’oro. Non capisce molto di moda, si fa aiutare: può permetterselo. Siamo davvero così provinciali da credere che questo sia un tradimento dei suoi valori?”.
Pare di sì.
«Del resto a Parigi bruciano le borse di Vuitton. Cosa c’entrano le borse di Vuitton?».
Sono simboli.
«Se Schlein si vestisse da operaia, la accuserebbero di apologia del comunismo».
Che c’è di male nell’eskimo?
«Niente. Certo è che potremmo provare ad andare oltre i Beatles e i Rolling Stones».
Vogue ha scritto che Schlein ha fatto alla politica italiana quello che ha i Maneskin hanno fatto alla musica: l’ha “svecchiata, demascolinizzata, internazionalizzata”.
«Verissimo. È bravissima. Io ho votato per lei quando tutti dicevano che avrebbe perso. E la voterei ancora, convintamente».
Dello stile di Meloni che dice?
«Volgare. Rossetto esagerato, ombretto sgargiante».
È popolare.
«Popolare? In Armani?».
Ma è di destra, lì il problema non si pone.
«E sarebbe il momento che non si ponesse nemmeno a sinistra. La vera contraddizione è che sia dia tanta importanza a queste piccolezze, a questioni di facciata».
L’armicromia è un diritto del popolo, allora?
«E perché no? Non è anche questa la libertà?».
E la Liberazione?
«Ma da cosa, scusi? Io solo questo vorrei dire sul 25 aprile: non c’è stata nessuna liberazione, i fascisti sbattuti fuori dalla porta sono rientrati dalla finestra. Sono ancora qui, più raffinati di una volta».
Perché raffinati?
«Perché non hanno bisogno di vestirsi con la camicia nera, fare il saluto romano. Non hanno insicurezze identitarie. Li caratterizza quello che fanno. Fanno Cutro».
Cos’è il fascismo?
«Un’opera d’arte italiana. Possibile solo in un paese come il nostro: corrotto, ignorante e corruttibile come nessun altro».
Perché la sinistra non riesce a essere popolare e la destra sì?
«Io so solo che per il popolo si può morire ma tante volte non ci si può vivere insieme».
Ha detto una cosa un po’ classista.
«Vede? Lei nota solo la seconda parte, quella più sciocca e provocatoria, anziché la prima: morire per il popolo non la colpisce quanto il non poterci sempre vivere assieme. È la stessa ragione per cui si fa un gran fracasso su come veste Elly Schlein».
Non proprio su come veste.
«Senta, ma se mi offrono il caviale e a me il caviale piace, perché non dovrei mangiarlo?».
Perché il caviale è il simbolo di un privilegio.
«Questo è provincialismo politico. Lo stesso di chi rompeva le palle a Bertinotti per i pullover di cachemire. Non c’è niente di più provinciale di un piccolo comunista».
E lei lo può dire.
«Certo che posso. Io sono di sinistra. Molto di sinistra. Sono un radicale».
Non c’è il rischio che Schlein sembri lontana dai problemi della gente?
«Siete voi che siete lontani dalla gente. È una priorità per voi ma non per lei. È importante per il pubblico ma non per lei. La sua politica il suo modo di pensare non cambia per una foto su Vogue».
Il punto è quello che rivela di lei.
«Ma per favore, ma perdiamoli per strada questi analisti di cosa rivela un portafogli!»
Lei parla da intellettuale.
«Io sono un operaio».
Ma parla da intellettuale se pensa che risultare vicina alla gente non sia un problema che Schlein deve porsi.
«Ma infatti lei piace alla gente. Alla sua gente. Che questa stupidaggine la prenderà per quello che è. Andiamo avanti, diamoci da fare».
IL SONDAGGISTA NOTO
“Nessuno scivolone, è una strategia: cerca una sintesi tra sinistra e modernità”
“Le critiche sono sempre un buon segnale, vuol dire che susciti attenzione. Lei ha bisogno di crearsi una sua identità, alternativa a quella che le hanno cucito addosso giornali e detrattori”
(da La Stampa)
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Aprile 27th, 2023 Riccardo Fucile
“RICORDO CASI ABERRANTI TRA I PARTIGIANI, LA BRIGATA OSOPPO, IL TERRORISMO INTERNO. LA GUERRA CIVILE È FINITA IL 25 APRILE MA LE UCCISIONI SONO CONTINUATE FINO AL 1949 NONOSTANTE L’AMNISTIA DI TOGLIATTI. SUL SANGUE DEI VINTI NON SI PUÒ STENDERE UN VELO”
Franco Cardini, 81 anni, fiorentino, storico del Medioevo, si trova a
disagio nella contemporaneità: «Evidentemente a “Otto e mezzo” non sono riuscito a spiegarmi bene se ora il professor Gibelli, ex organizzatore de “La Storia in piazza” di Genova, chiede le mie dimissioni da curatore della manifestazione al collega Canfora».
Tutto nasce dalla sua difesa dei ragazzi di Salò, perché?
«Il punto centrale è la riconciliazione tra gli italiani e una memoria condivisa. Perché questo avvenga bisogna mettersi d’accordo e non è detto che se ne trovi una, ma in quel caso ognuno si terrà la propria memoria». «Manca un’analisi seria e articolata della Resistenza perché possa diventare memoria condivisa. Ricordo casi aberranti tra i partigiani, la brigata Osoppo, il terrorismo interno, e va bene che in guerra tutto è legittimo ma con il senno di poi tanti episodi andrebbero riesaminati».
Troppi sconti ai partigiani insomma?
«Ad alcuni partigiani. La guerra civile è finita il 25 aprile, tutti si sono abbracciati, dopodiché le uccisioni sono continuate fino al 1949 nonostante l’amnistia di Togliatti. Sul sangue dei vinti non si può stendere un velo, occorre una conciliazione».
E Salò?
«Nella Storia non si può mai generalizzare, anche i repubblichini hanno avuto dei meriti. Magari stavano dalla parte sbagliata, ma volevano difendere la patria. Il 25 luglio Mussolini venne rovesciato da una congiura di palazzo e 18 settembre il Re scappò. Teniamo presente che allora si sapeva poco della Shoah».
La diatriba sulla parola antifascismo cosa c’entra con tutto questo?
«Nulla, ma faccio fatica a pronunciarla perché se parlo con un comunista vuol dire colpire il fascismo come braccio armato del capitalismo e se mi rivolgo a un liberale prende il significato di tutela di tutte le libertà, compresa quella economica. Insomma, gli antifascismi sono in contrasto tra loro».
L’antifascismo non è semplicemente l’avversione alla dittatura?
«Può darsi, ma i comunisti allora andrebbero considerati fascisti perché appoggiavano la dittatura sovietica. Resta una parola ambigua».
Qual è la sua proposta di riconciliazione?
«In Italia c’è stata una guerra civile tra minoranze. Un 10% di partigiani, un 5% di repubblichini e l’85% degli italiani alla finestra. La riconciliazione tra chi combatté per liberare il Paese e chi per rispettarne l’onore non può essere così complicata, anche perché li accomunò una volontà di riscatto».
(da La Stampa)
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