Destra di Popolo.net

ELLY SCHLEIN: “IL DECRETO LAVORO DEL GOVERNO E’ SENTENZA DI CONDANNA ALLA PRECARIETA'”

Maggio 1st, 2023 Riccardo Fucile

“STANNO SMANTELLANDO IL SOSTEGNO AL REDDITO DELLE PERSONE PIU’ POVERE”

Il governo si appresta ad approvare il nuovo decreto Lavoro e il Partito democratico ha intenzione di contrastarlo tanto in Parlamento, quanto nelle mobilitazioni al fianco dei sindacati. Parola di Elly Schlein. La leader dem, intervenuta il primo maggio ad Agorà su Rai 3, ha detto: “Il decreto che oggi viene approvato è una vera e propria sentenza di condanna alla precarietà. Se i contenuti sono quelli preannunciati non solo lo contrasteremo in Parlamento, ma anche in tutte le mobilitazioni, saremo a fianco delle mobilitazioni sindacali”.
Quindi l’attacco sulla decisione di dire definitivamente addio al reddito di cittadinanza: “Stanno smantellando l’unico strumento di sostegno al reddito delle persone più povere facendo uno spezzatino, cercando di ridurre le risorse sulla povertà e anche la durata. Non era perfetto ma migliorabile, il governo vuole piantare bandierine ideologiche negli occhi delle fasce più fragili”.
Sul versante dei contratti, puntando il dito contro il governo per non aver messo risorse per il rinnovo, Schlein ha anche detto che in Italia bisognerebbe fare ciò che è stato fatto in Spagna: “In Spagna hanno fatto un patto con imprese e sindacati e hanno scelto di limitare i contratti a termine. Quella è la direzione che dovrebbe intraprendere anche il nostro Paese”.
E poi, partecipando al corteo del primo maggio diretto a Portella della Ginestra, in ricordo della strage del 1947, in cui la banda di Salvatore Giuliano uccise 11 persone, la segretaria del Pd ha aggiunto: “Il lavoro in Italia è troppo povero e troppo pirata. Lo sanno soprattutto i giovani e le donne. Bisogna fare una legge sulla rappresentanza che elimini i contratti pirata. Si deve introdurre il salario minimo”.
Schlein, in un’intervista a La Stampa uscita oggi, ha anche parlato del rapporto con il Movimento Cinque Stelle: “Continuiamo a sentire il bisogno, dopo la sconfitta di settembre e delle ultime regionali, di provare a unire le forze nelle nostre differenze sui terreni di battaglia comune: la difesa della sanità pubblica, il contrasto al progetto Calderoli di autonomia differenziata, la scuola pubblica, il salario minimo, la conversione ecologica. È chiaro che se mettiamo avanti i temi su cui non siamo d’accordo, manchiamo alla responsabilità che abbiamo verso chi ci vota, di costruire in prospettiva un’alternativa alle destre, che ogni giorno peggiorano le condizioni di vita materiale delle persone”.
(da agenzie)

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FARE LA FESTA AL LAVORO, IL PRIMO MAGGIO ALL’INCONTRARIO DEL GOVERNO SOVRANISTA

Maggio 1st, 2023 Riccardo Fucile

PRECARI E PAGATI DI MENO

Questo 1° Maggio all’incontrario, col governo che si riunisce per trasformarlo nella festa del lavoro purchessia, e pazienza se ciò comporterà pagarlo meno e renderlo ancor più precario, rientra nell’offensiva di destra che va sotto il nome di “controegemonia culturale”.
Non a caso Giorgia Meloni rispolvera il vecchio epiteto dispregiativo triplice all’indirizzo dei sindacati: col decreto che abolisce il reddito di cittadinanza, alza il tetto dei voucher e facilita i contratti a termine, vuole occupare il centro della scena di fronte ai cortei dei lavoratori e al Concertone di piazza San Giovanni. Suonerà la grancassa della riduzione del cuneo fiscale – una manciata di euro in più nella busta paga degli occupati, sottratti ai disoccupati in età lavorativa – scommettendo sul definitivo venir meno della solidarietà di classe fra i soggetti deboli della nostra società.
La sfida aperta di Giorgia Meloni alla Cgil di Landini è un azzardo. Trae ispirazione dal recente convegno degli intellettuali di destra che, richiamandosi con invidiosa ammirazione al pensiero di Gramsci, la incoraggiavano per l’appunto a cimentarsi nel tentativo ambizioso di una “controegemonia culturale”. Ma qui mica si tratta solo di contestare la presenza di Mattarella e Benigni al Festival di Sanremo. Qui si tratta di far digerire agli italiani lo smantellamento definitivo di un sistema di garanzie del lavoro salariato. Già anticipato dal codice degli appalti e dalla promessa di sgravi fiscali “per tutti”, ricchi e poveri.
Per questo ci troviamo a vivere un surreale 1° Maggio all’incontrario. Anziché la festa del lavoro, qui si vuole fare la festa al lavoro. I giornali della famiglia Angelucci (e non solo loro, purtroppo) rispolverano la guerra ai “fannulloni”. Loro si sono arricchiti con la sanità privata e non gli dispiacerà certo continuare a spillare soldi ai lavoratori per fare gli esami e le cure mediche impossibili da ottenere gratis visti i mancati investimenti nel welfare.
Stavolta, però, la provocazione del governo rischia di tradursi in un autogol perché svela il profilo demagogico della “destra sociale”. Nel paese che detiene il record negativo dei bassi salari e dello sfruttamento dei giovani precari, il decreto del 1° Maggio non farà che legittimare questo andazzo, a vantaggio di una classe imprenditoriale cui si concede briglia sciolta. Il cattivo esempio, del resto, viene dal pubblico impiego: il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, annuncia in pompa magna uno stanziamento per i tutor, gli insegnanti che dovrebbero seguire i ragazzi in difficoltà nel pomeriggio. Ma poi si scopre che verranno pagati 7,34 euro lordi l’ora.
Suona beffardo che il Mef motivi la riduzione del cuneo fiscale (solo 16 euro al mese!) quale “contributo alla moderazione della crescita salariale”. Dove la vedono questa crescita salariale? Qualunque sia il colore politico del governo, è mai possibile che fra le sue priorità non rientri un’azione di contrasto alla vergognosa diffusione del lavoro povero? Certo, essa implicherebbe un maggior carico fiscale sui grandi patrimoni, sugli alti redditi, sugli extra-profitti. Ma qui casca l’asino. L’ideologia della destra italiana non mette al centro il lavoro bensì l’impresa produttrice di ricchezza, che lo Stato dovrebbe proteggere in nome del “lasciar fare”. Il predicozzo rivolto da Meloni a Landini sul diritto di lavorare il 1° Maggio contiene un messaggio ben preciso: trasformare la Festa dei lavoratori nella Festa dei padroni.
(da il Fatto Quotidiano)

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IL LAVORO POVERO E’ PER LEGGE: MELONI UCCIDE IL REDDITO DI CITTADINANZA PER IMPORRE CONTO TEERZI STIPENDI DA FAME

Maggio 1st, 2023 Riccardo Fucile

LA NARRAZIONE SOVRANISTA SMENTITA DAI FATTI

È arrivato il giorno in cui il governo Meloni consumerà la promessa di vendetta contro il Reddito di cittadinanza: oggi il Consiglio dei ministri approverà il decreto che cancella, dopo soli quattro anni, lo strumento anti-povertà voluto nel 2018 dal Movimento Cinque Stelle e lo sostituisce con l’Assegno per l’inclusione, misura molto meno generosa che taglia la platea e la durata dell’aiuto. Dopo essere stato l’ultimo Paese europeo, in ordine cronologico, a introdurre un sussidio per gli indigenti, l’Italia sarà anche il primo a ridimensionarlo sensibilmente.
La mossa cade in una ricorrenza non casuale: il Primo Maggio, festa dei lavoratori, a voler simbolicamente dire che questo esecutivo è a favore del lavoro e contro l’assistenzialismo, come se le due cose fossero alternative e non – come sostengono tutti gli esperti – complementari. Così si porta a compimento un’operazione “culturale” nata diversi anni fa e basata su una narrazione – pur smentita finora dalle evidenze che citeremo – per cui ricevere un aiuto sociale dallo Stato spingerebbe le persone a non darsi da fare, rimanere sul divano e accoccolarsi sul denaro garantito.
Un racconto che poggia sulle testimonianze di alcune imprese, specialmente quelle turistiche e agricole, amplificate soprattutto dopo la pandemia dai media compiacenti, ma che si scontra con una carrellata di dati che in questi anni ha dimostrato l’esatto contrario. Cioè che i beneficiari del Reddito di cittadinanza il lavoro lo cercano eccome, spesso lo trovano, accettano anche impieghi precari, part time e mal pagati. Ed è proprio l’aver operato con basse retribuzioni che li ha spinti nel disagio economico e nelle condizioni di dover prendere il Reddito. Non sono poveri perché non hanno voglia di lavorare, ma per il fatto stesso di aver lavorato in quelle condizioni. Questo non esclude l’esistenza di singoli comportamenti opportunistici, ma trarne un trend generalizzato appare inverosimile. Se è vero infatti che oggi per le aziende è diventato più difficile (non impossibile) trovare manodopera, questo dipende da fattori ben diversi. La leggenda dei lavoratori irreperibili a causa del Rdc è stata comunemente accettata da parte dell’opinione pubblica perché i dati che la smentiscono sono stati pubblicati molto raramente e quelle volte non hanno ottenuto l’eco che meritavano. Del resto, leggere e comprendere una tabella è più complesso di ascoltare il ristoratore di Jesolo che non trova cuochi e camerieri.
Ad alimentare il mito degli addetti introvabili è un’interpretazione superficiale dei bollettini Anpal-Unioncamere, indagini che coinvolgono le aziende stesse e dalle quali emerge una difficoltà di reperimento del 45%. Tuttavia, solo un quarto delle assunzioni previste è al Sud, nei territori con più beneficiari del Rdc. L’unico vero report dettagliato sugli esiti occupazionali del Reddito è stato diffuso un anno e mezzo fa: emerse un numero molto chiaro, cioè che in tre anni – tra il 2019 e il 2021 – ben 725 mila percettori del sussidio avevano lavorato. Si trattava di circa il 40% degli 1,8 milioni inviati ai centri per l’impiego. Va ricordato che la platea è formata per tre quarti da persone con massimo la terza media e questi risultati sono stati raggiunti in piena crisi Covid, quindi le cifre sono rilevanti. In oltre il 63% dei casi, i contratti firmati sono stati precari, un terzo inferiori a un mese. Rapporti che non avevano quindi la capacità di tirare fuori queste persone dalla povertà. L’ultima rilevazione, di dicembre 2022, parla di 157 mila occupati su 882 mila beneficiari tenuti al patto per il lavoro. Poco meno del 60% con contratti a tempo indeterminato o in apprendistato, tutti gli altri con varie forme di lavoro a termine.
Insomma, c’è un elemento da tenere a mente: centinaia di migliaia di persone lavorano eppure mantengono i requisiti di reddito, Isee e patrimonio per continuare a prendere il Reddito di cittadinanza. Quindi non basta il lavoro per uscire dalla condizione di indigenza. La struttura della nostra economia, specialmente al Sud, è troppo debole per poter garantire impieghi solidi. Prendiamo il turismo, le cui imprese sono le più inclini a dolersi del Rdc: in Italia è molto stagionale, quindi concentra la gran parte delle assunzioni nei mesi primaverili ed estivi. Chi ci lavora, quindi, può contare su guadagni per una ristretta parte dell’anno. Si tratta di un settore a basso valore aggiunto, anche per questo con salari orari bassi. Si aggiungano i turni improponibili e l’alto tasso di irregolarità testimoniato, da ultimo, da un’operazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro che ha riscontrato violazioni nel 76% delle 445 aziende ispezionate. L’operazione culturale svolta dalla destra – e da pezzi della sinistra e dei centristi – è quella di descrivere il lavoro nero come una furbizia per cui incolpare il lavoratore e non come un reato compiuto in prima battuta dagli imprenditori, che così risparmiano su retribuzioni, assicurazioni e contributi.
Il lavoro povero in Italia è una realtà evidente nelle storie e nei numeri. Lo ha quantificato un gruppo di esperti nominati lo scorso anno dall’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando. Se consideriamo le paghe lorde, il rischio di basse retribuzioni coinvolge quasi un lavoratore su quattro. La percentuale scende al 21% solo considerando la redistribuzione operata dal Fisco. Insomma, il mercato del lavoro ha comunque bisogno di interventi compensativi dello Stato, e anche quando questi arrivano i bassi salari continuano a interessare una quota molto alta di popolazione. Con l’inflazione dell’ultimo anno e la lentezza dei rinnovi dei contratti nazionali, in assenza di un salario minimo di legge, i lavoratori hanno ulteriormente perso potere d’acquisto. Tutto ciò ricorda oggi, in occasione del Primo Maggio, che in Italia il lavoro è un diritto spesso negato e, quando c’è, troppe volte non libera dalla morsa della povertà e dell’umiliazione. Solo nei primi tre mesi del 2023, è costato la vita a 196 persone. L’ordigno sociale è pronto già da tempo in questo Paese, il governo Meloni oggi ha deciso di accendere la miccia.
(da il Fatto Quotidiano)

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I FANTOCCI DEI MINISTRI AL CORTEO DEL 1° MAGGIO DI TORINO

Maggio 1st, 2023 Riccardo Fucile

DAL SALUTO FASCISTA DI MELONI AL BACIO TRA LA RUSSA E PIANTEDOSI

Spunta un fantoccio che rappresenta Giorgia Meloni con il braccio alzato del saluto fascista durante il corteo del Primo Maggio a Torino, promosso dai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil e partito questa mattina da Piazza Vittorio.
La (finta) presidente del Consiglio, sulle spalle di Matteo Salvini, non è sola, ma in buona compagnia. Accanto a lei spicca un Ignazio La Russa con una clava e altri esponenti del governo, tra cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che a un certo punto della protesta si bacia con il presidente del Senato.
In testa al corteo, nella parte istituzionale, spunta il volto del sindaco della città, Stefano Lo Russo, che dichiara: «Le persone in piazza questa mattina dimostrano che abbiamo la forza per lottare per un lavoro giusto, equo, sicuro, adatto ai bisogni di tutte e di tutti. Crediamo davvero che la Festa di oggi possa essere punto di partenza per costruire, insieme, un futuro di sviluppo, coesione e sostenibilità».
(da Open)

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LANDINI: “E’ LA FESTA DEL LAVORO, NON DEL GOVERNO”

Maggio 1st, 2023 Riccardo Fucile

“LE ATTUALI POLITICHE ECONOMICHE E SOCIALI SONO SBAGLIATE”… “SERVE UNA VISIONE E UNA STRATEGIA, NON SI PUO’ ANDARE AVANTI A TOPPE E PROPAGANDA”

Continua lo scontro tra Maurizio Landini e il governo. Dopo aver rivendicato nuovamente il valore del primo maggio, a seguito della polemica nata contro Giorgia Meloni perché la premier aveva convocato i sindacati al Consiglio dei ministri il giorno della festa dei lavoratori, torna sul tema durante la manifestazione a Potenza.
«Il governo sta mettendo delle toppe, ma serve una strategia. Non si può andare avanti a colpi di propaganda. Oggi è il momento di rilanciare con forza la mobilitazione. Le ragioni ci sono tutte e rimangono. Bisogna cambiare le politiche economiche e sociali che sono sbagliate», dice con fermezza il segretario generale della Cgil.
«Su 365 giorni dell’anno, il governo doveva convocare il Consiglio dei ministri proprio oggi? Oggi è la festa del lavoro, non è la festa del governo. Il governo deve pensare al lavoro tutti i giorni dell’anno, non solo il primo maggio», ha ribadito.
Bombardieri (Uil): «Dare salari dignitosi e risposte ai giovani»
Presente alla mobilitazione di Potenza anche il segretario generale della Uil. «Siamo qui per ricordare che la Costituzione all’articolo 1 dice che ‘l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Lavoro che deve essere stabile e dignitoso», dichiara Pierpaolo Bombardieri. «Bisogna superare la precarietà, garantire la sicurezza, dare salari dignitosi e risposte ai giovani. Non basta un decreto per risolvere questi grandi temi. Il resto è metaverso».
Sul Dl lavoro si esprime anche il segretario generale della Cisl. «Questioni importanti come le politiche del lavoro e il contrasto della povertà non si affrontano come è stato fatto», dice Luigi Sbarra in un’intervista di Adriana Logroscino al Corriere della Sera. «È un problema, grave, di metodo. Non buttiamola in rissa, in gioco ci sono questioni troppo importanti», aggiunge. ”
Sul taglio al reddito di cittadinanza il Paese non può rinunciare a una misura universale di contrasto alla povertà che sostiene le famiglie in tutti i Paesi europei”
(da agenzie)

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LA DEPUTATA FDI AMBROSI CHIEDE DI TOGLIERE L’AUTOVELOX DOPO SETTE MULTE CON UNA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

Maggio 1st, 2023 Riccardo Fucile

“ERO IN CAMPAGNA ELETTORALE, DOVEVO CORRERE”… IL SINDACO DI TORRI DEL BENACO: “ANCH’IO MULTATO MA NON HO FATTO RICORSO: MI SONO DATO DEL PIRLA”

L’autovelox «dei record», come è stato ribattezzato, continua a tormentare gli automobilisti che passano da Pai, frazione di Torri del Benaco, sulla sponda veronese del lago di Garda.
Tra loro c’è anche Alessia Ambrosi, deputata di Fratelli d’Italia. Negli scorsi mesi, la parlamentare 41enne avrebbe ricevuto ben sette verbali, di cui quattro per aver raggiunto una velocità di 90 all’ora su una strada con il limite fissato a 50 km/h.
A rivelarlo è il sindaco del piccolo comune in provincia di Verona, Stefano Nicotra, secondo cui le infrazioni sarebbero state «giustificate dalla deputata come necessità, perché era in campagna elettorale e doveva correre».
A febbraio, Ambrosi ha presentato un’interrogazione alla Camera. L’obiettivo? Togliere una volta per tutte l’autovelox di Torri del Benaco, che – a suo dire – non sarebbe a norma di legge.
«L’autovelox di Pai sta penalizzando fortemente i residenti dei comuni limitrofi, per la maggior parte lavoratori pendolari, che percorrono quotidianamente la Gardesana – ha scritto Ambrosi nella sua interrogazione –. Quella strada non possiede i requisiti previsti dalla vigente normativa, considerato che l’installazione degli autovelox fissi è consentita soltanto lungo le cosiddette “strade a scorrimento”, ovvero carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico».
A risponderle nel merito è il sindaco di Torri del Benaco, che assicura: «L’autovelox è regolarissimo, c’è la documentazione che lo dimostra e la porteremo in procura».
Non solo: pare che gli autovelox installati lungo la Gardesana – che generano circa un centinaio di multe ogni giorno – non abbiano risparmiato nemmeno i sindaci della zona: «Anch’io ho preso 9 multe all’autovelox di Punta San Vigilio, nel Comune confinante al mio, ma non ho certo pensato di ricorrere. Mi sono solo dato del pirla», ha commentato Nicotra.
(da Open)

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TRENTO, LA FONTANA DEL NETTUNO COLPITA ALL’ALBA DA BLITZ ANIMALISTA, VERSATO LIQUIDO ROSSO: “LO STESSO COLORE DEL SANGUE DEGLI ORSI”

Maggio 1st, 2023 Riccardo Fucile

NESSUN DANNO ALLA FONTANA, SALE LA TENSIONE CAUSATA DALLE PROVOCAZIONI DI FUGATTI

Trento si è risvegliata con la fontana del Nettuno in piazza Duomo, uno dei simboli massimi della nostra città, che zampillava un liquido color rosso sangue: si tratta del blitz avvenuto all’alba e rivendicato dai militanti di Centopercentoanimalisti.
Per dovere di cronaca, è bene precisare che i militanti hanno prontamente detto di aver utilizzato un prodotto per colorare piscine e fontane, che non danneggerà la fontana. Salvo una manutenzione rapidissima, l’acqua della fontana continuerà ad essere rossa per parecchie ore.
“Lo stesso colore del sangue degli orsi condannati a morte dal presidente Fugatti, unico responsabile della vergogna che sta macchiando una terra tra le più belle d’Italia. Il nostro movimento non intende abbassare la guardia, l’azione di questa mattina dimostra che, al contrario di altri, il nostro movimento è organizzato, le nostre azioni sono bordeline, ma ce ne prendiamo sempre la responsabilità” fanno sapere da Centopercentoanimalisti.
(da agenzie)

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