Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
STOP AGLI SCIOPERI, NUOVE STRADE E IL MIRAGGIO DEL PONTE SULLO STRETTO: L CAMPAGNE PER SCAVALCARE A DESTRA LA MELONI
Il leader del Lega Matteo Salvini sempre più autonomo all’interno
del governo di Giorgia Meloni. Un po’ come ai tempi del Conte I, quando spesso dettava l’agenda del governo senza badare troppo ad avvisare prima il presidente del Consiglio e ponendosi come suo alter ego e non semplice “vice”.
Un ritorno al passato, insomma, con il ministro delle Infrastrutture che annuncia una iniziativa che, se confermata, avrebbe una forte ripercussione nei rapporti tra l’esecutivo e le parti sociali.
L’obiettivo è quello di porsi al Paese come l’uomo del fare, vedasi le tante inaugurazioni fatte anche di strade secondarie e l’essersi intestato il rilancio del Ponte sullo Stretto, ma anche come grande difensore degli italiani.
Salvini minaccia, in maniera velata ma non troppo, di precettare i lavoratori del comparto trasporti che hanno annunciato lo sciopero il prossimo fine settimana, nel primo grande esodo di questa estate e metà luglio.
“Indire uno sciopero il 13 di luglio con 35 gradi e lasciare a piedi un milione di pendolari che vorrebbero andare a lavorare, non so quanto sia fare del bene al Paese – dice Salvini riferendosi allo sciopero dei treni, domenica è previsto quello degli aerei inoltre – Io sto cercando di mediare, domani incontro al ministero i leader sindacali e i datori di lavoro. Ho il massimo rispetto per il diritto allo sciopero e le rivendicazioni salariali, ma non penso sia rispettoso per il bene del Paese. Spero che si trovi un accordo in via bonaria, se non arrivasse l’accordo mi prendo l’onore e l’onere di esercitare il fatto che difendo il diritto alla mobilità di 60 milioni di italiani”.
Una mossa, non concordata con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma che si annuncia clamorosa e foriera di tensioni e scontri con le parti sociali. Ma allo stesso tempo che tende la mano a milioni di vacanzieri. Una mossa che pone Salvini come volto del governo che aiuta gli italiani. L’obiettivo è anche quello di porsi al Paese come l’uomo del fare, vedasi le tante inaugurazioni fatte perfino di strade secondarie e l’essersi intestato il rilancio del Ponte sullo Stretto. Ma Salvini si pone adesso anche come grande difensore degli italiani. Una strategia che guarda alle Europee del prossimo anno e che punta a non creare problemi al governo Meloni, ma allo stesso a smarcarsi prendendo di petto alcune questioni. E minacciare di precettare i lavoratori è già un segnale di questa nuova strategia.
(da La Repubblica)
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Luglio 12th, 2023 Riccardo Fucile
LA LEZIONE AL NATIONA BUREAU OF ECONOMIC RESEARCH DI CAMBRIDGE NEI STATI UNITI
Tantissime sfide, il rischio di perdere il passo rispetto alle superpotenze, la necessità di cambiare le regole comunitarie. E tutto porta nella stessa direzione: maggiore integrazione tra gli Stati membri. Nella sua lectio a Cambridge, in Massachussets, Mario Draghi indica qual è la strada da seguire affinché l’Unione Europea si rafforzi e sia in grado di raggiungere i propri obiettivi. Ma soprattutto, di darsene di nuovi. L’integrazione deve avvenire attraverso un «genuino processo politico», che coinvolga gli Stati e i popoli dell’Unione, «dove l’obiettivo finale sia esplicito sin dall’inizio e sostenuto dai votanti nella forma di un cambio dei trattati europei». È necessaria quindi una revisione degli strumenti che fin qui l’hanno tenuta in piedi. Lotta al cambiamento climatico e nuovi equilibri geopolitici sono tra le sfide più vicine con cui deve confrontarsi l’Unione. L’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea prende le mosse del suo ragionamento da un aspetto indirettamente collegato. Occorrono 600 miliardi all’anno da qui al 2030 per la transizione ecologica. «Una volta che il NextGenEu si esaurirà, non ci sarà più nessuno strumento comune per affrontare gli investimenti», avverte Draghi. È questa l’urgenza, immediata, che deve spingere gli Stati membri a ripensare l’architettura che li tiene uniti.
Una nuova Unione Europea
«Le strategie che ci hanno assicurato prosperità e sicurezza, e cioè affidarci agli Usa per la sicurezza, alla Cina per l’export e alla Russia per l’energia, sono diventate insufficienti, incerte e inattuabili», ragiona l’ex premier. Per questa è necessaria maggiore coesione: «Sono sicuro che gli europei sono più pronti rispetto a vent’anni fa a prendere la via giusta: la scelta è fra paralisi, uscita o integrazione». La paralisi, va da sé, non può essere un’opzione. E l’uscita, lo dimostra la Brexit, ha «benefici molto incerti e costi tutti visibili». Per questo, dice Draghi, gli europei sono pronti rispetto a venti anni fa, quando i tentativi di riforma istituzionale fallirono con i no dei referendum in Francia e Olanda alla costituzione: «Ora c’è maggiore speranza, i sondaggi ci dicono che i cittadini sentono un crescente senso di minaccia esterna soprattutto dall’invasione russa e questo rende la paralisi inaccettabile». Ma deve esserci un processo politico, ha sottolineato, non tecnocratico, evitando gli errori del passato: «Mentre si prospetta un’integrazione dei Balcani e dell’Ucraina, è essenziale riaprire i trattati per evitare gli errori fin qui compiuti, espandendo la periferia senza rafforzare il centro».
Mario Draghi, come racconta Repubblica, suggerisce di «rubare» al sistema federale statunitense il sistema secondo cui i trasferimenti federali possono intervenire per sanare temporanee difficoltà e per finanziare obiettivi condivisi. Ma questo non può prescindere da una strategia davvero comune, condivisa. Anche per evitare i paesi più ricchi, con «maggiore capacità fiscale, risolvano da sé i loro problemi», aumentando la frammentazione di obiettivi e direzione, «mentre – spiega ancora l’ex presidente della Bce – gli obiettivi sono irraggiungibili se non in comune». La sola opzione, suggerisce, è «ridefinire la Ue, il suo quadro di regole di bilancio e, con un ulteriore allargamento sul tavolo, anche il suo processo decisionale». Perché il rischio è quello di non raggiungere gli obiettivi sul clima e «forse perdere la nostra base industriale ad aree del mondo che si impongono meno limiti».
(da Open)
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