Destra di Popolo.net

SANITA’, LA GRANDE FUGA

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

STIPENDI BASSI, RITMI DISUMANI E POCA SICUREZZA…E ORA ANCHE I PRIMARI SCAPPANO ALL’ESTERO O NEL PRIVATO

Se ne vanno. Lasciano il servizio pubblico per quello privato, oppure si fanno mettere in reparti meno pesanti, perché non riescono più a reggere i ritmi di lavoro. Magari hanno problemi con i vertici della loro azienda o semplicemente hanno deciso che è arrivato il momento di lavorare meno e guadagnare di più. Così si spostano in una clinica privata. I dati non lasciano dubbi: nel 2021 erano usciti prima del tempo 2.700 camici bianchi, l’anno scorso il numero è salito a ben 4.000 e quest’anno si viaggia verso i 5.000. Un numero che ormai fa concorrenza ai pensionamenti.
Chi ha detto addio
Solo nelle ultime settimane in Veneto tre primari di radiologia hanno detto basta, così come ha fatto un loro collega che dirigeva una ginecologia. All’ospedale di Merate, in Lombardia, ha lasciato, seguendo altri colleghi che hanno fatto la stessa scelta, il direttore dell’ortopedia, a Voghera un altro radiologo. Poi ci sono state le dimissioni del capo del pronto soccorso del Rummo di Benevento, e di quello di Agrigento, quest’estate. Sono solo alcuni esempi, che tra l’altro riguardano figure di vertice, di una grave crisi della professione che riguarda anche medici di famiglia, pediatri e altri specialisti. Un esodo a cui si aggiunge il flop dei bandi per le scuole di specializzazione, con almeno 6 mila borse non assegnate, e quindi andate perdute, quest’anno.
Le ragioni di chi scappa
Il dato sulla fuga degli ospedalieri lo ha raccolto, incrociando i numeri del Conto annuale dello Stato e di Onaosi (l’ente previdenziale e assistenziale dei camici bianchi) l’Anaao, principale sindacato di settore. Dei 4 mila che se ne sono andati nel 2022, prima del pensionamento, non è chiaro quanti abbiano scelto l’estero e quanti si siano spostati nel privato. «I problemi sono tre: stipendi bassi, mancanza di sicurezza dovuta al rischio di contenzioso e pure alle violenze di qualche paziente o suo parente, mancanza di tempo o condizioni di lavoro disumane».
C’è una novità, fa notare il sindacalista, e potrebbe essere un duro colpo per la manovra del 2024. «Il governo promette più soldi in busta paga ma siamo di fronte a colleghi che probabilmente lascerebbero comunque: hanno raggiunto il punto di non ritorno, perché è stato tolto loro il tempo vita». Tra i reparti più in crisi ci sono, com’è noto, i pronto soccorso. In tanti li hanno lasciati in questi anni. Ma ci sono anche casi di dottori che si mettono a fare i freelance e tornano a occuparsi di emergenza, magari a gettone.
La programmazione fallita
Perché siamo arrivati a questa situazione? Il peccato originale sono stati gli errori di programmazione degli anni scorsi. In passato si sono formati troppi pochi medici per fronteggiare l’onda dei pensionamenti. In questo modo gli organici si sono ridotti e in certi reparti il lavoro è diventato pesantissimo, cosa che, in un circolo vizioso devastante per il nostro sistema sanitario, ha spinto molti ad andarsene ben prima della conclusione della carriera pubblica.
Nel 2020, rispetto a 4.500 borse utilizzate, sono andati via in 5.000. Ma anche negli anni, come il 2024, nei quali gli specializzandi sono di più dei pensionabili, ci sono comunque problemi. Il fatto è che non tutti coloro che finiscono il percorso di specializzazione poi lavorano nel pubblico. Anzi, tanti vanno a lavorare nel privato oppure all’estero. E poi alle uscite bisogna aggiungere anche i 4 mila e più che, come abbiamo visto, lasciano prima della pensione.
I medici ospedalieri sono circa 102 mila in Italia e secondo Anaao oggi ne mancano 15 mila. Ci vorrà ancora tempo prima di recuperare. Le cose dovrebbero migliorare nel 2026-2027, quando sarà passata la gobba pensionistica e entreranno più specializzandi, quelli che hanno cominciato a studiare nel 2021-2022 quando è cominciato l’aumento delle borse. Per questo i sindacati si oppongono all’eliminazione del numero chiuso di medicina, stimando che nel 2030 la tendenza sarà ormai invertita e ci saranno tanti camici bianchi specializzati.
Ma il grande problema non è tanto il numero totale di professionisti bensì lo scarso interesse che c’è da parte dei giovani per alcune specialità come il pronto soccorso, l’anestesia e la chirurgia. Far entrare più persone all’università darebbe una mano a riempire i vuoti nei settori più in crisi.
La crisi dei medici di famiglia
Per i medici di famiglia, e anche per i pediatri di libera scelta, il futuro è difficile e a farne le spese saranno i cittadini. Nel loro caso i posti del corso triennale regionale necessario a esercitare la professione non compensano le uscite per i pensionamenti. Va un po’ meglio nell’ultimo periodo, grazie ai fondi del Pnrr. «In sei anni abbiamo perso 6 mila medici, oggi siamo 39 mila in tutto», spiegano dalla Fimmg, il principale sindacato della categoria che prevede un futuro nero per la categoria.
Già adesso le Regioni convenzionano i giovani dottori prima che concludano il tirocinio. In più è stata data la possibilità di aumentare il numero degli assistiti, da un massimo di 1.500 a 1.800, per non lasciare persone senza il medico. Ovviamente, con tanti pazienti, magari in zone isolate, riuscire a essere disponibili per tutti è difficilissimo. Cosa che ancora una volta si riflette negativamente sui pazienti.
Il chirurgo di Agrigento: “Lascio il pubblico col cuore a pezzi ma ora nel privato tornerò a vivere”
Giovanni Palmisciano fino al primo novembre rimarrà alla guida dell’ortopedia dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento. Poi passerà al privato.
Da quanto tempo lavorava nel pubblico?
«Da sempre. Prima lavoravo nel Palermitano, da 18 anni sono dirigente medico al San Giovanni, direttore facente funzioni da 3 anni».
Perché lascia?
«La mia decisione è stata particolarmente sofferta, mai avrei immaginato di arrivare a questo punto. Il sovraccarico di lavoro, i turni massacranti, ben oltre le direttive del contratto collettivo, le carenze di organico, un numero di ore di reperibilità di gran lunga superiore a quelle previste, sono state le cause che mi hanno spinto a rassegnare a malincuore le dimissioni. Il benessere psicofisico, la serenità e la lucidità sono condizioni imprescindibili per esercitare la professione del chirurgo. Quando vengono meno è impossibile mantenere standard elevati».
Come mai tantissimi camici bianchi lasciano il pubblico?
«In linea di massima, ritengo che le ragioni siano pressoché uguali nei vari ambiti della sanità pubblica. È evidente come sia quanto mai urgente una riforma dell’intero sistema sanitario nazionale».
Di cosa si occuperà da ora in avanti?
«Continuerò a fare quello che ho sempre fatto e che amo fare, ma con ritmi più umani, in una clinica privata».
Come si fa a rendere di nuovo attrattiva la professione del medico?
«Il primo passo è sbloccare il numero chiuso a Medicina. Tutte queste restrizioni danneggiano il sistema sul breve e sul lungo periodo, il risultato è che poi siamo costretti a reclutare medici dall’estero, quando tanti giovani italiani vorrebbero lavorare nel loro Paese».
Il suo è un addio o un giorno potrebbe tornare a lavorare per la sanità pubblica?
«Adesso non sono proprio in grado di dirlo. Sicuramente lascio nel reparto un pezzo del mio cuore e sono grato a tutti quelli che hanno lavorato con me in questi ultimi 18 anni. Senza di loro non avrei mai raggiunto certi risultati. Per ora viviamo il presente».
Il medico di famiglia di Napoli: “Non prendo in giro i miei pazienti: la burocrazia uccide, vado in pensione”
Napoli — Stanco e deluso, Angelo Costantino si è sfilato il camice a 63 anni. Ne ha passati 39 da medico di famiglia a Napoli. «Mio padre era poliziotto, ho studiato molto per fare questa professione. E quando sono arrivato al traguardo, ne fui felice perché credevo di poter aiutare il prossimo, ma adesso basta. Non ce la facevo più».
Ha lasciato molto prima dei 70 anni.
«Avrei potuto esercitare per altri 8 anni, ma la professione era diventata insostenibile. Mi è costato molto. In termini economici, perché ho dovuto sborsare migliaia di euro per riscattare 11 mesi di contributi, e psicologici perché non è facile dire addio a un’attività di sacrifici e passione. Ma mi stava uccidendo».
Parola grossa, la professione la stava uccidendo?
«Avevo perso anche il sonno. La burocrazia ha irrimediabilmente minato la deontologia. Bisogna rispettare l’etica della professione verso gli assistiti, e questo non era più possibile».
Si spieghi.
«Le faccio un esempio. Tra i miei pazienti avevo una donna di 50 anni affetta da tumore alla mammella in fase iniziale. Doveva fare una Pet, esame costoso ma indispensabile per individuare precocemente eventuali lesioni. Ebbene, oggi un medico di famiglia non può prescriverla se non in determinate condizioni».
E lei non gliel’ha prescritta?
«Io no, ma per fortunata coincidenza il giorno che la paziente venne in studio c’era il mio sostituto: ignaro delle regole, prescrisse l’esame che si rivelò fondamentale per la sopravvivenza della donna. Cose di questo genere turbano profondamente la coscienza perché la burocrazia si insinua anche nelle banalità quotidiane».
In che modo?
«Mal di denti, mestruazioni dolorose, cefalea, roba per le quali è indicata la Nimesulide, ma è un farmaco che il Ssn per risparmiare concede solo in casi specifici. Ed è duro dire di no, così salta il rapporto di fiducia tra dottore e pazienti».
Lei è ancora giovane, cosa farà adesso?
«Sono anche cardiologo, per ora ho rifiutato varie offerte e ho cancellato la partita Iva. Voglio pensare a me, sono ancora troppo stressato».
(da La Repubblica)

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MELONI NON VA ALLA KERMESSE DI FDI “PER STARE CON LA FIGLIA”: “CONTRO DI NOI TENTATIVI DI COLPIRCI COME MAI VISTO PRIMA”

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

MA BASTA FARE LA VITTIMA: NESSUNO TI HA OBBLIGATA A STARE CON GIAMBRUNO PER DIECI ANNI, COME NESSUNO HA OBBLIGATO LUI A STARE CON TE, FATELA FINITA… FATTI VOSTRI, MA ALMENO NON FARE LA MORALE AGLI ALTRI

Al Teatro Brancaccio di Roma, Fratelli d’Italia celebra il primo anno di governo. Giorgia Meloni manda un videomessaggio: «I tentativi di colpirci hanno raggiunto vette mai viste prima. Ma testa dritta, sguardo rivolto verso l’alto», ha aggiunto, «gli altri continuino a rotolarsi nel fango, noi continueremo a volare alto». In platea i volontari di Gioventù nazionale distribuiscono il libricino auto-celebrativo “L’Italia vincente: un anno di risultati. Come il governo Meloni sta facendo ripartire la nazione”.
Fra i più applauditi, all’arrivo, c’è il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli. Nel suo intervento, il dirigente di FdI ha parlato soprattutto della situazione internazionale. Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano dal palco attacca: «Crocifisso dalla casta sul tax credit». Poi aggiunge: «Sono stato al Louvre, ho richiesto alla direttrice del Louvre la restituzione di sette vasi trafugati ad Ostia. Non sono opere che risalgono all’epoca di Napoleone, ma di beni trafugati qualche decennio fa». Poi, il momento clou della mattinata con il video messaggio della premier Giorgia Meloni: «Anche io sono un essere umano e se a qualcuno posso chiedere comprensione». «Io sono fiera di quanto fatto, ho sempre camminato a testa alta», ha spiegato, tra l’altro, il presidente del Consiglio. «Giorgia starà a casa con sua figlia. E’ tornato questa notte da un viaggio» in Egitto e in Israele, «la nostra grandezza ci fa dire che la politica è importante ma la famiglia» e’ ancora più importante, ha spiegato il ministro della Difesa Crosetto dal palco.
Nel videomessaggio Giorgia Meloni traccia anche la rotta verso il futuro: «Noi siamo il nemico da abbattere perché noi siamo uno specchio, uno specchio della loro meschinità. Se noi riusciamo tutta questa gente dovrà fare i conti con la propria coscienza».
(da agenzie)

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LA REGIA DI FAZZOLARI NELLA “NARRAZIONE” DELLA SEPARAZIONE DELLA MELONI DAL PRINCIPE CONSORTE

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

CON UN OCCHIO AI SONDAGGI: COSI’ RECUPERIAMO 2-3 PUNTI

In pubblico l’argomento è diventato off-limits. Passata l’ondata emotiva del giorno, la cascata di solidarietà verso Giorgia Meloni, l’affaire-Giambruno non deve essere menzionato. Viene lasciato sullo sfondo come un atto di forza della leadership su cui non bisogna tornare. È un trofeo, nonostante il travaglio personale della presidente del Consiglio, da conservare in una teca e valorizzare al momento opportuno.
Specie quando si tratterà di coprire le mancate promesse dopo un anno di governo. «Sto lavorando come sempre. Non voglio parlare di questo e non c’è una parte politica», ha detto la premier, dribblando inevitabilmente l’argomento. Ma è un dettaglio, una mossa comprensibile.
Era impensabile un ulteriore intervento dopo il post che è stato una sentenza. Anche politica. A poco è servito il tentativo di ridimensionare la frecciata a Forza Italia. La comprensibile difficoltà umana della presidente del Consiglio, che chiude una relazione di dieci anni, porta un vantaggio nel peso nei rapporti con gli alleati, gli avversari e anche con il Paese. Fratelli d’Italia brandirà la decisione della sua leader alla prima polemica sul femminismo e sul ruolo delle donne.
CALCOLI DI PALAZZO
La regia della parte politica sul caso-Giambruno è stata affidata al sempre presente Giovanbattista Fazzolari, potentissimo sottosegretario e mente lucida di fronte alle emergenze più complicate.
Ogni mossa della premier passa per un consulto con il fidato consigliere. Ora a Palazzo Chigi sono convinti che Meloni abbia guadagnato almeno due-tre punti di gradimento. Numeri che al momento somigliano più a una tentata profezia auto-avverante che a una certezza. I veri sondaggi sul post-Giambruno arriveranno tra qualche giorno, solo allora si comprenderà l’effettivo impatto sul consenso. L’obiettivo resta quello di proseguire sull’onda della spinta delle ultime ore, valorizzando l’effetto della leadership di fronte alle prossime delicate sfide. Su tutte una legge di Bilancio con risorse magre e gli occhi dei mercati addosso. Anche tra le forze di opposizione, i leader vogliono voltare presto pagina.
“Basta concentrarsi sulle questioni personali della presidente del Consiglio, è il momento di incalzarla sull’azione di governo”, è il senso del ragionamento che rimbalza dal Partito democratico al Movimento 5 stelle.
Il timore è che il confronto resti incagliato sulla fine della relazione tra Meloni e Giambruno con la vita privata che occupa lo spazio pubblico. Facendo perdere di vista i problemi più importanti per il Paese. Si spiega così la linea del silenzio della segretaria del Pd, Elly Schlein, che non ha voluto fare da grancassa a una vicenda che ha già avuto un’eco mediatica dirompente. La sfida si deve giocare sui destini del Paese, non dei sentimenti.
DOPPIO IMBARAZZO
Ai vertici di Forza Italia non desiderano altro che passi la buriana. Il leader e vicepremier, Antonio Tajani, vive una condizione di imbarazzo. I sospetti di un’operazione orchestrata dalla famiglia Berlusconi, proprietaria di Mediaset che manda in onda Striscia la notizia, sono forti. Il contraccolpo c’è stato. Meloni non ha intenzione di compiere un fallo di reazione verso gli alleati, ma ha preso nota. Alcune analisi, consegnate a Domani a microfoni spenti, sgonfiano la narrazione di un’azione concordata da Pier Silvio Berlusconi con la presidente del Consiglio. In particolare la tempistica della diffusione dei fuori onda non sarebbe stata ideale per Fratelli d’Italia.
Al teatro Brancaccio di Roma, sede dell’incontro più atteso (altri si svolgeranno in altre città), il nome di Giambruno riecheggerà più dei contenuti sulla legge di Bilancio e addirittura più dell’impegno diplomatico in Medio Oriente. Mettendo in disparte tutto il battage propagandistico sugli obiettivi – o presunti tali – conseguiti dall’esecutivo in dodici mesi. E, a conti fatti, come più di qualche parlamentare suggerisce, «non è detto che sia davvero un male». Almeno mette un po’ di polvere sotto al tappeto.
(da editorialedomani.it)

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MELONI SCAPPA ALLE DOMANDE, MA CON I BERLUSCONI HA STOPPATO I NUOVI VIDEO

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

I COLLOQUI CON ARCORE PER EVITARE LO STILLICIDIO, IL RUOLO DI ARIANNA

“Non ne voglio più parlare”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni arriva al Cairo per la conferenza di pace con viso terreo, quasi sconvolto. L’ex compagno Andrea Giambruno, che non vive più con lei, è a Milano con la figlia (ieri è stato avvistato vicino Bergamo) e la premier si rifugia nei dossier internazionali: prima l’Egitto, poi nel pomeriggio va in Israele. Meloni vuole chiudere la questione.
Dovrebbe fare una conferenza stampa ma la cancella all’ultimo minuto nonostante anche i cronisti internazionali la aspettino. La premier, smarrita, preferisce un più morbido “punto stampa”: qui spiega ai cronisti di “stare bene, faccio il mio lavoro come sempre” e aggiunge che “non c’è una parte politica” della vicenda.
Restano le scorie di un caso che non è certo finito con la separazione. C’è ancora mistero sulla genesi ma anche su cosa succederà nei prossimi giorni. Qualcuno ha parlato di un vertice a villa Grande a metà settembre in cui Meloni era stata informata dei fuori onda di Giambruno, ma a Palazzo Chigi e ai vertici di Forza Italia la circostanza viene smentita.
La premier, già in crisi con l’ex compagno da settimane, sarebbe stata informata del contenuto degli audio solo poco prima della messa in onda e non era a conoscenza nemmeno del contenuto del secondo video di Striscia: l’entourage della premier, tra cui la sorella Arianna, in quelle ore chiedeva lumi sul contenuto del fuori onda di giovedì sera.
Il caminetto di guerra degli azzurri riunito a casa di Gianni Letta non è riuscito a fermarlo. Poi venerdì mattina, dopo il post di separazione, sarebbe stato Pier Silvio Berlusconi a chiamare Meloni “Mi dispiace, non ne sapevo niente. Altrimenti te lo avrei detto”, è stato il senso del ragionamento “cordiale” e “di vicinanza” del primogenito di Berlusconi secondo quanto anticipato ieri dal Corriere.
Il figlio di Berlusconi ha spiegato che Antonio Ricci è “ingovernabile” ed “è sempre stato così”. La premier ha avuto una telefonata di solidarietà da Marina.
La telefonata con Pier Silvio è servita per stoppare altri audio che sarebbero probabilmente arrivati da parte di Striscia la Notizia e che, secondo alcune fonti, si annunciavano ancora più pesanti dei primi.
La premier ha chiesto a Pier Silvio di evitarli e così è successo: ieri Ricci, patron del programma, ha fatto sapere di avere mostrato due fuori onda estivi dopo aver letto l’intervista a Chi di Giambruno ma ha fatto anche capire che non ce ne dovrebbero essere altri come ventilato inizialmente. Inoltre ha spiegato che lo ha chiamato Fedele Confalonieri chiamandolo “re dei rompicoglioni”.
Meloni ha voluto fermare altri audio per evitare lo stillicidio quotidiano che avrebbe investito ulteriormente la figlia di 7 anni. Ma sapere che questi fuori onda esistono permette alla premier anche di evitare che all’ex compagno possa mai venire in mente di rivelare segreti o informazioni da lui acquisite.
Ricci ha aggiunto di non avere mandanti, in particolare la famiglia Berlusconi. Se ai vertici di Fratelli d’Italia si spiega che non c’è un problema politico con Forza Italia – non ci sono motivi apparenti visto che FdI è il “salvagente” dei berlusconiani – diverso è il discorso con la famiglia: i rapporti con Meloni si sono fatti più difficili dall’estate e la premier imputa a Pier Silvio e Marina di non aver fermato la pubblicazione di fuori onda imbarazzanti.
La tesi del complotto è stata avallata da Meloni nel suo post di separazione ma anche dal suo social media manager Tommaso Longobardi che ha scritto su X: “Giornate di attacchi immotivati, gratuiti e personali. Una campagna bieca non contro un premier, ma contro una mamma e una bimba di 7 anni. Se a questo sono ridotti per cercare di buttarla giù, significa che è sulla buona strada”.
(da agenzie)

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IL MORALISMO E LA REALTA’

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

I SEDICENTI “PATRIOTI” LA FINISCANO DI FARE LA MORALE AGLI ALTRI, PENSINO AI FATTI DI CASA PROPRIA

Tentando un bilancio dell’affaire Giambruno, c’è da dire che sono cose che capitano, se non a tutti, a molti, e nessuno se ne occuperebbe con speciale zelo non fosse che la casa politica investita dalla questione pullula di appelli morali, esortazioni alle virtù della famiglia tradizionale e ai suoi benefici, rimbrotti contro la decadenza dei costumi e la deriva indotta da nuove identità sessuali non conformi.
Non andassero ai vari Family Day, non dicessero che i gay sono molesti e le donne discinte se la vanno a cercare, non proponessero modelli e format ai quali attenersi, si potrebbe anche chiudere un occhio.
Ma così non è: la destra patriottica, tutta patria e famiglia, ci fa la morale tutti i santi giorni, dunque si rassegni a questa incresciosa rivalsa.
Noi di sinistra siamo già avvezzi al relativismo etico, non ce ne vantiamo e non lo spacciamo per Nuovo Ordine.
Cerchiamo di viverlo così come siamo capaci di fare. La destra ci faccia la cortesia di riconoscere che siamo tutti nello stesso difficile transito. Divorzi, figli fuori dal matrimonio, due o tre famiglie al posto di una: a partire da Berlusconi, che come soluzione (costosa) proponeva l’harem, la destra politica brilla per incontinenza, confusione, narcisismo, i cavoli propri come unico orizzonte etico.
Perché non prenderne atto e, almeno in questo campo firmare un armistizio e smetterla di sputare sentenze “morali” tipo Dio Patria e Famiglia? Rispettare le debolezze di tutti, le fatiche di tutti, l’imprecisione di tutti: è così difficile?
Se Meloni dicesse: sono Giorgia, sono cristiana, sono italiana ma come tutti non ho idea di cosa accidenti sia l’amore, non sarebbe un clamoroso passo avanti, per lei e per tutti?
(da La Repubblica)

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UN ANNO DI GOVERNO: IL NULLA DI GIORGIA

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

QUELLI DI MONTI, RENZI, DRAGHI E CONTE AVEVANO FATTO DI PIU’: I DATI

Oggi il governo Meloni compie un anno dal suo insediamento ufficiale. Finora non ha offerto nessuna misura degna di nota, solo un po’ di retorica sui migranti, fedeltà atlantica e comiche familiari.
Cosa avevano fatto i governi precedenti in questo stesso arco di tempo? Guardando indietro agli ultimi dieci anni, la riforma più incisiva sembra essere il Reddito di cittadinanza, che Meloni ha cancellato. Altre riforme sono state tutte in peggio.
Le lacrime di Monti
Del governo Monti si conoscono solo le lacrime. Quando prende il posto dell’ormai dimissionario Berlusconi, il governo “con il loden” interviene in corsa per raddrizzare i conti pubblici e prepara una manovra di bilancio da 27 miliardi nel 2012. Le scelte imboccate sono note: la riforma Fornero delle pensioni che alza d’improvviso l’età pensionabile di tre anni creando il fenomeno disastroso degli “esodati”. Si ottengono risparmi netti di spesa per 2,9 miliardi nel 2012, che in prospettiva saranno 18 miliardi nel 2018. Sul fronte delle entrate si anticipa l’Imposta municipale sugli immobili (Imu) con l’aumento delle rendite catastali, l’aumento delle accise di carburante, il prelievo sui capitali “scudati”, l’aumento dell’imposta di bollo. Fornero avvierà anche la prima riforma del mercato del lavoro con una modifica dell’articolo 18, che introduce il risarcimento ai licenziamenti ingiustificati. Ma non basta: con Monti il Parlamento approva il nuovo articolo 81 della Costituzione con la parità di bilancio inscritta nella Carta e in Europa andrà ad approvare il Fiscal Compact, con il piano draconiano di rientro del debito pubblico. Monti è il governo che più ha cambiato la vita delle persone
Letta, chi era costui?
Il governo Letta prosegue nel 2013 l’esperimento delle larghe intese by Napolitano. Durerà pochi mesi, il tempo di una legge di Bilancio da 12,4 miliardi di euro. Desideroso di lavorare con “il cacciavite” Letta resta nella semplice manutenzione: piccola riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, piccoli sgravi contributivi alle imprese, piccola riduzione dell’Irap, noiosissime deducibilità fiscali compresa una più frizzante deducibilità del 20 per cento dell’Imu dalle imposte sui redditi delle imprese per gli immobili strumentali, detrazioni Irpef per le spese di ristrutturazione edilizia, la riqualificazione energetica e l’acquisto di mobili ed elettrodomestici.
Per coprire le spese anche Letta interviene sull’imposta di bollo, e poi la riduzione delle agevolazioni e delle detrazioni di imposta puntando a 10 miliardi nel biennio 2015-2016. Non mancherà ovviamente un accenno al mito della spending review, disattesa e un programma straordinario di dismissione di immobili pubblici da 1,5 miliardi nel triennio (disatteso anche questo). Letta non lascerà tracce..
Renzi con le slides
Letta viene scalzato da Matteo Renzi grazie ancora una volta a Napolitano nell’illusione che sia più capace nelle riforme istituzionali. Lui parla di “svolta buona” e la illustra con delle slides. In vista delle Europee 2014 decide di stanziare 9 miliardi per garantire ai lavoratori che guadagnano fino a 26 mila euro l’anno i famosi 80 euroun “bonus” che risulterà dalle busta paga di maggio. Grazie a questo regalo ai lavoratori dipendenti, Renzi si concederà però il diritto di inasprire le condizioni del mercato del lavoro. Nasce così nel 2015 il Jobs Act, in cui brilla il contratto “a tutele crescenti” che elimina l’articolo 18 in caso di licenziamenti ingiustificati. Per dargli una spinta il governo stanzia un miliardo per incentivare le assunzioni a tempo indeterminato e si stanziano 6,5 miliardi per abolire la componente lavoro dell’Irap. Renzi ridurrà in seguito anche l’Ires, la tassa sugli utili societari, portandola al 24%. Do ut des anche sulla scuola: vara il piano da circa centomila assunzioni, ma rilancia il “super-preside” e gli aumenti “di merito”, rende obbligatoria l’alternanza scuola-lavoro e anche le nuove assunzioni alla fine, senza una riforma organica, finiscono solo per fare da tampone. La corsa di Renzi finirà nel 2016 con il fallimento del progetto di riforma costituzionale. Farà giusto in tempo ad approvare le Unioni civili che consentono una forma di matrimonio anche tra persone dello stesso sesso.
Gentiloni, l’usato sicuro
Dopo i fuochi d’artificio renziani si torna all’usato sicuro di Gentiloni. La manovra del 2018 vale 20,4 miliardi, di cui 15,7 servono a non far scattare l’aumento dell’Iva eredità dell’ultimo Berlusconi.
Le coperture ammontano a 8,6 miliardi, di cui 3,5 miliardi sono tagli di spesa e 5,1 miliardi entrate aggiuntive. Come Letta siamo di nuovo al cacciavite, le misure sono basate su sgravi di contributi del 50% per assumere i giovani fino a 29 anni e del 100% per i giovani del Sud, un piccolo rafforzamento del Reddito di inclusione voluto dal governo Renzi il cui finanziamento però non supera i 2 miliardi. Rimane in piedi la riforma Fornero, mitigata dal pannicello dell’Ape sociale. Resistono misure filo-impresa come i super e iper-ammortamenti, al 250%, legato all’acquisto di strumenti per la digitalizzazione. Anche Gentiloni conferma gli Ecobonus sui lavori edili e allarga il Sismabonus alle case popolari. E prevede anche una forma di condono con la rottamazione delle cartelle e delle liti per circa 6 miliardi..
Il contratto giallo-verde
Il terremoto elettorale del 2018 cambia le coordinate del panorama politico. A sorpresa Lega e M5S decidono di dare vita a un “contratto di governo” formando il primo governo Conte. Il Contratto compone un programma “double-face” in cui i due partiti inseriscono le proprie priorità. E due di queste segneranno una fase politica. Nasce il Reddito di cittadinanza voluto dai 5 Stelle, che permetterà ad oltre 3 miilioni di persone di avere per la prima volta un reddito minimo, mentre Salvini, contro la legge Fornero, ottiene “quota 100” un sistema di uscita accelerato dal lavoro. Nel corso del primo anno il governo vara anche il Decreto Dignità, che limita la possibilità di reiterare contratti di lavoro temporanei. La Lega si intesta gli orribili decreti anti-migranti, vengono tagliate, simbolicamente, le “pensioni d’oro” e sterilizzato in parte l’aumento dell’Iva. Contestualmente alla manovra di Bilancio il primo governo Conte approva anche la “spazzacorrotti” che aumenta le pene per la corruzione dei colletti bianchi.
La prova del Covid
Il governo Conte cade nell’estate 2019 sostituito dal secondo esecutivo dell’“avvocato del popolo” stavolta alleato del Pd. La manovra per il 2020 vale circa 23 miliardi di euro e deve soprattutto affrontare la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, mentre si concentra su un taglio del cuneo fiscale, la proroga dei sussidi alle imprese di Industria 4.0 e quelli per l’Ape sociale, confermando quota 100. Nascono tasse anti-inquinanti come la Sugar e la Plastic tax, e sul fronte delle entrate si punta soprattutto sulla lotta all’evasione (anche proseguendo la fatturazione elettronica voluta dal governo Renzi). Si riduce anche l’utilizzo del contante da tremila a mille euro. Ma la prova cruciale del nuovo governo sarà la pandemia da Covid. Il governo avvierà un lockdown generalizzato e inedito su scala mondiale, realizzando un protocollo di sicurezza sanitaria con imprese e sindacati. Il lockdown viene accompagnato dalla corresponsione di un vasto piano di bonus a fondo perduto per chi non può lavorare. È il decreto “Cura Italia” e la lista dei provvedimenti è davvero molto lunga: bonus da 1000 e 600 euro per una serie di libere professioni, artigiani, commercianti, cococo; il Reddito di emergenza, il reddito di ultima istanza, aumento della Cig in deroga, rifinanziamento della Naspi, bonus per colf e badanti, sostegno ai mutui prima casa, e altro ancora. Nasce il Superbonus al 110% per rilanciare l’economia tramite l’edilizia. Il debito pubblico schizza al 150%, ma l’Italia sopravvive alla crisi. Nel luglio dello stesso anno arriva il più grande aiuto a fondo perduto da parte dell’Unione europea (69 miliardi) con il Next Generaion Eu che per il nostro paese stanzia 191,5 miliardi comprensivi anche dei prestiti che ammontano a 122 miliardi.
Migliori per gioco
Conte viene fatto saltare dal solito Renzi e grazie anche ai buoni uffici del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nasce il governo Draghi nel febbraio del 2021. E si torna al businness as usual: incentivi alle imprese, piccoli tagli al costo del lavoro, “quota 100” che diventa “quota 102” e il Reddito di cittadinanza, che inizia a essere revisionato. Draghi taglia l’Iva su molti prodotti ma rinvia al 2023 la Plastic e la Sugar tax. Proroga il Superbonus, estendendolo alla fine del 2022 anche ai proprietari di prime case monofamiliari, per cui altrimenti sarebbe scaduto il 30 giugno 2022. Affida la campagna vaccinale al generale Figliuolo che prosegue l’organizzazione già allestita dal governo Conte, e procedere all’attuazione del Piano nazionale di Ricostruzione e resilienza (Pnrr)
(da il Fatto Quotidiano)

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L’INVASIONE DI TERRA DELLA STRISCIA DI GAZA PUO’ ESSERE UN BAGNO DI SANGUE ANCHE PER GLI ISRAELIANI

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

OGGI SI STIMA CHE I COMBATTENTI DI HAMAS SIANO TRA 30.000 E 40.000, OLTRE A 15.000 DELLA JIHAD ISLAMICA. TUTTI GIOVANI CHE CONOSCONO QUEI VICOLI COME LE LORO TASCHE…CUNICOLI, CECCHINI E MILIZIANI PRONTI A DIVENTARE MARTIRI

A un certo punto l’ordine arriverà. E sarà tutta una nuova guerra. Non le bombe delle artiglierie, non i colpi chirurgici dei droni o i raid aerei, ma l’avanzata della fanteria, il procedere delle pattuglie armate di fucili e bombe a mano che dovranno scovare i nidi di resistenza, individuare l’entrata dei tunnel, eliminare i cecchini, cercare se possibile gli ostaggi (o i loro cadaveri), penetrare i centri comando di Hamas. L’incubo di ogni esercito, l’orrore degli ufficiali, la paura dei soldati.
Perché a questo punto Hamas utilizzerà tutte le tecniche della guerriglia che ha studiato con cura negli ultimi anni, pescando tra l’altro a piene mani dall’esperienza dell’Hezbollah libanese, per infliggere il massimo delle perdite. Suo punto di forza non è solo il controllo del territorio, il sistema di fortificazioni e gallerie che ha scavato dal 2006 nei dedali angusti di viuzze tra le zone urbane sovrappopolate della «Striscia della disperazione» in cui ha accumulato riserve di munizioni, cibo e acqua, ma si rivela soprattutto la volontà di morire dei suoi miliziani.
Le armi di cui Hamas dispone sono inferiori a quelle degli israeliani. Due giorni fa i portavoce militari ci hanno invitato a visitare una base alle porte di Gaza dove avevano accumulato i materiali ritrovati addosso ai commando che il 7 ottobre hanno invaso le aree a ridosso della Striscia e compiuto lo scempio dei civili. C’erano mine artigianali, esplosivi da gettare nelle case, rpg di fabbricazione sovietica degli anni Settanta, vecchi Kalashnikov e mitra israeliani comprati sul mercato nero. In poche parole: niente di strabiliante.
Di conseguenza, l’elemento umano resta fondamentale, specie nella guerriglia urbana. Nelle scuole di strategia militare s’insegna che il rapporto tra invasori e invasi deve essere 7 a 1 per sperare in qualche successo nelle zone edificate e comunque il costo in termine di morti e feriti sarà sempre molto alto. Oggi si stima che i combattenti di Hamas siano tra 30.000 e 40.000, oltre a 15.000 della Jihad islamica. Tutti giovani che conoscono quei vicoli come le loro tasche: ci sono nati e cresciuti
«I jihadisti vogliono diventare martiri. Per loro è una vergogna non morire in battaglia. Combattere contro nemici di questa fatta diventa un incubo. Quando sono feriti si mettono una bomba a mano sotto la divisa e attendono che noi ci si avvicini per farsi saltare in aria», ci hanno sempre detto i soldati in quei campi di battaglia. Lo stesso vale a Gaza.
La novità più inquietante sono i tunnel. Alcuni pare siano lunghi anche chilometri e la maggioranza è stata scavata negli ultimi anni. Secondo gli abitanti israeliani di Kfar Aza, uno dei kibbutz massacrati, due tunnel lunghi oltre 3 chilometri finivano addirittura nei loro giardini. Gli israeliani li irroreranno con i gas, ma i palestinesi dispongono di maschere con i filtri.
Se poi i comandanti di Hamas decidessero che è meglio smettere di combattere per evitare di essere tutti uccisi, i loro uomini hanno predisposto vie di fuga: sono civili, possono mischiarsi tra le loro famiglie, nascondersi nei campi profughi. Il famoso detto di Mao sui guerriglieri elusivi come «pesci nell’acqua» vale più che mai a Gaza.
(da Il Corriere della Sera)

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GERUSALEMME NON E’ PIU’ INVINCIBILE: COSI’ GLI USA L’HANNO COMMISSARIATA

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

ORA ANCHE LE SCELTE MILITARI SONO SUBORDINATE ALLE ESIGENZE MILITARI USA

La parte più intima e profonda di Israele, quella che gli antichi chiamavano anima dei popoli, ciò che l’ha tenuto in vita da settantacinque anni, tra zig zag di arroganze e androlatrie, conversioni e riconciliazioni, sconfitte modeste e vittorie pericolose, la sua Storia che sta al di la delle date e al di qua dei nomi, è la sua invulnerabilità. Israele è una terra arata da una idea fissa che è stata, fino a oggi, realtà: la terra degli ebrei è invulnerabile. Certo può subire le ferite sanguinose degli attentati, perfino esser sconfitta talora sul campo di battaglia, ma questo avviene nelle sabbie lontane del Sinai all’inizio della guerra del Kippur o nelle trappole di Hezbollah in Libano. Ma il suolo di Israele dopo il 1948 restava inviolabile.
Le sua potenza fatta di tecnologia, intelligenze, economia, modernità, efficienza militare, granitica unità umana di fronte al pericolo non può essere piegata. I suoi nemici, certo, sono terribili, i moderati vogliono distruggerlo politicamente, gli estremisti fisicamente. Non a caso nel suo periodo realistico il sionismo si considerava un movimento di superstiti. Per i sopravvissuti Israele significava vita, non potere politico. In un luogo piatto, circondato di infinito, in cui i confini sono, ovunque tu guardi, a un passo, in una terra esigua fatta di supremazia dello spazio e in cui il tempo è un battito di ciglia, solo questa certezza di potenza, continuamente verificata, può consentire di resistere all’assedio di nemici che hanno cambiato identità, ma non hanno mai rinunciato a sognarne la sparizione. Vinceremo perché dobbiamo vivere, era il motto.
Di questa barriera infrangibile a poco a poco si sono convinti gli stessi Stati arabi. Solo per questa ragione, e per le necessità interne di potere dei loro discutibili “raiss’’, hanno accettato di metter tra parentesi i vecchi piani annientatori: «Non riusciremo mai a invadere Israele e dunque cerchiamo di monetizzare un fatto compiuto, lucrando sulla nostra inevitabile’ “moderazione”, Washington ci paga per questo».
Chiamiamo questa certezza, messa alla prova da tre guerre classiche e dallo stillicidio del vecchio terrorismo arabo palestinese, la deterrenza di Israele. Detto in altro modo, lo Stato ebraico è una potenza in grado di tenere a bada e sconfiggere tutti i nemici che la circondano, il suo capitale più prezioso: molto più dell’arsenale atomico che anche in questa parte del mondo è stato, finora, una non arma. La possibilità di utilizzarla scivolava verso possibilità così estreme che la deterrenza “normale” rendeva inimmaginabili.
Il santuario per genti perseguitate era diventato dunque uno Stato forte, con un esercito. Consapevole che i paesi liberi, l’Occidente, sono bizzarramente letargici per quanto riguarda la libertà degli altri, amici compresi. Dopo la pericolosa vittoria totale della Guerra dei sei giorni e ancor più con l’avvento della destra di Netanyahu al potere, la consapevolezza della forza è diventata una deriva autistica per cui tutto dipende solo dalla propria volontà. Ma il senso di invulnerabilità reggeva in questa fitta nebbia che ha avviluppato spesso la politica israeliana. Fino a sabato 7 ottobre, fino all’attacco sanguinoso e vittorioso di Hamas.
La deterrenza di Israele, la certezza di essere intoccabile si è frantumata. Non esiste più. Non è una ferita, è un vuoto. Il Muro è caduto. D’ora in poi quando gli israeliani penseranno a sé stessi toccheranno quel vuoto. Palpandosi lo palperanno. Una sensazione che non si cancella e non si cancellerà anche nella ipotesi che Hamas venga in qualche modo sconfitta sul terreno. Sempre estraneo e sempre presente, quel vuoto non li abbandonerà, presenza senza corpo, muto e invisibile, perpetuo testimone della loro vita. E questo lo avvertiranno, con gioia feroce, dall’altra parte dello specchio anche i suoi nemici. La invulnerabilità non si può ricostruire con operazioni chirurgiche. Esiste o non esiste, non risorge.
Tzahal resta un esercito considerevole, l’aviazione israeliana non ha rivali in questa parte del mondo, forse perfino Mossad e Shin bet, i servizi di sicurezza e di spionaggio, ritroveranno i fili smarriti della loro mitologica capacità analitica. Tornerà l’ora della normalità, della assurda quiete, della salvezza. Ma il silenzio della intoccabilità ribadirà: quel sabato di ottobre hai scoperto la tua assenza, il tuo vuoto, hai scoperto chi sei. La storia di Israele riparte da zero. Sarà ardua.
Questa nuova fragilità si è manifestata subito, e nel rapporto con il grande alleato, gli Stati Uniti. Nella deterrenza israeliana un punto chiave era il non dipendere per sopravvivere da nessun altro, neppure dalle scelte politiche e militari di questo perpetuo intruso, dagli umori dei presidenti. Non esser insomma un Vietnam o un Afghanistan che «l’impero nascosto» può sacrificare come carta straccia.
Nel 1973 quando si disse che il ponte aereo con le armi americane impedì che Israele fosse travolto da Egitto e Siria, in realtà fu più una operazione propagandistica che conveniva alle due parti che una realtà militare.
Con il viaggio di Biden, non a caso forse limitato alla sola tappa israeliana, il rapporto è cambiato. Le scelte anche quelle militari di Gerusalemme sono ora legate agli ordini americani: rinvio della annunciata punizione distruttiva di Hamas con invasione di Gaza, il sì alla apertura del corridoio dall’Egitto con gli aiuti alla popolazione palestinese che Israele rifiutava, perfino la moderazione di fronte alle provocazioni di Hezbollah sulla pericolosa frontiera nord.
Netanyahu ha assistito inerte alla trattativa di Washington con i jihadisti per riportare a casa due ostaggi americani, con smodati ringraziamenti per la mediazione dell’emirato canaglia del Qatar, burattinaio di Hamas e di molti micidiali arruffapopoli di questa parte del mondo. Che cosa resta del giuramento di cancellare la jihad palestinese dalla faccia della terra, della nuova fascia di sicurezza spezzando a metà Gaza, dell’imperativo: con una organizzazione di assassini non si tratta?
Nel 1956 un furibondo Eisenhower obbligò gli israeliani che erano giunti fino al canale di Suez a tornare indietro. L’attacco a Nasser, al fianco del moribondo colonialismo anglo-francese, metteva in pericolo la strategia di impedire l’irrompere dell’Unione Sovietica nella regione. La logica dello scontro bipolare, non la sopravvivenza di Ben Gurion, muoveva Washington. Oggi agli Stati Uniti, in ritirata su tutti i fronti, interessa non avere problemi su questo fronte che non affrontare altri tempi bui. I leader arabi incapaci di tutto meno che di vendersi e riempire le galere, sono già sotto controllo. Ora lo è anche il fragile Israele.
(da La Stampa)

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LA SPERANZA AL CANCELLO DI RAFAH, MA NON SI ESCE

Ottobre 22nd, 2023 Riccardo Fucile

LE ORE DI VANA ATTESA DI CHI CERCAVA DI LASCIARE LA STRISCIA

Tra l’eccitazione provocata dalla presenza delle telecamere delle reti internazionali, tra la congestione di decine di camion accorsi per prelevare aiuti umanitari da consegnare agli sfollati nel sud della Striscia, al valico di Rafah si sono fatte strada oggi alcune decine di famiglie. Dalla prima mattina avevano appreso che il passaggio fra Egitto e Gaza sarebbe stato finalmente aperto, dopo due settimane di chiusura, grazie ad energiche pressioni internazionali su Israele. Dunque, hanno pensato e sognato che se i cancelli si fossero aperti per far entrare le merci, si sarebbero potuti aprire anche per far uscire i palestinesi con doppia nazionalità, fra cui quella egiziana. Alle 10 di mattina, mentre tutti gli occhi erano puntati verso l’ingresso di 20 camion egiziani a doppio container, queste famiglie si sono avvicinate in silenzio alla grata del terminal dell’uscita dei passeggeri. Avevano con sè valigie, trolley, carrelli, bambini, passeggini e passaporti. Il territorio egiziano era lì, a portata di mano. Ma di fronte a loro hanno trovato il vuoto. Nessun funzionario con cui parlare. “Ormai siamo qui e abbiamo deciso di restare. Forse – hanno raccontato ai cronisti – qualcuno arriverà e ci farà uscire”.
Seduti a un caffè vicino, hanno cominciato allora a tempestare di telefonate le loro rispettive ambasciate. Chi parlava con diplomatici canadesi, chi con americani, chi con quelli europei. Altri dal povero caffè del valico di Rafah, hanno cercato di attivare in arabo, in francese ed in inglese parlamentari di loro conoscenza. Ma col passare delle ore le fila si sono assottigliate. Di questi tempi trovare un taxi è già una impresa, visto che nel sud della striscia di Gaza le stazioni di benzina sono rimaste all’asciutto. Erano le 16 quando le ultime famiglie, con la rassegnazione sul volto, hanno lasciato il terminal per tornare sui loro passi. Nel frattempo gli aiuti umanitari giunti dall’Egitto erano stati caricati su una trentina di camion palestinesi diretti ad un magazzino della vicina Deir el-Ballah per essere spartiti fra l’Unrwa (l’ente dell’Onu per i profughi) e la Mezzaluna rossa palestinese. Si trattava di scorte di medicinali, di acqua potabile e scatolette di tonno.
Secondo una prima stima del ministero della sanità di Gaza, i medicinali “rappresentano appena il 2 per cento delle necessità immediate degli ospedali della Striscia”. Inoltre, malgrado la grande attesa, non sono entrati nè farina nè combustibile. Il che significa che la penuria di pane per centinaia di migliaia di palestinesi sfollati dal nord della Striscia si aggraverà ulteriormente. L’apertura del valico è stata tutt’altro che facile. Nei giorni scorsi Israele aveva bombardato un suo cortile laterale. Poi aveva espresso opposizione alla concessione di provvedimenti umanitari a beneficio dei palestinesi se non ci fossero state prima misure a favore degli ostaggi israeliani di Hamas. Sono dovuti intervenire il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sissi, il presidente usa Joe Biden ed il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Ieri la liberazione da parte di Hamas di due ostaggi cittadine statunitensi ha probabilmente creato le condizioni opportune per socchiudere i cancelli di Rafah.
Al di là del valico ci sono almeno 140 camion a doppio container in attesa di entrare nella Striscia. Ma i rappresentanti della Mezzaluna Rossa e di altre organizzazioni umanitarie hanno detto di non poter fare alcuna previsione circa la situazione di domani. Un’altra notte dunque di dolorosa incertezza per le decine di famiglie in attesa nei pressi di Rafah e di quelle che, forse, domani si ripresenteranno ai cancelli sperando di lasciare l’inferno della Striscia.
(da La Stampa)

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