Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
“MAI CONCORDATA CON IL GOVERNO” E AMIDEI (FDI) LA RITIRA…. AVREBBE PERMESSO DI CACCIARE ANCHE NELLE AREE PROTETTE, SIAMO AL DELIRIO
“Su richiesta del ministro Lollobrigida ho ritirato la proposta di
legge a mia firma. La proposta ambiva ad una omogeneità normativa delle regole applicate alla attività venatoria in ambito europeo. Purtroppo come sempre, senza entrare nel merito, è divenuto sterile argomento di polemica e il tema dovrà essere più opportunamente trattato in un quadro di revisione complessiva della materia”.
Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Bartolomeo Amidei. “Resta inteso che da parte mia, che non ho mai esercitato l’attività venatoria, rimane la convinzione che l’Europa debba condividere norme in ambiti di questa natura per evitare vi siano trattamenti differenti applicati ai cittadini dei diversi Paesi, con effetti anche di natura economica”, conclude il senatore.
L’atto arriva dopo, appunto la richiesta esplicita del ministro Lollobrigida: “Ho chiesto al senatore Amidei di ritirare la sua proposta di legge, mai concordata con il governo. Senza entrare nel merito dei temi trattati, ritengo evidente sia necessario evitare ogni polemica derivante da proposte individuali che non rientrino in un riordino complessivo e omogeneo in chiave europea dell’attività venatoria”.
Le critiche
La proposta di legge sul riordino della caccia aboliva molte limitazioni e prevedeva la licenza a partire dai 16 anni. La bozza aveva ricevuto durissime critiche dagli ambientalisti e non solo.
Wwf: nessuna tutela della fauna
Il Wwf aveva ad esempio reagito con veemenza: “Continua l’accanimento del governo e della sua maggioranza parlamentare, in particolare del partito della Presidente del Consiglio, contro gli animali. In Senato è stato infatti presentato un Disegno di Legge, a firma del senatore di Fratelli d’Italia Amidei” che “punta a sradicare ogni tutela per la fauna selvatica nel nostro Paese”.
Ideologia e fanatismo
Il testo “è un concentrato di pura ideologia e fanatismo, che si traduce in deroghe e concessioni ai cacciatori a tutti i livelli: dalla creazione di istituti scientifici regionali con conseguente depotenziamento di Ispra, alla cancellazione di ogni limite sulla cattura e detenzione di uccelli utilizzati come richiami vivi, incluse addirittura le civette; dal divieto di creare nuove aree protette, alla riduzione a 16 anni dell’età minima per imbracciare un fucile; dalla cancellazione del principio che lega il cacciatore al territorio, al prolungamento della stagione venatoria e degli orari di caccia, sino all’eliminazione delle giornate di silenzio venatorio”.
L’anno scorso il governo era stato ugualmente criticato per l’idea di aprire la caccia agli animali selvatici (si pensava soprattutto ai cinghiali) anche nelle aree urbane.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
IL LEGAME STRETTISSIMO CON IL MONDO DI VERDINI, LA STORIA CON FRANCESCA E GLI INCONTRI DI TOMMASO
“La sera andavamo da Pastation”. Il romanzo della love story tra Salvini e la famiglia Verdini potrebbe intitolarsi così: la relazione tra Matteo e Francesca è iniziata nel 2019 con gli incontri nel ristorante-pastificio aperto a Roma dal fratello Tommaso, primogenito di Denis, l’ex tuttofare berlusconiano.
L’amore è lievitato tra le indagini: l’arresto di Tommaso Verdini è l’ultima macchia sull’album di famiglia, dopo la trafila giudiziaria del papà (pure lui ai domiciliari, con due condanne definitive sulle spalle).
Per il leghista non è un bel Natale, al di là delle foto sorridenti col panettone e la fidanzata. Le colpe di suoceri e cognati non ricadono su Salvini e nemmeno su Francesca, che di mestiere fa la produttrice cinematografica e con i guai dei parenti non ha a che fare. Ma tra Matteo e Denis, oltre al legame familiare acquisito, c’è un rapporto di stima e collaborazione politica lungo almeno quanto la storia d’amore con la figlia.
La notizia dei domiciliari a Tommaso aumenta la tensione attorno al leghista. Anche a Palazzo Chigi infatti è scattato il campanello d’allarme per l’inchiesta e per un ipotetico coinvolgimento politico di Salvini (e non giudiziario, perché il ministro è totalmente estraneo alle indagini). Nello specifico si ricorda di quando, questo autunno, proprio Salvini aveva firmato un decreto per dare al commissario straordinario della Superstrada SS 106 Ionica, l’ex Ad di Anas Massimo Simonini, un potere di spesa di 3 miliardi in 15 anni. Simonini è indagato per corruzione insieme al cognato di Salvini, Tommaso Verdini.
Una scelta che non preoccupa solo i vertici della Lega, ma anche quelli di Fratelli d’Italia: Salvini è pur sempre il vicepremier del governo Meloni. La presidente del Consiglio è cauta, ma preoccupata, dicono fonti a lei vicine. L’insistenza di Tommaso Verdini era nota sia ai leghisti sia a Palazzo Chigi, tant’è che la regola non scritta era quella di mostrarsi molto prudenti di fronte a richieste e contatti col figlio di Denis. Il timore è che nelle carte dell’inchiesta possano uscire nomi di esponenti di governo di primo piano.
Per adesso c’è soprattutto l’imbarazzo per la via crucis giudiziaria della famiglia Verdini, diventata nel tempo una costola non solo affettiva della leadership leghista. È nato tutto, dicevamo, da Pastation, il ristorante che Denis aveva aperto al figlio Tommaso a due passi da Montecitorio e Palazzo Chigi. Tra quei tavoli, secondo le cronache rosa, è scoccata la scintilla tra Matteo e Francesca. Sicuramente è stato una sorta di gabinetto politico dove si è consolidato il rapporto tra genero e suocero almeno fino all’arresto di Denis, che si è costituito a Rebibbia nei primi giorni di novembre 2020, dopo la condanna in Cassazione a 6 anni e mezzo per la bancarotta del Credito Cooperativo Fiorentino. In retrospettiva, i consigli dell’ex berlusconiano non hanno portato fortuna a Salvini: dall’estate del 2019 – quella in cui ha provocato la crisi del governo gialloverde, dopo la disastrosa richiesta di “pieni poteri” – il leghista sembra aver imboccato un declino politico difficilmente reversibile. Un declino che peraltro ha coinvolto lo stesso ristorante verdiniano, che nel frattempo ha cambiato sede, da Campo di Marzio a via Barberini, e perso un pezzo della clientela “nobile”.
Denis ha lasciato il carcere di Rebibbia dopo 80 giorni di reclusione, durante i quali una lunga processione di politici (Salvini in testa) è andata a portargli solidarietà e a raccogliere i suoi consigli nell’imminenza della crisi del Conte bis.
Da gennaio 2021 Verdini padre sconta i domiciliari nella villa fiorentina di Pian dei Giullari. La sua prolifica attività sociale però non è cessata: Denis si è allontanato in diverse occasioni dalla magione familiare per tornare a Roma, grazie ai permessi medici, per farsi visitare dal dentista di fiducia, ma secondo la procura capitolina avrebbe violato i domiciliari per vedere manager e politici.
Al solito Pastation del figlio Tommaso, Denis ha incontrato l’ex Anas Simonini e l’imprenditore Vito Bonsignore. Ma a quei tavoli si è seduto anche un deputato leghista, Federico Freni, sottosegretario all’Economia. A domanda del Fatto, l’ingenuo Freni a settembre rispose che non sapeva nulla delle regole dei domiciliari di Denis. Ora i frenetici incontri promossi da padre e figlio rischiano di essere la chiusura del “cerchio tragico” della famiglia allargata Verdini-Salvini.
(da ilfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
“FRENI SI E’ MESSO A DISPOSIZIONE”. I SOCI DI VERDINI TIRANO IN BALLO IL SOTTOSEGRETARIO DELLA LEGA
Da un lato ci sono gli imprenditori che bramano gli appalti Anas
e dall’altro i dirigenti della società pubblica che ambiscono a ruoli apicali. E al centro sempre lui, Denis Verdini, pronto a fare da tramite con la politica, arrivando a contattare anche un sottosegretario del Mef. Questa volta l’ex parlamentare berlusconiano è in compagnia del figlio Tommaso e del socio Fabio Pileri, entrambi al vertice della società Inver. Denis Verdini indagato, gli altri due sono finiti ai domiciliari e con loro anche altri tre imprenditori: Antonio Samuele Veneziano, di Phos srl, un’azienda che si occupa di servizi connessi ai sistemi di vigilanza, Stefano Chicchiani della SE.GI. S.p.A e Angelo Ciccotto del Consorzio Stabile Europa, entrambe aziende operative nel settore delle costruzioni. Sono tutti accusati di corruzione e turbata libertà degli incanti per aver fatto parte di un sistema illegale che non si è fermato neanche quando, nel luglio 2022, la guardia di finanza ha perquisito uffici e abitazioni.
Adesso i magistrati di Roma hanno anche sospeso per un anno dal servizio Paolo Veneri, già dirigente direzione Appalti e acquisti di Anas e adesso responsabile della struttura “Controllo, Finanza e Bilancio” di una partecipata Anas. E anche Luca Cedrone, già responsabile della struttura “Gallerie” e attualmente responsabile di “Geotecnica e Gallerie” della struttura “Ingegneria” all’interno della “Direzione Tecnica” di ANAS S.p.A. e componente della struttura operativa denominata “Piano straordinario per l’accessibilità a Cortina 2021 – Opere in variante alla S.S. 51 di Alemagna”.
I Verdini, secondo le accuse, ricevevano dagli imprenditori milioni di euro camuffati da consulenze oppure contanti (in questo caso 500 mila euro in totale). Eppure, il 3 giugno 2022 Denis Verdini, parlando con Pileri, si lamentava dell’esiguità della mazzetta: «Appena il 10%». Poi i Verdini contattavano i funzionari Anas e si facevano consegnare informazioni privilegiate per fare ottenere gli appalti agli imprenditori amici. Poi per ricompensare i funzionari Anas promettevano promozioni e ruoli apicali grazie a contatti con esponenti di Fs, Anas e anche con un sottosegretario del Mef, Federico Freni, non indagato e adesso sorpreso di essere finito negli atti dell’inchiesta. I Verdini ponte tra politica e affari, insomma.
I funzionari Anas Veneri e Cedrone offrivano «disponibilità a incontri con i privati fuori dalle sedi istituzionali per parlare delle procedure di gara in corso di svolgimento» e assicuravano «interventi in favore delle società degli imprenditori segnalati dai Verdini e da Pileri», si legge negli atti. Incontri che avvenivano con modalità che si addicono più a narcotrafficanti che a pubblici funzionari. Perché durante le cene i cellulari venivano lasciati in bagno e c’era anche chi chiedeva di attivare il disturbatore di frequenze, il Jammer.
Poi si vedevano nei bar di piazza Mazzini a Roma, dove la finanza ha monitorato consegne di pacchi regali prontamente adagiati sui sedili posteriori delle auto. E ancora nei ristoranti, a cena, sempre a Roma, alla “Nuova Fiorentina”, al Nazareno. O anche alla stazione Termini o nelle hall degli alberghi. Davano pen drive con documenti riservati in merito ai bandi di gara, così da predisporre l’offerta tecnica adeguata in barba alla concorrenza. Si parla di appalti per 180 milioni di euro. Dieci milioni in Veneto, altri 10 in Puglia e anche in Basilicata. E poi 5 in Sardegna. In Umbria la finanza sospetta di un accordo quadro per gallerie da 16 milioni di euro. In cambio, gli imprenditori versavano un fiume di denaro. Qualcuno 7.500 euro al mese. Altri consegnavano fino a 30 mila euro in contanti in un solo giorno.
L’accordo con la Lega
Dagli atti dell’inchiesta la conversazione tra Pileri e un imprenditore svela un accordo con la Lega: “Successivamente i due Verdini con Fabio Pileri fanno riferimento alla “lista di persone” da allocare all’interno del Gruppo FS. (abbiamo avuto una discussione è venuto qui Bruno, …) non è lui il problema però diciamo.. abbiamo fatto con Massimo con tutti quelli (…) dei nostri amici […] quando ha fatto la lista d’accordo con Massimo …quando nel cda è passato con loro e gli ha dato una mano quello della Lega, lui ha fatto un accordo con quelli della Lega di futura collaborazione con Matteo e con noi tramite Freni un rapporto di intermediazione di questo rapporto e in cambio di questa intermediazione… ci ha chiesto una lista di persone interne a quel gruppo, da aiutare, e noi gli abbiamo messo un po’ di persone che ci hanno dato i nostri”.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
IL SOCIO DURANTE LE INDAGINE: “E’ CORRUZIONE, BISOGNA PREPARARSI E TIRARE FUORI TOMMASO”
Una gara da 180 milioni di euro per l’affidamento di lavori dedicati al risanamento strutturale di gallerie. È l’appalto Anas al centro dell’indagine della procura di Roma e che ha portato all’emissione della misura degli arresti domiciliari – chiesta a luglio del 2023, accordata il 20 dicembre – per Tommaso Verdini, figlio dell’ex parlamentare Denis, anch’egli indagato.
Corruzione e turbativa d’asta sono i reati contestati dai pm romani. Il gip della Capitale ha inoltre disposto la stessa misura cautelare per altre 4 persone: Fabio Pileri, socio di minoranza di Tommaso della società che si occupa di lobbyng Inver e gli imprenditori Antonio Veneziano, Stefano Chicchiani, Angelo Ciccotto. Sospensione di 12 mesi dal pubblico ufficio invece per Paolo Veneri e Luca Cedrone all’epoca dei fatti, dirigente e funzionario della Direzione Appalti e Acquisti di Anas. L’impianto accusatorio dei magistrati di piazzale Clodio pone al centro della presunta attività illecita la Inver, che «facilitava una serie di ditte nel partecipare e vincere, grazie all’accesso ad informazioni riservate, appalti con l’Anas».
Per i pm, scrive il Fatto Quotidiano, Veneri e Cedrone fornivano a Pileri informazioni riservate sulle gare in corso di pubblicazione di Anas «per favorire gli imprenditori interessati alla gara legati alla Inver».
In cambio «accettavano la promessa di utilità da parte dei privati Tommaso Verdini, Fabio Pileri e Denis Verdini consistite nel loro intervento e raccomandazioni in sedi politiche ed istituzionali per la conferma in posizioni apicali di Anas o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati».
Il gip afferma che «dalle indagini è emersa la sussistenza di un sistema corruttivo forte e stabile che ha portato ad una turbativa delle gare per importi milionari». Per il giudice «gli indagati hanno operato con pubblici ufficiali e con i privati loro clienti mettendo a disposizione i loro rapporti stretti con pubblici ufficiali in posizioni apicali all’interno di Anas e delle strutture pubbliche, di volta in volta, coinvolte nelle procedure di interesse dei clienti».
Il ruolo degli imprenditori
Gli imprenditori, precisa ancora il giornale, avrebbero pagato alla Inver consulenze che però per la procura sarebbero fittizie: Veneziano avrebbe versato 137mila euro tra luglio 2021 e aprile 2023 tramite la «Phos Srl a lui riconducibile»; Ciccotto 114 mila euro tra luglio 2021 e febbraio 2023 attraverso «il Consorzio Stabile Aurora». Secondo la procura, inoltre, Chicchiani «ha versato utilità e somme di denaro in contanti per un valore di 500 mila euro». Indagato anche Domenico Petruzzelli «responsabile presso la sede centrale di Anas della struttura “Assetti Infrastrutturale Rete”» che, per i pm, anch’egli avrebbe ricevuto dai Verdini e Pileri «utilità consistite nel loro intervento in sedi politiche ed istituzionali».
Le nomine
Secondo i pm romani, inoltre, nel maggio del 2022 «Denis Verdini, con il figlio Tommaso e Fabio Pileri predispone “la lista di nomi” per Anas recapitata a Massimo Bruno». Ovvero, una lista di persone «da allocare all’interno del gruppo Fs». La Procura, nell’ordinanza, riporta inoltre la conversazione avvenuta: «Quando s’è fatto la lista d’accordo con Massimo… quando nel cda è passato con loro e gli ha dato una mano quello della Lega, lui ha fatto un accordo con quelli della Lega di futura collaborazione con Matteo e lì eccetera e con noi tramite Freni (il sottosegretario leghista non indagato ma per i magistrati rappresentava uno dei «rapporti privilegiati» che Verdini e Pileri utilizzavano, ndr) un rapporto di intermediazione di questo rapporto e in cambio di questa intermediazione…. Ci ha chiesto una lista di persone interne a quel gruppo, da aiutare, e noi gli abbiamo messo un po’ di persone che ci hanno dato i nostri…».
Dalle indagini è anche emerso come l’ex deputato e senatore Denis Verdini «è socio di fatto della Inver e percepisce in nero parte delle somme introitate dalla Inver (…), è colui che in virtù del suo peso politico e dei suoi rapporti con Freni e Bruno (…) assicura sponde ed appoggi istituzionali tali da consentirgli, direttamente o tramite il figlio Tommaso e Fabio Pileri, di promettere e garantire ai vari Cedrone, Veneri, Petruzzelli avanzamenti di carriere in Anas o il ricollocamento in posizioni lavorative di rilievo». E lo fa, Verdini senior, a un prezzo: «circa 20 mila euro – hanno intercettato i pm in una conversazione Telefonica tra Verdini e Pileri di marzo 2022 – sono consegnati al quarto socio… al babbo».
Le perquisizioni
Lo scorso luglio il figlio dell’ex parlamentare era stato perquisito dalla guardia di finanza insieme all’ex amministratore delegato e altri cinque alti dirigenti del colosso pubblico, indagati anche loro a vario titolo per traffico di influenze e corruzione. Il Giudice per le indagini preliminari è d’accordo con i pm sull’ipotesi della corruzione: «Le frasi proferite da Pileri ad un interlocutore sconosciuto all’indomani delle perquisizioni eseguite dalla Finanza l’11 luglio 2022 sono emblematiche: “Secondo me la posizione mia è la peggiore di tutti …. bisogna prepararsi e bisogna tirà fuori Tommaso (Verdini, Ndr) da sta cosa e per tirarlo fuori, però non comando io, mi devo accollare tutto quanto io, non ci stanno cazzi che tengono sennò portano dentro tutti e due… l’impianto è molto chiaro, io facevo certe cose… questa è corruzione in cambio di posti…».
Giorgia Meloni preoccupata
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dicono fonti a lei vicine al Fatto, è cauta, ma preoccupata per un possibile coinvolgimento politico (non giudiziario) del vicepremier Matteo Salvini, fidanzato di Francesca Verdini.
In particolare il giornale ricorda quando, questo autunno, proprio il leader della Lega aveva firmato un decreto per dare al commissario straordinario della Superstrada SS 106 Ionica, l’ex Ad di Anas Massimo Simonini, un potere di spesa di 3 miliardi in 15 anni. Simonini è indagato per corruzione insieme al cognato di Salvini, Verdini jr.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
PAESE CHE VAI, IGNORANTE SOVRANISTA CHE TROVI
Al comizio di Nikki Haley, la candidata alla nomination
repubblicana risponde alle domande della gente. Il format è quello del townhall meeting e sostenitori e curiosi partecipano e pongono quesiti di ogni genere.
E forse quello che è arrivato all’ex governatrice della South Carolina, già ambasciatrice Onu con Trump e ora sua rivale per la corsa alla Casa Bianca, era del tutto inaspettato.
«Cosa pensa abbia scatenato la guerra civile?» ha chiesto un signore. Risposta: «Bene, non sei venuto qui con una domanda facile. Tuttavia voglio dire che la Guerra civile è scoppiata per come il governo gestiva il potere, la libertà delle persone e cosa queste potevano fare»
Quindi rivolta all’elettore ha chiesto a lui come avrebbe risposto. «Non sono io che corro per la presidenza».
Haley allora ha articolato maggiormente il suo pensiero e ribadito quale deve essere il ruolo del governo, come deve rispettare e favorire la libertà di religione, di espressione, quella economica senza immischiarsi nella vita delle persone.
L’elettore si è detto «stupito» che la risposta non contenesse nessun riferimento alla schiavitù. «Cosa vuoi che dica sulla schiavitù», ha quindi replicato Haley chiudendo il botta e risposta e andando avanti.
Ma quel botta e risposta non poteva certo finire lì. I riflettori su Haley sono accesi da tempo, la sua ascesa nei sondaggi è innegabile, i suoi comizi attirano sempre più persone e in New Hampshire ad esempio, ha ottenuto appoggi importantissimi come quello del governatore Sununu. L’ipotesi che possa battere Trump nelle primarie statali del 23 gennaio non è campata per aria. Anche la copertura dei media è ormai totale. Quindi uno scambio di opinioni – garbato come nello stile Haley – come quello di Berlin di mercoledì sera non poteva certo passare inosservato.
Alla campagna di Haley nel corso della serata sono arrivate svariate richieste di chiarire il suo pensiero e il motivo «della dimenticanza» della schiavitù come forza dirompente nello scoppio della Guerra civile del 1861. Così giovedì mattina – con oltre 12 ore di ritardo dal patatrac, sottolineano alcuni analisti esperti di flussi elettorali – Nikki Haley ha precisato nel corso di un’intervista radiofonica sempre dal New Hampshire. «Ovviamente – ha detto a The Pulse of NH – la Guerra Civile è legata alla schiavitù. Lo sappiamo e questa è la parte facile di tutta la vicenda». Quindi Haley è tornata a riflettore sul senso più ampio della libertà individuale che «contano per tutti gli individui» e che «non possiamo che qualcuno mai tolga le libertà alle persone», come appunto accaduto con la schiavitù. Ha ripetuto poi in mattinata in un comizio le stesse parole.
Gli storici concordano che la schiavitù sia stata la causa principale della Guerra civile anche se vi sono altre ragioni. Fra cui il timore degli Stati del Sud di perdere potere e forza economica nei confronti del Nord più popoloso e sviluppato; quindi il Sud riteneva di poter creare una sua unione e fare una secessione. Quelli del Nord consideravano questa rottura una violazione della Costituzione.
A dimostrare la difficoltà in cui Haley si è trovata, è anche l’accusa che l’ex governatrice della South Carolina ha mosso all’autore della domanda, quella di essere un infiltrato democratico. Ai reporter che poi gli hanno fatto diverse domande, l’uomo non ha voluto dare né il nome né l’affiliazione partitica.
Le incertezze di Haley hanno offerto ai rivali la ghiotta opportunità di colpire. Ha reagito anche il presidente Biden con un tweet: «Certo che riguarda la schiavitù», il breve post.
Haley è la rivale più temibile per Trump anche se l’ex presidente è nettamente avanti nei sondaggi in Iowa dove si vota il 15 gennaio. In New Hampshire invece, a seconda degli istituti di ricerca, il vantaggio oscilla fra i 15 e i 4 punti. La rimonta non era considerata fuori dalla portata di Haley.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
I PROMOSSI E I BOCCIATI DAGLI SPETTATORI NEL 2023
Ormai è una guerra di decimali. E non basta l’aria del Natale a mutare lo scenario: i numeri mese dopo mese, programma dopo programma, raccontano un lento declino della Tv generalista. Non c’è canale televisivo – a parte lo 0,2 % in più di Italia 1 – nell’intera giornata (autunno-inverno anno su anno) con il simbolo più davanti: tutti meno, segno che format, proposte, programmi e intrattenimento non scaldano più gli spettatori come un tempo.
La platea televisiva si trasforma, cambiano i gusti e la fruizione. E così inesorabilmente evapora il pubblico, eccezion fatta per i grandi appuntamenti, soprattutto quelli sportivi (se sono in chiaro naturalmente) o dinanzi a programmi-evento condotti da artisti riconoscibili come Fiorello, Amadeus, Fazio solo per citarne alcuni e avvenimenti come il tennis (Atp Finals e Davis) con Yannick Sinner.
Nel day time va un po’ meglio ma in prima serata si sconta la frenata. Come a dire, «c’è molto da rivedere nei palinsesti» – a parte la fiction che fidelizza davanti allo schermo milioni di spettatori – fanno notare i cultori e gli esperti di dati, share e composizione della platea televisiva. Sia sul fronte della Rai che in prima serata nel «consolidato» anno su anno perde lo 0,2% e addirittura il 2,7% nell’ultimo trimestre, sia anche su quello di Mediaset che però a differenza della tv pubblica limita i danni nell’ultimo trimestre con uno + 0,2% e anno su anno conserva il segno positivo. Insomma, nonostante viale Mazzini e Cologno si contendano ancore la fetta più grande del pubblico, anche le due ammiraglie mostrano segni delle loro debolezze.
Del resto, nota Giancarlo Leone, presidente dell’Osservatorio italiano audiovisivo – «la tendenza non è nuova. E oggi a fare la differenza sono solo conduttori e brand». Insomma, se scappano loro, brand e format vincenti allora sono guai.
Anche perché non va certo meglio nell’informazione: infatti, se la carta piange, la Tv non ride. A partire dai Tg Rai: il telegiornale del primo canale, ad esempio, il Tg1 dal 1 settembre al 12 dicembre di quest’anno ha lasciato sul campo quasi un punto e mezzo di share (–1,46%) passando da 4 milioni 752 mila spettatori nell’edizione delle 20 a 4 milioni 453 mila, e così con il segno meno anche il Tg2 (– 1, 06%). Tiene, invece, il Tg3. Al Tg5 non va meglio (anche se meno peggio del Tg1 ma comunque 2 punti e mezzo sotto il telegiornale della tv pubblica). Si salva solo il Tg diretto e condotto da Enrico Mentana che anno su anno passa dal 5,3% del 2022 al 6,7% di quest’anno. Certamente, riprende, Giancarlo Leone, «quello cui si assiste in questa fase è la vittoria delle reti fortemente caratterizzate, identitarie», come proprio La7 e Rete4 ma anche il Nove con l’innesto di Fabio Fazio e con tutto il suo brand di “Che tempo che fa”.
Ma detto ciò, non è oro quel che luccica perché anche in casa La7, anno su anno, gli incrementi di share ipotizzati (e anche individuati a inizio stagione) non si sono poi concretizzati. Il dato finale è dello 0,0%, nonostante un incremento dello 0,4% negli ultimi tre mesi (autunno-inverno) con alcuni programmi di peso per il palinsesto, però, che iniziano a lasciarsi indietro qualche decimale di troppo: perfino, “Di Martedì” (0, 3%), “Piazza Pulita” (– 0,7%), “Propaganda Live” (–0,1%) e “In onda” (– 2,2%).
A tenere ordine nello share di La7 ci pensano due programmi: “In altre parole” (+ 2,4%) e “Una giornata particolare” (+1,8%), ma l’assenza di quel 5% circa che arrivava da “L’Arena” di Massimo Giletti si fa certamente sentire nel conto degli ascolti annuali.
Dunque, si chiude un anno non esaltante per la tv generalista, sia pubblica che privata. Sia sul fronte delle idee produttive che su quello degli ascolti: molti programmi nuovi presentati (soprattutto) dalla Rai sono stati bocciati dal pubblico, alcune produzione sono state tagliate (come il “Mercante in Fiera” condotto da Pino Insegno o “Fake Show” condotto da Max Giusti) e molte altre hanno mostrato limiti come nel caso del programma di approfondimento “Avanti Popolo” condotto da Nunzia De Girolamo su Rai3 che se da un lato non ha convinto il pubblico dall’altro non ha nemmeno contribuito a ridisegnare lo scenario editoriale di una rete che a guardarla dal fronte della destra è apparsa da sempre come il «fortino della sinistra».
Insomma, se prima Rai3 almeno un pubblico per fare target lo aveva ora non ha più né quello di sinistra né quello di destra. E, infatti, anno su anno perde l’1,9% di share passando dal 7,7% al 5,8%.
Per fortuna, ironizzano a Viale Mazzini, «abbiamo ancora “Chi l’ha visto”!» ma soprattutto (magra consolazione) «abbiamo nell’armadio le repliche del commissario Montalbano: 19-20% di share a ogni passaggio».
E così, a tenere a galla la tv lineare, soprattutto quella pubblica, restano la fiction, lo sport (record di ascolti quest’anno per Sinner e la partita di calcio Italia-Inghilterra) e le repliche di film viste e riviste ma sempre evergreen. A cominciare da “Pretty woman” che come per il vino d’annata più invecchia e più è ricercato.
Attenzione, però, a decretare la fine delle generaliste avverte l’ex direttore generale della Rai, Agostino Saccà perché «sulle reti generaliste ogni sera ci sono sempre 15 milioni di spettatori nonostante la concorrenza delle grandi piattaforme on demand. Il vero dato è che la tv lineare resiste perché è identitaria e questo elemento non potrà essere scalfito dall’offerta internazionale»
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
“LA PRIMA AMBIZIONE DI UNA RAGAZZA 18ENNE DEVE ESSERE LA MATERNITA'”… LASCI DECIDERE LORO COSA DESIDERANO, VISTO CHE GLI UOMINI LO FANNO DA SEMPRE
“Qualsiasi aspirazione tu abbia, devi ricordare sempre che hai
l’opportunità di fare ciò che vuoi ma la tua prima aspirazione è quella di essere mamma a tua volta”. Sono le parole di una senatrice di Fratelli d’Italia, Lavinia Mennuni, pronunciate durante un’ospitata a un talk show su La7.
Il messaggio è questo: le donne possono fare ciò che vogliono, ma per prima cosa devono pensare a fare dei figli. Essere madre (dopo essersi sposate, sia chiaro) deve diventare la loro prima ambizione e ogni madre dovrebbe passare il messaggio alle proprie figlie, così che a 18 anni la prima ambizione sia quella di mettere su famiglia.
Che nel 2023 ci sia ancora qualcuno che dica alle donne a cosa devono aspirare è grave, soprattutto considerando che gli uomini sono sempre stati liberi di scegliersele da soli, le loro ambizioni.
Ma che una senatrice sostenga che per una diciottenne il primo pensiero debba essere quello di fare un figlio, lo è a maggior ragione. Perché ci riporta indietro di cent’anni, quando a stabilire cosa si potesse fare – o anche solo desiderare – era il proprio genere.
Per anni le donne sono state viste all’interno della società solo in funzione della capacità di procreare e di prendersi cura della famiglia. Ora basta.
Ovviamente non c’è nulla di sbagliato a voler fare della famiglia e della maternità il proprio principale obiettivo di vita. Ma dopo decenni di battaglie femministe per le pari opportunità e per il superamento di ogni stereotipo e ruolo di genere, sentire ancora qualcuno che definisce a cosa dovrebbero aspirare le altre donne e cosa dovrebbero mettere in secondo piano è estenuante.
Mennunni ha anche detto: “Il rischio è che in nome di questa realizzazione professionale, che io auspico e che trovo sia giusto, dimentichiamo che esiste la necessità e la missione di mettere al mondo dei bambini che saranno i futuri cittadini italiani”. Per poi ribadire come le donna possano fare tutto, possano essere madri e perseguire i propri sogni di carriera.
Ma è una bugia. Non è vero che in Italia tutte le donne possono fare ciò che vogliono, avere figli e realizzazione professionale allo stesso tempo. Per tante, per troppe, non è così. E finché la cura della casa e della famiglia continueranno a pesare maggiormente su di loro e mai sugli uomini, una scelta sarà sempre obbligatoria.
I divari di genere esistono e vanno combattuti: dire a una ragazza di 18 o 20 anni che deve ambire come prima cosa a fare un figlio non è un modo per contrastare questa gigantesca diseguaglianza. Ogni donna deve essere libera di scegliere per sé le proprie aspirazioni, senza qualcuno che le dica cosa è più importante o che cosa dovrebbe scegliere in quanto donna. Finché non lo capiremo, la parità resterà un miraggio.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
DOPO CHE ANGELO MELLONE HA DATO LO SFRATTO A MARA VENIER DA “DOMENICA IN” (PER FARE SPAZIO A MASSIMO GILETTI) E CRITICATO LA COLLOCAZIONE DI FIORELLO SU RAI 2, DA VIALE MAZZINI SI SONO AFFRETTATI A BOLLARE COME “PAROLE IN LIBERTÀ” LA SPARATA DEL DIRETTORE DELL’INTRATTENIMENTO DAY TIME
Non si era mai visto che la Rai sconfessasse un suo dirigente. Ma evidentemente non si possono esprimere opinioni, e grande è la confusione sotto il cielo a Viale Mazzini. Ieri, agenzie di stampa rilanciavano fonti vicine alla Rai che stigmatizzano le dichiarazioni del direttore dell’Intrattenimento Day Time, Angelo Mellone. In un’intervista a Repubblica spiegava il suo modo di vedere la programmazione e le strategie per il futuro. Una tirata di orecchie pubblica, mai successo prima.
“In riferimento al contenuto dell’intervista apparsa su Repubblica al direttore dell’Intrattenimento Day Time Rai, Angelo Mellone, da ambienti Rai trapela — a quanto si apprende — che alcuni riferimenti a Fiorello e Mara Venier sono parole in libertà che non corrispondono affatto al pensiero del vertice aziendale”.
“Sono infatti indiscutibili — e costituiscono una risorsa fondamentale per il servizio pubblico — il talento, la passione, il grandissimo successo di ascolti e la scommessa di un mattin show su Rai 2 di una star assoluta come Fiorello. E lo stesso vale per il grande contributo che ha dato e darà alla Rai anche nella prossima stagione la signora della Domenica della televisione come Mara Venier”.
Chi è stato vicino a Mellone in queste ore dice che sia «sconcertato» dalla reazione interna, soprattutto dall’interpretazione delle sue parole perché «non c’è stato nessun attacco a Fiorello, che fa ascolti record e, proprio per i risultati, sarebbe stato giusto che fosse andato su Rai 1 dall’inizio col suo programma. Ha definito Venier “una fuoriclasse”, e pensa di cambiare la formula della trasmissione ma la aspetta per capire cosa fare la prossima stagione. Le conclusioni che sono state tratte dalle dichiarazioni non hanno senso».
Nell’intervista, Mellone spiega che la prossima Domenica in è «tutta da inventare, bisogna vedere che succederà con Mara Venier, che è una fuoriclasse. Il programma resiste, la concorrenza ha saputo costruire un’offerta fortissima. La domenica va ripensata con un’offerta cronaca/ intrattenimento, magari a segmenti ».
Quanto a Massimo Giletti, chiarisce: «Non ci sto trattando io. In Rai faceva risultati importanti, sarebbe strategico. Con L’Arena erano ascolti record. Non so cosa succederà». Quello che ha detto Mellone, evidentemente, ha creato grandi malumori tra gli artisti e i vertici Rai sono corsi ai ripari prendendo le distanze dal direttore per rassicurarli.
(da la Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
LÌ VICINO C’È LA STORICA ABITAZIONE DELLA FAMIGLIA GUCCI E IL “FLATIRON BUILDING”, L’EDIFICIO A FORMA DI FERRO DA STIRO, DI PROPRIETÀ DI UNA CORDATA DI CUI FA PARTE IL GRUPPO ITALIANO “SORGENTE”… IL TRICOLORE “SVENTOLA” ANCHE VICINO A WALL STREET, DOVE C’È UN PALAZZO CONTROLLATO DALLA SOCIETÀ BIZZI & PARTNERS
Di fronte alla Trump Tower, lungo la strada boutique della Fifth
Avenue, batte bandiera italiana: il gruppo Prada ha acquistato, con un’operazione da 835 milioni di dollari (circa 752 milioni di euro), i due edifici che dominano il marciapiede opposto a dove si trova il grattacielo di proprietà di Donald Trump. Per 425 milioni di dollari (382 milioni di euro) è stata acquistato il palazzo di dodici piani al numero 724 che ospita lo store della casa di moda, e per 410 milioni (369 milioni in euro) l’edificio accanto, al numero 720, all’angolo con la 56ª street.
L’operazione, che ha visto coinvolti Prada e una società a lei legata ma di cui non è stato indicato il nome, è una delle più grandi portate a termine quest’anno a New York, e tra quelle che hanno attirato l’attenzione dei media americani, perché riguarda la strada della moda più lussuosa del mondo, a due passi da Central Park.
Prada aveva in affitto fin dal ’97 gli spazi occupati dalla sua boutique. L’investimento, nuova sfida del Made in Italy nella competizione a livello globale, segna l’ennesima acquisizione italiana nella città d’acciaio, dove gli affitti sono sempre ai massimi e non convengono più neanche ai grandi brand: per aver rotto l’accordo d’affitto con dieci anni d’anticipo, durante la pandemia, a Valentino erano stati chiesti dal proprietario dei locali che ospitavano lo store, più di 200 milioni di dollari.
Poco più giù rispetto ai palazzi Prada c’è l’Olympic Tower, tra la 51ª e la 52ª, dove si trova la storica penthouse da 35 milioni di dollari della famiglia Gucci e messa sul mercato. Continuando lungo la Fifth Avenue si arriva al Flatiron Building, l’edificio a forma di ferro da stiro passato quest’anno a una cordata di cui fa parte ancora il gruppo italiano Sorgente, di Valter Mainetti, che lo aveva acquistato nel 2009.
C’è l’Italia anche nel grattacielo al 125 di Greenwich street, vicino a Wall Street, controllato dalla società Bizzi & Partners assieme a Fortress Investment Group.
In questo risiko italiano bisogna includere l’acquisizione, avvenuta nel 2016, da parte del gruppo Luxottica, del palazzo al numero 1 West sulla 37ª. Operazione da 76 milioni. Adesso l’edificio ospita il quartier generale della compagnia.
Anche il mondo della cultura ha il suo tempio: è sulla 12ª West, con Casa Italiana Zerilli Marimò, vicino a Union Square, storica townhouse dotata anche di teatro, donata dalla baronessa milanese Mariuccia Zerilli-Marimò in ricordo del marito.
Da anni è centro di incontri con registi e attori italiani, e eventi culturali curati dal dipartimento di studi d’italiano dell’Università di New York.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »