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AL G7 VA IN SCENA LO SCONTRO TRA MACRON E MELONI TRA SGAMBETTI, SGUARDI DI MARMO E SALUTI GELIDI: ALLA CENA AL CASTELLO SVEVO DI BRINDISI, MACRON FA ASPETTARE LA DUCETTA INTRATTENENDOSI AL TELEFONO, POI SI TUFFA NELL’ABBRACCIO DI MATTARELLA E ATTACCA LA SORA GIORGIA: “DISPIACIUTO CHE NEL TESTO FINALE DEL G7 NON CI SIA IL PASSAGGIO SULL’ABORTO”

Giugno 14th, 2024 Riccardo Fucile

LA MELONI È FURIBONDA PER IL TENTATIVO DI “SPORCARE” IL SUO G7 DA PARTE DI MACRON CHE VUOLE IMPEDIRE LA SALDATURA DI UN PATTO TRA LEI E L’ARCINEMICA MARINE LE PEN E ISOLARE LA PREMIER SULLE TRATTATIVE PER LE NOMINE APICALI DELLA UE

È alle nove e mezzo della sera pugliese, nello scintillio del Castello svevo di Brindisi vestito a festa, che lo scontro senza precedenti tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron appare in tutta la sua virulenza politica. Il grande sconfitto delle elezioni europee scende dall’auto blu dopo un tempo che appare infinito e si trattiene al telefono.
Finalmente si incammina sul tappeto rosso, si aggiusta più volte capelli e giacca e, in evidente disagio, si tuffa nell’abbraccio con Sergio Mattarella. La premier lo trafigge con uno dei suoi sguardi diagonali e quando Macron le bacia freddamente la mano, lei ricambia con uno sguardo di marmo.
Il presidente francese le dirà poco più tardi, le parole destinate a incrinare la soddisfazione della premier italiana per una «giornata storica». I giornalisti si assiepano sullo scalone per ascoltare l’ex enfant prodige dell’Eliseo che sfoga il suo risentimento. Dispiaciuto che nel testo finale del G7 non ci sia il passaggio sull’aborto? «Sì, mi dispiace… Mi dispiace ma lo rispetto, perché è stata una scelta sovrana del vostro popolo». Un attacco politico che lo staff della premier aveva cercato in ogni modo di schivare.
Meloni è furibonda. Sa bene che Macron ha provato a sporcare il «suo» G7 perché sta rischiando l’osso del collo. Ha chiaro che il vero obiettivo è impedire la saldatura di un patto tra Meloni e l’arcinemica Marine Le Pen, l’altra leader della destra europea. Ma non pensava che, per quanto azzoppato dall’esito impietoso delle urne, Macron sarebbe arrivato a tanto: a buttare nello scontro l’unità dei sette grandi su dossier strategici come Gaza e Ucraina, intelligenza artificiale, Africa e tratta dei migranti.
Alle nove della sera pugliese, quando ha messo a verbale la sua rabbia, la premier si è persino morsa la lingua: «Profondamente sbagliato, in tempi difficili come questi, fare campagna elettorale utilizzando un forum prezioso come il G7». Lo scontro avrà un impatto sulle trattative per le nomine apicali della Ue, tanto è evidente a Meloni il tentativo di Macron di isolarla, buttarla fuori dai giochi, provando ad additarla come la leader di un Paese arretrato sui diritti civili.
L’irritazione verso Macron è andata crescendo sin dal mattino, con i giornali pieni di titoli sul «blitz» italiano per cancellare l’aborto dalle conclusioni del summit. La paura che il successo del G7 possa essere offuscato dal caso che, a Roma, ha scatenato le opposizioni, aveva spinto fonti italiane ad aggiustare la narrazione: Meloni non ha mai sbianchettato la bozza, in cui si fa esplicito riferimento al testo finale del G7 di Hiroshima, dove la parola aborto era presente. «Tutta panna, montata dalla stampa»… Eufemismi. Quale sia la lettura della premier lo farà capire lei stessa: dalla Francia «una grande scorrettezza».
(da corriere.it)

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MENO VOTANO, MEGLIO E’

Giugno 14th, 2024 Riccardo Fucile

L’OLIGARCHIA SE LA GODE

La sovranità appartiene al popolo. Siamo sicuri? Il primo ad avere capito che ormai non è più così è proprio il popolo. Se si vuol leggere il dato che più della metà degli elettori non è andata a votare alle Europee senza cedere al lavaggio del cervello per cui metà della popolazione è composta da analfabeti privi di senso civico, è il caso di considerare la possibilità che il Parlamento europeo goda di sempre meno fiducia e che anzi, come dice Alessandro Barbero, il popolo si sia accorto che “se non può far cadere il governo, non serve a niente”. Da tempo i partiti, se non proprio l’istituto delle elezioni, stanno per defungere, tanto che la metà dell’elettorato preferisce auto-escludersi dall’esercizio di un diritto piuttosto che sprecarlo o vederlo violato.
Meloni festeggia il 28,76% accordatole come un plebiscito (come già alle Politiche, quando prese quasi il 26% col 40% di astenuti), come se non fosse andato a votare il 49,69% degli elettori, dato che ridimensiona il suo risultato dimezzandolo; peraltro, festeggia per essere stata eletta in un Parlamento dove non andrà, come la Schlein: non sarà che molti elettori si sono ribellati alla truffa? Ma come, e il sogno europeo? E i 74 anni di “pace, democrazia e sviluppo” (Gentiloni, commissario Ue) regalatici dall’Europa con le sue istituzioni calde, popolari, incubatrici dei “nostri valori”?
Evidentemente uscire di casa e andare a votare per un Parlamento (dove già sedettero personalità del calibro di Iva Zanicchi, Borghezio e Salvini, quest’ultimo invero raramente) che sulle questioni geopolitiche è totalmente inchinato alla Nato cioè agli Stati Uniti è avvertito da più di un elettore su due come una fatica evitabile. Le decisioni prese “in una capitale straniera come la corte di Vienna dell’800 senza poterci far niente” (sempre Barbero) non scaldano i cuori. Strano: il Parlamento per cui la gente (non) è andata a votare è quello che nel 2019 approvò una risoluzione per equiparare nazismo e comunismo, cioè quelli che deportavano, gassavano e bruciavano gli ebrei nei forni e quelli che hanno sconfitto Hitler.
È la negazione, o l’inizio della fine, della democrazia rappresentativa, l’avverarsi progressivo di una diversa forma di governo: un’oligarchia implicita in cui finiranno per votare solo i gruppi di interessi, i lobbisti e chi si vende il voto (“Quanti votanti?”, chiedeva il sindaco di Reggio Calabria Falcomatà al genero di un boss ’ndranghetista. E quello: “L’affluenza è bassa, ma meno votano e meglio è”. E il sindaco: “Certo, appunto”). Del resto la volontà popolare è stata spesso ignorata con la formazione di governi tecnici, e il Parlamento è sempre più schiacciato dall’esecutivo con la proliferazione di decreti legge (vedi l’invio delle armi all’Ucraina, peraltro secretato). Alle ultime Politiche il liberalume nostrano (Renzi in testa) accusò Conte di “voto di scambio” (un reato di tipo mafioso) per aver portato avanti la battaglia del Reddito di cittadinanza. Chi percepiva il Rdc avrebbe dovuto votare per chi prometteva di toglierglielo (per paradosso, è proprio quel che è successo: il partito più votato dalle persone in difficoltà economica è stato FdI, non il M5S). Il principio per cui il popolo vota per chi tutela i suoi interessi è cominciato a diventare deprecabile: solo i ricchi e gli imprenditori hanno diritto a votare chi gli promette favori (flat tax, condoni, taglio del cuneo fiscale, aiuti alle imprese, etc.); i poveri e i disoccupati (ribattezzati occupabili, come se tra i poveri non ci fossero anche centinaia di migliaia di lavoratori) sono parassiti che si vendono il voto in cambio dei 546 euro in media del Rdc (che l’amico di Bin Salman chiamava “reddito di criminalità” e Meloni “metadone”).
Chi si astiene pensa che “tanto sono tutti uguali”. In effetti tutti tranne il M5S sono per l’Autonomia differenziata, tutti sono sviluppisti, nuclearisti, pro-inceneritori, pro-Tav, pro-grandi opere; tutti se ne infischiano del lavoro schiavistico (anche se Schlein appoggia il referendum della Cgil per abolire l’orrendo Jobs Act). Nessuno ha denunciato che tra il 2010 e il 2019 tra tagli e definanziamenti sono stati sottratti 37 miliardi al Sistema sanitario nazionale (Meloni mente dicendo di aver aumentato i fondi per la Sanità, invece li ha tagliati rispetto al Pil). Tutti sono per l’aumento delle spese militari e l’appoggio incondizionato alle guerre di Nato-Usa. Tutti vogliono cambiare la Costituzione per favorire la “governabilità”, come se l’ingovernabilità non fosse colpa dell’inettitudine e della corruzione della classe politica. Naturalmente esiste una Commissione di esperti “con compiti di studio e consulenza, analisi ed elaborazione di proposte, anche di carattere normativo, e iniziative idonee a favorire al partecipazione dei cittadini al voto”. Ha risolto il problema? Come no, s’è visto. Forse aveva ragione il genero del boss: meno votano, meglio è.
(da ilfattoquotidiano.it)

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PIU’ BELLI DI PRIMA

Giugno 14th, 2024 Riccardo Fucile

L’ITALIANO DI QUESTI RAGAZZI E’ MIGLIORE E PIU’ “LINGUA MADRE” DI QUANTO NON LO SIA STATO PER I NOSTRI AVI

È difficile riuscire a dirlo senza scivolare nel politicamente scorretto, ma il colpo d’occhio sugli europei di atletica dava l’impressione che la con-fusione etnica degli ultimi decenni abbia portato a un notevole salto di qualità fisico/estetico delle nuove generazioni di europei. Basterebbero le finaliste del salto in lungo, capofila Larissa Iapichino, a dare testimonianza concreta delle virtù del melting pot genetico, per altro già ampiamente illustrate dalla scienza.
Per dirla come al bar, e con maggiore gusto nel caso fosse il bar frequentato da Vannacci: eravamo più brutti prima, e così dicendo mi consento un affettuoso body-shaming a carico delle generazioni di italiani precedenti a questa, incluso ovviamente chi scrive.
E certo, il paio d’ore di diretta televisiva da Roma permetteva anche una salutare vacanza dal dibattito politico-ideologico: non c’era alcun bisogno di ribattere con concetti virtuosi e inclusivi ai pregiudizi reazionari sulla “purezza etnica”.
Erano i corpi, i sorrisi, i gesti atletici delle ragazze e dei ragazzi a parlare, era il risultato materiale della moltitudine di unioni tra europei indigeni e nuovi europei immigrati, specie africani.
Quanto ai distinguo di natura culturale, è diventato perfino superfluo far notare che l’italiano di questi ragazzi (e immagino anche il francese, l’inglese, il tedesco dei loro avversari) è decisamente migliore di quello di molti sportivi “nativi” delle generazioni passate. L’italiano, per questi nuovi italiani, è molto più lingua madre di quanto lo sia stato per i nostri avi, che erano nati nel dialetto. Le cose vanno avanti, e a volte vanno avanti per il meglio.
(da repubblica.it)

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LILIAN THURAM E I PARTITI RAZZISTI IN FRANCIA: “CAMBIANO NOME PER FINTA”

Giugno 14th, 2024 Riccardo Fucile

L’EX CALCIATORE: “CREANO CONTINUAMENTE UN “NOI” E UN “LORO”, SONO SEMPRE GLI STESSI”

Lilian Thuram, campione del mondo con la Francia nel 1998, oggi lavora per l’educazione contro il razzismo.
E in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera parla della Francia, dello scioglimento dell’Assemblea Nazionale e dell’avanzata di Marine Le Pen. «Intanto comincerei col dire che non siamo stati noi, come dice il presidente Macron, a chiedere lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. È stata una richiesta dell’estrema destra, ed è interessante vedere fino a che punto ormai detti l’agenda», dice l’ex difensore. Che poi critica Macron, il quale ha sostenuto che non bisogna aver paura della democrazia: «Lo dice per giustificare una scelta individuale che è stata una sorpresa per tutti, anche per i ministri del suo governo. Se siamo in questa situazione è solo e strettamente per sua volontà».
Macron e Marine Le Pen
E va all’attacco: «Mi chiedo come sia possibile che il presidente della Repubblica prenda una decisione simile da solo. È possibile lasciare a una sola persona il potere di fare una scelta così importante?». E questo «perché chi ha molto potere può arrivare ad abusarne».
Poi Thuram parla del Rassemblement National, che chiama però con il suo vecchio nome: «È Front National, è l’estrema destra. A volte si cambia nome per fare credere di aver cambiato i concetti, e far dimenticare chi si è realmente. Sono sempre quelli che parlano di “noi” e “loro”». E dice che si arrabbia «quando sento parlare di un sussulto contro l’estrema destra, lo trovo molto ipocrita. Tutti i giorni, da anni, in tv come in radio sento discorsi islamofobi e razzisti. E la grande maggioranza dei partiti politici, in Francia, fa discorsi di quel tipo o comunque non li contesta. E c’è di peggio».
Il governo
Perché la politica se la prende con le «persone che vogliono aprire un dialogo, denunciare razzismi, intolleranze religiose e la violenza di certi discorsi che colpiscono i più deboli della società, raccontare la storia da un altro punto di vista, vengono trattati come razzisti anti-bianchi, woke».
Thuram spiega che è molto importante capire quello che l’estrema destra non dice: «Quando usa frasi come “loro non fanno parte della nostra civiltà”, quando individua nell’immigrazione la ragione dei problemi in Francia, quando evoca radici giudaico-cristiane, risveglia la categoria bianca. Non lo dice, ma bisogna leggerlo tra le righe: forse per me è più facile, perché mi occupo di razzismo da tanti anni. Creano continuamente un “noi” e un “loro”, e loro sono quelli che creano problemi».
(da agenzie)

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FRANCIA, IL SOCIALISTA GLUCKSMANN PRENDE POSIZIONE: “SARO’ CON L’UNIONE DELLA SINISTRA”

Giugno 14th, 2024 Riccardo Fucile

IL LEADER DI PLACE PUBLIQUE: “L’UNICA COSA CHE CONTA PER IL BENE DELLA FRANCIA E’ CHE LE PEN NON GOVERNI QUESTO PAESE”

Raphael Glucksmann, che alle europee ha rilanciato il Partito socialista con il suo movimento Place Publique arrivando terzo dietro l’estrema destra di Marine Le Pen e Renaissance di Emmanuel Macron, ha annunciato stamattina a France Inter di sostenere “l’unione della sinistra”
“Per me – ha detto – l’unica cosa che conta è che il Rassemblement National (RN) non vinca queste elezioni e non governi questo Paese. L’unico modo di farlo è che ci sia un’unione di sinistra”.
Glucksmann afferma che “Jean-Luc Mélenchon non sarà il candidato premier della sinistra”, che ha bisogno al contrario “di una figura consensuale e non divisiva”.
(da agenzie)

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G7 EFFETTO BOOMERANG, DALLA NAVE DELLA VERGOGNA AL FRANCOBOLLO SBAGLIATO

Giugno 14th, 2024 Riccardo Fucile

QUATTRO COSE DEL SUMMIT CHE STANNO FACENDO MALE ALLA PUGLIA

Nel logo del G7 italiano che Giorgia Meloni ha fatto firmare ai Grandi della Terra in apertura del vertice c’è stilizzato un albero di ulivo. “Un simbolo della nostra identità”, ha commentato la premier. Ma a queste latitudini l’ulivo è anche sinonimo di Xylella, la calamità naturale che ha sterminato milioni di alberi e la cui minaccia incombe anche sugli splendidi esemplari secolari che fanno ombra ai potenti riuniti a Borgo Egnazia. Insomma già nel logo si intravede il dark side del summit. Il temuto effetto boomerang del vertice internazionale che ha catapultato in Puglia le attenzioni di tutto il mondo. Un’opportunità globale, certo. Ma anche un rischio.
Lo hanno percepito benissimo il ministro alla Difesa Guido Crosetto e la sua collega Daniele Santanchè. Che hanno minacciato di querela la Cnn. Applicando l’italica abitudine di fare la voce grossa contro i servizi giornalistici non graditi. Hai visto mai che funzioni anche con gli americani? C’è da dire che il reportage che ha scatenato l’ira anche di albergatori e operatori turistici pugliesi conteneva anche alcune inesattezze (la Scu nel Foggiano, per citarne una). Ma il primo effetto boomerang del G7 era un rischio che non poteva non essere calcolato. Ovvero se ospiti 1.800 giornalisti da tutto il mondo è inevitabile che finiscano per fare il proprio mestiere. Nel racconto della Puglia è finita anche la mafia. E la scelta del Governo di puntare su Borgo Egnazia “nonostante – argomentava la reporter – l’aumentata violenza della criminalità organizzata”. Non esattamente la cartolina turistica che era stata prospettata ai pugliesi durante l’ultima campagna elettorale.
E, a proposisto di giornalisti, e del rischio boomerang. Bello, bellissimo il media center allestito alla Fiera del Levante. C’è una sala relax con ampi cuscini tra gli onnipresenti ulivi, il biliardino e i maxischermi per seguire il vertice. Ma da remoto. Anzi remotissimo. Le mille postazioni attrezzate di tutto punto con pc, stampanti sono a 70 chilometri di distanza dal blindatissimo resort extralusso dove si svolgono i lavori. Una distanza siderale per coprire l’evento, e anche banalmente il suo contorno. Insomma, tenere a così a distanza chi ha viaggiato anche per migliaia di chilometri per raccontare il G7 e la Puglia azzeccata. Ah, in compenso il buffet pare sia molto buono. E aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Modello crociera.
Scrivi crociera e pensi inevitabilmente alla nave che avrebbe dovuto ospitare 2.600 poliziotti italiani dislocati in Puglia per garantire la sicurezza del vertice. Pensi a quello che poteva essere e invece non è stato perchè il primo effetto boomerang del summit mondiale è stato proprio l’abisso che separa queste cabine fatiscenti dove il Viminale avrebbe voluto ospitare i suoi dipendenti dal lusso esagerato del resort di Borgo Egnazia. Piscine dorate contro gabinetti fatidi. Lo chef Bottura ai fornelli contro una sala mensa che ha subito messo in allarme i poliziotti per le sue condizioni terribili. «Ci hanno stipato come bestie» hanno denunciato i sindacati delle forze dell’ordine. Sul caso è stata aperta un’inchiesta ma quello che rimarrà è un’altra brutta cartolina del G7.
Chissà quali altri dettagli riserveranno questi tre giorni importantissimi per la Puglia. Speriamo vivamente che le cose possano volgere al meglio. E pazienza i disagi per noi cittadini, lo stop al traffico, i treni soppressi per far viaggiare le first lady sui convogli storici. Pazienza perchè la Puglia, quindi tutti noi, magari avrà da guadagnarci da tutta questa attenzione. Ma c’è un’ultima piccola cosa successa in queste ore che forse fa intuire come la ‘ricaduta positiva’ promessa dal Governo ci sarà, ma probabilmente non sarà per tutti. Il sindaco di Fasano, Francesco Zaccaria, ha scritto una lettera indirizzata alla premier Giorgia Meloni, contestando l’assenza di ogni riferimento alla città sul francobollo celebrativo del G7. Nel francobollo è citato solo Borgo Egnazia, che non è una località. Ma un resort privato.
Un dettaglio che sarà sfuggito? Probabilmente. Ma quando ci diranno che l’evento è stato per la Puglia “una cartolina”, forse è da intendersi senza francobollo.
(da La Repubblica)

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NEMMENO GRILLO HA VOTATO I “GRILLINI”, GLI AMICI SONO SICURI: “DOMENICA ERA AL MARE, IN SARDEGNA”

Giugno 14th, 2024 Riccardo Fucile

L’ELEVATO È DISILLUSO DAL DESTINO DEL MOVIMENTO 5 STELLE, IL SUO UNICO PENSIERO ERA LA RIELEZIONE DELL’EURODEPUTATA SABRINA PIGNEDOLI, CHE PERÒ NON ANDRÀ A BRUXELLES

E’ andato al mare, altro che a votare. Schierandosi con quella maggioranza silenziosa di italiani che voleva svegliare a suon di vaffa e “fanno tutti schifo” e “mandiamoli a casa” perché “io sono l’Elevato”.
Beppe Grillo continua ad astenersi da qualsiasi commento sulla frustata presa dalla sua (ex) creatura, dopo essersi astenuto sabato e domenica scorsi dalle urne. Possibile davvero che non sia andato a votare il sempre meno suo M5s?
Dalle parti di Giuseppe Conte ne sono sicuri. E non se ne fanno una malattia, né polemizzano: meglio non svegliare il Grillo che dorme.
E comunque non esistono foto e clip dal seggio dove vota, quello di Sant’Ilario a Genova. “Anzi, era al mare, in Sardegna”, raccontano i suoi amici. Il garante in questa campagna tifava per un’unica candidata: l’eurodeputata uscente Sabrina Pignedoli (circoscrizione Nord est). Che non è stata eletta.
Se dunque il vecchio Umberto Bossi ha fatto dire di aver votato Forza Italia, e non la X versione della Lega che non riconosce più, ci può stare che il Grillo, erede del qualunquista Giannini, si sia comodamente accodato con quel 50 per cento e fischia di italiani che non si è presentato alle urne.
Ieri sera il fu sacro blog grillesco apriva con una notizia datata 12 giugno dal titolo “L’energia del sole in una bottiglia”. Catenaccio: “L’energia solare è pulita e abbondante, ma non funziona di notte o nei giorni nuvolosi”. Non proprio un’analisi dettagliata su quel 9,99 per cento che, tra farsa e realtà, sta portando il M5s alle care e vecchie assemblee congiunte.
Una volta ghiottissime occasioni per raccontare gli sfogatoi di un partito che ha dato soddisfazioni a flotte di cronisti. “Invece l’altra sera – racconta un senatore alla seconda legislatura – non c’erano giornalisti ad aspettarci all’ingresso e nemmeno all’uscita”. Sicché non è uscito nulla di interessante, nemmeno dei i 4 o 5 parlamentari che hanno questionato intorno alla vicenda del vincolo dei due mandati da far saltare.
L’unico stop imposto da Grillo a Conte per evitare la mutazione totale di un brand che pare non tirare molto. La risposta al momento sarà una due giorni dedicata agli stati generali per cercare “l’identità”. Formula vaga e impalpabile, che piace, a seconda dei tempi, ai partiti in crisi a caccia di spiriti del ‘94, delle primarie, di Pontida e così via. Sarà di fatto Italia a 5 stelle, l’annuale festa grillina.
(da Il Foglio)

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