Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile
MOTIVO? AL BALLOTTAGGIO I CANDIDATI DI CENTRODESTRA FINISCONO SPESSO PER PERDERE… L’OBIETTIVO? CONQUISTARE, NEL 2026, LA CITTÀ DI ROMA, CHE CON I NUOVI POTERI SPECIALI AVRÀ RISORSE PARAGONABILI A UNA REGIONE
Quei ballottaggi che spesso risvegliano il centrosinistra dal suo torpore elettorale, compattano al secondo turno il litigioso campo progressista pur di lasciare campo libero al rivale. Il centrodestra è deciso a cambiare la legge sull’elezione a sindaco nei comuni con popolazione superiore ai 15mila abitanti.
Di fatto, a eliminare il ballottaggio: se la modifica dovesse passare, basterà il 40 per cento per conquistare la guida della città. E non più, come è previsto oggi, il 50 per cento, soglia fatidica e spesso proibitiva per i “patrioti” oggi al governo. È un piano tessuto dalla maggioranza alla Camera come al Senato, mentre a Palazzo Chigi trattengono il fiato per centodue Comuni
Il blitz, salvo imprevisti, andrà in scena nelle Commissioni Affari costituzionali di Palazzo Madama e Montecitorio dove ha iniziato il suo esame il Testo unico degli enti locali, la legge omnibus che decide le regole del gioco dei comuni italiani, dalla scelta della giunta alle disposizioni elettorali. Ebbene, è qui che il governo […] potrebbe provare a inserire la norma anti-ballottaggio.
Non subito, più probabile alla ripresa dei lavori, dopo l’estate. Dopotutto il ritocco serve a preparare le prossime sfide per i comuni. Una su tutte: la partita per la conquista di Roma nel 2026, la speranza viva di Giorgia Meloni e del suo partito di sfilare al centrosinistra la Capitale d’Italia. È un sogno che ha iniziato a riprendere forma, nei caminetti del partito meloniano, man mano che il voto romano si avvicina.
Peraltro con una posta in palio altissima: come anticipato dal Messaggero, il governo ha iniziato a lavorare alla riforma per i poteri speciali a Roma Capitale con un testo abbozzato dagli uffici legislativi della presidenza del Consiglio. Sicché fra due anni, al centro della sfida per il Campidoglio, potrebbe esserci un Comune con competenze e risorse simili a una Regione italiana.
La storia delle ultime tornate elettorali nella Capitale, in effetti, è emblematica della “bestia nera” ballottaggio per la destra. Fatta eccezione per il caso Alemanno, quando il sindaco di An stravinse nel 2008 anticipando il successo a valanga di Silvio Berlusconi alle politiche, il doppio turno ha spesso sbarrato la strada ai candidati sindaci conservatori, spianandola invece al centrosinistra, da Rutelli a Veltroni e Marino. E questo con buona pace della marea di voti incassati al primo turno dai candidati di destra.
Perfino Enrico Michetti non andò male al primo turno, battendo Gualtieri con il 30 per cento delle preferenze. Molto al di sotto del 40 per cento su cui ora il governo vorrebbe appiattire la soglia della vittoria, anche se all’epoca pesò sulla prima tornata il fattore Calenda, l’enorme successo riscosso dal leader di Azione candidato sindaco con quasi il 20 per cento nel primo round.
(da Il Messaggero)
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Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile
LA STORIA DI VLADA ZAPASHNA; “DOBBIAMO RIABITUARCI A VIVERE, LAVORARE E STUDIARE NONOSTANTE I BOMBARDAMENTI”
Vlada Zapashna è una studentessa ucraina di 24 anni, responsabile della sezione
giovanile di Act of Ukraine, una fondazione benefica che dall’invasione russa fornisce aiuti alla popolazione. Vive alla periferia di Kiev, non ha mai lasciato la sua terra. «Sarebbe stato psicologicamente difficile per me andare all’estero. Farsi da parte? Scappare? No, sapevo che era mio dovere aiutare il mio paese, il popolo e le forze di difesa con ogni sforzo possibile e, a volte, impossibile», racconta a Open. Dopo oltre due anni di aggressione, in Ucraina gli edifici sono ancora ricoperti di fori, le infrastrutture e i monumenti distrutti, i vetri degli appartamenti frantumati. Si può spiare al loro interno, ma è consentito soltanto un esercizio di immaginazione. Immaginare chi erano gli abitanti di quegli spazi vuoti, bombardati dalle truppe di Mosca. E a pagarne le spese sono, come in ogni guerra, le giovani generazioni. Le cicatrici fisiche, psicologiche, sociali sono così profonde da minacciare e compromettere il loro futuro. Alla domanda come stai, risponde «sono viva». Ma non ha scelto «di vivere questa vita». Le è stata imposta, e resiste. Come resistono i suoi coetanei ucraini, che si sono ritrovati a organizzare forme di resistenza contro Putin o a combattere al fronte. «Noi giovani dovremmo costruire il futuro del nostro paese, sviluppare invenzioni, portare a casa risultati nello sport, nello studio, nella creatività e in altri campi. Ma ci troviamo al fronte a combattere, negli ospedali a fare i volontari, aiutiamo l’esercito ad evacuare persone e animali. Giovani uccisi, amputati, feriti al volto, con problemi psicologici. E tutto ciò avrà gravi conseguenze anche dopo la nostra vittoria», spiega Vlada.
La guerra le ha lasciato la consapevolezza di un mondo che aveva dato per certo e che invece non esiste più. O perlomeno, non esiste più nella forma che conosceva, o credeva di conoscere. Due anni fa i carri armati nemici, come li chiama lei, si trovavano a 10 km da casa sua. «Nessuno si immaginava che Kiev avrebbe resistito così a lungo, abbiamo perseverato in quei giorni». Ora, la capitale respira aria di una rinata quotidianità, se così si può chiamare. «La gente ha ricominciato a passeggiare nei parchi. I caffè, i negozi, i cinema sono aperti, si tengono concerti e serate di beneficenza, vengono da noi personaggi di alto profilo dall’Europa e dall’America. Dobbiamo riabituarci a vivere, a lavorare, a mettere al mondo dei figli, a studiare all’università, nonostante i bombardamenti e il suono degli allarmi». Nonostante l’aggressione che non sembra vedere la fine. «Non è facile, ma teniamo duro, perché non abbiamo altra scelta».
Adulti troppo in fretta
I giovani ucraini sono diventati adulti troppo in fretta. Alcuni di loro «sono già veterani all’età di 19-20 anni, anche se nella nostra mente i veterani – spiega la giovane – sono sempre state persone anziane. Ma ora tutto è cambiato». C’è però una paura, più grande di tutto il resto, che assilla i giovani ucraini. Quella di «essere dimenticati», che la lotta contro l’invasione russa cada nell’oblio. «E l’incertezza del futuro si ripercuote sulla nostra vita genando paure, ansia, problemi di salute, problemi demografici. Molto spesso noi giovani rimandiamo la nostra vita “a dopo”, a quando tutto sarà finito», spiega. E mentre l’incerto tempo scorre, loro combattono. «Non lo faremmo se non avessimo la speranza – continua -. E la nostra speranza è che la comunità internazionale non rimanga in disparte, continui ad aiutarci nella lotta contro l’aggressore russo. Speriamo nella giustizia, abbiamo visto come agisce la Russia anche in altri Paesi come la Georgia, le guerre cecene, l’occupazione della Transnistria, l’invasione della Siria, il sostegno al terrorismo in tutto il mondo. L’elenco è ancora lungo – precisa -. Quindi se l’Europa rimane in disparte, allora gli invasori verranno a casa vostra. Non avranno pietà, gli essere umani non sono preziosi per loro. Attualmente la nostra esistenza è in discussione, è difficile pensare al futuro».
L’invasione russa continua a logorare i giovani, un’intera generazione che ha conosciuto gli orrori della guerra. E che sta lottando da oltre due anni «per il diritto alla vita, alla libertà, all’autodeterminazione, per lo stato di diritto e per il futuro dei nostri figli non ancora nati, per la nostra storia, cultura, lingua – afferma -. Stiamo lottando per la vita nel senso letterale del termine. Il nemico sta, inoltre, cercando di riscrivere i documenti storici, dimostrando che gli ucraini non sono un popolo indipendente, ma una parte dell’Impero russo, ma stiamo dimostrando il contrario. Se prendiamo la componente culturale nella questione della guerra, e penso che sia importante, allora i giovani ucraini stanno combattendo per il ritorno della “loro”, contro la strisciante assimilazione russa». C’è ancora molto lavoro da fare, ne sono consapevoli.
Siamo tutti ucraini, siamo tutti europei
Intanto in Europa si discute per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Il primo giro di colloqui per avviare formalmente i negoziati di adesione si terrà domani 25 giugno, ha scritto pochi giorni fa su X la presidenza belga del Consiglio dell’Ue. Quest’ultima lascerà il testimone all’Ungheria: dal 1° luglio al 31 dicembre sarà, infatti, Budapest ad assumere l’incarico. Viktor Orbán – che da circa due anni e mezzo blocca le decisioni dei Ventisette su Kiev – ha già lanciato il suo programma, che prevede di impegnarsi su questioni come «la migrazione illegale, la vulnerabilità dell’approvvigionamento internazionale, le catastrofi naturali, gli effetti del cambiamento climatico e l’impatto delle tendenze demografiche». I «giochi politici» dell’Ungheria preoccupano i giovani ucraini, ma non hanno dubbi: entrare a far parte dell’Unione è l’unica strada percorribile. Lo era già tempo. «Con il sangue versato nel 2014 nella rivoluzione di Maidan e la protezione dei valori europei, gli ucraini hanno dimostrato già da allora di essere degni di far parte della grande famiglia europea come nessun altro», afferma Vlada. «C’è un appello che mi risuona in testa», spiega. Ed è «“Siamo tutti ucraini, siamo tutti europei”, questo – continua – è ciò che conta». Anche perché per i tanti, tantissimi ragazzi e ragazze l’ingresso nell’Ue non rappresenta un vantaggio soltanto per Kiev. «Gli europei devono capire che gli ucraini stanno combattendo sul campo di battaglia anche per l’intera Europa, per la stabilità dell’Unione europea. Se noi ci arrendiamo, l’Europa sarà la prossima».
Ma comprendono «anche i timori di una parte della popolazione che non vuole accettare che un Paese in guerra entri a ridefinire gli equilibri della casa europea. Ma come ci si può nascondere da un incendio quando la casa del vicino è in fiamme e la gente urla? Noi – continua – non abbiamo voluto questa guerra, ma abbiamo tutto il diritto di ripristinare la nostra integrità territoriale e di proteggere la libertà delle persone. Non sono questi i valori professati dai Paesi che fanno parte dell’Unione?», si domanda. Ma non solo: «Abbiamo davanti a noi tanti progetti che potremmo realizzare insieme nei settori della tecnologia, della scienza, della medicina, della cultura e della protezione ambientale. L’Ucraina è un vasto campo di opportunità. Resta solo una cosa da fare: vincere, ma per farlo non possiamo fare a meno dell’Ue». Il messaggio è chiaro: se non aiutate l’Ucraina a resistere, alla fine il nemico busserà alle porte del resto d’Europa. «Riuscite a dormire sonni tranquilli sapendo che una nuova Mordor sta avanzando a migliaia di chilometri dalla linea del fronte? Mi sembra che non ci sia motivazione migliore per aiutarci», chiede Vlada.
La vittoria, la pace e le balene del Nord Europa
Molti giovani, tra cui Vlada, fanno parte del team di Act for Ukraine, che fornisce aiuti umanitari agli ospedali, sostiene progetti legati alla salute mentale, offre servizi di evacuazione per i civili, aiuta le famiglie a basso reddito. «All’inizio dell’invasione la maggior parte della nostra attività consisteva nell’aiutare i civili che lasciavano le città e i paesi occupati dalle forze russe o le zone di combattimento. Attualmente, una parte del nostro team si reca attivamente in prima linea per aiutare le forze di difesa». Vlada ha sempre voluto «rendere il mondo un posto migliore». «Questo era probabilmente il mio sogno più grande». Che, in effetti, «si è avverato – dice – Ma non avrei mai pensato che il motivo sarebbe stato la guerra». Il conflitto ha cambiato la sua visione del mondo: ha fatto cadere «le maschere delle persone», mostrando la loro vera faccia. Ciò che desidera è «solo una vita tranquilla, costruire una famiglia e vedere le balene del Nord Europa. Penso che questo sia sufficiente per la mia felicità terrena», confida. Ed è un po’ ciò che accomuna molti giovani che, al contrario di Vlada e di tutti gli altri, sono in un luogo sicuro, nelle proprie case, coi propri affetti. Perché, nonostante tutto, è vero: siamo tutti ucraini, siamo tutti europei. We are all Ukrainians, we are all Europeans.
(da Open)
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Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile
L’UOMO RACCATTA QUELLO CHE GLI ALTRI BUTTANO, GLI DA’ UNA SISTEMATA E LO RIVENDE ON LINE
«L’avvocato della spazzatura»: questo è il nome d’arte scelto da Leonardo Urbano, 30enne italiano traferito a Sidney (in Australia), che ha deciso di dedicare le sue energie ad un’occupazione decisamente insolita. Ovvero cercare tra i rifiuti beni di ogni genere, da salvare e a cui dare nuova vita. Lampade, tappeti, sedie: c’è veramente di tutto tra le cose che riesce a trovare, che poi filma e condivide sul suo profilo The Trash Lawyer. E, assicura Urbano, il lavoro sarebbe pure remunerativo: lo scorso anno gli avrebbe permesso di guadagnare circa 100mila dollari australiani, che corrispondono a circa 62 mila euro. «La spazzatura di un uomo potrebbe essere il tesoro di un altro», scrive Urbano nella biografia del suo profilo Instagram.
Un lavoro «etico»
La storia di Urbano ha attirato l’attenzione anche dei media d’oltreoceano, come Cnbc. Alla testata, il 30enne ha dichiarato: «Tra i rifiuti c’è una montagna di roba – afferma – ed è lì che si trovano tante cose, oggetti grandi come un frigo, armadi, divani e tanto altro ancora». C’è da dire che il contesto aiuta: in Australia, in alcuni mesi dell’anno, i Comuni offrono servizi gratuiti di raccolta dei rifiuti. Un banchetto a cielo aperto per Urbano, che raccatta tutto quello che gli altri buttano, gli dà una sistemata e lo rivende online. Ma, a suo dire, non è un discorso solo di soldi: «Raccogliere questi rifiuti è anche un modo per avvicinare le persone alla cultura del riciclo e magari faranno più attenzione alla spazzatura». Ormai, è il quarto anno che in questo modo l’uomo riesce a pagarsi l’affitto e la permanenza a Sidney.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile
MA ANCHE I DISOCCUPATI POSSONO AVERE PROBLEMI SIMILI: DIVERSI STUDI DIMOSTRANO CHE CHI NON HA UN LAVORO O LO HA PERSO DI RECENTE HA UNA MINORE AUTOSTIMA, UN PEGGIOR EQUILIBRIO PSICHICO E FISICO
Tra le più importanti cause di stress cronico certamente c’è il lavoro, soprattutto in
un’epoca di veloci cambiamenti tecnologici e di ritmi elevati, come conferma l’Osservatorio europeo dei rischi. Lo stress da lavoro colpisce 40 milioni di individui in tutta l’Unione Europea e causa più della metà delle assenze dall’attività lavorativa.
Ricerche recenti condotte negli Stati Uniti indicano che fino al 40% dei lavoratori dichiara di provare ansia sul lavoro. I principali stressor in ambito lavorativo sono l’eccessivo carico, i conflitti con colleghi, capi o collaboratori, l’eventuale insicurezza sulla stabilità della propria posizione lavorativa. C’è poi lo specifico stress lavorativo di chi si occupa, professionalmente, o per necessità all’interno della propria famiglia, di accudire un’altra persona non autosufficiente.
C’è lo stress per il lavoro che non c’è o che si è perso, lo stress da disoccupazione. Perdere il lavoro o non riuscire a entrare nel mondo del lavoro è un dramma personale e sociale. Diverse ricerche realizzate già negli anni Ottanta hanno dimostrato che chi è disoccupato ha una minor soddisfazione per la sua vita, minor autostima, un peggior equilibrio psichico e fisico.
(da Corriere della Sera)
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