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SORELLE MELONI, CERCATE DI AVERE COERENZA POLITICA, OLTRE CHE SENTIMENTALE

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

LE SEPARAZIONI IN CASA MELONI CI RIGUARDANO PERCHÉ PONGONO UNA QUESTIONE DI COERENZA POLITICA. SE LA PREMIER NON AVESSE TRASCORSO GLI ULTIMI ANNI INFILANDO IL NASO NELLE FAMIGLIE ALTRUI, GIUDICANDO, MORALIZZANDO, BACCHETTANDO DAL SUO PULPITO SCINTILLANTE DI FAMIGLIA TRADIZIONALE, OGGI LE QUESTIONI FAMILIARI DELLE SORELLE NON CI RIGUARDEREBBERO

Le “separazioni” in casa Meloni ci riguardano non solo perché vengono puntualmente comunicate attraverso i media dai protagonisti stessi, ma perché pongono una questione di coerenza politica. Ripeto, politica, non familiare.
Fare finta di ignorarlo è ridicolo. Se Meloni non avesse trascorso gli ultimi anni di instancabile campagna elettorale infilando il naso nelle famiglie altrui, giudicando, moralizzando, bacchettando dal suo pulpito scintillante di famiglia tradizionale, oggi le questioni familiari delle sorelle non ci riguarderebbero.
Il problema, appunto, è che Meloni è sempre stata molto interessata agli equilibri familiari altrui, tanto da fare costante propaganda colpevolizzando chi si separa, proponendo la famiglia tradizionale come la migliore dimensione per i bambini, opponendosi, perfino, alla legge sul divorzio breve, pur di tenere appiccicato con lo sputo pure chi voleva separarsi per infelicità. O perché qualcuno magari in casa ti menava.
Ora, a quanto pare, le Meloni insegnano che i bambini stanno bene pure senza la famiglia unita, e ci si può mollare senza indugi, senza manco celebrare il matrimonio cristiano. Le sorelle Meloni, in fondo, fuori dagli slogan politici di plastica e con i loro legami fallibili, stanno contribuendo a togliere a tutti i genitori un bel po’ di sensi di colpa. Brave! Ora però cercate di avere pure coerenza politica, oltre che sentimentale.
Selvaggia Lucarelli
(da Il Fatto Quotidiano)

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“HO LAVORATO 13 ANNI IN NERO: DICEVA “SE CI TIENI TANTO, I CONTRIBUTI PAGATELI DA SOLA”

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

FABIANA HA LAVORATO PER 13 ANNI IN UN NEGOZIO NEL QUARTIERE PARIOLI A ROMA, SENZA UN CONTRATTO”… “DICONO CHE I GIOVANI NON HANNO VOGLIA DI LAVORARE, MA QUELO CHE VOGLIAMO E’ NON ESSERE SFRUTTATI”

“Sono entrata in quel negozio a vent’anni, doveva essere un primo lavoretto e invece ci sono rimasta tredici anni. Tredici anni in cui non ho mai avuto un contratto, mi dicevano che costava troppo e che tanto nessuno li faceva. A maggio me ne sono andata, la titolare mi ha detto: “I contributi te li potevi anche pagare da sola se ci tenevi tanto'”. Fabiana è una donna di trentatré anni, vive e lavora a Roma. Per tredici anni è stata commessa in un negozio ai Parioli: per tutto questo tempo ha lavorato in ‘nero’. Nonostante abbia chiesto varie volte che le venisse fatto un contratto, le è sempre stato risposto che non era possibile, che costava troppo. Questo nonostante il negozio si trovasse ai Parioli, e avesse una vasta clientela. “Il target era molto alto e io gli incassi li vedevo”, spiega Fabiana, la voce rotta dal pianto. “Sono ancora scossa per questa storia, ho lavorato anni lì dentro più di quaranta ore a settimana, sotto le feste non avevo nemmeno il giorno di riposo. Non mi sono mai lamentata, ho sempre fatto tutto quello che mi dicevano. Non meritavo questo trattamento. Dicono che i giovani non hanno voglia di lavorare, ma non è vero. È che non vogliamo essere sfruttati”.
“Lavoravo dalle 9.30 del mattino alle 19.30 di sera, con un giorno di riposo la domenica. Durante le feste invece era 7/7, e mi davano qualcosa in più in busta paga. La pausa pranzo praticamente non la facevo perché in negozio eravamo due, mangiavo un tramezzino al volo e basta. Avrei dovuto lavorare 40 ore a settimana, ne lavoravo quasi 60. Prendevo 300 euro a settimana, 1200 euro al mese”.
Dato che nel negozio lavorava solo Fabiana oltre la titolare, prendere malattia o ferie era visto come un problema. “Mi ha fatto andare a lavorare anche quando avevo il covid, non potevo prendere malattia: diceva di mettermi la mascherina e basta, altrimenti lei stava in difficoltà, non poteva fare una tirata da sola. Purtroppo a volte è capitato anche questo. Dopo qualche anno ho chiesto di più, volevo un contratto. Mi hanno alzato lo stipendio di poco, appena 100 euro, ma per quanto riguardava il contratto non se ne parlava. Ho molto insistito e voleva farmi al massimo un part time, e il resto fuori busta. Ho rifiutato”.
Dopo tredici anni, Fabiana si è stancata di questa situazione. “Mi ha detto che non avrei mai avuto un contratto regolare, quindi ho inviato il curriculum ad altri negozi. Sono stata chiamata immediatamente, e adesso sto bene. La titolare ha provato anche a farmi sentire in colpa per questa cosa, dicendo che lei il contratto me lo aveva proposto. Le ho spiegato che non era ciò che volevo io, non volevo più stare a nero. Ha risposto: ‘I contributi te li potevi anche pagare da sola se ci tenevi tanto’. Sono stata e sto ancora malissimo per queste frasi, tredici anni sono tanti da digerire. Dicono che noi giovani non vogliamo lavorare, ma non è vero. Qui le persone volonterose non vengono valorizzate”.
(da Fanpage)

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IL PARADOSSO DEGLI ELETTORI: DEMOCRAZIA SENZA PARTITI

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

PER LA GRAN PARTE DEI CITTADINI, I LEADER CONTANO PIU’ DELLE FORZE POLITICHE (UNICA ECCEZIONE IL PD)

È ormai da tempo che si è diffusa, fra i cittadini, l’idea che la democrazia senza i partiti possa funzionare. Anzi, che funzioni meglio. L’opinione è confermata da un recente sondaggio condotto da Lapolis-Università di Urbino Carlo Bo. Riflette un clima di sfiducia rafforzato, negli ultimi anni, dai cambiamenti politici e istituzionali in corso nel nostro Paese. Questi mutamenti evocano un “presidenzialismo” di fatto.
È, infatti, evidente l’importanza crescente assunta dal Capo del Governo. Dal(la) Presidente del Consiglio. Divenuto(a) il principale punto di riferimento politico e istituzionale del Paese. Un percorso de-finito attraverso la cosiddetta “riforma del premierato”, che prevede l’elezione diretta del Premier, cioè del Capo del governo. Un provvedimento approvato lo scorso giugno, insieme al decreto-legge sull’Autonomia differenziata. Iniziative che contribuiscono al mutamento dei principi della democrazia rappresentativa.
D’altronde, gli stessi “attori centrali” sono “avvolti” da un crescente clima di sfiducia. In particolare, i partiti. Da tempo, ormai, “personalizzati”. Perché le ideologie si sono indebolite. La presenza sul territorio e nella società è sfumata. Così i partiti resistono ed esistono grazie alle “persone” che danno loro un volto. Un’identità. Questo percorso riflette i mutamenti della “comunicazione”, che garantisce il rapporto fra cittadini e politica. Oggi la visibilità degli attori politici, assai più che dalla “presenza” – sostanzialmente “assente” – nella società, dipende dalla rappresentazione che propongono sui “media”. I principali strumenti della “mediazione” fra società e politica. E sui media non vanno i partiti, ma le persone, che danno loro volto e voce.
Non è un caso che oggi il 56% del campione si dica d’accordo con l’affermazione: “la democrazia può funzionare anche senza partiti politici”. Si tratta, al proposito, del grado di consenso più elevato dal 2008. Quando questa idea veniva espressa dal 38% dei cittadini (intervistati).
La distinzione più evidente emerge dall’orientamento di voto. In questo caso, peraltro, l’idea della “democrazia senza partiti” non ripercorre le tradizionali divisioni politiche. Certo, questa prospettiva è ampiamente condivisa nel Centro Destra. Tuttavia, in misura diversa, perché nella base di Forza Italia ottiene un consenso decisamente più elevato. Ma appare ampio anche fra i simpatizzanti del M5S, per ragioni “diverse”, che riflettono modelli e storie di partito “diversi”. Forza Italia, infatti, costituisce il primo esempio di “partito personale”, costruito, negli anni Novanta, da Silvio Berlusconi a propria immagine. Mentre il M5S interpreta “l’anti-partito”. Sorto (su iniziativa di Beppe Grillo) contro i partiti tradizionali. Anche se in seguito si è “adeguato”. Con divisioni e conflitti interni, di-mostrati, di recente, nel contrasto aperto fra Beppe Grillo e l’attuale Presidente, Giuseppe Conte. Accusato dal fondatore di aver tradito i principi originari della democrazia diretta, sui quali è sorto il M5S. Rimettendo in discussione nome, simbolo e il limite dei due mandati.
Sull’altro fronte si pone il PD. Oltre i 2 terzi dei suoi elettori, infatti, ritengono che “senza partiti non ci può essere democrazia”. D’altra parte, si tratta dell’erede dei due principali partiti della Prima Repubblica. La DC e il PCI. I partiti di massa che hanno accompagnato la storia del Paese fino ai primi anni ’70. Per questa ragione è “unico”, sulla scena politica attuale. Perché i suoi elettori guardano il partito senza “il filtro del capo”. Visto che la sua identità non dipende dal leader.
Questo orientamento non può coinvolgere gli altri partiti. Azione, inscindibile dalla figura di Carlo Calenda. Ma soprattutto le forze di governo. In primo luogo, la Lega di Salvini e, soprattutto, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che oggi, di fatto, è il soggetto politico di riferimento, al di là del grado di consensi che raccoglie. Perché è al centro del modello che Giovanni Sartori, maestro della Scienza Politica (di cui ricorre il centenario della nascita), definì “pluralismo polarizzato”.
Il problema, però, è che si tratta di un “polo” incerto. Come i partiti che ruotano intorno. Con una fragile identità e in costante mutamento. Insomma, viviamo in tempi di “pluralismo imperfetto”. Perché non ci sono più “muri”, a dividere la politica. Né, tantomeno, leader nei quali riconoscersi. O dis-conoscersi. Così l’unico “elemento stabile” è “l’instabilità”.
Ilvo Diamanti
(da repubblica.it)

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IL PARADOSSO DELL’ARRESTO DI DUROV: I RUSSI SI RISCOPRONO “PALADINI” DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

PUTIN HA GIOCO FACILE A STREPITARE CONTRO IL DOPPIO STANDARD DELL’OCCIDENTE. MA FU PROPRIO LUI A COSTRINGERE DUROV A VENDERE IL SOCIAL “VKONTAKTE” E POI AD ANDARE IN ESILIO A DUBAI… L’ELITE PUTINIANA TREMA DI FRONTE ALLA POSSIBILITÀ CHE DUROV CEDA I DATI DELLE CHAT: TELEGRAM È USATA DA POLITICI, UOMINI D’AFFARI E SOPRATTUTTO MILITARI RUSSI

Prima l’Fsb ha costretto Pavel Durov a vendere la sua prima creatura, VKontakte, il “Facebook russo”. Quando nel 2014 il “Mark Zuckerberg russo” ha lasciato la Federazione e ha creato Telegram, gli ha allora chiesto le chiavi di crittografia dell’applicazione di messaggistica istantanea. E dopo che Durov si è rifiutato, ha provato invano a bloccare l’app.
Le autorità russe hanno ritentato di interdire l’accesso anche il 21 agosto. Eppure, ora che il fondatore di VKontakte e Telegram è stato fermato in Francia per la mancata moderazione delle attività criminali sulla sua piattaforma di messaggistica, lanciano appelli a “tirarlo fuori”. “Un esempio di straordinaria ipocrisia”, commentano alcuni osservatori a Mosca
Tra i primi a intervenire è stato il vicepresidente della Duma ed ex candidato alla presidenza, Vladislav Davankov, […] “L’arresto potrebbe avere motivazioni politiche ed essere un mezzo per ottenere i dati personali degli utenti di Telegram. Non dobbiamo permetterlo”, ha scritto.
Intervistata dall’emittente statale Rossija24, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha fatto sapere che i diplomatici russi hanno contattato “immediatamente” la parte francese, ma che “Durov ha la cittadinanza francese e, di conseguenza, per Parigi, per la Francia, è prima di tutto un cittadino del loro Paese”
Andrej Klishas, presidente del Comitato di diritto costituzionale del Consiglio della Federazione russa, la Camera alta del Parlamento russo, ha invece descritto sarcasticamente le azioni della Francia come una “lotta per la libertà di parola e i valori europei”.
Certo, nelle reazioni ufficiali russe non manca un certo compiacimento per il fatto che Durov sia stato arrestato dai “servizi speciali” di quello stesso Occidente dove era fuggito. Come dimostrano le parole dell’ex premier e presidente, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza, Dmitrij Medvedev. “Pensava che i suoi problemi più grandi fossero in Russia e se n’è andato. Voleva essere un brillante “cittadino del mondo”, vivendo bene senza una patria. Ha fatto male i calcoli. Per tutti i nostri nemici comuni, è ancora russo e quindi imprevedibile e pericoloso. Di sangue diverso”, ha scritto concludendo: “Forse finalmente capirà che non si sceglie la propria patria, così come non si scelgono i tempi in cui si vive”
Stando ai dati del progetto Botnadzor esaminati dal media indipendente Verstka, su VKontakte si sono scatenati i bot filo-Cremlino. Soltanto nelle prime ore dopo l’arresto hanno pubblicato oltre mille commenti denunciando i “falsi valori” dell’Occidente, i “doppi standard” e la censura dell’Unione Europea, ed elogiando la “libertà di parola” in Russia e l’assenza di “censura contro i liberali”. I bot hanno anche sottolineato l’ipocrisia dei politici e della stampa occidentali che in precedenza avevano condannato Mosca per aver tentato di limitare l’accesso a Telegram.
Vista la mobilitazione delle autorità russe, c’è chi si è spinto a ipotizzare collusioni tra il Cremlino e Telegram e ad alludere anche a un incontro tra Pavel Durov e Vladimir Putin a Baku visto che entrambi si trovavano in Azerbaijan a metà agosto. Ma – al di là della smentita del Cremlino – gli analisti della ben informata newsletter economica The Bell non hanno trovato alcuna prova dell’illazione e sostengono che si tratti di nient’altro che di una teoria del complotto
In Russia intanto si corre ai ripari. Il canale Telegram Baza, considerato vicino alle forze di sicurezza, ha scritto che i dipendenti dell’amministrazione presidenziale e del governo russo, i più alti ranghi del ministero della Difesa, alcuni grandi uomini d’affari, nonché i funzionari di alcune forze dell’ordine hanno ricevuto istruzioni di cancellare la loro corrispondenza ufficiale dall’app. E la capa di Rt, ex Russia Today, Margarita Simonyan ha invitato tutti a farlo. Si teme che, da qui al blocco dell’applicazione a livello statale in quanto compromesso e non sicuro, il passo sia oramai breve.
Anche perché su Telegram non viaggiano soltanto le invettive di Medvedev o di Zakharova, ma anche le comunicazioni dell’esercito russo. Il propagandista del canale Vgtrk Andrej Medvedev ha definito Telegram “il principale messaggero dell’attuale guerra” e “un’alternativa alle comunicazioni militari chiuse”.
(da editorialedomani)

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TRATTORIA MELONI IN ALBANIA, COSA C’ENTRANO L’HOTSPOT PER I MIGRANTI E LE NAVI DELL’IMPRENDITORE GJERGJ LUCA?

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

ECCO TUTTE LE DOMANDE A CUI DOVREBBERO RISPONDERE GIORGIA E RAMA

Ulteriori sviluppi sul caso del proprietario di Trattoria Meloni, diventata famosa in Italia per un servizio mandato in onda dal Tg4 e poi ripreso da tutte le testate, ma senza verificare le gravi accuse di cui deve rispondere il titolare.
Secondo la stampa albanese, oltre al traffico di droga, la distrazione di fondi europei e il furto, ci sarebbero di mezzo anche alcuni affari nel famoso hotspot per i migranti di Shengjin, nel nord del Paese delle aquile, finanziato dall’Italia.
Ecco cosa sappiamo per certo e tutte le domande a cui dovrebbero rispondere i premier Giorgia Meloni e Edi Rama…
Il caso della Trattoria Meloni e delle accuse lanciate al suo proprietario solleva diverse perplessità anche da noi, e diventa necessario farsi delle domande in più.
Anche perché il caso, secondo i media albanesi che hanno alzato il polverone, riguarderebbe anche l’hotspot aperto dall’Italia a Shengjin. Vediamo come. Alcuni giornali albanesi a luglio di quest’anno hanno lanciato un’indiscrezione secondo cui il proprietario del ristorante, Gjergj Luca, utilizzerebbe 5 navi di ispezione donate dal Giappone all’Albania nell’ambito di un accordo di cooperazione per propri scopi personali. Nello specifico, queste 5 navi che sarebbero state donate al Ministero dell’agricoltura albanese, sarebbero state successivamente concesse a Luca, il quale le avrebbe poi registrate a nome della sua società quindi utilizzate per attività come la pesca e il trasporto.
Il ristoratore sarebbe stato presentato alle autorità giapponesi come un rappresentante del ministero, ottenendo il beneficio di utilizzo delle imbarcazioni. Il tutto sembra suggellato da un post pubblicato su Instagram dallo stesso imprenditore, in cui mostra le immagini dei giapponesi nel suo ristorante e in cui ringrazia il Giappone per tutto quello che sta facendo per l’Albania e per la sua società, Rozafa.
Il problema grosso è che, sempre secondo le indiscrezioni riportate dal giornale che parla esplicitamente di “informazioni preliminari”, le suddette navi giapponesi potrebbero essere utilizzate anche per il trasporto di migranti. Sarebbe un cortocircuito grosso, se le voci venissero confermate. Ma che indizi ci sono?
Partiamo dalle certezze italiane. L’articolo 3, comma 7 del documento di Ratifica ed esecuzione del Protocollo Italia-Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria del 19 gennaio 2024 prevede che “per l’attuazione del Protocollo, le amministrazioni pubbliche sono autorizzate alla stipulazione e all’esecuzione di contratti o convenzioni di appalto di lavori, servizi o forniture, anche in deroga alla normativa vigente”.
Questo renderebbe possibile, anche se non certo, l’utilizzo dei pescherecci come navi da trasporto. Ma la questione delle navi è centrale e problematica per i governi che hanno stipulato il contratto perché, come risulta dalle consultazioni preliminari di mercato pubblicate dal Viminale il 28 maggio 2024, il costo complessivo del noleggio ammonta a un massimale di 13,5 milioni di euro, pari a 150mila euro al giorno. Una bella spesa, ma non è ancora stato pubblicato nessun decreto di aggiudicazione, quindi non è ancora specificato quali navi verranno utilizzate.
Alcuni collegamenti però lasciano immaginare che la possibilità aperta dai media albanesi non sia poi così remota, e che potrebbero essere proprio le navi di Luca a vincere l’appalto, ovvero che siano in grado di trasportare circa 300 passeggeri, 200 migranti più 100 operatori, e che siano dotate di un minimo di 50 cabine, ciascuna con al massimo due posti letto e un pescaggio minore di 5 metri, adeguato ad ormeggiare presso il porto di Shengjin.
Innanzitutto, Gjergj Luca risulta essere molto attivo a Shengjin, la città dell’hotspot nel nord dell’Albania. La trattoria dedicata a Giorgia Meloni è stata aperta proprio qui.
Altri media riportano poi la sua vicinanza e amicizia, peraltro da lui stesso esibita, con il premier albanese Edi Rama, che a sua volta in ottime relazioni con Giorgia Meloni.
A quanto si dice, poi, Luca avrebbe anche supportato la campagna elettorale di Rama, ricevendo diversi favori in cambio. Tutto questo, unito alle sue capacità imprenditoriali, potrebbero portare con buone probabilità Gjergj Luca a gestire il trasporto verso l’hotspot. Magari non a vincere l’appalto, ma a lavorare in deroga, come previsto dall’accordo stesso.
Tutto al momento rimane soltanto una suggestione, per forza di cose, e gli stessi media albanesi parlano di soffiata senza apportare prove decisive. Ma le domande rimangono.
Servirebbe quantomeno una smentita ufficiale, da parte dei governi e dell’imprenditore.
Davvero potrebbero essere le sue navi a trasportare i migranti del centro finanziato dall’Italia? La premier Meloni, ora che sono emerse le accuse all’imprenditore che gli ha dedicato un ristorante, non dovrebbe quantomeno prendere le distanze?
Jacopo Tona
(da mowmag.com)

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STUDENTI CONTRO TURISTI, QUANTO COSTA UN POSTO LETTO NELLE CITTA’ ITALIANE: “MI PROPONGONO GARAGE E CANTINE”

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

DAI 600 EURO DI MEDIA A MILANO AI QUASI 300 DI PALERMO… “IL PADRONE DI CASA CON L’AFFITTO BREVE GUADAGNA IL DOPPIO”… IL GRANDE ASSENTE E’ LO STATO CHE NON FA UNA MAZZA PER TUTELARE I NOSTRI GIOVANI

Con l’estate ormai agli sgoccioli universitari e lavoratori tornano a popolare le città che hanno destinato come luogo delle loro attività. Ma una sfida si rinnova ogni anno: quella di trovare un tetto sotto il quale dormire senza spendere un patrimonio. Un fenomeno visto anche in Spagna. L’impresa però è ardua: un posto letto a Milano in zona universitaria costa in media 637 euro, a Bologna 506, a Roma 503. Ad accrescere le difficoltà la decisione di molti proprietari di casa di rendere disponibili le proprie abitazioni ad affitti brevi su piattaforme come Airbnb: «Così guadagna il doppio», spiega una precaria sentita da Repubblica.
I numeri degli affitti brevi
Nella nostra penisola gli affitti brevi sono in tutto 620mila. Dieci anni fa erano circa 89mila. In compenso le case sfitte, secondo stime Istat, raggiungono quota 10 milioni. Ma nonostante questi numeri l’aumento degli annunci nei siti come Airbnb che permettono ai turisti di alloggiare per qualche giorno nelle città più rinomate comporta un conseguente aumento degli affitti. A dirlo è uno studio del think tank Tortuga: una crescita dell’1% delle inserzioni su Airbnb comporta un innalzamento degli affitti del 5,7%. E a pagarne le spese sono gli universitari in cerca di una abitazione per studiare spesso lontano da casa o giovani lavoratori. «Gli affitti brevi ci rubano le case», lamentano gli universitari. Che non hanno neanche un sostegno dal pubblico: i fuorisede sono in tutto 830mila, ma gli studentati hanno solo 50mila posti.
I prezzi
A Napoli e a Firenze il prezzo di una singola per studenti è aumentato del 16%. Il responsabile italiano di Airbnb, Giacomo Trovato, riconosce anche le necessità del libero mercato: «Gli studenti sono una residenzialità specifica, la loro aspettativa è avere affitti a prezzi sussidiati, ma il libero mercato non può arrivare alla soluzione, non si può chiedere a un proprietario di affittare sottocosto». Ilaria Lamera, simbolo delle proteste studentesche contro il caro affitti con la sua tenda davanti al Politecnico di Milano, è tornata a casa, ad Alzano Lombardo, per risparmiare 600 euro al mese.
«Mi hanno proposto garage e sgabuzzini»
Tra le storie più incredibili raccontate dagli universitari a Repubblica c’è quella di Pablo Pipestem. Incredibile, ma è l’ordinario ormai in città universitarie come Bologna: «Passo le giornate sulle pagine Facebook dedicate alla ricerca di posti letto anche perché, appena arriva un annuncio “buono”, rispondono una ventina di studenti interessati e tra quelli uno che la prende c’è sempre, spesso è il primo. Parliamo di dieci minuti di tempo tra la pubblicazione dell’annuncio valido e il momento in cui sparisce». A Bologna studia Scienze politiche, prima aveva un contratto da 290 euro al mese per una stanza singola fuori dal centro in una casa condivisa con altri ragazzi. Il contratto è scaduto ed è alla ricerca di nuove soluzioni. Ma le offerte non scendono sotto i 500 euro al mese.
Il B&B
Che sia una stanza minuscola in periferia o una più vicina all’università, i proprietari si sono tutti adeguati a quella cifra. Sanno che prima o poi, con la fame di posti letto che c’è a Bologna, l’affitteranno. Per cinquecento euro, a cui vanno aggiunti i soldi per vivere, vorrei almeno un alloggio decente. E gli è stato proposto di tutto: «Garage trasformati in stanze per studenti, dove si vive praticamente in cantina, un paio di camere senza finestra, un appartamento che era in realtà un b&b, con ospiti che potevano cambiare ogni notte».
(da agenzie)

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FRANCIA, MELENCHON PREPARA UNA MOZIONE DI DESTITUZIONE NEI CONFRONTI DI MACRON

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

L’ACCUSA: “INADEMPIMENTO DEI SUOI DOVERI”

L’aveva annunciato e manterrà la promessa dopo il nulla di fatto delle consultazioni con il presidente francese Emmanuel Macron. Jean-Luc Mélenchon, leader del partito politico di estrema sinistra La France Insoumise, presenterà una mozione di destituzione o licenziamento alla presidenza dell’Assemblea nazionale proprio contro il capo dello Stato. Lo ha comunicato su X, prima Twitter, con un post: «Il Presidente della Repubblica ha appena creato una situazione eccezionalmente grave. La risposta popolare e politica deve essere rapida e ferma. Verrà depositata la mozione».
Il provvedimento permette di revocare la nomina del presidente «in caso di inadempimento dei suoi doveri manifestamente incompatibile con l’esercizio del suo mandato», come specifica l’articolo 68 della Costituzione francese.
Non solo. La coalizione di sinistra del Nouveau Front Populaire, di cui fa parte La France Insoumise, si opporrà a qualsiasi tentativo di creare una maggioranza di destra in seno al parlamento: «Censureremo ogni estensione del macronismo. Non saremo ausiliari di un sistema morente. Non è immaginabile, mentre tre tornate di votazioni europee e legislative hanno confermato la voglia di cambiamento dei francesi, che domani saremo noi a permettere che il potere attuale continui», ha spiegato il leader dei socialisti francesi Olivier Faure ai microfoni di France 2. Macron infatti dopo il fallimento delle consultazioni si era rivolto ai socialisti, agli ecologisti e al PCF per provare a formare con loro una coalizione più ampia che dalla sinistra andasse alla destra di Eric Ciotti, passando dal partito del presidente.
«Voi chiedete ai socialisti di essere gli ausiliari del morente macronismo? La risposta per me è semplice e chiara: no», ha chiosato Faure.
Stessa chiusura da parte di Melenchon sempre nel suo post su X: «Quando arriverà il momento, arriverà la censura da parte di un governo di destra. Ma le organizzazioni impegnate nella difesa della democrazia dovrebbero avviare una risposta congiunta».
Oggi nuove consultazioni
Secondo quanto riporta la France Presse oggi, martedì 27 agosto, inizierà un nuovo giro di consultazioni. Ma non saranno presenti il La France Insoumise, il Rn di Jordan Bardella e Ciotti, il deputato ex repubblicano alleato di Marine Le Pen. Macron dovrebbe sentire anche «personalità distinte per l’esperienza del servizio statale e della Repubblica».
Eppure al presidente francese la coalizione di sinistra aveva presentato un profilo simile con l’economista Lucie Castets, bocciata durante le consultazioni. Castets ha inoltre annunciato che continuerà il suo lavoro da pontiere: «Continuerò personalmente a mobilitarmi per incarnare l’unione della sinistra. Sono molto preoccupata e molto arrabbiata. È una negazione della democrazia», ha detto a France Inter sull’esito delle consultazioni.
(da agenzie)

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LA RIDER: “MULTATA DALL’ALGORITMO PERCHE’ LENTA. RITMI INFATTIBILI, VENITE IN BICI CON NOI…”

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

BRUNA, RIDER DA 8 ANNI: “LA SANZIONE CON UNA RACCOMANDATA, MA NON LASCERO’ QUESTO LAVORO, LO ADORO”

«Ho aperto una raccomandata e ho scoperto che l’azienda mi voleva multare perché non ero andata abbastanza veloce nel fare le consegne». Bruna, 33 anni, è la rider multata per la velocità media troppo bassa.
Il paradosso dell’algoritmo: pretende dai rider di Just Eat prestazioni «come Pogacar al Giro d’Italia»
Come ha reagito a quella raccomandata?
«Sono rimasta disorientata, senza capire. Faccio questo lavoro da 8 anni, da quando sono arrivata in Italia dal Brasile. Da 5 anni sono con Just Eat, da 3 con contratto regolare. Ci sono rimasta male, sapevo che le sanzioni stavano arrivando ad altri colleghi che cercavo di aiutare, facendo parte della Cgil. Una grande amarezza, soprattutto perché mi sono sentita un po’ tradita dall’azienda visto che ho sempre cercato di lavorare al meglio, questo lavoro mi piace. Avevo parlato coi responsabili di Firenze a maggio e mi avevano già detto che ero sotto la media, ma avevo replicato che andare più veloce per me era impossibile. Mi sono resa disponibile di ascoltare qualsiasi suggerimento di come migliorare il mio lavoro».
Qual è la velocità richiesta
«La mia velocità media si aggira intorno ai 15km/h, quella che mi veniva richiesta per quelle consegne era tra i 21 e i 26 km/h, in bicicletta è praticamente impossibile. Forse chi fa il Giro d’Italia… ma non hanno cassoni con il cibo da trasportare, né semafori. Inoltre, la velocità richiesta va oltre i limiti consentiti delle biciclette elettriche che arrivano fino a 25 chilometri orari. E poi io non posso andare velocissima perché ho piccoli problemi fisici».
Che tipo di problemi?
«Da bambina sono caduta battendo forte la schiena e mi è rimasta una specie di ernia. E ho un problema al ginocchio, che spesso mi fa male quando faccio le salite. Per non parlare dei sanpietrini nelle vie del centro di Firenze, che mi provocano dolori alla schiena».
E quindi come ha reagito alla lettera con la multa?
«Ho chiamato il sindacato per informarli della raccomandata ricevuta, loro mi hanno suggerito di rispondere con una mia lettera all’azienda. Ho scritto la lettera, ma non è servito a niente, perché credo che neppure l’abbiano letta».
Come fa a dirlo?
«Perché mi hanno risposto con una missiva con un testo pre-impostato di una lettera disciplinare, e che mi avrebbero scalato tre ore di lavoro. Mi sono sentita nuovamente frustrata, anche perché ho impiegato un pomeriggio a scrivere quella lettera».
Non ha contattato direttamente i suoi datori di lavoro?
«No, perché so quali sarebbero state le persone con cui avrei parlato. Avevo già parlato con loro a maggio, e mi avevano già comunicato che lavoravo troppo lentamente per i loro standard».
Ma non c’è qualcosa che vorrebbe dire loro?
«Di venire in bici con noi per rendersi conto di persona che quello che ci chiedono non è fattibile. E un’altra cosa: non siamo macchine, siamo esseri umani, e il nostro lavoro non può essere regolato soltanto da un algoritmo. Ogni consegna è unica e abbiamo pochissimo controllo mentre siamo in sella, tipo sulla presenza di altri mezzi, le condizioni della strada, del traffico…»
È arrabbiata?
«La rabbia non ha senso, ma sono frustrata per il fatto che proviamo a spiegare il nostro punto di vista ma sembra che nessuno ci ascolti».
E ora, cambierà lavoro?
«No, adoro questo lavoro perché mi permette di stare all’aria aperta. Per mantenermi faccio un secondo lavoro che mi mette a costante contatto col pubblico, ed è stancante, seppur in un modo diverso rispetto al rider».
Se dovessero arrivarle altre lettere?
«Proverò a continuare a respingerle e proverò a comprarmi una batteria elettrica per andare più veloce, ma non sarà semplice perché costa oltre la metà dello stipendio mensile da rider. Prima devo pensare a fare la spesa».
Come giudica l’azienda?
«Mi auguro che quello che viene messo in atto nei miei confronti e di altri colleghi non sia mobbing. Voglio credere che le persone siano buone e stiano provando a fare il loro lavoro al meglio, così come lo faccio io».
(da Il Corriere della Sera)

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OVERTOURISM? UN’ILLUSIONE OTTICA: I PREZZI AUMENTANO, I SOLDI STANNO FINENDO E GLI ITALIANI RESTANO A CASA

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

IL CALO DI PRESENZE ITALIANE E’ NETTO E A LUGLIO E AGOSTO SI E’ ACCENTUATO: NON CI SONO PIU’ SOLDI

Si fa un gran parlare di overtourism, anglicismo che più prosaicamente possiamo tradurre con l’invasione di città bellissime, mortificate da orde di truppe cammellate di turisti, con i panini plastificati pronti nello zaino, scarrozzati da autobus inquinanti e condotti alla meta da guide con ombrellino e microfono. Si segnala, dunque, il numero chiuso a Venezia, una Firenze sotto assedio e il Mortadella Gate di Bologna (all’estero anche Barcellona e Amsterdam non stanno benissimo). L’inevitabile clamore mediatico rischia di creare una falsa impressione, e cioè che gli italiani siano felici e spensierati e pieni di soldi e viaggino e spendano come non mai. Non è così, purtroppo. Dietro l’overtourism, fenomeno che riguarda soprattutto gli stranieri, c’è un’economia che zoppica, un potere d’acquisto che è precipitato, italiani che viaggiano sempre di meno e una crisi della ristorazione che ancora non è percepita appieno.
I turisti? Soprattutto stranieri
Si è scritto che quest’anno c’è stato un aumento del turismo in Italia. Vero, anche se i dati non sempre coincidono. Peccato che si tratti solo di stranieri, soprattutto americani: rispetto al 2023 ci sarà il 4 per cento di presenze in più dall’estero. Ma il calo di presenze italiane è netto e a luglio e agosto si è accentuato. I motivi sono tanti e proveremo a spiegarli, ma la causa primaria si può riassumere facilmente: non ci sono più soldi. Il potere d’acquisto è crollato, i prezzi delle materie prime e dei servizi sono lievitati. Dopo l’anno d’oro post Covid quando, sull’onda dell’entusiasmo per la ritrovata libertà, si usciva, si viaggiava e si mangiava a quattro palmenti, ora è tornata la frugalità. Non come stile di vita, ma come necessità di cassa.
Il calo nelle città e al mare
I dati vanno letti con attenzione. Perché il calo di luglio e agosto del turismo interno riguarda soprattutto le località balneari e le grandi città. Impossibile non ipotizzare che c’entri il cambiamento climatico, con il clima torrido che spinge verso luoghi più freschi (è il momento di investire in montagna) e svuota le città. L’onda lunga dell’inflazione, come dice con metafora quasi estiva il Sole 24 Ore, ha però un ruolo fondamentale. Ci sono città che soffrono di più. Napoli segna un – 20%. Agrigento – 25%. In Liguria le presenze sono calate del 5 % e, quel che è peggio, sono calati i consumi di chi arriva. Alcune città hanno una situazione particolare, ma che si iscrive in una crisi più generale: ad Alghero le vendite dei fornitori e grossisti di alimenti e bevande hanno subito una contrazione che varia dal 25% al 37%. E Bologna? La città messa nel mirino da Ilaria Maria Sala in un pezzo per il New York Times, che parlava di overtourism e dittatura della mortadella di bassa qualità, è in crisi pure lei: i ristoranti del centro sono vuoti, si accusa il gran caldo ma forse non è solo quello.
Quanto pesa il caro vita
Il problema è che il costo della vita è aumentato. Non sono solo rincari percepiti, lamentele cicliche e localizzate. Per quanto riguarda le vacanze, affittare un ombrellone con lettino è costato un 4% in più, il trasporto marittimo è a +11,4%, i pacchetti vacanza a +2,8% (dati Codacons). Il settore del turismo è ad alto rischio default, come segnala uno studio del Crif: le imprese del turismo registrano un tasso minore di pagatori puntuali (20%) e un numero maggiore di pagatori con grave ritardo (17,4%).
La ristorazione che soffre
E Roma? I titoli parlano di «boom del turismo» ma, se si legge anche il resto degli articoli, la prospettiva cambia. Guardiamo alla ristorazione: con il «boom del turismo», dovrebbe andare a gonfie vele. E invece, rispetto all’agosto del 2023, i ristoranti hanno avuto un calo di prenotazioni del 13 per cento. A estate finita si faranno i conti, ma i gestori ce li hanno già ora e non sono affatto positivi. Del resto, allargando la vista a tutto il territorio nazionale, nel 2024 il numero di attività di ristorazione registrate è diminuito per il terzo anno consecutivo, passando dalle 392.535 del 2022 a 387.583 (-1,2%) nel 2023. Per il secondo anno di fila, è calato anche il numero di quelle attive: da 335.817 a 331.888, con un saldo di -3.929 (-1,16%). Bene, dirà qualcuno, c’erano troppi locali. Ma se diminuiscono i ristoranti, e crollano le entrate, non è un problema solo dei proprietari. È l’indice di un minore potere d’acquisto degli italiani.
(da agenzie)

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