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MILANO, LA VETRINA DELLA LIBRERIA HOEPLI SVUOTATA DAL CLIENTE MISTERIOSO: 200 LIBRI COMPRATI PER 10.000 EURO

Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile

“SCUSATE, ABBIAMO VENDUTO TUTTO”… MATTEO HOEPLI: “UN EPISODIO ECCEZIONALE, LO RACCONTERO’ AI MIEI NIPOTI”

Giovedì 22 agosto ore 17.30. In una Milano semideserta un uomo distinto è entrato nella libreria Hoepli e ha acquistato tutti i libri esposti in vetrina: oltre 200 volumi per un costo di circa 10 mila euro. «Una vendita eccezionale — racconta Matteo Hoepli, presente in negozio al momento dell’acquisto —. Sono rimasto stupito e ho trovato geniale l’idea che qualcuno possa ritenere una vetrina talmente bella da volerla comprare per intero. Parliamo oltretutto di uno spazio di 5 metri di lunghezza per 3 di altezza». Il cliente si è rivolto direttamente alla cassiera che, in un primo momento, non riusciva a capire la richiesta sui generis.
«Poi abbiamo iniziato a svuotare la vetrina — sottolinea Manuela Stefanelli, direttrice della libreria — prima disponendo i libri nelle ceste e poi in borse di tela. Abbiamo anche chiesto al cliente se preferiva metterli in scatoloni di cartone più comodi per il trasporto, ma ha declinato l’offerta».
Un’operazione che è durata circa un’ora poi, aiutato da un’assistente, l’acquirente ha chiamato un taxi per farsi portare le opere a casa: consegna nel centro di Milano. Un cliente rimasto però misterioso. «Affabile e simpatico — prosegue Hoepli — ma di poche parole. Forse si è trasferito da poco a Milano, mi ha solo detto che gli avevano indicato la nostra libreria per acquistare dei volumi. Sarei curioso di conoscerlo meglio, mi è sembrata una persona molto interessante».
La vetrina prescelta è quella più varia culturalmente, con una selezione di volumi che spaziano dalla storia dell’arte alla fotografia, da saggi di attualità e storia sia in italiano sua in inglese.
Dunque cosa ha comprato? Il più costoso è il volume «Bruce Springsteen, Lynn Goldsmith–Limited Edition» edito da Taschen del valore di 600 euro, poi «Carol Rama. Catalogo ragionato 1936-2005» edito da Skira al costo di 350 euro, «Bulgari–Beyond time» edito da Assouline di 250 euro e «Valentino» di Franco Maria Ricci di 180 euro. Tra i più economici «Un eroe borghese» di Corrado Stajano, prezzo di copertina 12 euro.
«L’altro aspetto che ci ha sorpreso — evidenzia Stefanelli — è che non ha chiesto alcuno sconto e ha pagato l’intero importo di circa 10.000 euro con carta di credito». Un bel segnale per il mondo della cultura e per le librerie.
«Questo episodio — dice Hoepli — ci ha insegnato che non sai mai quello che può capitare. Io rappresento la quinta generazione di un’azienda familiare e non ricordo un episodio così eccezionale nei racconti dei miei nonni o bisnonni. Ora lo racconterò ai miei figli e nipoti». Inoltre la vendita è stata anche motivo di orgoglio: «Devo fare grandi complimenti ai miei librai», aggiunge Matteo Hoepli. Infine, la decisione di lasciare la vetrina vuota dopo la clamorosa vendita: «Era un evento eccezionale e andava festeggiato così abbiamo deciso di mettere un cartello con scritto: “Scusate, abbiamo venduto tutto”».
(da Il Corriere della Sera)

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INTERVISTA A OLIVIERO TOSCANI: “HO UNA MALATTIA INCURABILE, L’AMILOIDOSI. HO PERSO 40 CHILI IN UN ANNO, NON TEMO LA MORTE, VIVERE COSI’ NON MI INTERESSA”

Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile

IL GRANDE FOTOGRAFO: “MI SONO LIBERATO DI TUTTO, MI PENTO SOLO DI CIO’ CHE NON HO FATTO”

Oliviero Toscani, come sta?
«In un modo come non sono mai stato prima. Sto vivendo un’altra vita. Vengo da una generazione, quella di Bob Dylan, dove eravamo forever young, il pensiero di invecchiare proprio non c’era. Fino al giorno prima di essere così, lavoravo come se avessi 30 anni. Poi una mattina mi sono svegliato e all’improvviso ne avevo 80».
Quando è successo?
«Un po’ prima di un anno fa. Alla fine di giugno mi sono svegliato con le gambe gonfie, ero in Val d’Orcia. Ho cominciato a fare fatica a camminare. All’ospedale mi hanno diagnosticato un problema al cuore. A fine agosto sono andato a Pisa al Santa Chiara e da lì al Cisanello, dove avevamo deciso la data dell’operazione al cuore, intorno al 20 settembre».
E invece
«È venuto a trovarmi il mio amico Francesco Merlo con suo cugino, cardiologo al Giovanni XXIII di Bergamo: un medico incredibile. Mi ha fatto andare su da loro per altri esami e hanno subito chiamato il dottor Michele Emdin a Pisa, specializzato nella malattia che pensavano avessi: l’amiloidosi. In pratica le proteine si depositano su certi punti vitali e bloccano il corpo. E si muore. Non c’è cura».
Lei però si sta curando.
«È una cura sperimentale, faccio da cavia. A ottobre ho anche preso una polmonite virale e il Covid, mi hanno tirato per i capelli. Penso di essere stato anche morto, per qualche minuto: ricordo una cosa astratta di colori un po’ psichedelici. Quando sto male e ho la febbre riesco a immaginare cose fantastiche… In un anno ho perso 40 chili. Neppure il vino riesco più a bere: il sapore è alterato dai medicinali».
Ogni cosa è illuminata da una consapevolezza irrevocabile nella «tana del lupo», come Oliviero Toscani chiama questa dependance nella Maremma Toscana dove si trasferisce quando non c’è la moglie Kirsti, l’amore di una vita e la madre dei suoi tre figli più giovani, Rocco, Lola e Ali (come Muhammad Ali).
In una stanza grandeggiano poster introvabili delle mostre di Duchamp e di Müller-Brockmann, sei bici da corsa che non usa più («le altre otto sono nel garage»), una sua foto di John Lennon e Paul McCartney al Vigorelli di Milano, lui con Andy Warhol, Fellini, Clinton e Fidel Castro, un orrendo orologio a cucù dono di un compagno di studi all’Università delle Arti di Zurigo («gli chiesi il più brutto»).
Nell’altra ci sono un lettino per la fisioterapia, il tapis roulant, la cyclette, un attrezzo per il sollevamento pesi, una spalliera svedese e il letto, con alle spalle la Guernica di Picasso; oltre ai libri fotografici, immagini iconiche, il didietro di chi mi ama mi segua. Tra la mattina e il pomeriggio si alternano due sessioni di fisioterapia, prima con Doriano, poi con Alessandro. Toscani indossa una maglietta del Mit di Boston, dove ha insegnato comunicazione, e una collanina di perline nere e azzurre che gli ha fatto il nipote. Si muove con le stampelle, sul petto il pacemaker sporge come una medaglia al valore. Parla con fatica.
Nell’autobiografia «Ne ho fatte di tutti i colori» scrive che nella tragedia c’è la bellezza. Dove la trova, nella sua personale tragedia?
«Mi viene da ridere: la bellezza è che non avevo mai pensato di trovarmi in questa situazione, è una nuova situazione che va affrontata. La bellezza è che non ti interessano più patria, famiglia e proprietà, la rovina dell’uomo».
Per quale foto vuole essere ricordato?
«Per l’insieme, per l’impegno. Non è un’immagine che ti fa la storia, è una scelta etica, estetica, politica da fare con il proprio lavoro».
Di quale è più orgoglioso?
«Non sono orgoglioso di natura, perché tutto potrebbe essere fatto meglio. Forse tengo molto al lavoro a Sant’Anna di Stazzema».
Chi glielo commissionò?
«Mi chiamò il sindaco e disse: “Tra poco saranno i 60 anni dall’eccidio e non ci sono immagini”. E io: “Dopo 60 anni trovarne è dura”. Lui: “Se lei è davvero così bravo non dovrebbero esserci problemi”. E riattaccò, ’sto stronzo. Però mi intrigò. Andai nell’unico bar e l’oste mi suggerì di parlare con il signore che stava entrando. Era Enrico Pieri: nell’eccidio aveva perso tutta la famiglia, era un bambino. Lì ho capito che si poteva fare qualcosa. È l’unico servizio che ho fatto tutto in bianco e nero, a spese mie. È la fotografia applicata nel modo giusto ed è l’unico documento di Sant’Anna».
Ha ancora voglia di fotografare?
«No, mi sono liberato di tutto. È questa la bellezza».
Ha paura di morire?
«No, non ho paura. Basta che non faccia male. E poi ho vissuto troppo e troppo bene, sono viziatissimo. Non ho mai avuto un padrone, uno stipendio, sono sempre stato libero».
Ha sedici nipoti. Si ricorda i nomi?
«No. Se ci penso un po’, sì. Sono tutti di nazionalità diversa: francesi, americani, svedesi, norvegesi…».
E i nomi dei suoi figli?
«Il primo è Alexandre, francese, ha 4 figlie. Poi ci sono le due sorelle svedesi, Olivia e Sabina, che hanno tre figli ciascuno. Infine Rocco, Lola e Ali, che hanno due figli a testa».
Chi le somiglia di più?
«Rocco fisicamente. Come carattere forse Lola: non sta mai ferma».
Sanno che non sta bene?
«Sì».
Sono venuti a trovarla?
«Sì».
Anche Olivia, che in una lettera al «Corriere» scrisse cose molto dure su di lei?
«Quello è stato un imbroglio, Olivia è in rotta con tutta la famiglia: la sera ti dice ti voglio bene e il giorno dopo ti manda una mail feroce. Ci sono rimasto molto male quando l’ho letta perché ha detto cose non vere. Comunque anche lei è venuta a trovarmi all’ospedale, due volte».§
Vede ancora le loro madri?
«Preferisco di no. Non è vero che si rimane amici, sono tutte balle».
Kirsti come ha preso la malattia?
«Male, è entrata in crisi. Adesso è partita per andare a trovare Ali a Santo Domingo».
Perché non le ha chiesto di restare?
«Io da solo sto bene. E poi non posso coinvolgere e condizionare tutti nella mia malattia. Kirsti è un “essere umano” molto buono, conciliante e positivo. È raro».
Perché ora ride
«È John Lennon che disse che la vita è quello che ti succede mentre fai altro? Quando ho detto al mio amico Luciano Benetton che avevo una malattia rara lui mi ha risposto: “Oliviero, tu sei nato con una malattia rara!”».
È venuto a trovarla?
«Ci sentiamo due volte alla settimana, ma non voglio che venga. È impegnativa per me una roba così».
Più di un’intervista?
Resta in silenzio. Poi: «Quando lavoravo in Benetton i veri nemici erano i manager. All’infuori di Luciano, tutti gli altri mi odiavano. Ora mi ha detto: “Avevi ragione tu su di loro”».
Si riferisce al Ponte Morandi?
«Quella è stata una cosa schifosa. Quel Mion lì ha dichiarato di non aver detto niente per paura di perdere il lavoro! Lo prenderei a calci».
A chi si sente più grato?
«Ho imparato da tanta gente speciale. Sicuramente da Don Milani, da Muhammad Ali e da Bob Dylan. A volte una frase, anche di una canzone, è più importante di tanti libri. Oggi mi ha scritto uno studente inglese e mi ha chiesto se nella fotografia la parte artistica è stata alterata dal mio impegno etico. Ma la fotografia è impegno etico! A me non frega niente dell’estetica fotografica. La Guernica di Picasso ha un’incredibile estetica, ma ha soprattutto una forza sociale di memoria e impegno».
Cosa le dà piacere in queste giornate?
«Leggo, guardo in tv l’Inter e certe squadre inglesi. E poi c’è Sinner, che mi dà sollievo nella vita. Ora sono tutti gelosi e invidiosi di lui: tipico degli italiani. Imparerà presto chi sono i veri amici e chi no».
Come lo fotograferebbe?
«Non mentre gioca a tennis. Si vede dallo sguardo che è un ragazzo profondo. Devi fermare quell’attimo lì negli occhi, esprime onestà e capacità. Sinner non è italiano. L’italianità è Fabrizio Corona, è imbrogliona, mafiosa».
Non è troppo severo?
«Quando penso alla nostra reputazione storica… Siamo ricordati perché eravamo fascisti. Pensi agli americani e a cosa hanno fatto. Eppure hanno un’ottima reputazione fatta da cowboy e indiani. Noi siamo inaffidabili come Alberto Sordi».
Cosa c’è dopo, se lo chiede?
«Non mi interessa. Sono a posto con il padreterno, io».
Non spera nemmeno di incontrare sua madre Dolores?
«È una bella fantasia, ma io non ne ho abbastanza per coltivarla. Se la incontrassi adesso sarei più grande di lei. Non era espansiva, mi avrà dato 50 baci in tutta la vita. Mi diceva stai attento, e dal tono capivo cosa intendesse. Era figlia di uno che ha contestato il fascismo e ha bevuto non sa quanto olio di ricino. Sfortunatamente non ho conosciuto mio nonno».
Suo padre Fedele ha fotografato il Duce sia da vivo che da morto.
«A quei tempi non c’era la tv, c’era il Corriere della Sera, dove lui lavorava».
Lo ammirava?
«Sì, non mi sono mai sentito un artista o superiore per quello che facevo. Poi figuriamoci di mio padre. Quando ho finito la scuola, nel 1965, mi sono reso conto che la fotografia di reportage era finita e che ne stava nascendo una più raffinata, nei giornali di moda e di design».
Come le venne in mente di regalare una mountain bike a Fidel Castro?
«Era Benetton. Con Luciano andammo a trovarlo e suggerii di portargliene una. Lui ci chiese il perché e io risposi: “Per tornare in montagna a fare la rivoluzione”. Era carismatico».
Ad Anna Wintour, invece, suggerì di cercarsi un bravo psichiatra.
Ride. «Porina, faceva una pena. Ancora adesso me la fa. Poi un giorno mi chiamò e disse: “Sai che lo psichiatra l’ho trovato e me lo sposo?”. E mi invitò a cena con loro. Lavorava per il New York Magazine, abbiamo fatto tanti viaggi insieme. Poi lei è diventata famosissima e non saluta più nessuno, anche con me fa fatica».
Perché tiene un cartonato della Bellucci?
«Guardi dietro, c’è la sua dedica: è una mia foto. Mi è grata, la portai io a Parigi, aveva 17 anni. Ma lei era già la Bellucci, piena di energia».
Quando è stato al mare l’ultima volta?
«L’anno scorso, prima di ammalarmi».
Ha un mare del cuore?
«No. O forse sì: il lido dove andavo in colonia a Cesenatico. Ero il bambino numero 287, mamma me lo cuciva addosso. Lo uso ancora nei lucchetti delle valigie o dove serve».
In quella foto lei e Aldo Coppola avete un sorriso bellissimo.
«Eravamo amici fraterni, nati nello stesso quartiere a Milano, lui figlio del barbiere, io del fotografo. Giocavamo in corso Como: al 10 c’era il deposito della Coca Cola, noi andavamo a pulire le bottiglie e loro ce ne regalavano qualcuna. Era sfruttamento minorile». Ride.
Cosa la fa ancora arrabbiare?
«La Meloni con il suo vittimismo! Una che non sa dire “sono anti fascista” che cos’è? Non sono capaci di governare, non hanno nessuna scusa. Ma gli italiani sono fatti così. Guardi in America come si ribellano. In un mese viene fuori l’entusiasmo, la creatività…».
Il momento più bello della sua vita?
«Sono stato particolarmente privilegiato e fortunato, lo dico veramente. Già essere nato dove sono nato, con la famiglia che ho avuto, laica e libera. Poi ho avuto due sorelle maggiori super. Marirosa, in particolare, che è mancata lo scorso anno: aveva 11 anni più di me, è stato come avere una mamma giovanissima. Era un’artista, all’avanguardia, mi ha molto segnato. Anche Brunella, eh».
Si è pentito di qualcosa?
«Mi pento delle cose che non ho fatto, non di quelle che ho fatto. Potrei farmi incatenare, ma non perderei il senso di libertà. Ora sono come incatenato, ma sono libero di pensare come penso e di agire come penso dovrei».
Le dispiace che sia andata così?
«Mi domando se non sarebbe stato meglio un problema di demenza, ma con un corpo sano. Sarebbe stato peggio per gli altri».
I medici hanno detto quanto tempo le resta?
«Non si sa. Certo che vivere così non mi interessa. Bisogna che chiami il mio amico Cappato, lo conosco da quando era un ragazzo. Ogni tanto mi vien voglia. Gliel’ho detto già una volta e lui mi ha chiesto se sono scemo».
Ha davanti la lampada di Aladino: esprima tre desideri.
«Eliminare l’ingiustizia, che vuol dire le differenze sociali ed economiche. Eliminare la violenza. Eliminare tutto ciò che è tossico».
Non ne ha usato nessuno per guarire.
«Quello è egoismo totale».
È ateo?
«Non sono ateo. Solo, non partecipo a tutto questo, non mi interessa il tema».
Ha deciso come vuole essere salutato?
«Non voglio un funerale. Mi portino a bruciare e via. Sono sempre stato laico, neppure i miei figli ho battezzato. Vivere vuol dire anche morire, eppure nessuno parla della morte. Si vive come imbrogliandosi, perdendo tempo».
Lei ne ha perso tanto?
«Ho cercato il meno possibile. Non ho mai dormito fino alle 9, neppure la domenica».
Al Museum für Gestaltung di Zurigo c’è una sua mostra. È andato a vederla?
«Ha battuto tutti i record: doveva finire a metà settembre e invece la prolungano fino alla fine dell’anno. Pensare che ci passavo davanti, quando ero studente, ammirando chi riusciva a esporre lì. E adesso ci sono io. Non sono ancora andato. Magari, quando torna, mi ci accompagna Ali. E poi magari proseguo il viaggio con Cappato. Farebbe molto ridere».
(da il Corriere della Sera)

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LO SCORSO 7 MAGGIO, IL GIORNO DEL BLITZ CHE HA PORTATO AI DOMICILIARI L’ALLORA PRESIDENTE DELLA LIGURIA GIOVANNI TOTI, LA GUARDIA DI FINANZA TROVÒ QUASI 5 MILA EURO IN CONTANTI A CASA DI MARCELLA MIRAFIORI, CAPO SEGRETERIA DELL’EX GOVERNATORE E TESORIERA DEL COMITATO “TOTI PRESIDENTE”

Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile

SU QUEI SOLDI LA PROCURA STA PROCEDENDO CON ACCERTAMENTI BANCARI PER CAPIRNE LA PROVENIENZA

Il giorno del blitz che ha portato ai domiciliari l’allora presidente della Liguria Giovanni Toti, la Guardia di finanza trovò quasi 5 mila euro in contanti a casa di Marcella Mirafiori, capo segreteria dell’ex governatore e tesoriera del Comitato Toti Presidente. Su quei soldi, rivela l’Ansa, la procura sta procedendo con accertamenti bancari per capirne la provenienza.
Nel verbale di perquisizione (tra gli atti depositati in vista del processo a carico di Toti, l’imprenditore Aldo Spinelli e l’ex presidente dell’Autorità portuale Paolo Emilio Signorini al via il prossimo 5 novembre) si legge che i soldi sono stati trovati in una scatola “in pezzi da 20 e 50 euro pari a 4.840 euro”.
La Mirafiori aveva spiegato sul momento di avere iniziato a prelevarli e a metterli da parte “dal periodo Covid nel caso in cui fossero serviti ai suoi genitori”.
Ora gli investigatori stanno incrociando i dati per capire se davvero siano stati prelevati di volta in volta dal conto personale.
(da agenzie)

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TROPPI SOCIAL E POCO SVAGO RENDONO I RAGAZZI ANNOIATI: IL PARADOSSO DELLE PIATTAFORME

Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile

QUESTO È CAUSA FRUSTRAZIONE, CRUDELTÀ E SADISMO. SOPRATTUTTO, RABBIA DA SFOGARE VERSO IL PROSSIMO (ONLINE MA ANCHE OFFLINE) … TUTTO NASCE DALL’INSICUREZZA: ALL’ORIGINE DELLO SCROLLING C’È LA VOGLIA DI SILENZIARE ALTRI PENSIERI ED EMOZIONI

“L’era della noia… è ormai passata”. Così inizia On Boredom, una raccolta di saggi del 2021 in cui si sostiene che TikTok e YouTube hanno portato all’estinzione di ques’era. Oggi “il tempo necessario per annoiarsi non è più disponibile”.
Questa opinione, che la noia sia stata cancellata, è ampiamente condivisa, tanto che gli psicologi hanno iniziato a temere che in questo processo abbiamo perso qualcosa: i tempi di attenzione o lo stato di vuoto da cui devono scaturire i pensieri creativi.
Ma la scorsa settimana è arrivato uno studio che ha confermato ciò che da sempre si cela in fondo alle nostre menti distratte: scorrere contenuti infiniti in realtà peggiora la noia. È ovvio che sia così.
Se aprite il telefono mentre siete in coda o sull’autobus, il vostro cervello entra in una sorta di limbo inquieto. Se devo essere sincero, non è la noia che mi spinge a cercare Instagram, ma l’urgenza di far tacere altri pensieri ed emozioni sotto un ronzio statico, come se avessi messo una coperta su una gabbia per uccelli. Un tempo guardare le diapositive dei viaggi e i video casalinghi degli altri era considerato l’epitome della noia, ora alcuni di noi non fanno altro.
Oggi ci annoiamo di più, non di meno. È il paradosso della vita moderna. Non sopportiamo la noia, ma non progettiamo nient’altro. Gli esseri umani prosperano grazie a scopi, pericoli e altre persone, ma sono impegnati a costruire un mondo che esclude queste cose. È un istinto, naturalmente, quello di rendere la vita più facile e lineare, ma l’impulso a creare noia si estende anche ai nostri futuri di fantasia.
Quando cerchiamo di progettare luoghi perfetti – sobborghi con i loro quadrati d’erba identici, nuove città utopiche con case idealmente distanziate e viali larghi e regolari – finiamo in incubi di monotonia. La stimolazione fa parte della felicità umana, ma si riduce nei luoghi ripetitivi e le persone stanno a disagio, cercando un punto di interesse, o si affrettano a passare. Tuttavia, ci adoperiamo per eliminare il conflitto e il disordine.
In effetti, il paradiso stesso, come tendiamo a immaginarlo, sarebbe terribilmente noioso: una beatitudine prevedibile per tutta l’eternità. Come lo odieremmo. In Noia: A Lively History, l’autore Peter Toohey prende in considerazione un dipinto che ritrae Odisseo su un’isola con la dea Calipso, la prospettiva dell’immortalità davanti a lui, “annoiato a morte in questo immutabile paradiso marino”.
Raramente parliamo della noia come di un problema moderno, ma è un’emozione pericolosa, forse anche più della rabbia, che può essere placata con le scuse o con una retromarcia. La noia cerca il dramma, piuttosto che un particolare punto di arrivo, ed è quindi difficile
da eliminare – provocando ogni sorta di comportamento irrazionale.
Annoiarsi davvero è una sensazione malata, vicina al disgusto, così sgradevole che alla fine si farebbe quasi di tutto per liberarsene. Gli animali si agitano, si muovono e si grattano, e gli esseri umani possono immedesimarsi. In un famoso esperimento, le persone hanno scelto di darsi delle scosse elettriche piuttosto che stare sedute in silenzio da sole con i loro pensieri per 15 minuti.
Credo che sia la noia a essere sfruttata dagli agenti del caos di Elon Musk e X: la piattaforma ha provocato l’emozione in primo luogo, in un atto di integrazione verticale intelligente dal punto di vista commerciale.
Tendiamo a pensare ai guerrieri della tastiera che sputano rabbia dietro i loro schermi, ma questo non può valere per tutti coloro che si uniscono a un’ammucchiata, a uno sfogo di odio razziale o a un’agitazione che porta alla rivolta, come è accaduto nel Regno Unito questo mese.
È sicuramente più probabile che siano i passanti senza meta a fare il numero, che si uniscono per una scarica di dopamina, per il sollievo di avere qualcosa da fare. E questo potrebbe valere anche per gli stessi rivoltosi della vita reale, che hanno mirato i loro colpi a comunità incolpevoli e alla religione sbagliata? La rabbia tende a conoscere i suoi bersagli. Ma molti di questi lanciatori di mattoni sembravano confusi su cosa stessero cercando di protestare o dimostrare.
Le pericolose conseguenze della noia sono state elencate. Una serie di studi recenti la collocano dietro una serie di comportamenti sadici. I partecipanti annoiati, se ne avevano la possibilità, erano più propensi a triturare un verme (virtuale) in un macinino da caffè. Nell’esercito i comportamenti crudeli emergono durante i noiosi periodi di attesa della prossima missione.
I genitori che si annoiano hanno maggiori probabilità di essere crudeli con i figli, se questa tendenza è già in agguato. E nelle persone annoiate emergono fantasie sadiche: uno studio ha rilevato che queste includevano vendicare un rivale, rapinare una banca o “sparare a qualcuno per divertimento”. In effetti, un “numero sorprendente di sparatorie”, hanno osservato i ricercatori, “è compiuto da autori di reati per noia”.
Il mantra della Silicon Valley – distruggi e vedi cosa succede – si rivolge a una popolazione annoiata. Quanti comportamenti provocatori online sono motivati dalla noia, come un bambino in ascensore che preme tutti i pulsanti? I pericoli si estendono da lì al populismo e alla rabbia razzista.
Uomini intrappolati in una sterile comodità che comprano la moto, hanno una relazione, creano un impero della droga, fondano un fight club di terroristi. È stato preveggente. Dopo un’eccessiva democrazia noiosa, gli Stati Uniti stanno attraversando la loro crisi di mezza età, contemplando un secondo mandato di Donald Trump.
In Gran Bretagna siamo più fortunati. I nostri flirt con il populismo – Brexit, politica del Ruanda – sono diventati noiosi incubi burocratici e abbiamo perso interesse. Ma il problema più ampio – l’aumento della noia – è difficile da risolvere. Non è possibile reinserire il rischio e l’incertezza nella vita moderna senza farla precipitare. Siamo al sicuro, coccolati e pericolosamente annoiati. È un problema.
(da agenzie)

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NON PUO’ ESISTERE DEMOCRAZIA SENZA INCLUSIONE E DINAMISMO

Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile

NELLE SOCIETA’ CONTEMPORANEE TRA I FATTORI INDICATIVI DELLA DIFFERENZA DI “TEMPRA” VI E’ QUELLO DELL’INCLUSIONE

Tra le favole di Esopo, Robert Michels cercò la metafora che meglio rappresentasse il movimento democratico: un vecchio contadino, in punto di morte, dice ai figli che nel campo c’è un tesoro sepolto. Dopo la sua morte, i figli scavano senza sosta ma non trovano il tesoro. Senonché, il loro instancabile lavoro migliora la terra e assicura loro prosperità.
La democrazia è il tesoro che nessuno mai riuscirà a scoprire con una ricerca deliberata perché non è un oggetto. Lavorando instancabilmente per scoprire l’inesplorabile e il possibile, i cittadini contribuiscono a rendere la società fertile alla democrazia.
È lo sforzo per raggiungere gli obiettivi politici a dare frutti democratici. Uno sforzo a controllare il potere di chi governa, a rinnovare la classe politica, a tenere aperta la possibilità di rispondere al meglio ai problemi concreti che la comunità sente e per i quali si impegna. Il dinamismo che si genera nel passaggio da una classe politica all’altra dà il senso del cambiamento, che può essere in meglio o in peggio.
La dinamica democratica non si trova quindi nelle istituzioni e nei principi, anche se questi sono i suoi binari di percorrenza. Le elezioni stesse non sono sufficienti a determinare il tenore di una democrazia: basti pensare a regimi autocratici con sistemi elettorali funzionanti o a società con elezioni libere che hanno diritti di voto e di opinione fortemente limitati. Le elezioni non sono da sole una garanzia di democrazia, anche se devono esserci ed essere rispettate negli esiti perché si dia democrazia.
Fermarsi alle elezioni significa avere una visione statica che non fa individuare le sorgenti del dinamismo (o, al contrario, del suo blocco). Dopo tutto, i governi possono cambiare e le politiche rimanere le stesse. Margaret Thatcher disse che il suo più grande successo fu Tony Blair: sebbene il “New Labour” fosse salito al potere, le sue politiche economiche neoliberiste rimasero intatte. Insomma, lo stesso sistema istituzionale e procedurale può materializzarsi in un governo democratico più o meno dinamico.
Nelle società contemporanee, tra i fattori indicativi della differenza di “tempra” – statica o dinamica – vi è quello dell’inclusione di quelle persone che non appartengono al gruppo etnico di maggioranza e che aspirano alla cittadinanza. Parliamo degli immigrati.
La candidata alla Casa Bianca Kamala Harris (nata negli Stati Uniti da entrambi i genitori immigrati e non bianchi) è indicativa di una società che è dinamica perché capace di estendere le possibilità di sfruttare al meglio le differenze che la abitano. Al contrario, una società le cui élite etnico-sociali si assicurano uno spazio di potere largamente incontestato è tendenzialmente più statica e, anche, meno giusta. Se il terreno della partecipazione viene dissodato e tenuto fertile da una pluralità di mondi e di culture, la società tutta saprà essere più dinamica e inclusiva.
Due esempi. Nel discorso tenuto nel luglio del 2008 a Berlino, l’allora futuro presidente degli Stati Uniti, Barak Obama disse di parlare «come cittadino, un cittadino orgoglioso degli Stati Uniti e un concittadino del mondo». In questa campagna elettorale, l’ex presidente ricandidato, Donald Trump, ha paragonato gli immigrati economici ad agenti infettivi che contaminano la grandezza americana (come se questa fosse una “cosa” statica, situata nel passato) e ha proposto il superamento dello ius soli, l’adozione di politiche assimilazioniste e l’espulsione di immigrati che provengono da Paesi declassati a luoghi delinquenziali. Come quella di Trump è l’opinione dei nostri governanti.
Dal 1992, l’Italia ha un regime di ius sanguinis; ma oggi l’opinione pubblica risulta essere meno chiusa di quella dei politici sulle condizioni per concedere la cittadinanza. In questa direzione va la proposta dello ius scholae che consentirebbe l’accesso alla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia o arrivati qui in tenera età, dopo aver completato un ciclo scolastico.
Si tratta di una richiesta di giustizia e di generale utilità (come ha messo in chiaro anche il presidente della banca centrale, Fabio Panetta) che inietterebbe dinamismo e avvantaggerebbe l’intera società nazionale (un segno che è emerso durante le Olimpiadi).
Ma il governo di destra sembra come un autista che guida con la testa rivolta a un (peraltro inesistente) passato di omogeneità etnica. Si rifiuta di guardare avanti. Possiamo essere immobilizzati da conducenti inadeguati?
(da editorialedomani)

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