Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
“IL COMITATO SCIENTIFICO È DA RIDERE. NE FA PARTE L’INSUPERABILE FRANCESCO PALMAROLI IN ARTE OSHO, LA MATITA PIÙ AMATA DALLA PREMIER, IL CURATORE DELLA MOSTRA È GABRIELE SIMONGINI MA NON DICE NULLA PERCHÉ “DEVE PRIMA PARLARE IL MINISTERO” (MARINETTI SORRIDI, HAI TROVATO I TUOI EREDI!)
Il futuro è di Genny Sangiuliano, Genny ‘o futurista, Genny in love. La mostra più scombinata
del 2024-2025, la mostra per celebrare il mito Meloni, e il movimento Futurista, ve la prepara lui, il Filippo Tommaso Marinetti del Vesuvio, il velocipede della Cultura, Genny Depero, patumpampam!
E’ una mostra, titolo “Il tempo del Futurismo”, che si merita già il certificato d’ avanguardia: non si capisce un tubo metallico. Il comitato scientifico è da ridere. Sul serio. Ne fa parte l’insuperabile Francesco Palmaroli, la matita più amata dalla premier, Palmaroli in arte Osho.
Il grande evento lo ospita la Gnam, la Galleria Nazionale di arte moderna di Roma, ma alla Gnam, se chiedete, vi rispondono: “Non sappiamo che dirle sulla mostra, se ne occupa direttamente il ministero della Cultura. Direttamente”
Il funzionario storico che curava l’ufficio stampa della Gnam è stato sostituito e il nuovo, non si è capito neppure chi sia, vi rimanda al curatore della mostra che è Gabriele Simongini. Il curatore può dire poco perché “deve prima parlare il ministero”.
Al ministero fanno sapere che la persona giusta nel fornire dettagli è la direttrice della Gnam, Cristina Mazzantini, ma la direttrice, come spiega il curatore di questa strabiliante mostra, “è in Giappone per lavoro”.
Va bene che i Futuristi hanno scompaginato la logica, ma Genny Depero, il ministro stantuffo, fa saltare gli schemi. La mostra sta così a cuore al maestro-ministro che ha scelto personalmente il curatore. E’ Gabriele Simongini, docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, critico del Tempo, persona garbata, ma vicino alla destra. Ad aiutarlo, e qui già si complica, è Alberto Dambruoso, che è stato vicepresidente della Fondazione Boccioni.
Si è dimesso in malo modo litigando con il presidente, ma si sa che il mondo dell’arte è un mondo di narcisi. Peccato che la destra li scova con il lume. La comunità dell’arte, quando ha saputo della nomina di Simongini e Dambruoso, si è imbronciata. Perché non scegliere come curatrice la più grande esperta, a detta di tutti, la professoressa Ester Coen? L’altra grande questione riguarda la Gnam, e la sua direttrice Mazzantini, che ha curato il progetto “Quirinale Contemporaneo”, studiosa che nella mappa romana sarebbe in quota Mattarella.
Mazzantini l’ha voluta Sangiuliano che non amava la precedente, Cristiana Collu, ma da quanto raccontano al ministero se n’è pentito e lamenta la scarsa presenza della nuova direttrice. Mazzantini qualche ragione per infastidirsi ce l’ha, eccome se ce l’ha. Da che mondo è mondo, nell’arte, è il museo che gestisce i prestiti, ma nel caso della mostra “Il tempo del Futurismo”, la Gnam è stata commissariata.
A gestire i prestiti è Massimo Osanna, il direttore dei musei, il franceschiniano che si era consegnato l’otto settembre alla destra (ha scritto la riforma del ministero convinto che Genny lo avrebbe nominato capo dipartimento e invece, nulla: zang tumb tumb!). La Gnam alla richiesta di informazioni, le più banali, come questa, “perdonateci, ma il comitato scientifico della mostra, da chi è composto?”, rimanda a Simongini: “Vi chiamerà Simongini”.
Sono passati più di quindici giorni e Simongini lo abbiamo chiamato noi anche perché l’unico che si è scoperto occuparsi davvero di questa mostra è Osho. In questi mesi, l’insuperabile Osho spedisce mail agli operatori del settore, si presenta come componente del “comitato scientifico istituito dal ministero della Cultura per l’organizzazione della grande mostra sul Futurismo”.
La Coen no e Osho sì? Simongini dice che del comitato scientifico fanno parte “altissimi studiosi come Günter Berghaus, Riccardo Notte, Giovanni Lista e pure lo storico Francesco Perfetti”. E Osho? “Lui non fa parte del comitato scientifico ma si occuperà di comunicazione, con idee originali”. Al momento è lui l’unico che fatica. Genny Depero è alle prese con la dieta, e le consigliere, Lollo, solitario, parla la notte con le mucche. Resta solo Osho, il futurista stimato dalle sorelle Meloni, le sorelle Marinetti, che come lo scrittore hanno fatto loro questa massima: “Il matrimonio è il comune purgatorio di tutti i temperamenti rigogliosi e potenti”. Lollo, un biglietto per la mostra?
(da il Foglio)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
NEL 2011 ERA LUI AD ESSERE ACCUSATO DI FASCISMO DA BOSSI
Tra i partiti di destra e centrodestra è scattata la corsa per trovare il successore di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto dal 2010 e in scadenza di mandato nel 2025. Tra i nomi dei possibili candidati per sostituire il governatore leghista c’è anche quello di Flavio Tosi, coordinatore veneto di Forza Italia ed ex sindaco di Verona, da poco eletto al Parlamento europeo. «Il mio nome è sul tavolo. Vediamo gli altri quali sono», ha detto Tosi in un’intervista a La Stampa. La sua candidatura è stata rilanciata nei giorni scorsi dal leader degli Azzurri, Antonio Tajani, che ha presentato Tosi come un candidato «che ha le carte in regola per vincere e governare bene».
L’attacco a Vannacci
Nel candidarsi ufficialmente alla presidenza del Veneto, Tosi ha parlato anche del suo rapporto con la Lega, forza politica per cui ha militato dal 1994 al 2015 (quando ancora compariva la parola “Nord” nel nome). «Ormai la Lega è tutto e il contrario di tutto. Salvini è stato strategico a candidare il generale Vannacci alle Europee perché sennò andava al 7%. Ma Vannacci, per la Lega, è e sarà un problema», sostiene il coordinatore veneto di Forza Italia.
Secondo Tosi, Roberto Vannacci rappresenta «l’esatto opposto rispetto al Carroccio che ho conosciuto io». Non solo: c’è un’altra caratteristica dell’eurodeputato leghista su cui Tosi sembra voler richiamare l’attenzione. «Bossi diceva: “Mai con i fascisti”. Non so se Vannacci si definisce fascista, ma per tutti i richiami che fa e per le posizioni che assume di fatto lo è», sottolinea il coordinatore veneto di Forza Italia.
Le parole di Bossi su «Tosi fascista»
La presa di posizione di Tosi su Vannacci ricalca grosso modo le numerose critiche che da mesi Forza Italia fa piovere sull’esponente del Carroccio. Ma tra i nostalgici della Lega di Umberto Bossi c’è chi ha rispolverato alcune parole del fondatore del partito per screditare l’attuale coordinatore veneto di Forza Italia.
«Tosi è uno str**zo, ha tirato nella Lega un sacco di fascisti, cosa che non può essere sopportata per molto», tuonava Bossi nel lontano 2011, quando Tosi era ancora sindaco di Verona.
In un intervento a Tagadà del 2023, Tosi è tornato a parlare del suo rapporto con il fascismo, definendosi una persona «di destra» e con «tanti amici nell’estrema destra». Per quanto riguarda la sua opinione sul fascismo in sé, ha aggiunto: «È ovvio che ci sono giudizi negativissimi, come per le leggi razziali, sull’essere entrati in guerra con Hitler». Allo stesso tempo, Tosi ha ritirato fuori una sua personale versione del sempreverde “Mussolini ha fatto anche cose buone”, citando l’istituzione dell’Inps e dell’Iri come esempi di cose positive avvenute durante il Ventennio.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
IMMAGINARE CHE SU QUESTO CLIMA POSSA SCENDERE IL SERENO È UN’ILLUSIONE
Domani o al più tardi venerdì dovrebbe essere convocato il consiglio dei ministri della ripresa
politica e praticamente tutti si aspettano l’indicazione del ministro degli Affari Europei Fitto come commissario. Ma che questo segni l’inizio di una schiarita sarà tutto da vedere.
Né Tajani né Salvini infatti hanno intenzione di porre fine al fuoco d’artificio praticato per tutta l’estate nei confronti della premier, che volontariamente o no vi ha aggiunto l’implosione del suo partito familiare: le voci, finora rivelatesi prive di fondamento, sull’avviso di garanzia per la sorella Arianna; l’annuncio, sempre della stessa sorella, della separazione dal marito ministro Lollobrigida, una posizione da «separati in casa», dato che tutti, compreso l’ex-compagno della premier Giambruno, hanno trascorso insieme le vacanze in Puglia.
Immaginare che su questo clima di tensioni di vario genere possa scendere il sereno è un’illusione. E non perché il governo rischi la crisi. Tutt’altro: sono proprio gli alleati di Meloni per primi a escluderla. Ma proprio Tajani e Salvini non si rammaricano che le conseguenze di un certo tasso di logoramento riguardino soprattutto la premier.
Di qui l’insistenza del leader di Forza Italia sullo ius scholae. E parallelamente il posizionamento del Capitano leghista sulla prossima legge di stabilità, con la richiesta di riduzioni impossibili dell’età di pensionamento.
Inoltre per gli alleati non è pacifica, non tanto la partenza di Fitto per Bruxelles; ma la redistribuzione delle sue deleghe all’interno del governo, che la premier vorrebbe lasciare all’interno della cerchia stretta dei suoi collaboratori. Alla scadenza dei due anni insomma, per Meloni comincia una stagione più difficile.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
LE SEPARAZIONI IN CASA MELONI CI RIGUARDANO PERCHÉ PONGONO UNA QUESTIONE DI COERENZA POLITICA. SE LA PREMIER NON AVESSE TRASCORSO GLI ULTIMI ANNI INFILANDO IL NASO NELLE FAMIGLIE ALTRUI, GIUDICANDO, MORALIZZANDO, BACCHETTANDO DAL SUO PULPITO SCINTILLANTE DI FAMIGLIA TRADIZIONALE, OGGI LE QUESTIONI FAMILIARI DELLE SORELLE NON CI RIGUARDEREBBERO
Le “separazioni” in casa Meloni ci riguardano non solo perché vengono puntualmente comunicate attraverso i media dai protagonisti stessi, ma perché pongono una questione di coerenza politica. Ripeto, politica, non familiare.
Fare finta di ignorarlo è ridicolo. Se Meloni non avesse trascorso gli ultimi anni di instancabile campagna elettorale infilando il naso nelle famiglie altrui, giudicando, moralizzando, bacchettando dal suo pulpito scintillante di famiglia tradizionale, oggi le questioni familiari delle sorelle non ci riguarderebbero.
Il problema, appunto, è che Meloni è sempre stata molto interessata agli equilibri familiari altrui, tanto da fare costante propaganda colpevolizzando chi si separa, proponendo la famiglia tradizionale come la migliore dimensione per i bambini, opponendosi, perfino, alla legge sul divorzio breve, pur di tenere appiccicato con lo sputo pure chi voleva separarsi per infelicità. O perché qualcuno magari in casa ti menava.
Ora, a quanto pare, le Meloni insegnano che i bambini stanno bene pure senza la famiglia unita, e ci si può mollare senza indugi, senza manco celebrare il matrimonio cristiano. Le sorelle Meloni, in fondo, fuori dagli slogan politici di plastica e con i loro legami fallibili, stanno contribuendo a togliere a tutti i genitori un bel po’ di sensi di colpa. Brave! Ora però cercate di avere pure coerenza politica, oltre che sentimentale.
Selvaggia Lucarelli
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
FABIANA HA LAVORATO PER 13 ANNI IN UN NEGOZIO NEL QUARTIERE PARIOLI A ROMA, SENZA UN CONTRATTO”… “DICONO CHE I GIOVANI NON HANNO VOGLIA DI LAVORARE, MA QUELO CHE VOGLIAMO E’ NON ESSERE SFRUTTATI”
“Sono entrata in quel negozio a vent’anni, doveva essere un primo lavoretto e invece ci sono
rimasta tredici anni. Tredici anni in cui non ho mai avuto un contratto, mi dicevano che costava troppo e che tanto nessuno li faceva. A maggio me ne sono andata, la titolare mi ha detto: “I contributi te li potevi anche pagare da sola se ci tenevi tanto'”. Fabiana è una donna di trentatré anni, vive e lavora a Roma. Per tredici anni è stata commessa in un negozio ai Parioli: per tutto questo tempo ha lavorato in ‘nero’. Nonostante abbia chiesto varie volte che le venisse fatto un contratto, le è sempre stato risposto che non era possibile, che costava troppo. Questo nonostante il negozio si trovasse ai Parioli, e avesse una vasta clientela. “Il target era molto alto e io gli incassi li vedevo”, spiega Fabiana, la voce rotta dal pianto. “Sono ancora scossa per questa storia, ho lavorato anni lì dentro più di quaranta ore a settimana, sotto le feste non avevo nemmeno il giorno di riposo. Non mi sono mai lamentata, ho sempre fatto tutto quello che mi dicevano. Non meritavo questo trattamento. Dicono che i giovani non hanno voglia di lavorare, ma non è vero. È che non vogliamo essere sfruttati”.
“Lavoravo dalle 9.30 del mattino alle 19.30 di sera, con un giorno di riposo la domenica. Durante le feste invece era 7/7, e mi davano qualcosa in più in busta paga. La pausa pranzo praticamente non la facevo perché in negozio eravamo due, mangiavo un tramezzino al volo e basta. Avrei dovuto lavorare 40 ore a settimana, ne lavoravo quasi 60. Prendevo 300 euro a settimana, 1200 euro al mese”.
Dato che nel negozio lavorava solo Fabiana oltre la titolare, prendere malattia o ferie era visto come un problema. “Mi ha fatto andare a lavorare anche quando avevo il covid, non potevo prendere malattia: diceva di mettermi la mascherina e basta, altrimenti lei stava in difficoltà, non poteva fare una tirata da sola. Purtroppo a volte è capitato anche questo. Dopo qualche anno ho chiesto di più, volevo un contratto. Mi hanno alzato lo stipendio di poco, appena 100 euro, ma per quanto riguardava il contratto non se ne parlava. Ho molto insistito e voleva farmi al massimo un part time, e il resto fuori busta. Ho rifiutato”.
Dopo tredici anni, Fabiana si è stancata di questa situazione. “Mi ha detto che non avrei mai avuto un contratto regolare, quindi ho inviato il curriculum ad altri negozi. Sono stata chiamata immediatamente, e adesso sto bene. La titolare ha provato anche a farmi sentire in colpa per questa cosa, dicendo che lei il contratto me lo aveva proposto. Le ho spiegato che non era ciò che volevo io, non volevo più stare a nero. Ha risposto: ‘I contributi te li potevi anche pagare da sola se ci tenevi tanto’. Sono stata e sto ancora malissimo per queste frasi, tredici anni sono tanti da digerire. Dicono che noi giovani non vogliamo lavorare, ma non è vero. Qui le persone volonterose non vengono valorizzate”.
(da Fanpage)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
PER LA GRAN PARTE DEI CITTADINI, I LEADER CONTANO PIU’ DELLE FORZE POLITICHE (UNICA ECCEZIONE IL PD)
È ormai da tempo che si è diffusa, fra i cittadini, l’idea che la democrazia senza i partiti possa funzionare. Anzi, che funzioni meglio. L’opinione è confermata da un recente sondaggio condotto da Lapolis-Università di Urbino Carlo Bo. Riflette un clima di sfiducia rafforzato, negli ultimi anni, dai cambiamenti politici e istituzionali in corso nel nostro Paese. Questi mutamenti evocano un “presidenzialismo” di fatto.
È, infatti, evidente l’importanza crescente assunta dal Capo del Governo. Dal(la) Presidente del Consiglio. Divenuto(a) il principale punto di riferimento politico e istituzionale del Paese. Un percorso de-finito attraverso la cosiddetta “riforma del premierato”, che prevede l’elezione diretta del Premier, cioè del Capo del governo. Un provvedimento approvato lo scorso giugno, insieme al decreto-legge sull’Autonomia differenziata. Iniziative che contribuiscono al mutamento dei principi della democrazia rappresentativa.
D’altronde, gli stessi “attori centrali” sono “avvolti” da un crescente clima di sfiducia. In particolare, i partiti. Da tempo, ormai, “personalizzati”. Perché le ideologie si sono indebolite. La presenza sul territorio e nella società è sfumata. Così i partiti resistono ed esistono grazie alle “persone” che danno loro un volto. Un’identità. Questo percorso riflette i mutamenti della “comunicazione”, che garantisce il rapporto fra cittadini e politica. Oggi la visibilità degli attori politici, assai più che dalla “presenza” – sostanzialmente “assente” – nella società, dipende dalla rappresentazione che propongono sui “media”. I principali strumenti della “mediazione” fra società e politica. E sui media non vanno i partiti, ma le persone, che danno loro volto e voce.
Non è un caso che oggi il 56% del campione si dica d’accordo con l’affermazione: “la democrazia può funzionare anche senza partiti politici”. Si tratta, al proposito, del grado di consenso più elevato dal 2008. Quando questa idea veniva espressa dal 38% dei cittadini (intervistati).
La distinzione più evidente emerge dall’orientamento di voto. In questo caso, peraltro, l’idea della “democrazia senza partiti” non ripercorre le tradizionali divisioni politiche. Certo, questa prospettiva è ampiamente condivisa nel Centro Destra. Tuttavia, in misura diversa, perché nella base di Forza Italia ottiene un consenso decisamente più elevato. Ma appare ampio anche fra i simpatizzanti del M5S, per ragioni “diverse”, che riflettono modelli e storie di partito “diversi”. Forza Italia, infatti, costituisce il primo esempio di “partito personale”, costruito, negli anni Novanta, da Silvio Berlusconi a propria immagine. Mentre il M5S interpreta “l’anti-partito”. Sorto (su iniziativa di Beppe Grillo) contro i partiti tradizionali. Anche se in seguito si è “adeguato”. Con divisioni e conflitti interni, di-mostrati, di recente, nel contrasto aperto fra Beppe Grillo e l’attuale Presidente, Giuseppe Conte. Accusato dal fondatore di aver tradito i principi originari della democrazia diretta, sui quali è sorto il M5S. Rimettendo in discussione nome, simbolo e il limite dei due mandati.
Sull’altro fronte si pone il PD. Oltre i 2 terzi dei suoi elettori, infatti, ritengono che “senza partiti non ci può essere democrazia”. D’altra parte, si tratta dell’erede dei due principali partiti della Prima Repubblica. La DC e il PCI. I partiti di massa che hanno accompagnato la storia del Paese fino ai primi anni ’70. Per questa ragione è “unico”, sulla scena politica attuale. Perché i suoi elettori guardano il partito senza “il filtro del capo”. Visto che la sua identità non dipende dal leader.
Questo orientamento non può coinvolgere gli altri partiti. Azione, inscindibile dalla figura di Carlo Calenda. Ma soprattutto le forze di governo. In primo luogo, la Lega di Salvini e, soprattutto, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che oggi, di fatto, è il soggetto politico di riferimento, al di là del grado di consensi che raccoglie. Perché è al centro del modello che Giovanni Sartori, maestro della Scienza Politica (di cui ricorre il centenario della nascita), definì “pluralismo polarizzato”.
Il problema, però, è che si tratta di un “polo” incerto. Come i partiti che ruotano intorno. Con una fragile identità e in costante mutamento. Insomma, viviamo in tempi di “pluralismo imperfetto”. Perché non ci sono più “muri”, a dividere la politica. Né, tantomeno, leader nei quali riconoscersi. O dis-conoscersi. Così l’unico “elemento stabile” è “l’instabilità”.
Ilvo Diamanti
(da repubblica.it)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
PUTIN HA GIOCO FACILE A STREPITARE CONTRO IL DOPPIO STANDARD DELL’OCCIDENTE. MA FU PROPRIO LUI A COSTRINGERE DUROV A VENDERE IL SOCIAL “VKONTAKTE” E POI AD ANDARE IN ESILIO A DUBAI… L’ELITE PUTINIANA TREMA DI FRONTE ALLA POSSIBILITÀ CHE DUROV CEDA I DATI DELLE CHAT: TELEGRAM È USATA DA POLITICI, UOMINI D’AFFARI E SOPRATTUTTO MILITARI RUSSI
Prima l’Fsb ha costretto Pavel Durov a vendere la sua prima creatura, VKontakte, il “Facebook
russo”. Quando nel 2014 il “Mark Zuckerberg russo” ha lasciato la Federazione e ha creato Telegram, gli ha allora chiesto le chiavi di crittografia dell’applicazione di messaggistica istantanea. E dopo che Durov si è rifiutato, ha provato invano a bloccare l’app.
Le autorità russe hanno ritentato di interdire l’accesso anche il 21 agosto. Eppure, ora che il fondatore di VKontakte e Telegram è stato fermato in Francia per la mancata moderazione delle attività criminali sulla sua piattaforma di messaggistica, lanciano appelli a “tirarlo fuori”. “Un esempio di straordinaria ipocrisia”, commentano alcuni osservatori a Mosca
Tra i primi a intervenire è stato il vicepresidente della Duma ed ex candidato alla presidenza, Vladislav Davankov, […] “L’arresto potrebbe avere motivazioni politiche ed essere un mezzo per ottenere i dati personali degli utenti di Telegram. Non dobbiamo permetterlo”, ha scritto.
Intervistata dall’emittente statale Rossija24, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha fatto sapere che i diplomatici russi hanno contattato “immediatamente” la parte francese, ma che “Durov ha la cittadinanza francese e, di conseguenza, per Parigi, per la Francia, è prima di tutto un cittadino del loro Paese”
Andrej Klishas, presidente del Comitato di diritto costituzionale del Consiglio della Federazione russa, la Camera alta del Parlamento russo, ha invece descritto sarcasticamente le azioni della Francia come una “lotta per la libertà di parola e i valori europei”.
Certo, nelle reazioni ufficiali russe non manca un certo compiacimento per il fatto che Durov sia stato arrestato dai “servizi speciali” di quello stesso Occidente dove era fuggito. Come dimostrano le parole dell’ex premier e presidente, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza, Dmitrij Medvedev. “Pensava che i suoi problemi più grandi fossero in Russia e se n’è andato. Voleva essere un brillante “cittadino del mondo”, vivendo bene senza una patria. Ha fatto male i calcoli. Per tutti i nostri nemici comuni, è ancora russo e quindi imprevedibile e pericoloso. Di sangue diverso”, ha scritto concludendo: “Forse finalmente capirà che non si sceglie la propria patria, così come non si scelgono i tempi in cui si vive”
Stando ai dati del progetto Botnadzor esaminati dal media indipendente Verstka, su VKontakte si sono scatenati i bot filo-Cremlino. Soltanto nelle prime ore dopo l’arresto hanno pubblicato oltre mille commenti denunciando i “falsi valori” dell’Occidente, i “doppi standard” e la censura dell’Unione Europea, ed elogiando la “libertà di parola” in Russia e l’assenza di “censura contro i liberali”. I bot hanno anche sottolineato l’ipocrisia dei politici e della stampa occidentali che in precedenza avevano condannato Mosca per aver tentato di limitare l’accesso a Telegram.
Vista la mobilitazione delle autorità russe, c’è chi si è spinto a ipotizzare collusioni tra il Cremlino e Telegram e ad alludere anche a un incontro tra Pavel Durov e Vladimir Putin a Baku visto che entrambi si trovavano in Azerbaijan a metà agosto. Ma – al di là della smentita del Cremlino – gli analisti della ben informata newsletter economica The Bell non hanno trovato alcuna prova dell’illazione e sostengono che si tratti di nient’altro che di una teoria del complotto
In Russia intanto si corre ai ripari. Il canale Telegram Baza, considerato vicino alle forze di sicurezza, ha scritto che i dipendenti dell’amministrazione presidenziale e del governo russo, i più alti ranghi del ministero della Difesa, alcuni grandi uomini d’affari, nonché i funzionari di alcune forze dell’ordine hanno ricevuto istruzioni di cancellare la loro corrispondenza ufficiale dall’app. E la capa di Rt, ex Russia Today, Margarita Simonyan ha invitato tutti a farlo. Si teme che, da qui al blocco dell’applicazione a livello statale in quanto compromesso e non sicuro, il passo sia oramai breve.
Anche perché su Telegram non viaggiano soltanto le invettive di Medvedev o di Zakharova, ma anche le comunicazioni dell’esercito russo. Il propagandista del canale Vgtrk Andrej Medvedev ha definito Telegram “il principale messaggero dell’attuale guerra” e “un’alternativa alle comunicazioni militari chiuse”.
(da editorialedomani)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
ECCO TUTTE LE DOMANDE A CUI DOVREBBERO RISPONDERE GIORGIA E RAMA
Ulteriori sviluppi sul caso del proprietario di Trattoria Meloni, diventata famosa in Italia per un servizio mandato in onda dal Tg4 e poi ripreso da tutte le testate, ma senza verificare le gravi accuse di cui deve rispondere il titolare.
Secondo la stampa albanese, oltre al traffico di droga, la distrazione di fondi europei e il furto, ci sarebbero di mezzo anche alcuni affari nel famoso hotspot per i migranti di Shengjin, nel nord del Paese delle aquile, finanziato dall’Italia.
Ecco cosa sappiamo per certo e tutte le domande a cui dovrebbero rispondere i premier Giorgia Meloni e Edi Rama…
Il caso della Trattoria Meloni e delle accuse lanciate al suo proprietario solleva diverse perplessità anche da noi, e diventa necessario farsi delle domande in più.
Anche perché il caso, secondo i media albanesi che hanno alzato il polverone, riguarderebbe anche l’hotspot aperto dall’Italia a Shengjin. Vediamo come. Alcuni giornali albanesi a luglio di quest’anno hanno lanciato un’indiscrezione secondo cui il proprietario del ristorante, Gjergj Luca, utilizzerebbe 5 navi di ispezione donate dal Giappone all’Albania nell’ambito di un accordo di cooperazione per propri scopi personali. Nello specifico, queste 5 navi che sarebbero state donate al Ministero dell’agricoltura albanese, sarebbero state successivamente concesse a Luca, il quale le avrebbe poi registrate a nome della sua società quindi utilizzate per attività come la pesca e il trasporto.
Il ristoratore sarebbe stato presentato alle autorità giapponesi come un rappresentante del ministero, ottenendo il beneficio di utilizzo delle imbarcazioni. Il tutto sembra suggellato da un post pubblicato su Instagram dallo stesso imprenditore, in cui mostra le immagini dei giapponesi nel suo ristorante e in cui ringrazia il Giappone per tutto quello che sta facendo per l’Albania e per la sua società, Rozafa.
Il problema grosso è che, sempre secondo le indiscrezioni riportate dal giornale che parla esplicitamente di “informazioni preliminari”, le suddette navi giapponesi potrebbero essere utilizzate anche per il trasporto di migranti. Sarebbe un cortocircuito grosso, se le voci venissero confermate. Ma che indizi ci sono?
Partiamo dalle certezze italiane. L’articolo 3, comma 7 del documento di Ratifica ed esecuzione del Protocollo Italia-Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria del 19 gennaio 2024 prevede che “per l’attuazione del Protocollo, le amministrazioni pubbliche sono autorizzate alla stipulazione e all’esecuzione di contratti o convenzioni di appalto di lavori, servizi o forniture, anche in deroga alla normativa vigente”.
Questo renderebbe possibile, anche se non certo, l’utilizzo dei pescherecci come navi da trasporto. Ma la questione delle navi è centrale e problematica per i governi che hanno stipulato il contratto perché, come risulta dalle consultazioni preliminari di mercato pubblicate dal Viminale il 28 maggio 2024, il costo complessivo del noleggio ammonta a un massimale di 13,5 milioni di euro, pari a 150mila euro al giorno. Una bella spesa, ma non è ancora stato pubblicato nessun decreto di aggiudicazione, quindi non è ancora specificato quali navi verranno utilizzate.
Alcuni collegamenti però lasciano immaginare che la possibilità aperta dai media albanesi non sia poi così remota, e che potrebbero essere proprio le navi di Luca a vincere l’appalto, ovvero che siano in grado di trasportare circa 300 passeggeri, 200 migranti più 100 operatori, e che siano dotate di un minimo di 50 cabine, ciascuna con al massimo due posti letto e un pescaggio minore di 5 metri, adeguato ad ormeggiare presso il porto di Shengjin.
Innanzitutto, Gjergj Luca risulta essere molto attivo a Shengjin, la città dell’hotspot nel nord dell’Albania. La trattoria dedicata a Giorgia Meloni è stata aperta proprio qui.
Altri media riportano poi la sua vicinanza e amicizia, peraltro da lui stesso esibita, con il premier albanese Edi Rama, che a sua volta in ottime relazioni con Giorgia Meloni.
A quanto si dice, poi, Luca avrebbe anche supportato la campagna elettorale di Rama, ricevendo diversi favori in cambio. Tutto questo, unito alle sue capacità imprenditoriali, potrebbero portare con buone probabilità Gjergj Luca a gestire il trasporto verso l’hotspot. Magari non a vincere l’appalto, ma a lavorare in deroga, come previsto dall’accordo stesso.
Tutto al momento rimane soltanto una suggestione, per forza di cose, e gli stessi media albanesi parlano di soffiata senza apportare prove decisive. Ma le domande rimangono.
Servirebbe quantomeno una smentita ufficiale, da parte dei governi e dell’imprenditore.
Davvero potrebbero essere le sue navi a trasportare i migranti del centro finanziato dall’Italia? La premier Meloni, ora che sono emerse le accuse all’imprenditore che gli ha dedicato un ristorante, non dovrebbe quantomeno prendere le distanze?
Jacopo Tona
(da mowmag.com)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
DAI 600 EURO DI MEDIA A MILANO AI QUASI 300 DI PALERMO… “IL PADRONE DI CASA CON L’AFFITTO BREVE GUADAGNA IL DOPPIO”… IL GRANDE ASSENTE E’ LO STATO CHE NON FA UNA MAZZA PER TUTELARE I NOSTRI GIOVANI
Con l’estate ormai agli sgoccioli universitari e lavoratori tornano a popolare le città che hanno
destinato come luogo delle loro attività. Ma una sfida si rinnova ogni anno: quella di trovare un tetto sotto il quale dormire senza spendere un patrimonio. Un fenomeno visto anche in Spagna. L’impresa però è ardua: un posto letto a Milano in zona universitaria costa in media 637 euro, a Bologna 506, a Roma 503. Ad accrescere le difficoltà la decisione di molti proprietari di casa di rendere disponibili le proprie abitazioni ad affitti brevi su piattaforme come Airbnb: «Così guadagna il doppio», spiega una precaria sentita da Repubblica.
I numeri degli affitti brevi
Nella nostra penisola gli affitti brevi sono in tutto 620mila. Dieci anni fa erano circa 89mila. In compenso le case sfitte, secondo stime Istat, raggiungono quota 10 milioni. Ma nonostante questi numeri l’aumento degli annunci nei siti come Airbnb che permettono ai turisti di alloggiare per qualche giorno nelle città più rinomate comporta un conseguente aumento degli affitti. A dirlo è uno studio del think tank Tortuga: una crescita dell’1% delle inserzioni su Airbnb comporta un innalzamento degli affitti del 5,7%. E a pagarne le spese sono gli universitari in cerca di una abitazione per studiare spesso lontano da casa o giovani lavoratori. «Gli affitti brevi ci rubano le case», lamentano gli universitari. Che non hanno neanche un sostegno dal pubblico: i fuorisede sono in tutto 830mila, ma gli studentati hanno solo 50mila posti.
I prezzi
A Napoli e a Firenze il prezzo di una singola per studenti è aumentato del 16%. Il responsabile italiano di Airbnb, Giacomo Trovato, riconosce anche le necessità del libero mercato: «Gli studenti sono una residenzialità specifica, la loro aspettativa è avere affitti a prezzi sussidiati, ma il libero mercato non può arrivare alla soluzione, non si può chiedere a un proprietario di affittare sottocosto». Ilaria Lamera, simbolo delle proteste studentesche contro il caro affitti con la sua tenda davanti al Politecnico di Milano, è tornata a casa, ad Alzano Lombardo, per risparmiare 600 euro al mese.
«Mi hanno proposto garage e sgabuzzini»
Tra le storie più incredibili raccontate dagli universitari a Repubblica c’è quella di Pablo Pipestem. Incredibile, ma è l’ordinario ormai in città universitarie come Bologna: «Passo le giornate sulle pagine Facebook dedicate alla ricerca di posti letto anche perché, appena arriva un annuncio “buono”, rispondono una ventina di studenti interessati e tra quelli uno che la prende c’è sempre, spesso è il primo. Parliamo di dieci minuti di tempo tra la pubblicazione dell’annuncio valido e il momento in cui sparisce». A Bologna studia Scienze politiche, prima aveva un contratto da 290 euro al mese per una stanza singola fuori dal centro in una casa condivisa con altri ragazzi. Il contratto è scaduto ed è alla ricerca di nuove soluzioni. Ma le offerte non scendono sotto i 500 euro al mese.
Il B&B
Che sia una stanza minuscola in periferia o una più vicina all’università, i proprietari si sono tutti adeguati a quella cifra. Sanno che prima o poi, con la fame di posti letto che c’è a Bologna, l’affitteranno. Per cinquecento euro, a cui vanno aggiunti i soldi per vivere, vorrei almeno un alloggio decente. E gli è stato proposto di tutto: «Garage trasformati in stanze per studenti, dove si vive praticamente in cantina, un paio di camere senza finestra, un appartamento che era in realtà un b&b, con ospiti che potevano cambiare ogni notte».
(da agenzie)
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