Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“IN QUALE PAESE UN LEADER POLITICO, PER CAVARE I VOTI DALL’INTESTINO DI UN PEZZO DI ELETTORATO, ARRIVA A COMPIACERSI PER LA MORTE DI UN ESSERE UMANO? VINCE LA CRUDELTÀ. MA SE CERTE COSE SI DICONO NEI COMIZI E IN PARLAMENTO, PERCHÉ I PEGGIORI BAR DEL PAESE DOVREBBERO ESPRIMERSI MEGLIO?
Matteo Salvini ha oltrepassato un altro confine, paradossale per chi i confini li sogna tutti blindati e impenetrabili, ed è giunto ancora più in là, dove si esulta per la morte di un uomo.
A Verona un immigrato aggredisce con un coltello una pattuglia della polizia e viene ucciso. «Non ci mancherà», erutta Salvini, ma il prefisso del verbo è facoltativo. Peccato non ci fosse il video dell’evento da postare sui social della ex Bestia: sarebbe stato il migliore degli snuff movie, quei filmati che riprendono la morte di qualcuno per il piacere voyeuristico di altri.
Un tempo si favoleggiava sull’esistenza di questi video, oggi ce n’è uno nuovo al giorno su Internet e sono tra i preferiti della propaganda dell’ultradestra in tutto il mondo. Ah, per la precisione la frase completa di Salvini sui fatti di Verona è: «Con tutto il rispetto, non ci mancherà». Con tutto il rispetto. Perché non bastava il disprezzo, serviva pure uno sberleffo.
L’ingrediente principale di certa politica contemporanea è la cattiveria. Dice: ma era un delinquente. Ma in quale Paese un leader politico, per cavare i voti dall’intestino di un pezzo di elettorato, arriva a compiacersi per la morte di un essere umano? Oppure no, piano con le parole: chi ha detto che parliamo di esseri umani? Salvini ha appena detto in piazza che i migranti sono «cani e porci», presumibilmente più porci che cani (…)
Non che sia una svolta repentina, quella leghista. Umberto Bossi parlava dei migranti e li chiamava «Bingo Bongo», Roberto Calderoli guardava l’ex ministra Cecile Kyenge e diceva di vederci «un orango». Pochi giorni fa il ri-candidato alla Casa Bianca Donald Trump, idolo di Salvini, ha accusato gli immigrati haitiani in Ohio di mangiare i cani e i gatti degli americani. La leggenda degli haitiani mangiacani è partita da fake news diffuse nella città di Springfield, nell’Illinois, che si chiama come la cittadina dei Simpson, e forse le uniche scimmie vere di questa storia sono quelle che suonano i piatti non solo nel cervello di Homer.
Quando Roberto Vannacci si gode la pallavolo in tv e Paola Egonu non gli pare italiana, «non ha i nostri tratti somatici», non scopre nulla di nuovo e il numero tre della rivista La Difesa della Razza, uscito nel 1938, dà ragione al generalissimo reclutato da Salvini per dare lustro alle liste della Lega per le Europee: vi si legge un ampio servizio fotografico per confrontare le immagini di signorine italiane con quelle di donne «negroidi» al fine di apprezzare la superiorità estetica e intellettiva delle prime. Curiosità: il segretario di redazione della rivista era Giorgio Almirante, storico leader del Movimento sociale italiano che Giorgia Meloni considera un padre della patria.
C’è da sospettare che Matteo Piantedosi, il dirigente di Stato nel quale Salvini ha visto le stimmate di un degno successore al Viminale, abbia voluto distinguersi dall’abitudine della compagnia alle similitudini animali grazie a quella neutralità che si addice alla lingua dei prefetti.
Salvini contro i magistrati
Ce l’ha da sempre con i buonisti, Salvini, e infatti sta diventando sempre più cattivo. Parlando l’altra sera a ruota libera al Tg1 per oltre quattro minuti, più che un’intervista è stato un confessionale, nel senso del reality non del sacramento, il leader della Lega ha detto la sua sui migranti che rischiano di fare avanti e indietro tra Italia e Albania: «Se tornano in Italia e stuprano qualcuno, ne rispondono i magistrati?». Non conta la legge, non conta il diritto, conta il colore della pelle: sono neri — ma in testa agli elettori più affezionati di Salvini risuona senz’altro una “g” in mezzo alla parola — dunque presunti colpevoli.
Gli alleati neonazi di Salvini
Prima dell’Europee un esponente di Afd, sempre quei cari alleati tedeschi del Carroccio, ha pubblicato un post per sostenere che dal 2015 in Germania si assiste a «una esplosione di violenza sessuale» e l’ha attribuita agli immigrati turchi, iracheni e siriani. Cercare di parlare di dati non è possibile in questi casi, non prima che chi ci prova subisca l’augurio che un immigrato gli violenti moglie, mamma, sorelle e altre congiunte. I cittadini allevati dal cattivismo politico hanno la bava alla bocca sebbene talvolta fatichino a mascherare l’eccitazione. C’è da giurare che alcuni bramino il video degli stupri. Vince la crudeltà. Ma se certe cose si dicono nei comizi e in Parlamento, perché i peggiori bar del Paese dovrebbero esprimersi meglio?
Stefano Cappellini
per repubblica.it
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
SANNA (PD) IL PIU’ VOTATO, PI SCAJOLA (FORZA ITALIA)… FUORI NICOLINI, GIAMPEDRONE E SANSA, MA QUALCUNO VERRA’ RIPESCATO COME ASSESSORE
Liguria. Ci sono i mister (e le miss) preferenze, e quelli che entreranno per una manciata di
voti, ci sono i rookie e quelli già al secondo, o addirittura al terzo giro, e poi ci sono, come in ogni tornata elettorale, i trombati più o meno illustri: all’indomani della vittoria di Marco Bucci ecco gli eletti al consiglio regionale della Liguria, tenendo conto che alcuni giochi sono ancora aperti tra rinunce e promozioni in giunta.
Come si compone il consiglio regionale della Liguria
I consiglieri in Liguria sono 30, oltre al presidente della giunta. Di questi, 24 sono eletti con sistema proporzionale sulla base di liste provinciali: Genova (13), La Spezia (4), Savona (4), Imperia (3). I restanti 6 seggi, come stabilito dalla legge elettorale 18/2020 ancora in vigore, sono assegnati con un sistema maggioritario dopo le elezioni ai gruppi di liste a supporto del presidente eletto, o alle liste non associate in caso di raggiungimento della maggioranza assoluta. Alla fine in Liguria saranno 17 consiglieri di maggioranza, più il presidente, e 13 di minoranza, tra i quali è incluso il candidato presidente sconfitto.
La sezione mancante a Genova: esiti ancora incerti
Da una delle 964 sezioni in provincia di Genova non sono ancora stati trasferiti i dati relativi alle preferenze. Questo rende impossibile, in linea teorica, ufficializzare la composizione del consiglio regionale. Un esempio è il testa a testa sul quarto posto del Pd nella circoscrizione, con il segretario provinciale Simone D’Angelo avanti per un soffio rispetto al capogruppo uscente in via Fieschi Luca Garibaldi.
Il consiglio regionale della Liguria, composizione “temporanea”
Marco Bucci – presidente
Andrea Orlando
PARTITO DEMOCRATICO
Armando Sanna (Ge)
Katia Piccardo (Ge)
Federico Romeo (Ge)
Simone D’Angelo (Ge)
Roberto Arboscello (Sv)
Davide Natale (Sp)
Carola Baruzzo (Sp)
Enrico Ioculano (Im)
FRATELLI D’ITALIA
Stefano Balleari (Ge)
Simona Ferro (Ge)
Rocco Invernizzi (Sv)
Luca Lombardi (Im)
Gianmarco Medusei (Sp)
VINCE LIGURIA BUCCI PRESIDENTE
Federico Bogliolo (Ge)
Matteo Campora (Ge)
Alessandro Bozzano (Sv)
LEGA
Alessio Piana (Ge)
Sara Foscolo (Sv)
Alessandro Piana (Im)
FORZA ITALIA
Carlo Bagnasco (Ge)
Angelo Vaccarezza (Sv)
Marco Scajola (Im)
ALLEANZA VERDI SINISTRA
Selena Candia (Ge)
Jan Casella (Sv)
ORGOGLIO LIGURIA
Giovanni Boitano (Ge)
Marco Frascatore (Sp)
Walter Sorriento (Im)
ANDREA ORLANDO PRESIDENTE
Gianni Pastorino (Ge)
MOVIMENTO 5 STELLE
Stefano Giordano (Ge)
I trombati eccellenti (ma con possibile ripescaggio)
L’esito delle urne lascia, al momento, fuori dal consiglio regionale due fedelissimi dell’ex governatore Giovanni Toti, l’assessore alla Protezione civile Giacomo Giampedrone, candidato nella lista Vince Liguria alla Spezia – e che però potrebbe comunque essere chiamato in giunta dal Bucci – e la ex portavoce di Toti, Jessica Nicolini, la quale potrebbe rientrare come prima dei non eletti della “nuova” lista arancione in caso di promozione ad assessore di Matteo Campora. Niente da fare anche per Angelo Gratarola, ex assessore alla Sanità, scelto sempre da Toti.
Fuori dal consiglio regionale anche Stefano Anzalone, nella lista civica Orgoglio Liguria a Genova e indagato per voto di scambio nel quadro dell’inchiesta della Procura di Genova. Fuori anche una campionessa di preferenze come Lilli Lauro, che esule della lista Toti era migrata in Fratelli d’Italia. Delusione anche per i due leghisti Sonia Viale, candidata a Imperia e terza in lista, e Stefano Mai, terzo nella circoscrizione Savona.
Nella minoranza, niente da fare (al momento) per Luca Garibaldi, referente Pd del Tigullio ed ex capogruppo in via Fieschi, scalzato per un pugno di voti da Simone D’Angelo. Fuori anche Ferruccio Sansa che, ieri durante lo spoglio, già metteva in preventivo la possibilità di tornare a fare il giornalista a tempo pieno.
Non tornerà in consiglio regionale il “decano” Pippo Rossetti, passato dal Pd ad Azione e comunque doppiato nelle preferenze da Cristina Lodi (anche lei fuori).
Niente consiglio regionale per i due consiglieri regionali uscenti del M5s, Stefano Tosi (candidato nella lista civica di Orlando) e Paolo Ugolini.
Le New Entry in consiglio regionale
Un consiglio regionale rinnovato per la metà, se si considera che su 30 consiglieri 12 sono new entry. Tra loro Federico Bogliolo, arancione già presidente del municipio Levante, Luca Lombardi detto HYPE, sanremese che ha sbancato con una campagna fatta soprattutto su TikTok, poi la leghista savonese Sara Foscolo, che dopo un’esperienza breve in parlamento torna alla grande politica, Rocco Invernizzi (Fdi), figura vicina a Marco Melgrati, e la sua nemesi, Jan Casella (Avs), ambientalista alassino.
Ben tre rookie, ma amministratori di una certa esperienza, sono del Pd: Katia Piccardo, la combattiva sindaca di Rossiglione, Federico Romeo, che è riuscito a sbancare nella sua Valpolcevera nonostante l’exploit dell’avversario interno ai dem, Armando Sanna (mister preferenze del Pd), e poi Simone D’Angelo, segretario metropolitano, che però avrebbe pronta la lettera di dimissioni da quell’incarico dopo la sconfitta di Orlando. Nuova del Pd anche Carola Baruzzo, in ticket con Davide Natale alla Spezia.
Ce l’hanno fatta Stefano Giordano, pompiere e sindacalistaì, coordinatore metropolitano del M5s, e poi i “civici” Walter Sorriento e Marco Frascatore.
I campioni di preferenze del consiglio regionale della Liguria
Bastava dare un’occhiata ai risultati nella zona di Sant’Olcese e dintorni per capire che lo scettro delle preferenze lo avrebbe tenuto in mano Armando Sanna, già vicepresidente del consiglio regionale (ed ex sindaco di Sant’Olcese), eletto dai cittadini con 8 mila voti. Numeri molto alti anche Katia Piccardo (oltre 7600) sindaca di Rossiglione, e Federico Romeo, dati che confermano il radicamento del Pd in alcune vallate del genovesato. Roberto Arboscello supera i 6000 voti nel savonese.
Nel centrosinistra molto bene la rossoverde Selena Candia che supera in termini di preferenze – oltre 4000- sia il compagno di lista in Avs Ferruccio Sansa sia Gianni Pastorino, eletto nella civica di Orlando.
Marco Scajola a Imperia, nella lista di Forza Italia, ex assessore regionale dal cognome inevitabilmente “importante”, è il più votato del centrodestra con 6308 preferenze. A distanza Carlo Bagnasco, sindaco di Rapallo, e coordinatore regionale di Forza Italia, con 4742 voti (circoscrizione Genova). Ma la maggioranza a Genova vede come primo partito Fratelli d’Italia, al 13,6%, e Stefano Balleari in pole con oltre 3600 voti, si rifa della batosta alle Europee. Sono 3100 i voti della seconda in lista, Simona Ferro. In Vince Liguria oltre 2000 voti per Federico Bogliolo e 1900 per Matteo Campora. Nella Lega Alessio Piana prende più voti del viceministro Edoardo Rixi che comunque non sarebbe rimasto in Liguria. Oltre 2300 per Angelo Vaccarezza nella lista di Forza Italia a Savona e per la terza volta eletto in consiglio regionale.
(da Genova24)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
ARMANDO SANNA E’ MISTER PREFERENZE, ROBERTA PINOTTI E’ LA PIU’ CONOSCIUTA COME EX MINISTRA, ALESSANDRO CAVO E’ PRESIDENTE DI CONFCOMMERCIO…. PIETRO PICIOCCHI E’ IL VICE-SINDACO DI BUCCI, VICINO A RIXI… ALTRI NOMI LAURO (FDI), PIANA (LEGA)… DIFFICILE CHE SI ESPONGA RIXI
“E’ presto per i totonomi”. E’ la frase che si sente ripetere più spesso, all’alba di ogni nuova campagna elettorale, da qualsiasi partito o coalizione. E però la tentazione è più succulenta del buon senso e i ragionamenti, per quanto “prematuri” o “controproducenti” prendono forma negli ambienti della politica e della società civile, nelle chat e sulle bacheche, nelle riunioni ristrette, e talvolta nella mente dei singoli protagonisti.
Tuttavia, all’indomani della vittoria di Marco Bucci alle Regionali, e quindi con all’orizzonte – al più tardi – le elezioni per il Comune di Genova a giugno 2025, non è poi così presto per parlare di candidati. Lo sanno anche quelli che dicono che non si fa.
Il centrosinistra prova a riprendersi Genova, tra i nomi Sanna, Pinotti, Pandolfo. Pirondini perde quote
Nel centrosinistra è stato lo stesso Andrea Orlando, nella conferenza stampa a caldo dopo la sconfitta, a far capire che la battaglia per le comunali di Genova – considerata alla stregua di una Stalingrado progressista con il centrosinistra avanti di 8 punti sugli avversari e il Pd primo partito al 30% – è già iniziata. E allora il centrosinistra deve riuscire a non ripetere gli errori delle Regionali: dilaniarsi in discussioni che dovrebbero essere interne e invece finiscono sempre per essere esposte ai quattro venti, trasformare la scelta del candidato o della candidata in uno stillicidio come quello messo in atto persino con un nome certo da mesi come quello di Orlando.
Una cosa è chiara, almeno stando a dialoghi intercettati già lunedì sera al quartier generale del Mog. Il campo largo deve andare avanti ma se c’è una forza con diritto di prelazione sulla scelta del candidato, quella forza è il Pd. E quindi perde quota l’ipotesi che era stata ventilata prima delle elezioni e che avevano interpretato la scelta del senatore M5s Luca Pirondini di togliere dal tavolo la propria candidatura a presidente della Regione come una neppure troppo velata disponibilità a candidarsi a sindaco poi. Con un Movimento 5 Stelle che scende sotto il 5% le pretese sono ridimensionate.
Chi può avanzarle, le pretese, è senza dubbio Armando Sanna che, in realtà, da tempo – ridendo e scherzando – va ripetendo che fare il sindaco di Genova non gli dispiacerebbe affatto. Mister preferenze, con 8000 voti, vicino all’ex presidente della Regione Claudio Burlando, già sindaco di Sant’Olcese e già vicepresidente del consiglio regionale, rispetto a qualche tempo fa può vantare il pedigree. E il risultato alle urne non può lasciare indifferenti i vertici del partito.
Ci sono altri due nomi in ballo, uno legato all’altro, e per certi aspetti interscambiabili: Alberto Pandolfo e Roberta Pinotti. Alberto Pandolfo è consigliere comunale a Genova ma in caso di permanenza di Andrea Orlando in Liguria prenderà il suo posto alla Camera come primo dei non eletti. Roberta Pinotti, che si è spesa non poco per quest’ultima campagna elettorale, non ha bisogno di presentazioni: ex ministra della Difesa nei governi Renzi e Gentiloni, e già candidata alle primarie per le comunali genovesi che poi videro la vittoria di Marco Doria ha, come Sanna, una grande passione per il podismo. Pandolfo è stato a lungo collaboratore di Pinotti a Roma.
C’è poi un’altra idea che circola, ed è quella del nome dello stesso Andrea Orlando. Che, però, appare poco probabile per più una ragione. Orlando, peraltro, deve ancora sciogliere le riserve sulla possibilità di restare a capo dell’opposizione in consiglio regionale – situazione auspicata da molte forze della coalizione, e del Pd – oppure tornare a svolgere il suo incarico di parlamentare a Roma.
Se invece, i progressisti volessero puntare su un “civico” un nome ci sarebbe: Alessandro Cavo. Il presidente genovese di Confcommercio ha più volte smentito di voler entrare nella “politica politicante” ma ultimamente si è visto non poco attivo nella critica al governo genovese e ha partecipato, intervenendo, anche a uno degli incontri per la stesura del programma di Orlando.
Centrodestra a rischio “cavalleria rusticana”: Piciocchi in pectore, Lilli Lauro scalpita, incognita Lega
Quando Marco Bucci, l’11 settembre scorso, ha annunciato la propria candidatura a presidente della Regione Liguria, al suo fianco aveva Pietro Piciocchi, il suo vicesindaco e super assessore (da solo gestisce oltre una dozzina di deleghe) che, per qualche settimana era stato anche tra i possibili candidati governatori. In quel frangente, e poi nelle settimane successive, Piciocchi ha dichiarato di essere a disposizione per diventare il prossimo sindaco di Genova. Lo ha ribadito poche ore fa anche ai nostri microfoni, facendo notare che è “arrivata anche la benedizione di Salvini” (dichiarazione raccolta dall’emittente Primocanale).
Ma se sembra che Bucci abbia posto come conditio sine qua non per la sua corsa alle Regionali la garanzia di una candidatura a sindaco “per Pietro”, oggi quella certezza non c’è più. La batosta presa dal centrodestra a Genova potrebbe rendere scomoda una figura così vicina, quasi sovrapponibile, a quella del sindaco. Inoltre Piciocchi, agguerritissimo in questa campagna elettorale, ha alzano la posta in gioco e con convinzione su alcuni dei progetti che a Genova sono considerati più divisivi: funivia, waterfront, stadio.
Il punto è che, anche se i partiti – soprattutto Fratelli d’Italia, primo con il 13,5% delle preferenze a Genova – volessero un’alternativa, trovarla è tutt’altro che facile. Chi vedrebbe come stimolante una campagna elettorale da sindaca è Lilli Lauro, recentemente passata a Fratelli d’Italia dalla Lista Toti, non particolarmente performante in questa tornata delle Regionali ma considerata negli anni una cosiddetta “macchina da voti”. Sembra avere meno chance un’altra totiana, Ilaria Cavo, il cui nome non aveva convinto la coalizione e i vertici di partito a Roma, per le Regionali, in parte proprio per la vicinanza all’ex governatore.
Ci sono poi altri due nomi, entrambi di casa Lega: Alessio Piana, che ha preso il numero maggiore di preferenze della sua lista alle regionali, e che in Comune a Genova è già stato in passato come consigliere e come presidente del consiglio. Ma soprattutto il viceministro Edoardo Rixi, nome di peso, che potrebbe essere schierato in caso la sfida si profilasse contro un cosiddetto o cosiddetta big della politica. Tuttavia trovare la sintesi su un nome, viste le varie correnti interne al Carroccio, sarebbe talmente complicato che Matteo Salvini ha preferito, almeno al momento, far convergere il supporto sul nome di Piciocchi.
(da Genova24)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
IL REPORT DEL CENTRO STUDI ITINERARI PREVIDENZIALI E CIDA: “SIAMO DAVANTI A UN PAESE SBILANCIATO IN CUI FINANZIARE FORME DI WELFARE È SEMPRE PIÙ COMPLICATO. E LA MANOVRA COLPISCE CHI CONTRIBUISCE DI PIÙ. SI TRASMETTE COSÌ UN MESSAGGIO ALLARMANTE: IN ITALIA CONVIENE EVADERE E OCCULTARE”
Il gettito Irpef nel 2023 è aumentato del 6,3% rispetto all’anno precedente, anche se meno del
Pil nominale. Ma il problema è che, malgrado il miglioramento di crescita e occupazione, il 45,16% degli italiani non ha redditi e di conseguenza vive a carico di qualcuno. Su 42 milioni di dichiaranti, poi, il 75,57% dell’intera Irpef è pagato da circa 10 milioni di milioni di contribuenti, mentre i restanti 32 ne pagano solo il 24,43%. I dati emergono dall’ultimo Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate di Itinerari previdenziali e Cida.
“Emerge che il 40% della popolazione italiana si carica oltre il 90% delle tasse e il restante paga circa l’8% dell’Irpef. E’ un Paese un po’ sbilanciato dove finanziare forme di welfare è sempre più complicato”, rileva il presidente di Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla.
Una situazione che, con la riforma fiscale, non potrà che peggiorare: “La nuova manovra, con tagli ai massimali delle detrazioni a partire dai 75.000 euro di fatto, rappresenta – secondo l’analisi di itinerari previdenziali “un aumento di tassazione per chi contribuisce di più”. “Si trasmette così un messaggio allarmante: che in Italia non conviene eccellere, produrre o innovare. Conviene, invece, evadere e occultare”, osserva Brambilla.
Se i contribuenti che sostengono il Paese tendono a diminuire, al contrario la spesa per assistenza aumenta in misura esponenziale, e quindi diventa un carico sempre meno sopportabile. In 10 anni la spesa per il welfare è aumentata del 30% «a causa di una vertiginosa spesa in assistenza, pari a +126%».
Il sistema Italia, in definitiva, si regge sulle spalle di un ceto medio sempre più sparuto
(da La Repubblica)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
SI CHIEDE ALL’ALTA CORTE QUALI NORME VADANO RISPETTATE E SI CRITICA LA DEFINIZIONE DI “PAESE SICURO” CHE INCIDE SUI CPR IN ALBANIA
Il Tribunale di Bologna ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea di stabilire se deve essere disapplicato il decreto legge del 21 ottobre con cui il governo Meloni ha definito la lista dei Paesi che ritiene «sicuri» per rimpatriarvi i migranti espulsi dall’Italia.
Secondo i giudici bolognesi infatti i criteri usati dal governo nella designazione di Paese «sicuro» contrastano con il diritto europeo.
Il decreto serviva a rendere operativo l’accordo con l’Albania sulle procedure accelerate per il rimpatrio dei migranti irregolari, su cui si incentrano le politiche per l’immigrazione volute dalla premier Giorgia Meloni, risolvendo alcuni problemi giuridici posti dalla precedente lista dei Paesi sicuri fatta dal governo italiano.
Cosa dice il decreto del governo Meloni
Il Consiglio dei ministri infatti ha approvato il decreto in tutta fretta dopo che il 18 ottobre il Tribunale di Roma non ha convalidato il fermo per i primi 12 migranti sbarcati in Albania, che quindi erano stati riportati in Italia. Definendo sicuri 19 Paesi, il decreto mira a rendere possibile il trasferimento in Albania dei migranti che provengono da quei Paesi (se le loro richieste di asilo vengono respinte) in attesa che siano completate le procedure accelerate di espulsione previste dall’accordo con Tirana.
Da dove nascono i dubbi del tribunale
Il modo in cui il governo ha scelto di definire sicuri i 19 Paesi in questione però contrasta con le normative europee attualmente in vigore (anche se lo rimarranno solo fino al 2026) e il Tribunale di Bologna si è rivolto ai giudici della Ue chiedendogli di esplicitare quali regole debbano prevalere: se quelle italiane o quelle europee.
Secondo il diritto dell’Unione europea le norme nazionali sull’immigrazione devono sempre rispondere al diritto della Ue e quindi il conflitto con il decreto del governo Meloni (che era stato oggetto di una intensa interlocuzione tra gli uffici giuridici di Palazzo Chigi e quelli della presidenza della Repubblica) era inevitabile. Il rinvio del Tribunale di Bologna alla Corte di Giustizia Ue lo rende solo palese.
Il concetto di sicurezza «parziale»
Il rinvio riguarda il caso di un cittadino del Bangladesh, uno dei 19 Paesi sicuri secondo il decreto del governo Meloni. Il Tribunale di Roma il 18 ottobre aveva spiegato che il Bangladesh e altri Paesi non potevano essere ritenuti sicuri sulla base «dei principi, vincolanti per i giudici nazionali e per l’amministrazione, enunciati dalla recente pronuncia della Corte europea» del 4 ottobre. Sentenza che aveva bocciato la definizione di «Paesi d’origine sicuri» utilizzata dall’Italia perché basata su un concetto di sicurezza «parziale». Ovvero sull’idea che Paesi come Bangladesh, Egitto o Tunisia sono sicuri per la maggioranza della popolazione, mentre sono pericolosi solo per minoranze vulnerabili come gli oppositori politici o la comunità Lgbtqi+. Per la Corte Ue del Lussemburgo, però, non è ammissibile escludere categorie di persone da questa definizione: un Paese o è sicuro per tutti o non lo è per nessuno.
Al contrario il governo, come ha spiegato Gianluca Mercuri, sostiene che la sentenza della Corte di giustizia Ue non può essere considerata vincolante, perché sarebbe (secondo le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano) «estremamente complessa, difficilmente trasferibile a ciò che accade in via ordinaria nei flussi migratori» e perché il Parlamento europeo ha già approvato un nuovo Regolamento che entrerà in vigore nel 2026 e modifica il concetto di Paese sicuro introducendo il concetto di «sicurezza parziale».
Poco importa al governo se — come ha scritto la nostra corrispondente da Bruxelles Francesca Basso — «finché il nuovo Patto non entra in vigore resta valida la direttiva del 2013» a cui si rifà la sentenza del 4 ottobre della Corte europea.
Il tribunale di Bologna fa riferimento a questo conflitto e nel chiedere alla Corte di giustizia Ue di pronunciarsi non solo condivide la valutazione del Tribunale di Roma ma sostiene che il decreto debba essere disapplicato perché non può esistere una sicurezza solo parziale.
Il paradosso: «La Germania nazista era un Paese sicuro?»
«Il sistema della protezione internazionale è, per sua natura, sistema giuridico di garanzia per le minoranze esposte a rischi provenienti da agenti persecutori» scrivono i giudici di Bologna. «Salvo casi eccezionali (lo sono stati, forse, i casi limite della Romania durante il regime di Ceausescu o della Cambogia di Pol Pot), la persecuzione è sempre esercitata da una maggioranza contro alcune minoranze, a volte molto ridotte. Si potrebbe dire, paradossalmente, che la Germania sotto il regime nazista era un paese estremamente sicuro per la stragrande maggioranza della popolazione tedesca: fatti salvi gli ebrei, gli omosessuali, gli oppositori politici, le persone di etnia rom ed altri gruppi minoritari, oltre 60 milioni di tedeschi vantavano una condizione di sicurezza invidiabile.
Lo stesso può dirsi dell’Italia sotto il regime fascista. Se si dovesse ritenere sicuro un Paese quando la sicurezza è garantita alla generalità della popolazione, la nozione giuridica di Paese di origine sicuro si potrebbe applicare a pressoché tutti i Paesi del mondo, e sarebbe, dunque, una nozione priva di qualsiasi consistenza giuridica» concludono i giudici.
I magistrati ricordano inoltre che già «il Conseil d’État francese ha ritenuto illegittime le designazioni del Senegal e del Ghana, perché vi è persecuzione delle persone lgbtqia+» e che anche «la Corte Suprema inglese ha dichiarato illegittima la designazione della Giamaica in ragione della persecuzione delle persone lgbtqia+».
Per questo chiedono alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di chiarire «se la presenza di forme persecutorie o di esposizione a danno grave concernenti un unico gruppo sociale di difficile identificazione — quali ad esempio le persone lgbtiqa+, le minoranze etniche o religiose, le donne esposte a violenza di genere o a tratta ecc… – escluda detta designazione» (come Paese sicuro) e se «il dovere per il giudice di disapplicare l’atto di designazione permanga anche nel caso in cui detta designazione venga operata con disposizioni di rango primario, quale la legge ordinaria».
(da Il Corriere della Sera)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
HA SENSO CONTINUARE A CONSIDERARE CONTE UN ALLEATO AFFIDABILE?
Subito dopo la vittoria il neo eletto governatore della Liguria Marco Bucci ha utilizzato
un’immagine molto colorita per dare addosso agli avversari: “Fossi in Orlando, prenderei tutti i miei amici e gli farei un mazzo così”. Perché è innegabile che sulla sconfitta della coalizione di centrosinistra abbiano pesato le vicende del M5s, e le tensioni tra Grillo e Conte delle ultime settimane, sfociate nella rottura definitiva, dopo l’annuncio da parte del presidente pentastallato dello stop del rinnovo del contratto di consulenza da 300mila euro all’ex comico. Diversi analisti hanno parlato di “crollo” del M5s in Liguria, ma è stato qualcosa di più. Quello che è successo tra Grillo e Conte negli ultimi giorni sembra più un’azione studiata di autolesionismo.
Il Pd è primo partito in Regione, e può certo rallegrarsi per il 28,4%, un dato in crescita rispetto alle europee, quando aveva preso il 26,3%. Sicuramente c’è stato un effetto trascinamento di Orlando, visto che alla percentuale di consensi a livello regionale del Pd va aggiunto anche il 7% circa delle sue liste civiche, un’area che raccoglie oltre il 35% dei voti, praticamente un terzo del consenso degli elettori.
A Genova città addirittura il Pd arriva al 29,71%, a cui si aggiunge poco più dell’8% delle civiche di Orlando, per un consenso complessivo di circa il 38%.
Ma come ha ammesso la stessa segretaria Schlein, questi voti da soli non bastano, “scontiamo anche le difficoltà degli altri”. La leader dem le definisce “difficoltà”, ma è un eufemismo. Perché di certo il M5s, che porta a casa solo il 4,6%, ha dimezzato i propri voti rispetto alle elezioni europee di giugno (10,2%). Un dato che ovviamente non è spiegabile solo con la scarsa affluenza, al 46%.
Giuseppe Conte subito dopo il voto ha rivendicato la scelta di mettere un veto sull’ingresso di Renzi e Italia viva nel cosiddetto campo largo, perché, è il ragionamento, non si può fare solo una questione di numeri: “Lascino da parte le calcolatrici: ipotizzare fantasiose alleanze con Renzi e i suoi epigoni avrebbe solo fatto perdere ancor più voti al M5s e quindi alla coalizione”.
Certo l’assemblea costituente, il progetto di rilancio che Conte ha messo in campo, si svolgerà solo a fine novembre, e il percorso è ancora in itinere. Ma le ultime mosse dell’ex premier sembravano tutte studiate per affossare il centrosinistra, più che per contribuire al suo successo, a partire proprio da quel no ai renziani, fino alle dichiarazioni nel libro di Vespa in uscita a fine mese (‘Hitler e Mussolini. L’idillio fatale che sconvolse il mondo’). Affermare, alla vigilia del voto in Liguria, che “Beppe Grillo è responsabile di una controcomunicazione”, non ha fatto altro che disorientare l’elettorato grillino, che alla fine le urne le ha disertate.
La decisione di tagliare ufficialmente il contratto da 300mila euro all’anno al Garante, poco prima delle elezioni nella Regione in cui Grillo è di casa, non è stata ovviamente senza conseguenze, e l’ex comico non è stato a guardare.
Il fondatore del Movimento non solo ha fatto sapere di non essersi recato al seggio, ma il giorno prima del voto, in un video, ha contestato apertamente la candidatura di Orlando, non esitando a definirla “catapultata dall’alto”: “Queste elezioni che stanno avvenendo in Liguria e in Emilia-Romagna, ma i candidati che appoggiano questo movimento progressista di sinistra… Così, ma chi li ha votati? C’è stata una votazione dal basso? Questa sarebbe la democrazia dal basso? No, sono stati catapultati dall’alto, messi lì, i soliti giochi della vecchia politica”. Un attacco durissimo, che non poteva non avere ripercussioni sul voto in Liguria.
La domanda ora sorge spontanea: da che parte sta Conte? Dalla parte del campo progressista, o dalla parte di sé stesso?
Rema nella stessa direzione degli alleati, in chiave anti-Meloni, o cerca piuttosto di erodere il consenso del Pd?
E la domanda se la dovrà porre il Pd, anche in vista delle prossime elezioni in Umbria ed Emilia Romagna, che si terranno tra 20 giorni, il 17 e 18 novembre: Schlein deve domandarsi se Conte sia davvero un compagno di strada affidabile, al netto delle divisioni interne e del processo di rinnovamento (o di evaporazione per citare Grillo) che ha iniziato. E deve chiedersi se davvero sia utile rinunciare a quel 2% di Italia viva, per non spostare gli equilibri del partito troppo al centro. Il tema delle alleanze è il vero nodo da sciogliere in questo autunno elettorale.
(da Fanpage)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
RENZI: “COLPA DEI VETI SU ITALIA VIVA”… CONTE: “CON LUI SI PERDE”… ORLANDO: “CAMPO LARGO DEVE ESSERE STRUTTURALE, NON CHE OGNI VOLTA SI DEVE DISQUISIRE”.. ELLY SCHLEIN: “IO NON HO MAI SPESO UN MINUTO PER POLEMIZZARE CON GLI ALTRI OPPOSITORI, I NOSTRI AVVERSARI SONO I SOVRANISTI E VOGLIO BATTERLI”
«Questo risultato ci deve fare riflettere, deve fare riflettere il centrosinistra nazionale ma ci deve anche incoraggiare alla battaglia che non è finita e che intendo portare avanti».
Sono le prime parole pubbliche di Andrea Orlando dopo che è maturata la sconfitta in Liguria. La vittoria di misura di Marco Bucci è stata subito riconosciuta, col fair play che aveva segnato pure la campagna elettorale. Ma ciò non significa che non lasci l’amaro in bocca.
«Sapevamo di dovere contrastare un sistema di potere forte e arroccato ma le forze del centrosinistra hanno collaborato bene – ragiona Orlando – anche se abbiamo pagato qualche problema di troppo del campo largo». Riferimento evidente alle tensioni registratesi nel corso della campagna elettorale tra Italia Viva e Movimento cinque stelle: il partito di Matteo Renzi ha spinto per entrare in coalizione, anche per dimostrare la sua nuova direzione politica, i grillini sono andati in fibrillazione e hanno messo il voto. E ora c’è chi fa i conti e dice apertamente che inserendo a pieno titolo Italia Viva nel blocco pro-Orlando forse l’ex ministro Pd ce l’avrebbe fatta
Renzi-Conte, volano gli stracci
È durissimo in serata lo stesso Matteo Renzi: «Oggi ha perso soprattutto chi concepisce la politica come uno scontro personale, come un insieme di antipatie e vendetta», scrive l’ex premier su X. «Ha perso chi mette i veti. Ha perso chi non si preoccupa di vincere ma vuole solo escludere e odiare. Ha perso Giuseppe Conte, certo, e tutti quelli che con lui hanno alzato veti contro Italia Viva». Perché? Basta guardare i numeri dell’elezione, nota Renzi. «Solo le mie preferenze personali delle Europee sarebbero bastate a cambiare l’esito della sfida, solo quelle. Aver messo un veto sulla comunità di Italia Viva ha portato il centrosinistra alla sconfitta. Senza il centro non si vince: lo ha dimostrato la Basilicata qualche mese fa, lo conferma la Liguria oggi. Vedremo se qualcuno vorrà far tesoro di questa lezione». Altrettanto velenosa la replica del leader pentastellato: «Non ci turbano le uscite di chi questi minuti prova a ridurre la politica a una fredda questione di numeri», manda a dire a Renzi Giuseppe Conte. «Lascino da parte le calcolatrici: ipotizzare fantasiose alleanze con Renzi e i suoi epigoni avrebbe solo fatto perdere ancor più voti al M5S e quindi alla coalizione, a chi voleva dare una scossa a tutta la Liguria».
Lezioni da destra
A ciascuno i suoi calcoli e le sue valutazioni. Nel mezzo del fuoco incrociato, di certo, è rimasto Andrea Orlando. Che da politico navigato già ragiona sulle lezioni. «Il tema fondamentale al di la dei singoli errori che ci possono essere stati è che il centrosinistra si deve dare un assetto coalizionale stabile. Perché non è possibile determinare il format di volta in volta».
Il confronto con le dinamiche di funzionamento del centrodestra, da questo punto di vista, è impietoso. «Non avere un assetto stabile dà un vantaggio enorme a una coalizione che è in grado di essere pronta dopo una telefonata della sua leader», quella guidata da Giorgia Meloni appunto. «Noi non siamo cosi disciplinati e non vogliamo nemmeno diventarlo perché credo che la discussione e il pluralismo siano una ricchezza. Però a volte troppa ricchezza può fare un danno», conclude non senza amarezza Orlando.
Schlein e l’appello a deporre le armi
Chi prova a guardare oltre, adesso, è Elly Schlein. Questa l’analisi a caldo del risultato ligure secondo la leader dem: «Il Pd ha dato il massimo. Siamo consapevoli che non bastiamo. Scontiamo le difficoltà degli altri e speriamo che questo risultato faccia riflettere tutte le forze alternative alla destra, come fa riflettere noi, che non abbiamo speso un minuto in polemiche o competizioni con le altre opposizioni. Perché il nostro avversario è questa destra che vogliamo battere». Da domani si riparte con la costruzione del campo largo. Ma con pesanti macerie sul campo.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
IL PREMIER UNGHERESE, PRESIDENTE DI TURNO DELL’UE, È VOLATO A TBILISI PER FESTEGGIARE LA VITTORIA DEL PARTITO FILO-RUSSO “SOGNO GEORGIANO”, ACCUSATO DI BROGLI DA PARTE DELL’OPPOSIZIONE. E L’UNIONE EUROPEA, TANTO PER CAMBIARE, S’È SPACCATA
Un tentativo c’è stato. Boicottare il Consiglio europeo della prossima settimana a Budapest. Le
parole e il viaggio del premier ungherese Viktor Orbán a Tbilisi per festeggiare la vittoria del partito putiniano di Sogno Georgiano hanno scosso le istituzioni europee provocando un effetto che negli ultimi mesi si rinnova quasi sistematicamente: spaccare l’Unione in due. E la Commissione von der Leyen che evita di acuire lo scontro
Oggi, soprattutto da Parigi, verrà compiuto un altro tentativo di dare un segnale netto all’Ungheria. La divisione ieri è stata però plastica con la dichiarazione congiunta di tredici Paesi dell’Unione, la metà dei membri, firmata dai ministri degli Affari Europei di Germania, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Paesi Bassi, Lussemburgo, Polonia, Portogallo e Svezia.
Un’iniziativa per denunciare le «violazioni durante la campagna elettorale e il giorno delle elezioni». E per stigmatizzare «la visita prematura del primo ministro ungherese Viktor Orbán in Georgia». Si tratta di un gruppo di Stati in larga parte con governi “europeisti” e qualche sovranista, come quello olandese. Tra i firmatari manca l’Italia che non si è certo spellata le mani contro l’iniziativa magiara.
Resta il fatto che la missione di Orbán ha spiazzato e irritato. Tanto che l’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, ha subito puntualizzato che il premier di Budapest è volato a Tbilisi a titolo personale e non in rappresentanza dell’Ue, di cui è pure presidente di turno.
Le stesse critiche erano state espresse a luglio, quando Orbán volò a Mosca da Putin e negli Usa per incontrare Donald Trump. «Non c’è una sola ragione – ha avvertito von der Leyen – per cui Putin dovrebbe avere voce in capitolo nel futuro dei giovani ucraini, moldavi o georgiani. Hanno il diritto di vedere che le irregolarità elettorali vengano indagate in modo rapido, trasparente e indipendente».
Tutti sono convinti che «la Russia abbia cercato di influenzare le elezioni » con una «disinformazione senza precedenti e con una dura retorica anti-Ue». Ma nessun passo concreto ulteriore da parte della Commissione, almeno per il momento. Anche la Nato ha denunciato «le condizioni diseguali in cui si sono svolte le elezioni».
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
CONTE DELUSO E GRILLO NON VOTA
Lo spoglio è un crescendo di preoccupazione. Silenzi, dubbi, timori si rincorrono per ore nel Movimento. Il dato che emerge dalle urne vede i 5 Stelle sotto l’asticella del 5% in Liguria. Rispetto a cinque anni fa, il M5S segna un passo indietro (era al 7,8%). «Non ci nascondiamo dietro un dito: un risultato deludente, al di sotto delle aspettative.
Una responsabilità che ci conferma l’assoluta necessità di rifondare il Movimento», commenta Giuseppe Conte. Il leader rivendica, nonostante la sconfitta, il no a Italia viva: «Ipotizzare fantasiose alleanze con Renzi e i suoi epigoni avrebbe solo fatto perdere ancor più voti al M5S e quindi alla coalizione, a chi voleva dare una scossa a tutta la Liguria». Ma il ko per il Movimento ha un doppio livello di lettura e, come confessa un esponente di lungo corso, «rischia di lasciare il segno».
Anzitutto, c’è un dato numerico. Che va oltre le percentuali. Il Movimento nove anni fa era capace di raccogliere da solo 120 mila preferenze, nel 2020 erano 48 mila. Ma anche in epoca contiana i dati sono stati lusinghieri. Alle Politiche, solo due anni fa, il Movimento in Liguria ottenne 93 mila preferenze. Lo scorso giugno i voti erano stati 63 mila. Ora i Cinque Stelle sono fermi a quasi 25 mila: in sostanza sono stati persi quasi 70 mila voti in due anni, 40 mila nel giro di una stagione.
“Questo è uno choc», dice uno stellato. Internamente si addita lo scontro tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. La base di sicuro è spiazzata. Il garante ha fatto sentire la sua voce parlando di «bassa democrazia» proprio per l’accordo in Liguria (ed Emilia-Romagna) e c’è chi sostiene che la presa di posizione abbia avuto un peso.
Le divisioni interne hanno giocato un ruolo non secondario: secondo voci non confermate alcuni gruppi locali avrebbero disertato i seggi in polemica con la gestione attuale. Di sicuro, la sconfitta ha anche un risvolto politico non indifferente. Il Movimento è la quarta forza della coalizione, Avs ha preso circa 9 mila voti in più ma il M5S è stato sorpassato anche dal listino di Orlando.
(da Corriere della Sera)
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