Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
GIÀ A DICEMBRE IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA ERA STATO AVVISATO DAL CSM CHE NON C’ERANO LE CONDIZIONI PER PASSARE SUBITO DAL SISTEMA CARTACEO A QUELLO TELEMATICO… SI RISCHIA UN ALTRO CAOS DAL 1° APRILE
Sono ben 87 i tribunali di maggiori dimensioni che hanno dovuto sospendere App – il sistema del processo penale telematico – perché, a quanto pare, nulla funziona. È il dato impressionante e per di più parziale che si ricava dalla relazione della Settima commissione del Csm.
Già in dicembre il ministero della Giustizia era stato avvisato che non c’erano le condizioni per avviare il processo telematico dal 1º gennaio. Ora, con una seconda relazione, il Csm auspica che il dicastero guidato da Carlo Nordio faccia i conti con la realtà: App non funziona perché nulla è stato fatto prima dell’obbligo del processo telematico, motivo per il quale la stessa commissione chiede al ministero che decreti il doppio binario cartaceo-telematico fino a quando non saranno risolte le problematiche che causano la paralisi delle attività processuali.
Nel documento, a firma dei consiglieri togati Maria Vittoria Marchianò e Marco Bisogni, che sarà votato mercoledì dal plenum, si legge che il monitoraggio di App “consente di individuare effetti decisamente preoccupanti che erano peraltro stati ampiamente previsti” dal Csm.
Viene ricordato che dal 1º gennaio tutte le parti processuali “sono obbligate a utilizzare lo strumento telematico per depositare, anche nelle udienze predibattimentali e dibattimentali, oltre che nell’udienza preliminare, ‘atti documenti, richieste e memorie’”.
Una norma che “presuppone la generalizzata disponibilità, presso tutte le aule giudiziarie, di strumenti telematici a disposizione” delle parti.
Ma per ora è fantascienza: “Allo stato attuale – scrivono Bisogni e Marchianò – tale disponibilità non sussiste ed è di fatto impossibile lo svolgimento dei giudizi secondo la modalità telematica in assenza di un’idonea infrastruttura tecnologica”.
Persino la Direzione generale sistemi informativi automatizzati (DGSIA) del ministero ha dovuto riconoscere “l’attuale e concreta esistenza di problematiche riguardanti il malfunzionamento” di App e che “bisogna ricorrere al cartaceo” se non si vuole paralizzare l’attività giurisdizionale.
La paralisi non riguarda solo i tribunali, il Csm mette in guardia il ministero anche per altri uffici: “Non meno preoccupanti si profilano fin da ora le prospettive del processo telematico per gli Uffici di Procura e del G.I.P”. Si evidenzia che “per tre riti speciali (applicazione della pena su richiesta delle parti, procedimento per decreto penale, sospensione del procedimento con messa alla prova), oltre che per l’udienza preliminare” tutte le parti processuali dal 1º gennaio sono obbligate al deposito telematico di atti “in un fascicolo processuale che non è composto da documenti telematici interamente gestibili in App”.
E i guai non sono finiti: “Analoghe criticità riguardano i riti speciali rispetto ai quali il deposito telematico diverrà obbligatorio dal 1º aprile prossimo (giudizio abbreviato, direttissimo e immediato). Vista la gravità delle carenze dell’applicativo, appare peraltro improbabile che queste possano venire risolte nel breve spazio di meno di tre mesi, pur augurandoci il contrario”.
Chissà se Nordio, di fronte a questa débâcle, si porrà delle domande sulle priorità per far funzionare la Giustizia.
(da il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
LA SVOLTA A DESTRA SAREBBE CAUSATA DAL PEGGIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DEL LAVORO A CAUSA DELLA GLOBALIZZAZIONE, DALL’AUMENTO DELLE POLITICHE IDENTITARIE SFRUTTATE CON PIÙ SUCCESSO DAI POPULISTI, E DA UNA TENDENZA GENERALE TRA LE FORZE “PROGRESSISTE” A FRAMMENTARSI… IL RISULTATO È CHE SE LA DESTRA HA OTTENUTO IL 55.7% DEI VOTI, I PARTITI DI SINISTRA HANNO INCHIODATO AL 42.3%
I partiti di sinistra sono più impopolari ora che in qualsiasi altro momento dalla fine
della Guerra Fredda. L’analisi di “The Telegraph” arriva dopo un anno di trionfi elettorali per i conservatori in tutto il mondo, coronati dall’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti
I gruppi di destra sono emersi come vincitori mondiali dopo che più di 1,5 miliardi di persone hanno votato in più di 70 paesi nel 2024, il numero più alto mai registrato in un solo anno. I partiti di sinistra hanno subito una media di voti di appena il 45,4 percento nelle ultime elezioni di ogni paese democratico al voto, secondo l’analisi del Telegraph sulle elezioni in 73 democrazie.
Nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti, i partiti di sinistra hanno ottenuto solo il 42,3 percento dei voti, mentre la destra ha ottenuto il 55,7 percento, il che rappresenta il divario più ampio nella quota di voti dal 1990.
Nel frattempo, l’estrema destra ha ottenuto una quota di voti record del 14,7 percento dopo che i politici radicali hanno ottenuto buoni risultati nelle elezioni dalla Francia a Panama.
La fine della sinistra può essere persino tracciata in America Latina, una roccaforte del socialismo dopo anni di brutali dittature fasciste.
Dopo l’insediamento di Trump questo mese, si prevede che ulteriori sconfitte saranno inflitte alla sinistra in Canada, Australia e Germania, la più grande economia dell’UE.
«La tendenza è in ascesa. Non c’è una vera ragione per aspettarsi che si fermerà presto» ha affermato il professor Matthijs Rooduijn, uno scienziato politico dell’Università di Amsterdam.
Jeremy Cliffe, direttore editoriale e senior policy fellow presso il think tank del Consiglio europeo per le relazioni estere, ha affermato che la svolta globale a destra è stata il risultato di tre tendenze interconnesse: «Il declino del lavoro organizzato dovuto alla globalizzazione, l’aumento delle politiche identitarie sfruttate con più successo dalla destra rispetto alla sinistra e una tendenza generale tra le forze di sinistra a frammentarsi piuttosto che a unirsi»
Trump ha vinto il voto popolare alle elezioni statunitensi di novembre, ottenendo 77 milioni di voti rispetto ai 75 milioni della democratica Kamala Harris. I sondaggi mostrano che Pierre Poilievre, un populista soprannominato il Trump canadese, è il favorito per sostituire Justin Trudeau come primo ministro dopo che il rubacuori liberale si è dimesso all’inizio di questo mese.
In Australia, i conservatori hanno superato il governo laburista nei sondaggi prima delle elezioni di quest’anno.
I partiti di destra in Europa hanno aperto un divario quasi storico con i rivali di sinistra di quasi il 14 percento nelle elezioni più recenti. La schiacciante vittoria del Labour nel Regno Unito è stata l’unica consolazione per la sinistra in 12 mesi di duri insuccessi.
Il suo successo potrebbe essere di breve durata. Il primo sondaggio sulle intenzioni di voto di YouGov/Times dalle elezioni generali del 2024 mostra una corsa testa a testa tra Labour (26%) e Reform UK (25%). Il partito conservatore è al terzo posto con il 22%.
Il partito di Nigel Farage ha ottenuto il 14% dei voti alle elezioni, la terza quota più grande, tuttavia, l’equivalente di 4,1 milioni di voti si è tradotto solo in cinque seggi a Westminster.
Nel 2024, il partito laburista ha ottenuto solo 1,6 punti percentuali in più di voti rispetto al 2019.
Nell’Europa occidentale, l’estrema destra era in marcia, registrando una quota media record di voti del 16,9% dopo le votazioni tenutesi in Francia, Austria, Germania e altrove.
Gli elettori di tutta l’UE hanno consegnato la vittoria generale ai partiti di centro-destra alle elezioni del Parlamento europeo di giugno, ma anche l’Alternative for Germany (AfD), il National Rally francese e il Freedom Party austriaco hanno festeggiato grandi guadagni.
La decisione di Emmanuel Macron di indire elezioni anticipate per l’assemblea, dopo che il National Rally di Marine Le Pen ha vinto il voto dell’UE in Francia, ha lasciato la politica francese nel caos e Macron un presidente zoppo.
In Austria, il Freedom Party di estrema destra pro-Putin ha vinto le elezioni generali per la prima volta e ora si prevede che formerà un governo di coalizione.
In Germania, si prevede che la CDU vinca le elezioni generali di febbraio. L’estrema destra AfD è al secondo posto nei sondaggi, davanti al Partito Socialdemocratico del cancelliere di sinistra Olaf Scholz.
Il 2024 è stato l’anno peggiore per i partiti di sinistra nell’Europa centrale e orientale da dopo la caduta della cortina di ferro. Il centro-destra ha vinto in Croazia e Bulgaria. L’estrema destra ha vinto le elezioni ora parzialmente annullate in Romania.
Nella Repubblica Ceca, Andrej Babiš, un imprenditore populista di estrema destra che ha cercato di emulare Trump, dovrebbe vincere le elezioni quest’anno. L’ultimo sondaggio mostra che il suo partito ha preso il 33 percento dei voti rispetto al secondo classificato di sinistra al 19 percento.
Gli esperti hanno affermato che il successo della destra populista è dovuto all’inasprimento degli atteggiamenti contro l’immigrazione in Europa. Hanno affermato che anche le politiche radicali sono state sempre più normalizzate dopo essere state rubate dai conservatori dell’establishment.
Il prof. Rooduijn ha affermato che i partiti di estrema destra si stanno sempre più professionalizzando. I social media hanno anche reso molto più facile per i politici comunicare direttamente con i cittadini.
La morsa della sinistra sulla politica latinoamericana dalla fine degli anni 2000 si è indebolita dopo le vittorie di leader come l’argentino Javier Milei. Dopo le elezioni del 2024, la quota di voti della sinistra si è attestata al 51,6 percento, la più bassa in oltre 30 anni. Il voto medio della destra si è attestato al 40 percento dal 2018.
Nel 2023, il Paraguay ha eletto il conservatore Santiago Peña e l’Ecuador ha scelto il candidato di centrodestra Daniel Noboa.
Nello stesso anno, Milei, alleato del signor Trump e armato di motosega, è diventato presidente dell’Argentina con la promessa di tagliare il settore pubblico. Affronterà le elezioni di medio termine nel 2025, ma finora il suo partito sta ottenendo buoni risultati nei sondaggi.
Secondo Christopher Sabatini, ricercatore senior per il programma America Latina, Stati Uniti e Americhe presso Chatham House, i partiti di sinistra hanno visto la loro quota di voti diminuire a causa dell’inettitudine del governo, delle promesse eccessive e della corruzione: «Negli ultimi due decenni, le preoccupazioni degli elettori per la criminalità e la violenza sono aumentate vertiginosamente… È un’area in cui la sinistra non è riuscita a produrre molti risultati o una risposta praticabile».
Jair Bolsonaro, il “Trump dei tropici”, ha perso le elezioni nel 2022, ma il suo partito rimane il più grande nel parlamento brasiliano. L’America Latina è stata tradizionalmente avvicinata dagli Stati Uniti con un atteggiamento interventista pratico, ma la presenza di più leader di destra e populisti cambierà le cose. «Sarà una politica molto più partigiana che favorirà, se vogliamo, i ‘Mini Trump’», ha affermato Sabatini.
La destra ha mantenuto la sua presa sulla politica in Asia e Australia, con una quota di voti del 55,6 percento, la media più alta dal 2017.
Jacinda Ardern, primo ministro di sinistra della Nuova Zelanda, si è dimessa nel 2023 ed è stata sostituita da Christopher Luxon, leader del National Party di centro-destra. In Australia, la coalizione di destra Liberal-National è in vantaggio nei sondaggi prima delle elezioni di quest’anno.
L’anno scorso, il Partito Liberal Democratico di destra del Giappone ha perso la maggioranza, ma l’ascesa di nuovi e più piccoli partiti di estrema destra ha contribuito a spingere la quota di voti di destra del paese al 63,87 percento.
In India, la più grande democrazia del mondo, Narendra Modi e il Bharatiya Janata Party (BJP) sono stati eletti per la terza volta a giugno. Tuttavia, la coalizione di centrosinistra dell’opposizione e del Congresso nazionale indiano ha registrato un aumento della quota di voti.
La quota di seggi del BJP è diminuita, ma a seguito di accordi pre-elettorali con i partner della coalizione, la sua quota di voti complessiva è scesa di meno dell’1%. Alcuni critici descrivono il BJP come di estrema destra a causa della sua retorica nazionalista indù.
La superpotenza emergente Cina, un attore significativo nella regione, non è una democrazia e quindi il paese comunista non faceva parte dell’analisi. Nelle otto democrazie dell’Africa e del Medio Oriente, la quota di voti di sinistra è scesa a un minimo storico del 54,2 percento nel 2024.
Per gran parte degli ultimi 30 anni, la quota media dei partiti di sinistra è sempre stata superiore al 60 percento, ma è scesa dopo anni di cattiva gestione economica.
In Sudafrica, la più grande economia del continente, il partito di centro-sinistra African National Congress non è riuscito a ottenere la maggioranza parlamentare che deteneva dalle prime elezioni post-apartheid del 1994.
Il partito di destra Likud di Benjamin Netanyahu è al potere in Israele dal 2020. Le prossime elezioni non sono previste prima di altri due anni, ma il Likud, che è in coalizione con quattro partiti di estrema destra, continua a guidare i sondaggi, nonostante la gestione di Gaza da parte di Netanyahu e la crisi degli ostaggi in seguito all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023
Meike Eijsberg e James Crisp
per Telegraf
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
ELON MUSK HA 11 FIGLI, RAMPOLLI AVUTI DA DONNE DIVERSE, MA NON TUTTI USCITI DALLE LORO VULVE
464 miliardi di dollari, 100 volte il patrimonio di Trump, e miliardi condannati a salire: questo è il salvadanaio di Elon Musk, l’uomo più ricco e “influencer” al mondo, una vagonata di miliardi che un giorno dovranno esser spartiti tra 11 figli, rampolli avuti da donne diverse, ma non tutti attesi nei loro uteri, o usciti dalle loro vulve.
Chi critica Elon Musk per la sua scombinata vita sentimentale e le scelte procreative alternative, sappia che non ci può fare nulla: Musk è l’esagerata prova vivente che sulla terra non siamo tutti uguali, mai lo siamo stati, e mai lo saremo. Musk dall’alto dei suoi miliardi può far quel che caz*o gli pare, totalmente quel che caz*o gli pare, a cominciare proprio dal suo pene.
Pene ch’ha inaugurato il suo mandato stallonistico in modo ultra tradizionale: Musk a 29 anni ha sposato e messo tradizionalmente incinta Justine Wilson, scrittrice conosciuta all’università. I due hanno tradizionalmente messo al mondo Nevada, a 10 mesi morto in culla: dopo tentativi di rianimarlo, a Nevada, in respirazione artificiale, i genitori Elon e Justine, passati alcuni giorni, hanno deciso di staccare la spina.
Elon e Justine hanno voluto subito un altro figlio: 2 mesi dopo la morte di Nevada, Justine rimane incinta da fecondazione in vitro dello sperma di Musk. Nascono 2 gemelli, Xavier e Griffin. Dopo 24 mesi, e sempre da fecondazione in vitro con lo sperma di Musk, nascono altri 3 gemelli, Kai, Saxon e Damian.
La famiglia non è felice per niente: meno di 2 anni dal lieto evento trigemellare, Elon e Justine divorziano. Non c’è conferma, ma i figli di Musk hanno frequentato (e i più piccoli frequentano) la scuola privata fondata dal padre. Damian sarebbe un portento della musica classica, con talenti non trascurabili in fisica e in matematica.
Dopo Justine, Musk sposa Talulah Riley, attrice inglese. Meno male che non l’ha messa incinta né tradizionalmente né in vitro, perché i due divorziano dopo 2 anni, nel 2012, si risposano l’anno dopo, ri-divorziano nel 2016.
Musk lo ha smentito ma sia Talulah che Johnny Depp ne sono sicurissimi: la causa di uno dei divorzi tra Musk e Talulah (e quindi delle corna di Deep) sta nella tresca di Musk e Amber Heard, attrice e ai tempi moglie di Johnny Deep
La missione procreatrice di Elon Musk mica termina qui. Nel 2020 si fidanza con la cantante canadese Grimes, non la sposa ma la mette incinta naturalmente di un figlio battezzato X AE A-12, per la legge californiana registrato all’anagrafe X AE A-Xii. Figlio in famiglia chiamato X. X è appassionato di missili spaziali (e X ha sofferto di “acuto stress post traumatico” quando il razzo Starship di Space X, cioè di Musk, è esploso in volo: lo dice mamma Grimes).
Elon e Grimes non sono stati una coppia tradizionale, bensì aperta a differenti vulve e/o inseminazioni. Dopo X hanno una figlia però da madre surrogata, la chiamano Exa Dark Sidereal, in famiglia detta Y. Mamma Grimes, orgogliosa, ci fa sapere che Y “è già un piccolo ingegnere”. Y ha un fratello e una sorella, coetanei, nati un mese o due prima di lei, e sono i gemelli Strider e Azure, partoriti da una vulva inseminata da Musk ma non fisicamente, quella di Shivon Zilis, direttrice di una delle aziende di Musk (e sua attuale compagna…?).
Passa un anno e è Grimes che è di nuovo madre (in surrogato) dell’11esimo figlio di Musk, Tau, all’anagrafe Techno Mechanicus. Shivon risponde a Grimes dando a Musk il 12esimo figlio, un erede di cui (al momento) si ignora il nome, il sesso, e se è stato concepito alla vecchia maniera, o in vitro, e/o in surrogato.
Il primogenito di Musk, il gemello Xavier, è da qualche anno una primogenita: è una trans, si chiama Vivian Jenna, e ha preso il cognome della madre, Wilson, perché non vuole avere niente a che fare con “un padre assente”, che l’ha “sempre attaccata per la mia assenza di virilità”. Vivian Jenna subito dopo la vittoria di Trump ha annunciato il suo proposito di andarsene dagli USA. Non si sa se, oltre il cognome, la ragazza abbia rinunciato anche alla parte di miliardi di Musk che le spettano.
Tra un pargolo e l’altro, e una moglie, e no, a Musk sono state attribuite amanti, tra cui Nicole, moglie del cofondatore di Google. Ma Musk nettamente smentisce. I 3 figli avuti da Shivon e Shivon stessa abitano in Texas, nella nuovissima superba magione di Musk. Lui vorrebbe che tutti e 11 figli abitassero lì. I più grandi si dice abbiano altri programmi, e i 3 figli avuti da Grimes in surrogato e no e in contemporanea con Shivon, sono oggetto di presente e duro contenzioso legale
(da Dagospia)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
LA POLITICA NON E’ UNA RETE IN FRANCHISING DOVE CIASCUNO APRE E GESTISCE IL PROPRIO NEGOZIO
Ancora una volta Giorgia Meloni ed Elly Schlein nella stessa battaglia. È la battaglia di
resistenza all’assalto dei loro sodali, alleati, azionisti di minoranza, contro il divieto di terzo mandato in nome di sindacature o governatorati potenzialmente eterni.
Nelle ultime ore al coro no-limitista si sono aggiunti il sindaco di Milano Giuseppe Sala e quello di Napoli Gaetano Manfredi, pure loro come Luca Zaia e Vincenzo De Luca convinti che la legge vada cambiata, che debbano essere i cittadini a decidere quanto dura il capo di un governo locale.
L’offensiva di questi super-personaggi, ben al di là delle convenienze personali di ciascuno, insidia uno dei dichiarati caposaldi dell’azione di entrambe le leader: l’idea cioè che la politica sia azione collettiva in nome di idee e programmi, non una rete in franchising dove ciascuno apre e gestisce per se’ il suo negozio, col diritto di chiuderlo quando non ha più un interesse personale a mantenerlo in vita.
Lo scontro sui limiti di mandato è stato raccontato come una questione di bassa cucina, di cacicchi furiosi all’idea di perdere un ruolo di enorme potere, di contro-cacicchi interessati a toglierglielo, ma in realtà è molto di più. L’elezione diretta dei sindaci e poi dei governatori fu il vero punto di passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, quello che azzerò ogni precedente rendita di posizione e mise fine a certi infiniti padrinaggi locali. L’immobilismo del potere era, all’epoca, qualcosa di palpabile ed evidente a tutti. Fu scardinato dalle nuove norme. La barriera dei due mandati ai prescelti dal popolo costituì non solo un ovvio contrappeso all’assegnazione di enormi poteri esecutivi per via diretta, ma anche una scelta di fondo della Repubblica e un preciso messaggio ai cittadini: il ricambio delle classi dirigenti, così come l’alternanza, sono elementi essenziali della democrazia. Dove i partiti non arrivano o non vogliono arrivare, ci penseranno le regole.
Il fronte no-limitista, adesso, si propone apertamente di archiviare quella scelta, quel messaggio, quelle regole che pure hanno agito con successo generando mobilità politica, facendo emergere nuove classi dirigenti, promuovendo energie nuove e anche obbligando le forze politiche a interessarsi del tema del ricambio, a coltivare elementi in grado di sostenerlo. Ovvio che questo tipo di discontinuità costituisca spesso un rischio. I candidati talvolta si sbagliano, e si perde. Ma altre volte – vedi il Lazio per la destra, vedi l’Umbria per la sinistra – lo sforzo di rinnovamento premia chi ci prova e realizza la promessa della democrazia, che non è quella di intronare baronie senza scadenza, svuotando di ogni senso la presenza dei partiti.
Il silenzioso asse sul tema tra le due leader di maggioranza e opposizione è interessante anche per questo. Entrambe sono cresciute in mondi politici dove un certo feudalesimo interno era la regola, entrambe lo hanno sfidato e adesso tengono il punto rispetto ai più potenti ed esperti tra i Lord di territorio, capaci di mobilitare come si è visto voci autorevoli a sostegno delle loro richieste. Sanno che in questa partita si misura la loro autorità all’interno della coalizione (nel caso di Meloni) o della quasi-coalizione (nel caso di Schlein), ma la loro resistenza al coro no-limitista è un bene per motivi ben più generali.
(da La Stampa)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
ALTRO CHE IL +1% ANNUNCIATO DA GIORGETTI GRAZIE AI CONTI “ADDOMESTICATI” DELLA RAGIONERIA DI STATO… DOCCIA FREDDA ANCHE DA BANCA D’ITALIA: “LA CRESCITA DELL’ECONOMIA STENTA A RECUPERARE VIGORE”
Il Fondo monetario internazionale lima al ribasso la crescita dell’Italia per il 2025, riducendola a +0,7%, ovvero 0,1 punti percentuali rispetto alle previsioni precedenti. Per il 2026 il Fmi alza invece la sua stima di 0,2 punti percentuali a +0,9%. Nelle sue nuove previsioni economiche, l’istituto di Washington rivede al ribasso le previsioni di crescita per il 2025 e il 2026 di Germania e Francia.
La locomotiva tedesca è attesa crescere quest’anno dello 0,3% (-0,5 punti percentuali) e il prossimo dell’1,1% (-0,3 punti). Il Pil francese segnerà invece un +0,8% nel 2025 (-0,3 punti) e un +1,1% nel 2026 (-0,2).
Economia “fiacca”, con due incertezze che prevalgono su tutto: la debolezza della manifattura in Germania e l’incognita della stretta su dazi in Usa. Il Bollettino Economico trimestrale della Banca d’Italia osserva che in Italia la crescita economica stenta a ritrovare vigore anche nel quarto trimestre, una debolezza, in linea con gli altri paesi dell’Eurozona, che risente appunto della fiacchezza della manifattura e dei servizi. I consumi delle famiglie, dopo la ripresa estiva, sono nuovamente diminuiti.
La Banca d’Italia conferma quindi le stime sulla crescita diffuse a dicembre: +0,5% il Pil nel 2024, con un prodotto «debole» anche nel quarto trimestre. La crescita per quest’anno è stimata allo 0,8%, in accelerazione all’1,1% nel 2026 e in relativa flessione allo 0,9% nel 2027.
Stime che tuttavia – come detto – hanno una «incertezza elevata» sia per lo scenario internazionale sia per gli eventuali inasprimenti dei dazi Usa ai quali l’Italia, e in particolare le Pmi, sono molto esposti. Debole è anche la produzione industriale nel quarto trimestre. Gli economisti di Palazzo Koch aggiungono che le aspettative delle imprese sull’inflazione si sono ridotte e si collocano attorno all’1,5 per cento.
Per quanto riguarda gli Usa l’Italia è «significativamente esposta» agli effetti da un aumento dei dazi minacciati da Trump. L’incidenza del mercato di sbocco Usa è pressoché raddoppiata dall’inizio dello scorso decennio, collocandosi all’11% del totale delle esportazioni nel 2023 (63 miliardi di euro) mentre gli Usa sono solo il settimo paese per provenienza delle importazioni.
L’Italia ha quindi un forte surplus negli scambi di beni con gli Stati Uniti, ed è al terzo posto tra gli avanzi bilaterali delle economie dell’Eurozona nei confronti di Washington. Gli Stati Uniti costituiscono un mercato di destinazione per quasi un terzo delle aziende esportatrici italiane.
(da Il Sole24ore)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
CHE FARE DI FRONTE ALL’ABBANDONO MUSK-TRUMPIANO DI UNA CONDIVISIONE POLITICA ED ECONOMICA CON I PAESI DELL’OCCIDENTE? CI SAREBBE IL PIANO DRAGHI, MA SERVONO TANTI MILIARDI E VOLONTÀ POLITICA (AL MOMENTO… L’UNICA SOLUZIONE È SPALANCARE LE PORTE DEGLI AFFARI CON PECHINO. L’ASSE EU-CINA SAREBBE LETALE PER “AMERICA FIRST” TRUMPIANA
All’Inauguration Day di Donald Trump, al momento, non ci sarà nessun leader
europeo. Sicuramente mancherà Ursula von der Leyen, ancora in convalescenza dopo la “grave” polmonite che l’ha colpita tra Natale e Capodanno.
Assente anche Viktor Orban, nonostante l’invito ricevuto dall’amico tycoon, l’unica premier europea che volerà a Washinton è la signorina Giorgia Meloni.
La Ducetta se ne frega dell’ostilità che aleggia nelle cancellerie europee verso la tecno-destra di Trump e Musk, a partire da Macron e dal futuro cancelliere tedesco Merz (che ha chiaramente comunicato che nel suo governo non ci sarà mai spazio per i nazisti di Afd, cari all’uomo più ricco del mondo).
D’altronde, Trump ha fatto capire chiaramente qual è il suo obiettivo politico principale: dividere l’Europa, depotenziarla politicamente ed economicamente, trattando con i singoli pesi da una posizione di forza.
Una asimmetria di potere certificata da Rino Formica che, in un’intervista alla “Stampa”, ha liquidato così il futuro dei rapporti tra Washington e Bruxelles: “L’America di Trump non vuole più alleati. Vuole clienti dei loro affari”.
Che fare, dunque, davanti a uno scenario che vede l’Unione europea soccombente davanti al tecno-sovranismo del tycoon e del suo burattinaio Musk?
Ora come ora, l’Unione non ha la forza di rispondere da pari a pari all’offensiva americana. Troppo debole economicamente (le aziende europee sono finite stritolate dalla concorrenza sleale cinese e lo strapotere tecnologico americano) e divisa tra interessi confliggenti, senza contare la fragilità militare emersa nei due anni e mezzo di guerra in Ucraina: se non ci fosse stato lo Zio Sam, Putin si sarebbe preso Kiev in cinque giorni.
Ecco perché una parte dei poteri forti di Bruxelles si sta chiedendo se, a questo punto, non sia più conveniente per l’Ue recuperare e rinsaldare i legami con la Cina. Visto che le difficili situazioni economiche dei Paesi europei stanno aprendo praterie ai movimenti di estrema destra, tanto vale provare a risollevare i Pil avvinghiandosi economicamente a Pechino, sperando in maggiori aperture da parte del regime comunista di Xi Jinping.
Lo stesso Mattarella, nel viaggio in Cina di novembre, ha auspicato la promozione della “crescita del rapporto con l’Ue”, parlando dell’esigenza di “riequilibrare il rapporto importazioni-esportazioni”
Certo, per l’Europa sarebbe una mossa rischiosa, considerando che già in alcuni settori la concorrenza cinese è stata letale per le aziende dell’Ue (auto elettriche e in generale l’economia green). Ma quale alternativa si pone all’Unione per ridare ossigeno al mercato del continente? Di più: un asse Europa-Cina potrebbe essere letale per l'”Amerca First” trumpiana.
Se viene meno l’ombrellone americano, e Trump (che ha già pronti 90 ordini esecutivi da firmare il giorno dopo l’insediamento) mostra muscoli e dazi, l’Europa dove va? Ci sarebbe il fantomatico rapporto Draghi per la competitività, ma servono centinaia di miliardi (altro che Pnrr) per recuperare decenni perduti dietro regole di bilancio e bizantinismi burocratici. Soprattutto, servirebbe unità politica e una leadership solida. Tutti fattori che al momento non si vedono neanche con il telescopio.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL GARANTE DEI DETENUTI SUL CARCERE MINORILE DI TORINO
Ci sono ragazzi dentro il carcere minorile Ferrante Aporti, a Torino, che dormono per terra e vivono in condizioni che «si potrebbero equiparare alle carceri iraniane, come dimostra la triste esperienza di Cecilia Sala». A dirlo è Mario Serio, garante nazionale dei detenuti, che a proposito dei giovani rinchiusi nella prigione del capoluogo piemontese parla di ragazzi «spogliati completamente della propria dignità».
Dentro l’istituto di Torino, dice Serio in un’intervista alla Stampa, ci dovrebbero stare al massimo 46 detenuti. I dati del garante del Piemonte, invece, parlano di 54 posti occupati, un fatto definito «particolarmente grave perché parliamo di un istituto penitenziario minorile».
La situazione al Ferrante Aporti di Torino
E sono proprio quegli otto detenuti “extra” che, secondo alcune denunce, dormirebbero su materassi appoggiati a terra. «Non è più solo un problema di sovraffollamento ma di condizione degradante della persona. È inaccettabile», continua Serio. Secondo il garante nazionale dei detenuti, le condizioni in cui vivono i detenuti del Ferrante Aporti rischiano di far scoppiare una rivolta, come già accaduto lo scorso agosto: «Purtroppo è inevitabile. La successione di queste condizioni materiali e psicologiche è talmente gravosa che può eccitare gli animi e costituire la scintilla che può far scoppiare l’incendio. Bisogna prevenire azioni violente».
L’appello al governo e al parlamento
Nell’intervista alla Stampa, Serio sottolinea come la denuncia sulle condizioni dell’istituto minorile torinese sia arrivata, tra gli altri, anche da un sindacato della polizia penitenziaria. Questo, fa notare Serio, «implica che a soffrire delle carenze carcerarie non sono solo i detenuti ma anche gli agenti, costretti ad agire in circostanze estreme». Il garante nazionale rivolge dunque un appello al governo e al parlamento. Perché «è interesse dello Stato non tollerare» situazioni come quella del Ferrante Aporti e trovare «risposte immediate», per esempio il trasferimento di alcuni detenuti.
(da la Stampa)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
LA FIDUCIA A TEMPO DELLA MELONI E IL PERICOLO PER L’ACCUSA DI TRUFFA
Daniela Santanchè ha appreso del suo rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali
sui bilanci di Visibilia nella sua casa a Cortina. Come ha scritto Open, Giorgia Meloni non ha intenzione di chiederle un passo indietro dopo la decisione della Gup di Milano Anna Magelli. «Tranquilla come al solito», risponde lei al telefono.
Oggi andrà alle cerimonie per la Coppa del Mondo di sci. La sua linea è tracciata: «Vado avanti. Faccio il ministro perché ho la fiducia di Meloni. Sarà lei a decidere». Ma c’è un pericolo che incombe sulla testa della responsabile del Turismo. Santanchè, indagata anche per concorso in bancarotta per Ki Group srl, ha un’altra richiesta di rinvio a giudizio per truffa allo Stato. Per la storia della cassa integrazione a zero ore di Visibilia all’epoca del Covid. E questo potrebbe cambiare tutto.
27 gennaio
La data chiave fissata sul calendario del governo è il 27 gennaio. Quel giorno i giudici della Corte di Cassazione decideranno sulla questione di competenza territoriale sollevata dai suoi avvocati. E potrebbero decidere di spostare l’inchiesta da Milano a Roma.
«Se resta dov’è potrebbe essere archiviato». Mentre se dovesse approdare nella Capitale «tutto ricomincerebbe da capo». O almeno questi sono gli auspici della ministra.
Se invece dovesse arrivare il rinvio a giudizio, scrive il Corriere della Sera, da Palazzo Chigi potrebbe arrivare quella telefonata: «Ciao Dani, sono Giorgia». Nella maggioranza e anche nel suo partito tutti considerano più grave la seconda accusa rispetto alla prima. Definita come una «questione tecnica» sulla quale i giudici potrebbero alla fine decidere in suo favore.
La Cig Covid per Visibilia
La Cig Covid per Visibilia, per un totale di 126 mila euro, è invece più pesante. Tanto che il quotidiano ipotizza anche un addio prima delle pronunce dei giudici. Lei stessa, scrivono i retroscena, ha fatto capire più volte che si dimetterebbe. «Perché le implicazioni politiche sono chiare», è il ragionamento. E ancora: «Se il mio presidente del Consiglio dovesse chiedermi un passo indietro di certo lo farò». Anche se ha detto a chi le è vicino che invece spera che quell’accusa cada. Mentre dentro Fratelli d’Italia ieri nessuno ha preso parola per difenderla. E secondo La Stampa in caso di patatrac sarebbe già pronto il nome del suo sostituto. Ovvero il deputato FdI Gianluca Caramanna. Consulente del ministero del Turismo, sarebbe pronto a prendere il posto della ministra. E avrebbe la benedizione della premier.
Le dimissioni
Il quotidiano ipotizza che il volo di Giorgia Meloni a Washington per assistere all’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca possa lasciare altro tempo per decidere. L’idea di attendere la Cassazione farebbe guadagnare una decina di giorni. Ovvero il tempo che la premier reputa necessario per evitare scossoni. E per convincere Santanchè al passo indietro.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
MA SE SI CONCRETIZZA IL PROCEDIMENTO SULLA TRUFFA ALL’INPS SUI FONDI COVID DIVENTERA’ INDIFENDIBILE
Daniela Santanchè resterà ministra del Turismo, a meno che non decida spontaneamente di dare le dimissioni. Opzione che la diretta interessata ha sempre spiegato di non voler prendere in considerazione. Giorgia Meloni non chiederà il passo indietro per il rinvio a giudizio per concorso in falso in bilancio della sua società, Visibilia. Il sostegno non sarà comunque incondizionato.
La posizione cambierà nel caso in cui dovesse arrivare il rinvio a giudizio più temuto, nell’ambito di un’altra inchiesta in cui è coinvolta Santanchè: quella per la truffa all’Inps sulla cassa Covid. A quel punto sarebbe complicato dare una giustificazione: si parla di soldi pubblici.
A palazzo Chigi hanno bollinato la linea della fiducia alla ministra fin dalle prime ore della giornata. La notizia dell’avvio del processo non era inattesa. Meloni ha consultato i fedelissimi per definire i dettagli della strategia. Un aggiornamento sarà compiuto nelle prossime ore dopo aver valutato l’impatto sull’opinione pubblica. Difficile pensare a una retromarcia. L’obiettivo è di far decantare le polemiche e spostare l’attenzione mediatica su altro.
Di mezzo c’è anche un equilibrio interno al partito da valutare e da salvaguardare. Santanchè rappresenta Fratelli d’Italia in Lombardia, il feudo di potere del presidente del Senato, Ignazio La Russa, e del fratello Romano La Russa, che Meloni deve per forza considerare.
La ministra del Turismo è legata a doppio filo ai fratelli La Russa. Con loro vanta un dialogo costante. Ogni problema politico viene portato sul tavolo della seconda carica dello stato, che è tra i pochi a non temere la sfida faccia a faccia con Meloni. E questo consolida la posizione di Santanchè.
Compromesso meloniano
Il quadro è così delineato: per Meloni e il suo inner circle, il rinvio a giudizio per il falso in bilancio della ministra del Turismo è un evento ancora troppo leggero per aprire il fronte interno. La vicenda, peraltro, può creare lo sgradito precedente per cui dinanzi a un problema giudiziario, un ministro o un sottosegretario si debba dimettere.
La premier, in questa costante ricerca di un compromesso, è consapevole che c’è anche un suo fedelissimo sotto processo (per rivelazione di segreto d’ufficio), il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove.
I casi e le accuse sono diverse, certo. Ma un’imposizione di dimissioni a Santanchè potrebbe far irrigidire La Russa, pronto a scattare a difesa della ministra del Turismo. A quel punto sul tavolo metterebbe la domanda: Perché la ministra dovrebbe lasciare e il sottosegretario, no? Insomma, è destinata a prevalere, finché possibile, la linea morbida.
C’è poi un altro elemento che hanno fatto notare tutte le opposizioni in coro: Meloni nelle scorse legislature – quando era minoranza in parlamento – ha chiesto per molto meno le dimissioni di esponenti dei vari esecutivi. Oggi, nonostante sia la presidente del Consiglio, il suo pensiero non è cambiato. Fosse per lei davvero metterebbe alla porta la ministra. Ma sono mutate le necessità.
Ha in mente un obiettivo, quasi un’ossessione: evitare per quanto possibile di mettere mano alla compagine ministeriale, tenere lontana dalle proprie orecchie la parola rimpasto o, peggio, un governo Meloni II. La poltrona di Santanchè è salva anche per questo, per la volontà di non spostare pedine.
Così la linea della realpolitik è stata resa nota, fin dall’inizio, da Gianfranco Rotondi, vecchia volpe democristiana ora nel gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera: «Un giudizio per vicende professionali non inficia la credibilità da ministro». A seguire sono arrivate le note di sostegno della Lega e di Forza Italia, all’insegna del garantismo.
Nuova mozione
Inevitabile, invece, è stata la reazione pugnace del Movimento 5 stelle, che ha annunciato una nuova mozione di sfiducia in parlamento per Santanchè: «Credo che nessun altro paese si terrebbe un ministro al suo posto di fronte a questi fatti e a tutti quelli che stanno emergendo», ha detto il presidente del M5s, Giuseppe Conte.
La leader del Pd, Elly Schlein non è stata da meno: «Appena una settimana fa Giorgia Meloni diceva di voler aspettare la decisione della magistratura: ora è arrivata. Non può più continuare a far finta di niente».
Dal leader e senatore di Azione, Carlo Calenda, è arrivato un ragionamento diverso: Santanchè dovrebbe dimettersi «perché ha portato al fallimento una società e i fatti e i suoi comportamenti non sono compatibili con una carica importante come quella del ministro del Turismo».
Solo Italia viva ha assunto una posizione diversa: «Non siamo mica come Meloni, noi siamo garantisti fino in fondo», ha detto la senatrice renziana Raffaella Paita.
Ma più che l’offensiva esterna degli avversari, Meloni è preoccupata da quello che accade dentro casa.
(da editorialedomani.it)
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