Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
STRADE ASFALTATE COI FONDI STANZIATI CINQUE GIORNI FA
Fuoco, terra, aria e acqua. Troppa acqua. I 4 elementi del progetto che hanno portato
Agrigento a vincere il titolo di Capitale della Cultura 2025 sembrano prendersi beffa della città proprio alla vigilia della giornata più attesa: l’inaugurazione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Nella giornata climatica più critica con nubifragi in tutta la provincia e vento forte, con una allerta rossa che ha fatto chiudere scuole e cimiteri, gli operai hanno incessantemente lavorato per rendere splendente la città, asfaltando ogni via che verrà percorsa dal presidente questa mattina, prima di raggiungere il teatro Pirandello, dove alle 10, metaforicamente, verrà tagliato il nastro.
Lo chiamano il “miracolo di Mattarella”, ma arriva in ritardo: se da due anni si conosce già il nome della città vincitrice, i lavori per asfaltare la Città dei templi cominciano a due giorni dall’evento. Le strade della città vengono così asfaltate, senza essere raschiate in precedenza, in fretta e furia, nonostante le condizioni climatiche avverse.
Il presidente della Regione, Renato Schifani, ha assicurato che i lavori sulla viabilità, i cui fondi (mezzo milione di euro) sono stati stanziati appena 5 giorni fa, sarebbero terminati ieri sera. Ma se il tempo meteorologico non può essere fermato, quello cronologico era l’unico elemento gestibile, ma così non è stato.
Il ritardo nelle scelte di programmi e organizzazione di un evento storico è stata la costante di un progetto che dovrebbe rappresentare una rinascita per la terra che ha ispirato Pirandello, Camilleri, Sciascia e Tomasi di Lampedusa.
Gli agrigentini sperano che si ripeta ogni anno: le vie della città sono piene di buche, spesso transennate e dimenticate. Alcune strade, quelle più periferiche, sono colme di rifiuti: anche luoghi simbolo come i viadotti dedicati al giudice Rosario Livatino o all’altro giudice ucciso dalla mafia, Stefano Saetta, sono diventate discariche.
Tutto sparito: il miracolo di Mattarella, seppur in estremo ritardo, dà i suoi frutti, e mette all’opera una task force. Molti agrigentini sperano che il presidente passi anche sotto la loro abitazione, dove l’erba è così alta che agli incroci riduce la visibilità, o passi da San Leone, la zona balneare che si allaga a ogni pioggia, la stessa pioggia chiesta per mesi e arrivata nel giorno sbagliato.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN VUOLE INDICARE IL NOME DEL FUTURO CANDIDATO IN TEMPI BREVI… PER LA PUGLIA PRONTO DECARO E PER LA TOSCANA NARDELLA
Salvini si para, Vincenzo De Luca s’appara. Dice Gianpiero Zinzi, coordinatore della Lega in Campania: “A Napoli si usa un’espressione: t’appari, tratti. De Luca tratta la sua successione”.
Il governatore del Pd sta negoziando un superpacchetto, un accordo babà. Il suo piano: un presidente della Campania, amico, Sergio Costa del M5s, un assessore regionale di provata fede De Luca, e lo sceriffo nuovamente sindaco di Salerno.
La carta di Schlein, Raffaele Cantone, ha già detto no, Roberto Fico rischia di non vincere mentre Gaetano Manfredi è stato eletto presidente Anci, e fa il regista dell’alleanza Pd-M5s.
La questione veneta, la battaglia di Zaia per ottenere un altro mandato, la scelta di Meloni (che sarebbe ben contenta di lasciare il Veneto in cambio della Lombardia, suo vero obiettivo) sta oscurando il caso Campania, la supertrattativa.
Ci sono due modi di vincere: uno è far finta di perdere e De Luca è uno specialista di questa tecnica. I suoi fedelissimi come l’europarlamentare Lello Topo e Mario Casillo, capogruppo del Pd in Campania, si sono già consegnati alla segretaria Schlein, e accompagnano Antonio Misiani, il commissario del Pd in Campania, nelle trattative locali.
Lo stesso Casillo sta giocando una partita personale: può essere il candidato governatore di centrosinistra e non dispiacerebbe a De Luca. Da quando il governo ha deciso di impugnare la legge regionale, il presidente campano ha lasciato che partisse una sotto trattativa a sinistra. Ci sono tre figure che la stanno gestendo: il figlio Piero De Luca, il vicepresidente del M5s, Michele Gubitosa, e Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente del governo gialloverde, oggi vicepresidente della Camera.
Quella ufficiale riguarda Giuseppe Conte, Schlein, Fico e il sindaco di Napoli, Manfredi, l’altra è la “napoletana”.
Per uscire di scena, con gli onori che merita, De Luca chiede un riconoscimento della sua buona amministrazione, attestato che gli sta consegnando, per conto di Schlein, Pier Luigi Bersani.
L’altra sua richiesta è che il successore non sia Fico, un arcinemico, ma l’ex ministro Costa, uno vicino a Pecoraro Scanio, ex comandante generale del Corpo Forestale in Campania.
Il caso ha voluto che pochi giorni fa, nelle stesse ore, Fico incontrasse Conte alla Camera, e Vincenzo De Luca si intrattenesse con Costa, a Napoli. Con Costa candidato presidente, De Luca costituirebbe delle liste a suo favore, potrebbe anche correre da consigliere, per poi ripararsi a Salerno, nuovamente sindaco.
Gli preme solo una casella. Pretende che l’assessore chiamato a gestire i fondi di coesione, fondi per cui ha ingaggiato una battaglia violentissima con Meloni, sia un uomo che risponde a lui.
Tolto Manfredi, che ha già spiegato di voler continuare a fare il sindaco, e impegnarsi come presidente Anci, il Pd lascerebbe volentieri la Campania a Conte anche perché è l’unica regione che si può cedere all’alleato.
Viene già dato per certo che in Puglia si candiderà Antonio Decaro ed è altrettanto certo che la Toscana avrà ancora un candidato del Pd, se non Eugenio Giani, che viene chiamato il Joe Biden di Firenze, Dario Nardella, un altro che vuole tornare in Italia.
La Campania è per Schlein il pegno d’amore a Conte, ma con De Luca in campo, Fico rischia di perdere. Ecco perché il babà De Luca in realtà non dispiace alla sinistra, ai compagni di partito che dicono: “Dove si firma per l’accordo?”. Il Pd di Schlein vuole indicare a stretto giro il candidato campano, senza attendere la sentenza sul terzo mandato, e ha già fatto partire i “tavoli” con il M5s. Il centrodestra ha tre candidati: Martusciello di Forza Italia, Cirielli di FdI e Zinzi della Lega.
E’ la prima volta che Schlein si trova di fronte a un politico abilissimo, il primo del Pd che la sfida a viso aperto ma che è pronto a trattare sotto banco. Il vero esame di maturità della segretaria è questo mistero napoletano.
(da ilfoglio.it)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
AD AIUTARE I DEM, CONCENTRATI SULLA CREAZIONE DI UN PARTITO DI CENTRO DI STAMPO CATTOLICO ORIENTATO A SINISTRA (MA FUORI DAL PD), C’E’ ANCHE RENZI: MAGARI HA FINALMENTE CAPITO DI ESSERE PIÙ UTILE E MENO DIVISIVO COME MANOVRATORE DIETRO LE QUINTE CHE COME LEADER
Giuseppe Conte ha chiara la strategia da seguire. Dopo aver ottenuto una doppia
vittoria contro l’ancien régime di Beppe Grillo alla Costituente del M5S, ora ha bisogno di compattare intorno a sé gli ex big del Movimento per mettere in moto un partito a sua immagine e somiglianza.
Per farlo, avrà bisogno di superare il limite dei due mandati, tanto caro a Beppe-Mao, e da sempre tabù per i pentastellati. Peppiniello Appulo sa anche di non poter imporre alla base di stampo movimentista una decisione così controversa, e di aver bisogno di una legittimazione coram populo in questa scelta.
Lunedì, al primo Consiglio Nazionale, potrebbe arrivare un primo via libera al superamento del famigerato limite, così da ricondurre all’ovile anche tutti quei maggiorenti finiti ai margini dopo i due mandati in parlamento (i vari Fico, Taverna, Bonafede, Crimi, Buffagni…).
Solo una volta che avrà ricompattato le varie anime del M5s, con i suoi tempi da doroteo, Conte passerà alla fase due, quella della svolta: in vista delle delicatissime elezioni regionali del 2025 in Campania e in Veneto, annuncerà un accordo politico con il Partito Democratico di Elly.
D’altronde, un avvicinamento tra i pentacontiani e i dem è già in corso. In molti hanno notato che alla richiesta di voti da parte del centrodestra per eleggere Simona Agnes presidente della Rai, l’ex Avvocato del popolo ha detto no. E sulle nomine per i giudici della Consulta, il M5S sta affiancando il Pd.
Il Partito democratico, d’altro canto, è impegnato nella costruzione del famoso centro catto-liberale pendente a sinistra, ma fuori dal Pd, che dovrebbe “coprire” un’area politica oggi sguarnita. Domenica sono previsti due cruciali convegni a Milano e Orvieto (uno organizzato da Delrio e l’altro da Libertà Eguale di Morando), che dovrebbero gettare le fondamenta della nuova “cosa” centrista.
Per una buona riuscita dell’operazione Centro serviranno i voti di Santa Romana Chiesa con quello che resta della rete delle parrocchie d’Italia. E qui entra in campo l’ex esattore Ernesto Maria Ruffini. Ma non come leader del partito, non possedendo i requisiti mediacità e di carisma, bensi pronto a dare il suo contributo all’interno di nuovo partito cattolico che affianchi il Pd.
Ps. A muoversi dietro le quinte del rassemblement centrista c’è soprattutto Matteo Renzi, che come Dago-rivelato aveva in mente il giusto nome di Pierferdinando Casini come federatore del contenitore moderato. A differenza del passato, in cui non ha gestito il suo ego espanso negli affari, questa volta l’ex sindaco di Firenze sembra seriamente intenzionato a fare un passo indietro. Forse ha capito che la sua abilità manovriera è meno divisiva e più utile dietro le quinte.
(da Dagoreport)
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Gennaio 18th, 2025 Riccardo Fucile
PUNTARE SULLA TECNOLOGIA DEL MAGNATE KETAMINICO VUOL DIRE SCREDITARE IL PROGETTO DELL’UE “IRIS2” CHE PREVEDE 292 SATELLITI (E A CUI PARTECIPA L’ITALIANA TELESPAZIO, CONTROLLATA DA LEONARDO)… TUTTI I DUBBI SULLA SICUREZZA NELL’AFFIDARSI AL SOSTENITORE DELLE SVASTICHELLE DI MEZZA EUROPA
Per l’Italia i satelliti di Elon Musk sono utili, certo. A buon prezzo, assodato. Efficaci, nessun dubbio. Necessari, può darsi. Urgenti, e perché mai? Proprio l’urgenza che traspare da un pezzo di maggioranza e di governo, questa irrefrenabile impellenza di prospettare, annunciare, valutare accordi con le multinazionali di Elon Musk, è davvero inspiegabile. Se non con ragioni politiche
Per capire di cosa parliamo quando parliamo di satelliti a bassa quota di Elon Musk, di sicurezza nazionale, di informazioni sensibili, cioè di questo sospirato contratto di 1,5 miliardi di euro per 5 anni fra il governo italiano e l’azienda Space X, bisogna intendersi di cosa stiamo parlando.
No, non parliamo di un surrogato di fibra ottica per portare le connessioni veloci in baite o malghe di montagna. No, non parliamo di una nuova rete di riserva per scongiurare un collasso nazionale in situazioni di emergenza. Per chiarezza.
Il governo di Giorgia Meloni vuole ricorrere ai satelliti a bassa quota di Elon Musk anche per portare le connessioni veloci in baite e malghe di montagne e per allestire una nuova rete di riserva per scongiurare un collasso nazionale in situazioni di emergenza, e lo esplicitano i bandi di gara in preparazione, i progetti sperimentali, il disegno di legge “spazio”, ma questo ipotetico contratto di 1,5 miliardi di euro per 5 anni fra il governo italiano e l’azienda Space X riguarda altro.
Riguarda le comunicazioni classificate di ogni tipo e grado, in particolare all’estero, in cielo, in terra, ovunque e per chiunque svolga funzioni istituzionali, il settore militare, diplomatico, intelligence. Le comunicazioni classificate non sono telefonate o soltanto telefonate, ma includono la trasmissione di foto, video, dati e, per esempio, operazioni per interagire con i droni.
In ambiti diplomatici e militari, e L’Espresso ne ha scritto lo scorso novembre, l’Italia è cliente già di Space X attraverso la costellazione Starlink, circa 7.000 satelliti a bassa quota e bassa latenza, reattivi, numerosi, difficilmente accecabili.
Le ambasciate a Beirut in Libano, a Bamako in Mali, a Teheran in Iran, a Dacca in Bangladesh, la nave scuola “Amerigo Vespucci”, l’Aeronautica, la Marina, l’Esercito, tutte le forze armate, di recente hanno utilizzato antenne e schede agganciate a Starlink.
Le forniture da decine di migliaia di euro, attivate alla bisogna, sono aumentate dopo l’intesa del 6 giugno 2024 fra Space X e Telespazio per commercializzare i prodotti di Starlink. Telespazio è una azienda di servizi satellitari, controllata dall’italiana Leonardo e partecipata dalla francese Thales.
I cantori di Musk sostengono che senza Starlink le istituzioni italiane rischiano di non comunicare più, di rimanere senza voce e di indebolire, anziché tutelare, la sicurezza nazionale. Vi sveliamo un segreto: le comunicazioni istituzionali o classifiche da e per l’estero, tramite apparecchi satellitari, esistono già da anni e svolgono mansioni essenziali ancora oggi che pare che Musk stia per salvarci dal buco nero del silenzio.
Il sistema italiano per comunicazioni riservate e allarmi, l’acronimo è Sicral, è operativo da un quarto di secolo. Entro una dozzina di mesi è previsto il lancio di un satellite denominato Sicral 3 per sostituire il Sicral 1B giunto a fine vita. Lo ammettiamo con franchezza e non con adulazione: il Sicral è un parente anziano di Starlink, più lento, meno reattivo, non orbitale, geostazionario, ma è totalmente italiano.
Nell’ultimo documento programmatico pluriennale della Difesa c’è un minuzioso resoconto delle risorse destinate al Sicral, peraltro appena ritoccate all’insù. Ha ricevuto una necessaria integrazione di 46 milioni di euro attraverso risorse a “fabbisogno” recate dalla legge di Bilancio. La progettualità gode di finanziamenti su capitoli del Pnrr e Pnc pari a 298 milioni.
Ovviamente Sicral non riesce a soddisfare le esigenze delle forze armate, a creare sempre collegamenti con le zone del mondo dove operano militari e mezzi italiani. In questi anni, per sopperire ai ritardi europei (tra poco affrontiamo il tema), l’Italia è stata costretta a rivolgersi a un mercato privato con domanda crescente e offerta non altrettanto rapida nella crescita, perciò assai costosa.
Starlink è il gigante del mercato privato, di media stazza c’è la costellazione francese di origine britannica OneWeb, che conta un decimo dei satelliti di Starlink. A fatica l’Europa, tre anni dopo Musk, ha capito che doveva allestire la sua costellazione per garantire un’autonomia continentale.
Non casualmente alla vigilia di Natale, proprio per replicare a Musk dopo un biennio di tentennamenti, la Commissione Europea ha stanziato 10,6 miliardi di euro (di cui 4,1 privati) per Iris2. Il contributo italiano è di circa 750 milioni di euro. Il progetto Iris2 dovrebbe essere acceso entro il 2030 con i suoi 292 satelliti. Il consorzio SpaceRise, che sviluppa Iris2, è formato da Etulsat (Francia), Hispasat (Spagna), Ses (Lussemburgo). I subappaltatori sono otto: tanti francesi, tedeschi, olandesi, e l’italiana Telespazio.
I vettori di lancio Ariane sono principalmente francesi. Se ne deduce che scegliere Iris2 è scegliere la Francia di Emmanuel Macron, non una opzione gradita al governo Meloni: meglio aprire le porte di casa a Elon Musk (e dunque agli Stati Uniti di Donald Trump) che accodarsi al decadente (e ostile) Macron.
Per coinvolgere maggiormente la filiera italiana e le altre europee, un portavoce della Commissione fa sapere a L’Espresso che a febbraio sarà organizzata una giornata per le aziende nazionali. E nel frattempo che Iris2 va in orbita, almeno cinque anni, che fanno i governi? C’è sempre il programma Govsatcom che consentirà agli stati membri di sfruttare le capacità esistenti e future interne all’Unione.
Il tema sollevato da Bruxelles è la sovranità. Il lituano Andrius Kubilius, Commissario Europeo per la Difesa e lo Spazio, sventola proprio la bandiera della sovranità dinanzi ai sovranisti di Meloni: Le aziende del campo satellitare, che desiderano operare in Europa, devono rispettare – dice a L’Espresso riferito a Musk – le condizioni stabilite dalle leggi. Proprio per la sicurezza delle connessioni in Europa si è deciso di adottare una soluzione sovrana con Iris2.
Inutile girarci attorno: Musk è un fattore politico destabilizzante per l’Europa, rappresenta il presidente rieletto Trump e adesso l’amministrazione Trump. Legarsi per 1,5 miliardi di euro e per 5 anni a Musk vuol dire delegittimare le residue possibilità di Difesa comune europea. Il governo italiano ne è consapevole
Ci sono due dettagli che lo esprimono. Il ministro Adolfo Urso (Imprese) ha chiesto all’Agenzia Spaziale Italiana di valutare l’ipotesi di allestire una costellazione satellitare di fabbricazione italiana: fra due mesi arriva la risposta e sarà interpretata per sostenere una alternativa a Space X. Il secondo dettaglio sta nel tipo di contratto che l’Italia dovrebbe firmare con Musk.
Per le comunicazioni militari e di governo, col denaro e le richieste del Pentagono, Space X ha creato la costellazione Starshield per gli Stati Uniti. Starshield è una divisione speciale di Space X che può essere venduta anche agli alleati di Washington. È scontato che, quando le aziende di Musk (dicembre 2023, come ricostruito da questo giornale) hanno presentato il proprio catalogo alla Presidenza del Consiglio, abbiano esposto tutti i loro prodotti.
Fonti di Palazzo Chigi precisano a L’Espresso che, invece, l’Italia sarebbe interessata unicamente a Starlink. Il motivo è semplice: Starlink è una collaborazione, Starshield è un matrimonio. Starlink è accessibile a cittadini, aziende, governi. Starshield no. Questo dimostra, oltre tutto e sopra tutto, che Starlink è utile, efficace, forse necessaria, commentare questo per niente urgente. Tant’è che il governo una volta ribolle di entusiasmo e un’altra invita alla calma. L’attesa del contratto con Musk è essa stessa il contratto.
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA DI FRANCESCO COSSIGA: “ALMIRANTE MI CONFIDO’ CHE MUSSOLINI, PRIMA DI ESSERE UCCISO, CHIAMÒ ALCUNI DI LORO. MI RICORDO L’IMBARAZZO DI ALMIRANTE, CHE VOTO’ PRIMA SEGNI E POI LEONE. SE PIETRO NENNI (SOCIALISTA) FOSSE STATO CANDIDATO AL QUIRINALE, FEDELE AL LASCITO DI MUSSOLINI, SI SAREBBE SENTITO IN DOVERE DI VOTARLO COME PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA”
TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA A FRANCESCO COSSIGA
Adesso voglio raccontare una cosa che mi confidò Almirante: prima di essere ucciso, Mussolini chiamò alcuni di loro. E gli diede questo mandato: “Se potete costituite un vostro partito secondo quelle che sono le condizioni delle quali vi troverete. Altrimenti due cose: votate per la Repubblica e votate per il partito socialista”.
Io ricordo l’imbarazzo di Almirante che insieme a Michelini fece riversare i voti in favore di Antonio Segni come a favore di Giovanni Leone. Quando loro temettero, tra virgolette, che fosse candidato. Pietro Nenni.
Perché fedeli al lascito testamentario di Mussolini lui mi disse, come grave imbarazzo, che se fosse stato candidato Pietro Nenni lui si sarebbe moralmente, se non politicamente, sentito impegnato a far votare il movimento sociale italiano per Pietro Nenni Presidente della Repubblica.
(da Dagoreport)
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Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile
MADURO VUOLE UN CONTATTO DIRETTO CON LA MELONI E PUNTA A UNA SUA LEGITTIMAZIONE POLITICA
Quello di Alberto Trentini non è stato un arresto per caso. Il cooperante italiano è stato fermato il 15 novembre scorso al posto di blocco di Guasdualito dal servizio immigrazione e immediatamente consegnato nelle mani del Dgcim, la direzione generale del controspionaggio militare di Nicolas Maduro.
E’ dunque nelle mani dei servizi, gli stessi che da più due anni sono sotto indagine delle Nazioni unite proprio per i metodi con cui trattano i detenuti: in un report di due anni fa l’Onu ha denunciato come le agenzie di intelligence venezuelane abbiano “commesso crimini contro l’umanità nell’ambito di un piano del governo per reprimere il dissenso”.
Nello specifico alla Dgcim vengono contestati 122 casi documentati di arrestati sottoposti a tortura. “Torture perpetrate – scrivono le Nazioni unite – in una rete di centri di detenzione segreti in tutto il paese e nella sede centrale della Boleita a Caracas”, proprio quella dove dovrebbe essere detenuto Alberto.
Ecco perché in queste ore, dopo due mesi di silenzio e di trattative sotto traccia andate evidentemente male, l’attenzione sulle sorti di Trentini è altissima. Ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto che è stato ufficialmente comunicato che l’italiano è in arresto.
La famiglia di Alberto, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, aspettano notizie a ore: sarebbe importantissimo se qualcuno dell’ambasciata riuscisse a vedere Trentini, accertarsi delle sue condizioni di salute e delle accuse che gli vengono mosse, in modo da potersi difendere.
“Alberto soffre di ipertensione e non ha le sua medicine” ha spiegato sua madre, Armanda, dalla casa di Venezia dove vive con suo marito, malato di Alzheimer. “
Tajani sa benissimo che quello che da due mesi vogliono le autorità venezuelane è soltanto una cosa: un contatto diretto tra governi a livello politico, visto che Maduro cerca legittimazione dall’occidente e dall’Italia nello specifico. Ancor più negli ultimi mesi, con la premier Meloni che ha avuto parole durissime verso il governo venezuelano.
Come si diceva, però, qualcosa nelle ultime ore sembra essersi mosso. Perché l’opinione pubblica si sta mobilitando (la petizione online su change.org ha superato le 30mila adesioni)
Per questo dal ministero degli Esteri cerca di buttare acqua sul fuoco – “non è un arresto politico” – per non riscaldare ulteriormente i rapporti con il Venezuela, in una storia che però è davvero incredibile. Trentini era la prima volta in Sud America. Lo aveva inviato l’Ong con cui lavorava, Humanity & Inclusion, che in Venezuela ha un team di quindici cooperanti.
Alberto non ha precedenti penali, non è mai stata indicata alcuna sua vicinanza a gruppo politici né posizioni politiche particolari sul Venezuela: nel telefono c’erano giusto un paio di post social critici, ma nulla di più.
Aveva amici nel paese di Maduro. Una in particolare, una ragazza con cui era stata in Colombia a dicembre 2023, a poi a gennaio e aprile 2024. Così come lei era venuta in Italia a trovarlo, durante la lunga estate passata a Venezia. La ragazza potrebbe essere stato uno dei motivi per cui, appena arrivato, Trentini è stato messo sotto la lente di ingrandimento dell’intelligence di Maduro.
Il suo fermo è arrivato poi nello stato di Apure dove in più occasioni cooperanti delle Ong stranieri, e in particolare occidentali, sono stati strumentalmente arrestati con accuse di spionaggio. Di più: in passato l’italiano ha lavorato per il “Danish Refugee Council”, una Ong particolarmente attiva in Venezuela.
(da La Repubblica)
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Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile
A SINISTRA C’E’ BEPPE SALA CHE VUOLE IL TERZO MANDATO, MA SI RAFFORZA L’IPOTESI DI CANDIDARE MARIO CALABRESI
Lo ha detto chiaramente alle gazzette Beppe Sala: sul terzo mandato è d’accordo con
Zaia e De Luca: “Il limite non deve valere nemmeno per i sindaci”.
Una dichiarazione più che interessata, visto che il suo secondo mandato scade nel 2026. Le elezioni amministrative, con ogni probabilità, non si terranno alla scadenza naturale del mandato (ottobre 2026), ma nella primavera del 2027, probabilmente ad aprile.
Il motivo è legato a una risposta del Ministero dell’Interno ad alcuni sindaci, come ha spiegato lo stesso Sala qualche mese fa: “Chi è andato a elezioni nel secondo semestre dell’anno va alle votazioni nel primo semestre dell’anno successivo e più specificatamente tra il 15 aprile e il 15 giugno”.
Per il primo cittadino milanese, potersi ricandidare sarebbe un’occasione d’oro: avrebbe il tempo di recuperare il consenso perduto nella città per la questione sicurezza con l’organizzazione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, che si inaugureranno il 6 febbraio 2026.
Un successo favorito anche dalla inettitudine del centrodestra a Milano che nel 2021, candidò il pediatra ”pistolero” Luca Bernardo. Un nome tirato fuori in fretta e furia e mandato allo sbaraglio contro l’ex commissario Expo.
Stavolta, per evitare lo stesso errore, Ignazio La Russa, dominus di Fratelli d’Italia sotto la Madunina, ha chiesto di arrivare preparati al voto, scegliendo per tempo il nome da contrapporre al centrosinistra.
L’indiziato numero uno, come Dago-dixit, è il direttore del “Giornale”, Alessandro Sallusti. Un identikit che molto piace a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni, per niente a Forza Italia, visto che Marina e Pier Silvio Berlusconi lo considerano un ”traditore”.
L’ex compagno di Daniela Santanchè, dopo aver per anni suonato la grancassa del Cav, si è convertito seduta stante al melonismo senza limitismo, scrivendo biografie e peana quotidiani in lode della Ducetta della Garbatella.
Se il nome di Beppe Sala non fosse spendibile per un terzo mandato, e molto probabilmente non lo sarà (non basta una nuova pista ciclabile a una città che vede minacciata la propria sicurezza sociale), scalda i microfoni Mario Calabresi.
L’ex direttore di “Repubblica”, pur avendo già smentito il suo interessamento a Palazzo Marino, per non bruciarsi, è in realtà più che interessato all’incarico.
Negli ultimi tempi il figlio del commissario Luigi Calabresi è stato molto presente sui media per la vicenda di Cecilia Sala: la giornalista-influencer, arrestata in Iran, si trovava nel Paese degli ayatollah per realizzare “Stories”, il suo podcast quotidiano per “Chora”, la piattaforma diretta da Calabresi.
(da Dagoreport)
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Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile
RENZI: “CHE SQUALLORE IL SILENZIO DELLE DONNE DI DESTRA CHE INVECE DI INTERVENIRE TACCIONO”… IL PROBLEMA E’ CHE NON SONO DONNE DI DESTRA MA MANOVALANZA SOVRANISTA
Maria Elena Boschi denuncia in un video pubblicato su Instagram di aver ricevuto offese sessiste e insulti verso di lei arrivate dai social di Fratelli d’Italia. “Ecco, questo è quello che piace fare a Fratelli d’Italia: sottoporre una donna alla gogna dei più beceri commenti. E tutto questo perché ho detto una cosa molto semplice, peraltro citando Madeleine Allbright, che rivendico: ‘All’inferno c’è un posto speciale per le donne che non aiutano le donne’”.
Tra gli insulti ‘bocca rubata al porno’, ‘prostituta intellettuale’, ‘vai a lavorare che nemmeno l’uovo al tegamino sai fare’.
“Fratelli d’Italia – spiega Boschi – prende, tagliuzza un video, per suscitare proprio gli istinti più maschilisti. E giù che piovono commenti sessisti, volgari, offensivi, senza che nessuno li cancelli, senza che nessuno moderi questi commenti. Io spero che la presidente del Consiglio, che le donne di Fratelli d’Italia, prendano le distanze quantomeno rispetto a tutto quest’odio gratuito, rispetto a questa indecenza”.
L’esponente di Iv aggiunge: “Io comunque sono qui, continuo a fare il mio lavoro di opposizione, punto su punto, senza sconti al governo, perché di sicuro questi commenti non ci fanno paura”.
Solidarietà per Boschi da parte di Renzi: “Tutta la mia solidarietà a Maria Elena. Che squallore il silenzio delle donne di destra che oggi dovrebbero intervenire e invece tacciono”.
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2025 Riccardo Fucile
I TITOLARI DEI LOCALI DELLA CAPITALE TEMONO “UN’ALTRA CRISI COME QUELLA DEL COVID” … ALCUNI BAR HANNO PERSO IL 30% DEGLI INCASSI, NEI RISTORANTI VIENE APERTO UN TERZO DELLE BOTTIGLIE CHE SI STAPPAVANO PRIMA DEL PROVVEDIMENTO
“Non beve più nessuno. Alla politica e anche all’informazione dico: che dovemo fa’,
n’altro Covid?”. Carlo Muzi è uno dei decani dei ristoratori romani. La sua pizzeria La Montecarlo è un angolo popolare di veracità (e “voracità”) nel centro storico di Roma, a pochi metri da piazza Navona. E lui, il fondatore e titolare, non si tira mai indietro quando c’è da fare polemica con la politica: le chiusure durante la pandemia, l’obbligo di pagare con il bancomat, la stretta del Comune di Roma sui “tavolini selvaggi”.
Oggi il suo spauracchio e quello dei commercianti del settore food – almeno di quelli romani – è il nuovo Codice della strada firmato Matteo Salvini: più controlli e multe più salate per i trasgressori.
“Le persone sono state terrorizzate”, racconta Muzi, con rigorosa parlata romanesca, dalla sua postazione alla cassa mentre i camerieri accompagnano le tradizionali sottilissime pizze margherita quasi solo con acqua minerale e Coca cola. “Hanno detto alle persone – continua – che se magnano un Mon Chéri je ritirano la patente. Ormai non vendo più neanche le birre piccole: non c’è la stessa spensieratezza di prima”.
Che non vi sia una comunicazione corretta attorno alla riforma del Codice della strada lo sostiene anche Roberta Pepi, titolare del ristorante Da Robertino nel Rione Monti e tra le voci principali dell’associazione di ristoratori “Roma Più Bella”. “L’unica stretta che c’è stata è quella delle sanzioni – spiega – Ma la percezione delle persone ora è diversa”. Pepi per ora non ha avuto grossi contraccolpi sugli incassi, perché il quadrante è stato più frequentato dai turisti e comunque “è presto per tirare le somme”.
Però il rischio per il settore, a suo dire, è alto: “La politica ha eletto l’enogastronomia a nemico della sicurezza quando il problema vero è l’utilizzo del telefonino”. Poi racconta un particolare di non poco conto: “Dal 14 dicembre (giorno dell’entrata in vigore del nuovo Codice della strada, ndr) sono stata subissata di visite di rappresentanti di vini dealcolizzati. Ma già questa definizione è impropria: quello non è un ‘vino’, non si può definire tale. È semmai una bevanda analcolica. Un altro prodotto. Il rischio è di distruggere un settore”.
Chi spezza una (piccola) lancia nei confronti della riforma è Simone Trabalza, uno dei nipoti di Elena Fabrizi, meglio nota come Sora Lella, appellativo che ancora oggi contraddistingue lo storico ristorante nell’Isola Tiberina. Trabalza ci riceve durante la pausa pomeridiana tra il turno del pranzo e quello dell’aperitivo: “Una contrazione c’è stata – ammette – C’è chi non beve anche se non è cambiato nulla. Si lavora molto di più con la mescita (dunque al bicchiere, ndr). Però va anche detto che ci sono troppi incidenti mortali, bisogna dare delle regole. Purtroppo per colpa di qualcuno paghiamo tutti”.
Ma dove pesa di più l’“effetto Salvini”? Probabilmente sui locali “da bere”. Dove si va principalmente per degustare bevande alcoliche, pur trovandosi di fronte menu ricchi di piatti. Su viale Trastevere visitiamo il Treefolk’s Pub, uno dei più importanti pub all’inglese della Capitale, dove la clientela è più “adulta” della media delle birrerie. Qui incontriamo Luca, il capo bar che ci confida come da un mese a questa parte gli affari siano in picchiata.
“Abbiamo perso circa il 30% di incasso settimanale – afferma – Nei primi tre giorni non si è visto quasi nessuno. Abbiamo notato che i clienti non li abbiamo persi, ma si concentrano tutti in alcuni giorni della settimana Le persone hanno paura anche delle birre di bassa gradazione”.
Secondo Luca le criticità ci sono anche per chi lavora. “Io vivo in periferia, alcuni miei colleghi anche fuori Roma. Per lavoro dobbiamo assaggiare spesso. Ma è chiaro che non possiamo permetterci di farci ritirare la patente”.
Anche al Tulait, ristorante ed enoteca, molto frequentato (a pranzo) da avvocati, giudici e magistrati per la sua vicinanza al tribunale di piazzale Clodio, gli effetti del nuovo Codice della strada si fanno sentire.
“L’ultimo venerdì sera – ci spiega il titolare Roberto – abbiamo aperto solo sei bottiglie di vino, un terzo del solito, visto che nel weekend ne apriamo anche 18-20 a sera. Bisogna capire se è un effetto temporaneo, se dipende anche dal post festività. Purtroppo c’è stata una percezione distorta delle nuove regole, i limiti sono sempre gli stessi”.
nche Vicino Enoteca nel quartiere San Giovanni ha riscontrato una contrazione. “La diminuzione rispetto al dicembre 2023 c’è stata – afferma il titolare – anche se non siamo ancora in grado di dire se dipende dalla nuova legge. Tra i clienti c’è preoccupazione, certo. Per fortuna i nostri sono più legati alla zona, molti vengono a piedi o comunque si organizzano per tragitti brevi”.
Al Fatto, ad esempio, la Polizia di Roma Capitale spiega che già nel corso del 2024 sono aumentati del 30% i controlli sul rispetto del Codice della strada rispetto al 2023. I caschi bianchi capitolini, per il momento, sono stati in grado di effettuare solo un primo monitoraggio sulle due settimane successive all’entrata in vigore del Codice della strada, ma non hanno osservato una netta differenza rispetto al 2023, se non un leggero decremento delle infrazioni sulla guida in stato di ebbrezza e sul superamento dei limiti di velocità
(da Il Fatto Quotidiano)
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