Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
“E’ MENO FATICOSO, GLI ORARI SONO PIÙ NORMALI, IL SABATO E LA DOMENICA NON SI LAVORA E SI GUADAGNA UN BEL PO’ DI PIÙ RISPETTO AD UN FORNO O UNA PASTICCERIA”
Un’azienda di Tavagnacco, la Pilosio, società friulana controllata dalla Euredile Ponteggi di Paese, nel trevigiano, aveva aperto un bando per assumere dei saldatori.
All’invito, come riporta il Corriere del Veneto, hanno risposto solo donne, che sono state regolarmente assunte. E’ meno faticoso – spiegano – gli orari sono più normali, il sabato e la domenica non si lavora e si guadagna un bel po’ di più rispetto ad un forno o una pasticceria.
Chiara Ascari, 24 anni, assieme alle colleghe di età compresa tra i 21 e i 53 anni, si occupano di una importante sezione della produzione dell’azienda che realizza casseforme e sistemi sospesi per l’edilizia.
“Nel primo colloquio di lavoro – racconta Ascari – mi avevano assicurato che non mi avrebbero messo sopra una saldatrice e io ho detto ‘peccato’. Hanno colto la palla al balzo, dopo un periodo di formazione opero con grande soddisfazione”.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
LA SUA E’ UNA STORIA CRIMINALE: È STATO CONDANNATO PER L’OMICIDIO DI UN SUO COLLEGA E PER MOLESTIE SESSUALI NEI CONFRONTI DI UNA BIMBA DI SETTE ANNI (NEL 2012… PER EVITARE DI SCONTARE LA SECONDA CONDANNA, CENNI È FUGGITO PRIMA IN FINLANDIA, POI NELLA CITTÀ RUSSA DI SAMARA, DOVE HA LAVORATO COME PIZZAIOLO
La barba è trasandata, il volto scavato. «Mi chiamo Gianni Cenni, sono stato mobilitato
illegalmente in Russia per combattere in Ucraina», dice l’uomo che indossa una divisa militare. Poi scuote il capo e aggiunge: «Non voglio combattere, voglio ritornare in Italia».
Fonti informate confermano che Cenni, originario di Napoli, è stato catturato al fronte nella zona di Kharkiv, in Donbass, occupata dalle truppe di Mosca e si trova attualmente sotto la custodia delle forze armate ucraine.
Ma c’è un mondo da raccontare nella storia del nostro concittadino ritratto in questo e negli altri video che circolano sui social. Ha 51 anni e si è trasferito in Russia già da diversi anni. A Samara, sulle sponde del fiume Volga, aveva lavorato come pizzaiolo anche nel locale del console onorario della città.
Si capirà solo fra qualche tempo se Cenni sia finito a fare la guerra in Ucraina con l’esercito di Vladimir Putin per scelta oppure perché costretto come sostiene nel filmato. Ma di sicuro alle spalle si è lasciato un passato da romanzo nero segnato da due condanne.
La prima, interamente scontata, per un omicidio commesso nel 1999, quando lavorava come guardia giurata a Milano e fu processato per aver ucciso un collega. La seconda per molestie sessuali commesse tra il 2010 e 2012, quando era in regime di semilibertà, ai danni di una bambina di sette anni, figlia di parenti della sua compagna dell’epoca.
Per questa vicenda, Cenni è stato condannato a 7 anni e due mesi di reclusione. Il verdetto è definitivo, ma la sentenza non è mai stata eseguita perché, nel frattempo, l’uomo ha lasciato l’Italia. Prima di arrivare in Russia era stato segnalato anche in Finlandia. Le ricerche non avevano dato esito ed erano state estese in tutta Europa.
Non la pensa così la madre della vittima, che si costituì parte civile in giudizio con l’assistenza dell’avvocata Antonietta Borghese. «Quando un’amica del quartiere mi ha mandato il video ho pensato: ecco, finalmente l’hanno arrestato – dice la donna a Repubblica – Ero felice, perché non si può comprendere fino in fondo il dolore che questa persona ha provocato a mia figlia e alla nostra famiglia. Non so che cosa succederà, ma noi abbiamo paura che possa tornare in Italia: ci ha già minacciato e temiamo che possa farci ancora del male».
(da Repubblica)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
ARRESTATO IL 15 NOVEMBRE, LA FARNESINA HA CONVOCATO L’AMBASCIATRICE DEL VENEZIELA A ROMA SOLO UN MESE DOPO… E’ TRASCORSO UN ALTRO MESE E DI ALBERTO NESSUNA NOTIZIA… MA MELONI QUESTA VOLTA NON VA A CARACAS?
Il Pd insieme all’associazione Articolo 21 chiede di accendere i riflettori sul caso di Alberto Trentini, cittadino italiano, nato a Venezia, arrestato in Venezuela il 15 novembre scorso. Da quel giorno di lui non si è saputo più nulla. Giuseppe Provenzano e Gianni Cuperlo hanno presentato un’interrogazione parlamentare, insieme ai colleghi Fabio Porta, Enzo Amendola, Lia Quartapelle e Laura Boldrini, in cui si domanda al governo che iniziative stia prendendo per garantire al connazionale che i suoi “diritti processuali e di detenzione siano garantiti” e per sollecitare l’immediato rientro in Italia.
Un appello è stato lanciato al governo italiano anche dalla famiglia tramite l’avvocata Alessandra Ballerini, affinché vengano “posti in essere tutti gli sforzi diplomatici possibili e necessari, aprendo un dialogo costruttivo con le istituzioni venezuelane, per riportare a casa Alberto e garantirne l’incolumità”.
L’arresto
Alberto Trentini lavorava in Venezuela come cooperante per una Ong francese ‘Humanity e Inclusion’ che si occupa di assistere disabili. Era arrivato a Caracas il 17 ottobre 2024. Secondo quanto risulta, sarebbe stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava in missione verso Guasdalito il 15 novembre. Sarebbe stato trattenuto e trasferito nella capitale. Oggi, ci risulta “prigioniero” in una “struttura di detenzione – fa sapere la famiglia – senza che gli sia mai stata contestata formalmente nessuna imputazione”.
La vicenda di Trentini è sul tavolo della Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), che il 7 gennaio ha emesso una risoluzione urgente, con la quale si chiede al Venezuela di fornire informazioni immediate sulle condizioni di detenzione di Trentini. L’ong francese H&I ha detto di avere fatto il possibile per la liberazione.
In Venezuela vige un regime di privazione dei diritti, come dimostra la raffica di arresti compiuti negli ultimi mesi dal governo di Nicolas Maduro, insediatosi per il terzo mandato dopo elezioni farsa. Formalmente i detenuti sono accusati di terrorismo. Da aggiungere che l’Italia non gode della benevolenza di Caracas che ha tagliato il numero di diplomatici accreditabili presso l’ambasciata italiana, a causa della risposta “ostile” di Roma a Maduro.
Una vita nelle ong
Veneziano, Alberto Trentini ha una esperienza decennale nella cooperazione internazionale. Laureato alla Ca’ Foscari di Venezia si è poi specializzato all’estero in assistenza umanitaria. In Inghilterra ha preso un master in ingegneria delle acque e della salute: ha lavorato in Sud America, Ethiopia, Nepal, Grecia e Libano con ruoli anche manageriali per varie organizzazioni.
La famiglia: “Ha bisogno di farmaci”
La famiglia è preoccupata per lo stato di salute di Trentini, che soffre di ipertensione. Non c’è nessuna garanzia che stia ricevendo la terapia necessaria. “Nessuna notizia ufficiale è mai stata comunicata da nessuna autorità Venezuelana né Italiana e di fatto, da quasi due mesi, nulla sappiamo sulle sorti di Alberto – si legge ancora nella nota della famiglia – tenuto anche conto che soffre di problemi di salute e non ha con sé le medicine né alcun genere di prima necessità. Dal suo arresto ad oggi, a quanto sappiamo, nessuno è riuscito a vederlo, né a parlargli. Neppure il nostro Ambasciatore è riuscito a comunicare con lui né ad avere sue notizie nonostante plurimi tentativi”.
Per i familiari “è inaccettabile che cittadini italiani che si trovano a lavorare o visitare altri Paesi con l’unica finalità di contribuire a migliorare le condizioni di vita dei loro abitanti, si trovino privati delle libertà e dei diritti fondamentali senza poter ricevere nessuna tutela effettiva dal nostro Paese. Confidiamo che la Presidente del Consiglio ed i Ministri interessati, si adoperino con lo stesso impegno e dedizione recentemente dimostrati a tutela di una nostra connazionale, per riportare presto, incolume, Alberto in Italia”.
Articolo21: “Trentini e Sala, doppio standard”
Chiede di “rompere il silenzio” su Alberto Trentini anche Beppe Giulietti, il presidente dell’Associazione Articolo21 – fondata tra gli altri dall’ex presidente del Parlamento Europeo Davide Sassoli – che chiama in causa il caso di Cecilia Sala. “Pare esserci un doppio standard – polemizza il giornalista ed ex deputato – Ci appelliamo al governo perché faccia come ha fatto con l’Iran e si occupi di riportare a casa Trentini.
L’Ambasciata d’Italia e il Consolato Generale a Caracas, in stretto raccordo con la Farnesina, starebbero seguendo il caso con “richieste urgenti” fatte alle autorità venezuelane attraverso diversi canali.
In data 13 dicembre è stata convocata alla Farnesina l’Incarica d’Affari ad interim del governo del Venezuela.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
“FATTE SPOGLIARE E PIEGARE PER SALVAGUARDARE L’INCOLUMITA’ DEGLI OPERATORI DI POLIZIA”… A PARTE CHE ERANO PACIFISTE E NON TERRORISTE, SI PUO’ PERQUISIRE SENZA FAR SPOGLIARE TASTANDO IL CORPO SOPRA I VESTITI COME HANNO FATTO PER GLI UOMINI, DOVE STA SCRITTO CHE DEVI FAR TOGLIERE ANCHE LE MUTANDE A DELLE RAGAZZE?…PERCHE’ LE RAGAZZE PER ANDARE IN BAGNO HANNO DOVUTO TENERE LA PORTA APERTA E I RAGAZZI INVECE NO?
Dalla manifestazione di strada fuori dall’ex Breda all’interrogazione in Parlamento. È
diventato un caso nazionale la perquisizione effettuata ieri dalla questura di Brescia nei confronti di un gruppo di manifestanti di Extinction Rebellion, che aveva dato vita ad un presidio davanti alla sede bresciana di Leonardo per dire no alla guerra e contestare «Leonardo che fornisce armi che consentono a Israele di bombardare la popolazione palestinese, i bambini, gli ospedali».
Dove si apre un altro capitolo. «Mi hanno chiesto di togliermi le mutande e fare tre squat, per dei controlli a detta loro. Questo trattamento è stato riservato solo a persone femminilizzate. Ai maschi non è stato chiesto di spogliarsi e togliersi i vestiti» denuncia una delle manifestanti di Extinction Rebellion.
Secondo Extinction Rebellion alcune persone sono state «denunciate per reati pretestuosi e altre espulse da Brescia con fogli di via obbligatori».
Un’accusa che arriva in un clima di grande tensione attorno alle forze dell’ordine, al centro delle polemiche dopo il caso di Ramy Elgaml, morto durante un inseguimento con i carabinieri di Milano, e alle manifestazioni violente a Roma e a Bologna. Proprio oggi, giornata in cui il Ddl sicurezza, tra le tensioni che coinvolgono anche la maggioranza, va verso una terza lettura: al centro del dibattito c’è proprio la nuova norma – il cosiddetto «scudo penale» – a favore della maggiori tutele legali per le forze dell’ordine.
La questura di Brescia rigetta ogni accusa: «Tenuto conto delle ripetute condotte illecite poste in essere – che minavano costantemente l’ordine e la sicurezza pubblica – 22 manifestanti sono stati accompagnati in questura per gli adempimenti di polizia, consistiti nella redazione di numerosi atti quali: elezione di domicilio, verbali di perquisizioni personali, verbali di sequestro materiale, nomina di difensore, notifica dei provvedimenti amministrativi» spiega la Questura di Brescia in una nota aggiungendo che: «Si è proceduto alle perquisizioni personali tenuto conto delle azioni poste in essere dai manifestanti e per salvaguardare l’incolumità degli operatori di Polizia».
«Nel corso delle singole perquisizioni, svolte da personale femminile per le donne, è stato chiesto di effettuare piegamenti sulle gambe al fine di rinvenire eventuali oggetti pericolosi. In ogni momento è stata salvaguardata la riservatezza e la dignità delle persone e sono state seguite le corrette procedure operative.
Le interrogazioni parlamentari
Ma il caso approda in Parlamento. Il vicecapogruppo di Alleanza Verdi Sinistra (Avs) alla Camera, Marco Grimaldi, ha infatti depositato un’interrogazione al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nella quale si chiede alla questura di Brescia «come mai hanno sottoposto a 7 ore di fermo persone che avevano fornito i documenti e quindi non dovevano essere trattenute in base all’articolo 349 del codice di procedura penale». Grimaldi chiede poi che «Gli agenti spieghino perché donne e ragazze sarebbero state costrette a spogliarsi e a eseguire piegamenti sulle gambe. Di questi abusi, dopo il 2001, ne abbiamo abbastanza. Come ne abbiamo abbastanza delle denunce arbitrarie, che regolarmente cadono davanti al pm, e dei fogli di via elargiti a chiunque manifesti».
In giornata anche il deputato bresciano del Partito democratico Gian Antonio Girelli ha presentato una seconda interrogazione parlamentare «con la quale – spiega – ho voluto chiedere chiarimenti in quanto le dichiarazioni dei manifestanti e della questura divergono rispetto alle modalità con le quali sono stati effettuati i controlli e le perquisizioni. Penso che sia doveroso da parte del Ministro dell’interno chiarire la dinamica del fermo per fugare ogni dubbio al riguardo».
In casa dem si è espresso anche Matteo Orfini si è espresso in merito. «Da Bologna arrivano segnalazioni analoghe: una donna obbligata a spogliarsi e trattata in modo inaccettabile in uno stato di diritto. Chiediamo al ministro Piantedosi di verificare immediatamente e di intervenire qualora le notizie fossero confermate. Viene sempre più il dubbio che questi comportamenti siano figli, se non di una indicazione esplicita, di un clima creato da un governo che cerca di esasperare la situazione e di criminalizzare il dissenso».
Per Carolina Morace e Gaetano Pedullà, europarlamentari del Movimento 5 Stelle «Donne costrette a togliersi le mutande e a fare piegamenti in questura, umiliate con un trattamento riservato solo a loro, mentre gli uomini venivano risparmiati. Questa è una violenza, un abuso intollerabile che viola non solo la dignità delle persone coinvolte, ma anche i principi di uguaglianza e rispetto».
«Verso le 14 di ieri sono andata in Questura per chiedere quali fossero le condizioni delle persone – racconta Valentina Gastaldi, capogruppo di Brescia Attiva – e mi è stato risposto che andava tutto bene. Prima e dopo sono stata anche identificata».
In una nota firmata anche da Francesco Catalano, capogruppo di Al Lavoro con Brescia, esprime solidarietà agli attivisti e chiede spiegazioni al Ministero dell’interno. Secondo la consigliera «Alcune delle persone identificate come donne hanno dovuto usare il bagno tenendo la porta aperta anche mentre cambiavano assorbenti igienici o coppetta, lo stesso non è stato chiesto alle persone socializzate uomini, che potevano tenere la porta chiusa».
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
ALBERTO TRENTINI E’ UN COOPERANTE: E’ STATO FERMATO MENTRE PORTAVA AIUTI UMANITARI ALLE PERSONE CON DISABILITA’ CON LA ONG HUMANITY… DA ALLORA SI E’ PERSA OGNI TRACCIA
I familiari di Alberto Trentini, il cooperante italiano fermato il 15 novembre dall’autorità del Venezuela e di cui non si hanno più notizie, lanciano un appello “al governo italiano” al fine di “porre in essere tutti gli sforzi diplomatici possibili e necessari, aprendo un dialogo costruttivo con le istituzioni venezuelane, per riportare a casa Alberto e garantirne l’incolumità”.
In una nota diffusa dalla famiglia e dall’avvocata Alessandra Ballerini, si ricostruisce la vicenda di Trentini che si trovava in Venezuela per una missione con la Ong Humanity e Inclusion per portare aiuti umanitari alle persone con disabilità.
“Alberto era arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 e il 15 novembre mentre si recava in missione da Caracas a Guasdalito”, si legge, “è stato fermato a un posto di blocco, insieme all’autista della Ong. Dalle scarse e informali informazioni ricevute sembrerebbe che pochi giorni dopo il fermo Alberto sia stato trasferito a Caracas e, a oggi, ci risulta ‘prigioniero’ in una struttura di detenzione, senza che gli sia mai stata contestata formalmente nessuna imputazione”.
Nel comunicato si afferma che “nessuna notizia ufficiale è mai stata comunicata da nessuna autorità venezuelana né Italiana e di fatto, da quasi due mesi, nulla sappiamo sulle sorti di Alberto, tenuto anche conto che soffre di problemi di salute e non ha con sé le medicine né alcun genere di prima necessità. Dal suo arresto a oggi, a quanto sappiamo, nessuno è riuscito a vederlo, o a parlargli. Neppure il nostro Ambasciatore è riuscito a comunicare con lui né ad avere sue notizie nonostante plurimi tentativi”.
Per i familiari “è inaccettabile che cittadini italiani che si trovano a lavorare o visitare altri Paesi con l’unica finalità di contribuire a migliorare le condizioni di vita dei loro abitanti, si trovino privati delle libertà e dei diritti fondamentali senza poter ricevere nessuna tutela effettiva dal nostro Paese. Confidiamo che la Presidente del Consiglio e i ministri interessati, si adoperino con lo stesso impegno e dedizione recentemente dimostrati a tutela di una nostra connazionale, per riportare presto, incolume, Alberto in Italia”, concludono.
(da Repubblica)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
STAVOLTA GLI AGGRESSORI NON SONO NERI MA ITALIANI (CHE A QUANTO PARE NON SI SENTONO TALI), SALVINI DIRA’ QUALCOSA?
Uno studente-lavoratore di Bressanone di 18 anni e’ stato aggredito e pestato dal branco
al termine di un ‘Maturaball’ organizzato al Forum della citta’ vescovile dell’Alto Adige. Stando a una prima ricostruzione, il giovane, invitato al ‘ballo di maturita”, e’ stato aggredito con calci e pugni da cinque o sei persone altoatesine.
Nel pestaggio il 18enne ha riportato un trauma cranico, la frattura del setto nasale e la frattura del pavimento orbitario (non si escludono lesioni permanenti). Il giovane e’ stato insultato con l’epiteto ‘Dreckwalscher’, ovvero ‘sporco italiano’.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
L’INDAGINE DI BANKITALIA: NEL QUARTO TRIMESTRE DEL 2024 I GIUDIZI DEGLI IMPRENDITORI SULLA SITUAZIONE ECONOMICA GENERALE SONO PEGGIORATI… LE IMPRESE HANNO VALUTATO UN INDEBOLIMENTO DELLA DOMANDA, E LE PROSPETTIVE A BREVE TERMINE “SONO SFAVOREVOLI”
Imprese italiane più pessimiste a fine 2024. Come segnala l’indagine trimestrale della Banca d’Italia presso le imprese italiane dell’industria e dei servizi non finanziari con almeno 50 addetti, nel quarto trimestre dell’anno i giudizi sulla situazione economica generale sono peggiorati.
Le imprese hanno valutato un indebolimento della domanda, in particolare quella proveniente dall’estero e quella rivolta al comparto dei servizi. Le prospettive sulle proprie condizioni operative a breve termine – continua l’indagine – “sono complessivamente sfavorevoli; vi incidono l’incertezza economico-politica e, in misura più contenuta, i timori sull’andamento dei prezzi delle materie prime energetiche e, specialmente tra le imprese esportatrici, sulle politiche circa gli scambi commerciali internazionali”.
Quanto al 2025 “le imprese prefigurano un’espansione degli investimenti nella prima metà” dell’anno, “nonostante continuino a ritenere sfavorevoli le condizioni per investire. Le condizioni di accesso al credito – continua l’analisi – sono valutate invariate e la posizione complessiva di liquidità è considerata ancora soddisfacente”.
Sul fronte occupazione “la maggior parte delle imprese prevede di mantenere invariata la propria forza lavoro”. “La crescita dei prezzi di vendita si è stabilizzata su livelli contenuti nei servizi e nell’industria in senso stretto; nelle costruzioni è diminuita, rimanendo tuttavia più sostenuta rispetto agli altri comparti. Nei prossimi 12 mesi la dinamica dei listini resterebbe sostanzialmente stabile in tutti i settori, a fronte di attese di aumenti salariali contenuti. Le aspettative delle imprese sull’inflazione al consumo sono diminuite su tutti gli orizzonti temporali” conclude l’indagine
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
SUL PREMIERATO LA DUCETTA RALLENTA PER NON FARE LA FINE DI MATTEO RENZI…SOLO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, CARA A BERLUSCONI E FORZA ITALIA, PROCEDE SPEDITA
Dunque, la riforma che procede più spedita nei tempi, e con più concordia tra gli alleati
nei modi, è quella che riguarda le toghe. Il sogno di Silvio Berlusconi, che per lustri ha tentato di realizzare la «grande, grande (lo diceva due volte, ndr) riforma della giustizia». Quella che, a suo dire, avrebbe fatto dell’Italia non più una «magistratocrazia», ma una vera democrazia dove «i pm, per parlare con il giudice, devono bussare, entrare col cappello e possibilmente dargli del lei».
Sarà anche la bandiera storica di Forza Italia nello schema “a me il premierato, a te l’Autonomia, a te la separazione delle carriere”, però la verità, che spiega la speditezza, è che gli altri non la vivono come un prezzo da pagare, anzi. In fondo, la polemica con i giudici è parte di un racconto comune, dall’Albania a Open Arms. E Giorgia Meloni ha fiutato che il clima è favorevole, complice la crisi di credibilità e legittimazione della magistratura, confermata dai sondaggi di cui sono pieni i giornali. Insomma, il referendum che, secondo la road map tracciata dovrebbe tenersi la primavera del prossimo anno, non la spaventa, anzi la spinge a fare in fretta.
Sull’Autonomia, invece, la bandiera è bucata e la questione è in mano alla Corte costituzionale, che a giorni deciderà se dare la voce al popolo o meno. Molto probabilmente non ammetterà il referendum perché, una volta demolito l’impianto, sarebbero incomprensibili gli esiti del quesito. E a quel punto si ritorna in Parlamento, per riscrivere le norme smontate dalla Consulta nella sua articolata sentenza.
Lì, innanzitutto, deve essere colmato il buco dei Lep, i livelli essenziali di prestazione, il cuore della legge. Cioè, si ricomincia daccapo con le leggi delega. Non ci vuole una Cassandra per prevedere un cammino per niente agevole, per la riscrittura, di fatto, di mezza riforma.
Se invece si dovesse ammettere il referendum, rimarrebbe tutto fermo fino alla sua celebrazione in primavera, per poi comunque ripassare dal Parlamento perché comunque va reso coerente l’impianto con i rilievi della Corte.
Già i cavilli indicano un binario, se non morto, comunque piuttosto accidentato, poi c’è la politica che, con ogni evidenza, non freme su un provvedimento che fa pagare salati prezzi elettorali al Sud ed è percepito come esistenziale solo da una parte della Lega. Una parte, non tutta: neanche Salvini, per debolezza o convinzioni, si è immolato fino in fondo.
E sempre col fiuto (di Giorgia Meloni) ha a che fare il rallentamento sul premierato, confermato dalla premier per la prima volta in conferenza stampa, dove ha mutato radicalmente registro rispetto a quando annunciò muscolarmente, e quasi con piglio revanchista, «la madre di tutte le riforme». Va di moda dire che «non vuole fare la fine di Matteo Renzi», ed è così. Nel senso che il referendum confermativo è l’unico elemento che tiene assieme tutte le opposizioni, e inevitabilmente sarebbe un voto sul governo. Impossibile, in caso di bocciatura, far finta di niente.
Anche in questo caso, però, contano gli umori del paese. Renzi perse perché si misero assieme tutti, però anche perché quella riforma non veniva percepita come una priorità dagli italiani. Sembrava un disegno avulso dai problemi che stanno a cuore ai cittadini, in una situazione economica infinitamente meno complicata dall’attuale, tra guerre, caro energia, questione salariale.
E poi c’è un elemento che ha a che fare col percepito. Paradossalmente proprio la forza della Meloni ha rallentato il premierato. Nel senso che, essendoci, un “premierato di fatto”, sembra quasi inutile votare per quello “di diritto”. La gente vede una leader che occupa in maniera totale la scena, senza alternative dall’altra parte, senza trame degli alleati alle viste, con i sondaggi che registrano fiducia al giro di boa della legislatura. Portare a votare i cittadini per forza su una cosa che non sta in cima ai loro pensieri, potrebbe essere percepito come un atto di arroganza che muta il clima.
Questo non equivale a una rinuncia al progetto, perché la rinuncia non è neanche nelle corde della premier. Ma a un gioco sui tempi, con l’idea di approvarlo magari alla fine della legislatura: incassa la bandiera, ma rinvia la data della pugna a dopo il voto sulle politiche. Con la speranza e l’ambizione di gestire la consultazione da palazzo Chigi, dopo la riconferma. E sfruttare l’effetto trascinamento della vittoria. Anche un’eventuale sconfitta sarebbe in quel caso meno dolorosa. A proposito di Berlusconi, fece lo stesso calcolo sulla sua riforma costituzionale. Approvata nel 2005, si votò nel 2006 dopo le politiche, non prima, per il medesimo calcolo. Perse entrambe le consultazioni, ma questo è un altro discorso
(da La Stampa)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
I SILURI CONTRO IL CURATORE GABRIELE SIMONGINI “DI CUI NON CONOSCIAMO ALCUN SUO LIBRO SUL FUTURISMO” E LA DIRETTRICE DELLA GNAM, RENATA CRISTINA MAZZANTINI, CHE SI E’ FATTA NOTARE PER “LA SUA DISPONIBILITÀ PER LA PRESENTAZIONE DI UN LIBRO SULLA DESTRA O PER L’ANNIVERSARIO DE “IL TEMPO” CHE HA PORTATO A TRE DIMISSIONI DAL COMITATO SCIENTIFICO DEL MUSEO”)
Era il grande progetto culturale della Destra: presentare “la più importante avanguardia culturale italiana del X secolo”. La mostra “Il tempo del Futurismo” alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (Gnam) è un’occasione per scoprire i grandi pittori italiani Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Gerardo Dottori.
Ma anche il modo in cui la destra di Giorgia Meloni intende “cambiare l’egemonia culturale della sinistra”, attraverso le sue nomine e soprattutto il suo modo di “guidare” il lavoro dei curatori delle mostre imponendo le sue scelte politiche e culturali. Inizialmente, l’Italia doveva occuparsi della mostra del 2023 “Futurismo in Europa” presentata al Kritiller-Müller Museum di Otterlo, nei Paesi Bassi.
“Ma il Ministero della Cultura ha deciso nel 2023 di non ospitare questa mostra, che era stata allestita in Olanda, a favore di una mostra progettata in Italia da italiani”, spiega Günter Berghaus, specialista del Futurismo che ha partecipato al progetto romano per quasi un anno. Il tema della mostra è il legame tra il movimento futurista e le principali innovazioni che hanno ispirato gli artisti italiani.
Al suo posto è stato scelto Gabriele Simongini come curatore principale della mostra. È uno specialista di arte astratta, noto soprattutto per i suoi articoli su ”Il Tempo”, giornale vicino a Fratelli d’Italia (FDI).
“Non conosciamo alcun suo libro o articolo sul Futurismo”, si rammarica Günter Berghaus. “E ci siamo subito resi conto che non conosceva molto l’argomento. Così gli abbiamo affidato un assistente, Alberto Dambruoso, uno storico dell’arte specializzato in Umberto Boccioni”.
Nell’ottobre del 2023, istituisce un comitato scientifico di una mezza dozzina di esperti del movimento per progettare la mostra.
Ma nel gennaio 2024 viene nominata una nuova direttrice della Gnam: Renata Cristina Mazzantini, già curatrice delle collezioni del Quirinale. La sua disponibilità per la presentazione di un libro sulla destra o per l’anniversario del ”Tempo” ha portato a tre dimissioni dal comitato scientifico del museo.
Renata Cristina Mazzantini ha insistito per integrare il Futurismo in una grande narrazione nazionalista e progressista. Alla fine di giugno, quando il progetto era in fase avanzata, il suo formato è stato ridefinito per un’esposizione pubblica più generale.
Metà delle opere sono state rimosse per far posto ad automobili, idrovolanti e vari strumenti scientifici (una macchina a raggi X, ad esempio). In realtà, racconta Günter Berghaus, “il progetto iniziale non prevedeva la narrazione della cultura di destra e alcuni collezionisti italiani vicini a Fratelli d’Italia si erano lamentati con il Ministero perché le opere futuristiche di loro proprietà non erano state selezionate”.
L’esperto Alberto Dambruoso è stato allontanato dal progetto e, in ottobre, sono stati licenziati gli esperti del comitato scientifico, che avevano lavorato senza contratto di lavoro.
Quando la mostra è stata inaugurata all’inizio di dicembre, il nuovo ministro della Cultura, Alessandro Giuli, l’ha elogiata come “una mostra mastodontica fatta ‘in casa’”. Il deputato di FDI Federico Mollicone, che presiede la Commissione Cultura, ha elogiato la mostra come “progressiva per le esigenze di sviluppo del Paese”.
Il trattamento scelto è stato subito contestato. Il futurismo è stato usato come pretesto per promuovere le attività del governo”, afferma Giancarlo Carpi, uno degli esperti licenziati. La mostra promuove una visione ultra-positiva e semplicistica del rapporto tra uomo e macchina, che non era quella dei futuristi. E ha censurato la dimensione alienante della tecnologia al centro della loro estetica”.
Mentre Renata Cristina Mazzantini si difende su ”Il Giornale dell’arte” per “aver lavorato per vent’anni nelle istituzioni italiane senza aver dovuto prendere una posizione politica” e mette da parte questo “gossip”, spiccano altre omissioni importanti.
Il movimento, che ha flirtato con il fascismo, è stato tolto dal suo contesto politico, l’unico riferimento a Mussolini è il suo profilo immortalato dallo scultore Renato Bertelli. La fascinazione dei suoi artisti per la guerra, la sua violenza e la sua distruzione rigeneratrice, è stata quasi cancellata.
È stato cancellato anche il ruolo decisivo di artisti stranieri, come Eadweard Muybridge e Étienne-Jules Marey, nella comprensione del movimento da parte di Balla e Boccioni, mentre è stato messo in evidenza il ruolo di Marconi, arrivato molto dopo”, dice Giancarlo Carpi. Perché tutto nella mostra doveva essere italiano”.
Inoltre, osserva Edoardo Sassi, critico d’arte del Corriere della Sera, “mentre ci si aspettava di trovare le maggiori opere del Futurismo acquistate dai collezionisti americani nel dopoguerra, la maggior parte delle opere esposte proviene dalle riserve della Gnam e da alcuni musei italiani”. Pur comprendendo il primo Manifesto futurista pubblicato su Le Figaro nel 1909, la mostra è, insomma, tutta italiana.
Valérie Segond per “Le Figaro”
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