Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
Si comincia con un emozionato Edi Rama, primo premier straniero della storia alla
presentazione del Giro d’Italia. «Seguivo la corsa rosa fin da bambino, Merckx e Gimondi erano i miei eroi — spiega Rama — e l’Albania un Paese chiuso come lo è oggi la Corea del Nord: l’unica libertà che il regime ci concedeva era sognare.
Le immagini del Giro in tv ci permettevano di attraversare con la mente l’Adriatico, rendendoci conto di cosa fosse la vita fuori da una gabbia. La trattativa per entrare a farne parte è stata serrata, ma ne valeva la pena: le tre tappe albanesi di quest’anno per noi sono davvero una favola».
Gioisce anche il presidente di Rcs MediaGroup Urbano Cairo: «La presenza dell’Albania nel tracciato ci onora e ci riempie di gioia e credo che l’amico presidente del consiglio Rama abbia fatto un affare perché il suo Paese merita i 700 milioni di spettatori di duecento diversi Paesi che gli offrirà la corsa rosa». L’atmosfera è elettrica: «L’emozione di Rama è anche la mia — continua Cairo —. Volevo un Giro d’Italia che toccasse tante nazioni e quest’anno abbiamo aggiunto un tassello importante».
C’è l’Albania in partenza, uno dei luoghi ciclisticamente più affascinanti e inesplorati d’Europa. Sono presenti quindici regioni italiane, dal Salento pugliese ai confini con Francia e Slovenia, dal Tirreno all’Adriatico. Si attraversano il barocco di Lecce, i trulli di Alberobello, i Sassi di Matera, il lungomare di Napoli e quello della Versilia, la Torre di Pisa, la meraviglia di piazza del Campo a Siena. Ci si arrampica sul Mortirolo, sul Colle delle Finestre, sugli sterrati senesi, sul San Pellegrino in Alpe e sul Sestriere. Il 108° Giro d’Italia presentato all’Auditorium Parco della Musica di Roma è un Giro speciale: inedito, bello e anche durissimo con un record di 52.500 metri di dislivello in salita (il 20% in più dell’edizione del 2024) in 3.413 chilometri di percorso.
Il percorso
Nessuna tipologia di corridore potrà recriminare, nel tracciato non manca davvero nulla: due cronometro individuali, sei tappe per velocisti, otto di media montagna, cinque di alta montagna con gran finale capitolino domenica 1 giugno. Saranno 38 i chilometri di sterrato, 30 di strade bianche a Siena e otto sul Colle delle Finestre, la Cima Coppi del Giro con i suoi 2.178 m. La Montagna Pantani designata sarà il Passo del Mortirolo mentre la Tappa Bartali sarà la Gubbio-Siena.
«Il Giro è ambasciatore del made in Italy nel mondo — ha spiegato Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri — e il passaggio attraverso tanti borghi meravigliosi e poco conosciuti è un richiamo agli italiani all’estero per tornare a visitare i loro luoghi d’origine. Due i messaggi forti di quest’anno: vogliamo al più presto i Balcani Occidentali nella Comunità Europea e siamo pronti ad accogliere a braccia aperte l’Albania».
Per Paolo Bellino, amministratore delegato di Rcs Sport ed Events, «il Giro ormai va oltre al Giro, può raccontare una storia e un territorio rendendo felici i 10 milioni di italiani che scendono sul percorso e tutti quelli che lo vedono in tv o sui suoi canali social», mentre il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida spiega che «il Giro racconta le bellezze della nostra Italia ma anche l’amicizia che è un segno profondo del carattere degli albanesi» e ringrazia le forze dell’ordine rappresentate in sala dal direttore delle Specialità della Polizia di Stato, Roberto Cortese.
Mauro Vegni, che ha disegnato il Giro, assicura che «entro qualche settimana sapremo quali fuoriclasse si uniranno agli ex vincitori Roglic e Bernal, che hanno già confermato, senza escludere sorprese»; il talento Antonio Tiberi fa capire «quanto sarà importante analizzare le altimetrie visto il gran numero di salite sconosciute anche perché sarà difficile testare sul campo nei prossimi mesi».
La presentazione si conclude con un botta e risposta tra Urbano Cairo e il premier Rama. «Non sono mai stato in Albania — spiega il presidente di Rcs Media Group —, sarà bellissimo scoprirla per la prima volta con il pretesto del Giro». «Conosco piuttosto bene l’Italia — replica Rama, ex giocatore di basket di buon livello — ma se il presidente Cairo mi offrirà un passaggio in ammiraglia durante una tappa la vedrò in un modo diverso dal solito e me ne innamorerò ancora di più».
(da Il Corriere della Sera)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
SIAMO ALLA AUTONOMIA LOCALE ANCHE PER I FRATTURATI?
Una giornata sugli sci rovinata da una brutta caduta su una lastra di ghiaccio. L’impatto a terra è tanto forte da costare al protagonista della storia fratture costali multiple e tre fratture alla clavicola destra. Ma è in ospedale che arriva l’amara sorpresa: niente operazione, perché ci sono troppi pazienti che hanno bisogno di interventi. E la priorità spetta “a chi è della regione”. È successo a Bolzano a un architetto trevigiano, Salvatore Pandolfo, che ha raccontato la sua storia a il Mattino di Padova.
Il direttore del comprensorio sanitario di Bolzano, Umberto Tait, spiega invece che quello che è successo è stato “determinato da scelte e circostanze di natura esclusivamente clinica” in un momento, quello delle feste di Natale, in cui le strutture della zona sono particolarmente affollate.
L’incidente
È il 3 gennaio. L’uomo si trova insieme alla moglie sulle piste di Carezza, in Alto Adige, quando scivola su una lastra di ghiaccio. Cade sbattendo la testa e la spalla, e riporta danni al costato e alla clavicola. Pandolfo viene soccorso e trasferito all’ospedale di Bolzano, dove viene ricoverato nel reparto di chirurgia vascolare toracica per controllare eventuali danni ai polmoni. “A quel punto – racconta l’architetto – mi dicono che serve aspettare due, tre giorni per prendere una decisione e vedere come evolve la situazione”.
“La frattura della clavicola non necessitava di trattamento in regime di urgenza”, spiega Tait, ricostruendo la vicenda. “La permanenza del ricovero in chirurgia vascolare si giustificava con il tipo di trauma toracico riportato nella caduta e non con la frattura di clavicola, la quale – da sola – avrebbe portato a dimissioni già al pronto soccorso e non a ricovero”.
L’operazione
Il 7 gennaio la decisione dei medici di operarlo alla clavicola. “Mi hanno confermato, assieme al primario, la disponibilità per la mattina seguente”, ricorda ancora Pandolfo. “Tanto che, qualche minuto dopo, arriva un altro medico per farmi firmare tutti i documenti che sottopongono ai pazienti prima di un intervento”. La mattina dopo era tutto pronto per la sala operatoria.
Alle 11 la spiacevole svolta: l’operazione non si poteva più fare. “Diamo la priorità ai pazienti regionali, hanno detto”, ha riferito Pandolfo. Una risposta che viene ripetuta alla coppia: “La responsabile mi ha detto che dovevano dare priorità ai pazienti regionali e ne avevano troppi di cui occuparsi”. Dopo poco, l’architetto viene dimesso.
Il periodo delle feste
Un “equivoco dal punto di vista comunicativo” secondo l’Azienda sanitaria, secondo cui a Pandolfo era stato spiegato che sarebbe rientrato tra le operazioni dell’8 gennaio come riserva, senza quindi la certezza di essere operato. “La mattina dell’8 gennaio essendo purtroppo entrate fratture più urgenti e non rinviabili è stato inevitabile comunicare al paziente che la possibilità dell’operazione – che, come detto, era una mera possibilità – non esisteva più nel giorno e nella settimana correnti”, evidenzia il direttore. “In questa sede si è anche ribadito nuovamente che il tipo di frattura poteva anche essere gestito al proprio domicilio”. Quello che poi è avvenuto, in quanto l’architetto ha scelto di rivolgersi all’ospedale di Treviso per riprendersi dall’incidente.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
“SPIACE CHE ZAIA PERSONALIZZI, QUELLA NORMA ESISTE DA TEMPO”
«Spiace che il presidente Zaia abbia oggi personalizzato il tema del terzo mandato. La
norma che lo disciplina esiste da tempo e non riguarda singoli casi specifici. Non è mai una buona idea adeguare le leggi alle esigenze contingenti. Riguardo la scelta del futuro candidato alle elezioni regionali del Veneto siamo sicuri che il centrodestra si farà trovare pronto all’appuntamento scegliendo, come è accaduto in passato, il miglior profilo in grado di rappresentare i veneti, tenendo anche conto del consenso che le diverse forze politiche raccolgono tra i cittadini». Queste le parole del senatore di Fratelli d’Italia, Luca De Carlo, coordinatore regionale in Veneto, in merito alle dichiarazioni del governatore del Veneto, Luca Zaia. Zaia oggi sul terzo mandato ha dichiarato: «Se ci fosse lo sblocco dei mandati è ovvio che mi ricandiderei, darei risposta ai tanti cittadini che mi chiedono di farlo». «Io non sto facendo alcuna battaglia sul terzo mandato – precisa -, ma l’aspetto più importante è quello dei veneti. Non ci siamo mai trovati di fronte a una chiamata del popolo come questa. E nessuno risponde al popolo».
Molinari (Lega): «Vogliamo che Zaia continui, se non cambia la norma serve decidere quale partito indicherà il candidato»
E il partito del governatore la Lega come sta reagendo alle dichiarazioni? Mentre il ministro e vicepremier Matteo Salvini tace a parlare per il Carroccio è il capogruppo a Montecitorio, Riccardo Molinari. «Sul terzo mandato la posizione della Lega è nota, anche perché abbiamo fatto delle proposte sia di legge che emendative per togliere il limite dei due mandati. Noi riteniamo che sindaci e governatori, che sono apprezzati dai cittadini, non debbano avere un limite. Sappiamo che i nostri alleati hanno una posizione diversa e l’hanno manifestato in tutti i modi. Allora si porrà un tema politico su quale partito del centrodestra dovrà indicare il presidente del Veneto. Questo è il tema se non ci sarà il terzo mandato», ha dichiarato. «Chiaro – aggiunge – che noi vorremmo che Luca Zaia potesse continuare. Se non si cambierà la norma bisognerà capire quale partito dovrà indicare il presidente del Veneto. La posizione della Lega è che in una coalizione bisogna tenere conto non soltanto dei voti, ma anche delle specificità dei partiti». In soldoni «la Lega è il partito dell’autonomia, noi abbiamo voluto questa riforma, le Regioni che hanno chiesto l’autonomia sono principalmente le Regioni del Nord, e quindi in una logica di coalizione forse gli alleati dovrebbero capire che lo spazio della Lega andrebbe tenuto, in qualche modo, in maggiore considerazione».
Calenda: «Sta per scoppiare il bubbone Zaia»
Secondo il leader di Azione Carlo Calenda sta per »scoppiare il bubbone Zaia». »Non so come Zaia riesca a interloquire con Salvini. Salvini non può non sposare la linea di Zaia, a questo punto è in gran casini. Io credo che alla fine si accoderà e si aprirà un problema dentro il governo», ha dichiarato oggi il senatore ospite a Tagadà, su La7.
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
POI L’ATTACCO A MELONI: “NEINETE LEZIONI DA CHI DA 30 ANNI E’ IN PARLAMENTO”
Il governatore del Veneto, Luca Zaia, non ha intenzione di tenere ancora per se le sue opinioni sullo scontro che riguarda il terzo mandato (e, nelle more, anche il pressing per non rimandare le regionali al 2026, come invece chiede lui). A margine di una conferenza dedicata alla Sanità veneta, dice forte e chiaro: «Se ci fosse lo sblocco dei mandati è ovvio che mi ricandiderei, darei risposta ai tanti cittadini che mi chiedono di farlo». Non si definisce in guerra, ma sa bene che i suoi elettori lo seguono: «Io non sto facendo alcuna battaglia sul terzo mandato – precisa -, ma l’aspetto più importante è quello dei veneti. Non ci siamo mai trovati di fronte a una chiamata del popolo come questa. E nessuno risponde al popolo».
La frecciata a Meloni
La questione del terzo mandato «è un’anomalia tutta nostra», dice ancora. «Io non perdo i sonni, ma è inaccettabile dire che si blocchino dei mandati a amministratori eletti direttamente dal popolo altrimenti si creano centri di potere. Ed è stucchevole che la lezione venga da bocche che da 30 anni sono sfamate dal Parlamento». Riferimento neppure troppo velato alle considerazioni fatte dalla premier, Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di inizio anno, circa la necessità di limiti ai mandati dei presidenti di regione: «La Lega viene dopo i cittadini ma prima del centrodestra. Io sono a disposizione della Lega in qualsiasi progetto», dice ancora lui. E sulle aspirazioni di Fratelli d’Italia, anche queste ribadite da Meloni e non solo, va giù durissimo: «È legittimo ma allora, se ci diranno che non abbiamo amministrato bene, le strade si separano».
Le tempistiche di una eventuale riforma
I tempi per intervenire ci sarebbero ancora, dice, anche se sa bene che le aperture politiche non ci sono. E qui si inserisce l’ultimo schiaffo arrivato sempre dagli alleati: davanti alla proposta di rimandare le regionali al 2026, permettendo a lui di inaugurare le Olimpiadi di Cortina, che Zaia considera un successo anche personale, c’è stata una sprezzante chiusura, sebbene le comunali siano state invece rinviate già con un decreto ministeriale di Matteo Piantedosi: «Penso – ha proseguito Zaia – che ci siano i tempi per fare ragionamenti, ma io non sono nella stanza dei bottoni, non ho mai partecipato a riunioni. Se prima vengono i veneti, è giusto che non abbiano nulla di calato dall’alto. È necessario rispettare i veneti».
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
A NAPOLI, I CANI-POLIZIOTTO HANNO TROVATO DROGA E CELLULARI NASCOSTI NELLE CELLE DEL CARCERE DI POGGIOREALE
Ingenti quantitativi di sostanza stupefacente, nascosti nelle camere di pernottamento di
vari reparti e cinque micro cellulari sono stati sequestrati nel carcere di Poggioreale, a Napoli, grazie al fiuto dei cani-poliziotto del distaccamento cinofili antidroga di Avellino. Spike e Masaniello, questi i nomi dei due cani, sono entrati in azione con il loro fiuto sabato scorso, nei reparti detentivi della casa circondariale partenopea.
“I cani del distaccamento cinofilo di Avellino – commentano Giuseppe Moretti, presidente dell’Uspp e il segretario regionale dello stesso sindacato di polizia penitenziaria Ciro Auricchio – sono diventati un incubo per gli spacciatori. Il nostro apprezzamento va al personale di polizia penitenziaria del carcere di Poggioreale per le attività finalizzate a contrastare l’introduzione di droga e cellulari in carcere”. “La polizia penitenziaria, nonostante sia sotto organico nel carcere di Poggioreale, riesce comunque a garantire l’ordine e la sicurezza interna”, concludono i due sindacalisti.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DEL “CORRIERE DELLA SERA”
È il 5 maggio del 1947 e dalla pista lunga dell’aeroporto di Torino decolla un Fiat G.12 scampato alla guerra. Ai comandi c’è il colonnello Virginio Rainero, chiamato a trasportare – in un paio d’ore – 18 passeggeri da Torino a Roma. Si inaugura così Alitalia. Da quel primissimo volo commerciale sono passati 78 anni e 67 governi. E quando le cose hanno cominciato a mettersi davvero male, tutto quello che ricordiamo sono gli slogan: «Io amo l’Italia e volo Alitalia» (Berlusconi); «Il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia» (Renzi). L’ordine politico era di tenere «in casa» la compagnia di bandiera. Che ora finisce nelle stesse mani tedesche che l’avrebbero voluta già 17 anni fa. Ma quanto c’è costata l’incapacità politica e manageriale in nome dell’orgoglio nazionale? Il Centro ricerca di economia industriale dell’Università Bicocca ha analizzato per Dataroom tutti i bilanci dal Dopoguerra in avanti, oltre ai contributi, alla cassa integrazione, ai prestiti mai restituiti, aggiornando le cifre ai valori attuali. Salta fuori che tenerci stretta la compagnia di bandiera è costato agli italiani quasi come l’intera manovra 2025, o due ponti sullo Stretto, quattro Mose, undici Salerno-Reggio Calabria.
Gli anni d’oro e le prime difficoltà
La storia era partita proprio bene. Per i primi vent’anni, Alitalia va alla grande: nel ’69 ha in pancia utili per 635 milioni di euro attuali, vale a dire 16 miliardi di lire dell’epoca. Un tesoretto che però si esaurisce con la crisi petrolifera del 1973. Negli anni Ottanta i bilanci tornano in attivo e ci restano fino al 1988, poi cominciano a peggiorare, ma non per cattiva gestione: nel 1992 – l’anno della crisi valutaria – Alitalia accumula perdite per 1,5 miliardi, quasi tutte sulle spalle dell’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale che controlla la compagnia di bandiera. Intanto il mondo del trasporto aereo sta cambiando: nel ’97 l’Ue liberalizza anche i voli domestici e sbarcano le prime low cost. Per battere la loro concorrenza bisogna puntare sul lungo raggio, che significa trovare finanziamenti dai privati per l’acquisto di nuovi aerei. Le principali compagnie europee – fino a quel momento quasi tutte in mano ai rispettivi Stati – corrono a quotarsi in Borsa. Alitalia resta saldamente sotto il controllo pubblico e nel 1999 salta pure il confuso tentativo di integrazione con gli olandesi di Klm (durato 9 mesi). Tirando le somme, il millennio si chiude con perdite complessive a quota 2,5 miliardi.
Dall’Iri al Mef
Negli anni Novanta l’Iri è in affanno e accumula enormi debiti legati soprattutto alla crisi delle aziende siderurgiche. L’Europa spinge perché lo Stato venda le partecipazioni e alla fine l’Istituto finisce in liquidazione. Nel 2000 Alitalia passa sotto il controllo del ministero dell’Economia, che dovrebbe trovare altri operatori per rimpinguare la cassa e avviare un nuovo piano operativo. Invece si ritrova a gestirla direttamente per otto anni. Per il Centro ricerca della Bicocca, è questo il punto di svolta: «Da qui in avanti i bilanci iniziano a precipitare – spiega il prof Ugo Arrigo – probabilmente perché ancora non si espande né si rinnova la flotta per far fronte alla crescita del mercato, ma soprattutto perché il Mef, a differenza dell’Iri, non era strutturato per governare grandi aziende».
Le altre compagnie si fondono fino a diventare dei colossi dell’aviazione: Klm con Air France, British Airways con Iberia, Lufthansa incorpora Swiss, Austrian e poi Brussels Airlines. Noi invece chiamiamo a risanare l’azienda i boiardi di Stato: difficile scordare i 3 anni di pessima gestione dell’allora presidente e amministratore delegato Giancarlo Cimoli. Sta di fatto che dal 2000 al 2008 Alitalia perde altri 7,2 miliardi di euro, per il 60% sulle spalle dell’azionista pubblico. Si apre la fase del commissariamento e della liquidazione, che ci costa un patrimonio: 300 milioni di prestito-ponte mai restituito, 447 di obbligazioni dello Stato che vanno in fumo, un ulteriore miliardo di passività emerse, e poi ci sono le obbligazioni dei privati rimborsate dallo Stato, la cassa integrazione… In totale si bruciano 5,4 miliardi: 4,1 di soldi pubblici; 1,3 miliardi a carico dei creditori di Alitalia che non vengono rimborsati. A quel punto una fusione pare inevitabile.
Dal 2009 al 2017: l’Alitalia privata
Sono mesi di trattative serrate. Quelle alla luce del sole con Air France, dove è l’ostilità dei sindacati a far saltare il banco. E quelle sottotraccia con Lufthansa. La scena è gustosa: 26 maggio 2008, a Villa Almone, residenza privata dell’ambasciatore tedesco Michael Steiner, si incontrano Gianni Letta, Roberto Colaninno e un top manager della Compagnia tedesca. Lufthansa vorrebbe una bancarotta pilotata: per una manciata di soldi si accollerebbe tutto, buono e cattivo, debiti e personale. «Ma loro non l’accetteranno – confiderà Steiner – perché Berlusconi ha promesso che avrebbe trovato la cordata italiana, e ci perderebbe la faccia».
Infatti Berlusconi chiama a raccolta i Capitani coraggiosi guidati proprio da Colaninno, e nel 2009 nasce la privatizzata Alitalia Cai. La fusione con Air-One sarà più un affare per il Gruppo Toto che per la nascente Compagnia, che non decolla: manca un vero piano di investimenti sul lungo raggio, mentre sul mercato domestico spopolano le low cost e sulla tratta Milano-Roma arriva la concorrenza dei treni ad alta velocità. In cinque anni si sommano perdite per 2,8 miliardi. Nel 2015 esce Cai ed entra Etihad Airways. La Compagnia araba annuncia finalmente l’intenzione di investire sul lungo raggio mettendo a disposizione i propri aerei, ma poi non lo fa e in tre anni accumulano 2 miliardi di perdite. Affari loro? Non del tutto, visto che lo Stato deve provvedere alla cassa integrazione, costo: mezzo miliardo.
Dal fallimento a Ita Airways
Nel 2017 Etihad lascia e si apre un nuovo commissariamento. Il prezzo è di 6,5 miliardi, di cui 3,9 miliardi a carico del pubblico tra prestiti-ponte, sostegni Covid e cassa integrazione; 2,6 miliardi di mancati pagamenti a fornitori e creditori privati. Nel 2021 dalle ceneri di Alitalia nasce «Italia Trasporto Aereo» (detta Ita), interamente partecipata dal Mef: i bilanci fino al 2023 segnano perdite complessive per 700 milioni, tutti pubblici. Ad aprile si conosceranno le perdite del 2024, che secondo gli esperti ammonterebbero a circa 50 milioni.
Il prezzo dell’italianità
«Alitalia – conclude il prof. Arrigo – è stata gestita secondo logiche non di mercato, senza visione strategica né capacità manageriali. Tutto pur di tenere il vettore in mani italiane, sotto controllo politico e anche sindacale». Le cifre del Cesisp: la Compagnia di bandiera è costata al Paese 27,6 miliardi di euro (di cui 25,1 dal Duemila): 16,3 a carico dei contribuenti e 11,3 sulle spalle di azionisti e creditori privati. Vale a dire, quattro volte l’attuale valore di borsa di Lufthansa, la compagnia tedesca prossima a prendersi con 325 milioni il 41% di Ita, e destinata anche a scegliere la catena di comando. E, se lo vorrà, con altri 504 milioni, nel giro di qualche anno, potrà acquisire la totale proprietà.
Milena Gabanelli e Andrea Priante
per il corriere.it
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
LA “MENTE DEI DRONI” ERA UN VERO PEZZO GROSSO: VICINO AI PASDARAN, È STATO MANDATO IN SVIZZERA DAL REGIME, NEL 2019, PER RACIMOLARE COMPONENTI OCCIDENTALI PER I VELIVOLI KILLER DI KHAMENEI, USATI CONTRO ISRAELE E “PRESTATI” AI RUSSI IN UCRAINA
La Repubblica islamica non abbandona i suoi «figli» in difficoltà, tanto più quando sono
parte di un network attraverso il quale arma il proprio esercito e i pasdaran. Il messaggio è chiaro, trasmesso fin dai primi passi del regime iraniano. E lo ha ribadito l’operazione montata con l’arresto arbitrario di Cecilia Sala, pedina di scambio per ottenere una figura preziosa: Mohammed Abedini, l’uomo dei droni.
L’ingegnere è stato mandato in missione in Svizzera dove nel 2019 ha aperto una società con un suo connazionale, un socio che doveva fare da schermo per un’attività precisa: procurare la tecnologia necessaria per perfezionare i velivoli senza pilota che Teheran ha fornito alle milizie sciite in tutto il Medio Oriente e poi venduto, con grande successo, alla Russia che li ha subito impiegati contro gli ucraini. L’analisi di esemplari di vario tipo caduti nelle mani di Kiev ha rivelato la presenza di componenti americane, svizzere, giapponesi, canadesi e tedesche.
Un dettaglio che conferma due punti: non sono certo sistemi top secret; rappresentano, però, uno strumento bellico di un arsenale in continua espansione. Lunedì i media iraniani hanno annunciato la consegna di altri mille velivoli, compresi quelli a lungo raggio. Ecco che la rete di emissari della quale faceva parte Abedini è fondamentale per alimentare la filiera, migliorare il prodotto.
Per questo la giustizia Usa era interessata a informazioni per poter «disegnare» la mappa dei collegamenti, dei rapporti, delle scorciatoie usate per aggirare embargo o controlli.
Riportando a casa l’ingegnere gli ayatollah hanno dimostrato ai loro «procacciatori» l’impegno a salvarli nel caso finiscano nei guai mentre sono all’estero. È una polizza di assicurazione e un incentivo ad osare, una doppia carta giocata all’infinito da Teheran contro avversari ma anche Stati che si sono limitati ad applicare la legge mettendo in galera iraniani accusati/sospettati di crimini.
Così hanno organizzato il «bazar degli ostaggi», imitati dai russi e in qualche caso dai nordcoreani, non per nulla alleati sempre più stretti.
A volte in cambio, invece di persone, chiedono concessioni diplomatiche, compensazioni finanziarie o altro che possa avere un valore. In tutto questo non va mai perso di vista l’aspetto «interno», legato ai contrasti tra le fazioni del potere iraniano che possono incidere su alcune mosse. A maggior ragione se ci sono di mezzo i pasdaran.
“Delusi dalla decisione di revocare l’arresto di Mohammad Abedininajafabadi”. Non usa mezzi termini il dipartimento alla Giustizia, in questa dichiarazione concessa a Repubblica, la prima dall’inizio della vicenda di Cecilia Sala.
Washington è irritata con Roma, perché’ il detenuto iraniano ha sangue americano sulle mani, perciò questo contrasto non sembra destinato a sanarsi col passaggio dall’amministrazione Biden a quella di Trump.
“Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti – dice il portavoce a Repubblica – è deluso dalla decisione di revocare l’arresto provvisorio di Mohammad Abedininajafabadi, che ha portato al ritorno di Abedininajafabadi in Iran”.
Quindi aggiunge che gli Usa non rinunciano a portarlo davanti alla giustizia: “Abedininajafabadi resta accusato nel distretto del Massachusetts di aver complottato per procurarsi tecnologia statunitense sensibile da utilizzare nel programma iraniano di attacco letale con droni e di aver fornito supporto materiale alle attività terroristiche del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, attività che hanno provocato la morte di tre militari statunitensi nel gennaio 2024”. Sangue americano, che non può essere dimenticato. Quindi un disappunto tecnico, oltre che politico, destinato a restare anche con l’arrivo di Trump.
Abedini oggi compie 39 anni. Può festeggiare il compleanno in Iran, assieme alla moglie e al figlio: con loro ha trascorso le prime ore di libertà dopo l’udienza-lampo che domenica mattina ha permesso la sua «immediata » scarcerazione dal penitenziario di Opera. Sono bastati una decina di minuti e un paio di pagine per imbarcarlo su un aereo per Teheran
Di lui, in Italia, resta un trolley. Gli americani non hanno ottenuto l’estradizione di Mohammad Abedini Najafabadi, «l’uomo dei droni» e vogliono almeno il contenuto di quella valigia conservata in una cassaforte della procura di Milano. In attesa — è una delle ipotesi — di una rogatoria degli Usa. Ore dieci di domenica 12 gennaio.
Nel trolley sequestrato all’uomo dei droni al momento dell’arresto, e ora sotto custodia della procura di Milano, c’erano computer, smartphone, chiavette, documenti. In linea strettamente teorica, lo stesso avvocato dell’ex detenuto iraniano potrebbe chiedere la restituzione del bagaglio.
Ma viste le accuse all’ingegnere iraniano, è scontato che quel materiale interessi a chi gli dava la caccia e possa essere oggetto di rogatoria internazionale da parte degli Usa.
Alla procura guidata da Marcello Viola, al momento, non sono arrivate richieste. Passerebbero prima dal ministero.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DEL PROCURATORE SPECIALE SMITH
Se non fosse stato eletto presidente in novembre, Donald Trump sarebbe stato condannato per il caso delle interferenze sul risultato delle elezioni del 2020: lo si legge nel rapporto del procuratore speciale Jack Smith, del quale è stata autorizzata la pubblicazione, citato da media americani.
Il rapporto di 174 pagine visionato da alcuni media Usa e del quale il Procuratore generale, Merrick Garland, ha autorizzato la pubblicazione – alla quale si erano invece opposti gli avvocati di Trump -, descrive in dettaglio quelli che vengono definiti “gli sforzi criminali del presidente eletto per mantenere il potere” dopo aver persone le elezioni del novembre 2020. Il team di Smith afferma senza mezzi termini di ritenere che Trump abbia tentato di “sovvertire la volontà popolare e di rovesciare i risultati delle elezioni”
“Come si evince nell’atto d’accusa originale e in quelli successivi, quando è diventato chiaro che il signor Trump aveva perso le elezioni e che i mezzi legali per contestare i risultati elettorali erano falliti, ha fatto ricorso a una serie di sforzi criminali per mantenere il potere”, si legge, comprese “pressioni sui funzionari statali”, piani “fraudolenti” e “pressioni sul vicepresidente” Mike Pence.
Una sezione del rapporto è inoltre riservata all’assalto dei suoi sostenitori a Capitol Hill il 6 gennaio 2021. lo ‘special counsel’ Smith scrive nelle conclusioni: “Il punto di vista del Dipartimento (di Giustizia), secondo cui la Costituzione proibisce di continuare l’incriminazione e l’azione penale contro un presidente è categorico e non dipende dalla gravità dei crimini imputati, dalla forza delle prove del governo o dai meriti dell’accusa, che l’ufficio sostiene pienamente.
In effetti, se non fosse stato per l’elezione del signor Trump e il suo imminente ritorno alla presidenza, l’ufficio ha valutato che le prove ammissibili erano sufficienti per ottenere e sostenere una condanna al processo”, ha aggiunto il procuratore speciale. Smith fu nominato procuratore speciale dall’Attorney General Merrick Garland poco dopo che Trump aveva lanciato la sua candidatura alla Casa Bianca del 2024.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO FORMICA: “SIAMO SEMPRE STATI UN PAESE A SOVRANITA’ LIMITATA”
Rino Formica, ex socialista e ministro, dice che dopo il caso Abedini-Sala la premier
Giorgia Meloni ha preso una strada pericolosa nei suoi rapporti con gli Stati Uniti. Vede, dal 1945 sino a poche settimane fa siamo stati dentro un’alleanza politica e strategica con gli Stati Uniti, ma ora l’America di Trump non vuole più alleati. Vuole clienti dei loro affari: è una grande novità, che spiega la nuova stagione», dice oggi a La Stampa. Formica ricorda che «dopo la strage del Rapido 904 affermai che l’Italia aveva vissuto in uno stato di sovranità limitata, che aveva finito per depotenziare la capacità dei nostri Servizi. Quasi fosse lesa maestà nei confronti degli Stati Uniti, Giovanni Spadolini si imbufalì e il presidente del Consiglio Craxi fu costretto a convocare un vertice riservato e in quella occasione Giulio Andreotti ci disse due cose assai rilevanti…»
L’esponente Dc, che per anni era stato ministro della Difesa, «ci disse testualmente: sì per 40 anni siamo stati un Paese a sovranità limitata rispetto agli Stati Uniti. E ci descrisse la Circolare Trabucchi della quale nulla si sapeva e che risaliva al 1960, emanata durante il governo Tambroni. Quella Circolare riservatissima e i suoi sviluppi stabilivano che le Basi americane in Italia godevano di totale extraterritorialità per il passaggio di uomini, armi e cose. Tutto sotto il controllo esclusivo degli americani. In altre parole dal 1949 in poi abbiamo aderito all’Alleanza atlantica cedendo volontariamente sovranità su diverse questioni ad una autorità sovranazionale riconosciuta. Questo non significa che tutti i governi siano stati eguali. Ma ora stiamo entrando in una fase nuova, come dimostra il rapporto tra il governo italiano ed Elon Musk».
Sigonella
Secondo Formica il parallelo con Sigonella «non esiste, perché siamo davanti a casi diversi. Quella vicenda stava dentro una dialettica tra Paesi aderenti alla stessa Alleanza. In quella occasione il governo Craxi non fece una prova di forza, ma pretese il rispetto della sovranità italiana, delle leggi italiane e della Costituzione italiana, senza per questo mettere in discussione il rapporto di fondo tra l’Italia, la Nato, gli Stati Uniti e l’Europa. In questi giorni stiamo entrando in una fase diversa». E questo cambia tutto: «Stiamo entrando in una fase nella quale il rapporto con gli Stati Uniti non è più un rapporto tra alleati. Perché gli Stati Uniti della nuova amministrazione di fatto non vogliono alleati».
Sudditanza e clientele
Attualmente gli Usa «rifiutano di affrontare il costo di un’alleanza, che consiste sempre nel creare una sovranità dell’alleanza stessa. Senza sovranità comune, resta solo una momentanea convergenza di interessi. Ecco quello che vuole Trump: una combine momentanea di interessi. La condivisione politica ed istituzionale tra alleati non interessa più: ecco la vera novità, ma non è poco». E ancora: «Nessuno è in grado di capire quel che accadrà dopo il 20 gennaio. Trump, oltre ad essere un personaggio stravagante e un solista reazionario, non ha il pudore di contraddirsi anche durante lo stesso discorso. E tuttavia in questa confusa trasferta della presidente del Consiglio negli Usa, si è capita una cosa: Trump ha detto che Meloni ha preso d’assalto l’Europa. Che vuol dire? Perché lo ha detto? La presidente del Consiglio italiana gli ha presentato una posizione sfascista dell’Europa? ».
Strade pericolose
Per questo, riflette Formica nel colloquio con Fabio Martini, «il rapporto di sovranità limitata era accettato da tutti: governi e opposizione. Finché l’Europa era divisa in due blocchi, Italia portava il peso che le derivava dalla sua collocazione geografica: era un Paese di frontiera. Nel quale era presente un grande partito, il Pci, rappresentativo dello Stato col quale l’Italia era in guerra fredda. Ma il Pci rinunciò a svolgere una politica oltranzista contro i governi, nella realistica accettazione della divisione dell’Europa. Ma oggi è cambiato tutto e Meloni deve ben valutare prima di prendere strade pericolose».
(da agenzie)
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