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CRESCIUTO NEL SUDAFRICA DELL’APARTHEID, MUSK È CONVINTO DELLA DISUGUAGLIANZA TRA GLI ESSERI UMANI; ALDO CAZZULLO TRATTEGGIA L’IMPERO CHE VERRA’, QUELLO DI ELON MUSK

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

“IL SUO MONDO IDEALE È QUELLO IN CUI PIÙ SEI RICCO, MENO TASSE PAGHI. SE LA SPECIE UMANA RISCHIA L’ESTINZIONE, IL PROBLEMA NON LO RIGUARDA; MARTE È A DUE PASSI, ALMENO PER LUI

L’uscita di scena del premier canadese Justin Trudeau e il cambio di cavallo a Londra di Elon Musk, che ha scaricato Nigel Farage per l’estremista Tommy Robinson, all’apparenza non c’entrano nulla. In realtà, sono due tra le tante sfaccettature dello stesso prisma. […] Il prisma è la nuova destra globale, che ha una visione imperialista ma ha per leader non una nazione, bensì un uomo, per quanto favolosamente ricco: Elon Musk.
Trudeau non è un uomo di sinistra non è ovviamente comunista, ma neppure socialista. È un liberale.
Crede nella proprietà privata dei mezzi di produzione, nel libero mercato, nella flessibilità del lavoro, in tutte quelle cose senza cui i sistemi economici moderni non funzionano. Poi certo crede nella protezione sociale (con qualche venatura populista), nei diritti delle donne, nella difesa delle minoranze e delle varie forme di diversità, che arricchiscono un Paese sul piano culturale, artistico e anche economico.
Ma Trudeau non ha resistito al ciclone Trump. Ha annunciato che non si candiderà alle prossime elezioni, nel timore di perderle. La sua stagione è finita. Trump non vuole solo prendersi il Canada, la Groenlandia, Panama. Trump vuole mettersi a capo di un movimento mondiale. Ma il posto è già occupato. Perché il presidente tra meno di due anni dovrà difendere la sua esile maggioranza al Congresso, e non sarà facile
Musk ha molti anni di meno, moltissimi miliardi di dollari in più, e non ha bisogno di invadere altri Paesi: si limita a individuare il suo uomo, o la sua donna, in ognuno di loro.
In Italia ha la premier. In Austria il probabile futuro premier. In Germania ha offerto X alla leader di Alternative fuer Deutschland, che a febbraio potrebbe essere il secondo partito tedesco, dietro i vincitori della Cdu che non escludono più a priori forme di collaborazione.
Nel Regno Unito, Musk aveva Farage. Che però non andava più bene. Farage è un liberale. è un nazionalista britannico, che certo aborre l’Unione europea e l’immigrazione, ma è ancora convinto che gli uomini nascano liberi e uguali, e non vuole avere nulla a che fare con Robinson, che vagheggia di deportare i britannici di religione musulmana. Proprio come in Francia Eric Zemmour, non a caso invitato da Trump al suo insediamento.
L’islamofobia è uno dei tratti che accomunano Musk e Trump, che aveva aperto il suo primo mandato con il «Muslim Ban», per chiudere le frontiere a rifugiati siriani, iracheni, somali, sudanesi, iraniani, libici e yemeniti, e che ora inaugura il secondo mandato minacciando di scatenare l’inferno in Medio Oriente e in particolare a Gaza
Cresciuto nel simpatico ambiente del Sud Africa dell’apartheid, Musk è fermamente convinto della disuguaglianza tra gli esseri umani. Il suo mondo ideale è quello in cui più sei ricco, meno tasse paghi. Se la specie umana rischia l’estinzione, il problema non lo riguarda; Marte è a due passi, almeno per lui e per i suoi cari; e costruire l’immortalità è un obiettivo ben più affascinante che non riparare l’obsoleto servizio sanitario nazionale, che in America peraltro non esiste (ma in Canada ancora sì).
Andrea Stroppa, l’uomo di Musk in Italia, ha creato un meme che ritrae il suo capo come un patrizio romano, accanto all’imperatore Trump e alla domina Meloni. Ma Trump sarà imperatore per quattro anni. L’impero di Musk è appena cominciato, e durerà molto di più.
Se i liberali, o quel che ne resta, non sapranno unirsi, allora l’Internazionale reazionaria, come la chiama Macron, potrà fare quel che vorrà. Anche flirtare con la Russia di Putin e la Cina di Xi, facendo della democrazia un curioso ricordo
(da agenzie)

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CHE SCAZZO IN CONSIGLIO DEI MINISTRI SULLA DECISIONE DI GIORGIA MELONI DI IMPUGNARE LA LEGGE DELLA CAMPANIA SUL TERZO MANDATO! LO SCONTRO TRA LA DUCETTA E IL MINISTRO CALDEROLI

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

“IO QUESTA RESPONSABILITÀ NON ME LA PRENDO. DEVE ESSERE L’INTERO CDM A DARMI IL MANDATO”… CALDEROLI VORREBBE PRENDERE TEMPO ‘PER APPROFONDIRE LA QUESTIONE DI UNA MODIFICA AL TETTO DEI DUE MANDATI’. LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO STRABUZZA GLI OCCHI, SCENDE IL SILENZIO. È COSTRETTA A INTERVENIRE: ‘NE AVEVO GIÀ PARLATO CON MATTEO SALVINI E ANTONIO TAJANI, ENTRAMBI SEMBRAVANO D’ACCORDO”

Il governo si spacca sul terzo mandato ai governatori e sulla scelta di impugnare la legge della Campania che consentirebbe la ricandidatura di Vincenzo De Luca. In Consiglio dei ministri alla fine si decide di ricorrere alla Consulta contro la norma, ma la riunione diventa un Vietnam, soprattutto per la Lega che – da sola – si sfila dalla decisione. Suscitando l’irritazione della premier Meloni, intenzionata ad andare avanti senza tentennamenti.
È proprio il ministro che dovrebbe proporre l’impugnativa, Roberto Calderoli, a prendere subito le distanze. «Io questa responsabilità non me la prendo esordisce – deve essere l’intero cdm a darmi il mandato». Lui vorrebbe prendere tempo «per approfondire la questione di una modifica al tetto dei due mandati».
La presidente del Consiglio strabuzza gli occhi, scende il silenzio. È costretta a intervenire: «Ne avevo già parlato con Matteo Salvini e Antonio Tajani, entrambi sembravano d’accordo. Ora qui non ci sono. Parlino i capi delegazione dei partiti». Lo fanno Elisabetta Casellati per FI e Francesco Lollobrigida per FdI. Entrambi favorevoli al disco rosso per il governatore campano e per i colleghi delle altre regioni in attesa del responso. A quel punto per la premier il dado è tratto.
L’impugnativa va portata avanti. Per lei la partita è chiusa, al punto da lasciare la riunione anche perché attesa da Zelensky, appena arrivato a Palazzo Chigi. «Obiettivamente non mi pare che si possa intervenire con un presidente di regione sì e uno no», aveva chiarito Meloni nella conferenza stampa del mattino.
Non è un caso se tra gli assenti figurasse il ministro dei Trasporti. La Lega, che in pancia ha il caso del governatore Veneto Luca Zaia in scadenza e che perciò preme per un terzo mandato, resta in mezzo al guado.
Lo conferma la nota con la quale “fonti del partito” si smarcano in serata da quanto avvenuto a Palazzo Chigi. Intanto, si legge, «come è noto nel cdm non è previsto il voto. Altrettanto nota è la differenza di opinioni che su questo tema c’è tra le forze di maggioranza. Non a caso, durante la riunione, il ministro Calderoli ha sottolineato di essere favorevole, come la Lega ha sempre ribadito, a una modifica della legge nazionale su cui però, al momento, non c’è intesa».
Non c’è intesa, ma per Meloni si va avanti comunque. E lo si fa come ha deciso lei. Fine della storia. La decisione sembra porre fine all’era De Luca in Campania e Zaia in Veneto. Ma non è ancora così. Tanto il primo quanto il secondo continueranno a dire la loro.
FdI rivendica fin da subito l’indicazione del prossimo candidato governatore in Veneto, lo lascia intendere anche la premier Meloni
E in pole per quel ruolo c’è il sottosegretario all’Agricoltura Luca De Carlo. Ma la Liga veneta annuncia che darà battaglia: «Il candidato alla guida della presidenza del Veneto spetta a noi», dice l’assessore regionale e fedelissimo del governatore Roberto Marcato, che aggiunge: «O c’è questa volontà comune di tutti i partiti del centrodestra o alle elezioni regionali corriamo da soli».
(da agenzie)

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“SIAMO ESCHE UMANE CONTRO I DRONI UCRAINI”: IL DIARIO DI UN SOLDATO NORCOREANO, MORTO, DISPIEGATO IN RUSSIA AL FIANCO DELL’ESERCITO DI MOSCA

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

ALL’INTERNO RACCONTA COSA FANNO QUANDO AVVISTANO UN DRONE: UN MILITARE DI KIM JONG-UN ESCE ALLO SCOPERTO PER FARSI INDIVIDUARE MENTRE ALTRI DUE SI POSIZIONANO AI LATI, SPERANDO DI ABBATTERLO A COLPI DI FUCILE… I SOLDATI DI PYONGYANG PREFERISCONO SUICIDARSI CHE FARSI CATTURARE DAGLI UCRAINI, PER EVITARE CHE I LORO PARENTI IN PATRIA VENGANO PUNITI

I servizi segreti ucraini, americani e sudcoreani sono a caccia di soldati di Kim: finora non sono riusciti a prenderne prigioniero neanche uno. L’intelligence militare di Kiev sostiene che piuttosto che farsi catturare, i nordcoreani si sparano e i pochi trovati ancora vivi dopo gli scontri nel Kursk erano ridotti così male che sono morti poco dopo.
Questa determinazione suicida non è frutto di fanatismo, osservano gli analisti di Seul: gli uomini mandati da Kim sul fronte ucraino per cementare nel sangue il patto con Vladimir Putin sanno che farsi prendere prigionieri ed essere esibiti ancora vivi dalla propaganda occidentale esporrebbe le loro famiglie in Nord Corea al disonore e gravi punizioni.
Ma sui corpi dei caduti sono stati trovati documenti che parlano dall’oltretomba. L’intelligence ucraina ha diffuso il diario e alcune lettere trovate nella giubba di un fante nordcoreano ucciso in combattimento nella regione di Kursk
Il caduto si chiamava Jong Kyong Hong, aveva 27 anni e sul suo taccuino aveva tracciato un disegno sulla tattica usata per difendersi dai droni, che a quanto risulta hanno sconvolto i reparti nordcoreani all’inizio lanciati a ondate all’assalto dei villaggi tenuti dagli ucraini.
Ma il loro addestramento in patria prevedeva l’impiego in zone montuose e coperte da boschi sul 38° Parallelo coreano, mentre il fronte tra Russia e Ucraina è pianeggiante, quasi privo di difese naturali e costringe a muoversi allo scoperto. E i droni di cui dispongono gli ucraini possono dominare il campo di battaglia. Questo spiegherebbe le perdite ingenti subite dal corpo di spedizione di Kim.
I nordcoreani stanno imparando dai loro errori: filmati ripresi dai droni mostrano che all’inizio i plotoni avanzavano in colonna o a ventaglio. Dopo lo choc per la decimazione scatenata dai droni, i nordcoreani avrebbero escogitato sul campo un metodo di sopravvivenza audace: quando viene avvistato un drone, ha scritto sul suo quaderno degli appunti Jong, «formiamo una squadra di tre uomini, uno si espone deliberatamente alla vista del velivolo ucraino, facendo da esca per il suo occhio elettronico; il drone si avvicina fino a circa sette metri dal bersaglio, se il nostro compagno resta immobile, si ferma in volo anche il drone per preparare l’attacco; allora gli altri due soldati della nostra formazione si piazzano negli angoli ciechi, a una decina di metri e concentrano il fuoco abbattendolo». Gli ucraini definiscono questa azione temeraria «esca umana».
Il giovane nordcoreano aveva preso anche altri appunti sulla sua prima esperienza in battaglia: se si finisce sotto il tiro dell’artiglieria bisogna rifugiarsi e riorganizzarsi in punti già battuti dai proiettili di grosso calibro «perché i cannoni non colpiscono lo stesso posto due volte».
(da agenzie)

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“MAI AL POTERE I NAZISTI XENOFOBI”: VIENNA IN PIAZZA CONTRO KICK, MIGLIAIA IN CORTEO PER FERMARE IL NEGOZIATO TRA IL LEADER DELL’ULTRADESTRA E I POPOLARI CHE PROVANO A FISSARE DEI PALETTI: “FEDELTÀ ALL’EUROPA E AUTONOMIA DA MOSCA”

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

MA KICKL FA LA VOCE GROSSA CON IL POTENZIALE PARTNER DI GOVERNO: “NON ALZATE LA TESTA”… SE FALLISCONO LE TRATTATIVE C’E’ L’OPZIONE DI UN GOVERNO DI MINORANZA DEI POPOLARI, CON L’APPOGGIO ESTERNO DI SOCIALDEMOCRATICI E LIBERALI

Una marea di lucine rosse ondeggia davanti alla cancelleria, il grido di battaglia è “ nazis raus ”, ma ogni tanto qualcuno intona, in italiano, “siamo tutti antifascisti”. Si sono radunati in migliaia ieri sera a Vienna davanti al più importante palazzo del potere, per impedire che Herbert Kickl ne varchi mai la soglia. Un cartello recita “niente coalizioni con gli amici di Putin”.
E il tedesco Jan, che studia medicina a Vienna, ha dedicato al leader dell’estrema destra austriaca un cartoncino con tre semplici parole: “ Mai più Volkskanzler ” (cancelliere del popolo, ndr ). È ancora incredulo, dice, perché «conosco la storia tedesca, e ovviamente associo Volkskanzler ad Adolf Hitler. Sappiamo tutti com’è andata a finire. Che Kickl usi questo termine volutamente, dimostra quanto sia un pericolo per la democrazia».
Ventidue anni fa una manifestazione come questa costrinse Wolfgang Schuessel, il primo cancelliere dei popolari che si alleò con la Fpö, a passare attraverso un tunnel sotterraneo per raggiungere il suo ufficio. Le cosiddette “manifestazioni del giovedì”, stavolta, puntano a impedire che avvenga una cosa ancora più grave: che l’ultradestra esprima direttamente un cancelliere.
Tra i manifestanti c’è anche Shoshana Duizend-Jensen, che da storica raccoglie da anni le dichiarazioni di Kickl e dei capi della Fpö: «Sono anni che li combatto, che lotto contro neonazisti ed estremisti di destra. Perché se tornano al governo, saranno un pericolo per i migranti, le persone Lgbtqi+, gli ebrei e la stampa libera. Non possiamo permetterlo. Sarebbe il ritorno al potere del nazionalismo xenofobo e antisemita».
Intanto i negoziati tra i popolari della Övp e l’ultradestra Fpö sono iniziati ufficialmente, ma piuttosto in salita. Christian Stocker, neo leader dei popolari, ha tirato le sue linee rosse per accettare di governare con il partito di Herbert Kickl. «Vogliamo far parte della Ue o no? Vogliamo far parte del mondo libero o delle dittature?», ha tuonato mercoledì, prima di elencare le sue condizioni: tutela della libertà di stampa, fedeltà all’Europa e indipendenza dalla Russia.
Ma si tratta proprio dei punti principali su cui la destra estrema di Kickl basa la sua politica estera e interna: smantellamento dell’informazione pubblica, ostilità verso l’Unione europea e fine del sostegno all’Ucraina.
Fonti della Övp parlano di “sconcerto” a proposito della prima dichiarazione pubblica di Kickl, che martedì aveva preso letteralmente a schiaffi il potenziale partner di governo, intimando ai popolari di «non alzare la testa» e ricordandogli «chi ha vinto le elezioni». Il leader dei popolari Stocker, dunque, ha replicato il giorno dopo a Kickl sostenendo che «non abbiamo paura delle elezioni anticipate».
Ma si tratta di una bugia. Primo, nei sondaggi Kickl veleggia al 36%, e l’ultradestra è l’unica che può sostenere davvero di non temere il voto anticipato. Secondo, osserva una fonte Övp, «le casse del partito sono vuote». I popolari non hanno un centesimo, al momento, per organizzare una campagna elettorale.
Ecco perché a microfoni spenti vengono disegnati due scenari, per le prossime settimane.
Nel primo, dato al 50%, Övp e Fpö si mettono d’accordo per formare un esecutivo guidato da Kickl. Nel secondo, le trattative falliscono: in quel caso Övp si metterebbe d’accordo con i socialdemocratici della Spö e con i liberali Neos per un governo di minoranza monocolore dei popolari, guidato dallo stesso Stocker con l’appoggio esterno delle due forze moderate. Un’opzione che consentirebbe ai popolari di prendere tempo e rimpinguare le casse del partito.
(da agenzie)

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SALVINI NON VOLEVA RENDERE PIU’ FACILE ANDARE IN PENSIONE? CAOS SULL’AUMENTO, TENUTO NASCOSTO AI LAVORATORI, DEI REQUISITI NECESSARI PER ANDARE IN PENSIONE: DAL 2027 SERVIRANNO TRE MESI IN PIÙ DEL PREVISTO

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

LA SCOPERTA DELLA CGIL ATTRAVERSO L’AGGIORNAMENTO DEL SOFTWARE DELL’INPS; LA SMENTITA TROPPO FIACCA DELL’ENTE … L’IPOTESI È CONCRETA, VISTO CHE L’AUMENTO DI TRE MESI DEI REQUISITI DAL 2027 ERA STATO IPOTIZZATO LO SCORSO OTTOBRE DAL PRESIDENTE DELL’ISTAT, FRANCESCO MARIA CHELLI

Giallo e bufera sull’aumento dei requisiti necessari per andare in pensione dal primo gennaio 2027, quando, secondo la legge, scatterà il nuovo adeguamento alla speranza di vita, che, secondo le attese, dovrebbe comportare un ritardo di tre mesi del pensionamento.
Ieri la Cgil ha denunciato di aver scoperto, attraverso la sua rete di patronati, che gli applicativi dell’Inps fanno decorrere le pensioni del 2027 con un aumento di tre mesi dei requisiti e poi di altri due mesi dal primo gennaio 2029.
In pratica ci vorrebbero 67 anni e 3 mesi di età (oltre che 20 anni di contributi) per andare in pensione di vecchiaia dal 2027 e 67 anni e 5 mesi dal 2029. E 43 anni e un mese di contributi (indipendentemente dall’età) per andare in pensione anticipata (un anno in meno per le donne) dal 2027 e 43 anni e 3 mesi dal 2029 (un anno in meno per le lavoratrici). Il governo, accusa la Cgil, avrebbe tenuto nascosta la notizia, con l’Inps che si sarebbe portata avanti pur in mancanza del decreto ministeriale richiesto dalla legge.
L’istituto di previdenza guidato da Gabriele Fava ha replicato alla Cgil con una smentita laconica e inefficace: «L’Inps smentisce l’applicazione di nuovi requisiti pensionistici. L’Istituto garantisce che le certificazioni saranno redatte in base alle tabelle attualmente pubblicate». Inefficace perché subito dopo è stato il sottosegretario al Lavoro e vicesegretario della Lega, Claudio Durigon, a intervenire prendendosela proprio con l’Inps: «L’aumento dei requisiti per andare in pensione fatto trapelare in maniera impropria e avventata dall’Inps non ci sarà. Nel momento in cui si registrasse un aumento effettivo dell’aspettativa di vita, come Lega faremo di tutto per scongiurare questa ipotesi».
In realtà, l’ipotesi è concreta. Visto che l’aumento di tre mesi dei requisiti dal 2027 era stato anticipato lo scorso ottobre dal presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, in un’audizione alle commissioni di Camera e Senato. E anche la Ragioneria generale dello Stato, nel suo ultimo rapporto sulle tendenze della spesa previdenziale, avvertiva che «l’incremento della speranza di vita per l’anno 2023 è risultato superiore alle previsioni», concludendo che, se il maggior aumento fosse confermato a consuntivo dall’Istat, «l’adeguamento previsto con decorrenza 2027 risulterebbe di tre mesi» e di altrettanto dal 2029.
Insomma, nonostante il clamore e il probabile pasticcio fatto dall’Inps l’aumento dei requisiti appare inevitabile a meno di una decisione contraria del governo, come quella presa con la manovra 2019 dal governo Conte 1 che bloccò fino al 31 dicembre 2026 gli adeguamenti biennali del requisito per la pensione anticipata.
La classe più penalizzata sarebbe quella dei nati nel 1960, già rimasti fuori da Quota 100. Ma c’è anche il rischio di creare nuovi «esodati», dice la Cgil: in particolare i lavoratori che hanno aderito a piani di isopensione o scivoli di accompagnamento alla pensione, che potrebbero trovarsi per alcuni mesi senza tutele.
(da Corriere della Sera)

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IL DELIRIO DELLA LEADER AFD: “HITLER ERA COMUNISTA, IL CONTRARIO DEL NOSTRO PARTITO”

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA SUL SOCIAL DI MUSK, DOVE NON SI SA CHI HA SPARATO PIU’ CAZZATE

Il proprietario del social network ha ospitato in un’intervista su X Alice Weidel, leader del partito di estrema destra tedesco, attirandosi numerose contestazioni
«Definire Hitler di destra e conservatore è stato il più grande errore della storia». A dichiararlo è Alice Weidel, leader del partito di estrema destra tedesco Alternative für Deutschland (Afd) in una conversazione di poco più di un’ora con Elon Musk trasmessa su X, che è valsa numerose critiche al proprietario del social network e futuro esponente di spicco dell’amministrazione statunitense, accusato di influenzare la politica tedesca offrendo il proprio pubblico ad Afd.
Secondo Weidel, «Hitler era comunista, perché nazionalizzò le aziende», ovvero l’esatto opposto del suo partito che è invece «libertario e conservatore».
La provocazione storica è arrivata in risposta a una domanda di Musk sull’importanza della libertà di espressione, tema molto caro all’imprenditore sudafricano, che sostiene vi sia il pericolo che questa venga limitata in Germania. Weidel suggerisce che sia la sinistra a farlo, e tra le sue fila annovera anche Hitler.
«Netanyahu ha sbagliato, solo Afd protegge gli ebrei in Germania»
La conversazione si è poi spostata sulla situazione in Medio Oriente. Secondo Weidel, la critica all’operato di Israele nella Striscia di Gaza dimostra che il vero antisemitismo si trova «a sinistra». Secondo la leader di Afd, il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu «ha fatto degli errori». Lo spunto è stato utilizzato per ribadire l’impegno di Afd come «l’unica protezione per gli ebrei in Germania» contro la «crescente minaccia dei crimini musulmani». «Un ebreo non può più camminare per le strade qui», ha aggiunto Weidel in collegamento audio con il patron di X che nelle scorse settimane ha più volte espresso il proprio supporto per Afd.
(da agenzie)

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TRE ORE DELLA SOLITA MINESTRA RISCALDATA

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

NON SONO AMMESSE REPLICHE, COSI’ PUO’ RACCONTARE LE BALLE CHE VUOLE

Se si escludono le interviste concesse tra un salotto televisivo amico e l’altro, oltre ai colloqui tutt’altro che incalzanti con alcune testate della carta stampata, è dalla catastrofica conferenza stampa sulla tragedia di Cutro (il 9 marzo 2023) che la premier Giorgia Meloni non si sottopone ad una conferenza stampa con un vero contraddittorio.
Escludiamo, infatti, dall’elenco anche quella di inizio anno tenuta ieri dalla presidente del Consiglio che, per le regole di ingaggio (il giornalista domanda, la premier risponde, ma non è ammessa la replica: così se dice qualcosa di impreciso o altera i fatti nessuno può fartelo notare), non è certo quella sorta di terzo grado che dal cane da guardia del potere ci si aspetterebbe.
Così tra domande fotocopia su Musk (tante), quesiti mancati (sul record di povertà assoluta e liste d’attesa bibliche in Sanità, per esempio), dribbling e mezze risposte di Meloni (come quelle sul crollo della produzione industriale, carobollette e disoccupazione giovanile), il rituale appuntamento con la stampa parlamentare si è trascinato stancamente, anche quest’anno, per quasi tre ore.
Insomma, parlare d’altro volendo si poteva. Ma fino a un certo punto. Del resto, ad oltre due anni dal suo insediamento, finora questo governo si è dedicato principalmente a cancellare le riforme dei governi Conte (dal Reddito di Cittadinanza al Superbonus), a collezionare una serie di schifezze sulla giustizia (come l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il bavaglio stampa sulle ordinanze di custodia cautelare o la stretta sul diritto di manifestare) e di leggi scritte con i piedi.
A cominciare dall’Autonomia differenziata, già fatta a pezzi dalla Consulta, per proseguire con la riforma del premierato, semmai dovesse vedere la luce, e la separazione delle carriere dei magistrati (all’esame della Camera), destinata a sottoporre il pm al controllo del potere esecutivo, a devolvere al Parlamento la definizione dei reati da perseguire prioritariamente per arrivare, di fatto, al superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale. Certo, non serviva la conferenza stampa di ieri per capirlo. Ma in ogni caso è servita a confermarlo.
(da lanotiziagiornale.it)

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MELONI, L’ECONOMIA SPARISCE DALLO SHOW

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

MELONI GLISSA SU PENSIONI, TAGLI E CARO ENERGIA

Due ore e quattro minuti. Tanto ci è voluto per arrivare a una domanda sul lavoro e la crisi industriale. L’economia è la grande assente della conferenza stampa di Giorgia Meloni con alcuni passaggi imbarazzanti, come quando decide che non ha abbastanza tempo per rispondere sul costo delle bollette o aggira il tema dell’utilizzo di Starlink nell’ambito del programma Pnrr sulla connessione digitale. La parte in cui la presidente del Consiglio si dilunga maggiormente è l’elenco dei regali alle imprese e poi l’impegno che più sta a cuore al centrodestra, mettere il “ceto medio” al centro dell’agenda. Ma fa finta di niente sulle pensioni, proprio nel giorno in cui la Cgil denuncia la modifica unilaterale da parte dell’Inps dei requisiti di accesso.
Alla domanda sul lavoro, Meloni risponde che il suo governo, comprendendo anche quelli non stabili, ha prodotto circa un milione di nuovi posti di lavoro: “Berlusconi potrebbe essere fiero di noi”. Rivendica anche gli ultimi 328 mila posti a tempo indeterminato, di “buona qualità”, registrati dall’ultimo rapporto Istat, ma non dice che da due mesi la tendenza è in calo, soprattutto per il lavoro a tempo determinato. Quando si tratta di parlare della disoccupazione giovanile, che è ancora alta, prima ripropone la solita storia dell’offerta e domanda di lavoro che non si incontrano, poi sui Neet, coloro che non cercano lavoro e non studiano, offre una curiosa versione della cultura del governo: “Dovremo creare gruppi di lavoro ad alto livello – dice Meloni – per affrontare il tema delle giovani generazioni in generale”. E di cosa si dovrebbe occupare? “Social media, Internet, pandemia, faccio parte della prima generazione di genitori che cresce figli interamente digitali: non siamo attrezzati”. Dal che sembra dedursene che se i giovani non cercano lavoro è perché stanno sui social.
Sull’industria è più prodiga di dettagli, sciorinando quello che il governo ha fatto: ad esempio l’Ires premiale in legge di Bilancio, gli incentivi finalizzati al mantenimento dei posti di lavoro. L’idea di base resta quella rivendicata fin dal discorso d’insediamento, “creare un contesto favorevole per le industrie”. Alle quali, ricorda la premier alla giornalista del Sole 24 Ore che pone la domanda, il governo ha dato molto: “Oltre all’Ires premiale, la transizione 5.0, i 12 miliardi liberati dal Pnrr e girati alle aziende per fare fronte ai costi dell’energia”. Difficile, però, definire tutto questo una politica industriale specialmente di fronte a una produzione industriale che continua scendere: -4% a settembre, su base annua, -3,6% a ottobre.
A chi gli chiede, come il Giornale, se le due principali promesse elettorali, il taglio delle tasse e la riforma delle pensioni, non siano “rimaste al palo” Meloni ribatte con la lista delle misure prese finora: “L’accorpamento delle prime due aliquote fiscali, la detassazione dei premi produzione, dei fringe benefit, la riduzione del cuneo fiscale, gli incentivi alle madri lavoratrici”. “Abbiamo lavorato sui redditi più bassi”, dice. Ora però, aggiunge subito, “va dato un segnale al ceto medio” che rappresenterà l’obiettivo politico dell’anno che si apre. Come e con quali risorse però non viene detto, tanto più in presenza di tagli strutturali imposti all’Italia dal Patto di Stabilità. Linea su cui il ministro Giancarlo Giorgetti è stato premiato dal Financial Times e da cui Meloni non intende discostarsi. Nessuna risposta, poi, sul tema delle pensioni.
E infine glissa, la presidente del Consiglio, sul tema decisivo del costo dell’energia e del caro bollette. La giornalista Claudia Fusani chiede anche di Starlink e di Musk, tema centrale nella conferenza stampa, ponendo la domanda diretta se il governo userà il satellite di Musk per rimediare ai ritardi del Pnrr sulla connessione digitale. “Non posso rispondere con precisione” dice la premier, ma è sul costo dell’energia che lascia il messaggio più imbarazzante: “Non è una questione su cui si può rispondere in 20 secondi”. La maggior parte degli italiani la risposta l’avrebbe gradita.
(da ilfattoquotidiano.it)

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COMPLOTTI E MENZOGNE: MELONI FA LA VITTIMA E DIMENTICA L’ECONOMIA

Gennaio 10th, 2025 Riccardo Fucile

IN TRE ORE DI DOMANDE MAI TOCCATI TEMI COME SANITA’, SCUOLA E LAVORO… PENSA SOLO A DIFENDERE MUSK E LA SORELLA ARIANNA

Ci sono molti dubbi che Elon Musk abbia avuto il tempo di seguire la conferenza stampa della sua amica Giorgia Meloni. Forse, però, il suo referente italiano Andrea Stroppa avrà provveduto a compilare per lui un ampio resoconto dell’evento romano.
Si può star certi, allora, che lo straripante ego del miliardario si sarà sentito gratificato dal fatto che almeno una decina delle 40 domande rivolte alla presidente del Consiglio si siano concentrate sui suoi presunti affari con Roma e le sue interferenze nella politica interna di paesi sovrani.
Vista dall’Italia, invece, resta la sorpresa che in quasi tre ore di botta e riposta il discorso non sia mai caduto su temi come la sanità pubblica in disarmo e le scuole che cadono a pezzi. Un unico quesito ha riguardato il calo della produzione industriale così come il lavoro, con Meloni che ha parlato di un non meglio precisato «accordo raggiunto con Stellantis», forse riferendosi al recente vertice al ministero delle Imprese in cui i manager della multinazionale hanno solo aggiornato le promesse dei mesi scorsi.
Ormai è andata, come si dice in questi casi. E allora partiamo proprio da Musk per questa breve pagella ragionata su alcuni punti chiave della performance della presidente del Consiglio.
Musk
Poteva cavarsela in poche battute, smentendo che sia stato firmato un contratto con SpaceX. Invece Meloni ha difeso le sparate di Musk contro i governi di Germania e il Regno Unito, paesi alleati, liquidandole come opinioni personali. C’è stata un’unica presa di distanze, in questo caso inevitabile, dagli insulti del padrone di Tesla alla ministra britannica Jess Philips. Per il resto la premier ha divagato, adottando la nota tattica difensiva “E allora Soros?” come ha efficacemente sintetizzato in conferenza stampa la collega di Domani, Daniela Preziosi.
Non è mancata la consueta parentesi vittimistica: “io sono stata bannata svariate volte” da quegli altri, che poi sarebbero Twitter (prima di essere comprata da Musk) e Facebook. Quindi, in base a questa logica, gli errori passati (ammesso e non concesso che siano tali) dei suoi avversari giustificherebbero anche gli eccessi attuali del suo amico. Un ragionamento da social network più che da capo del governo di un paese democratico. Intanto Musk ringrazia e in serata con un post su X ha celebrato la “sconfitta” di Soros.
VOTO 2
Sala e Belloni
Caso ha voluto che la conferenza stampa sia andata in scena all’indomani della liberazione della giornalista Cecilia Sala, incarcerata senza motivo dal regime iraniano. Anche sulla vicenda, politicamente molto difficile da gestire, delle dimissioni di Elisabetta Belloni, sono arrivate parole di stima per la direttrice uscente della struttura di coordinamento dei servizi segreti. Senza però rinunciare a un’allusione a prossimi incarichi all’estero (a Bruxelles?) di una funzionaria “ambita anche fuori dai confini nazionali”. Istituzionale
VOTO: 8
Riforme, tasse (e pensioni)
Qui la premier non riesce a sfoggiare i successi dell’azione di governo, perché c’è il rischio forte che le due riforme bandiera della maggioranza – premierato e autonomia – restino impantanate tra sentenze della Consulta e litigi nel centrodestra.
Così Meloni può solo promettere che sulle riforme «si va avanti». Stessi toni sulle tasse: «va dato un segnale al ceto medio». Non è granché. E fortuna che non è stato toccato il tema delle pensioni, proprio nel giorno in cui la Cgil denuncia l’intenzione dell’Inps (che smentisce) che sarebbe pronta ad alzare i requisiti d’età per lasciare il lavoro. Il contrario di quanto si è a lungo lasciato intendere dalla maggioranza.
VOTO
Terzo mandato
A proposito di fuoco amico nella maggioranza, Meloni approfitta dell’occasione per confermare che il governo impugnerà la legge della regione Campania per il terzo mandato del presidente De Luca e allo stesso tempo rilancia le ambizioni di Fratelli d’Italia per la poltrona di governatore del Veneto: “una candidatura da considerare”, al posto dell’uscente Zaia, già eletto due volte. Schiaffoni a Salvini.
VOTO 6
Forze dell’ordine
A Milano la magistratura indaga sulla morte di un ragazzo di origini egiziane inseguito e speronato da un’auto dei carabinieri, con video e registrazioni audio che potrebbero giustificare l’ipotesi di reato di “omicidio volontario con dolo eventuale” da parte del militare alla guida.
Alla premier arriva invece una domanda sul caso del carabiniere indagato per eccesso di legittima difesa per aver ucciso un rifugiato straniero che aveva accoltellato alcuni passanti. Un carabiniere che sarà premiato con una medaglia, annuncia Meloni, promettendo che il governo si impegnerà per cambiare le norme sulla legittima difesa. Propaganda.
VOTO 4
Rispetto
Già nella sua introduzione in apertura di conferenza stampa la premier ha chiesto rispetto dalla stampa che riporta fatti mai avvenuti e le avrebbe attribuito dichiarazioni mai rilasciate. Poi, sollecitata da una domanda, torna sull’argomento lamentando (di nuovo) la mancanza di rispetto e per due volte tira in ballo una presunta strategia dietro questo continuo voler raccontare cose non vere a proposito della sorella Arianna.
«Chiederò a mia sorella che cosa ne pensa se trova un minuto mentre stipa tutta questa gente nei gangli dello Stato», ha chiosato ironica di Meloni, che sembra essersi momentaneamente dimenticata di non essere più la leader dell’opposizione in cerca di visibilità e rispetto (appunto) ma alla guida di un governo con una maggioranza schiacciante in Parlamento e nel paese. Disco rotto.
VOTO 5
(da editorialedomani.it)

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