Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
DAL 2029 PER ANDARE IN PENSIONE OCCORRERANNO 43 ANNI E 3 MESI DI CONTRIBUTI O 67 ANNI E 5 MESI DI ETA’
Dal 2027 3 mesi in più e dal 2029 altri 2 mesi per andare in pensione, quando per
lasciare il lavoro serviranno ben 43 anni e tre mesi di contributi (contro i 42 anni e 10 mesi di oggi) oppure 67 anni e 5 mesi, anziché 67.
Lo ha scoperto la Cgil che in una nota «esprime profonda preoccupazione per la recente modifica unilaterale dei requisiti pensionistici operata dall’Inps sui propri applicativi, senza alcuna comunicazione ufficiale da parte dei Ministeri competenti e in totale assenza di trasparenza istituzionale» come dichiara Lara Ghiglione segretaria confederale della Cgil nazionale.
I nuovi criteri
Dalle verifiche effettuate, spiega a sua volta Cigna Ezio responsabile delle politiche previdenziali, risulta infatti che l’Inps abbia aggiornato i criteri di calcolo delle pensioni, introducendo un aumento dei requisiti di accesso. Il risultato è che dal 2027, per accedere alla pensione anticipata, saranno necessari 43 anni e 1 mese di contributi, mentre dal 2029 il requisito aumenterà ulteriormente a 43 anni e 3 mesi. Anche per la pensione di vecchiaia si registrano incrementi, con l’età minima che passerà a 67 anni e 3 mesi nel 2027 e a 67 anni e 5 mesi nel 2029.
Dalla Ragioneria stime diverse
Secondo Ghiglione «tali modifiche, se confermate, non trovano alcun riscontro nei documenti ufficiali attualmente vigenti. L’unico riferimento fin qui valido, per le stime future, erano rappresentate nel 25° Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato del 2024, che prevedeva infatti per il 2027 nessun incremento e per il 2029 un aumento di soli 1 mese». Insomma, aggiunge la segretaria confederale, «a pochi giorni dall’approvazione della Legge di Bilancio, ci troviamo di fronte all’ennesimo peggioramento del quadro previdenziale che si aggiunge alle scelte già sbagliate di questo governo sul tema delle pensioni. Nonostante i continui slogan e le promesse elettorali di una riforma del sistema previdenziale, come il tanto annunciato superamento della legge Monti-Fornero e il pensionamento con 41 anni di contributi per tutti, la realtà dimostra l’opposto: nuove restrizioni e ulteriori sacrifici a carico delle lavoratrici e dei lavoratori- attacca la segretaria confederale».
Rischio nuovi esodati
Secondo la Cgil «se confermata, questa decisione avrà conseguenze gravissime, aumentando il numero di persone che si troveranno senza tutele, con il rischio di nuovi esodati, come coloro che hanno aderito a piani di isopensione o scivoli di accompagnamento alla pensione. Ghiglione prosegue denunciando «con forza la totale mancanza di trasparenza e chiede immediati chiarimenti all’INPS e ai Ministeri competenti: è inaccettabile che decisioni di tale impatto sociale vengano prese senza un chiaro riferimento normativo e senza un’adeguata informazione».
(da la Stampa)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL PATTO CON LA CIA: GLI 007 ITALIANI HANNO GARANTITO IL TRASFERIMENTO DI TUTTE LE INFORMAZIONI CONTENUTE NEI DISPOSITIVI MOBILI SEQUESTRATI DALLA DIGOS AD ABEDINI… MA C’E’ UN ALTRO “DO UT DES” SUL PIANO POLITICO (L’ACCORDO CON SPACE X PER I SATELLITI DI MUSK)
Per una volta è lui l’uomo-copertina della vicenda, nonostante il suo principale compito sia quello di agire dietro le quinte: ha sbloccato l’impasse con la Repubblica Islamica, dopo aver ricevuto il via libera politico, direttamente da palazzo Chigi, sulla possibilità di offrire come moneta di scambio la scarcerazione – prevista nei prossimi giorni – di Abedini Najafabadi.
Ricevuto il semaforo verde per la liberazione di Abedini, è ri-entrato in scena Caravelli, che ha avviato – fin dal 19 dicembre, giorno della carcerazione di Sala – i contatti con i vertici dei servizi iraniani (il ministero preposto è stato affidato a Esmail Khatib dal presidente Masoud Pezeshkian) che conosce da lustri. È proprio Caravelli che ha convinto i colleghi di Teheran a fidarsi, e ad anticipare il ritorno della giornalista.
La trattativa ha visto fin dall’inizio in campo tre attori. L’Italia e l’Iran e, ovviamente, gli Stati Uniti, che avevano chiesto e ottenuto l’arresto di Abedini per la sua responsabilità nella costruzione dei droni usati dall’esercito della Repubblica islamica.
La richiesta sull’asse Roma-Teheran era palese: la liberazione della giornalista, detenuta nella terribile prigione di Evin, in cambio della scarcerazione dell’ingegnere.
Un sostanziale baratto di prigionieri. Italia e Iran si sono subito accordati sulla possibilità dell’operazione. Inizialmente gli ayatollah hanno detto che non avrebbero liberato Sala se non dopo il ritorno di Abedini: prima vedere cammello.
Dopo il blitz di Meloni da Trump e il sì condizionato del tycoon allo scambio (Trump ha chiesto che venisse fatto prima del suo insediamento, scaricando qualsiasi imbarazzo sull’uscente Biden), Caravelli ha potuto muoversi con più forza nei confronti di Teheran. Chiedendo di invertire l’onere della fiducia: dateci Sala, dopo vi daremo Abedini. Il regime ha accettato.
Ma cosa ha convinto il futuro inquilino della Casa Bianca a digerire il “no” italiano all’estradizione dell’ingegnere considerato un terrorista, reo di aver contribuito a far uccidere militari statunitensi?
Due rassicurazioni da parte di Roma. In primis, l’intelligence italiana ha garantito alla Cia il trasferimento di tutte le informazioni contenute nei dispositivi mobili, pc e smartphone sequestrati dalla Digos ad Abedini il giorno della cattura.
Materiale preziosissimo per gli agenti di Langley: possono impiegarlo per operazioni di contro-spionaggio e conoscere le tecnologie adoperate dagli ayatollah, oltre che la rete di contatti dell’iraniano.
Fin qui il do ut des sul piano dell’intelligence.
Ma c’è un altro livello, quello politico. Come emerso, la missione di Meloni a Mar-a-Lago è stata necessaria a fornire adeguate garanzie al futuro inquilino della Casa Bianca: il governo italiano rischia di dover pagare un prezzo politico che sarà tutto da calcolare nella lealtà all’amministrazione repubblicana. C’è chi mette in relazione questa vicenda anche con il possibile accordo con SpaceX per i satelliti di Musk. Restano ipotesi, la realtà sarà tutta da vedere.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
CON IL CALO DELLE “RISORSE AGGIUNTIVE” DA UTILIZZARE PER RIDURRE LA PRESSIONE FISCALE, IL MEF DOVRÀ TROVARE FATICOSAMENTE ALTRE COPERTURE, FACENDO SEMPRE I CONTI CON IL NUOVO PATTO DI STABILITÀ
Non è solo un problema statistico e un grattacapo politico. L’aumento dell’evasione Iva
che secondo la Commissione europea si è registrato nel 2023 (leggi) in Italia e in altri grandi Stati Ue potrebbe avere nei prossimi anni ricadute non indifferenti sui nostri conti pubblici e sulle tasche dei contribuenti. Perché quel dato è direttamente collegato con l’ammontare delle risorse a disposizione per tagliare le tasse.
E’ proprio partendo dal recupero di evasione calcolato nella relazione che il Mef stabilisce quanta parte di quelle somme può essere considerata una maggiore entrata permanente ed essere trasferita in un fondo speciale da utilizzare per ridurre la pressione fiscale.
Stando alle ultime relazioni, l’evasione Iva è fortemente calata tra 2017 e 2021 scendendo da 35,6 a 17,8 miliardi, anche grazie a fatturazione elettronica, meccanismi contabili come lo split payment, misure che rafforzano la tracciabilità delle operazioni e ampliamento dei bonus edilizi. Lo scorso ottobre, nel Piano strutturale di bilancio che ha sostituito la Nota di aggiornamento al Def, i tecnici del Mef usando una metodologia meno accurata sono arrivati invece alla conclusione che nel 2023 c’è stato un netto peggioramento della compliance, cioè il rispetto delle norme fiscali.
Il report della Commissione pubblicato a dicembre contiene cifre più preoccupanti, pur con tutti i caveat del caso (i dati sulla riduzione del tax gap negli anni segnati dalla pandemia potrebbero essere poco solidi). L’evasione Iva nel 2023 sarebbe salita di ben 7,8 miliardi rispetto all’anno prima.
Se dalla relazione 2026 arriverà la conferma di quella inversione di tendenza, magari accompagnata anche da un aumento del gap relativo all’Irpef da lavoro autonomo che percentualmente è salito già nel 2021, le carte in tavola cambieranno.
Le maggiori entrate permanenti si riveleranno, ex post, temporanee. E non ci saranno risorse aggiuntive da utilizzare per il taglio delle tasse. Occorrerà trovare faticosamente altre coperture, facendo sempre i conti con il nuovo Patto di stabilità.
La speranza del ministero di via XX Settembre è che quello scenario non si materializzi. La possibile scappatoia è legata a differenze metodologiche tra le stime Ue e quelle prodotte dalla commissione nominata dal Mef. Quest’ultima tiene conto anche della variazione dello stock dei crediti Iva, cosa che spiega anche il divario tra i rispettivi dati in valore assoluto
Proprio l’andamento dei crediti nel 2023 potrebbe aver contribuito a una riduzione dell’imposta di competenza e quindi della distanza tra l’Iva attesa e quella riscossa. Tradotto: l’aumento dell’evasione Iva sarebbe stato più contenuto rispetto a quanto fanno temere le valutazioni di Bruxelles. Al momento la spada di Damocle resta.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
NEL 2023 E’ RADDOPPIATA LA SPESA PER I MEDICI A GETTONE
La sanità pubblica italiana sta affrontando una «crisi del personale sanitario senza precedenti», che ha portato negli ultimi undici anni a oltre 28 miliardi di euro persi, di cui più della metà nel solo periodo 2020-2023. A lanciare l’allarme è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, durante l’audizione alla commissione Affari sociali della Camera. L’indagine conoscitiva della fondazione ha rivelato che tra il 2012 e il 2023 «il capitolo di spesa sanitaria relativo ai redditi da lavoro dipendente è stato quello maggiormente sacrificato».
La spesa del Ssn per il personale sanitario
In termini assoluti, si è passati dai 36,4 miliardi di euro del 2012 ai 40,1 miliardi del 2023. Ma se si guarda alla spesa in termini percentuali sulla spesa sanitaria totale, si passa in undici anni dal 33,5% al 30,6%. «Il Servizio sanitario nazionale – ha detto Cartabellotta nel corso dell’audizione – sta affrontando una crisi del personale sanitario senza precedenti, causata da errori di programmazione, dal definanziamento e dalle recenti dinamiche che hanno alimentato demotivazione e disaffezione dei professionisti verso il Ssn». Secondo il presidente della Fondazione Gimbe c’è bisogno di un rilancio delle politiche per il personale sanitario. Altrimenti, avverte, «l’offerta dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali sarà sempre più inadeguata rispetto ai bisogni di salute delle persone, rendendo impossibile garantire il diritto alla tutela della salute»
Il fenomeno dei “gettonisti”
Tutto ciò mentre nel 2023 la spesa per i gettonisti, un fenomeno che il governo si è impegnato a contrastare, è raddoppiata rispetto all’anno precedente. Si tratta, in poche parole, di liberi professionisti che prestano servizio presso gli ospedali ricevendo un compenso per coprire singoli turni, che in genere è molto più elevato di quanto percepiscono i medici dipendenti. Secondo un report dell’Autorità nazionale anticorruzione, nel 2019 la spesa per i medici a gettone era di quasi 580 milioni di euro. Nel 2020, il valore è crollato a 124,5 milioni, per poi risalire negli anni 2021-2022, fino a raggiungere, nel solo periodo gennaio-agosto 2023, 476,4 milioni di euro, un valore doppio rispetto all’anno precedente. «La crisi del personale sanitario – ammonisce ancora Cartabellotta – non è solo una questione economica, ma una priorità cruciale per la sostenibilità del Ssn. Liste di attesa interminabili, pronto soccorso affollati, impossibilità di trovare un medico di famiglia hanno un comune denominatore: la carenza di professionisti sanitari, la loro disaffezione e il progressivo abbandono del Ssn».
(da Open)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO IL REPORT ANNUALE DI EUROCHAMBRES, L’ASSOCIAZIONE EUROPEA DELLE CAMERE DI COMMERCIO, IL COSTO DEL LAVORO E LA MANCANZA DI LAVORATORI CON COMPETENZE PIÙ RICHIESTE DAL MERCATO SONO LE PREOCCUPAZIONI PRINCIPALI DELLE 42 MILA IMPRESE DEI 27 PAESI UE
Per tre anni di seguito le difficoltà di accesso all’energia e alle materie prime a costi
ragionevoli sono state in cima alle preoccupazioni degli imprenditori europei, certificate dal report annuale di Eurochambres, l’associazione europea delle Camere di Commercio. Ma quest’anno sono le preoccupazioni legate al lavoro a balzare ai primi due posti.
Dall’indagine 2025, diffusa a fine dicembre dall’ultimo numero di “Unioncamere Economia & Imprese”, emerge che il costo del lavoro e la mancanza di lavoratori dotati delle competenze più richieste dal mercato sono considerate le due sfide di maggior peso dalle 42 mila imprese dei 27 Paesi Ue che hanno partecipato all’indagine. Al terzo posto le pastoie burocratiche
I salari nominali sono previsti in crescita in media di un 3% annuo nei prossimi trimestri. Un tasso non eccessivo, al quale però vanno aggiunti anche gli altri costi legati al lavoro: tassi, sussidi, contributi sociali e di sicurezza.
I datori di lavoro subiscono anche l’impatto della fine definitiva dei sussidi dovuti alla pandemia. La carenza di lavoratori è altrettanto grave, dovuta a una combinazione tra invecchiamento generale della popolazione e riduzione progressiva dei giovani: la caccia al lavoratore in un mercato sempre più “ristretto” è una ulteriore spinta verso l’alto dei salari, perlomeno per le figure più richieste.
E ci sono poi le nuove professionalità che servono per far fronte alla transizione energetica, climatica e digitale: solo nel settore green serviranno da qui al 2030 dai 30 mila ai 100 mila nuovi specializzati, secondo le previsioni della Commissione Ue.
Preoccupazioni pienamente condivise anche dagli imprenditori italiani (che forse però sono meno inclini rispetto ai loro colleghi del resto della Ue a considerare il new normal gli ennesimi rincari dell’energia): lo scorso dicembre su 356mila assunzioni previste dalle imprese, certifica Unioncamere, circa 174mila profili risultavano di difficile reperibilità, pari al 48,9%. Se poi si guarda a settori come quelli degli operai specializzati, il tasso di difficile reperibilità supera il 70%.
(da la Repubblica)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL QUADRO RESTAURATO E AUTOCERTIFICATO
Togli una freccia, taglia la tela e salta fuori un “Perugino”. Il risultato finale resta alquanto dubbio ma soprattutto non c’è esperto nel campo dell’arte che sia disposto a crederci.
Nella Valle dei Templi di Agrigento fino a pochi giorni fa c’era una mostra intitolata “I tesori d’Italia” curata da Vittorio Sgarbi e impreziosire l’offerta culturale un martirio di San Sebastiano attribuito al Perugino, il più importante pittore del Rinascimento. A organizzarla è il sodale Gianni Filippini, insieme alla moglie Florinda Vicari, con cui Sgarbi è a processo ad Imperia per aver tentato di esportare illecitamente un Valentin de Boulogne: chi entra nel Parco archeologico paga 15 euro di biglietto e tre, anche senza metter piede alla mostra, vanno agli organizzatori.
Il dipinto è forse il pezzo forte delle sette opere prestate dalla Fondazione Cavallini-Sgarbi, tanto che nelle carte di Imperia era una delle alternative da vendere per “fare cassa”: “Vittorio mi scrivi i prezzi del Perugino e del De Boulogne per favore?” chiedeva Filippini in quel febbraio 2020. Peccato che ad attribuire quella tela al Perugino sia sempre e solo Vittorio Sgarbi, che incidentalmente ne è anche proprietario. E che pure questa, come quella del Manetti per cui rischia il processo a Macerata, ha una storia alquanto singolare fatta di alterazioni materiali e riproduzioni digitali.
Il soggetto riprende un motivo classico di Perugino – quello del supplizio di San Sebastiano – già codificato in un originale ed autografo, datato al 1490 ca., custodito del museo Nazionale di Stoccolma. Rispetto a quello, però, la versione di Sgarbi presenta alcune differenze: il perizoma del Santo è rosso anziché grigio, un iris in basso a destra diventa uno stemma con scudo cardinalizio color porpora. Da dove arrivi quel “tesoro d’Italia” nessuno lo dice, ma arriva dalla Francia.
Una tela molto (ma molto) simile fu battuta a Parigi nel 2010. Era però datata 1500-1599, le sue dimensioni erano192 cm di altezza e 82,5 di larghezza. La scheda la indicava come opera di un “seguace del Perugino”, come copia coeva o successiva. L’attribuzione non è un dettaglio ma vale la differenza tra 10mila euro e un milione. E infatti, è stata aggiudicata per 9.666.
Nel 2014 una tela molto (ma molto) simile compare in una mostra al Castello di Miradolo, ai piedi delle colline di Pinerolo. Il catalogo firmato dallo stesso Sgarbi non indica la provenienza e la presenta come “inedito” e “autografo del Perugino”. Accidenti però, sembra proprio la stessa venduta quattro anni prima a Parigi per meno di 10mila euro, salvo alcuni particolari: manca la freccia piantata nel costato sinistro del Santo, misura in altezza 20 cm in meno. E qui la storia, a quanto pare, si ripete.
Quella tela per due anni è stata nel laboratorio di Gianfranco Mingardi, lo storico restauratore di oltre 200 opere di Sgarbi, compreso il Manetti, che risulterà identico a quello rubato a Buriasco e il Valentine esportato illecitamente. A Mingardi arriva a settembre 2012. L’incarico è di ripulirla e sistemarla. “Sgarbi la comprò da un antiquario della zona di Pinerolo – racconta al Fatto – . Gliel’ho sempre detto che non è un Perugino. Era di epoca successiva, un dipinto su tavola trasportato nell’800 su tela e rifoderato a cera negli anni Sessanta, il peggio che un quadro possa subire, perché la cera penetra e altera il tessuto cromatico. Lui mi chiese di pulirlo e così feci”. La fattura che Sgarbi non pagò mai recita: stuccature, rimozione rintelli a cera-resina, consolidamento supporto e colore, telaio nuovo, ritocco abrasioni… Del resto era di 11mila euro, più del prezzo di acquisto.
Stando alle foto delle lavorazioni eseguite da Mingardi fino alla riconsegna, a ottobre 2014, l’intervento non si era limitato alla sola pulitura. “Sgarbi mi chiese di riportarlo il più possibile allo stato originario”. In che modo? “Tolsi quella freccia perché nell’originale non c’era, così come 20 cm di tela superiore che erano stati aggiunti”. Il risultato è che il dettaglio diverso sparisce e l’altezza, portata a 174 cm, ora coincide esattamente con la versione originale di Stoccolma, cui Sgarbi nel catalogo paragona il suo. Riappare poi nel 2017 a Urbino nella mostra “Rinascimento segreto” dove Sgarbi la accredita sempre al Perugino paragonandola a quello svedese. Anche così, però, non c’è esperto al mondo disposto a riconoscerlo come tale.
“Vittorio è anche un amico, ma son certa sia una copia” dice Vittoria Garibaldi, docente alla Sapienza che fu ispettore e sovrintendente in Umbria e Marche, direttrice della Galleria Nazionale dell’Umbria. Sul Perugino ha curato fior di mostre, monografie e cataloghi. “Saltano all’occhio enormi differenze stilistiche e tecniche, dai colori alla composizione del paesaggio, tutto”. Raddoppia Antonio Natali, per 10 anni direttore degli Uffizi: “E’ solo un’opera che si rifà all’altra, sull’autografia non spenderei un euro”. Entrambi rimandano a Francesco Mancini, già docete di storia dell’arte a Perugia, tra più autorevoli studiosi del Perugino. “Mai visto prima, è una discreta copia dell’epoca. Per questo, forse, appare in mostre periferiche che sfuggono alle obiezioni degli esperti”. Sarà un caso, ma quando fu proposto a una nota banca, gli esperti la bocciarono come non originale.
Una certezza però c’è: nel 2022 Sgarbi fece portare quel dipinto a Correggio ai titolari di G-Lab per farlo riprodurre, così come fece con la Cattura di San Pietro di Rutilio Manetti. Lo scopo dei cloni non è ancora stato ancora chiarito. Di certo però nel 2021 a Lucca finì in mostra la copia, mentre l’originale, stando anche alle carte di Imperia, era candidato alla vendita all’estero così come il “Perugino”. Oltralpe fini poi il de Boulogne, privo pero di un attestato di libera esportazione.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
NELLA TRATTATIVA DIPLOMATICA E DI INTELLIGENCE CON L’IRAN, IL RILASCIO DELLA SALA NON DOVEVA ESSERE COLLEGATO CON LA LIBERAZIONE DI ABEDINI… BISOGNAVA SALVARE LA FACCIA: IL 9 ERA PREVISTO L’ATTERRAGGIO A ROMA DI BIDEN, UNA VOLTA DECOLLATO IL PRESIDENTE USCENTE, CON CECILIA SALA TORNATA A CASA, SI SAREBBE POTUTO PROCEDERE ALLA LIBERAZIONE DI ABEDINI
Il piano messo a punto sull’asse Roma-Mar-a-lago-Teheran, per sciogliere il nodo
Abedini-Sala, sulla carta era ben studiato per non far perdere la faccia a nessuno. Fin quando non è intervenuto il solito diavoletto, quello che fa le pentole ma non i coperchi.
Che fare, si è chiesta Giorgia Meloni, dopo l’arresto del 16 dicembre scorso della “spia” iraniana all’aeroporto Malpensa di Milano su richiesta ufficiale del Dipartimento di Stato americano (con allegato un ricco dossier su Abedini, accusato di trafficare in tecnologia “dual use” per i droni dei pasdaran e per questo “dalle mani sporche di sangue americano”), a cui gli ayatollah di Teheran hanno fatto seguire, dopo appena 48 ore, il “sequestro” di Cecilia Sala a Teheran?
Un dilemma bilama per l’atlantismo “senza se e senza ma” della premier: un rifiuto di Palazzo Chigi all’estradizione in Usa dell’ingegnere iraniano (che per la giustizia italiana non ha commesso nessun reato) in cambio della liberazione della giornalista italiana, quali reazioni avrebbe innescato da parte degli Stati Uniti?
A tale proposito, il quotidiano “Wall Street Journal” scrive: “Giorgia Meloni sapeva che il rilascio di Abedini come parte di uno scambio di prigionieri rischiava di irritare gli Stati Uniti, incluso il presidente entrante Donald Trump, che dovrebbe rinnovare la sua politica di ‘massima pressione’ sull’Iran”.
Ma il destino vuole che il fattaccio avvenga nel periodo di transizione da una presidente all’altro. Dall’amministrazione Biden a quella di Trump. Meloni, il 29 dicembre, dodici giorni dopo l’arresto di Abedini, chiede aiuto al suo caro amico Elon Musk: una conversazione nella quale entra la voce angosciata della mamma di Cecilia Sala.
A quel punto, il ketamico si adopera per convincere Trump ad attovagliare la Statista della Garbatella a Mar-a-lago, in Florida. Il caso Sala-Abedini deve essere assolutamente fuori dal motivo del blitz: solo un “omaggio” al presidente eletto, accompagnato da una cena e dalla proiezione di un documentario complottista sul “furto” di Biden a spese di Trump alle presidenziali del 2020.
Difatti, sull’improvviso e irrituale viaggio, a casa di colui che prenderà possesso della Casa Bianca a partire dal 20 gennaio e che diventa uno sgarbo istituzionale inferto al presidente in carica Joe Biden, Meloni non apre bocca mentre Trump la riassume così alla stampa: “Gli altri leader hanno mostrato grande rispetto per il nostro Paese. La premier italiana Meloni è volata fin qui per poche ore solo per vedermi”.
Cosa si è portata a Palazzo Chigi da Mar-a-lago, Giorgia dei Due Mondi? Lo scrive “Il Fatto Quotidiano”: “Fonti governative italiane accreditano una disponibilità del tycoon, specie se la partita si chiuderà prima del 20 gennaio e dunque con Joe Biden ancora alla Casa Bianca, senza macchiare con un “no” la relazione tra Meloni e Trump”.
Nella complessa trattativa diplomatica e di intelligence con l’Iran, il rilascio della Sala non doveva essere collegato con la liberazione dalle patrie galere di Abedini, prevista nelle prossime settimane.
Bisognava salvare la faccia: il 9 era previsto l’atterraggio a Roma di Biden per un incontro con Papa Bergoglio, il 10 era in agenda un appuntamento quirinalizio con Mattarella e sabato 10 un colloquio con la premier di Palazzo Chigi (con Abedini in attesa del giudizio della Corte di Appello di Milano). Passata la festa, gabbato il santo: una volta decollato il presidente uscente, con Sala tornata a casa, si sarebbe potuto procedere alla liberazione di Abedini.
Intanto il velo di silenzio sulla trattativa Meloni-Trump, camuffata da “omaggio al neo presidente”, viene strappato dalla mamma di Cecilia Sala che, travolta dalla felicità di riabbracciare la figlia, si sente in dovere di ringraziare i buoni uffici di Musk: “Quando viene in Italia gli cucino qualcosa di buono”.
“Tutto quello che vuole’’, cinguetta il tenero Elon con il suo galoppino italico Andrea Stroppa che pubblica una foto del genio svalvolato con un fumante piatto di spaghetti.
Ora sarà pure rimban-Biden ma Joe non è un cojone: gli schiaffi ancora li sente. E dopo aver visto la “sua” Giorgia intenta a baciare la pantofola a Trump, il presidente uscente degli Stati Uniti ha deciso di cancellare il viaggio in Italia, con la scusa ufficiale legata agli incendi a Los Angeles (come se si mettesse lui con il secchiello a spegnerli).
Va infine aggiunto che lo schiaffo di Meloni a Biden ha fatto piacere anche a Trump, indispettito per il mese di lutto deciso dalla Casa Bianca per la scomparsa dell’ex presidente Carter: ciò comporterà che il suo insediamento avverrà con le bandiere a stelle e strisce a mezz’asta. Roba da grattarsi i cabasisi.
(da Dagoreport)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
SE I GIUDICI DOVESSERO DECIDERE CHE DEVE RESTARE IN CARCERE, ENTRERÀ IN CAMPO IL DICASTERO DELLA GIUSTIZIA. L’EVENTUALE SCARCERAZIONE DOVREBBE COMUNQUE AVVENIRE ENTRO IL 20 GENNAIO, PRIMA DELL’INAUGURATION DAY DI DONALD TRUMP
Fermato a Malpensa lo scorso 16 dicembre, tre giorni prima dell’arresto di Cecilia Sala a Teheran, Mohammad Abedini Najafabadi spera ora che anche per lui si possano aprire le porte del carcere. L’“uomo dei droni” iraniano, 38 anni, ha saputo subito della liberazione della giornalista, informato dal suo avvocato ma anche dalla tv che ha sempre potuto guardare in cella a Opera
Abedini, fondatore dell’azienda di prodotti elettronici San’at Danesh Rahpooyan Aflak (Sdra), è detenuto da ventiquattro giorni in esecuzione di un mandato di arresto internazionale sulla base di una richiesta di estradizione americana. Con l’iraniano Mahdi Mohammad Sadeghi, titolare di un’altra società di microelettronica, già a processo negli Usa, è accusato di usare una società “schermo” in Svizzera, Illumove, per eludere i divieti di commercializzazione dei droni e le sanzioni imposte all’Iran.
Il Tribunale distrettuale del Massachusetts lo accusa di cospirazione e supporto a organizzazione terroristica, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione (Irgc). Alla milizia l’iraniano avrebbe fornito il sistema di navigazione Sepehr, necessario per i droni utilizzati nelle guerre mediorientali, ma anche in attentati terroristici contro gli stessi americani. Accuse gravissime che prevedono pene fino all’ergastolo.
L’atto di accusa cita il blitz del 28 gennaio 2024, quando Irgc attaccò «una base Usa a nord della Giordania, vicino al confine siriano, nota come Torre 22». Tre militari vennero uccisi e più di quaranta feriti.
Quindi la liberazione dell’iraniano non sarà immediata, bisognerà aspettare ancora qualche giorno. Quindi la strategia messa a punto ieri a Palazzo Chigi prevede due tappe, che non andrebbero in conflitto né con l’America né con l’Iran. Per adesso si attende la sentenza della Corte d’appello di Milano, che il prossimo 15 gennaio si riunirà per decidere se concedere o meno i domiciliari a Abedini.
Se i giudici dovessero decidere che deve restare in carcere, entrerà in campo il dicastero della Giustizia, che dovrà esaminare «secondo parametri giuridici», come spiega Nordio, la richiesta di estradizione, di cui si attendono i documenti dall’America o decidere se scarcerare l’ingegnere iraniano.
Esclusa la prima ipotesi, perché caposaldo dell’accordo con l’Iran, resta la scarcerazione che però deve avvenire entro il 20 gennaio. Cioè prima dell’Inauguration day che segnerà l’inizio del mandato del 47° presidente degli Stati Uniti, in pratica nel periodo cuscinetto tra le due amministrazioni.
In questo caso non potranno essere concessi i domiciliari poiché, secondo il codice di procedura penale, se è stata chiesta l’estradizione di un detenuto il ministro della Giustizia può solo revocare la misura cautelare o appunto assecondare la richiesta dell’America.
Strada non praticabile. Anche fonti giudiziarie citate dal Wall Street Journal spiegano che Abedini dovrebbe essere rilasciato dal carcere milanese di Opera con uno «slittamento di tempi», ma sicuramente nei prossimi giorni.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
LE DATE DECISIVE: 2, 10 E 20 GENNAIO
Il giorno decisivo per la liberazione di Cecilia Sala è stato il 2 gennaio. Mentre nel
ritorno a Roma della giornalista di Chora Media e del Foglio ha avuto un ruolo anche Elon Musk. E ora c’è una finestra di tempi da rispettare. Quella che va dal 12 al 20 gennaio. Ovvero tra la fine della visita di Joe Biden (nel frattempo annullata) in Italia e la proclamazione di Donald Trump come nuovo presidente degli Stati Uniti.
In quegli otto giorni è attesa la soluzione del caso Mohamed Abedini Nafajabadi. E il viaggio di Giorgia Meloni negli Usa è servito proprio a preparare il terreno con il tycoon. Dal quale la premier ha ricevuto l’assicurazione che non polemizzerà con la vecchia amministrazione per la mancata estradizione dell’ingegnere iraniano con cittadinanza svizzera.
Il 2 gennaio
Con ordine. All’inizio dell’anno, racconta oggi Il Giornale, a Teheran comincia l’interlocuzione sul caso Sala. La gestione dell’arresto passa dai pasdaran della Rivoluzione all’intelligence. Che parla con l’Aise. Protagonisti sono due uomini dei servizi segreti iraniani e italiani. Nel 2022 hanno gestito insieme la liberazione di Alessia Piperno, finita per 45 giorni nel carcere di Evin. Lo 007 iraniano ha contatti diretti con Alì Khamenei. Si arriva a un accordo di massima. Che però non può diventare immediatamente esecutivo. Perché prima Meloni deve convincere gli Usa. La premier italiana lo fa nella sua visita a Mar-a-Lago. L’accordo prevede esattamente il ritorno a casa di Sala in cambio della mancata estradizione di Abedini. E si gioca in base ad alcune date del calendario diplomatico.
12 e 20 gennaio
La prima è la visita di Joe Biden prevista da oggi fino al 12 gennaio. Nel frattempo però annullata per gli incendi di Los Angeles. Con la data-spartiacque del 15. Ovvero il giorno in cui la Corte d’Appello di Milano deciderà sui domiciliari per Abedini. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, non può firmare il no all’estradizione prima di quella decisione. L’uomo dell’intelligence italiana a Teheran spiega alla controparte iraniana che Roma rispetterà i patti. E il piano, con il suo timing, finisce sul tavolo dell’Ufficio della Suprema Guida. Che dà il suo ok. L’imprimatur all’accordo arriva dal direttore dell’Aise Gianni Caravelli. Nato a Frisa in Abruzzo, è entrato nell’esercito nel 1979, poi al Sismi nel 2002 fino al 2008. Poi il ruolo di vicedirettore vicario dell’Aise nel 2014 e la direzione nel 2020. Caravelli è partito alla volta dell’Iran per garantire i patti. E per riportare così a casa Cecilia.
Il caso Abedini
I giudici o il ministro potrebbero rimandare a casa l’iraniano anche in base ad alcune ragioni giuridiche. Tra queste i reati contestati dal tribunale del Massachussets, che non trovano riscontro in Italia. L’Italia è anche in possesso del materiale informatico sequestrato ad Abedini il giorno dell’arresto. E gli Usa sono molto interessati ai dati. L’Italia è anche in attesa di documenti dagli Stati Uniti. Che devono arrivare entro il 25 gennaio. Altrimenti la richiesta di estradizione decadrà. Questa è la seconda opzione preferita dal governo, spiega il Corriere della Sera. «Dato che Meloni ha poi spiegato che vorrebbe negare l’estradizione senza trovare forti obiezioni, a Washington potrebbero anche decidere di lasciar cadere la cosa, evitando di inviare il fascicolo a Roma», dicono i fedelissimi della premier a La Stampa.
Carlo Nordio
Proprio Nordio al quotidiano dice oggi che «la situazione di Abedini è squisitamente giuridica, e va studiata nella sua complessità, indipendentemente dal felice esito della vicenda Sala». Non sarebbe la prima volta che l’Italia rifiuta un’estradizione richiesta da Washington. L’ultimo diniego, un paio di anni fa, fu deciso da Marta Cartabia. «Dell’estradizione è prematuro parlare, anche perché sino ad ora la richiesta formale non è ancora arrivata al nostro ministero», conclude. Gli Stati Uniti paiono rassegnati: «Il caso di Cecilia Sala è stata una decisione del governo italiano dall’inizio alla fine ed è Roma che deve rispondere a domande specifiche», ha spiegato durante un briefing con un gruppo ristretto di giornalisti il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, qualche ora dopo l’arrivo a Ciampino della reporter.
Il regime iraniano
«Sfortunatamente il regime iraniano continua a detenere ingiustamente persone provenienti da molti altri Paesi, spesso per utilizzarle come leva politica e ognuno di loro dovrebbe essere rilasciato adesso», ha spiegato il funzionario. La Casa Bianca tiene anche a ribadire che «il lavoro fondamentale svolto dai giornalisti, compreso quello di Cecilia Sala, per informare il pubblico spesso in situazioni incredibilmente pericolose come questa, dovrebbe essere protetto da qualsiasi governo».
Prima della dichiarazione in chiaro di Kirby, fonti del dipartimento di Stato avevano fatto sapere all’Ansa che non avrebbe risposto a domande specifiche sul caso perché, come ha poi ribadito il funzionario della Casa Bianca, «spetta al governo italiano farlo». Intanto gli Stati Uniti sottolineano di «rimanere piuttosto preoccupati per la proliferazione da parte dell’Iran di droni, sempre più avanzati e letali, e per il suo continuo sostegno a gruppi terroristici che rappresentano le principali minacce alla pace e alla stabilità nella regione». E, assicura il funzionario all’Ansa, «restano impegnati a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per contrastare l’intera gamma delle azioni destabilizzanti dell’Iran».
(da Open)
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