Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL SUMMIT DELLE DIVERSE FORMAZIONI CHE LA PROMUOVONO POTREBBE TENERSI IN ITALIA
Remigrazione. Sarà questa la parola della destra globale in questo 2025. Si tratta dell’idea, o del piano, per rispedire da qualche parte i cittadini stranieri che vivono nei paesi europei. Non solo i migranti irregolari, ma anche i richiedenti asilo, i rifugiati e soprattutto i cittadini considerati inassimilabili: insomma in non bianchi, i musulmani, quelli che non sono strettamente utili a funzioni produttive irrinunciabili.
La parola d’ordine, che radicalizza ulteriormente le posizioni sul tema dell’immigrazione, non limitandosi all’idea che sia necessario fermare “l’invasione”, ovvero mettere un freno ai flussi migratori, ma aprendo alla possibilità di espellere in massa chi già si trova nei paesi occidentali, per ricostruire una paesaggio “etnicamente” omogeneo.
Il termine è stato pronunciato da Donald Trump durante la campagna elettorale (provocando entusiasmo tra gli estremisti di destra), ed è stato ampiamente assunto sia dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, che hanno rilanciato la parola d’ordine dopo la strage al mercatino di Natale di Magdeburgo, che dall’estrema tedesca austriaca dell’FPÖ che ora potrebbe guidare il nuovo governo dello stato alpino.
Ultimamente è stata scoperta anche dai politici della destra italiana. Ha parlato di remigrazione il capogruppo della Lega in Regione Lombardia Alessandro Corbetta (“è fondamentale iniziare a discutere seriamente di remigrazione, ovvero il rimpatrio dei clandestini e dei criminali nei Paesi di origine, ma anche di quegli stranieri che scelgono deliberatamente di non volersi integrare”), e poi lo ha fatto il sottosegretario alla Giusizia, Andrea Delmastro Delle Vedove di Fratelli d’Italia rilanciano un articolo de La Verità.
E sono diversi gli indizi che portano all’Italia per la prossima convention dell’estrema destra europea intitolata significativamente Remigration Summit 2025.
A promuovere l’evento è in prima persona Martin Sellner, attivista austriaco che si definisce come un identitario, a cui è riconosciuto il “merito” di aver promosso e portato nel mainstream l’idea della remigrazione. A Sellner è stato impedito dalle autorità di tenere conferenze in Germania e Svizzera per le sue posizioni considerate neonaziste, ma potrebbe presto parlare in Italia, protetto dall’ombra del governo di Giorgia Meloni.
Se non è stato ancora resa nota la location della conferenza che si terrà la prossima estate, proprio per evitare mobilitazioni volte a impedirlo, sia il crowdfunding per realizzare il meeting che la vendita dei biglietti di partecipazione portano all’Italia. La raccolta fondi e la vendita dei ticket è stata aperta infatti da Andrea Ballarati, e fanno riferimento alle coordinate bancarie di Azione Cultura Tradizione, associazione di destra giovanile di Como.
Ma chi è Ballarati? Poco più che un giovane signor nessuno che ha agganciato però Sellner diventandone un collaboratore. Già militante di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, ha poi fondato la sua associazione di cui è leader e portavoce, partecipando lo scorso aprile alla manifestazione per la remigrazione convocata lo scorso aprile a Vienna, intervenendo anche nel comizio finale.
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
LA SCUSA UFFICIALE E’ LEGATA AGLI INCENDI A LOS ANGELES (COME SE SI METTESSE LUI CON IL SECCHIELLO A SPEGNERLI)… BIDEN HA VISTO IL VOLTAFACCIA DELLA PREMIER CHE ORA E’ PAPPA E CICCIA CON TRUMP
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annullato la visita in Italia prevista per oggi,
9 gennaio, fino al 12. Lo ha annunciato nella notte la Casa Bianca. Biden, che si è recato a Los Angeles ieri, «ha preso la decisione di cancellare il suo prossimo viaggio in Italia per concentrarsi sulla gestione» dell’emergenza dovuta agli incendi che stanno devastando Los Angeles, ha dichiarato la portavoce Karine Jean-Pierre. Quello in Italia sarebbe stato probabilmente il suo ultimo viaggio all’estero da presidente degli Usa. E soltanto dopo la sua conclusione e prima dell’insediamento di Donald Trump l’Italia avrebbe deciso sul caso Najafabadi dopo la liberazione di Cecilia Sala. Intanto l’emergenza incendi in California fa 5 morti e porta a 150 mila sfollati.
Il programma di Biden prevedeva l’udienza con Papa Francesco e gli incontri con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ma dopo essersi recato nelle zone colpite dai roghi, ancora non domati, Biden ha deciso di rimanere negli Usa. L’amministrazione americana ha promesso risorse federali per sostenere cittadini e imprese colpiti dagli incendi. Il Pentagono ha predisposto l’invio di aerei militari ed elicotteri. In tutto sarebbero otto gli incendi boschivi che stanno bruciando la contea di Los Angeles. Tra i più colpiti i quartieri Pacific Palisades e Sylmar e l’area esterna della città di Pasadena. Ma le fiamme avanzano e arrivano fino a lambire il quartiere storico di Hollywood.
La polemica politica
Finora il rogo ha distrutto centinaia di case. Secondo il Los Angeles Times almeno 1.100 negozi, case e altre strutture sono state distrutte dalle fiamme che avanzano senza controllo nella contea. Quello di Palisades ha raso al suolo 39.121 ettari in una delle zone più esclusive della città. Il presidente eletto Donald Trump ha accusato il governatore democratico della California Gavin Newsom: «Questa è una vera tragedia. Ed è un errore del governatore, che deve dimettersi», ha detto il tycoon. Accusa respinta al mittente: «Trump sta politicizzando questa tragedia, una devastazione provocata dagli incendi, che hanno causato almeno cinque morti e decine di feriti», ha risposto Newsom.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
“AVEVO PERSO IL SENSO DEL TEMPO, TEMEVO DI NON REGGERE PIU’”… IL CIBO PASSATO DA UNA FERITOIA E LA RICHIESTA DELLA BIBBIA DA LEGGERE… DUE GIORNI FA LA SVOLTA COL TRASFERIMENTO IN UNA CELLA PIU’ GRANDE E LA TELEFONATA AL COMPAGNO CON UNA RICHIESTA PARTICOLARE – POI LA LIBERAZIONE E LA SIGARETTA LIBERATORIA: “SCUSATE SE NON RIESCO A PARLARE BENE, SONO GIORNI CHE NON PARLO CON NESSUNO”
Cecilia Sala ha trascorso 20 giorni in una prigione «dove avevo perso il senso del tempo, non sapevo più quando era giorno e quando era notte». Chiusa in una cella «stretta e alta, senza letto, con una lampada sempre accesa e una piccola finestrella sul soffitto da cui passava l’aria ma che neanche riuscivo a vedere». Mangiando datteri e poco altro, passati da una feritoia della porta. E senza conoscere l’accusa sollevata nei suoi confronti. Poi la svolta nella notte tra martedì e mercoledì 8 gennaio: il trasferimento nella sede dell’ambasciata italiana a Teheran. Poi l’aereo per riportarla a casa. La Repubblica oggi riporta alcuni dettagli della detenzione della giornalista romana nel carcere di Evin.
«Ho chiesto una Bibbia»
Dove non ha mai ricevuto i pacchi con i generi di conforto e la mascherina per poter dormire la notte approntati dall’ambasciata italiana. «Ho chiesto una Bibbia», ha rivelato Sala ai familiari. «Presumevo che potesse essere un libro che ad Evin avevano in inglese. E perché comunque la Bibbia è un libro molto lungo…», ha spiegato. Nelle telefonate, ha rivelato, «ero costretta a leggere un messaggio, i miei mi facevano delle domande ma io non potevo dire di più perché avevo paura che mi facessero interrompere la conversazione». L’ambasciatrice italiana Paola Amadei «per quasi venti giorni è stato l’unico volto che ho potuto vedere». Poi la telefonata del primo gennaio: «Temevo davvero di non reggere più».
Violenze psicologiche
Sala non ha raccontato di violenze fisiche. Ma è rimasta in isolamento senza un letto e con la luce che non si spegneva mai. Due giorni fa la svolta: «Mi hanno spostato in una cella più grande e mi hanno portato gli occhiali. Ero insieme a una donna iraniana che non parlava una parola di inglese, quindi indicavamo gli oggetti nella stanza, lei ne diceva il nome in farsi e io in inglese». Il libro che le è stato portato “Kafka sulla spiaggia” il romanzo di Haruki Murakami. Le è stato anche consentito di chiamare di nuovo a casa. «Daniele, compralo anche te, nella stessa edizione, così lo possiamo leggere insieme, seppure a distanza », ha detto a Raineri.
La prima sigaretta
«Scusate se non riesco a parlare bene, sono giorni che non parlo con nessuno», ha detto all’arrivo. «Non so come comportarmi, che devo fare ora?». Le è stato spiegato che i carabinieri dell’Antiterrorismo del Ros la stavano aspettando in una stanza appartata per raccogliere la sua deposizione sulle condizioni della detenzione. «Ah ok, va bene… rompo il protocollo se prima vado a fumare? ». È uscita dall’hangar, per qualche minuto sola con il compagno, si è accesa una sigaretta. La prima in Italia.
(da Open)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
“LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE NON TROVA RISCONTRO NELLA GIURISPRUDENZA COSTITUZIONALE, NON SI COMPRENDE IN CHE MODO POSSA CONTRIBUIRE A MIGLIORARE QUALITÀ ED EFFICIENZA DELLA GIURISDIZIONE”
Con 24 voti, compresi quelli di tutti i membri togati (oltre a due laici e due membri di
diritto), il Csm ha approvato un parere particolarmente critico nei confronti della riforma della Giustizia contenuta nel disegno di legge costituzionale del governo, appena approdato alla Camera.
Secondo la proposta A, votata quindi a grande maggioranza dai consiglieri, la separazione delle carriere “non trova riscontro nella giurisprudenza costituzionale”, non si comprende in che modo “possa contribuire a migliorare qualità ed efficienza della giurisdizione”. Un membro astenuto. La proposta B, che andava in un senso diverso, è stata invece votata da 4 consiglieri laici di centrodestra. Qualche ora prima delle votazioni, a quanto si apprende, il vicepresidente Pinelli ha lasciato i lavori.
In sintesi secondo la proposta, la riforma “porterebbe alla creazione di un corpo separato di funzionari pubblici numericamente ridotto e altamente specializzato, deputato alla direzione della polizia giudiziaria e all’esercizio dell’azione penale, un corpo essenzialmente autoreferenziale. Il potere dello Stato più forte che si sia mai avuto in alcun ordinamento costituzionale dell’epoca contemporanea, per cui sarà ineluttabile che di esso assuma il comtrollo il potere esecutivo”.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
“TRUMP NON VUOLE L’EUROPA COESA: TRATTA PAESE PER PAESE ED ESERCITA SU CIASCUNO UNA PRESSIONE PARTICOLARE. MELONI NON PUÒ ESSERE PORTAVOCE DELL’EUROPA UNITA, TRUMP NON LO PERMETTERÀ MAI. IL SOVRANISMO SI FERMA ALL’OBBEDIENZA. NON FIRMEREI ACCORDO CON STARLINK, NON CI SONO GARANZIE”
“Esprimo la mia felicità vera per il ritorno di Sala, la stessa che ho provato quando liberammo il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo in condizioni analoghe”. Lo ha detto Romano Prodi a Otto e mezzo su La7.
“Queste contrattazioni sono sempre molto complesse – ha aggiunto -. Certamente c’è stato da Trump una specie di permesso o di tacito consenso. A differenza della mia esperienza, noi gioimmo tutti insieme, col ministro degli Esteri, il governo e anche i servizi. C’era anche la dottoressa Belloni, che aveva organizzato la liberazione; oggi è sembrato un evento molto solitario, solo della Meloni”.
“Su Belloni, posso dire che è proprio brava, una servitrice dello Stato leale nei confronti del Paese e con capacità personali. Non ho la minima idea se verrà eventualmente coinvolta nelle istituzioni europee. Lei ha detto di no, ma queste cose devono maturare nel tempo. Ha le energie e le capacità, vedremo”, ha concluso.
“Trump non vuole l’Europa coesa. Tratta Paese per Paese ed esercita su ciascuno una pressione particolare. Il problema è che Meloni non può essere portavoce o simbolo dell’Europa unita, Trump non lo permetterà mai. Trump e Musk ne dicono di tutti i colori e attaccano dall’interno i Paesi intervenendo; è il solito quadro: Trump imprevedibile.
Prevedo un grande cambiamento. E’ finita la globalizzazione economica e Trump tenta quella politica: l’intervento negli affari interni di tutti i Paesi. La cosa strana è che mentre oggi c’è stata una reazione dell’Onu sulle sue dichiarazioni, non ne ho viste da parte dell’Unione europea.
Il problema è che un’UE divisa come oggi non riesce a formare una volontà politica comune; la presidente della Commissione deve mediare e non vuole rompere l’equilibrio. Non dice niente delle interferenze di Trump in Germania, in Gran Bretagna, in Italia. Il sovranismo si ferma all’obbedienza”.
“Su Starlink, l’accordo col governo gli darebbe in mano tutti i dati che riguardano il nostro Paese. E’ il momento che il governo decida se dare in mano ad altri la propria vita. Il vantaggio di Musk è che ha a disposizione una tecnologia pronta e potente.
Non so se il governo firmerà, ma queste cose vanno fatte con una prudenza enorme e garanzie che non credo il nostro esecutivo sia in grado di ottenere. Così come sembrano essere le cose, io non firmerei. E l’idea che il rappresentante di uno Stato come è Musk si impadronisca di una realtà fondamentale di un altro Paese è un rischio enorme per la democrazia”.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
LE PRESSIONI DECISIVE DELLA FAMIGLIA SALA SU MUSK E IL LAVORO DEL CAPO DELL’AISE, GIOVANNI CARAVELLI, CHE HA OFFERTO AGLI IRANIANI LA SUA COLLABORAZIONE PER CREARE UN PONTE CON IL NUOVO GOVERNO SIRIANO
«Ciao, non sono più in isolamento». Quando Cecilia Sala martedì ha chiamato casa per
raccontare che, finalmente, le sue condizioni di detenzioni stavano migliorando, non poteva sapere che da quel momento stava cominciando a tornare una donna libera. Quella telefonata è stata il segnale che la nostra intelligence aspettava da giorni: gli iraniani avevano mantenuto una promessa. La trattativa poteva concludersi.
Sono le 17 del 7 gennaio quando un Dassault Falcon 900 decolla dall’aeroporto di Roma Ciampino e mezz’ora dopo atterra a Napoli.
Le 5:01 quando lo stesso aereo si alza per Teheran su ordine dei nostri servizi. «È con me», dice il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, alla control room che era stata creata a Palazzo Chigi quando in Iran è ancora notte. «Cecilia sta tornando», dirà qualche ora dopo la premier Giorgia Meloni alla madre della giornalista, mentre il Falcon è di nuovo in volo, questa volta verso Roma.
La liberazione di Cecilia Sala è stata il frutto di un lunghissimo lavoro, e anche di qualche errore per la verità, della nostra intelligence, della politica, della diplomazia. E anche della testardaggine della famiglia Sala che ha saputo muovere i fili necessari, anche forzando.
Una trattativa lunga e difficile. Che ha avuto come centro Roma e Teheran, è vero. Ma si è mossa anche sull’asse Washington- Damasco perché ha visto il nostro servizio di intelligence estero protagonista di un ruolo di raccordo: in Iran, come in Siria, dopo questa storia, siamo considerati ora ottimi mediatori per interloquire con Trump.
Per capire, però, cosa effettivamente è accaduto nella liberazione di Cecilia Sala è necessario tornare indietro di due anni.
E andare al novembre del 2022 quando a Ciampino, accolta dalla premier Meloni, fu un’altra ragazza italiana: Alessia Piperno, anche lei arrestata e detenuta per 40 giorni nel carcere di Evin.
La scarcerazione della Piperno era arrivata grazie ai contatti che la nostra intelligence era riuscita a creare e coltivare con i servizi segreti iraniani.
Quegli stessi contatti che, siamo al 16 dicembre, si fanno risentire questa volta per un problema contrario: l’Italia, su ordine degli Stati Uniti, ha arrestato l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, accusato di terrorismo. Fanno intendere che è una questione per loro delicatissima, di vita o di morte.
L’Italia, seppur sollecitata internamente, non ascolta. Non lo fa nemmeno tre giorni dopo quando a Teheran viene arrestata Cecilia Sala. E continua a restare sorda quando l’Iran mette ufficialmente in correlazione le due storie: nell’incontro con l’ambasciatrice Paola Amadei, il governo ipotizza una scarcerazione di entrambi «su cauzione».
Restano sordi perché si ha paura di mettere a rischio il rapporto con gli Usa che puntano sull’arresto di Abedini. A cambiare le carte arrivano due cose. Il 29, per il tramite di Andrea Stroppa, la famiglia Sala porta la storia di Cecilia all’attenzione di Elon Musk. Che ascolta. La telefonata che il primo gennaio fa poi Cecilia a casa è drammatica: «Fate in fretta».
La famiglia alza il livello, abbandonando la strada del “silenzio” che era stato loro chiesto. Per questo, la premier Meloni convoca immediatamente la madre di Cecilia a Chigi: la rassicura. Avoca a sé, e al sottosegretario Alfredo Mantovano, il dossier. E insieme riattivano quei canali che fino a quel momento, per decisione politica, erano restati muti.
Caravelli vola personalmente e incontra il suo omologo iraniano, Ismail Khatib, con il quale ha un antico rapporto. Ma offre anche la sua collaborazione per creare un ponte con il nuovo governo siriano. Operazione che gli riesce: si parla di un incontro a tre, o comunque di un contatto proficuo. Meloni torna da Mar-a-Lago con il via libera di Trump.
L’asse con Iran e Siria sembra funzionare. Gli Usa assicurano che non si metteranno di traverso: Abedini è importante ma lo sono anche i dati dei suoi dispositivi elettronici che ora sono in mano della polizia e della magistratura italiana. Lunedì l’Italia capisce che qualcosa si è effettivamente sbloccato
(da la Repubblica)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
OCCHI CURIOSI, TESTA LUCIDA E SGOMBRA DI PREGIUDIZI
Per dirvi qualcosa della giornalista, e della persona, vi devo riportare ai giorni in cui cominciò l’invasione russa in Ucraina. Dopo un viaggio inevitabilmente avventuroso, Cecilia Sala aveva raggiunto Kiev, che Putin minacciava di conquistare entro 48 ore, e contro ogni previsione riuscì a collegarsi in diretta con il nostro programma. Ero molto più agitato di lei, che come sempre appariva in pieno controllo della situazione.
Nelle settimane della sua prigionia, mi hanno fatto sorridere certi commentatori anche illustri che, senza conoscerla, l’hanno dipinta come una specie di scavezzacollo. Cecilia Sala è una delle creature più sagge e razionali che abbia mai conosciuto. Ha meno di trent’anni, però si direbbe un’anima antica. Corre verso i luoghi da cui tutti scappano, ma non cerca provocatoriamente il rischio, benché sia disposta ad affrontarlo quando pensa che ne valga la pena.
Appena apparve sullo schermo, davanti alla parete spoglia di una stanza d’albergo a Kiev, le chiesi le prime cose che l’avessero colpita lungo il tragitto. Rispose: «Gli anziani delle campagne che girano i cartelli stradali per ingannare i carrarmati russi. E i bambini di Kiev che preparano bottiglie incendiarie da lanciare dai balconi». Erano istantanee di vita che raccontavano senza retorica la resistenza di un popolo. Per riuscire a coglierle al primo sguardo, occorrono occhi curiosi e una testa lucida e sgombra di pregiudizi. Cecilia Sala ha quegli occhi e quella testa. Bentornata.
(da corriere.it)
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Gennaio 9th, 2025 Riccardo Fucile
A CHI GLI HA CHIESTO DELL’USO DI KETAMINA HA RISPOSTO: “HO INVENTATO L’AUTO ELETTRICA, LE COSTELLAZIONI SATELLITARI, MANDERO’ L’UOMO SU MARTE. PENSAVATE CHE FOSSI IN TIPO NORMALE?”
Elon Musk, trasvolatore di tutti i cieli, porta guai molto ingombranti qui sulla Terra.
Ma quando i giornali del primo mondo ne parlano, adottano iperboli scanzonate e prosa pop: il super genio che salta, lo svalvolato dei mega miliardari, l’astronauta che ci condurrà su Marte, aprendoci alla vita “multi planetaria”. Da noi è addirittura il ganzo che ha conquistato gli occhi blu di Giorgia Meloni, la abbraccia, la fa danzare sul palcoscenico glamour di New York, e su quello romanesco di Atreju, definendola con un inciampo involontario “più bella dentro che fuori”. Le ha appena offerto molto più di una sola Luna nel pozzo: l’intera batteria dei 6700 satelliti di Starlink, una collana quanto mai preziosa per l’intera Italia che a guardar bene avrà anche la forma del guinzaglio.
Peccato che Elon Musk, il suprematista bianco, abbia il cuore intossicato e nero. E non faccia per niente ridere. Dalla sua piramide di uomo più ricco del mondo, governa una fetta dell’economia globale, della politica planetaria, del costume, del linguaggio, di gran parte di quella mitologia sociale che oggi si nutre di successo, armi e potere autoritario: il sogno americano moltiplicato dai milioni di microchip.
Musk fa affari ovunque. Vende in America automobili Tesla che fabbrica in Cina. È davanti a tutti con l’intelligenza artificiale di OpenAI e sta fabbricando le interfacce neurali che la colleghino al cervello umano. Parla ogni giorno e ogni notte, a 202 milioni di follower che lo seguono sulla sua piattaforma X e a cento governi nel mondo. Li elogia, li critica. In una settimana a caso ha dato dell’idiota al Cancelliere tedesco Scholz, dello stupratore al premier britannico Starmer. Ha auspicato in Austria un nuovo governo guidato dai neonazisti di Kickl. E chiesto ai camerati di Afd di “salvare la Germania”, infettata dai socialdemocratici. Attraverso l’accordo con l’Italia – annunciato, smentito, confermato – vuole spalancare il mercato della intera Europa che per parlarsi via satellite è indietro di dieci anni.
Tutte prestazioni geopolitiche, industriali, scientifiche, impensabili per un uomo solo. Ma che diventano dettagli se paragonati al vero colpo dell’ultimo biennio, quello di essersi comprato la Casa Bianca in tante comode rate insieme con il socio Donald Trump, quello del ciuffo arancione, dei processi, delle bugie a raffica, dell’“invadiamo Panama e la Groenlandia perché ci servono”. Insomma il primo presidente pregiudicato della storia americana, di nuovo senza freni, senza inibizioni, che nei comizi gli sta un passo avanti, anche se nelle decisioni e nella propaganda gli dondola due passi indietro.
Elon è il presidente del presidente, almeno fino a quando durerà il reciproco vantaggio. Ha 25 anni meno del tycoon rieletto. Il doppio dell’energia. Cento volte i suoi soldi: 464 miliardi di dollari il suo patrimonio stimato. In quanto al potere, governa le funzioni vitali di Pentagono e Cia, cioè le due armi più potenti dell’impero americano, che dipendono dalla sua rete di satelliti Starlink, occhi e orecchie che viaggiano a 550 chilometri di altezza governano tutte le intercettazioni, tutte le comunicazioni, tutte le strategie militari, e che nel giro di qualche anno da quasi 7 mila diventeranno 42 mila. Per riuscirci ha rivoluzionato l’ingegneria spaziale al punto che anche la Nasa (con 4 miliardi di dollari appena investiti) dipende dalle sue innovazioni, l’ultima, la più spettacolare, l’immenso razzo Starship, il più potente di sempre, il primo riutilizzabile e dunque gestibile a costi dimezzati. Con una capacità di carico di 165 tonnellate, che ha già fatto sognare i generali americani e i loro strateghi che vorrebbero destinarlo al trasporto rapido delle truppe e degli arsenali, visto che impiegherebbe 90 minuti a raggiungere qualunque fronte in Asia e in Cina.
Per respirare euforia e reggere i ritmi ossessivi del lavoro, Musk consuma Ketamina, una droga che frantuma la depressione, combatte la stanchezza, induce esaltazione. È una molecola artificiale prodotta in forma liquida, in capsule, in polvere cristallina. Agisce sul sistema nervoso, influenzando i pensieri, la percezione del dolore, il senso dello spazio e del tempo. Quando il Wall Street Journal lo ha rivelato, Elon si è limitato a confermarne l’uso terapeutico e i vantaggi pratici: “Il mio consumo è nell’interesse degli investitori”. E poi: “Ho inventato l’auto elettrica, le costellazioni satellitari, manderò l’uomo su Marte. Pensavate fossi un tizio tranquillo e normale?”.
Musk è doppio, triplo, spiazzante. Innovativo nei cieli della tecnologia, reazionario in tutto il resto, ancora convinto di appartenere al “popolo eletto” a cui dio ha affidato il compito di guidare la marcia di tutti gli altri. L’uomo padrone dell’universo, libero di sfruttare il campionario di materie prime di cui si compone la Natura, da trasformare in merci e benessere. Ma con la garanzia del perpetuo vantaggio dei pasti caldi per i vincitori, dello spazio vitale per i ricchi, delle briciole per i poveri.
Non per nulla Elon Musk viene dal Sudafrica dell’Apartheid. È nato a Pretoria nel 1971, ha cittadinanza canadese, naturalizzato americano. Famiglia ricca e problematica, padre violento, sociopatico fino alla crudeltà. Madre modella e assente. Lui un ragazzino selvaggiamente bullizzato a scuola, fino al sangue e alle ossa rotte. Perciò introverso, complessato, solitario. Affetto dalla sindrome di Asperger. Con memoria leggendaria e massima dedizione allo studio, al lavoro. Salvo le cadute in “modalità demoniaca” di cui parla nella biografia di Walter Isaacson, durante le quali perde il controllo dei limiti e delle regole.
Il risultato è una vita sentimentale caotica: amanti, fidanzate, due mogli, undici figli, un paio con maternità surrogata. E poi una lunga serie di indiscrezioni che gli attribuiscono l’uso sistematico di Lsd, cocaina, ecstasy e funghi psichedelici in feste private in giro per il mondo. Dirà: “Nella vita ho avuto incredibili alti, catastrofici bassi e stress incessante”. Risultato? “Sono solo”.
Racconta chi ha lavorato con lui che “la sua vita fa schifo”. Non dorme. Non mangia. Non ammette il tempo libero. “Maniaco dei dettagli è ossessionato dal lavoro e dal sacrificio”. Peggio ancora ne parlano le ex che lo descrivono maschilista, competitivo, prepotente. Dicono abbia la sindrome del Messia: “Vuole disperatamente salvare il mondo, ma solo se sarà lui a farlo”. Naturalmente senza croce finale, solo contanti.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 8th, 2025 Riccardo Fucile
L’IRAN AVEVA IMPOSTO LO SCAMBIO DEGLI OSTAGGI E ASPETTAVA L’OK DELLA MELONI PER LIBERARE CECILIA E ATTENDERE IL RITORNO IN IRAN DI ABEDINI CHE AVVERRA’ A BREVE
La premier italiana Giorgia Meloni è tornata dal viaggio a Mar-a-Lago fiduciosa nella comprensione da parte di Donald Trump della necessità di liberare Mohammad Abedini Najafabadi, l’iraniano fermato a Malpensa su richiesta degli Stati Uniti, per ottenere la liberazione della giornalista Cecilia sala a Teheran.
Lo riporta il Wall Street Journal. “Giorgia Meloni – scrive il quotidiano – sapeva che il rilascio di Abedini come parte di uno scambio di prigionieri rischiava di irritare gli Stati Uniti, incluso il presidente entrante Donald Trump, che dovrebbe rinnovare la sua politica di ‘massima pressione’ sull’Iran.
Meloni è volata in Florida sabato per incontrare Trump e spiegargli che liberare Sala era un interesse nazionale italiano e che l’Italia avrebbe dovuto respingere la richiesta di estradizione degli Stati Uniti per Abedini. I dirigenti italiani sono tornati dalla Florida fiduciosi che Meloni si fosse assicurata la comprensione di Trump”.
La “Stampa” aggiunge che a Trump dell’estradizione di Abedini in realtà non importasse nulla, purchè lo scambio avvenisse prima del suo insediamento. A questo punto l’Italia ha potuto cedere al ricatto del governo iraniano che ha ottenuto quello che voleva.
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