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A CHE PUNTO È LA NOTTE DI CECILIA SALA? BUIO FITTO, PURTROPPO. I TEMPI PER LA LIBERAZIONE DELLA GIORNALISTA ITALIANA NON SOLO SI ALLUNGANO MA SI INGARBUGLIANO, E LA FORZATURA DEL BLITZ TRANSOCEANICO DI GIORGIA MELONI RISCHIA DI PEGGIORARE LE COSE

Gennaio 7th, 2025 Riccardo Fucile

IL CASO, SI SA, È LEGATO ALL’ARRESTO DELL’INGEGNERE-SPIONE IRANIANO MOHAMMAD ABEDINI, DI CUI GLI AMERICANI CHIEDONO L’ESTRADIZIONE. L’ITALIA POTREBBE RIFIUTARSI E LA PREMIER NE AVREBBE PARLATO CON TRUMP. A CHE TITOLO, VISTO CHE SUGLI ESTRADATI DECIDE LA MAGISTRATURA E LA “TRATTATIVA” È IN MANO AGLI 007?

A che punto è la notte di Cecilia Sala? Buio fitto, purtroppo. Sul risultato della trattativa incrociata sull’asse Roma-Teheran-Washington per la questione Abedini-Sala, non si hanno ovviamente notizie (il presidente in carica degli Stati Uniti è ancora Joe Biden e l’eletto Trump per insediarsi alla Casa Bianca deve aspettare il 20 gennaio).
Secondo Agenzia Nova, la decisione di Elisabetta Belloni di dare le dimissioni sarebbe stata presa proprio “dopo un diverbio con il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, nato attorno alla vicenda di Cecilia Sala”.
I tempi non solo si allungano ma si ingarbugliano. A che titolo la premier ha parlato con Trump di soggetti il cui trattamento è affidato in via esclusiva alla magistratura penale italiana, fintanto che non si esprime il ministro della Giustizia? Come può essere oggetto di ‘mediazione politica’ un caso giudiziario soggetto solo alla legge?
Dopo il parere negativo della Procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, alla richiesta degli arresti domiciliari presentata dalla difesa di Mohammad Abedini, l’iraniano arrestato lo scorso 16 dicembre all’aeroporto Silvio Berlusconi (già Malpensa) di Milano, il prossimo 15 gennaio la parola passa ai giudici della Corte di Appello di Milano.
“Esiste anche una possibile seconda via per la scarcerazione”, aggiunge “Repubblica”: “Lo può fare il ministero della Giustizia sulla base di un articolo del codice di procedura penale, il 718, che al comma 2 prevede che, in caso di arresto con richiesta di estradizione, «la revoca è sempre disposta se il Guardasigilli ne fa richiesta»”.
“L’intenzione dell’esecutivo – aggiunge “La Stampa” – è però di trovare una strada per evitare l’estradizione di Abedini, e di farlo il più presto possibile. Oggi il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega ai servizi segreti, riferirà maggiori dettagli della vicenda in Parlamento, in un’audizione davanti al Copasir. Non si esclude nulla, nemmeno che il ministro Carlo Nordio possa disporre la revoca delle misure cautelari, anche prima del 15 gennaio”. Soprattutto, prima del 20 gennaio, quando si insedierà Donald Trump e l’approccio della Casa Bianca sarà molto diverso. In questo senso, la reazione del tycoon di ieri potrebbe essere stata opposta dalle aspettative della premier.
La politica, però, è solo uno dei poteri in campo, e ha grossi limiti. Innanzitutto perché affari riservati come la “gestione degli ostaggi”, sono prerogativa esclusiva dell’intelligence e non dei leader di partito.
Il protocollo sull’estradizione è previsto dal codice di procedura penale e la “trattativa” è in mano agli 007. Non si scappa: quella della sora Giorgia, che ha provato a disintermediare due fondamentali corpi dello stato, bypassandone le prerogative, è una forzatura che rischia di peggiorare lo stato delle cose.
(da Dagoreport)

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GAZA, MUORE DI FREDDO UN ALTRO NEONATO E GLI ISRAELIANI COLPISCONO UN CONVOGLIO DEL PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE

Gennaio 7th, 2025 Riccardo Fucile

LO STATO CRIMINALE DI ISRAELE CONTINUA IL GENOCIDIO DEL POPOLO PALESTINESE GRAZIE ALLA COMPLICITA’ DEI GOVERNI EUROPEI E USA

Il Programma Alimentare Mondiale (Wfp), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, ha denunciato che un suo convoglio è stato colpito il 5 gennaio da spari esplosi dalle forze israeliane nei pressi del checkpoint Wadi Gaza. “Assolutamente inaccettabile: un convoglio del Wfp, chiaramente contrassegnato e con a bordo 8 membri del team, è stato colpito dalle forze israeliane nei pressi di Wadi Gaza, nonostante le autorizzazioni precedenti. Gli operatori umanitari non sono un obiettivo”, ha scritto su X Cindy McCain, direttrice dell’agenzia Onu. Nessun membro dello staff è rimasto ferito.
Stando a quanto rivela il World Food Programme il convoglio preso di mira dai militari dell’IDF era composto da tre veicoli e trasportava in tutto otto membri dello staff. Almeno 16 proiettili hanno colpito i mezzi. “Questo evento inaccettabile è solo l’ultimo esempio del complesso e pericoloso ambiente di lavoro in cui operano oggi il Wfp e altre agenzie. Le condizioni di sicurezza a Gaza devono migliorare urgentemente affinché l’assistenza umanitaria salvavita possa continuare. Il WFP esorta tutte le parti a rispettare il diritto internazionale umanitario, a proteggere le vite dei civili e a consentire un passaggio sicuro degli aiuti umanitari”.
Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite è la più grande organizzazione umanitaria al mondo: è impegnata a salvare vite umane in contesti di emergenza e a utilizzare l’assistenza alimentare per costruire un percorso verso la pace, la stabilità e la prosperità per le persone che si stanno riprendendo da conflitti, disastri e dall’impatto dei cambiamenti climatici.
Un altro bambino di un mese morto di freddo a Gaza
Intanto un’altra agenzia dell’Onu – quella per gli affari umanitari – ha riportato la notizia della morte a Gaza di un altro bambino di un mese a causa dell’ipotermia in una zona assediata dall’esercito israeliano. “Questo è l’ottavo bambino morto per il freddo in meno di tre settimane – ha spiegato un portavoce delle Nazioni Unite – e queste morti si potevano evitare, fornendo alle famiglie materiale per proteggere i bambini”.
Il piccolo Yousef Ahmad Kalloub aveva 35 giorni. Stando a quanto riferiscono i media palestinesi si trovava nella zona centrale di Gaza. L’ottava piccola vittima si aggiunge agli oltre 45.800 morti, in maggioranza donne e bambini, uccise dai soldati israeliani dal 7 ottobre del 2023. L’ondata di freddo e maltempo ha peggiorato in modo drammatico la situazione nella Striscia per centinaia di migliaia di profughi palestinesi, molti dei quali vivono in accampamenti.
Oltre al freddo, a mettere a rischio la vita dei neonati è la mancanza di cibo che non permette alle madri di allattare i figli. Il caso simbolo è stato quello di Aisha al-Qassas, nata il 28 novembre in piena guerra, e portata all’ospedale di Khan Younis il 19 dicembre per un controllo, visto che appariva denutrita e molto debole. Poche ore dopo, con l’abbassamento repentino della temperatura, Aisha, il cui nome significa “vita”, è morta. I genitori hanno raccontato di averla vista diventare un “pezzo di ghiaccio”.
(da Fanpage)

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IL 18 GENNAIO A MILANO E ORVIETO VANNO IN SCENA DUE CONVEGNI PARALLELI CON DUE ASPIRANTI LEADER: L’ESATTORE RUFFINI E PAOLO GENTILONI

Gennaio 7th, 2025 Riccardo Fucile

A MILANO, ALL’INIZIATIVA ORGANIZZATA DA DELRIO CI SARANNO, TRA GLI ALTRI, ROMANO PRODI E PIERLUIGI CASTAGNETTI… 1 LIBERALI E CATTOLICI, DUE CONVEGNI NON FANNO UN CENTRO

Due convegni contemporanei, anzi paralleli come le note convergenze. Uno a Milano l’altro a Orvieto, convocati lo stesso prossimo 18 gennaio: da una parte e dall’altra sono invitati papabili o aspiranti leader moderati o centristi, registi e grandi vecchi del «centro che muove verso sinistra»; per l’appuntamento lombardo la data è stata persino scelta simbolicamente nel giorno in cui, nel 1919, venne reso pubblico l’appello «Ai liberi e forti» di don Luigi Sturzo e nacque il Partito popolare italiano: come alludere alla formazione di una nuova casa politica.
E per di più, sarà il caso o il cielo, il 18 gennaio è Santa Margherita, patrona di un estinto partito centrista molto evocato (dai suoi estintori). I due eventi in questi giorni sono stati descritti come occasioni da cui può arrivare una lieta notizia a sinistra: da una parte l’intervento atteso è quello di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle entrate (l’«esattore», lo chiama chi lo ama poco) in odore di lancio in politica, potenziale leader ancora in bilico fra una cosa centrista o tutto il centrosinistra; dall’altra quello di Paolo Gentiloni, ex commissario europeo, che i liberal Pd e Carlo Calenda vorrebbero futuro candidato premier. Ma il treno del “centro” non partirà neanche stavolta. O non arriverà, a seconda.
A Milano c’è anche il nome, «Comunità democratica», molto evocativo. Ed è convocato un parterre de roi: tra gli altri Romano Prodi e Pierluigi Castagnetti. Ma l’organizzatore Graziano Delrio, ex ministro, cattolico democratico, dell’associazione I popolari, ieri sulla Nazione ha messo le mani avanti: nessuno si deve fare illusioni (quelli che vorrebbero che nascesse un partito), e nessuno si preoccupi (la segretaria Schlein che osserva perplessa tanto attivismo): sarà l’occasione di «creare legami, guarire la democrazia», «ascoltare i fermenti culturali espressi dalle Settimane sociali di Trieste».
Niente organizzazioni nuove, almeno per quanto riguarda lui e gli altri cattolici del Pd, sono tempi di semina, non di raccolta, «se poi qualcuno volesse fare altri esperimenti centristi, come hanno fatto Renzi e Calenda, può farlo». Come dire: auguri. Anche sulla coalizione, la leader resta Schlein, «è nello statuto del Pd». Quindi i «grandi padri» che parteciperanno, daranno una benedizione a chi vuole partecipare «alle scelte democratiche»: ma non c’è nessun battesimo
La ragione del convegno è dunque rafforzare un cultura cattolico-democratica per contare di più, «dentro e fuori dal Pd». In cui, sia chiaro, quel «fuori» non significa affatto che chi sta dentro vuole uscire: ma sarebbe cosa buona e giusta che la segretaria lasciasse spazio anche a questa cultura politica, e non puntasse solo a espandersi a sinistra.
Ma il convegno non approderà a una stretta politica, né dentro né fuori. Si capisce dal dibattito finale: un confronto fra Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa, presidente del Copasir e peso massimo dell’ala riformista Pd, e Stefania Proietti, presidente dell’Umbria, ex sindaca di Assisi, bergogliana, da alcuni evocata (anche lei) come federatrice dell’area cattolica. Fra i due ci saranno anche comunanze confessionali, ma c’è un abisso sul tema della guerra: l’uno favorevole al sostegno armato dell’Ucraina, l’altra pacifistissima. Come del resto altri invitati: Paolo Ciani di Demos e Emiliano Manfredonia delle Acli.
Sogni proibiti dei lib Non c’è nessun intento cospirativo neanche al convegno di Orvieto, intitolato «Idee per una sinistra di governo» e organizzato fra gli altri da Stefano Ceccanti per l’associazione Libertà Eguale, cenacolo di liberali e liberaldemocratici (e di cattolici democratici) che, anche loro, «muovono verso sinistra». Anche loro sono dentro e fuori del Pd, e del Pd non sono in linea con le posizioni di Schlein, definite «massimaliste».
Qui si segnala la presenza dell’ex commissario europeo Paolo Gentiloni, chiamato a svolgere una relazione sulla sovranità europea e sul debito comune. L’ex premier si tiene alla larga dalle beghe del centrosinistra, almeno in pubblico: ma è il sogno proibito dei conciliaboli liberal che come leader del centrosinistra. Però è, appunto, un sogno proibito: innanzitutto se mai si stringerà un’alleanza, sarà difficile che la premiership non spetti a Elly Schlein, che è la segretaria del partito più grande; e poi per i Cinque stelle l’ipotesi Gentiloni non è neanche nominabile; a meno che non si scommetta su un centrosinistra senza di loro.
(da Domani)

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PER LA MELONI UNA BEFANA ZEPPA DI ROGNE E FALLIMENTI: LE DIMISSIONI DI ELISABETTA BELLONI DA CAPA DEI SERVIZI SEGRETI DOPO UN DIVERBIO CON MANTOVANO, NATO ATTORNO ALLA VICENDA DI CECILIA SALA

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL GROTTESCO BLITZ TRANSOCEANICO PER SONDARE LA REAZIONE DI TRUMP A UN RIFIUTO ALL’ESTRADIZIONE NEGLI USA DELL’IRANIANO… POI COSTRETTA A SMENTIRE L’INDISCREZIONE DI UN CONTRATTO DA UN MILIARDO E MEZZO DI EURO CON SPACEX DI MUSK

Gonfia come una mongolfiera, l’armata BrancaMeloni era decollata nottetempo per la Florida per far vedere al mondo cosa era capace di combinare l’ex Underdog della Garbatella e, dopo 24 ore, è ritornata a casa con le classiche pive nel sacco. Delusa e umiliata. Un fallimento che non potrà non avere conseguenze per il Camaleonte di Palazzo Chigi.
Oltre alla propaganda di un’immagine di donna sempre in movimento che risolve qualsiasi problema con la sua “scorza di volontà”, l’obiettivo del blitz transoceanico della “Ducetta Stars and Stripes” era di sondare la possibile reazione di Trump a un eventuale rifiuto italiano all’estradizione negli Usa dell’ingegnere iraniano-spione, arrestato a Malpensa su “ordine” americano il 16 dicembre, tre giorni prima della giornalista italiana Cecilia Sala ammanettata a Teheran.
La premier, ricostruisce oggi un articolo di Alberto Simoni e Ilario Lombardo sulla “Stampa”, sarebbe volata fino a Mar-a-Lago per informare Trump “di considerare “la liberazione di Sala una questione di interesse nazionale”.
“Meloni ha sondato Trump, nell’informalità di un incontro fuori dalle agende ufficiali si è presentata come una leader che anticipa al suo alleato un atto imminente di governo, pregandolo di chiudere un occhio e di comprendere perché lo fa. È andata di persona a Mar-a-lago come gesto di attenzione al fatto che sarà lui a subire lo strappo italiano, anche se il protocollo americano non prevede che il presidente eletto possa prendere alcuna decisione”.
A questo punto sorgono spontanee alcune domande sull’inadeguatezza di Giorgia Meloni a governare l’Italia: intanto del blitz in casa Trump ha per caso informato il capo dello Stato Sergio Mattarella e il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen?
Secondo: si è chiesta la premier se tale incontro, comprensivo di cenetta più documentario che sostiene la tesi dei brogli delle elezioni del 2020 vinte da Biden a scapito di Trump, avrebbe fatto girare i cabasisi a “Sleepy Joe”, fino al 20 gennaio corrente presidente in carica degli Stati Uniti?
Di più: l’ultimo viaggio presidenziale di Biden è in agenda il 9 gennaio Biden quando sbarcherà a Roma per incontrare il Santo Padre. E si sussurra in ambienti autorevoli che il giorno successivo il presidente in uscita degli Stati Uniti avrebbe incontrato Giorgia Meloni. Vabbè che è rimban-Biden però, di fronte a un tale sgarbo istituzionale, un “fuck you!” sarà capace ancora di spararlo.
Ancora. Prima di Meloni, l’ungherese Viktor Orban e l’argentino Javier Milei erano stati a Mar-a-Lago dopo la vittoria di novembre. Ma nessuno, secondo quanto raccontato dal Wall Street Journal, è stato accolto trionfalmente da Trump come la premier volante: “Una donna fantastica che ha davvero preso d’assalto l’Europa”. Chissà come avranno gradito Macron, Scholz, Sanchez, Tusk, per non parlare di Ursula von der Leyen, di tale endorsement…
Non è finita. Eccola la Giovanna d’Orco della Garbatella costretta a smentire, via Ansa, l’indiscrezione dell’agenzia americana Bloomberg che durante il colloquio di 90 minuti tra Trump e Meloni, oltre alla questione Sala-Iran, si è aggiunto il tema di un contratto da un miliardo e mezzo di euro con SpaceX di Musk; notizia liquidata oggi pomeriggio dalla stessa premier come “semplicemente ridicola”.
Dell’articolo di Bloomberg, però, colpisce un passaggio: “Il governo italiano sta esaminando le alternative all’opzione Starlink di Musk, tra cui la società di costellazione satellitare IRIS2 dell’UE e la costruzione di una propria costellazione satellitare. In entrambi i casi, il costo dei progetti avrebbe superato i 10 miliardi di euro” (contro il meno oneroso 1,5 miliardi di SpaceX).
La cifra esatta è un dettaglio non irrilevante: perché solo i partecipanti alla trattativa possono conoscerla (il precipitoso Musk, futuro esponente dell’amministrazione Trump, ha contribuito a spifferare la notizia?).
Quando piove a Roma, diluvia davvero. Il papocchio della Meloni trumpizzata ha fatto scopa questa mattina con lo scoop di “Repubblica” che ha annunciato le dimissioni di Elisabetta Belloni dal Dis, organismo che coordina le due agenzie dell’intelligence italiana.
Scoop che ha fatto saltare gli otoliti del presidente del Consiglio: prima delle festività natalizie, quando la Belloni aveva presentato le sue dimissioni, anticipando di cinque mesi la scadenza del suo mandato la Ducetta aveva pregato di annunciarle dopo il 15 gennaio. Ma le notizie, si sa, non galleggiano.
E poi da un pezzo si registravano attriti e scazzi dell’ex zarina della Farnesina con il sottosegretario con tanto di delega per i Servizi Segreti, il pio Alfredo Mantovano, e con il direttore dell’Aise, generale Giovanni Caravelli.
Recentemente l’irrilevanza della gran capa delle spie è diventata lampante quando è stata tagliata fuori dalla Meloni in modalità “Qui comando io!” sia sulla scelta di Del Deo come suo vice al Dis, sia sulla nomina a vice direttore dell’Aise del generale Figliuolo, un esperto di logistica del tutto a digiuno di servizi e servizietti, al posto del belloniano Boeri.
Ma secondo un lancio dell’Agenzia Nova “la decisione di dare le dimissioni sarebbe stata presa dopo un diverbio con il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, nato attorno alla vicenda di Cecilia Sala, la giornalista italiana detenuta in Iran.
Stando a quanto riportato da “Il Fatto quotidiano”, alcuni ritardi iniziali da parte dell’intelligence nelle comunicazioni relative all’arresto della giornalista italiana avrebbero infatti complicato la situazione della giornalista italiana”.
Agenzia Nova continua: “Il ministero degli Esteri e i Servizi segreti sarebbero stati informati della sua sparizione sin dal pomeriggio del 19 dicembre, ricevendo poi conferma la mattina del 20 dicembre in seguito a una telefonata di Sala dal carcere di Evin, ma non avrebbero informato il titolare del ministero della Giustizia, Carlo Nordio, che il 20 dicembre sottoscrive la richiesta di mantenere in carcere l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini senza sapere dunque nulla di quanto accaduto alla giornalista italiana”
Essì, il 2025 è cominciato bene per Giorgia Meloni con una calza della befana zeppa di rogne e fallimenti.
(da Dagoreport)

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LA MAGGIORANZA SALTA PER ARIA SULLA QUESTIONE VENETO: DOPO IL NIET AL TERZO MANDATO PER ZAIA DA PARTE DEL MINISTRO MELONIANO CIRIANI (“SARÀ FRATELLI D’ITALIA A ESPRIMERE IL CANDIDATO IN RAGIONE DEL MAGGIOR PESO DI VOTI”) LA LEGA È PRONTA ALLA CORSA IN SOLITARIA IN VENETO

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL CARROCCIO NON PUÒ PERMETTERSI DI PERDERE LA REGIONE-FORTINO TANT’È CHE QUALCUNO AZZARDA L’IPOTESI DI UN ACCORDO CON IL VENETO AL CARROCCIO E LA LOMBARDIA A FDI: COSA NE PENSA FORZA ITALIA?

La Lega non ha gradito il doppio stop di Luca Ciriani sul Veneto e ora pensa seriamente a una corsa solitaria per le regionali. Il segretario e vicepremier Matteo Salvini parla di tante cose ma tace sulla questione e i suoi, in casa di Luca Zaia, hanno preso piuttosto male le dichiarazioni che il ministro di FdI per i Rapporti con il Parlamento ha rilasciato ieri a questo giornale: in sintesi «niente terzo mandato per i governatori» ma soprattutto «sarà Fratelli d’Italia a esprimere il candidato in Veneto in ragione del maggior peso di voti». A concludere, come se non bastasse, il no secco allo slittamento delle elezioni regionali alla primavera del 2026.
È evidente che Ciriani non parli a titolo personale, osservano in molti nella Liga, e che la posizione espressa rappresenti «una linea concordata con la premier Giorgia Meloni».
Per questo, fonti vicine alla Lega Veneta non vanno tanto per il sottile e parlano apertamente di «fastidio» per le parole del ministro, ma soprattutto non fanno più mistero di una possibile scissione dagli alleati, presentandosi alle urne da soli.
La partita che intreccia le sorti del Veneto, del Carroccio e della coalizione di centrodestra, dunque, è triplice.
In primis lo stop al terzo mandato: nel cdm di domani, il governo impugnerà la legge regionale della Campania voluta da Vincenzo De Luca che gli consentirebbe di ricandidarsi per una terza volta. Questo no sbarra la strada al precedente favorevole per Zaia, anche lui interessato a una nuova corsa a governatore, forte del suo oltre 75% di consensi. «È un assist a Schlein e uno sgarbo a noi», commenta qualcuno.
Ma nonostante i tentativi di Matteo Salvini di alzare le barricate per opporsi, il blitz non è riuscito. E qui si apre il secondo fronte caldo: la scelta del candidato per il dopo Zaia che il partito di Giorgia Meloni vorrebbe per sé. «Queste imposizioni che arrivano da Roma, soprattutto al Veneto, non piacciono. FdI non dia ultimatum altrimenti andiamo da soli», dice senza mezzi termini Roberto Marcato, assessore allo Sviluppo Economico di Zaia e a capo della rivolta leghista contro il meloniano. «Abbiamo un esercito di amministratori apprezzati. Non vedo perché spetterebbe a Meloni scegliere – prosegue – Non sempre imporre un nome dall’alto funziona, anzi…». Il riferimento, esplicito, è alla Sardegna. E a chi gli fa notare che la rivendicazione di FdI si baserebbe sugli esiti di politiche ed europee risponde che si tratta di «due campionati diversi.
Le regionali sono un’altra cosa e lo dimostrano anche alcuni sondaggi». Marcato cita i risultati di un’indagine sul gradimento per una coalizione composta da «un tridente»: una lista Zaia, con Mario Conte sindaco di Treviso candidato presidente, una seconda lista Lega e una terza composta da civici autonomisti.
«Questa formazione vincerebbe anche contro il resto del centrodestra», assicura Marcato. E Conte, che dalla sua Treviso si dice «lusingato» di essere stato messo al primo posto nella rosa dei possibili candidati, non smentisce che potrebbe accettare: «Nella Lega siamo tutti pronti, soprattutto chi come me è in prima linea» ma precisa che non è il momento delle bandierine, «come fanno altri».
Quanto alle parole di Ciriani, «apprezzo che abbia svelato le carte rispetto alla posizione del partito, che più che ragionare in coalizione sembra voglia dettare le regole. Ma con gli alleati non si fa così». D’altronde, anche il segretario della Liga Veneta e vice segretario federale Alberto Stefani ha precisato che «le scelte si fanno in squadra» ma se la posta dovesse alzarsi da parte degli alleati «faremo valere al tavolo i nostri 159 sindaci, i nostri 1200 amministratori, le nostre 300 sezioni e i nostri 11mila tesserati: sono la nostra “riserva aurea” che ci permette di affrontare qualsiasi sfida, anche costruendo più liste». Tuttavia si dicono tutti convinti che un eventuale strappo a livello locale non si tradurrebbe necessariamente in una rottura della maggioranza di governo.
Bisognerà attendere che sul punto si esprima anche Forza Italia. Certamente, la Lega non può permettersi di perdere il fortino veneto, tant’è che qualcuno azzarda l’ipotesi di un accordo: «Dividiamoci la torta, il Veneto a noi e la Lombardia a FdI».
(da La Stampa)

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L’ULTIMO SONDAGGIO IN VISTA DELLE PROSSIME ELEZIONI TEDESCHE: POPOLARI DI CDU-CSU AL 31% AFD AL 21,5%, SPD DEL CANCELLIERE USCENTE, OLAF SCHOLZ, AL 15,5%, I VERDI CRESCONO AL 13,5 %

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

I LIBERALI AL 4%, SOTTO LA SOGLIA DI SBARRAMENTO

Il sondaggio della BIld per le prossime elezioni tedesche, il primo del 2025, segna un quadro ancora in evoluzione, ma in cui conducono i conservatori di Cdu e Csu con il 31%, uniche forze stabili rispetto ai rilevamenti di fine 2024.
Seguono gli estremisti di AfD al 21,5%, in crescita di un punto.
La Spd del cancelliere uscente si ferma al 15,5% (-1% rispetto a fine anno) e a 13,5% i Verdi (in crescita di un punto e mezzo).
La Fdp recupera invece qualcosa e si assesta intorno al 4%, è dunque ancora lontana la soglia per entrare in parlamento del 5.
Si ferma al 3% la Linke (perde così un punto), in calo anche il Bsw di Sahra Wagenknecht, dato al 6,5%, mezzo punto in meno.
(da agenzie)

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ORRORE IN LIBIA, DECINE DI MIGRANTI RAPITI PER RISCATTO A KUFRA. IL CASO DI NAIMA JAMAL, TORTURATA E OSTAGGIO DEI TRAFFICANTI: “LA TRATTA DEGLI SCHIAVI E’ ANCORA VIVA”

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

TRAFFICANTI FAVORITI DAI RESPINGIMENTI CHE I PAESI OCCIDENTALI FINANZIANO COSI’ RADDOPPIANO LE RICHIESTE DI RISCATTO

L’organizzazione Refugees in Libya ha denunciato su X un nuovo drammatico sequestro di migranti nella città libica di Kufra, dove decine di persone sono state rapite dai trafficanti e sottoposte a torture per estorcere un riscatto.
Tra le vittime c’è Naima Jamal, una giovane etiope di 20 anni, rapita a maggio 2024 poco dopo il suo arrivo in Libia. Da allora, la sua famiglia è stata tormentata con richieste di denaro sempre più alte e telefonate cariche di terrore. L’ultima richiesta dei sequestratori ammonta a 6.000 dollari.
Questa mattina, i trafficanti hanno inviato alla famiglia di Naima un video in cui la giovane viene torturata. Le immagini, ricevute con sgomento, testimoniano la brutalità della rete della tratta in Libia. Ma Naima non è sola. In un’altra foto inviata insieme al video, si vedono oltre 50 persone sequestrate, trattate come merce in attesa di essere vendute.
A denunciare la situazione è David Yambio, attivista e sopravvissuto alla tratta, che in un duro messaggio ha descritto l’orrore di ciò che sta accadendo. «Questa è la realtà della Libia oggi. Chiamarla caotica o senza legge sarebbe un eufemismo. È una macchina costruita per ridurre i corpi neri in polvere. I trafficanti calcolano il valore di un uomo dalla forza delle sue braccia, di una donna dalla curva della sua schiena, di un bambino dal numero degli anni che potrà ancora servire».
Il caso di Naima è solo uno dei tanti. La Libia è diventata un cimitero per i migranti africani, un luogo in cui la disumanizzazione delle persone nere non è né nascosta né condannata. I trafficanti operano alla luce del sole, protetti dall’impunità e dall’indifferenza della comunità internazionale.
Yambio denuncia anche il ruolo delle politiche migratorie occidentali: «La Libia è l’ombra dell’Europa, la verità taciuta della sua politica migratoria: un inferno costruito dal razzismo arabo e alimentato dall’indifferenza europea. Lo chiamano controllo delle frontiere, ma è crudeltà mascherata da burocrazia».
Il riscatto richiesto per Naima è il prezzo della sua vita, ma anche il prezzo dell’indifferenza globale di fronte a questa tragedia. Per molte vittime, pagare il riscatto non significa ottenere la libertà, ma solo rientrare in un ciclo di sfruttamento e sofferenza senza fine.
Il destino di Naima e degli altri ostaggi a Kufra è ancora incerto. Le loro famiglie affrontano una lotta disperata: trovare i soldi richiesti dai trafficanti o rischiare di non rivedere mai più i propri cari.
La tratta degli schiavi è ancora viva in Libia. Si alimenta del silenzio delle nazioni, dell’impunità dei trafficanti e di un razzismo sistemico che continua a disumanizzare le vite nere. Come scrive Yambio, «questa non è un’eccezione. È un passato che non è mai finito».
Commenta don Mattia Ferrari, cappellano della Mediterranea Saving Humans: «Oggi, festa dell’Epifania, abbiamo ricevuto un terribile video dalla Libia. Naima Jamal è tra le decine di vittime della moderna tratta degli schiavi in Libia. Naima Jamal, una donna etiope di 20 anni di Oromia, è stata rapita poco dopo il suo arrivo in Libia nel maggio 2024. Da allora, la sua famiglia è stata sottoposta a enormi richieste da parte dei trafficanti di esseri umani, le loro chiamate sono cariche di minacce e crudeltà, le loro richieste di riscatto aumentano e cambiano con il passare delle settimane».
L’ultima richiesta: «6.000 $ per il suo rilascio. Questa mattina, i trafficanti hanno inviato un video di Naima torturata. Il filmato mostra l’inimmaginabile brutalità delle reti di trafficanti libiche. Naima non è sola. In un’altra immagine inviata insieme al video, si possono vedere oltre 50 altre vittime, i loro corpi incatenati, in attesa di essere messi all’asta come merci in un mercato che non ha posto nell’umanità ma prospera in Libia, anche grazie ai respingimenti che l’Italia e l’Europa finanziano».
(da agenzie)

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PERCHE’ ELISABETTA BELLONI SI DIMETTE DA DIRETTORE DEL DIS?

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

PD E AZIONE ALL’ATTACCO DEL GOVERNO: “C’E’ UN NESSO CON L’ASSEGNAZIONE DEL CONTRATTO DA 1,5 MILIARDI A MUSK”

Fonti accreditate confermano all’ANSA l’addio anticipato di Elisabetta Belloni all’incarico di direttore del Dis. L’ambasciatrice sarebbe scaduta nel prossimo maggio.
La decisione sarebbe stata comunicata da Belloni all’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano. L’ambasciatrice avrebbe smentito che la scelta di lasciare l’organismo che coordina le due agenzie di intelligence sia legata all’assunzione di un nuovo incarico in un’altra istituzione.
“La presidente Meloni sì è spinta molto più in là delle più pessimistiche previsioni. È il caso che riferisca in Parlamento, e chiarisca alla Nazione, le ragioni per cui la tutela della tanto amata sovranità nazionale dovrebbe essere affidata a un privato cittadino americano dalle cui imprese satellitari dovrebbero dipendere alcuni servizi di telecomunicazioni crittografate e, in particolare, quelle relative alle forze armate.
Il contratto da 1,5 miliardi fra lo Stato italiano e la società SpaceX non si capisce da chi è stato deliberato, approvato e autorizzato. Siamo di fronte alla nuova frontiera dell’antieuropeismo, accantonato da Meloni il tempo necessario per spedire Fitto alla Commissione?
Il sistema Iris2, sistema pubblico europeo, e dunque sotto il controllo dei governi, può rendere servizi di qualità non inferiore, così assicurano gli esperti del settore. Come si può credere a Bruxelles che l’Italia vuole una difesa europea dopo un atto simile come il contratto con SpaceX?
Mi chiedo se esista un legame fra le dimissioni di Elisabetta Belloni, dalla guida del Dis, e la notizia del contratto da 1,5 miliardi di euro con Elon Musk”. Lo scrive in una nota Osvaldo Napoli, della segreteria nazionale di Azione.
Enrico Borghi Pd: “Primi effetti politici di una cenetta con proiezione in quel della Florida”
Primo: il ministro degli Esteri italiano lasciato all’oscuro di tutto, e messo da parte come un maggiordomo silente.
Secondo: il portavoce di una azienda straniera diventa il punto di riferimento del governo sovranista italiano, che si compiace dello status affibbiatogli senza accorgersi della trasformazione in succursale.
Terzo: come conseguenza, si prenota un assegno da staccare da parte del governo italiano a favore del nuovo leader americano (i leader democristiani andavano negli States a incassare gli assegni, oggi evidentemente si è invertito il flusso…);
Quarto: incidentalmente, filtra la notizia che il capo dei servizi segreti italiani si è dimesso. Tu chiamale, se vuoi, emozioni da resort
(da agenzie)

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INSEGNANTI DI TORINO ARRESTATI LA VIGILIA DI NATALE IN BULGARIA: “IN CELLA 24 ORE PER AVER SALVATO TRE PERSONE MIGRANTI”

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

COLPEVOLI DI AVER SOCCORSO TRE GIOVANI STREMATI IN IPOTERMIA IN UN BOSCO… DI FRONTE A QUESTI ABUSI, IL MINISTRO DEGLI ESTERI TAJANI NON INTENDE INOLTRARE UNA PROTESTA UFFICIALE AL GOVERNO BULGARO?

«Arrestati per aver salvato vite umane». Inizia così il lungo post-denuncia di un insegnante di Torino, Simone Zito, che il 24 dicembre è stato arrestato in Bulgaria – assieme alle colleghe Lucia Randone e Virginia Speranza – per aver soccorso alcuni migranti.
I tre, che fanno parte del «Collettivo Rotte balcaniche», una organizzazione non governativa che opera nei Balcani, avevano approfittato delle vacanze natalizie per andare in Bulgaria a fare volontariato.
«Dopo 40 ore di viaggio e 12 ore fermi in Croazia per via di un ingorgo epico, a poche ore dal nostro arrivo riceviamo una richiesta di soccorso – racconta -. È il 24 dicembre pomeriggio. Tre ragazzi marocchini sono stremati nel bosco, uno è ormai semi-incosciente e in iniziale stato di ipotermia».
In quindici minuti «prepariamo cibo, vestiti, acqua, the caldo, mantelline termiche e borsa di primo soccorso», si legge nel post. «Facciamo lunghi giri in strade sconnesse e a tratti pericolose. L’intento è evitare di essere fermati dalla polizia di confine che nella migliore delle ipotesi ci fermerebbe per ore facendoci perdere tempo prezioso o ci impedirebbe di recarci sul posto (questo accadrà due giorni dopo causando la morte di almeno tre adolescenti). Troviamo rapidamente i tre ragazzi – continuano -, uno è in condizioni gravi, gli altri due sembrano stare meglio. C’è il terrore nei loro occhi quando diciamo che per chiamare l’ambulanza e salvare il loro amico, arriverà sicuramente la polizia bulgara. Ci vuole molto tempo per rassicurarli che, grazie alla nostra presenza, non verranno picchiati, ma condotti in un centro di detenzione per due settimane e poi in un campo aperto dove sarà loro possibile chiedere asilo in Bulgaria».
«Un agente cerca di intimidirci chiedendo i passaporti»
Venti minuti dopo la chiamata al 112, arriva la polizia di confine: «Dopo aver urlato e intimidito i presenti, ci viene chiesto di andare verso la loro auto. Lì, aspettiamo per 3 ore sotto pioggia e neve: i tre ragazzi sono esausti e assiderati, faticano a camminare, scarpe e giacche sono zuppi d’acqua. Ci chiedono insistentemente di non lasciarli da soli con la polizia. Sono ancora molto spaventati. Chiediamo alla polizia di confine se almeno il ragazzo in condizioni più critiche possa ripararsi nella loro macchina. Non trema per il freddo, sembrano quasi convulsioni. Il poliziotto ci risponde sorridendo che non fa freddo e ci provoca dicendo che se ci teniamo possiamo dargli una delle giacche che stiamo indossando».
E poi ancora: «Un agente cerca di intimidirci chiedendo i passaporti, che come sappiamo non sono necessari. Le carte d’identità verranno richieste più volte durante le successive 3 ore. Dopo una lunga attesa finalmente arriva un’ambulanza e fa un rapido controllo medico a tutti, ma se ne va presto vuota». Durante l’attesa, le condizioni del ragazzo ferito peggiorano, «contrae il volto in espressioni di dolore intenso – continua il racconto -: ha i piedi con piaghe e congelati, quindi glieli puliamo, disinfettiamo e mettiamo delle bende prima di indossare calzini asciutti. Due di noi per ore staranno fisicamente attorno, abbracciandolo cercando di non far scendere la sua temperatura. Le barrette energetiche vengono distribuite più volte. I telefoni dei tre ragazzi vengono presi dalla polizia di confine».
L’arresto
Dopo lunghe ore di angoscia, tensione e gelo, un ufficiale della polizia bulgara comunica ai tre insegnanti che saranno arrestati. «Arriva una terza auto della polizia di confine con un agente presentato come ‘il capo’. Ci comunica che saremo in stato di arresto per 24 ore – precisa il docente -. Perquisiscono a fondo la nostra auto senza trovare nulla di interessante. Due di noi vengono ammanettati. Condotti alla stazione di polizia di Malko Tarnovo veniamo reclusi in una stanza spoglia, molto sporca e con la finestra senza infissi e, quindi, impossibile da chiudere». Due di loro vengono interrogati, ma gli agenti non rilasciano alcun verbale. «Vogliono sapere chi ci dà le informazioni, se siamo una organizzazione e molte altre cose. Le condiscono con intimidazioni tipo: “Qui in Bulgaria sappiamo come far tornare la memoria”, minacce di arresti per traffico illegale di migranti e provocazioni becere tipo: “Voi aiutate? Bene aiuta me, dammi cibo, dammi dell’acqua ora!” oppure “Voglio una macchina, perché non mi regalate una macchina?”. Ci chiedono di lasciare le impronte digitali e la foto segnaletica, ma ci rifiutiamo. Il fatto che non ci abbiano obbligato e che usciremo da quella caserma senza averle date, ci fa pensare che sia l’ennesimo abuso di un potere esecutivo sempre più indisciplinato alla legge (oltre che, neanche a dirlo, alla giustizia)», afferma Zito.
La permanenza nel carcere bulgaro e la liberazione
Il racconto si sposta sulla difficile permanenza all’interno del carcere: «Cerchiamo di dormire per terra e su sedie puzzolenti. Quando chiediamo di andare in bagno ci portano in un sotterraneo. C’è un largo corridoio buio e spoglio con ai lati una decina di lastre di ferro chiuse con pesanti lucchetti. Capiamo solo dopo che, verosimilmente, sono i luoghi dove vengono reclusi i migranti. Le ‘porte’ ci colpiscono perché non hanno una maniglia, né uno spioncino, solo una lastra pesante di metallo leggermente convessa. Cerchiamo di allontanare il pensiero di quello che può accadere in quei luoghi quando non ci sono testimoni. Arrivati al fondo del corridoio il poliziotto fa un sorriso e ci indica una porta. Aperta, troviamo uno sgabuzzino mefitico con piscio e merda ovunque. Un secchio a lato del WC rotto che tracima di carta e fazzoletti sporchi pieni di feci. Quell’espressione sul volto del poliziotto stona proprio, è la seconda volta che sorridono facendo qualcosa di crudele. Tornando dal bagno siamo ‘felici’ di vedere i tre ragazzi marocchini spaventati, infreddoliti ma nella stessa stazione di polizia. Siamo ormai praticamente certi siano ‘salvi’». Il mattino seguente, 25 dicembre, i tre vengono liberati: «Ci chiedono di firmare dei fogli in bulgaro ma ci rifiutiamo. Siamo abbastanza sicuri di aver salvato stanotte tre persone e di aver dovuto fare un po’ di galera per questo. Oggi, in Europa, va così».
(da La Stampa)

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