Destra di Popolo.net

ELLY SCHLEIN CONTRO L’ACCORDO DELLA MELONI CON MUSK PER SPACE X: “L’ITALIA NON SI SVENDE”

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

CALENDA: “NON SI PUO’ METTERE LA NOSTRA SICUREZZA NELLA MANI DI UN PAZZO FUORI CONTROLLO”… CONTE: “NE VA DELLA SICUREZZA DELLA NOSTRA NAZIONE, DELLE NOSTRE AZIENDE E DELLA IDENTITA’ PERSONALE DEGLI ITALIANI”

Elon Musk è pronto «a fornire all’Italia la connettività più sicura e avanzata!». Lo scrive su X lo stesso imprenditore dopo le indiscrezioni lanciate da Bloomberg su un possibile accordo tra lo Stato italiano e SpaceX per la fornitura di servizi avanzati di sicurezza nelle telecomunicazioni per un valore di 1,5 miliardi di euro.
Secondo l’agenzia di stampa economico-finanziaria, l’intesa – della durata di 5 anni – avrebbe già ricevuto l’approvazione dei servizi segreti italiani e del ministero della Difesa.
Le reazioni delle opposizioni
Dura la reazione della segretaria del Pd Elly Schlein alla notizia del presunto accordo per Starlink: «Non pensi di cavarsela con qualche riga affidata alle agenzie di stampa e ai giornali amici. Giorgia Meloni e il suo governo vengano immediatamente a riferire in Parlamento sulle trattative con Musk. Se 1.5 miliardi di soldi degli italiani per portare i satelliti del miliardario americano nel nostro Paese è il prezzo che dobbiamo pagare per la sua amicizia noi non ci stiamo, l’Italia non si svende».
Critico anche il leader di Azione Carlo Calenda: «Trovo estremamente pericoloso siglare contratti con Starlink mettendo pezzi della nostra sicurezza in mano ad un pazzo sempre più fuori controllo, che si intromette puntualmente e violentemente nelle questioni europee di politica interna. C’è un ruolo di ponte che il Governo italiano può svolgere tra Usa e Ue, a patto che non dimentichi la sua appartenenza all’Europa».
Mentre per Giuseppe Conte (M5s) «i “patrioti” al Governo stanno mettendo la nostra sicurezza nazionale nelle mani di Musk alla modica cifra di 1,5 miliardi pubblici? Alla Presidente Meloni e a tutto il Governo chiediamo immediata trasparenza di fronte al Parlamento sulle insistenti indiscrezioni di stampa di queste ore. Si tratta di questioni della massima rilevanza: tutela delle nostre aziende, protezione dei dati personali, della privacy, della identità personale, cybersicurezza. E tante altre questioni che coinvolgono direttamente la qualità dei nostri processi democratici. Tutto questo può essere deciso sulla base di rapporti personali tra la nostra Premier e uno degli aspiranti padroni del mondo?», conclude.
(da agenzie)

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“SE DA MOSCA LA RAI HA TUTTE QUESTE RETICENZE, NON SAREBBE MEGLIO CHIUDERE LA SEDE?”: ALDO GRASSO SGANCIA LA BOMBA SU LIANA MISTRETTA, CORRISPONDENTE DELLA RAI DA MOSCA, E FA UN CONFRONTO IMPIETOSO CON LA BBC

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

“IL TG2 SEMBRA TORNATO AI TEMPI DELLE CORRISPONDENZE DA MOSCA DI MARC INNARO, QUANDO SI SOSTENEVA LA TESI PUTINIANA DELL’ALLARGAMENTO A EST DELLA NATO COME CAUSA SCATENANTE DELL’INVASIONE IN UCRAINA”

Nel primo si dà conto del discorso di fine anno di Putin con toni e immagini agiografiche. «“Tutto andrà bene, tutto andrà avanti”, afferma Putin fiducioso», dice Mistretta.
Si parla dei primi venticinque anni di potere di Putin che, a proposito della guerra contro l’Ucraina, non fa nessun riferimento alla pace ma omaggia i militari al fronte: «Veri eroi che garantiscono pace e sicurezza al Paese».
Nel secondo, vengono intervistate persone per strada nelle cui risposte si colgono timori, incertezze e un gran desiderio che la guerra finisca. Commenta Rosenberg: «Mentre la Russia entra nel nuovo anno, la mia impressione generale è questa: quando ero uno studente a Mosca nel 1989-1990, ricordo che c’erano molte persone allora che credevano di avere il potere di cambiare le loro vite, di cambiare il loro Paese in meglio. Adesso tutto questo è finito. Che sia per paura o per fatalismo o perché ci sono ancora molte persone che credono nella narrazione degli eventi fatta dai media di Stato, molti russi vogliono lasciare all’uomo al comando le decisioni sul loro futuro».
Il Tg2 sembra tornato ai tempi delle corrispondenze da Mosca di Marc Innaro, quando si sosteneva la tesi putiniana dell’allargamento a Est della Nato come causa scatenante dell’invasione in Ucraina.
Eppure quando Mosca aveva ordinato l’arresto della bravissima Stefania Battistini, accusata di essere entrata illegalmente nella regione di Kursk, Viale Mazzini aveva reagito con durezza [Se da Mosca la Rai ha tutte queste reticenze, non sarebbe meglio chiudere la sede?
Aldo Grasso
per il “Corriere della Sera”

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TELE-MELONI È UNA REALTÀ, LO DICONO I NUMERI: LA DUCETTA SPADRONEGGIA NEI TELEGIORNALI DI TUTTE LE RETI

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

NEI MESI DA GENNAIO A NOVEMBRE 2024 HA POTUTO CONTARE SU QUASI 15 ORE DI TEMPO DI PAROLA, IL DOPPIO DI MATTARELLA… SUL SOLO TG5 LA LEADER RACCOGLIE OLTRE 4 ORE (IN CONFRONTO IL TG1 È LA BBC). E SKYTG24 FA PURE PEGGIO

Sul perché il consenso della premier non scenda parallelo alle deficienze del governo e ai litigi in maggioranza ampia sarebbe la ricerca. Una volta gli imputati erano i media e la tv, oggi si tende, non del tutto a ragione, a ridimensionarli.
Per cercare lumi abbiamo ripescato i dati Agcom degli ultimi due anni e i risultati ci dicono che siamo alle solite: la tv conta, nel bene o nel male, di più o di meno, ma conta. Analizzando i mesi da gennaio a novembre del 2024, esclusi aprile e maggio per i quali mancano i tempi di parola dei politici, emerge che Meloni gode di un parlato dilatato oltremisura rispetto agli altri leader.
La Presidente spadroneggia: nei tg realizza quasi 15 ore di tempo di parola, cifra con la quale doppia, triplica e quadruplica le distanze dagli altri. Mattarella di ore ne ha la metà, Schlein ancora meno, a Conte vanno 4 ore, non parliamo di Bonelli, Calenda e Renzi cui vanno circa 40 minuti per ciascuno, o di Fratoianni che per i tg è un semiclandestino (17 minuti per nove mesi esaminati nel 2024!). Va invece di lusso a Tajani che con 8 ore è subito dopo Meloni quanto a visibilità nei tg (ma ci sarà o no un rapporto con la ripresa elettorale di F.I.?).
C’è da aggiungere un paio di cose: che sempre nei tg Meloni quasi eguaglia Draghi degli stessi mesi del 2021, quando però il paese lottava contro il Covid, con tutta l’informazione centrata su superMario, e che una buona metà del vantaggio Meloni la riceve in omaggio dal Tg5, il secondo tg più seguito, al confronto del quale il fazioso Tg1 sembra la BBC.
Infatti delle 15 ore totali di parlato di cui Meloni come detto gode, sul solo Tg5 la leader ne raccoglie oltre 4, quantità abnorme se guardiamo all’ora o poco più concessa a Mattarella o a Schlein, ai tre quarti d’ora a Conte.
Sembra impossibile ma SkyTg24 riesce a fare pure peggio: Meloni qui si mangia quasi tutto il parlato, tre volte il tempo di Schlein, nove volte quello di Conte; il governo si avvantaggia anche della formidabile copertura che il tg offre a Tajani, Salvini, Crosetto, Piantedosi, Nordio e compagnia governando, nonché della cancellazione (quasi) degli altri leader della minoranza, Renzi compreso.
A questo punto piuttosto che soffermarci sui talk, che questo vantaggio lo moltiplicano e lo amplificano, è più interessante guardare al 2023 dove l’esposizione di Meloni fu ancora più sfacciatamente sbilanciata a suo favore. Ma la cosa davvero sorprendente è che, addirittura, ella fa meglio dello stesso Conte nell’anno del lockdown, mentre giunge solo ad una spanna dal lanciatissimo Renzi del 2015 (22 ore e mezza contro 23 ), cioè dal politico che fece della tv la sua arma più forte.
Insomma nel primo biennio la premier si è garantita sui tg e sulle reti grazie alla compiacenza di reti pubbliche e private una presenza in voce da record. Un primato insospettabile forsanche da chi ripete che la tv ormai non conta. Intanto la riforma Rai langue: più che ‘incardinata’, incatenata. Di quella del sistema tv, poi, nemmeno a parlarne.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ELISABETTA BELLONI “È PRONTA A LASCIARE IL DIS: LA CAPA DEI SERVIZI AVREBBE GIÀ PARLATO CON GIORGIA MELONI E ALFREDO MANTOVANO DELLA SUA SCELTA

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

PERCHÉ MOLLARE PROPRIO ORA, IN UN MOMENTO IN CUI L’INTELLIGENCE È IMPEGNATA IN UNA DIFFICILE TRATTATIVA PER LA LIBERAZIONE DI CECILIA SALA? C’ENTRA QUALCOSA IL RAPPORTO CON MANTOVANO, “ASSAI MENO FLUIDO DI QUELLO, MOLTO STRETTO, CON GIORGIA MELONI”?

Elisabetta Belloni è pronta a lasciare la guida del Dis. La decisione è stata anticipata ad alcuni amici durante il mese di dicembre. E pochissimi giorni prima di Natale è stata spiegata personalmente a Giorgia Meloni, durante una riunione riservata a cui ha preso parte anche Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla Presidenza con la delega ai servizi.
Una scelta improvvisa. Che anticipa di alcuni mesi la naturale scadenza del suo mandato — prevista per il prossimo maggio — al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, l’organo che coordina l’attività del comparto. Nel futuro di Belloni, si apprende, ci potrebbe essere un incarico tecnico di primo piano al fianco della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ma lei smentisce subito,
Il rapporto tra Meloni e l’ambasciatrice si è a lungo caratterizzato per essere stato molto stretto. Di stima reciproca e collaborazione. Assai meno fluido, invece, quello con Mantovano, soprattutto nell’ultima fase.
L’incarico scadrebbe infatti poco prima dell’estate ed è frutto di una proroga di un anno decisa dall’attuale presidente del Consiglio nel 2024. La richiesta di Belloni, però, è stata quella di lasciare l’incarico prima della fine dell’anno. Una tempistica che sarebbe coincisa con la scadenza dell’altro incarico ricoperto contestualmente dalla direttrice, quello di sherpa del G7 per l’Italia durante l’anno di presidenza: un impegno concluso lo scorso 31 dicembre. Dopo un confronto con Meloni e Mantovano, i tre hanno però deciso di posticipare l’annuncio alla ripresa dei lavori: dovrebbe accadere nei giorni immediatamente successivi all’Epifania.
Una richiesta, quella di far slittare di due o tre settimane l’avvicendamento alla guida del Dis, che sarebbe partita dalla presidente del Consiglio. Necessaria, a suo avviso, per ridurre l’impatto della notizia. E quindi, per garantirsi un po’ di respiro nella scelta del prossimo direttore. Tra i nomi in pole per la guida del dipartimento, è circolato quello di Bruno Valensise, già vice al Dis e oggi direttore dell’Aisi. Un’opzione che aprirebbe però un tema di successione al vertice dei servizi interni.
Romana, sessantasei anni, una carriera spesa soprattutto al ministero degli Esteri, muove i primi passi come incaricata nella direzione degli affari politici, poi a Vienna alla rappresentanza diplomatica presso le organizzazioni internazionali, quindi all’ambasciata d’Italia a Bratislava.
Nel 2004 il primo salto, decisivo: diventa capo dell’Unità di crisi della Farnesina. Un incarico che ricopre per quattro anni e diventa figura nota anche al di fuori del corpo diplomatico.
Da quel momento, è un crescendo: direttore generale per la cooperazione allo sviluppo, quindi per cinque anni (2016-2021) segretario generale della Farnesina, voluta da Paolo Gentiloni. Mario Draghi, appena diventato presidente del Consiglio, la chiama a dirigere il Dis. Un ruolo che Meloni le conferma. Aggiungendo anche quello di sherpa del G7 italiano, non senza polemiche sull’opportunità del doppio incarico, di intelligence e diplomatico.
Il suo nome è però circolato spesso anche per ricoprire incarichi politici e istituzionali. Il caso più recente è quello della successione di Raffaele Fitto al super ministero del Pnrr. Una decisione non gradita ad Antonio Tajani, che puntava a garantire a Forza Italia quella casella (alla fine rimasta comunque ai meloniani con Tommaso Foti)
Ma l’episodio più eclatante è quello della corsa a Presidente della Repubblica, nell’inverno del 2022: dopo l’uscita di Draghi dalla rosa dei nomi per il Colle, Belloni diventa il profilo su cui convergono diversi leader nel corso delle ore più intense della trattativa.
La sostengono apertamente Giuseppe Conte e Matteo Salvini, è pronta al via libera anche Meloni e si spende per lei anche una parte del Pd. Matteo Renzi, e assieme a lui un’altra fazione del Pd, frena l’ascesa. Sarà rieletto Sergio Mattarella.
(da Repubblica)

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AUSTRIA, LASCIA IL CANCELLIERE NEHAMMER, PROSPETTIVA DI UN GOVERNO TRA SOVRANISTI E POPOLARI

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

ALLE PORTE DELL’ITALIA UN GOVERNO RAZZISTA E FILOPUTINIANO

Tre mesi di tentativi di formare un governo senza l’ultradestra del Partito della Libertà (FPÖ) non sono serviti a nulla. E ora l’Austria potrebbe virare verso un governo a tutta destra. La svolta che fa seguito alle elezioni dello scorso 29 settembre è maturata nel weekend. Ieri il Cancelliere uscente e leader dei conservatori dell’ÖVP Karl Nehammer si è dimesso da entrambi gli incarichi, affermando di non voler più essere d’intralcio dopo che i negoziati da lui condotti con altre forze parlamentari per formare un nuovo governo hanno portato in un vicolo cieco. Un’intesa “al centro” con i liberali di Neos e gli storici rivali socialdemocratici dell’SPÖ si è rivelata impossibile. Il presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen (proveniente dalle file dei Verdi) ha preso atto delle dimissioni di Nehammer e oggi ha annunciato la svolta: domani stesso incontrerà il leader dell’FPÖ Herbert Kickl, ha detto Van der Bellen in una conferenza stampa. Questione di realismo. «Le voci all’interno dell’ÖVP che escludevano la cooperazione con l’FPÖ sotto Herbert Kickl si sono decisamente affievolite. Questo significa che potrebbe aprirsi un nuovo percorso che fin qui non esisteva», ha spiegato il presidente austriaco.
Cosa vuole e perché ha vinto l’FPÖ
C’è da giurare che al quartier generale dell’FPÖ già siano volati i tappi delle bottiglie. L’ultradestra che tra gli anni ’90 e i primi 2000 fu guidata dal neonazista Jorg Haider aveva trionfato alle elezioni generali di settembre raccogliendo un clamoroso 29,2% dei voti, davanti ai due storici partiti di centrodestra e centrosinistra. «I risultati non potevano essere più chiari. Ora siamo pronti a guidare un governo», disse quella sera stessa Kickl, sfidando gli altri partiti ad evitare strani escamotage per sbarrargli la strada. L’FPÖ ha vinto quella tornata elettorale dopo una dura campagna elettorale all’insegna dello slogan “Fortezza Austria”. La ricetta proposta è quella della chiusura totale agli immigrati, compresa la sospensione del diritto d’asilo e la deportazione degli «stranieri non invitati». Da sempre vicino a quello di Vladimir Putin, il partito propugna inoltre la sospensione delle sanzioni imposte dall’Ue contro la Russia per la guerra in Ucraina. E nella sua compagine continuano a fare capolino personaggi e temi neonazisti. Van der Bellen deve aver masticato amaro, ma dopo tre mesi non ha avuto scelta se non quella di annunciare l’apertura di un possibile «nuovo percorso».
(da agenzie)

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IL PREMIER CANADESE JUSTIN TRUDEAU POTREBBE DIMETTERSI GIÀ OGGI: TROPPO FORTE LA SPACCATURA ALL’INTERNO DEL SUO PARTITO LIBERALE DOPO LE DIMISSIONI DELLA VICE, CHRYSTIA FREELAND

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO I MEDIA LOCALI, IL PRIMO MINISTRO POTREBBE LASCIARE NELLE PROSSIME 24 ORE… SE COSÌ FOSSE, IL PARTITO LIBERALE DOVREBBE TROVARE UN NUOVO LEADER A POCHI MESI DALLE ELEZIONI LEGISLATIVE, PREVISTE PER OTTOBRE

Secondo i media locali, il premier canadese Justin Trudeau sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni già in giornata, schiacciato dal forte dissenso all’interno del suo stesso partito liberale.
I quotidiani nazionali The Globe and Mail e The Toronto Star hanno riferito che fonti interne al partito liberale di Trudeau si aspettano le dimissioni prima del suo caucus nazionale di mercoledì. Le fonti riengono che l’annuncio possa arrivare già nelle prossime 24 ore.
La partenza di Trudeau potrebbe lasciare il partito senza un leader a pochi mesi dalle prossime elezioni legislative, previste per la fine di ottobre. Non è chiaro se il 53enne rimarrà come leader ad interim del suo partito, visto che la sua popolarità è crollata negli ultimi mesi, con il suo governo che è sopravvissuto con margine ridotto a una serie di voti di sfiducia.
(da agenzie)

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IL FILMINO DI DONALD TIPO BERLUSCONI E LE OLGETTINE

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

IL DOCUMENTARIO PROPINATO AGLI INVITATI

Donald come Silvio. La cena, le luci, le chiacchiere, i marmi, le statue. E poi la fregatura del documentario. Perché a cena mangiano gli ospiti, mentre nel dopocena (direbbe lo psicanalista) a mangiare è solo il Capo, Il Sultano, il Tycoon, chiamatelo come vi pare, che si nutre del proprio narcisismo attraverso lo sguardo (la pazienza, la sudditanza, la pena) degli ospiti. I quali sono obbligati a ammirare le portate del privatissimo pasto, a esclamare: “Ohhh!”, “Ahhh!” a ogni scena e se del caso a battere le mani.
Povera Meloni. Due ore, su cinque di trasferta, inchiodata sui divani di Mar-A-Lago a sorbirsi The Eastman Dilemma che poi sarebbe il resoconto del Grande Complotto contro il popolo, contro la Nazione, contro la Giustizia americana.
Colpevoli questa volta non i satanisti di Hillary Clinton e neppure gli haitiani che arrostiscono i cani e i gatti dei vicini di casa. Ma i giudici progressisti che sanzionano gli avvocati dei conservatori, condannano le loro ragioni, puniscono i loro clienti. Mentre concedono ingiusta clemenza alle élite progressiste, gli odiati radical e i loro privilegi. Complotto perfezionato ai danni di Trump (uno a caso) per avergli negato la vittoria elettorale del 2020, determinando il sopruso di Joe Biden, oltre che l’assalto al Campidoglio dei patrioti a loro volta processati, tormentati, condannati. Meno male che sarà Trump (uno a caso) a salvarli tra qualche giorno, tra qualche ora. Quando anche Sleepy Joe avrà sgomberato la stanza ovale.
Silvio buonanima usava le Olgettine. Le schierava sui divani come i peluche, a sorbirsi i documentari dedicati alla sua vita, alle sue ville, ai suoi discorsi, ai suoi 5 mila cactus.
Ma era la solita vecchia commedia all’italiana con il finale scontato e scollacciato. Qui siamo in un altro film, recitato nei saloni della nuova America suprematista, che, a fine documentario, allestirà la sua tragedia. E incidentalmente la nostra.
(da agenzie)

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MELONI FA UN REGALO ALLE ASSICURAZIONI: RISARCIMENTI TAGLIATI

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

LA NUOVA TABELLA NAZIONALE: PIU’ PROFITTI

Da questo governo le assicurazioni stanno ricevendo molti doni: dall’assicurazione obbligatoria per le calamità naturali, al regolamento sulle polizze per la responsabilità civile sanitaria, fino alla stipula forzata di polizze salute che la popolazione più o meno abbiente deve contrarre per sopperire alla crisi della sanità pubblica accelerata dallo stesso esecutivo.
Da ultimo, il 25 novembre 2024 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il regolamento sulla Tabella Unica Nazionale del danno biologico (T.U.N.) redatto dal ministero delle Imprese e del made in Italy, che stabilisce il valore pecuniario da attribuire a ogni singolo punto di invalidità permanente per le macrolesioni (invalidità tra dieci e cento punti) e il parametro monetario per liquidare i giorni di invalidità temporanea.
Questa tabella sarà usata per i sinistri stradali e per la responsabilità medico-sanitaria, ma non stupirebbe se una parte della magistratura, che non concepisce la tutela risarcitoria integrale dei danneggiati come priorità, la estendesse agli altri settori. Si tratta del frutto di una lunga storia di favori alle assicurazioni, che inizia con Amato e Letta junior nel 2001, prosegue con Berlusconi, incontra sulla sua strada Monti, Renzi e Draghi per approdare a Meloni &C.
Nel 2002 e negli anni successivi il progetto della tabella fu presentato come necessario per sopperire alle differenze tra i tribunali: agli inizi del millennio ciascuno operava con proprie “tariffe” risarcitorie. In realtà fin dal principio l’intento fu quello di risarcire di meno anche nei casi più gravi, ossia per le menomazioni dal 10% di invalidità permanente in su. Sennonché da almeno il 2011 la tabella elaborata dal Tribunale di Milano, pur non brillando sul piano tecnico, aveva risolto il problema della disparità di trattamento, essendo assurta, su indicazione della Cassazione, a tabella applicata dai giudici a livello nazionale.
Di una tabella di legge, dunque, non si avvertiva più alcuna necessità, salva l’ipotesi di una tabella tecnicamente migliore e più giusta verso i danneggiati rispetto a quella ambrosiana. Tuttavia, secondo quanto emerge dal testo ufficioso che sta circolando in attesa dell’emanazione del relativo decreto, la tabella approvata dal governo non possiede queste qualità. Primo perché dal punto di vista tecnico presenta una curva di progressione dei risarcimenti in ragione del crescere della gravità delle menomazioni decisamente irregolare rispetto ai parametri di legge. Secondo perché il livello dei risarcimenti è nettamente più basso dei risultati che si avrebbero applicando correttamente i criteri fissati dal Parlamento. In attesa della pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, dalla comparazione tra la tabella milanese e la versione della TUN in circolazione si possono trarre i seguenti esempi in relazione ai valori base in sede di trattative: un danneggiato di 30 anni con il 60% di invalidità permanente (amputazione di arto superiore) avrebbe ottenuto 645.288 con la tabella milanese, che diventano 579.267 con la TUN; una persona di 60 anni con 40% di invalidità (amputazione di una gamba) 262.448 euro oggi e 239.394 domani; un quindicenne col 30% di invalidità permanente (amputazione del piede) 203.959 con la tabella milanese e 191.986 con quella di Meloni; un bimbo di 10 anni che perdesse entrambe le mani (invalidità all’80%) oggi otterrebbe 1.074.578, con la nuova tabella 1.043.503. Risparmi importanti per i responsabili dei danni e le loro assicurazioni.
I sostenitori della nuova tabella controbattono che la TUN liquida di più ai macrolesi più gravi (sopra l’85% di invalidità) rispetto a quella milanese: è in minima parte vero, ma si tratta di propaganda. La redazione della TUN secondo i parametri parlamentari avrebbe condotto a risarcimenti più alti innanzitutto proprio per le persone con menomazioni più gravi. Non solo: per il danno morale viene fissato un tetto massimo non previsto dalla legge con minimi – non contemplati dal legislatore – inferiori ai valori considerati con la tabella milanese; il quantum del danno non patrimoniale temporaneo viene dimezzato rispetto a Milano, sempre contro le indicazioni del Parlamento (l’invalidità temporanea totale si passa dai 115 euro “milanesi” ai 71,812 della TUN).
Le assicurazioni, già rese più forti nelle trattative da una giustizia civile distrutta dalla riforma Cartabia e ora al tappeto con Nordio, eviteranno le cause pagando molto meno. Eppure la Sezione Consultiva del Consiglio di Stato nel febbraio 2024 aveva bocciato questa TUN, già proposta a fine 2023, in quanto tale da ridurre le liquidazioni dei danni. E aveva affermato un principio importante: questioni di “sostenibilità economica” non possono mai dare luogo a un generalizzato e ingiustificato ridimensionamento della tutela delle vittime, che deve sempre ispirarsi ai principi di pienezza, effettività e adeguatezza.
I giudici avevano invitato il governo a nuove consultazioni che coinvolgessero anche le associazioni dei danneggiati e degli avvocati delle vittime, tra queste l’associazione familiari vittime della strada, Unarca e la europea Peopil, le quali – la scorsa estate – avevano formalmente, ma invano, sollecitato governo e Ivass ad avviare il confronto. La tabella pertanto, è stata approvata dal Consiglio dei ministri contro i danneggiati e, sempre in base al testo ufficioso, in favore delle assicurazioni che, nonostante i regali ricevuti, non abbasseranno neppure i premi (tra risarcimenti e premi, peraltro, non corre lo stretto legame raccontato per anni a tutti).
Con ogni probabilità la tabella sarà oggetto di scrutinio da parte del Tar del Lazio, della Corte costituzionale e dei giudici, ma è trascorso culturalmente molto tempo da quando la magistratura affermò con convinzione il diritto al risarcimento integrale per i danni alla persona. Ora vanno di moda i “compromessi”, che in realtà finiscono per togliere ai più per fare guadagnare una ristretta cerchia di soggetti. Così la tabella attribuirà risarcimenti più bassi alle vittime in un sistema giustizia sempre meno capace di tutelarle.
(da ilfattoquotidiano.it)

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DAVVERO “I AM GIORGIA” SI È SOBBARCATA 20 ORE DI VIAGGIO PER UNA CENA A MAR-A-LAGO, QUALCHE SMORFIA CON TRUMP, E UN VAGO IMPEGNO SU UN MEGA CONTRATTO DA UN MILIARDO E MEZZO CON LA “SPACE-X” DEL CARO AMICO ELON MUSK (ASSENTE)?

Gennaio 6th, 2025 Riccardo Fucile

NON SARÀ CHE L’INDISCREZIONE LANCIATA DA “BLOOMBERG” È STATA RESA PUBBLICA SOLO COME PIETOSA COPERTURA PER IL FALLIMENTO DELLA MELONI SULLA QUESTIONE PRINCIPALE DELLA TRASVOLATA, IL CASO ABEDINI-SALA? TRUMP COSA CHIEDERÀ IN CAMBIO ALL’ITALIA, FANALINO DI CODA NELLE SPESE PER LA DIFESA?

La Ducetta della Garbatella si è scapicollata a Mar-a-Lago, sobbarcandosi tra andata e ritorno un viaggetto di 20 ore, solo per una cena con scambio di smorfie con Donald Trump, per poi far trapelare voci su un mega contratto (senza gara) di un miliardo e mezzo di euro con Space X del caro amico Elon Musk?
Oppure l’indiscrezione lanciata dell’agenzia americana Bloomberg – che non farà per nulla felici le telecom italiche (a partire dal fondo USA Kkr, che ha sganciato 20 miliardi per la rete di Tim) -, è stata resa pubblica solo come pietosa copertura per il fallimento della Meloni sulla questione principale della trasvolata con cena con il futuro presidente della Casa Bianca, il caso Abedini-Sala?
Fin dal decollo, il blitz americano per la Statista del Colle Oppio era infatti bilama: vittoria o sconfitta. Vale a dire: o la premier tornava a casa con il rinculo da parte della futura amministrazione americana sulla richiesta di estradizione dell’iraniano Abedini (l’FBI ha fornito ampie prove del suo “lavoro sporco” per i pasdaran di Teheran) – atto difficile da stracciare per un tipino muscolare come Trump. Viceversa: la missione della Giorgia dei Due Mondi si risolveva in una terrificante disfatta geopolitica.
Allo stato attuale, che fine farà la richiesta ufficiale del Dipartimento di Stato Usa di estradizione della “spia” iraniana, a cui è legata la liberazione dalla galera di Teheran di Cecilia Sala, lo sapremo solo sopravvivendo.
Così pure capiremo prossimamente su questi schermi se l’annuncio del contratto miliardario con Space X del Musk-alzone è nient’altro che un bel polverone sollevato per coprire una clamorosa sconfitta in campo internazionale dell’Underdog di Palazzo Chigi.
Comunque andrà a concludersi la scommessa meloniana, di sicuro non avrà per nulla gradito il presidente della Commissione Europea, la fragile e cagionevole Ursula von der Leyen (alle prese con una brutta polmonite) le calorose parole di Trump per accogliere la premier volante a Mar-a-Lago: “Ha preso d’assalto l’Europa” (non va dimenticato che tra i vice presidenti esecutivi di Ursula brilla il nome del fratellino d’Italia Raffaele Fitto…).
(da Dagospia)

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