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A FINE MESE RENZI PARTECIPERÀ A UNA CONFERENZA (RETRIBUITA) A PANAMA: SFRUTTERÀ I CAVILLI DELLA LEGGE CHE OBBLIGA I SENATORI A NON INCASSARE COMPENSI SUPERIORI A 100 MILA EURO DA PAESI EXTRA-UE

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

BASTERÀ CHE I COMPENSI ARRIVINO DA ENTI CON UNA SEDE IN EUROPA

Tanti cari saluti da Panama. Mittente: Matteo Renzi. Destinatari: Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e la maggioranza tutta. L’ex premier prepara valigie e cartoline, perché a fine gennaio sarà impegnato in una delle consuete conferenze in giro per il mondo, questa volta nella città di Panama, capitale dell’omonimo Stato che separa il Mar dei Caraibi dall’oceano Pacifico.
Renzi sarà ospite al Foro economico Internacional America Latina y el Caribe, organizzato il 29 e 30 gennaio dalla Caf, banca di sviluppo di riferimento nel Sud e Centro America con sede a Caracas, Venezuela. Non sarà però questa la prima conferenza renziana a doversi sottoporre alla ormai nota autorizzazione preventiva del Senato imposta dalla legge di bilancio appena approvata, quella che vieta ai parlamentari compensi superiori a 100 mila euro provenienti da Paesi extra Ue, condizionando gli importi inferiori al parere della Camera di appartenenza
A quanto risulta al Fatto, la missione panamense fa parte infatti di un accordo siglato e fatturato nel 2024, dunque rientra nella normativa precedente, al pari delle varie trasferte in Arabia Saudita. Ultima delle quali, due settimane fa, per partecipare all’international Mice Summit promosso dal governo nella nuova area urbana chiamata, non senza un certo effetto scenico, Mohammed bin Salman Nonprofit City.
Ma non sarà soltanto la conferenza di Panama a non sottoporsi al giudizio del Senato. Nei giorni scorsi infatti Renzi ha chiarito ai suoi che non chiederà mai nessuna autorizzazione per i suoi viaggi futuri, pur ovviamente rispettando tutte le regole della nuova legge di bilancio. Che significa? Se potrà fatturare in automatico, rientrando nei casi consentiti a priori, farà fattura. Se non potrà fatturare, perché alle prese con introiti o committenti sottoposti ai vincoli della legge, allora non incasserà il compenso.
È lo stesso Renzi però ad aver chiarito pubblicamente che questo secondo caso, ovvero la rinuncia, riguarderà meno di un decimo degli introiti provenienti dall’estero (l’ultima dichiarazione dei redditi è da 2,3 milioni), segno che per tutto il resto l’ex premier sa già di poter approfittare dei “buchi” del provvedimento, che per esempio non prevede limitazioni per i compensi da enti con almeno una sede in Europa.
Comunque, secondo l’interpretazione del leader di Italia Viva, per come è scritta la norma dovrebbe essere il presidente del Senato Ignazio La Russa a dare l’ok agli incarichi extra Ue e non, come altri ritengono, la giunta per le Elezioni e le Immunità guidata da Dario Franceschini. E allora, sostiene Renzi con una battuta, “meglio non prendere soldi che farsi autorizzare da La Russa”.
Se così fosse, coi redditi dell’ex premier quasi invariati e nessun controllo in Senato, il leader di Iv sarebbe soltanto sfiorato da quella norma che da giorni definisce “sovietica”. La risposta sarà nelle prossime dichiarazioni patrimoniali di Renzi. Il quale, nel frattempo, ha già i biglietti aerei in mano.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL GOVERNO IMPUGNERÀ LA LEGGE REGIONALE DELLA CAMPANIA CHE AMMETTE IL TERZO MANDATO PER VINCENZO DE LUCA

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

OLTRE A STRACCIARE OGNI CHANCE DI RICANDIDARE ZAIA IN VENETO, SAREBBE UN GROSSO FAVORE AL PD. BLOCCARE DE LUCA PERMETTEREBBE AI DEM DI ELIMINARE UNA SPINA NEL FIANCO… MA LA DESTRA CAMPANA SI RIBELLA: L’UNICA SPERANZA DI VINCERE È FAR CORRERE LO “SCERIFFO DI SALERNO” CON UNA SUA LISTA E SPACCARE LA SINISTRA

Il governo andrà avanti e, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, le speranze dei governatori del nord della Lega sembrano destinate ad andare deluse.
Sul terzo mandato dei presidenti di regione palazzo Chigi non intende mollare, nonostante l’appello di Massimiliano Fedriga ieri su La Stampa: al prossimo Consiglio dei ministri dovrebbe essere formalizzata la scelta di impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge regionale della Campania che manda in fibrillazione il Pd (perché di fatto autorizza un terzo giro per Vincenzo De Luca), ma che è materia esplosiva anche per il centrodestra, visto che regioni importanti come Veneto e Friuli sono guidate da due presidenti che alle prossime elezioni non potrebbero ricandidarsi.
«Gli uffici legislativi stanno ultimando la verifica, ma l’intenzione è di impugnare la legge», conferma il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, Fdi.
Le verifiche sono necessarie, perché quando si tratta di questioni giuridiche è sempre bene studiare tutti i particolari. E mai come in questo caso i dettagli sono fondamentali, appunto perché le partite in gioco sono tante.
Vincenzo De Luca, innanzitutto, potrebbe scegliere di sfidare l’eventuale impugnazione della sua legge dimettendosi e portando la regione al voto già in primavera, rendendo molto difficile un pronunciamento della Consulta prima delle elezioni
Fulvio Martusciello, Fi, uno dei pretendenti del centrodestra alla candidatura a presidente della Campania, non ha dubbi e lo ripete da giorni: «Il ricorso non sarà discusso in tempo, la Corte costituzionale ci mette almeno un anno. De Luca sarà candidabile».
Nel Pd sperano che le cose non stiano così, al governo stanno valutando se con l’impugnazione scatterebbe anche la sospensiva della legge voluta da De Luca, rendendo dunque impossibile la ricandidatura fino alla sentenza.
Antonio Misiani, commissario del Pd in Campania, si limita a dire: «Aspettiamo le decisioni del governo. Per noi poco cambia, perché politicamente la nostra contrarietà al terzo mandato per le cariche monocratiche l’abbiamo già espressa in Senato a marzo 2024 e ribadita in tutte le elezioni amministrative.
E non abbiamo condiviso l’approvazione della legge da parte della regione Campania nei termini in cui è stata approvata: ha recepito la legge sul limite dei due mandati, facendo ripartire il contatore da zero».
Ma non è del tutto vero che cambia poco, perché se Elly Schlein ha detto già molto chiaramente che per lei il terzo mandato non esiste, proponendo a De Luca di sedere al tavolo della coalizione per la scelta del prossimo candidato, è un fatto che se non interviene il governo il presidente uscente sarà un bel problema per i democratici: se davvero sceglierà di ricandidarsi, rompendo col Pd, una vittoria del centrosinistra diventerebbe davvero molto difficile.
Da questo punto di vista a Giorgia Meloni potrebbe persino convenire avere un De Luca in campo, ma la vicenda si ripercuoterebbe subito al Nord dove è in scadenza il mandato di Luca Zaia in Veneto (per il Friuli di Fedriga c’è tempo, le elezioni sono nel 2028).
Le regioni del settentrione sono tutte guidate dal centrodestra, ma nessuno dei presidenti attuali è di Fdi, nemmeno Marco Bucci in Liguria, che pure è stato voluto fortemente dalla premier. Aprire ad un ulteriore mandato di Zaia significherebbe escludere di nuovo in partenza Fratelli d’Italia. Senza contare che anche in Forza Italia qualche tentazione di rivendicare la candidatura sta affiorando.
(da La Stampa”)

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MUSK È PASSATO DAI RAZZI AI NAZI: DOPO IL SUO ENDORSEMENT AI NAZISTELLI TEDESCHI (“SOLO AFD PUÒ SALVARE LA GERMANIA”), IL MILIARDARIO KETAMINICO PREPARA UN DIBATTITO SU X CON LA LEADER DELL’ESTREMA DESTRA, ALICE WEIDEL

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

IN GERMANIA CRESCE L’INSOFFERENZA PER L’INGERENZA DI MR TESLA NELLA CAMPAGNA ELETORALE TEDESCA E LO SDOGANAMENTO DI AFD, CHE CRESCE NEI SONDAGGI E SUPERA IL 20% … SCHOLZ: “MUSK STA CERCANDO DI INFLUENZARE IL VOTO”

Giorni fa qualcuno aveva chiesto a Elon Musk di organizzare un dibattito con la leader dell’estrema destra tedesca Alice Weidel. Lui aveva risposto “ok”, poi aveva aggiunto: «Quando io e Alice avremo una conversazione su X», i critici «perderanno la testa». L’uomo più potente del mondo, patron di Tesla, Starlink e X, a breve farà ufficialmente parte della nuova Amministrazione Trump.
E non si sa ancora in che veste stia conducendo le sue sfegatate campagne a sostegno degli elementi più impresentabili della destra europea come l’estremista britannico Tommy Robinson, finito in carcere per aver diffamato pesantemente un profugo siriano. O come l’Afd, che quest’estate è stata persino cacciata dai gruppi sovranisti al Parlamento europeo come gli identitari di Marine Le Pen e Matteo Salvini, dopo un’intervista dello spitzenkandidat Maximilian Krah a Repubblica in cui aveva detto che «non tutte le SS erano criminali».
Dopo il controverso tweet «solo l’Afd può salvare la Germania» dei giorni di Natale e l’articolo a sostegno del partito di Weidel pubblicato sul quotidiano conservatore Die Welt, ieri sono emerse alcune novità. La prima è che il dibattito Musk-Weidel ci sarà: lo ha confermato il portavoce, Daniel Tapp. Secondo la Dpa, il colloquio su X potrebbe svolgersi a New York il 10 gennaio.
E gira voce, rilanciata dall’esponente amburghese del partito Christian Abel, che la leader Afd sarà dieci giorni dopo a Washington: Weidel sarebbe stata invitata alla cerimonia di inaugurazione della nuova Amministrazione Trump.
A Berlino, intanto, cresce il nervosismo per una campagna elettorale dominata quasi esclusivamente dallo sdoganamento di Weidel da parte di uno degli uomini più influenti al mondo. In sostanza, non si parla d’altro.
La portavoce del governo Scholz, Hoffmann, ha stigmatizzato le pesanti incursioni di Musk nelle elezioni europee più importanti dell’anno: «Di fatto sta cercando di influenzare il voto». Il voto del 23 febbraio «sarà deciso dagli elettori tedeschi», ha detto, aggiungendo che la libertà di parola possa anche significare che si dicano «cose insensate».
È il caso di Musk, che sulla Welt ha ribadito che solo l’Afd possa salvare la Germania dal declino economico. Ossia, un partito che vuole uscire dall’Ue e dall’euro, distruggendo il famoso dividendo della moneta unica che ha reso la prima economia europea anche una superpotenza commerciale, nei decenni passati.
E forse il patron di Tesla fa finta di non sapere che l’Afd, negando i cambiamenti climatici, predica il ritorno a un’economia dell’età della pietra, fossile e inquinante. Non si capisce come Musk possa conciliare questo credo con il suo fondamentale investimento nelle auto elettriche.
Sulle sue interferenze, è stato molto esplicito uno degli uomini più importanti della Spd, il capogruppo al Bundestag Franz Muentefering. «Vorremmo capire», ha detto allo Spiegel , «se le continue mancanze di rispetto, le diffamazioni e le interferenze nella campagna elettorale sono anche espresse a nome del nuovo governo americano». Nelle scorse settimane, Musk ha definito Scholz un «idiota»
E dopo l’attentato del mercatino di Natale di Magdeburgo, perpetrato da un cittadino saudita che però sostiene l’Afd ed è un fan sfegatato di Musk, il padrone di X ha rincarato la dose, definendo il cancelliere un «incompetente».
Non è chiaro quanto il faro generosamente acceso sull’Afd dal proprietario di Tesla — che peraltro ha beneficiato di sussidi statali miliardari dal governo tedesco per costruire la sua Gigafactory in Brandeburgo — stia aiutando l’estrema destra tedesca. Ma dai giorni di Natale a oggi, il partito è cresciuto di un punto e mezzo, dal 19 al 20,5%.
(da agenzie)

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IL DISSIDENTE RUSSO OLEG ORLOV: “I RUSSI SONO ANNIENTATI, LA REPRESSIONE FUNZIONA. NESSUNO FA PIÙ POLITICA. UOMINI DEL GOVERNO A LIVELLO LOCALE CONTROLLANO PERSINO LE CONVERSAZIONI: ERA DA BREZHNEV CHE NON SI STAVA COSÌ”

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

“SARANNO CONTENTI DI POTER RIAVERE IL GAS E IL PETROLIO A POCO, AL PREZZO DI QUALCHE DISSIDENTE IN CARCERE. L’OPPOSIZIONE POTREBBE NON FARCELA NEMMENO SE PUTIN MUORE”

Quando ci incontriamo, a Berlino, l’epoca di Putin ha appena compiuto un quarto di secolo e un giorno: era il 1° gennaio 2000 quando le dimissioni di Eltsin gli consegnarono il potere. Oleg Orlov, biologo, 71 anni, ne aveva già trascorsi venti da dissidente; meglio, da «cittadino che criticava il governo. Finché farlo non è diventato un crimine»
Quanto è cambiato Putin in venticinque anni?
«A me, e a quelli attorno a me, era chiaro da subito che fosse un dittatore. i diritti vennero lesi subito; dove subito cominciarono le operazioni imperialiste nel Caucaso. L’Europa ha visto segnali preoccupanti, si è detta “non esageriamo” e ha continuato a comprare il gas».
Ci sono momenti in cui il regime ha cambiato passo?
«Il primo è il discorso di Monaco del 2007, alla conferenza per la sicurezza. C’era già tutto lì. La rabbia per gli Stati Uniti, l’attenzione per l’Ucraina e la Georgia, le armi. Poi nel 2014, l’invasione della Crimea. E le proteste del 2012. Quando riprese la presidenza molta gente scese in piazza. Quel dissenso lo spaventò, e decise di schiacciarlo».
In questi 25 anni come ha visto cambiare i russi?
«Sono annientati. Prima si è fatto largo il sentimento che dal singolo non dipenda nulla, e di qui l’abbandono della politica, il ripiego sul privato. Nel frattempo le elezioni diventano una farsa, la guerra ti porta via parenti e amici, l’economia crolla… e resta la paura. La repressione voi non credo possiate capirla, ma funziona: nessuno fa più politica se il prezzo è così alto. Uomini del governo a livello locale controllano persino le conversazioni: era da Brezhnev che non si stava così».
Molti dei prigionieri russi liberati ad agosto, come lei, vivono in Germania. Siete in contatto?
«Certo. Abbiamo una chat, ci coordiniamo per cortei o campagne. Ci siamo visti spesso».
A cosa state lavorando?
«A una serie di misure pratiche che andrebbero prese se Putin morisse. Un’amnistia, una nuova legge elettorale. È fondamentale non essere vaghi, anche perché siamo già sull’orlo di una catastrofe».
Cioè?
«Dopo Putin potrebbe benissimo venire un altro Putin. Qualcuno finora anodino, un senza nome che finora magari ha supportato in silenzio la dittatura e potrebbe salire a galla nel potere magari con l’avallo di altre forze estere, di Paesi che formalmente continueranno a dirsi per la libertà in Russia ma nei fatti saranno contenti di poter riavere il gas a poco, il petrolio a poco, al prezzo irrilevante di qualche dissidente in carcere. L’opposizione potrebbe non farcela nemmeno se Putin muore. E voi, cari compagni occidentali, dovrete vedervela con qualche nuova guerra».
È sempre stato così pessimista al riguardo?
«No, ma in questi mesi è andato tutto in questa direzione. L’elezione di Donald Trump. La politica internazionale che vira a destra. La morte di Navalny. Se fosse stato vivo, lui sì avrebbe potuto federare l’opposizione e guidarla alla vittoria. Anche dall’estero».
La vedova Yulia si è offerta di guidare l’opposizione .
«Oggi non c’è una figura unica in cui l’opposizione russa possa riconoscersi»
(da Corriere della Sera)

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“PER SALVARE LA SANITÀ PUBBLICA SERVONO 40 MILIARDI. SONO TANTI? È QUANTO SPENDIAMO OGNI ANNO IN SPRECHI E SERVIZI INUTILI”

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

GIUSEPPE REMUZZI, DIRETTORE DELL’ISTITUTO MARIO NEGRI, DÀ LA RICETTA PER SVUOTARE I PRONTO SOCCORSO ED EVITARE LE FILE: “SUL TERRITORIO SONO NECESSARI I DISTRETTI SANITARI CHE SI BASANO SUL MEDICO DI FAMIGLIA, POI GLI “OSPEDALI DEGLI INFERMIERI” CHE SI OCCUPANO DI CHI NON PUÒ ESSERE CURATO A CASA. E INFINE GLI OSPEDALI SOLO PER I CASI PIÙ GRAVI. SE A UN CERTO PRONTO SOCCORSO OGGI ARRIVANO 200 PERSONE AL GIORNO, QUANDO CI SARÀ UNA BUONA ASSISTENZA SUL TERRITORIO, QUELLE PERSONE SARANNO 40”

«Ci possiamo permettere di non averla la sanità pubblica?». Che futuro può avere un Paese che non consente ai suoi cittadini di accedere ai servizi essenziali? Davvero vogliamo che anche da noi le persone soffrano e muoiano anche quando lo si potrebbe evitare? Evitare tutto questo si può, ci sono ragioni morali per farlo ed è un problema soprattutto culturale: il poter essere curati quando ci si ammala è l’essenza di una società giusta e il fondamento stesso dell’essere liberi. Ma farsi carico della salute dei cittadini implica una enorme responsabilità, che non può essere delegata a organizzazioni private, costruite attorno a numeri ed efficienza.
Il distretto sanitario
Deve essere un vero e proprio «servizio», ispirato a compassione, desiderio di alleviare il dolore degli altri, attenzione ai dettagli e qualità.
Ma «ci sono le assicurazioni, fatevene una e siete a posto».
Davvero? Un’indagine recente fatta da Kaiser Foundation — un’agenzia indipendente che si occupa di salute pubblica — rivela che la maggior parte degli americani super-assicurati ha difficoltà ad ottenere quello che serve per curarsi, non trova un accordo con l’assicurazione, intanto la malattia va avanti e servono consulenti per orientarsi nel labirinto delle clausole.
Insomma da loro è un disastro, da noi ancora no e speriamo di non arrivarci mai. Sarebbe comunque preferibile a mio parere che la salute non sia mai l’occasione per arricchire qualcuno a scapito di altri; se c’è accordo su questo il rimedio non è nemmeno tanto complicato: basta tener fede all’impegno preso con l’Europa nell’ambito del Pnrr, tanto per cominciare, per poi arrivare a qualcosa di più strutturale. Un sogno? Mica tanto, ho provato a tratteggiare l’essenziale nel grafico che trovate in questa pagina.
Liste d’attesa sanità
Si parte dal territorio col Distretto Sanitario una unità organizzativa già in essere, il cui compito principale è quello di pianificare e organizzare i servizi sanitari sul territorio e integrare le attività di prevenzione cura e riabilitazione. La maggior parte di queste attività si fondano sul medico di famiglia, colonna portante del sistema, che deve poter dipendere dal Servizio Sanitario Nazionale (questo è un punto fermo sul quale non transigere, se no crolla tutto il resto). Il medico di famiglia farà prima di tutto prevenzione e quando questa non basta, potrà contare sulla disponibilità illimitata dei letti di casa.
Le cure a domicilio E chi non può essere curato a casa? Per loro c’è la «casa della comunità» che vedrà medici di medicina generale, specialisti, infermieri, assistenti sociali e personale amministrativo lavorare insieme per lo stesso obiettivo; secondo la missione 6 del Pnrr, entro il 2026 le case della comunità in Italia dovranno essere 1.350.
Poi, sempre sul territorio, ci saranno ospedali di prossimità — i piccoli ospedali di oggi — che diventeranno «ospedali degli infermieri»; si faranno carico di tutto quello che gli infermieri fanno egregiamente già oggi (dalle medicazioni ai prelievi di sangue, alle infusioni, alla chemioterapia, alla diagnostica che sarà integrata con sistemi di intelligenza artificiale già largamente disponibili).
Se a un certo pronto soccorso oggi arrivano, poniamo, 200 persone al giorno, quando ci sarà una buona assistenza sul territorio, quelle persone saranno 40: e allora niente più ore e ore di attesa, nessuno che perde la pazienza, nessuno che aggredisce nessuno. I reparti dell’ospedale di quel pronto soccorso avranno sempre i posti che servono per accogliere gli ammalati gravi, un po’ perché dal pronto soccorso le richieste di ricovero diminuiranno e poi perché si potrà contare ancora una volta sull’ospedale degli infermieri dove ricoverare chi ha superato la fase più difficile della sua malattia ma non può ancora essere assistito a casa.
Il lavoro di medici e infermieri va remunerato adeguatamente, si capisce, e qui ci viene in aiuto un editoriale del Lancet : «Il servizio sanitario (quello inglese, ndr) è malato ma si può curare». Loro scrivono fra l’altro: «basta col finanziare un pochino ogni criticità che si presenta, serve una visione globale se no quei soldi si buttano: una volta deciso che servizio vogliamo si deciderà come sostenerlo». E per il nostro cosa potrebbe servire? Quaranta miliardi di euro — solo per portarci al livello di Francia e Germania — sembrerebbe tanto e qualcuno obietterà che non abbiamo tutti questi soldi. Non è così, quei soldi ci sono e li spendiamo già: fra farmaci, interventi inutili e servizi ridondanti sprechiamo ogni anno proprio quaranta miliardi di euro, quanto servirebbe per rimettere in ordine il Servizio Sanitario Nazionale. Evitare gli sprechi è possibile e dovrebbe essere un imperativo morale, ma perché succeda davvero servono azioni concrete e senso civico da parte di tutti […] cos’altro serve perché tutto questo possa realizzarsi?
Qui arriviamo all’aspetto più delicato di tutti: il «governo» del sistema. Direzioni di distretto, assessorati regionali, ministeri, dovrebbero per una volta lavorare insieme due obiettivi semplici quanti ambiziosi migliorare il benessere dei cittadini e ridurre le diseguaglianze. Perché succeda davvero però governo e Parlamento ci devono credere, sottrarsi alla logica degli schieramenti e lavorare insieme, nello spirito della Costituzione, per dare ai nostri concittadini la possibilità concreta di accedere alle prestazioni mediche di cui hanno bisogno nei tempi giusti.
La nuova Sanità Vuol dire che non ci sarà più spazio per la sanità privata?
Niente affatto, il privato-privato (in strutture private) va benissimo; vuol dire che chiunque, pagando di tasca sua, può avere tutto quello che vuole dove vuole. Non solo ma le organizzazioni private dovrebbero venire in aiuto al pubblico dove e quando il pubblico è carente, a condizione però che ci sia una regia: ospedali pubblici e privati che a pochi chilometri di distanza fanno le stesse cose non ce ne dovrebbero essere più e nemmeno ammalati che per avere una prestazione in tempo utile devono rivolgersi al privato.
(da Corriere della Sera)

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SESSO E SANGUE: IL CRIMINE E LA CRONACA NERA PAGANO IN TV. E LA MAFIA SCOMPARE

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

LO SCHERMO FA IL PIENO DI PROGRAMMI SUI CASI IRRISOLTI E LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NON UCCIDE PIU’ COME UNA VOLTA

Bum, non c’è più: sparita di colpo, vaporizzata. Che fine ha fatto la camorra? E la mafia? E la ‘ndrangheta? Fortuna che i malacarne sembrano attualmente in ferie, impegnati altrove e vattelappesca dove. La criminalità organizzata non uccide come una volta e gli effetti quotidiani del crimine, come il pizzo, si stanno trasformando (che bellezza!) quasi in oneri urbanistici, antipatiche ma necessarie tasse da pagare per via di tutti quei vuoti di memoria che trasformano per esempio le ex efferate ‘ndrine in robuste compagnie assicuratrici: chi si abbona sa che avrà il negozio, l’azienda, la casa tutelati.
L’Italia è infatti impressionata da ben altro sangue. Per esempio: chi ha ucciso Pierina Paganelli il 3 ottobre scorso? È stato Louis Dassilva, il boyfriend di Manuela Bianchi, la nuora della povera Pierina, 78enne di Rimini? Vero? Possibile? Si faceva del sesso nel condominio di via del Ciclamino, il luogo del delitto? Il sesso, fuoco che ha arso ogni prudenza e ha levato fiamme alte persino lungo le scale della palazzina. Sesso e sangue, sesso e sangue. Nel garage chi è entrato? La telecamera in strada ha beccato l’assassino oppure l’ombra traditrice? A questo proposito: la telecamera aiuta o manomette, accredita veramente o suggestiona? Il colpevole è veramente lui, cioè Louis? Maschio dalla pelle nera, per di più dall’aspetto giovanile e dalla forma fisica invidiabile.
“Queste storie legano le nostre vite e anzi le collegano alle scene dei vari delitti. Le disgrazie apprese in televisione sono compiute ai danni di gente come noi. Perciò l’immedesimazione”, dice Roberta Bruzzone, la criminologa ormai esperta nuotatrice nel grande lago della efferatezza occasionale, della cattiveria individuale, dell’oltraggio d’impeto di questo esercito di pugnalatori, mariti incapricciati, amanti ingelositi, ladri incattiviti. Pazzoidi comunque.
C’è un fatto: il crimine paga. In televisione paga il triplo. Raidue, per dire, che ha sempre lo share incerottato e le trasmissioni irrimediabilmente declinanti, santifica Milo Infante che alle 14, durante i pasti, esamina il crimine da ogni angolatura e per una mezz’oretta elenca i malfattori della giornata. “L’ho preso al due ora siamo al nove”, dice Infante. Parla dello share, documenta la vittoria. Ma qui è niente perché nei pressi di Retequattro Gianluigi Nuzzi è la colonna portante, la trave metallica con il suo Quarto grado. Una examination dell’orribile attraverso l’opinionismo attrezzato.
Resta da domandarsi in quale delle buche della nostra curiosità abbiamo inquadrato Sebastiano Visentin, il marito di Liliana Resinovich, trovata dopo una quindicina di giorni in un sacco di plastica dentro il quale, secondo le prime analisi fattuali ella si sarebbe ficcata prima di suicidarsi, con una manovra fisica davvero invidiabile. Sta di fatto che Nuzzi ha come ospite fisso Sebastiano, il marito più televisivo della storia recente che, almeno una volta a settimana, duetta con Claudio Sterpin, l’amante addolorato. È suicidio davvero? Oppure uno di questi maschi ha tirato la corda, l’ha stretta. E chi dei due? Il televisivo o l’ex atleta oggi attempato.
Togliendo dal novero delle vittorie incredibili l’ormai leggendario Chi l’ha visto di Federica Sciarelli, che tiene in mano quasi la metà di tutto Raitre, dobbiamo andare al dunque di queste grandi partecipazioni popolari. La passione, ecco dove ci porta la passione quando ormai abbiamo perso le speranze nella politica e anzi proprio non ci interessa. I talk annaspano intorno al cinque/sei per cento di share, a volte raggiungono l’otto o il nove, ma solo se c’è qualcosa di rilevante, di assolutamente imperdibile. E in effetti il nove per cento raccolse Piazza pulita quando Corrado Formigli riuscì a catturare Maria Rosaria Boccia, giovane, bionda e arrembante imprenditrice di Pompei alla quale l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva giurato tremendo amor. Anche qui un poco di sesso e un poco di sangue (il cranio del ministro ammaccato da una sfuriata sembra sentimentale dell’agguerrita ex compagna). Infatti tutto ha funzionato a meraviglia e il successo è stato indiscutibile.
Figuriamoci quando il demonio, in carne e ossa, è entrato in casa e si è impossessato dei corpi di Angela Salomone e dei suoi due figli: Kevin di 16 anni ed Emanuel di cinque. Il marito Giovanni Barreca, imbianchino di Altavilla Milicia, paesino del Palermitano, ha sgozzato mamma e figli per far uscire il diavolo dai loro corpi e dalla sua abitazione.
C’è da dire che i social hanno sfornato attività simil demoniache in parecchie località della penisola, e Bari sarebbe la città di un esorcista molto seguito su facebook. Impone le mani e per fortuna senza mai impugnare coltelli.
Naturalmente fuori classifica sono i feuilletton. “La gente si accalca e partecipa ancora di più quando il protagonista del crimine non è certo, anzi l’ombra dell’errore solletica entusiasmi singolari”, racconta Bruzzone.
La confessione dell’omicida sgonfia il caso e abbassa lo share. Passioni smisurate, e attacchi di vera partecipazione, solo quando i carnefici sono o appaiono meno a fuoco, meno certi. Ad Avetrana, per il famoso e orribile delitto di Sarah Scazzi, nemmeno la sentenza definitiva di condanna è riuscita a ridurre l’afflato compassionevole verso Sabrina e mamma Cosima. E il carnefice di Yara Gambirasio? È colpevole Bossetti oppure no? E vogliamo parlare della strage di Erba?
Le domande fondamentali di una società aggredita dalla noia e percorsa dai social che forse assomigliano per certi versi alle fogne dell’animo ma danno ritmo, signora mia, a sensazioni più friccicarelle.
(da ilfattoquotidiano.it)

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L’EX PRESIDENTE DEL CENSIS DE RITA: “L’OSTACOLO ALLA CRESCITA E’ LA CARENZA DI UNA RETE LOGISTICA”

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

“CONTRO LA CRISI NON BASTA SPERARE, BISOGNA FARE RIFORME STRUTTURALI”

La necessità di riforme strutturali, di recuperare lo spirito corale che ha permesso la ricostruzione dell’Italia nel dopoguerra. La necessità soprattutto di riprendere a sperare, è l’augurio che arriva da Giuseppe De Rita, sociologo, tra i fondatori del Censis di cui è stato a lungo presidente.
Nel suo discorso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha elencato le difficoltà dell’Italia. Un lungo elenco.
«Il presidente della Repubblica ogni anno cita tutti i problemi, dai migranti agli anziani. L’elemento nuovo quest’anno è stata l’affermazione che la speranza siamo noi. Mi piace molto perché ci invita a renderci conto che la speranza non arriva da una stella di Natale, siamo noi a doverla creare».
La speranza è proprio quello che manca negli italiani come emerge anche dalle ultime analisi del “suo” Censis. È quello che frena, per esempio, nella scelta di fare figli e che rappresenta uno dei fattori di maggiore criticità per il futuro economico dell’Italia.
«Come ricorda anche il presidente Mattarella, avere un figlio è un grandissimo gesto di speranza nel futuro, una dilatazione del cervello che ci porta a immaginare che quel piccolo tra trent’anni sarà un uomo o una donna. Io ho avuto otto figli in anni non facili, quelli delle grandi crisi, degli scioperi, dell’inizio del terrorismo eppure per la mia generazione la speranza era un atto quotidiano, ora non più».
Come può un Paese ritrovare la speranza?
«Attraverso una sorta di autocoscienza collettiva. Il nostro Paese ha una linea di galleggiamento fissa, non conosce punte estreme di grande sviluppo né crolli profondi durante le crisi. Attraverso questa linea di galleggiamento si esclude la possibilità di fare grandi programmi, una situazione molto triste che però è compensata dal fatto che riusciamo a superare i momenti di crisi come è accaduto durante il Covid o nell’affrontare la crisi legata all’inflazione riuscendo comunque a reggere».
E ora?
«Ora si tratta di vedere se abbiamo coscienza di questa realtà e quindi se sceglieremo di aspettare ancora una volta e di capire se riusciremo a superare anche la prossima crisi oppure se si vuole finalmente fare un discorso strutturale e affrontare le antiche criticità che ci portiamo dietro da anni. Affrontandole non con una legge di bilancio ma con riforme capaci di incidere in maniera profonda».
Quali sono queste criticità?
«Dal mio punto di vista la più seria è logistica. Siamo un Paese che ha grandi capacità di sviluppo, di esportazione, di importazione, di consumo, ma la rete logistica è debole. Un terzo del Paese si trova in zone isolate, appenniniche e montane dove non si arriva. Questo fa sì che ci sia un pezzo di Italia non inserito nella realtà quotidiana».
E le altre?
«La seconda criticità è legata alla scarsezza della cultura tecnico-scientifica medio alta. Nel dopoguerra lo sviluppo è stato realizzato da periti industriali, ragionieri, geometri. Dagli anni Settanta in poi la politica scolastica ha privilegiato la quantità e la genericità della formazione, un errore che ha portato a una penalizzazione della specializzazione dei nuovi laureati, a un aumento degli anni di formazione formale di istruzione ma non della professionalità. Abbiamo sbagliato e le conseguenze sono evidenti nel fatto che i nostri giovani più specializzati sono dovuti andare all’estero invece che restare in Italia. La terza criticità è legata al fatto che l’aumento indiscriminato della cultura universitaria non si è trasformata in una seria politica della ricerca moderna, applicata, concreta».
L’Italia del 2025 avrà un problema di non poco peso, l’aumento della povertà. Come affrontarlo?
«Fare un discorso sulle disuguaglianze e gli squilibri sociali, sottolineare che i poveri italiani sono un certo numero è del tutto indifferente alla dinamica di questo Paese. È un discorso che può andare bene per chi fa una politica populista. Per chi fa ricerca e si occupa di economia è più utile concentrarsi su come mettere in campo le risorse per attivare quella capacità italiana di andare oltre, di superare ogni difficoltà che abbiamo dimostrato dal dopoguerra in poi e che è una vera e propria benedizione per il nostro Paese ma che spesso viene vissuta come un arrangiamento, un galleggiamento. Il problema di avere tanti poveri o un aumento degli squilibri si risolve creando sviluppo ma per fare sviluppo sarebbe necessario uno sforzo politico che inneschi una cultura collettiva diversa da quella attuale».
Che cosa chiede alla politica?
«Abbiamo visto che i bonus hanno creato più squilibrio che equilibrio. Il superbonus 110% ha portato benefici a chi aveva già una casa e poteva anticipare soldi finendo per aumentare le differenze esistenti. Credo che sia necessaria, invece, una riflessione collettiva più profonda. Quello che conta è che ora questo Paese dimentichi quello che è stato fatto in questi ultimi venti anni di populismo e attui un ragionamento profondo sul sistema nel suo complesso».
Mattarella sulla sanità: “Lunghe liste d’attesa, molte persone senza mezzi rinunciano a curarsi”
In che modo?
«Non dobbiamo dare solo una risposta immediata alle crisi, abbiamo bisogno di una lenta preparazione culturale e politica che ci permetta di concentrarci come nel dopoguerra su alcuni soggetti da sostenere per innescare un processo di sviluppo economico».
Insomma un ritorno allo spirito che ha portato l’Italia a ricostruire il Paese?
«Sarà perché ho 92 anni ma sono nostalgico di quel periodo in cui furono approvate leggi sulla ricostruzione delle case, sul sostegno alle piccole e medie industrie e sulle industrie a partecipazione statale che rappresentarono un’importante opera di promozione di una società che voleva crescere. È necessario recuperare quello spirito e smetterla di restare prigionieri di schemi mentali superati e individuare invece nuove soggettività da sostenere con interventi mirati altrimenti temo che si perda la possibilità di far ripartire lo sviluppo economico dell’Italia. Il vero incarico che ha chi come me fa ricerca oppure chi fa politica è di sostenere, individuare e indirizzare il processo di sviluppo, altrimenti facciamo soltanto lamento».
(da lastampa.it)

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IL BLUFF DEL PONTE CHE NON SERVE

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

RAGIONI TECNICHE E GEOGRAFICHE DOVREBBERO FAR CAPIRE CHE 15 MILIARDI POTREBBERO ESSERE INVESTITI IN NECESSARI PROGETTI DI COLLEGAMENTO NORD-SUD

Destinare ingentissime risorse pubbliche all’avvio della costruzione di un ponte stradale e ferroviario sullo Stretto di Messina non è una buona idea. Per più motivi.
Certo, non tutti gli argomenti contrari sono convincenti. Sostenere che “con tutti quei soldi si farebbe un regalo alle mafie”, non lo è. Implica una resa preventiva dello Stato di fronte alla criminalità organizzata, sconsiglierebbe di fare qualsiasi opera pubblica; rischi ci sono, ci si deve attrezzare per affrontarli. Sostenere che “quei territori sono poveri, con basso reddito e pochi traffici; meglio spendere altrove” è obiezione persino peggiore della precedente, dato che interventi per migliorare la mobilità sono fra i più opportuni per determinare un maggiore sviluppo. In Sicilia e in Calabria (come in Sardegna) il deficit nelle infrastrutture e nei servizi di trasporto è colossale: nell’Isola circolano poco più di 450 treni regionali (vecchi e assai lenti), la metà che in Emilia-Romagna, un quarto rispetto alla Lombardia; l’accessibilità ferroviaria è la metà rispetto al Nord.
Perché allora il Ponte non è una buona idea? Tanto per cominciare, ci sono ancora dubbi tecnici sulla fattibilità dell’opera, che ha caratteristiche che non si ritrovano in nessun altro caso al mondo.
Sono legati alla lunghezza della campata, alla sismicità dei luoghi, all’altezza del ponte sul mare e a quella delle sue torri (da realizzare, tra l’altro, in zone di grande pregio ambientale), all’impatto dei venti.
Le sfide ingegneristiche difficili vanno affrontate, non demonizzate: ma la realizzazione di un intervento così grande va avviata solo quando vi sia assoluta certezza di fattibilità.
Le grandi opere possono avere un notevole fascino simbolico (si pensi all’Autostrada del Sole) nella vita di una comunità nazionale: ma solo se e quando si completano. In Italia sono già molte le dighe senza condotte, i binari senza treni. Vi è il rischio tangibile che il Ponte alla fine non si faccia, ma vengano intanto assicurati alle imprese coinvolte grandi benefici economici anche in caso di mancato completamento; peggio, che si proceda anche a immani lavori preliminari (treni e auto devono essere portati alla notevole altezza del Ponte) lasciandoli poi in futuro abbandonati.
Ipotizziamo che i dubbi tecnici siano superati. Sarebbe bene farlo? Un elemento fondamentale di cui tenere conto è il suo costo: al momento quasi 15 miliardi, ma destinati assai verosimilmente a crescere molto; e che non si aggiungono ad altri interventi infrastrutturali, ma che in larga misura li stanno sostituendo. Il suo finanziamento sta già drenando ampiamente le risorse disponibili per interventi trasportistici, e in genere per investimenti pubblici, nelle due regioni. Potrebbe farlo a lungo. Quindi la vera domanda non è sì o no al Ponte. È: quale è il modo più opportuno di spendere 15 miliardi a vantaggio della Sicilia, della Calabria, e quindi dell’intero Paese?
Una forte riduzione dei tempi di percorrenza, soprattutto ferroviari, fra le due regioni e poi verso Nord è certamente molto auspicabile. Poter salire su un Frecciarossa a Catania e scendere a Napoli avrebbe un significato economico e psicologico notevole. Ma puntando tutto e solo sul Ponte, tantissimi Siciliani e Calabresi resterebbero comunque isolati; impossibilitati, come sono ora, a raggiungere le stazioni delle città. I trasporti sono un sistema a rete: toccare solo un punto può non migliorare molto le cose. I collegamenti interni alle due regioni resterebbero nella attuale, arcaica, situazione.
Basta consultare il documentatissimo rapporto Pendolaria di Legambiente per una gran mole di fatti e dati. Uno per tutti: fra Caltagirone e Catania ci sono solo due treni al giorno, che impiegano circa due ore per percorrere gli scarsi 80 chilometri che le separano. Il Ponte avrebbe il paradossale effetto di rinviare molti miglioramenti a un futuro imprecisato. Inoltre, le distanze in termini di tempo, e quindi la fluidità degli spostamenti, fra le città di Messina e Reggio Calabria sarebbero marginalmente toccate: il Ponte non collegherebbe le due città ma il punto di minor distanza fra le due coste, che è relativamente lontano dall’una e dall’altra.
Benissimo i treni a lunga distanza: ma la geografia resta un vincolo. In base alle migliori proiezioni ci vorrebbero comunque 7 ore da Palermo a Roma; tutta la fascia adriatico-jonica resterebbe irraggiungibile; al Nord non si potrebbe che continuare ad andare in aereo. Per il trasporto merci con l’Europa, poi, è il mare molto più che la strada a rappresentare la migliore opzione. Per di più, la realizzazione di un’opera non garantisce affatto sul servizio disponibile: quanti treni in più, con quale frequenza e quali standard qualitativi partirebbero da Catania solo perché potrebbero passare sul Ponte? E questo, quando? Domande senza risposta. L’attraversamento dello Stretto può essere assai migliorato (si veda il Rapporto del 2021 della Struttura Tecnica di Missione del ministero), con costi e tempi infinitamente minori rispetto alla grande opera. Attraversare lo Stretto in treno non implica necessariamente smontare i convogli ferroviari vagone dopo vagone, traghettarli, e poi rimontarli. La tecnologia può aiutare, e molto: a ridurre i tempi morti; a integrare meglio ferro e mare con strutture di interscambio; attraverso nuovi mezzi marittimi.
Alcune grandi opere servono, specie al Sud. Non sempre, non tutte. Insieme ad alcuni grandi interventi sono soprattutto indispensabili efficienti sistemi di opere anche minori, disegnati con intelligenza e ben funzionanti nel produrre in tempi ragionevoli servizi per cittadini e imprese: come per il trasporto pubblico in Calabria e in Sicilia. Inoltre, le risorse per gli investimenti, così come per i servizi pubblici, potrebbero tornare ad essere scarse con la nuova austerità. Tutti elementi che dovrebbero imporre una discussione collettiva aperta, serrata, informando e coinvolgendo i cittadini, su come utilizzare al meglio ciò che abbiamo, sulle scelte migliori per il futuro.
Da questo punto di vista il percorso verso il Ponte sullo Stretto è l’esatto contrario: la retorica degli annunci roboanti, l’inganno della soluzione facile, la ricerca del consenso immediato, l’ombra del grande intervento che oscura le difficoltà quotidiane di milioni di persone, l’opacità dei processi, gli interessi nascosti. Destinare con queste modalità colossali risorse al suo avvio è l’immagine non di un futuro, ma del difficilissimo presente del nostro Paese.
Una grande questione, che richiede una diversa soluzione. Forse, allora, Schlein e Conte potrebbero pensare di trasferirsi con i loro gruppi parlamentari per un weekend in Sicilia e in Calabria. Per tenere cento e cento assemblee nelle città. Per raccontare come loro utilizzerebbero quelle risorse, per discuterne con i cittadini, per raccogliere suggerimenti, per dar forma e rendere chiara un’offerta politica alternativa, a partire da un esempio molto concreto.
(da ilfattoquotidiano.it)

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CERVELLI IN FUGA: “DA 15 ANNI VIENNA PER ME E’ CASA. UNA CITTA’ ACCOGLIENTE CHE SOSTIENE GIOVANI E FAMIGLIE”

Gennaio 3rd, 2025 Riccardo Fucile

ANTONELLA: “MI SONO TRASFERITA PER TROVARE MIGLIORI OPPORTUNITA’ LAVORATIVE, QUI CI SONO SERVIZI E UN WELFARE CHE SOSTIENE LE FAMIGLIE”

Antonella, classe 1984, è originaria di Isola di Capo Rizzuto (Crotone), ma 14 anni fa si è trasferita a Vienna con il suo attuale marito.
“Sono arrivata definitivamente nel 2010, anche se ero venuta qui a Vienna già l’anno prima per far visita al mio fidanzato che all’epoca studiava all’Accademia Diplomatica con una borsa di studio. – ha raccontato a Fanpage.it – Dopo esserci sposati, abbiamo deciso insieme di intraprendere un percorso lavorativo e di vita qui”.
Ad Antonella abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia, i motivi della sua scelta e cosa pensa della capitale austriaca: “È una città internazionale, dinamica, un’incubatrice di energia e idee nuove. I prezzi negli ultimi anni sono aumentati ma ci sono una serie di soluzioni per venire incontro a tutti”
Quando e perché hai deciso di trasferirti a Vienna?
Sono arrivata definitivamente nel 2010, anche se ero venuta qui a Vienna già l’anno prima per far visita al mio fidanzato che all’epoca studiava all’Accademia Diplomatica. Dopo esserci sposati, abbiamo deciso insieme di intraprendere un percorso lavorativo e di vita qui.
All’epoca lavoravo su un progetto a contratto per l’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche, grazie ai miei studi in Biotecnologie. Tuttavia, ho deciso di lasciare quel posto poiché non mi garantiva un sostentamento adeguato. Non volendo gravare finanziariamente sulla mia famiglia d’origine, ho scelto di prendere questa decisione e lasciare il mio Paese.
Una scelta che è stata proprio legata alle opportunità lavorative perché qui in Italia per tutti e due non si erano aperte delle prospettive davvero valide. Abbiamo sempre avuto la necessità di mantenerci, quando ci siamo incontrati eravamo studenti fuorisede a Pesaro, la città dove ci siamo conosciuti e dove lavoravamo entrambi.
Grazie ai contatti dell’Accademia Diplomatica, mi è stato detto che cercavano dei native speaker che affiancassero i docenti per l’insegnamento dell’italiano come lingua straniera e ho iniziato a presentare domanda per questo ruolo, specifico per le scuole superiori. Così ho iniziato a fare la mia esperienza di insegnamento.
Dopo un anno e mezzo di ‘gavetta’, ho avuto il mio primo contratto. Nel 2012 poi è arrivato il nostro primo figlio e oggi abbiamo tre bambini. All’epoca ero andata un po’ in crisi perché temevo che con la maternità avrei dovuto ricominciare da capo. Invece, mi dissero che potevo rientrare entro 6 mesi, che è il periodo base qui.
Ho sfruttato quel momento anche per formarmi e specializzarmi, ho iniziato a frequentare un master specifico per l’insegnamento dell’italiano come lingua e cultura straniera.
Come mai avete scelto proprio Vienna?
La scelta di Vienna è stata dalle opzioni di studio che ci sono state offerte. Volevamo fare un’esperienza all’estero in una città con molte possibilità lavorative. Eravamo indecisi tra Londra e Vienna, dove mio marito, all’epoca mio fidanzato, aveva ottenuto la borsa di studio alla Diplomatische Akademie.
E io così, in maniera molto pragmatica, mi sono detta: “Londra è troppo cara”, quindi abbiamo scelto Vienna. Sicuramente, alla base della mia scelta, c’è stato anche l’amore. All’epoca avevo fatto da poco il concorso per entrare nell’Arma dei Carabinieri per poter accedere al Reparto Investigazioni Scientifiche( Ris), ma non sarei riuscita a sostenere una relazione a distanza
Antonella e suo marito in una foto che li ritrae insieme al Charity Ball alla Diplomatische Akademie Wien nel 2010, il nostro primo anno insieme a Vienna.
Antonella e suo marito in una foto che li ritrae insieme al Charity Ball alla Diplomatische Akademie Wien nel 2010, il nostro primo anno insieme a Vienna.
Mio marito dopo la laurea in Scienze Politiche e Relazioni internazionali voleva intraprendere una carriera diplomatica in ambito internazionale, per l’appunto. Attualmente lavora a Vienna per un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa dello sviluppo industriale sostenibile.
Da settembre io ho un contratto presso il Ministero della Difesa austriaco, lavoro nel dipartimento dell’Accademia statale di difesa delle forze armate austriache, precisamente nell’Istituto linguistico.
Questo fornisce le competenze necessarie per la cooperazione internazionale, gli incarichi all’estero e i compiti diplomatici. Mi occupo dei corsi di formazione linguistica e terminologica per studenti adulti e anche degli esami di italiano per la certificazione.
Cosa ti piace di Vienna e cosa invece non ti piace dopo tanti anni che vivi lì?
A Vienna c’è un’ottima qualità della vita e lo si vede quotidianamente. I servizi ci sono e c’è un welfare che sostiene le famiglie. Abbiamo tre bambini, qui non ci sono i nostri genitori e ci affidiamo a baby sitter in maniera molto sporadica, ma ce la caviamo benissimo solo noi due.
Mi piace tantissimo il sostegno alle famiglie e il supporto che c’è per le donne dopo la gravidanza, c’è davvero una particolare attenzione a questo. Certo, non è che sia tutto rose e fiori. Per esempio, anche qui per il contratto a tempo indeterminato ci vogliono anni di lavoro in un’azienda, ma hanno più tipologie di contratti e più elasticità per i liberi professionisti.
Sicuramente qui soffro il tempo uggioso, il clima, se vogliamo dire una cosa forse un scontata, perché gli inverni sono lunghi e freddi e mi manca spesso il mare. Ma devo proprio sforzarmi per trovare qualcosa che non mi piace di Vienna.
Offre davvero tanto come città da un punto di vista culturale e di iniziative. In giornate con il brutto tempo, per esempio, ci si può rifugiare in uno dei tanti Musei o nelle numerose biblioteche comunali.
E, in più, è una città accessibile a tutti. I primi tempi temevo che non mi sarei mai potuta permettere di andare all’Opera o a teatro, invece si può accedere con biglietti scontatissimi per gli studenti o le famiglie. Un altro esempio: i bambini fino a 6 anni viaggiano gratuitamente con i mezzi pubblici.
Questo regolamento viene applicato anche la domenica e nei giorni festivi per studenti di qualsiasi scuola austriaca fino all’età di 24 anni, basta esibire una tessera dello studente. Ci sono tutta una serie di accortezze che da anni il Comune promuove.
Parlavi già tedesco prima di arrivare?
No, assolutamente no, sapevo davvero solo qualche parola. All’inizio è stato un po’ uno shock, ma ho avuto la possibilità di immergermi nella lingua e ho iniziato a seguire un corso dopo pochi mesi che ero a Vienna.
Sono arrivata qui quando avevo 27 anni, ora ne ho 40 e continuo a imparare. Perché è sicuramente una lingua molto complessa, ha una struttura molto differente dall’italiano, che non lascia molta possibilità d’errore. Però, anche in questo caso, alcuni corsi, se vengono fatti attraverso le aziende, sono gratuiti e per gli studenti hanno prezzi agevolati.
Molti si chiedono se è importante parlare il tedesco a Vienna. Io posso dire che dipende da cosa una persona fa. In un ambiente lavorativo internazionale, per esempio, si comunica in inglese. Ma per vivere, godersi le opportunità che la città offre, integrarsi meglio, serve. Per questo sono stata convinta fin da subito della scelta di studiare il tedesco.
Come ti trovi con il cibo?
Rispetto a 10 anni fa le cose sono molto cambiate. Oggi si trova di tutto, ci sono anche tanti ristoranti italiani. Quindi, non posso dirti che sento la mancanza del cibo italiano. Mangiamo molto internazionale. Anche la cucina austriaca è gustosa, ci sono tanti ortaggi alla base ed è molto variegata.
Poi, per me che sono un’appassionata dei mercati, Vienna è perfetta: ogni quartiere ne ha uno e ci sono prodotti locali e internazionali. Così possiamo continuare a seguire la dieta mediterranea anche qui. I sapori non sono stati uno shock, a differenza della lingua che mi ha fatto fare sicuramente qualche pianto. In più, hanno una pasticceria eccezionale!
Come sono i viennesi?
Noi abbiamo contatti internazionali, conosciamo persone da tutto il mondo perché Vienna è così. Per scelta abbiamo deciso di vivere nel quartiere più multiculturale che c’è, il decimo.
I viennesi sono spesso persone eleganti, colte e culturalmente stimolanti, che amano tantissimo l’Opera lirica e l’arte in generale. Frequentano musei e teatri, ma non perdono occasione di fare attività all’aria apert
Nel mio lavoro ho avuto la fortuna di conoscere persone che non erano mai solo ‘clienti’, sono diventate anche buoni amici. Una cosa che accomuna chi vive qui è questa straordinaria curiosità per le culture e le lingue straniere, che li rende inevitabilmente aperti, gentili e molto generosi.
È vero che tanti si lamentano molto, gli austriaci stessi dicono di essere un po’ ‘scorbutici’, ma è perché sono abitati ad avere tutto, a una vita dove ogni cosa è funzionale. Anche i miei figli che sono cresciuti qui hanno assunto un po’ quest’attitudine.
Che cosa ti manca dell’Italia? Hai mai pensato di tornare o hai guardato alla tua scelta con rimpianto?
No, nessun rimpianto, però l’Italia mi manca tanto, sarei ipocrita se dicessi il contrario, e cerco di tornare spesso. E anche nel mio lavoro qui provo a metterci un po’ della mia italianità.
Mi sono occupata di progetti Erasmus+ per adulti e ho seguito progetti di vacanze studio dove accompagnavo studenti nel nostro Paese, cercando di proporre posti meno conosciuti. Mi manca tanto il mare e sono molto legata ai miei ricordi da bambina.
A chi consiglieresti una città come Vienna?
Sai che è una città che si presta un po’ a tutti? La si può vivere da lavoratore, ma anche da studente giovane se si ottiene una borsa di studio, come abbiamo fatto noi, o l’aiuto della famiglia per i primi mesi. Vienna è comunque una città cara, anche a causa dell’inflazione. I prezzi negli ultimi anni sono aumentati tantissimo.
Un giovane che arriva oggi trova una città sicuramente meno accessibile rispetto a quella che abbiamo trovato noi, ma Vienna è senza dubbio una città internazionale, dinamica, un’incubatrice di energia e idee nuove. Ci sono molte soluzioni, come gli studentati, e tanti progetti europei finanziati dalle università.
È una città ideale anche per le famiglie come noi, che abbiamo tre bambini e siamo una coppia ancora relativamente giovane. Per la mobilità, le piste ciclabili, i parchi, le scuole che funzionano e restano aperte fino alle 18 per i genitori che non possono permettersi di avere una baby sitter.
In conclusione, Vienna per me rimane sempre una città accogliente e vivace, capace di soddisfare le esigenze di chiunque decida di chiamarla ‘casa’.
(da Fanpage)

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