Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
NEL 1974 QUASI 9 ITALIANI SU 10 VOTARONO IL QUESITO SUL DIVORZIO, NEL 2022 AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA VOTO’ IL 20%… NEL 2011, ULTIMA CONSULTAZIONE COL QUORUM RAGGIUNTO (NUCLEARE, ACQUA PUBBLICA E LEGITTIMO IMPEDIMENTO) SILVIO BERLUSCONI, ALL’EPOCA CAPO DEL GOVERNO, DISSE CHE NON SAREBBE ANDATO A VOTARE
«Chi ci ha combattuto tentando di far mancare il quorum con una campagna sleale adesso fa finta di niente. Non si è accorto di essere stato seppellito da una valanga fatta di milioni di persone stufe di questa vecchia politica. Tutto questo è chiaro come il sole. E adesso l’unica confusione che c’è in giro è quella
nella testa di Craxi».
Ecco, tutti ricordano quello che successe prima di quel 9 giugno del 1991 che segnò l’inizio della fine della Prima Repubblica; e tutti ricordano l’invito a disertare le urne del referendum sull’abolizione della preferenza multipla che Bettino Craxi aveva messo a verbale con il celebre suggerimento ad «andare al mare», pronunciato qualche settimana prima della consultazione mentre saliva su un’autovettura che lo portava in giro per la Sicilia, dov’era impegnato in una soleggiata (da lì il riferimento al mare) campagna elettorale delle Regionali.
Non esiste un video della frase, consegnata dai taccuini dei cronisti all’eternità della storia politica nostrana. Esiste, da qualche parte nelle teche Rai, un frammento dello sprezzante «passami l’olio!» con cui il leader socialista, la domenica prima del voto, si rivolse a un commensale dando le spalle a un giornalista che continuava a chiedergli del referendum, mentre lui era impegnato in un pranzo a margine di una sortita garibaldina a Caprera.
Questo è il prima. Il dopo, riassunto nella frase sulla «confusione esistente nella testa di Craxi» pronunciata dal raggiante leader referendario Mariotto Segni a quorum in cassaforte (62,5%) e risultati acquisiti (95,6% di sì), è il sogno che i più ottimisti tra i referendari applicano trentaquattro anni dopo al destino politico di Giorgia Meloni; che ieri ha identificato nella formula «vado a votare ma non ritiro le schede» la sua inedita — almeno per un capo di governo italiano — via all’astensione referendaria.
Il quando non è un aspetto secondario: andrà domenica, lasciando che la scena inedita della sua presenza al seggio ma senza schede faccia il giro delle tv e del web, scatenando un possibile effetto boomerang? Oppure lunedì, quando i giochi sull’affluenza rischiano di essere fatti? E qui anche i più
ottimisti tra i referendari si fanno pessimisti («Andrà lunedì poco prima della chiusura delle urne», è la riflessione più gettonata).
Perché l’astensione referendaria, ogniqualvolta coinvolge un leader, è sempre accompagnata da polemiche. E, spesso, da un calcolo errato sull’affluenza. Nel 1985, all’alba della consultazione sulla scala mobile, il nume tutelare dei referendari italiani Marco Pannella teorizzò il sabotaggio del quorum come unica via per salvare il provvedimento voluto dal governo Craxi. Lo disse alla maniera sua, in pannellese stretto, facendo ricorso alla doppia negazione: «È assolutamente impossibile non vincere la prova referendaria facendo ricorso all’ipotesi, prevista dall’articolo 75 della Costituzione, del rifiuto del voto di oltre il 50 percento degli aventi diritto». Si sbagliava, tanto sul quorum (77,85%) quanto sull’esito (vinse il no, che sfiorò il 55%).
Come si sbagliavano nel 1991 Bettino Craxi e il suo arcinemico Umberto Bossi, entrambi pro astensione, scommettendo sul fallimento del voto contro la preferenza multipla. Qualche sparuto sondaggista disse che il quorum poteva essere centrato? «E allora gli andrà ritirata la licenza», irrise il leader socialista sicuro della sua scommessa, poi trasformatasi in un naufragio.
Terrorizzato dal precedente craxiano, all’epoca del referendum sulle trivelle del 2016, il presidente del Consiglio Matteo Renzi si mosse nell’ombra. La minoranza del partito di cui era segretario scoprì soltanto da un’informativa dell’Agcom che il Pd era stato iscritto al fronte del non voto. Poi uscì allo scoperto, definendo il referendum «una bufala», quando era chiaro che il quorum era meno che un miraggio.
Cinque anni prima, all’alba dell’ultima consultazione col quorum raggiunto — nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento — Silvio Berlusconi, all’epoca capo del governo, disse che non sarebbe andato a votare. «Tanto sono iniziative
demagogiche, si vota sul nulla». Si smarcarono da lui i due presidenti delle Camere, Gianfranco Fini e Renato Schifani, e anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
(da il Corriere della Sera)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
LA “RESISTENZA PASSIVA” DIVENTA REATO NEL REGIME SOVRANISTA LIBERTICIDA
Proteste nell’Aula del Senato sul decreto Sicurezza, per il quale si avvicina il via libera
definitivo. Le opposizioni protestano per i tempi compressi dell’iter, che hanno penalizzato l’esame del provvedimento (oggi dovrebbe essere convertito in legge, il termine ultimo era il 10 giugno). Il decreto Sicurezza è stato incardinato ieri e licenziato in una seduta lampo dalle commissioni, dove non è stata esaminata neanche delle 131 proposte di modifica che erano state avanzate.
I senatori del Pd, M5s e Avs si sono seduti a terra davanti ai banchi del governo urlando “Vergogna vergogna” e chiedendo di convocare la conferenza dei capigruppo. I senatori in pratica hanno manifestato il loro dissenso contro una legge liberticida e repressiva, un “decreto paura” che punisce il “dissenso nelle sue varie forme”, facendo una sorta di ‘resistenza passiva’, una delle fattispecie introdotte proprio dal decreto, mostrando dei fogli con la scritta “denunciateci tutti”.
Il presidente del Senato Ignazio la Russa ha evidenziato che non avrebbe interrotto la seduta, citando il precedente del senatore Schifani (FI), e ha dato la parola al leader di Azione, Carlo Calenda. “Li capisco. Non voglio interrompere la protesta pacifica” ha detto a sua volta Calenda. Ma il presidente del Senato alla fine è stato costretto a sospendere l’Aula, e a convocare la conferenza dei capigruppo, come richiesto dalle forze di minoranza. In Aula oggi
dovrebbero iniziare le dichiarazioni di voto sulla fiducia chiesta ieri sera dal Governo, come già accaduto alla Camera. Subito dopo dovrebbe iniziare la chiama dei senatori per votare sulla fiducia
“Sono convinto che non si determinerà l’aggravio sul sistema penale” con l’approvazione del decreto sicurezza. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ospite di Sky tg24 Live in Milano. “Molte delle fattispecie erano già previste come reato – ha aggiunto -, l’occupazione abusiva, per esempio, era comunque già reato”. Replicando alle accuse sulla trasformazione del provvedimento in decreto legge, il ministro ha spiegato che “il decreto è in Parlamento da un anno e mezzo”.
“Avevamo l’esigenza di portarlo a destinazione al più presto, ha avuto i passaggi parlamentari e oggi l’approvazione avrà un’importanza strategica”.
Al ministro dell’Interno ha replicato Avs: “Parole false, forse non sapeva cosa rispondere il ministro dell’Interno e così ha detto di essersi convinto che il nuovo micidiale e liberticida decreto Sicurezza non determinerà l’aggravio sul sistema delle carceri. Ci sono 14 nuovi reati e 16 aggravanti, cioè là previsioni di più carcere per 16 altre fattispecie di reato già esistenti. Insopportabile questa retorica della destra che crede di non dover dare conto delle proprie azioni. Cosa c’entra la devastazione delle vetrine con il divieto di protestare contro il lavoro precario o i cambiamenti climatici? Il dissenso dice che non è colpito: hanno tappato la bocca anche ai detenuti che rifiutano il cibo! Ma si vergogni, il Paese non si farà prendere in giro!”, ha detto il capogruppo di Avs alla Camera Filiberto Zaratti, dopo quanto dichiarato dal ministro dell’Interno in tv,
(da agenzie)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
BEPPE VUOLE L’INIBIZIONE DI CONTE E DEL PARTITO, SPINGENDOLO A RIPARTIRE DA ZERO SENZA LA STRUTTURA DEL M5S … SECONDO L’AVVOCATO LORENZO BORRÈ, LEGALE DEI DISSIDENTI GRILLINI, “GRILLO È L’UNICO TITOLARE DEL DIRITTO DI UTILIZZO DEL CONTRASSEGNO E DEL NOME”
Il simbolo sono io. Estromesso dal Movimento, finito ai margini
del gioco politico, Beppe Grillo a 76 anni prova a rientrare in partita mettendo i bastoni tra le ruote di Giuseppe Conte, che lui chiama «il mago di Oz», annunciando un’azione legale per riappropriarsi del contrassegno e del nome del Movimento 5 Stelle.
Lo hanno confermato fonti vicine a Grillo alle agenzie di stampa. «Vedere questo simbolo rappresentato da queste persone mi dà un senso di disagio», aveva detto a dicembre, quando si tenne la Costituente voluta dal nuovo leader. Danilo Toninelli, uno della vecchia guardia rimasto fedele al fondatore, aveva addirittura vaticinato: «Tra qualche mese il M5S non ci sarà più».
Ma cosa vuole esattamente Grillo? «L’inibizione dell’uso del nome e del simbolo da parte di Conte e del partito di cui questi è presidente », ha spiegato Lorenzo Borrè, lo storico avvocato dei dissidenti pentastellati, all’ Adnkronos . Spingere insomma Conte a rifare un’altra cosa. Costringerlo a ricominciare daccapo. Mandando all’aria la sua leadership.
Si annuncia una lunga battaglia legale. Un grattacapo per Conte, che spera ancora di fare il candidato premier del campo largo. Da Campo Marzio, il quartier generale dei contiani, a sera si dicono però «assolutamente tranquilli». «Leggeremo le carte e i nostri avvocati risponderanno a tono». Le pretese di Grillo vengono respinte al mittente come «infondate».
Finora il nuovo corso non ha mai dovuto registrare una sconfitta giudiziale, e chi ha avanzato pretese legali «ha perso ed è stato costretto a pagare le spese processuali», si fa notare. Il che sarebbe «indicativo della solidità delle ragioni del presidente Giuseppe Conte e del M5S».
Di questa causa si parla da sei mesi. Era nell’aria. A dicembre Conte aveva detto: «Non esiste un Grillo depositario di un movimento politico alternativo, hanno fondato una forza politica
che appartiene agli iscritti. Se una comunità deciderà di cambiare il simbolo lo faremo, ma non è nella sua disponibilità. È stato registrato da Di Maio a nome del M5S e per i partiti politici vale l’uso consolidato del simbolo. Non è di Grillo e non è di Conte».
Borrè cita invece la sentenza della Corte d’appello di Genova, nella quale si affermava che il nome e il simbolo sono di Grillo. «È l’unico titolare del diritto di utilizzo del contrassegno e del nome Movimento 5 Stelle». Una materia che farà felici gli avvocati. Un po’ meno l’avvocato del popolo.
(da agenzie)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO L’INTERVENTO, IL DEM FILIPPO SENSI SBROCCA (“GLI HO URLATO CONTRO DI TUTTO”)… CHI È GIOVANNI BERRINO, EX ASSESSORE REGIONALE LIGURE CHE È ENTRATO IN PARLAMENTO NEL 2022, CHE INDOSSA LA CROCE CELTICA AL COLLO (“UN RICORDO DEL MSI, LA TENGO FRA GESÙ E LA MADONNA”)
“Le donne che fanno figli per poter rubare, non sono degne di farlo”. E ancora: “Se un
bambino sta più sicuro in carcere che a casa con genitori che li concepiscono per andare a delinquere…”. Infiamma Palazzo Madama il senatore di Fratelli d’Italia Gianni Berrino, durante la discussione sul decreto Sicurezza su cui il governo ha posto la fiducia.
“Ecco il partito della donna premier”, dicono con sarcasmo dal Partito democratico. “Ho urlato di tutto”, scrive su X il dem Filippo Sensi. Tra i più veementi a protestare insieme alla collega di partito Simona Malpezzi, più volte richiamati dal presidente di turno
dell’Aula: “Lasciatelo parlare, non siamo allo stadio, vi butto fuori!”. “Per il partito della Meloni i bimbi stanno meglio in carcere”, attacca il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia.
“Il senatore di FdI Berrino nel suo intervento ieri sera ha affermato che ‘le donne che fanno figli per rubare non sono degne di farlo e che se un giudice reputa che un bambino possa stare più sicuro in carcere che a casa con genitori che li concepiscono per andare a delinquere forse è giusto così’.
Insomma per Berrino i bambini stanno bene in carcere. Non credo ci sia da aggiungere altro a quanto abbiamo ascoltato. Questo è il senso della vergognosa e aberrante idea che FdI, il partito di Giorgia Meloni, ha della sicurezza”. Così Boccia.
Giovanni Berrino detto Gianni, di Imperia, assessore regionale ligure prima di entrare in Parlamento alle Politiche di settembre 2022, è membro della commissione Giustizia del Senato. Avvocato, passione per le moto Berrino inizia a far politica negli anni Ottanta tra le file del Movimento sociale guidato da Almirante. Come ricorda sui suoi social: “37 anni da quel giorno di maggio. Ringrazierò sempre il Segretario per avermi fatto appassionare alla politica”.
Ps
Berrino, secondo l’articolo, porterebbe una croce celtica al collo, “un ricordo del Msi, la tengo fra Gesù e la Madonna”, non rinnega “il passato con il Fronte della Gioventù”.
Ricordiamo a Berrino che la croce celtica era vietata dai vertici del FdG, quindi deve averla messa per vezzo e per moda in seguito. Allora la mettevano solo i “rautiani” e non ci risulta che Berrino abbia mai aderito alla corrente in oggetto (per fortuna)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
TAGLIATI I FONDI FEDERALI A 60 ATENEI
Non solo Harvard. L’offensiva di Donald Trump ha già investito 60 università americane. Al momento l’Amministrazione ha tagliato i fondi federali (o minaccia di farlo) a sette atenei privati. Eccoli, oltre a Harvard (Cambridge, Massachusetts): Brown University (Providence, Rhode Island); Columbia University (New York); Cornell (Ithaca, New York); Northwestern University (Evanston, Illinois); The University of Pennsylvania (Philadelphia); Princeton University (Princeton, New Jersey). La lista potrebbe presto comprendere altri importanti istituti del Paese come Georgetown University (Washington dc), Johns Hopkins University (Baltimora, Maryland); The University of California Berkeley; The University of Southern California (Los Angeles, California).
Nel complesso sono a rischio finanziamenti per 12 miliardi e 80 milioni di dollari. La gran parte dei tagli tocca, come vedremo, proprio il sistema Harvard, che comprende l’Università e 15 ospedali tra i quali il Mass General Brigham, il Dana Farber Cancer Institute e il Boston Children’s Hospital. Tre centri medici di riconosciuta eccellenza a livello mondiale. Ma l’inedito e violento attacco si inserisce in un contesto molto chiaro.
National Institutes of Health: via 18 miliardi
Appena rientrato alla Casa Bianca, Trump ha chiesto alla Segretaria per l’Educazione, Linda McMahon, di preparare un piano di drastiche riduzioni di spesa, con l’obiettivo di arrivare alla chiusura del Dipartimento, devolvendo ai singoli Stati e alle comunità locali quelle competenze sulle scuole di ogni ordine e grado rimaste in carico al governo federale. Il grosso della spesa è già decentrato, come mostrano i numeri. Nel 2025 il bilancio federale ha stanziato 207 miliardi di dollari per l’educazione; la spesa degli Stati ha raggiunto i 518 miliardi; quella delle istituzioni locali, 1.197 miliardi.
Il bilancio generale per il 2026 prevede drastiche sforbiciate anche per i grandi centri di ricerca. Un solo esempio: già lo scorso febbraio tagliati il 37% dei fondi, cioè 18 miliardi su 48, destinati al Nih, il National Institutes of Health, il più grande centro di ricerca biomedicale del mondo che alimenta una rete di circa 2.500 laboratori e istituti, con 300 mila scienziati, oltre a 600 borse di studio destinate all’attività di ricerca di Harvard. Nel 2020 il ruolo del Nih fu decisivo per approntare i vaccini anti-Covid, con la supervisione di Anthony Fauci. Attenzione, però. Le ragioni economiche e contabili si intrecciano strettamente con motivazioni ideologiche: al Nih si rimprovera, tra le altre cose, «di aver promosso una radicale ideologia di genere a detrimento della gioventù americana».
La politica punitiva contro le università
Nei documenti ufficiali presentati dall’Amministrazione al Congresso si legge che nelle scuole bisogna togliere spazio alle «ideologie della sinistra radicale»; mentre l’offensiva contro le università è uno dei capitoli più importanti della politica punitiva, revanscista contro la ricerca, la scienza, accusate di essere portatrici di «ideologie radicali e divisive».
Il fattore scatenante è stata la reazione del governo israeliano all’attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre del 2023, con i
bombardamenti indiscriminati su Gaza. Fatti che hanno innescato le proteste di parte degli studenti universitari. L’onda di manifestazioni e occupazioni, in particolare alla Columbia University di New York e ad Harvard ha, a sua volta, suscitato le critiche dei conservatori e di parte della comunità ebraica.
L’Amministrazione Trump ha scelto l’argomento forse più sensibile per la politica e la società americane, accusando le università e principalmente Harvard di essere un «porto sicuro per l’antisemitismo», ma Harvard rappresenta anche il bersaglio più facile, il più vistoso e il più simbolico.
Cosa è successo ad Harvard
L’11 aprile scorso la Commissione federale contro l’antisemitismo ha inviato una lettera al presidente di Harvard, Alan Garber, rinfacciando all’ateneo di «non aver rispettato i diritti civili e intellettuali necessari per giustificare un finanziamento pubblico», consentendo la diffusione di pregiudizi e stereotipi contro la comunità ebraica. Il dipartimento per la Sicurezza Interna ha chiesto all’Accademia di fornire i dati personali, compresi i precedenti penali, degli studenti provenienti dall’estero, per «verificare che non vi siano soggetti che appoggino il terrorismo o l’antisemitismo» o che abbiano partecipato a manifestazioni di protesta, dentro o fuori il campus.
Garber, 69 anni, medico ed economista, ebreo, era stato pesantemente attaccato dagli studenti per aver criticato gli slogan contro Israele, ma di fronte al diktat trumpiano ha difeso l’autonomia dell’ateneo. Il 14 aprile ha respinto tutte le richieste, compresa quella di insediare una commissione esterna per «valutare quei programmi e quei dipartimenti che alimentano l’ideologia antisemita». Lo scontro Harvard-Trump si è acceso rapidamente: diversi dipartimenti dell’Amministrazione hanno subito congelato 2,4 miliardi di fondi
(su 9) utilizzati per finanziare circa 1.000 ricercatori impegnati in settori cruciali: medicina, biochimica, fisica quantistica, quantum computing, intelligenza artificiale e altro. Sono tutte risorse non sostituibili nell’immediato, anche se Harvard può contare su un cospicuo patrimonio: 53 miliardi di dollari, ma già allocati altrove. L’Amministrazione di Washington ha avanzato anche la pretesa di controllare i criteri di assunzione dei docenti e di ammissione degli studenti. Il presidente dell’ateneo Garber si è rivolto al tribunale federale invocando la difesa della libertà di pensiero, sancita dal Primo Emendamento della Costituzione, e il giudice Allison Burroghs ha sospeso il provvedimento.
A quel punto Trump ha chiesto la sospensione del visto a 6.800 studenti stranieri, e lunedì 26 maggio ha minacciato di decurtare altri 3 miliardi, da girare alle «trade schools», gli istituti professionali.
A cosa servono i fondi federali
Alla Cornell University, l’Amministrazione Trump ha congelato 1 miliardo di fondi. In un comunicato ufficiale l’ateneo ha fatto sapere di aver ricevuto la disdetta per 75 contratti con il Dipartimento della Difesa relativi «a ricerche profondamente significative per la difesa nazionale americana, per la cybersecurity e per il settore sanitario». In concreto si tratta di ricerche sul cancro, progetti sui motori dei jet, sui materiali super conduttori e sulle tecnologie di comunicazione satellitare. Tuttavia, la Cornell non ha ancora ricevuto una conferma ufficiale sul blocco dei fondi per un miliardo di dollari.
Più o meno lo stesso discorso vale per la Northwestern University. I funzionari trumpiani hanno annunciato un taglio di 790 milioni di dollari. Ma finora non è arrivata una notifica formale. In ogni caso, fanno sapere dall’Istituto con base nell’Illinois, i fondi federali «trainano le sperimentazioni sui minuscoli pacemaker e la ricerca sull’Alzheimer». Ora questi filoni sono a rischio
Princeton blocca le assunzioni
Alla Brown University dovrebbero essere decurtati 510 milioni. L’Università di Providence ha già un deficit di 46 milioni di dollari e lo stop dei fondi federali porterebbe a blocco della costruzione già iniziata di un grande laboratorio dedicato alla biologia e altre scienze.
The University of Pennsylvania teme di perdere 175 milioni di dollari. Al momento sono attivi 596 linee di finanziamento con il dipartimento della Difesa e quello della Sanità. I contratti più importanti, e ora più a rischio, sono quelli destinati al «Center for Aids Research at the Perelman School of Medicine», affiliato all’Università. Potrebbero essere compromesse anche le ricerche condotte per conto del Pentagono sulle «reazioni dei militari impegnati in missioni condotte in ambienti ostili, come disastri naturali o attacchi terroristici». Dimezzati i fondi per Princeton: via 210 milioni sui 455 versati nel 2024. I vertici dell’ateneo hanno già annunciato il blocco delle assunzioni per ogni funzione. Non è ancora chiaro quali progetti verranno fermati, ma sappiamo che i ricercatori di Princeton lavorano sostanzialmente con tre agenzie federali: Dipartimento dell’Energia, Nasa e Pentagono.
Columbia: licenziati 180 ricercatori
Infine, la Columbia University. L’istituto di New York ha deciso di non andare allo scontro con Trump, pur di riavere indietro i 400 milioni di fondi pubblici, bloccati nelle scorse settimane. La questione è ancora in sospeso, nonostante la Columbia abbia pubblicato un memorandum in 17 punti per provare a soddisfare le richieste dei trumpiani. In particolare, l’Università si impegna a rafforzare le misure di sicurezza interne, con la possibilità di identificare, se necessario, tutti i partecipanti alle manifestazioni nel campus, vietando a chi protesta di coprirsi il volto e assumendo 36
guardie private per evitare disordini. Inoltre, il dipartimento di studi sul Medio Oriente, l’Asia del Sud e l’Africa verrà gestito da una nuova figura, un vicerettore, che avrà il compito di rivedere i programmi dei corsi, con «equilibrio e imparzialità», predisponendo i «necessari aggiustamenti accademici». L’università, che nel 2024 aveva investito 1,1 miliardi di dollari ricevuti dalle casse federali nel campo della ricerca medica, biochimica, ambientale e anche in studi legali, ora ha deciso di licenziare 180 ricercatori, il 20% della platea totale dipendente dai fondi governativi. Sono a rischio anche progetti innovativi come le applicazioni dell’Intelligenza artificiale sulle cure mediche, le terapie basate sulle trasfusioni di sangue, la ricerca sui fibromi uterini.
Come è arrivato ad Harvard il genero di Trump
La rivolta di Trump contro i privilegi e la battaglia trumpiana è presentata all’opinione pubblica anche come una rivolta contro la cultura elitaria, barricata a difesa dei propri privilegi. Certo è veramente paradossale che sia proprio una figura come quella di Trump, un concentrato di conflitti di interesse e di abusi di potere, a condurre questa campagna. Alle prestigiose università della Ivy League si rimprovera, tra l’altro, di aprire le porte non solo ai più ricchi, ma anche ai più raccomandati. Secondo le ricerche presentate da Richard Reeves nel suo libro «Dream Hoarders>», gli «Accaparratori di sogni», il 30% degli iscritti ad Harvard sono figli di ex alunni, o di facoltosi donatori. Fu il caso, per esempio, di Charles Kushner che versò 2,1 milioni di dollari all’ateneo e, in cambio, suo figlio Jared fu iscritto i corsi, anche se i suoi test di ammissione erano largamente insufficienti. Jared Kushner è il marito di Ivanka Trump, e genero del presidente.
(da agenzie)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
NESSUN PUNTO STAMPA PER EVITARE POLEMICHE
É il bilaterale della riparazione, quello che va in scena a palazzo Chigi. Giorgia Meloni
da una parte, Emmanuel Macron dall’altra. Niente consueto bacio sulla guancia al momento dell’incontro, sorrisi esclusivamente riservati alla foto di rito poi si spengono mentre i due entrano fianco a fianco tra due ali di picchetto d’onore. Eppure c’è la consapevolezza che il rapporto vada ricucito, in vista degli scenari futuri in cui Italia e Francia devono ritrovare uno spiraglio di dialogo, mettendo da parte le tensioni tra leader.
Sul tavolo ci sono temi delicati: competitività, difesa, rafforzamento dei legami transatlantici e contrasto all’immigrazione irregolare, ma inevitabilmente ci sarà un confronto anche su Ucraina, Medio Oriente e situazione in Libia, che rimane un focolaio di instabilità nel cuore del Mediterraneo. Convitato di pietra sarà il presidente americano Donald Trump, che Meloni considera amico e di cui si ritiene ancora interlocutrice privilegiata, nonostante la concorrenza proprio di Macron.
Certo non è un mistero che la premier italiana e il presidente francese hanno posizioni molto distanti, soprattutto per quanto riguarda le due guerre in corso.
In Ucraina, Macron si è messo a capo del gruppo dei Volenterosi ed è stato il primo a sondare apertamente l’ipotesi di un invio di truppe, mentre Meloni ha detto no a qualsiasi intervento sul campo e, pur
non tirandosi fuori dal gruppo dei Volenterosi, si è prudentemente tenuta in disparte da tutte le fotografie di rito, anche a costo di lasciarsi sostituire dal presidente polacco. Con l’effetto, però, di farsi sostituire dal premier francese nella prima linea degli stati europei a sostegno dell’Ucraina.
Anche su Israele, la Francia ha usato parole durissime contro Benjamin Netanyahu, definendo «inaccettabile» e una «vergogna» quanto sta accadendo a Gaza e che il suo impegno è di «fare tutto il possibile per fermarlo», definendo «un dovere morale» riconoscere lo stato della Palestina. Toni lontanissimi da quelli italiani, dove Meloni si è limitata a ripetere la necessità di due popoli e due stati, ma mai mettendo in discussione i rapporti con lo stato israeliano.
Il dualismo tra i due leader europei è palpabile in tutti i consessi in cui si sono ritrovati insieme, sintomo della loro distanza politica e di una diversa visione del mondo, a partire dalle scelte geopolitiche e di posizionamento europeo. Tuttavia, per dirla con i consueti toni coloriti del capogruppo di Forza Italia, Maurizio Gasparri. «Macron è un personaggio spigoloso», ma «l’Italia con la Francia ha un rapporto necessario» e «adesso c’è una dialettica in corso».
Anche per questo la decisione congiunta è stata quella di non rilasciare dichiarazioni congiunte alla stampa al termine del faccia a faccia. Meglio evitare rischi di ulteriori frizioni in favore di telecamera e sottolineare solo l’aspetto costruttivo del bilaterale: l’obiettivo di costruire «un’Europa più sovrana, più forte e più prospera» e gettare le basi per «un ulteriore rafforzamento delle relazioni», anche alla luce di una collaborazione economica di livello strategico, è quel che trapela da fonti italiane.
La parola chiave, infatti, in mezzo a grandi conflitti mondiali è Unione europea. Ad essere in corso di avvio è anche il negoziato sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, con la questione centrale
di come reperire le risorse necessarie a finanziare le nuove priorità strategiche dell’Ue. Un mix di investimenti privati e risorse europee, è quel che viene ipotizzato, su cui Italia e Francia cercano punti di convergenza. Tuttavia rimangono sullo sfondo le questioni economiche collaterali: l’Italia da tempo chiede la revisione del patto di stabilità ed è all’ordine del giorno anche l’aumento delle spese militari, in vista del summit Nato di fine giugno. Una questione questa, su cui le posizioni di Italia e Francia sembrano convergere: di apertura in linea di principio, ma con timore dell’impatto sui rispettivi bilanci pubblici.
Proprio questo potrebbe essere un buon punto di partenza. Alla vigilia del viaggio, dall’Eliseo – che ha preso l’iniziativa di chiedere questo bilaterale – trapelava infatti l’intenzione di trovare con l’Italia, considerata «un partner importante» con «un ruolo cruciale nelle decisioni europee», un modo per «andare avanti insieme sulle questioni essenziali». Poche linee guida ma solide, mettendo fine allo stillicidio di piccoli sgarbi reciproci.
In questo senso, Meloni dovrà politicamente fare la sua parte, per esempio chiedendo moderazione al suo vicepremier Matteo Salvini, che ormai fa tandem stabile con Marine Le Pen e non perde mai occasione di lanciare stilettate nei confronti del governo francese.Solo il tempo e le prossime sfide internazionali mostreranno se questo ennesimo tentativo di reset dei rapporti italo-francesi funzionerà. Intanto, Meloni continua a lavorare su più tavoli: ieri, più in sordina, si è svolto anche un incontro con il primo ministro della Repubblica Slovacca Robert Fico, da cui la premier ha incassato il «sostegno nel quadro della causa presso la Corte di Giustizia dell’Ue sul concetto di paese sicuro» e il plauso rispetto all’operazione Albania.
(da editorialedomani.it)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
AGGRESSIONE IN CENTRO A GENOVA AD OPERA DI BULLI GIA’ IDENTIFICATI
Fermano alcuni ragazzi per strada, gli chiedono che partito votano e quando si sentono dire “di sinistra” gli intimano di fare il saluto fascista e al loro rifiutano li aggrediscono con calci e pugni.
Quattro giovani violenti sono stati fermati e denunciati per apologia del fascismo come detta la legge Scelba 645 del 20 giugno 1952 che vieta la ricostituzione del partito e l’apologia del fascismo e punisce chiunque ne faccia propaganda.
L’aggressione o shock è accaduta prima delle due di notte nel centro di Genova, in piazza Dante, nei pressi di un locale notturno. Una delle vittime ha riportato ferite gravi, l’infrazione delle ossa del naso, mentre un altro invece se l’è cavata con una contusione.
Alcuni dei bulli denunciati per spaventare i rivali aveva detto di praticare pugilato.
I quattro sono stati fermati da un’altra volante poco distante, in via XX Settembre. Secondo quanto appreso ci sarebbe la telecamere di una banca che ha ripreso l’aggressione e che è ora al vaglio degli investigatori della Digos a cui spetta il compito di ricostruire la dinamica e il movente dell’aggressione. I minori dopo la denuncia sono stati riaffidati ai genitori.
(da agenzie)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
DATI FEDERCONSUMO: LA MEDIA E’ DI 704 EURO AL MESE A FIGLIO NELLE STRUTTURE PRIVATE, 396 IN QUELLE PUBBLICHE
Cara estate, ma quanto mi costi? A giugno la scuola chiude e aprono i centri estivi:
soluzione obbligata per nove bambini su dieci. E i genitori? Pagano. Secondo il monitoraggio dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori la media è di 704 euro al mese a figlio nelle strutture private, 396 in quelle pubbliche.
Non si scende sotto i cento euro a settimana nei centri privati: i costi oscillano da 120 euro per mezza giornata ai 176 euro a settimana per l’intera giornata formula piena, con colazione e pranzo inclusi. Un po’ più bassi i costi dei centri comunali, dai 79 ai 99 euro a settimana.
«Mentre il costo settimanale, per il primo figlio, della tariffa relativa al tempo pieno diminuisce del 7%, aumentano le tariffe relative alla mezza giornata e quelle relative alla formula ridotta, cioè che non prevedono il pranzo – spiega l’Osservatorio Federconsumatori –. Il costo medio settimanale della formula a tempo pieno è pari a 176 euro per un centro estivo in una struttura privata, che scende a 120 per i ragazzi che frequenteranno il centro estivo solo mezza giornata».
Nei centri estivi comunali il costo si aggira intorno ai 79 euro per metà giornata, in aumento del 5% rispetto al 2024, e ai 99 euro per il tempo pieno (+4% rispetto al 2024). Questi costi differiscono poi a seconda della fascia Isee di appartenenza della famiglia: quella considerata da Federconsumatori è superiore a 26.000 euro.
Il prezzo varia poi a seconda delle attività ludiche e socio-educative svolte. I costi sono quasi tutti in aumento rispetto allo scorso anno e aumentano i media del 3,4% i prezzi dei centri estivi tematici, quelli che promuovono attività specifiche come corsi di inglese, laboratori artistici, attività sportive. In questi casi il budget richiesto alle famiglie è più alto. I costi monitorati da Federconsumatori arrivano 338 euro a settimana per il centro estivo con corso di inglese, a 155 euro per laboratori di danza, pittura, teatro o scienza; servono 136 euro per il centro estivo nella natura e 232 euro per quelli sportivi specializzati.
Se si hanno più figli, se servono – come è naturale – più settimane nell’arco dell’estate, il costo dei centri estivi diventa un vero salasso. Federconsumatori fa una stima e considerando i prezzi su base mensile emergono cifre proibitive. Il costo mensile privato per un centro estivo a tempo pieno è di 704 euro; se il centro estivo dura mezza giornata servono 480 euro al mese; in una struttura pubblico a tempo pieno servono 396 euro al mese e per mezza giornata 316 euro al mese.
«Per molte famiglie si tratta di importi insostenibili – commenta Federconsumatori – Per questo, all’insegna del risparmio, sono nate negli ultimi anni forme di collaborazione: “tate condivise”, che accudiscono fino a quattro bambini. Genitori che programmano a turno le ferie per prendersi cura dei propri figli e degli amichetti più stretti, senza contare l’aiuto spesso insostituibile dei nonni o di altri
parenti».
(da La Stampa)
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Giugno 4th, 2025 Riccardo Fucile
“QUESTA RIFORMA VUOLE RIDIMENSIONARE L’UNIVERSITA’ PUBBLICA IN FAVORE DELLE TELEMATICHE PRIVATE”
Nel giorno in cui alla Camera dei deputati viene votato il decreto Valditara, i precari della ricerca scendono in piazza per dire no all’emendamento Occhiuto-Cattaneo che riforma il mondo della ricerca.
“Invece di assumere si aumenta ulteriormente il precariato nel preruolo – dichiara Francesco Raparelli, docente a contratto all’Università di Roma 3 e assegnista di ricerca presso l’Ateneo di Salerno – già adesso il 40% del personale all’interno delle università è precario e con queste nuove tipologie di contratto il precariato è destinato ad aumentare”.
In piazza sono state esposte le oltre 2200 firme raccolte in un appello, sottoscritto da strutturati, ordinari, ricercatori a tempo indeterminato e determinato, assegnisti di ricerca e dottorandi, contro il governo e contro l’approvazione di questo emendamento. “Questa riforma vuole preparare al ridimensionamento dell’Università pubblica in favore delle telematiche private – continua Raparelli – l’obiettivo è avere pochi atenei forti e di eccellenza, magari al nord, e averne altri sotto finanziati che non possono far altro che aggregarsi per sopravvivere all’austerity”.
(da il Fatto Quotidiano)
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