Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
GRACIELA MABEL DE LOS SANTOS TORRES, MASSAGIATRICE DI 46 ANNI, SOSTIENE DI AVER VISTO PROSTITUZIONE E DROGHE A PUNTA DEL ESTE IN CASA CIPRIANI
Graciela Mabel De Los Santos Torres, massaggiatrice uruguaiana di 46 anni, ha lavorato nella tenuta di Giuseppe Cipriani a Punta del Este per quasi 20 anni. E oggi in un’intervista al Fatto Quotidiano dice di aver visto passare nella finca “Gin Tonic” modelle, imprenditori, politici e ragazze arrivate da Brasile, Argentina, Italia e Uruguay. Sostiene quindi che «Nicole Minetti non ha mai cambiato vita, ha continuato a fare quello per cui era stata condannata in Italia, il favoreggiamento della prostituzione». E dice di essere pronta a parlare con i magistrati di Milano per gli accertamenti sulla grazia chiesti dal Quirinale.
Graciela Mabel De Los Santos Torres
«Mi sono decisa dopo il suo articolo di venerdì scorso, quello sull’accusa di molestie sessuali rivolta a Cipriani negli Stati Uniti da una sua dipendente che per questo fu subito licenziata, e si chiuse con accordi transattivi riservati. Mi sono riconosciuta perché è successo anche a me. Quella ragazza poteva essere figlia mia e ritrovarsi nella stessa situazione. Mi si stringeva il cuore anche per le ragazze che arrivavano qui a Punta del Este nel vederle finire tra le braccia di quegli uomini, anche molto anziani, ma tutti forti del loro potere e della loro ricchezza», dice la massaggiatrice a Thomas Mackinson. Il Fatto ha visionato chat, screenshot, fotografie, audio, mappe della tenuta e documenti forniti dalla donna. In diversi punti il suo racconto coincide con quanto riferito da altre fonti ascoltate dal giornale.
La massaggiatrice e Giuseppe Cipriani
«Sono rientrata in Uruguay da New York nel 2003, quando avevo 23 anni. In quel periodo ho iniziato a lavorare per lui, ancora prima dell’apertura ufficiale del primo hotel a Punta del Este. Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Non era più solo jet set internazionale», racconta. Era diventato «un sistema. Un posto dove arrivavano continuamente ragazze da Brasile, Argentina, Italia per ricchi imprenditori, politici e ospiti importanti. Alcune con voli privati. C’era una rotazione continua. Le uruguaiane e le argentine, poi le brasiliane considerate ‘top model’, poi le italiane. Tutto molto organizzato».
Secondo la testimone «prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli ‘amici di casa’. E lì iniziavano alcool, droga e sesso. Io spesso venivo mandata a sistemare o pulire dopo. Mi dicevano sempre: ‘Non guardare’». Secondo Graziela nella tenuta si svolgevano «anche cene con figure ai massimi livelli istituzionali uruguaiani. Per noi dipendenti era chiaro che quello fosse un ambiente protetto e intoccabile». A organizzare tutto «erano intermediari argentini e brasiliani che chiamavano direttamente chiedendo tre, quattro, cinque ragazze. Alcune venivano mandate in giro per il mondo: Dubai, New York, Europa».
Le molestie
La testimone dice anche di aver subito molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. A un certo punto mi chiese apertamente massaggi erotici. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi. E Nicole Minetti era lì, presente e indifferente. Una sera Nicole mi accompagnò nella camera di Giuseppe per fargli un massaggio. Lei entrò in bagno a fare la doccia e lui, appena rimasti soli, iniziò a chiedermi cose che io non avrei mai fatto: voleva sesso orale e che andassi a letto con lui. Mi rifiutai e da quel momento cambiarono atteggiamento nei miei confronti. Fu lì che iniziarono i problemi. Semplicemente smisero di chiamarmi. Da un giorno all’altro mi sostituirono con un’altra massaggiatrice disposta a fare quello che io non volevo fare».
L’avvocato
A quel punto, spiega, «andai da un avvocato, volevo denunciare. Fu lui a placare la mia rabbia. Mi spiegò che sarebbe stata una battaglia lunga anni, contro persone molto potenti, con altri avvocati da pagare e nessuna certezza di vincere. Mi disse che sarebbe stata la mia parola contro la loro». E alla fine «l’unica cosa che potevo contestare facilmente erano stipendi e contributi non pagati, perché formalmente risultavo assunta come collaboratrice domestica, mentre lavoravo come massaggiatrice professionale della spa. Alla fine mi offrirono poche migliaia di dollari con un accordo di riservatezza. Accettai quei soldi perché volevo solo andarmene il prima possibile da quell’ambiente tossico. Non fui coraggiosa. E rimasi in casa per un anno per paura di ritorsioni».
Le chat e i messaggi
Dice di aver conservato tutto: «Le chat, la busta paga, i messaggi. Ho imparato a conservare tutto nella vita. In passato ho avuto problemi di violenza domestica con il mio ex marito, anche se oggi ci parliamo ancora. So quanto sia importante tenere prove e documenti, perché quando una donna parla la prima cosa che fanno è cercare di screditarla. Io però non bevo, non mi drogo, cerco di vivere con equilibrio. Nicole non era una presenza occasionale. Viveva lì per lunghi periodi. Tutti la conoscevano. Era lei a scegliere le ragazze: “esta chica me gusta, esta no”. Pensava al loro aspetto, dall’abbigliamento da indossare al parrucchiere. Loro la chiamavano ‘la deputata’, oppure ‘la Madama’. Tutti la temevano. Era molto fredda, calcolatrice. Quando arrivava lei cambiava il clima anche tra le ragazze era di paura».
Il bambino
La massaggiatrice dice di aver visto anche il figlio di Minetti e Cipriani: «È un bambino bellissimo. Giocava sempre con il suo grande cane nero, Rio. Ho persino un video in cui giocano insieme a pallone. La persona che lo seguiva davvero era Fátima, la tata uruguaiana. Viveva praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro con lui. Nicole spesso era altrove per lavoro». E sulle escort: «Una ragazza mi raccontò piangendo di essere arrivata lì quando aveva solo quindici anni, portata dalla madre. Mi parlò di droga, depressione, anni molto difficili. Ho ancora chat e screenshot. Una modella brasiliana mi scriveva messaggi molto affettuosi ringraziandomi perché cercavo di prendermi cura di lei. Io vedevo quelle ragazze come figlie».
Infine, dice di essere pronta a parlare con i magistrati «ma con protezione. Io non sono una giornalista o un’investigatrice. Sono solo una donna come tante, che ha lavorato lì per vent’anni e che a un certo punto non è più riuscita a sopportate quello che vedeva e a tacere. Non so adesso cosa succederà di me, è chiaro che ho paura. Ma penso che se parlo io per prima, altre donne troveranno il coraggio di farlo. E tutto questo finirà».
(da Repubblica)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE VOCI DENTRO FDI: ORMAI HA TROPPI NEMICI
«Ma davvero lo ha fatto? Si vuole far cacciare? Ormai ha troppi nemici». Il ministro
Alessandro Giuli ha appena cacciato Emanuele Merlino ed Elena Proietti dal suo staff alla Cultura quando la rabbia dei vertici di Fratelli d’Italia finisce nelle chat. La scelta del ministro di «andare dritto», avvisando solo Arianna Meloni a decreti di licenziamento già sul tavolo, ha lasciato perplesso il partito di Giorgia Meloni. Il ministro però tira dritto: «Ma se Meloni ha potuto far dimettere Santanchè e Delmastro, perché io non posso mandare via due membri del mio staff?». E c’è chi vede l’ombra del Quirinale dietro le epurazioni.
Il ministro e il partito
«Alessandro paga lo scotto di non essere un politico e queste sono le conseguenze: sì, pure questa ce la potevamo risparmiare», dicono da via della Scrofa secondo un retroscena di Repubblica. Merlino era molto stimato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ma anche dalla premier. «Alessandro paga lo scotto di non essere un politico e queste sono le conseguenze: sì, pure questa ce la potevamo risparmiare», si dice dentro FdI. Mentre Francesco Lollobrigida fa sapere che Merlino e Proietti continueranno a lavorare per il governo. Mentre a rischio ci sarebbe anche la poltrona di Valentina Gemignani, a capo del gabinetto del ministero e moglie di Basilio Catanoso, ex parlamentare di An e presidente di Azione Giovani prima della scalata di Meloni.
Le trattative
Nel partito si riferisce anche di trattative per salvare almeno Merlino. Ma il ministro non vuole: «O lui o me», «Non mi fido più». Dentro FdI si pensa al complotto: «Non è che Giuli vuole compiacere certi ambienti di sinistra?». Intanto Gianluigi Paragone su La Verità collega Giuli al Quirinale in modo piuttosto acrobatico: «La sorella di Alessandro Giuli non solo è amica di Arianna Meloni, ma è anche una dipendente della Camera in forza al gruppo di Fratelli d’Italia (e per questo «stalkerizzata» dalla trasmissione Report)». Mentre le recenti uscite di Giuli «lambiscono il Quirinale». Il ministro per esempio era con il presidente Mattarella quando ha difeso l’importanza testimoniale del documentario su Regeni addossandosi le responsabilità del ministero per il mancato finanziamento.
I sospetti
Dunque – sospettano in Fratelli d’Italia – «o Giuli si sta lanciando col paracadute del Colle o è un pazzo». Ma quale sarebbe l’atterraggio di un eventuale lancio? «Beh, il nuovo pratone centrista nel caso di pareggio, il pratone dei nuovi diritti civili…». Il nuovo terremoto a via del Collegio Romano arriva dopo le polemiche, tutte interne alla destra, tra i rappresentanti governativi di Fratelli d’Italia e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco per la presenza della Russia all’esposizione. «È il segno di una maggioranza attraversata da guerre interne, regolamenti di conti, scontri tra correnti e leadership in competizione», sostiene Sandro Ruotolo del Pd. «Tutto questo dentro Fratelli d’Italia, ma anche negli altri partiti della coalizione: nella Lega con l’uscita del generale Roberto Vannacci e dentro Forza Italia con tensioni e fronde contro Antonio Tajani».
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
COINVOLTO ANCHE IL MINISTERO DEGLI ESTERI, RESPONSABILE DEI VISTI: SI TRATTEREBBE DI PERMESSI BUSINESS, GESTITI DA UN IMPRENDITORE ITALIANO
L’Albero radicato nel cielo ha già perso fiori e foglie: resta un groviglio di rami secchi. Smantellato anche il bar che per quattro giorni ha offerto champagne “alla salute di Putin”.
La Biennale apre al pubblico e il padiglione della Russia, pressato dalle sanzioni Ue aggirate dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, chiude. Aperte solo tre portefinestre, sorvegliate dai carabinieri: i visitatori fotografano dall’esterno i monitor su cui scorrono le performance filmate nei giorni scorsi, ammirate dal vicepremier Matteo Salvini.
Il leghista è stato l’unico esponente di un governo, tra i cento Paesi presenti all’Esposizione, ad essere entrato nel padiglione russo: ignorati gli appelli Ue e quelli del governo Meloni, che lui ha rappresentato a Venezia.
Per la prima volta il ministro della Cultura ha disertato l’apertura. Rinviato al 20 maggio l’arrivo perché le sorprese non sembrano finite. Domani scade l’ultimatum di Bruxelles, che da Buttafuoco pretende chiarimenti su possibili violazioni delle sanzioni contro Mosca.
I fari su quella che Salvini ha definito «ingerenza volgare per questioni burocratiche», sono ora accesi sulla presenza della delegazione russa in Italia. Le cancellerie di una ventina di Paesi chiedono di chiarire quando e chi ne ha invitato a Venezia i componenti, spesso apparsi mascherati, a quale titolo e per quanto tempo.
Coinvolto anche il ministero degli Esteri, responsabile dei visti: dai primi accertamenti si tratterebbe di permessi business, gestiti da un imprenditore italiano. Buttafuoco ha anticipato che «le autorità di governo sono state preventivamente informate».
Per la Commissione Ue il punto è capire perché non si siano percorsi «i canali normali». Un pasticcio che imbarazza sempre di più la premier.
«Le uniche vittorie di Putin – l’attacco a Salvini di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio – sono quelle della sua macchina della propaganda: che purtroppo trova terreno fertile anche in Italia».
Dati per persi i 2 milioni di finanziamenti alla Biennale, per Roma resta la necessità di scongiurare l’isolamento dalla Ue. Mission impossible: chiudere l’incidente di un vicepremier che elogia il padiglione putiniano alla tivù russa, evitando anche solo di passare vicino all’opera-simbolo dell’Ucraina.
Nel giorno dell’apertura, anche il corteo anti-Russia della Biennale del dissenso, promosso da varie sigle radicali, e il flash mob di +Europa davanti al padiglione russo.
Un centinaio di artisti ucraini, o perseguitati da Mosca, hanno “portato in processione come reliquie” oggetti salvati dall’aggressione contro Kiev. Riccardo Magi e l’ex ministra Cécile Kyenge, davanti al padiglione, hanno trasmesso il suono delle sirene che da quattro anni lanciano l’allarme-bombe in Ucraina.
(da Repubblica)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE PARTECIPATE DI STATO: “HA TRATTATO BARELLI ED È RIUSCITO A NOMINARE CUZZILLA A TERNA”. E’ PRESIDENTE DELLA FEDERNUOTO, CONSUOCERO DI TAJANI, MA HA LE PINNE NELLA SANITÀ TANTO DA LITIGARE CON LA FAMIGLIA BERLUSCONI (CON LA NUORA DI PAOLO). SONO I CENTO BARELLI STILE LIBERO…”
Rubio è solo un Barelli vestito peggio. Gli uomini più potenti d’Italia? Il presidente
dell’Eni e Barelli: il Gianni Letta alla scottadito. Non schioda, si abbuffa di nomine, promette vendetta ai Berlusconi.
E’ sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, ma non lascia l’ufficio da ex capogruppo di Forza Italia perché il nuovo, a Largo Chigi, “è troppo piccolo”, troppo piccolino. Lo stallo Consob? Vi rispondono: “Barelli vuole Cornelli e ostacola Freni”. Le partecipate di Stato: “Ha trattato Barelli ed è riuscito a nominare Cuzzilla a Terna”. E’ presidente della Federnuoto, consuocero di Tajani, ma ha le pinne nella sanità tanto da litigare con la famiglia Berlusconi (con la nuora di Paolo). Sono i cento Barelli stile libero.
Tomasi di Lampedusa e il professore Giavazzi esordirebbero così: “Noi fummo i (Mario) Draghi e quelli che ci hanno sostituito sono i (Paolo) Barelli”. Quando è finita, è cominciata.
Il 22 aprile, per mettere pace in Forza Italia, […] Barelli è stato nominato sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento. Voleva una carica da viceministro con portafoglio, ma gli hanno spiegato che si sarebbe dovuto dimettere da presidente della Federnuoto e Barelli ha scelto la taschina di Palazzo Chigi.
Ha giurato di fronte a Meloni ma ha giurato anche, a Tajani, che l’avrebbe fatta pagare a chi ha chiesto la sua testa.
Da allora replica stizzito al consuocero e fa il Barelli fisso. Matilde Siracusano, che è la compagna di Roberto Occhiuto, il presidente della Regione Calabria, sottosegretaria per i Rapporti con il Parlamento, in quota FI, gli ha offerto la stanza vicino alla sua, a Largo Chigi, con la vista più bella al centro di Roma, ma Barelli l’ha definita piccola, troppo piccola per il suo staff (che ha mantenuto).
Da capogruppo ha gestito un bilancio da quasi dodici milioni di euro e assemblato una colonna da imperatore. Tajani lo chiama “il mio generale” e il generale non lascia il suo quartiere.
L’illuminista Costa ha aggirato il problema: ha preso la stanza che era di Elio Vito e Renato Brunetta, quando erano capigruppo di Forza Italia, in modo da poter dire che non è Barelli che ha sequestrato la stanza, ma lui che ha deciso di prendersi la vecchia.
E’ Barelli la cifra di questo tempo finale di Meloni, la cifra del sorpasso di Milano su Roma. […] Si parla di riordino del comparto sanitario e chi spunta? Barelli. La famiglia Berlusconi viene a sapere che l’alleato Barelli è il rivale della famiglia (più del Pd). Ora è chiaro perché Barelli ha lo stetoscopio?
Il giorno del matrimonio di Silvio Berlusconi e Marta Fascina venne fermato perché era positivo al Covid e tornò a Roma, ma ha recuperato. La festa l’ha fatta con le partecipate, la sagra che è sempre stata di Gianni Letta. Il presidente di Terna, Stefano Cuzzilla? I Berlusconi neppure lo conoscono in volto (ha iniziato a fare politica con il Pd) ma è stato Barelli a farlo scalare: prima presidente di Trenitalia e adesso di Terna.
L’ostacolo a Consob? Barelli. Sono in corsa Federico Freni per la Lega e Federico Cornelli che è già commissario Consob, solo che Cornelli ha un Barelli in più, come l’uomo del film di Sorrentino. Il tesoriere del partito, del gruppo di FI, è rimasto Stefano Benigni, che è leale con Barelli. Enrico Costa, il nuovo
capogruppo, ha proposto di mettere un busto alla Camera in onore di Marco Pannella, ma presto dovranno pensare al suo, per la pazienza.
Barelli è la romanità che dopo il risiko bancario, il ribaltone di Mps, sogna la rivincita. Nella sua rete di relazioni c’è già l’embrione dell’Alternativa Popolare di Alfano, dieci anni dopo. Ci sono già due Forza Italia e una è rimasta nelle mani del Gianni Letta alla scottadito, il consuocero che fa giannilettismo con la borgata. I Rubio passano ma i Barelli restano, come Roma e la trippa.
(da La Stampa)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “C’È POI LA QUESTIONE DELLA SOGLIA, IL BIGLIETTO D’INGRESSO PER I PARTITI IN PARLAMENTO. IN QUESTO CAMPO SI COMINCIA TENENDOLA ALTA, PER COSTRINGERE I DISSIDENTI (CALENDA E VANNACCI) A LIMITARE LE LORO PRETESE. MA STAVOLTA, SOPRATTUTTO A DESTRA, C’È IL RISCHIO CHE IL GENERALE LE ALZI, METTENDO A RISCHIO LA CORSA DI MELONI PER LA RICONFERMA”
A che punto è il percorso della nuova legge elettorale, fortemente voluta da Meloni e, sotto sotto, anche da Schlein e da buona parte delle opposizioni? All’inizio: il testo è depositato alla Camera, il numero delle audizioni convocate non rivela una grande fretta, il centrodestra vuole insomma verificare se esista davvero la possibilità di un’apertura da parte del centrosinistra.
Apertura che potrebbe manifestarsi in un atteggiamento non ostruzionistico più che in un voto a favore, che spaccherebbe la coalizione in via di consolidamento, all’interno della quale c’è anche una componente centrista che non accetta una legge destinata a favorire l’affermazione di chi vince e, dentro lo schieramento, del partito più forte.
Se Meloni punta a rafforzarlo, invece, sa cosa deve fare. Primo, non rendere esplicita e ultimativa la scelta del capo della coalizione, cosa che sarebbe gradita anche ai suoi alleati, che le riconoscono la leadership ma non sarebbero così felici di dover mettere il suo nome sulla scheda al posto di quelli di Berlusconi e di Salvini.
Secondo, far sì che le dimensioni del premio di maggioranza non siano eccessive. Non dire, insomma, nella legislatura attuale abbiamo una maggioranza di più del sessanta per cento, non si vede perché, se vinciamo, non dovremmo averla anche nella prossima.
La distribuzione attuale dei pesi nelle Camere è infatti frutto di una condizione particolare, come quella del 2022, in cui il centrodestra correva senza avere un vero avversario, dato che il centrosinistra non era riuscito a trovare un accordo.
Nel 2027, diversamente, a fronteggiarsi saranno due coalizioni. La legge dovrà mettere chi vince in condizioni di governare, cancellando il temuto “pareggio” o maggioranze diverse alla Camera e al Senato (come accadde nel 2013, la “non vittoria” di Bersani). Ma non potrà comprimere più di tanto la rappresentanza degli sconfitti.
Infine c’è la questione della soglia, il biglietto d’ingresso per i partiti in Parlamento. Si sa che in questo campo si comincia tenendola alta, per costringere i dissidenti (Calenda e Vannacci, per esempio) a limitare le loro pretese. Ma stavolta, soprattutto a destra, c’è il rischio che il generale le alzi, mettendo a rischio la corsa di Meloni per la riconferma.
(da agenzie)
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Maggio 11th, 2026 Riccardo Fucile
UN’INIZIATIVA NATA PER COINVOLGERE I GIOVANI, CHE È STATA BEN ACCOLTA DALLA COMUNITÀ, VISTO CHE OLTRE 80 PERSONE HANNO PARTECIPATO: “NON È MANCATA QUALCHE CRITICA, MA DIO NON È DOVE CI SONO LE PERSONE?”
Il primo maggio un prete della provincia di Vicenza ha celebrato messa sul piazzale
davanti al bar Grumo di Maglio di Sopra, nel comune di Valdagno. Alla celebrazione hanno partecipato più di 80 persone. A raccontare l’iniziativa è il Giornale di Vicenza.
Don Dino Rampazzo, che da settembre guida l’Unità pastorale Santa Maria di Panisacco — cinque parrocchie tra Novale, Maglio di Sopra, San Quirico, Campotamaso e Fongara — ha organizzato per tutto maggio messe itineranti nelle contrade. La celebrazione al bar si è conclusa con un momento conviviale offerto dal locale.
“Non è mancata qualche critica, ma Dio non è dove ci sono le persone? Bisogna riuscire a scorgerlo dappertutto”, ha detto il sacerdote. Non è la prima iniziativa originale di don Dino Rampazzo, appassionato ciclista e già noto per aver organizzato un momento di preghiera al campo sportivo durante l’ultima partita di campionato dell’Azzurra Maglio, con 400 ragazzi presenti.
Il prete, ex carabiniere e impiegato prima di essere ordinato nel 2009, sta anche ristampando i suoi “buoni confessione”: biglietti gratuiti consegnati a chi bestemmia, che per “espiare” deve anche offrire un bicchiere al bar. Si tratta della quarta ristampa perché “sono andati a ruba”, racconta il sacerdote.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
RONCONE: “HA UN CERTO MESTIERE POLITICO. E SA QUANDO È NECESSARIO AFFIDARSI ALLA ‘TANATOSI’, O IMMOBILITÀ TONICA: LA STRATEGIA DIFENSIVA IN CUI GLI ANIMALI SI FINGONO MORTI PER SFUGGIRE AI PREDATORI. E LUI, INFATTI, LÌ STA. FERMO, RIGIDO”
Il ministro Urso? Salta. Presto. Prestissimo. Cioè, forse. Può darsi. Dipendesse dalla Meloni. La Meloni è molto delusa. Ma no? Ma sì! Solo che. Cosa? Sono saltati già troppi tappi a Palazzo Chigi. Hai presente la Santanché? Dimessa. E Sangiuliano? Dimesso.
E lasciamo stare la meravigliosa batteria pasticciona al ministero della Giustizia, composta da Nordio, Delmastro e dalla mitica Bartolozzi.
Quindi Urso salta o no? Boh. Chissà. Magari resiste. Resiste? In effetti – da mesi sprofondato dentro questo sulfureo chiacchiericcio – il ministro Adolfo Urso resta in bilico, barcolla però non molla.
Del resto: quando nell’ottobre del 2022, la sua vecchia amica Giorgia formò il nuovo esecutivo, Urso era tra i più autorevoli esponenti di Fratelli d’Italia. E, non a caso, gli fu assegnato uno dei ministeri di maggior peso: quello dello Sviluppo Economico
Urso arrivò baldanzoso e, pieno di buoni propositi, decise subito di ribattezzare il suo dicastero: «Ci chiameremo ministero delle Imprese e del Made in Italy». Parlò di “Stato stratega”. Voleva coniugare politica industriale e interessi nazionali. L’idea poteva avere un qualche fascino, solo che non ha funzionato. Nemmeno un po’.
Giancarlo Giorgetti, responsabile dell’Economia, quando viene interpellato sull’argomento, sbuffa, s’allenta la cravatta, se ne va. La Confindustria non è più tenera. Non solo: Urso è riuscito a inimicarsi pure alcune categorie da sempre vicine al centrodestra (dai leggendari tassisti ai benzinai).
Qualche Fratello “coltello” soffia perfido e ricorda i dossier più imbarazzanti: dalla siderurgia, con la spinosa questione ex Ilva, al settore dell’automotive, il cui destino è sempre più incerto. Urso, va detto, incassa con un certo mestiere politico.
Quello, giunto a 68 anni, ce l’ha: Fronte della Gioventù, Msi, An, PdL, FdI. Ha visto tanto, ha imparato tanto. E sa quando è necessario affidarsi alla “tanatosi”, o immobilità tonica: la strategia difensiva in cui gli animali si fingono morti per sfuggire ai predatori. E lui, infatti, lì sta. Fermo, rigido. Ministro, tutto bene?
Fabrizio Roncone
per Corriere della Sera”
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
SONO PARTITI DA PISA. QUALE IL MOTIVO DI QUESTI VIAGGI? L’ONU VUOLE VERIFICARE IL RISPETTO DELL’EMBARGO DI ARMI
Trenta voli militari sono partiti dall’aeroporto di Pisa alla volta della Libia tra la fine del
2024 e il 2025, senza che il governo abbia dato spiegazioni all’Onu sul motivo dei viaggi. La circostanza emerge dall’ultimo rapporto del panel degli esperti delle Nazioni Unite, chiamato a vigilare sul rispetto dell’embargo di armamenti verso il Paese nordafricano, stabilito con la risoluzione 1973 del 2011. Il silenzio delle autorità italiane ha impedito di verificare se i voli rientrino tra le eccezioni consentite dai vincoli internazionali o rappresentino una violazione.
Nell’allegato 20 del rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 24 marzo scorso, gli esperti scrivono che nel periodo preso in esame sono stati identificati: “124 voli di aerei cargo militari effettuati da Italia, Federazione Russa, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti, utilizzando aeroporti libici durante il periodo di riferimento”. Nel testo si spiega che questo tipo di attività è consentita “esclusivamente per consegnare materiali o agevolare attività altrimenti esentate o non coperte dall’embargo sulle armi”, come ad esempio aiuti civili.
Russia, Turchia e Regno Unito hanno fornito delle spiegazioni, ritenute non sufficienti dalla commissione delle Nazioni Unite. Stati Uniti e Italia invece non hanno dato nessuna risposta. Di conseguenza, tutti e cinque i Paesi sono stati ritenuti non adempienti con i Paragrafi 24 e 25 della Risoluzione Onu 2769 del 2025, che chiede a tutti gli Stati la totale cooperazione con il Panel degli esperti e il pieno accesso a tutti i dati e le informazioni necessarie alle verifiche
Per quanto riguarda l’Italia, i voli segnalati sono trenta, partiti dall’aeroporto militare di Pisa e atterrati in larga parte a Misurata e – in quantità molto minore – a Tripoli e Bengasi. Il primo è del 2 dicembre 2024, l’ultimo del 25 ottobre 2025. Nello stesso rapporto, peraltro, viene imputata al nostro Paese una violazione dell’embargo, per un addestramento militare compiuto da unità del nostro esercito destinato a 27 allievi ufficiali dell’accademia di Tripoli, a dicembre 2024.
Riguardo a quest’ultima circostanza, il ministero degli Esteri italiano ha replicato con una nota che recita: ““Restiamo convinti del concreto rispetto dell’impianto sanzionatorio da parte dell’Italia anche considerando che le più recenti risoluzioni dell’Onu introducono delle misure di esenzione per le attività addestrative”. Prosegue la Farnesina: “L’azione, senza fornitura di armamenti, viene eseguita in linea con la ‘roadmap’ delle Nazioni Unite e anche insieme nostri principali partner”.
“Il governo spieghi in parlamento”
Venerdì 8 maggio, la coalizione della sinistra pisana “Diritti in Comune” ha organizzato un sit-in davanti all’aeroporto militare della città toscana, per denunciare il silenzio del governo di fronte alle domande degli esperti Onu, sui voli verso la Libia. “Stiamo parlando di un Paese attraversato da milizie, traffici, violazioni dei diritti umani, interferenze straniere, violazioni dell’embargo e reti criminali transnazionali”, si legge nel comunicato diffuso in occasione della protesta.
Gli esponenti di Diritti in Comune segnalano anche che a luglio 2025 il Post aveva rivelato l’esistenza di programmi di addestramento svolti nell’aeroporto militare e nel Centro di Addestramento Paracadutismo di Pisa, rivolti ai soldati delle milizie del generale Haftar, che controlla la parte orientale della Libia.
“Il rapporto ONU non afferma che i voli da Pisa siano collegati a questi addestramenti – si precisa nel comunicato -. Ma l’incrocio tra le due informazioni impone una domanda pubblica e non più rinviabile: che cosa trasportavano quei voli? personale, materiali, istruttori, militari libici, attrezzature? Rientravano in quali missioni, accordi o autorizzazioni?”. Viene quindi chiesta un’informativa urgente in parlamento affinché: “Il Governo chiarisca se l’Italia stia contribuendo,
direttamente o indirettamente, al rafforzamento di apparati militari e gruppi armati in un Paese dove l’embargo sulle armi continua a essere violato e dove le Nazioni Unite denunciano un sistema di impunità e violenza”.
(da Fanpage)
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Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISTORAZIONE È L’UNICO AMBITO CHE CONTINUA A CRESCERE, CON +26% DI LOCALI E ADDETTI IN AUMENTO ADDIRITTURA DEL 69%… IL SUD RESISTE MEGLIO DEL NORD ALLA DESERTIFICAZIONE COMMERCIALE
In soli dieci anni l’Italia ha perso oltre 86mila negozi di vicinato. Una diminuzione che però non colpisce tutte le regioni allo stesso modo, anzi. Contrariamente all’immaginario comune, è il Sud a resistere meglio del Nord alla desertificazione commerciale. È quanto emerge dal primo Osservatorio sulla Reciprocità e il Commercio Locale presentato da Nomisma.
A soffrire maggiormente sono i negozi legati alla cultura e allo svago, come le librerie e i negozi di musica, che registrano un calo del 28%. Calano anche quelli del tessile e abbigliamento, in diminuzione del 21,4 per cento.
Mentre la ristorazione è l’unico settore che continua a crescere con +26,2% di unità locali e addetti in aumento addirittura del 69,4 per cento.
«Questi dati dovrebbero iniziare a farci chiedere che tipo di città vogliamo», racconta a Open Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma. «Perché quando chiude un negozio non perdiamo soltanto un’attività economica, ma anche relazioni sociali, sicurezza e pezzi di identità urbana».
Nonostante la forte riduzione del numero di negozi, gli addetti del commercio locale crescono del 21,2% tra il 2015 e il 2025, delineando un quadro che a prima vista sembra contraddittorio. In realtà, come spiega Francesco Capobianco, il fenomeno è legato alla diversa natura dei settori che compongono il commercio di prossimità e alla loro intensità di lavoro
«I comparti che crescono di più sono proprio quelli che hanno bisogno di più personale», spiega Capobianco. In particolare, ristorazione, salute e cura della persona e articoli per l’edilizia trainano l’occupazione grazie a una combinazione di fattori esterni: il turismo per la ristorazione, i bonus edilizi per il settore costruzioni e ristrutturazioni, e gli effetti della pandemia sul comparto salute.
Accanto ai comparti in crescita, il report evidenzia una crisi profonda nei settori più tradizionali del commercio al dettaglio che hanno caratterizzato le città europee. Il tessile-abbigliamento e il comparto cultura e svago sono quelli che registrano le performance peggiori.
Secondo Nomisma, uno dei fattori chiave di questa trasformazione è il cambiamento delle abitudini di consumo, sempre più orientate verso il digitale. La crescita dell’e-commerce ha accelerato il processo di disintermediazione commerciale, soprattutto nei settori caratterizzati da prodotti standardizzati.
«Più un prodotto è standardizzato, più è facile venderlo online», osserva Capobianco, sottolineando come certi articoli si prestino meglio alla vendita digitale rispetto a beni che richiedono esperienza diretta, come mobili o prodotti artigianali
(da Open)
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