Destra di Popolo.net

LA BACCHETTA NERA DI VENEZI E LA BIENNALE DI BUTTAFUOCO AFFONDANO LE CHANCE DI RICONQUISTARE A FINE MAGGIO IL COMUNE DELLA SERENISSIMA

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA, ANDREA MARTELLA, È AVANTI CON IL 49% DEI CONSENSI, MENTRE L’ASSESSORE USCENTE SIMONE VENTURINI È INCHIODATO AL 41%

«Su Venezia si è consumato un cortocircuito con Roma, tutto e solo interno alla destra, che ha prodotto danni delle istituzioni culturali cittadine. E Venezia non se lo merita, non doveva essere terreno di scontro o di occupazione politica».
Andrea Martella, senatore del Pd e ex sottosegretario, è il candidato sindaco del centrosinistra nell’epicentro mondiale dei testacoda del melonismo. Dalla Biennale al caso Fenice. Pasticci finiti su tutti i media del mondo, titolisti sbizzarriti: «Morte a Venezia», «Com’è triste Venezia» e via sfottendo.
Siete la capitale mondiale delle figuracce del governo. Una “pubblicità regresso” per la città?
La Biennale e la Fenice hanno un prestigio internazionale, il sindaco è presidente della Fenice e vicepresidente della Biennale. Due istituzioni che non possono essere piegate agli scontri di una destra in confusione. Se toccherà a me, Venezia tornerà ad avere un rapporto reale e costruttivo con le sue grandi istituzioni. Tornerà ad avere un assessore alla cultura, che negli ultimi undici anni non ha avuto, Brugnaro si è tenuto la delega, e l’assenza di una politica culturale si è vista.
È il metodo-destra?
Sulla Fenice sì: decisioni calate dall’alto, avallate dal sindaco, che hanno rischiato di far venir meno il rango del Gran Teatro. Scelte sbagliate innanzitutto nel metodo, senza il coinvolgimento dell’orchestra e del coro, dettate dall’amichettismo. Resetteremo questa stagione, la azzereremo e riporteremo il Gran Teatro al rispetto di tutte le professionalità.
Il caso della Biennale è alla rovescia. Il governo nomina un “amichetto”, il presidente Buttafuoco, ma poi lo sconfessa per il padiglione russo. Che resta chiuso, ma al centro della scena
La Biennale ha la sua giusta autonomia, Buttafuoco è persona che stimo. Ma bisognava considerare anche il contesto internazionale ed evitare che il padiglione della Russia diventasse strumento della propaganda di Putin.
Bisognava trovare un punto di equilibrio. Non sono stati capaci, e la Biennale è diventata campo di battaglia del ministro Giuli contro Buttafuoco. E invece Venezia è una città di pace.
Il prossimo sindaco dovrà sbrogliare la matassa?
Sì, non solo sulla cultura. Siamo a un bivio, è finito un ciclo politico di undici anni, contrassegnato da una concezione padronale dell’amministrazione, da una certa opacità e dall’ombra di un pesante conflitto di interessi. Nel corso di questi anni la città ha perso residenti, funzioni e servizi perché i problemi non sono stati affrontati per tempo. Ora questi problemi sono urgentissimi.
Dobbiamo tornare una comunità, una città cosmopolita, capace di bloccare lo spopolamento e governare il turismo. Il costo della vita è proibitivo per giovani e famiglie. Ma sento che c’è voglia di una nuova stagione. In questi mesi ho ascoltato tutti quelli che Brugnaro non ha ascoltato.
L’overtourism è delizia ma più croce per le città d’arte.
Il ticket turistico non ha diminuito il numero dei turisti. Il turismo non serve a fare cassa, e deve essere governato con intelligenza. Bisogna programmare i flussi, con la tecnologia e gli operatori. Servirà individuare una capacità di carico, cioè una soglia di presenza di turisti rispetto ai residenti, per proteggere i luoghi più fragili. Del resto è un ragionamento che fanno tutte le città del mondo, altrimenti i residenti vengono espulsi. Regolamenteremo gli affitti turistici: non per colpire la piccola proprietà che integra un reddito ma per quelli che fanno speculazioni selvagge.
Se sarà eletto, il governo non le sarà amico.
Chiederò di rifinanziare la legge speciale per Venezia che il governo di destra in questi anni ha definanziato, mesi fa ho presentato un disegno di legge al Senato per dare a Venezia uno statuto speciale. Abbiamo vocazione internazionale e capacità attrattiva, con il nome di Venezia è facile attrarre interesse, ed è incredibile che in questi anni non sia stato fatto.
(da agenzie)

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GIULI L’EPURATORE, FA TABULA RASA DEL SUO STAFF: SONO PARTITI I DECRETI DI REVOCA PER EMANUELE MERLINO, RESPONSABILE DELLA SEGRETERIA TECNICA DEL MIC E UOMO DI FIDUCIA DEL SOTTOSEGRETARIO FAZZOLARI, E PER ELENA PROIETTI, A CAPO DELLA SEGRETERIA PERSONALE DEL MINISTRO

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

MERLINO PAGHEREBBE IL FATTO DI NON AVER VIGILATO SUL DOCUMENTARIO SU GIULIO REGENI, A CUI IL MINISTERO HA NEGATO I FINANZIAMENTI … LA MELONIANA PROIETTI È “ACCUSATA” DI NON AVER PARTECIPATO ALLA MISSIONE DI GIULI A NEW YORK LO SCORSO MESE

Decreti di revoca per Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic e uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, e per Elena Proietti, a capo della segreteria personale del ministro.
Secondo quanto anticipa il Corriere.it, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha azzerato tutto il suo staff.
Il primo non avrebbe vigilato sul documentario su Giulio Regeni, a cui il ministero ha negato i finanziamenti.
La seconda – sempre secondo il Corriere.it -, non si sarebbe presentata all’aeroporto e non avrebbe quindi partecipato alla missione del ministro a New York lo scorso mese.
(da agenzie)

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ECCO IL VERO RECORD MELONIANO: QUEST’ANNO IL DEBITO PUBBLICO DELL’ITALIA SORPASSERÀ QUELLO DELLA GRECIA E IL NOSTRO PAESE CONQUISTERÀ LA MAGLIA NERA NELL’EUROZONA

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO MELONI STIMA PER IL 2026 UN DEBITO IN SALITA AL 138,6% DEL PIL, DAL 137,1% DEL 2025. ATENE, AL CONTRARIO, PREVEDE UNA DISCESA SECCA: DAL 146,1% AL 136,8% …A ZAVORRARE I CONTI ITALIANI C’È POI UNA CRESCITA ECONOMICA VICINA ALLO ZERO

Un tempo erano entrambi nel club dei Pigs, i Paesi europei “malati”, con i conti in disordine e bilanci sotto osservazione, assieme a Irlanda e Spagna. Oggi l’Italia guarda dall’alto la Grecia. Ma nel senso peggiore.
Quest’anno il suo debito pubblico sorpasserà quello ellenico, dodici mesi prima di quanto prevedeva il Fondo monetario internazionale. E Roma diventerà la maglia nera dell’Eurozona nel rapporto tra debito e Pil
Nel Documento di finanza pubblica, appena approvato dal Consiglio dei ministri, il governo italiano stima per il 2026 un debito in salita al 138,6% del Pil, dal 137,1% del 2025. La Grecia, al contrario, prevede una discesa secca: dal 146,1% al 136,8%, calcola la Public debt management agency (Pdma) greca
Anche il Fondo monetario, nell’ultimo outlook, arriva alla stessa fotografia: Italia al 138,4%, Grecia al 136,9%. Pochi decimali di distanza, ma abbastanza per certificare il cambio di primato.
Il sorpasso racconta due traiettorie opposte. Atene, che nel 2020 aveva ancora un debito al 210% del Pil – come ricorda l’economista Giampaolo Galli, in un articolo pubblicato sull’Osservatorio Conti pubblici italiani – ha imboccato una correzione rapidissima: in cinque anni il saldo primario è migliorato di 12 punti, da un deficit del 7%
Mentre la crescita post Covid ha corso a ritmi ben superiori a quelli italiani: «In media del 7,7% fra il 2021 e il 2025», nota Galli. Roma intanto resta inchiodata allo zero virgola. E si porta dietro la coda lunga dei bonus edilizi: crediti d’imposta maturati negli anni scorsi che ora si trasformano in debito quando vengono usati per pagare meno tasse.
La discesa del debito sarà molto lenta, di pochi decimi l’anno prossimo (138,5%), poi giù anche nel 2028 (137,9) e nel 2029 (136,3%). Il ritmo di un punto di Pil in meno all’anno è obbligato dal nuovo Patto di stabilità, una volta fuori dalla procedura per deficit eccessivo.
(da agenzie)

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DOPO LA PARATA MILITARE IN TONO DIMESSO, IL PRESIDENTE RUSSO, SEMPRE PIÙ PARANOICO E FRAGILE, HA AMMESSO: “CREDO CHE IL CONFLITTO IN UCRAINA STIA VOLGENDO AL TERMINE”. HA APERTO AI COLLOQUI CON LA TANTO VITUPERATA UE

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

OSSESSIONATO DALLA SICUREZZA E TERRORIZZATO DA ATTENTATI O DA UN POSSIBILE COLPO DI STATO, “MAD VLAD” ORA VUOLE TRATTARE ANCHE PERCHÉ SUL CAMPO DI BATTAGLIA LE TRUPPE RUSSE NON RIESCONO A SFONDARE… LA PARATA IMPAURITA SULLA PIAZZA ROSSA HA MESSO A NUDO LA DEBOLEZZA DELL’ARMATA DEL CREMLINO, INCAPACE PERSINO DI DIFENDERE LA CAPITALE

Il premier slovacco Fico «mi ha detto che Zelensky è pronto a incontrarmi personalmente. Potremo farlo in un Paese terzo, ma solo una volta che sarà raggiunto un accordo per una pace duratura. Credo che il conflitto in Ucraina stia volgendo al termine».
Il Putin che non ti aspetti, alla fine di una mini parata in tono minore, ribalta il tavolo riaprendo le porte a un negoziato che pareva naufragato nello stagno.
È già sera quando il presidente russo parla ai giornalisti. Da poco ha incontrato a tu per tu Fico, l’unico leader europeo che quest’anno — dopo essere passato per Kiev — pur non presenziando alla parata è andato a Mosca a deporre un fiore alla tomba del milite ignoto e a incontrare Putin.
Una scelta per cui ieri ha ricevuto le critiche del presidente tedesco Merz, ma a Putin consegna il «messaggio» di Zelensky: un incontro che lastrichi la via per la fine della guerra, trasformando la tregua concordata con gli americani fino a lunedì in un prologo di pace come ha auspicato Trump.
Ma in questi giorni di sorprese, dopo la tregua concordata per la prima volta in 50 mesi di massacri, è un nuovo jolly nel mazzo. Durante la parata, Putin aveva dedicato solo un accenno alla guerra in Ucraina rivolgendosi ai soldati russi che «resistono a una forza aggressiva armata e sostenuta dall’intero blocco Nato
E nonostante ciò — aveva detto — i nostri eroi avanzano: la vittoria sarà nostra».
Con i giornalisti sceglie un registro diverso, e apre alla ripresa delle relazioni con l’Europa rimasta alla finestra di ogni negoziato sul conflitto.
Mosca, dice replicando alla proposta di dialogo del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, «non ha mai rifiutato» i negoziati con la Ue. Ed esprime anche una preferenza sul ruolo del negoziatore: «Preferirei l’ex cancelliere tedesco Schroeder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano».
Per gli sforzi finora fatti da Washington dice di essere «grato», ma aggiunge che la questione «riguarda solo Russia e Ucraina». Quantomeno si è ripreso i riflettori dopo la mini parata, breve e senza i grandi leader ospiti del passato; senza missili e senza carri armati, ma con i soldati nordcoreani impettiti e, soprattutto, senza incidenti.
Nel silenzio della Piazza Rossa, con il saluto alle armi delle fanfare, l’81esimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista è stato ieri un appuntamento in tono minore. Organizzato nel timore di un attacco ucraino ormai non più simbolico.
«I nostri soldati soffrirono perdite enormi e fecero immensi sacrifici nel nome d libertà dei popoli d’Europa», dice Putin chiedendo un minuto di silenzio per i 27 milioni di sovietici caduti nella Seconda Guerra mondiale.
Ma parla a un parterre lontano dagli anni migliori: i presidenti di Kazakhstan e Uzbekistan sono tra i pochi presenti con il fedelissimo bielorusso Lukashenko, i leader di Malesia e Laos, Abkhazia, Ossezia del Sud, e Repubblica serba di Bosnia. Ancora lo scorso anno, con l’Ucraina incapace di colpire efficacemente la Piazza Rossa, c’era il presidente cinese Xi Jinping. Ora è la stessa desolazione del Covid.
Aumentano gli attacchi, aumentano i droni, aumentano i morti ma la linea del fronte si sposta poco o nulla. Dopo 1535 giorni di combattimenti la guerra in Ucraina si è impantanata in uno stallo che nessuna innovazione tecnologica e nessun piano d’assalto sembra in grado di rovesciare.
Per questo, dietro le dichiarazioni bellicose, a Mosca come a Kiev si sta diffondendo la convinzione che non esista la speranza di una vittoria sul terreno: è arrivata l’ora di negoziare una soluzione diplomatica.
La parata impaurita sulla Piazza Rossa ha messo a nudo la debolezza dell’armata del Cremlino, incapace persino di difendere la capitale. Putin ha poi formulato frasi sibilline sul «conflitto prossimo alla conclusione» e, anche se ha respinto l’offerta di
un incontro con Volodymyr Zelensky prima di avere chiuso un’intesa, ha aperto a colloqui con la Ue.
Sull’altro versante, l’impossibilità di un successo militare risolutivo viene ripetuta dal generale Valerii Zaluzhnyi, fino al 2024 comandante delle forze armate e oggi ambasciatore a Londra: il principale antagonista del presidente Zelensky che i sondaggi accreditano come trionfante nel caso di una sfida elettorale.
«La principale conseguenza dell’ingresso di nuovi strumenti come i droni – ha scritto – è la trasparenza del campo di battaglia, che ha portato al punto morto in cui è impossibile raggiungere gli obiettivi operativi e strategici».
Cosa significa? Se uno degli eserciti rivali prepara un assalto su larga scala, viene subito scoperto dai robot alati e ogni manovra è destinata a fallire. L’analisi di Zaluzhnyi è stata interpretata come un’apertura politica alle trattative e ha avuto eco in un Paese determinato a resistere ma logorato da oltre quattro anni di lotta.
La prospettiva di affrontare un altro inverno di blackout, freddo e morte comincia a essere discussa dalla stampa indipendente. Mentre in questo momento Kiev potrebbe sedersi al tavolo con una serie di garanzie.
Anzitutto, è stata superata la fase critica del divorzio dall’America. Il finanziamento da 90 miliardi concesso dall’Ue fornisce le risorse economiche per andare avanti fino al 2027. E anche le armi per le sue truppe ora sono soprattutto europee:
L’elemento fondamentale però viene dalla prima linea: i russi non sono in grado di sfondare la catena di città-fortezze del Donetsk. L’offensiva partita nella primavera di un anno fa si è arenata: le brigate di Mosca hanno conquistato 160 chilometri quadrati a marzo e 141 ad aprile.
Dall’inizio del 2026 la velocità dell’avanzata si è ridotta di due terzi e Forbes sostiene che con questo ritmo potranno occupare l’intera Ucraina solo nel 2256
Il fattore più drammatico sono i caduti: la stima basata sulle statistiche demografiche del Cremlino ritiene che i morti siano 352 mila a cui vanno aggiunti 900 mila feriti. Nonostante l’ecatombe, i russi continuano a lanciare attacchi: in queste ore insistono su Siversk e Kostyantynivka nel Donbass mentre cercano un varco a Orikhiv nella pianura di Zaporizzhizhia.
Il blocco di Hormuz e il prezzo del petrolio alle stelle danno fiato alla sua economia di guerra, ma Putin non ha assi nella manica per scardinare le difese di Kiev. Trovare una soluzione al conflitto gli consentirebbe di preservare intatto il suo potere. Quale può essere la via d’uscita?
Alla fine del 2025 nei colloqui mediati dalla Casa Bianca si cominciavano a delineare ipotesi di compromesso sulla sorte del Donbass. Il percorso diplomatico però si è fermato soprattutto perché Trump non era disposto a dare garanzie di sicurezza per il futuro ucraino. E questo resta ancora lo snodo chiave da risolvere.
(da Repubblica)

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SCOPPIA UN NUOVO CASO ALLA BIENNALE DI VENEZIA: QUASI LA METÀ DEGLI ARTISTI DELLA MOSTRA PRINCIPALE (52 SU 111) HA FIRMATO UNA LETTERA IN CUI DICHIARA CHE NON ACCETTERA’ I “LEONI DEL PUBBLICO” PER LA PRIMA VOLTA VOTATI DAI VISITATORI, DA ASSEGNARSI A NOVEMBRE A CHIUSURA DELLA MANIFESTAZIONE

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

UNA MOSSA, QUELLA DEI RICONOSCIMENTI “POPOLARI” TIRATA FUORI DAL CAPPELLO DAL PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE, PIETRANGELO BUTTAFUOCO, DOPO LE DIMISSIONI DELLA GIURIA CHE AVREBBE DOVUTO SCEGLIERE LEONI D’ORO AD APERTURA DI BIENNALE

La crisi che attraversa la Biennale Arte di Venezia raggiunge un nuovo punto di rottura. Quasi la metà degli artisti presenti nella Mostra principale “In Minor Keys”, curata da Koyo Kouoh, ha deciso di rinunciare alla possibilità di concorrere ai tradizionali Leoni d’Oro, segnando uno degli episodi più controversi nella storia recente della manifestazione.
Sono 52 gli artisti su 111 che hanno sottoscritto una dichiarazione pubblicata da e flux, spiegando di aver preso questa decisione “in solidarietà con le dimissioni della giuria selezionata da Koyo Kouoh”.
Tra i firmatari figurano nomi di rilievo della scena artistica internazionale come Alfredo Jaar, Otobong Nkanga, Walid Raad e Tuan Andrew Nguyen. Alla protesta si sono aggiunti anche gli artisti che rappresentano sedici padiglioni nazionali. Tra loro la francese Yto Barrada, la lituana Egle Budvytyte e l’olandese Dries Verhoeven.
Tradizionalmente i Leoni d’Oro vengono assegnati da una giuria internazionale sia agli artisti della mostra centrale sia ai padiglioni nazionali. Quest’anno però la cerimonia ufficiale non si è svolta: dopo le dimissioni collettive della giuria, la Biennale di Venezia ha deciso di sostituire i premi tradizionali con i cosiddetti “Leoni dei visitatori”, riconoscimenti assegnati dal pubblico attraverso una votazione popolare e previsti per il 22 novembre, giorno di chiusura dell’esposizione.
Le polemiche sono esplose già nelle settimane precedenti all’apertura della mostra. La giuria internazionale aveva infatti annunciato che non avrebbe preso in considerazione i padiglioni di Paesi accusati di crimini contro l’umanità davanti alla Corte Penale Internazionale.
Una posizione che avrebbe escluso di fatto Israele e Russia, due delle partecipazioni più contestate di questa edizione. Pochi giorni dopo quell’annuncio, il 30 aprile, i cinque membri della giuria si sono dimessi perchè l’artista israeliano Belu-Simion Fainaru aveva denunciando presunte discriminazioni razziali e accuse di antisemitismo, arrivando a ipotizzare un’azione legale contro la Biennale
(da agenzie)

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SCARICATA DA “THE DONALD”, MELONI TENTA L’ENNESIMA GIRAVOLTA PER RIPOSIZIONARSI E CANCELLARE L’IMMAGINE DELLA CHEERLEADER TRUMPIANA, MA LO SPAZIO DI MANOVRA È STRETTO

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

DE ANGELIS: “MELONI PROVA A BARCAMENARSI NELLA DIREZIONE DI UN ‘SOVRANISMO EUROPEO’. OPERAZIONE NON SEMPLICE IN UN MONDO CHE SI SENTE STRETTO IN UNA MORSA, TRA PERDERE CONSENSI SE SI SCHIACCIA TROPPO SU TRUMP E PERDERE CONSENSI SE SI SCHIACCIA SULL’EUROPA

C’era una volta l’America. La sua America. Quella della «relazione speciale» predicata e di un trumpismo praticato come racconto (vedi il tema sicurezza). È stata la storia di questi anni.
Di parole e atti che quel racconto lo hanno fissato nell’immaginario popolare: i ponti, gli incontri, le figure simbolo, da Elon Musk a JD Vance
E ora? Dentro la «franchezza» del dialogo con Marco Rubio c’è un nuovo posizionamento di Giorgia Meloni, come conseguenza di un nuovo contesto, sia pur subìto e non agito. E tuttavia, nel nuovo posizionamento ci sono tre messaggi, nient’affatto banali.
Agli Stati Uniti, la premier italiana sta dicendo che l’Italia resta alleata di Washington, ma non intende farsi assorbire automaticamente dentro tutte le scelte strategiche americane. All’Europa sta dicendo che Roma non intende essere la mera piattaforma mediterranea del trumpismo.
All’interno Meloni sta cercando di trasmettere il messaggio che l’Italia è un alleato leale ma non subordinato, consapevole di quanto, tra dazi e pompe di benzina quel legame abbia rappresentato un costo in termini di consenso.
Giorgia Meloni si conferma così una leader abile come capacità reattiva, e non da oggi. La sua è una storia di adattamenti e iniziative che recepiscono stimoli esterni. Non di svolte, che si nutrono di un’elaborazione autonoma, si fissano in gesti e luoghi simbolici, si costruiscono nel travaglio di un popolo che, sorpreso dalla strambata, deve essere convinto della bontà del nuovo inizio.
È così che ha gestito l’avvicinamento al governo, dismettendo progressivamente tutto l’armamentario “no euro”. L’operazione Conservatori in Europa e il sostegno all’Ucraina sono stati i due assi attorno a cui ha costruito un cambiamento senza che, agli occhi del suo mondo, apparisse un tradimento: Europa fin dove necessario per candidarsi a governare pur senza diventare europeista, sovranismo fin dove possibile non ha mai lavorato sulla costruzione di una “egemonia” politico-culturale, che partisse dal progetto di governo. Per usare un linguaggio d’antan, non c’è stato “revisionismo” teorico ma una astuta “doppiezza”: possiamo anche accettare i vincoli di bilancio, lo spread, Ursula, Kiev ma, in fondo, “noi siamo sempre noi”.
In quel “noi” restano fermi i fondamentali identitari che nel trumpismo trovano una macro-narrazione: la contrapposizione al sistema, lo spirito di tribù, la diversità, la copertura degli spazi a destra sulla sicurezza.
Ed è qui che si inceppa il meccanismo, nel combinato disposto di sconfitta referendaria e scomunica trumpiana. Hic Rhodus, hic salta. La crisi precipita proprio sull’elemento fondamentale di tenuta e legittimazione, a monte (nel rapporto con Trump) e a valle (nel rapporto col popolo). Insomma, sull’identità.
E non è un caso che, dopo l’incontro con Rubio, tutto il suo mondo, quasi in un riflesso pavloviano, ha reagito riproducendo il canone abituale della luce riflessa – “noi protagonisti della diplomazia mondiale” – proprio nel momento in cui di quel canone veniva sancita una discontinuità e, con essa, la ricerca di una nuova strada da percorrere.
Il tema che si pone oggi per Giorgia Meloni è quello di trasformare il nuovo posizionamento in nuovo racconto in grado di stabilire una connessione sentimentale col popolo che abbia la forza evocativa del precedente. Ecco il punto di snodo in cui si trova: barcamenarsi in una dura necessità o svoltare, nella direzione di un “sovranismo europeo” cogliendo l’opportunità.
È un’operazione politica, non comunicativa, che ha a che fare con la ricerca di una identità conservatrice più meditata e commisurata più al progetto che all’ideologia.
Operazione non semplice in un mondo che si sente stretto in una morsa, tra perdere consensi se si schiaccia troppo su Trump e perdere consensi se si schiaccia sull’Europa
E non semplice in un quadro peraltro in cui, in Europa, la sconfitta di Orban non segna la crisi del populismo di estrema destra: alle amministrative inglesi il primo partito è Reform Uk di Nigel Farage, in Germania l’AfD vola, al ballottaggio per l’Eliseo il prossimo anno potrebbe andare Jordan Bardella e in Spagna l’era Sanchez, sempre il prossimo anno, potrebbe essere archiviata da un governo dei Popolari con Vox.
Sarebbe un “c’era una volta l’Europa”, in cui financo l’attuale postura di Giorgia Meloni rischia di diventare una colpa, vista da destra.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”

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“IL PONTE CON L’AMERICA È DIVENTATO IL BARATRO DELLA PREMIER”. MATTEO RENZI AZZANNA LA SORA GIORGIA: “MELONI NON HA ABBANDONATO TRUMP, È LUI CHE L’HA ‘RIPUDIATA’. MELONI È IN CRISI PERCHÉ DEVE SEGUIRE LA LINEA EUROPEA MA NON PUÒ ABBANDONARE I MAGA. SE I MAGA ABBANDONANO MELONI E APPOGGIANO VANNACCI LA DESTRA ARRIVA DIVISA ALLE POLITICHE DEL ‘27. E CHI SI DIVIDE PERDE”

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

“È IL GOVERNO PIÙ LONGEVO MA ANCHE IL MENO ATTIVO. LA PRESSIONE FISCALE È AUMENTATA OLTRE IL 43%: SI SCRIVE GOVERNO MELONI, SI LEGGE GOVERNO DRACULA”

Matteo Renzi lancia una stoccata alla premier: «Tutti consideravano Giorgia Meloni la stella nascente della politica internazionale. Ora è politicamente finita in un vuoto galattico
Negli ultimi tempi la presidente del Consiglio sta cercando sponde in Europa e lavora sulla linea di Parigi e Londra. Cambio di rotta?
«Forse, ma non è affidabile. Ha cambiato idea su Putin, sull’Euro, sulla Nato, su
Trump. Detestava Macron e adesso i Fratelli d’Italia cantano la Marsigliese. E la premier è costretta a chieder sostegno agli odiati cugini».
Ed è per questo che Trump ha più volte attaccato l’Italia e anche l’incontro tra la premier e il segretario di Stato Marco Rubio non è servito al disgelo?
«Meloni non ha abbandonato Trump: è lui che l’ha “ripudiata”. Rubio – che è in guerra con Vance per la successione a Trump – ha fatto una visita di cortesia: era interessato solo al Papa. Oggi Meloni è in crisi perché deve seguire la linea europea ma non può abbandonare i Maga»
Perché questi tentennamenti?
«C’è una frattura fortissima a destra sulle dinamiche internazionali. Il ponte con l’America è diventato il baratro della premier. Se i Maga abbandonano Meloni e appoggiano Vannacci la destra arriva divisa alle Politiche del ‘27. E chi si divide perde, come insegna la batosta della sinistra quattro anni fa».
Nel centrosinistra [.in politica estera, ci sono visioni diverse. Come le affronterete in vista delle elezioni?
«Ci sono idee diverse ma sulla politica estera condividiamo la richiesta di un ruolo più forte dell’Europa e della diplomazia. Tra loro invece ci sono quelli i sovranisti che vogliono uscire dall’Euro. Siamo più uniti noi».
L’esecutivo ha festeggiato i quattro anni di vita e il gradimento è ancora alto nei sondaggi. Non mette in difficoltà il campo largo?
«È il governo più longevo ma anche il meno attivo. La pressione fiscale è aumentata oltre il 43%: si scrive governo Meloni, si legge governo Dracula. Mi stupisce il silenzio ipocrita di Confindustria. Come possono tacere davanti alla distruzione della produzione industriale? E in questa crisi Meloni pensa alla riforma della legge elettorale».
Italia viva si siederà al tavolo?
«Alla fine non se ne farà niente. Se Forza Italia non è del tutto rimbambita non accetterà mai una legge che va contro di loro».
Il centrosinistra farà le primarie?
«Dipenderà dalla legge elettorale. Se non ci saranno, io penso che Elly Schlein, che sono stato contento di vedere con Obama, sia pronta ad assumere il ruolo di leader
della coalizione. Se invece ci saranno le primarie parteciperemo anche noi come Casa riformista».
In che modo vi collocate?
Nel centrosinistra manca una nuova Margherita che faccia da quarta gamba per raccogliere i voti riformisti e dei delusi di Forza Italia o Fratelli d’Italia. Il mondo delle imprese non può votare di nuovo Meloni. Noi abbiamo fatto industria 4.0 e Jobs Act, unioni civili e ridotto le tasse: siamo più credibili di loro. Sono l’unico che da un anno dice che vinceremo noi, oggi ci credo più che mai. L’importante è che facciamo proposte credibili su stipendi, sicurezza, sanità senza inseguire l’ideologia».
(da Repubblica)

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LA NIPOTE PSICOLOGA MARY TRUMP; “IL PRESIDENTE E’ UN UOMO SEGNATO DA UN DISAGIO MENTALE MAI TRATTATO

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

LA DIAGNOSI: “STA PEGGIORANDO”

Per Mary Trump la diagnosi sullo zio è netta e non è una novità: la nipote del presidente americano la ripete da anni e in una nuova intervista firmata da Simona Siri per La Stampa torna a martellare sulle condizioni psichiatriche di suo zio quasi fuori controllo. Donald Trump, sostiene la nipote, sarebbe un uomo segnato da un disagio mentale mai trattato e ormai aggravato dal tempo.
«Donald è sempre stato inadatto a ricoprire qualsiasi posizione di potere perché soffre di disturbi psichiatrici gravi e non diagnosticati», afferma. «Oggi è anche peggiorato, perché quando una patologia non viene curata, succede questo: peggiora».
Chi è Mary Trump, la nipote-psicologa che attacca il presidente
A parlare non è una commentatrice qualunque. Mary è la figlia di Fred Jr., fratello di Donald morto nel 1981 per le complicanze dell’alcolismo, ed è cresciuta dentro quella stessa famiglia che oggi prova a smontare. Psicologa clinica e analista politica, allo zio ha dedicato tre libri molto critici ed è impegnata in una causa legale che si trascina dal 2018, dopo aver consegnato al New York Times documenti riservati sulle finanze dei Trump. Una posizione che le costa l’ostilità dell’intero clan trumpiano, con cui i rapporti sarebbero gelidi.
Perché secondo Mary Trump lo zio non è sano di mente
L’analisi che racconta alla Stampa passa dalla memoria famigliare per finire al suo sguardo clinico. I segnali di declino cognitivo, dice, sono ormai sotto gli occhi di tutti: vuoti di memoria continui, discorsi che escono dai binari della logica, impulsi fuori controllo. «È sempre stato megalomane, ma la sua megalomania sta diventando ancora più pronunciata», osserva, accostando il quadro a quello di chi convive con un parente affetto da demenza. A questo si aggiunge un’autostima costruita sul nulla, alimentata da uscite come «Ne so più io dei generali. So più io sulle armi nucleari degli esperti», pronunciate, ricorda la nipote, da un uomo che nessuno ha mai messo davvero alla prova e che resta «profondamente disinformato e ignorante, privo di curiosità intellettuale».
Perché Trump si comporta così secondo la nipote
La chiave, per la psicologa, sta nell’infanzia e in una biografia tenuta sempre al riparo. Donald, ricostruisce, è passato dalla protezione del nonno, che lo sostenne con denaro e agganci, a quella dei media newyorkesi, poi delle banche negli anni Novanta, infine del produttore Mark Burnett, l’uomo dietro The Apprentice. Una rete che, sostiene Mary, gli ha impedito di sviluppare un rapporto adulto con la realtà e che oggi lo lascia scoperto nei momenti di crisi, dalla gestione del Covid nel 2020 alla guerra con l’Iran. Da qui, secondo lei, la pulsione autodistruttiva e l’incapacità persino di pensare a un erede politico, perché «per lui è impossibile immaginare che il mondo possa sopravvivere a lui». E quindi conclude: «Donald è, in sostanza, un bambino terrorizzato che non è mai stato amato. Rischia di perdere la battaglia per convincere il mondo di essere una grande figura storica, quando in realtà non è altro che un patetico perdente».
(da agenzie)

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TORNA LA “DANZA DELLA VITTORIA” DEL MINISTRO DELLA SALUTE UNGHERESE

Maggio 10th, 2026 Riccardo Fucile

CHI E’ ZSOLT HEGEDUS: LO SHOW VIRALE PER IL GOVERNO DI MAGYAR

In Ungheria si è guadagnato il soprannome di «Bulibáró» per la sua ormai famosa «danza della vittoria». Chi è il medico ballerino che gestirà la sanità unghereseZsolt Hegedűs si è ripetuto all’evento di insediamento del governo guidato da Péter Magyar. A Budapest, il neoministro della Sanità ungherese ha replicato sul palco la scena che lo aveva già reso celebre dopo le urne. Medico ortopedico di professione, Hegedűs era stato indicato come responsabile della Salute dal leader del partito Tisza diversi mesi prima del voto, e oggi è una delle figure più riconoscibili della nuova squadra. L’immagine del ministro che si muove a tempo di musica sembra voler insistere sul registro informale che Magyar vuole portare nella politica ungherese.
A trasformare il medico quasi ministro in fenomeno mediatico era stata la serata di domenica 12 aprile, quando il partito di opposizione aveva festeggiato il successo elettorale nella capitale. Tra i tanti filmati che hanno iniziato a circolare in quelle ore, c’era stato quello in cui Hegedűs, sciolto e senza alcuna timidezza davanti ai riflettori, si lasciava andare a una danza convinta sul palco allestito per i sostenitori del Tisza. A riprendere la scena era stata Noémi Zalavári, giornalista dell’emittente ungherese RTL, che ha pubblicato il video sui propri profili social.
Chi è Zsolt Hegedűs, il nuovo ministro della Sanità del governo Tisza
Eletto deputato grazie all’undicesimo posto nella lista nazionale guidata da Magyar Péter, il suo nome circolava già dal luglio 2025, quando era stato presentato come consulente sanitario della formazione, per poi essere ufficializzato come candidato ministro il 30 ottobre dello stesso anno, come riportato da 444.hu. La notorietà di Zsolt Hegedűsha però superato in fretta i confini ungheresi con la sua «danza della vittoria» sul palco subito dopo lo spoglio. Immagini che gli sono valse il soprannome di «Bulibáró», traducibile come barone della festa. Figlio del vescovo riformato Hegedűs Loránt, è sposato con un’oculista e ha quattro figli.
Dal sistema sanitario britannico alla politica ungherese
Laureato nel 1994 alla facoltà di Medicina della Semmelweis Egyetem di Budapest, Hegedűs ha conseguito la specializzazione in ortopedia nel 1999, costruendo poi la parte più consistente della propria carriera oltremanica. Tra il 2005 e il 2015 ha infatti lavorato per strutture convenzionate con il National Health Service britannico, prima come Lead Orthopaedic Surgeon al Netcare UK Greater Manchester Surgical Centre e in seguito nel gruppo UK Specialist Hospitals AGW, fra Emersons Green e Cirencester, dove si è specializzato in protesi di anca e ginocchio e in interventi artroscopici. Rientrato in patria nel 2015, ha proseguito l’attività clinica al Wáberer Medical Center e al Duna Medical Center, guidando inoltre il reparto di Chirurgia sportiva e Ortopedia dell’Istituto nazionale di Medicina dello sport. In ambito sindacale è stato vicepresidente dell’organizzazione
di medici specializzandi e specialisti e, dal 2019 al 2023, ha presieduto il Collegio etico della Camera medica ungherese, oltre a figurare tra i promotori del movimento «1001 medici senza tangenti», nato per contrastare la pratica delle mance ai sanitari.
(da agenzie)

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