Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
TRE ARRESTI TRA ITALIA E SPAGNA, LA CACCIA AL CAPO CHE SI SAREBBE RIFUGIATO A MOSCA
La procura nazionale antimafia indaga su un’azione di spionaggio internazionale collegata alla Russia. Che parte dalle informazioni carpite dal sistema informatico di due traghetti di Grandi Navi Veloci (Gnv). E finire sui server di un gruppo hacker filorusso. Due marittimi lettoni hanno ricevuto qualche migliaio di euro per bucare i sistemi. Con l’obiettivo di prendere i comandi a distanza dei traghetti tramite i dispositivi elettronici installati di nascosto, anche se non è certo che il gruppo fosse capace di arrivare a questo
Gli hacker di Gnv
Il Corriere della Sera racconta che il capo dell’operazione è un altro cittadino lettone di 40 anni che ora è a Mosca. Un suo connazionale è stato arrestato una settimana fa in Spagna su mandato della procura di Genova per il reato di accesso abusivo a sistema informatico. La storia comincia a dicembre 2025 con la denuncia di Gnv al Centro di sicurezza cibernetica della polizia postale ligure. L’indagine è seguita dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo. Gli arrestati sono due ragazzi lettoni di 24 e 25 anni, fermati sei mesi fa sulle navi Fantastic e Bridge. Il primo al porto francese di Sète, il secondo in quello di Napoli. Poi c’è il complice rintracciato in Spagna. Che era il collegamento con il capo.
La confessione
Uno di loro ha confessato di essere stato pagato per installare il dispositivo. Senza dire molto sui mandanti. All’epoca dei primi due arresti, con la collaborazione di Parigi, il ministro dell’Interno francese Laurent Nunez fece riferimenti alla Russia: «Oggi dietro le interferenze straniere c’è molto spesso un solo Paese». Ci sono sospetti di sabotaggio anche dietro la collisione lo scorso anno nel mare del Nord fra la portacontainer portoghese Solong e la petroliera svedese Stena Immaculate, noleggiata dalle forze armate Usa per trasportare cherosene per gli aerei. Il comandante della prima nave, cittadino russo, è stato processato e condannato, ma per negligenza e omicidio colposo di un marittimo disperso e dichiarato morto.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
I DOCUMENTI DELL’OFFICE OF GOUVERNEMENT ETHICS: VENDITE SU AMAZON, APPLE, MICROSOFT E UBER
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato coinvolto in una serie di transazioni
finanziarie nel 2026 relative a importanti aziende americane. Per un totale di diverse centinaia di milioni di dollari. Lo dicono alcuni documenti pubblicati nella notte di giovedì 14 maggio dall’Office of Goverment Ethics (OGE) americano. I documenti con il nome del presidente descrivono in dettaglio transazioni che coinvolgono diversi giganti della tecnologia e importanti attori dell’economia statunitense, tra cui Amazon, Apple, Microsoft e Uber. Menzionati anche il produttore di chip Nvidia e il costruttore di aerei Boeing.
Le transazioni finanziarie di Trump
Per ciascuna di queste società gli importi riportati variano da 1 milione a 5 milioni di dollari. Ma i documenti non specificano la natura esatta degli asset coinvolti. Per esempio se si trattasse di acquisti di azioni, obbligazioni o altri strumenti finanziari. I documenti menzionano anche diverse vendite su larga scala, tra cui quelle di Microsoft, Amazon e Meta, alcune valutate tra i 5 e i 25 milioni di dollari. L’Office of Government Ethics ha lo scopo di prevenire conflitti di interesse finanziari e altre violazioni etiche all’interno dei circa 140 uffici e agenzie del ramo esecutivo, secondo quanto riportato sul suo sito web. Altri documenti finanziari riguardanti il presidente degli Stati Uniti sono stati resi pubblici in passato.
Il patrimonio e il trust
Attualmente il patrimonio del presidente degli Stati Uniti è detenuto in un trust amministrato da suo figlio, Donald Jr. Si tratta di un trust revocabile, il che significa che può riprendere il controllo diretto dei suoi beni in qualsiasi momento. Durante l’amministrazione molte polemiche sono state sollevate sulle scommesse effettuate riguardo le scelte di Trump. Poche ore prima che la Casa Bianca annunciasse un’azione contro il Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro, qualcuno aveva puntato 32 mila dollari proprio su quell’esito, allora ritenuto altamente improbabile. La scommessa si è trasformata in una vincita superiore ai 400mila dollari. Non ci sono prove di insider trading ma l’anonimato degli utenti e l’uso di stablecoin rendono difficile capire chi abbia scommesso e con quali informazioni.
Le anomalie
Molte scommesse su cui si sono registrate vincite anomale riguardano decisioni che solo il presidente e una ristretta cerchia di fedelissimi possono conoscere in anticipo. Non solo: Donald Trump Jr. è diventato azionista e membro del consiglio consultivo di Polymarket. In parallelo, il figlio del presidente ha assunto anche un ruolo retribuito come consulente strategico di Kalshi, principale concorrente di Polymarket. A fine marzo il Financial Times ha scritto che Pete Heghset, segretario alla difesa Usa, si era informato su investimenti in aziende di armi.
L’attacco Usa all’Iran
Su Polymarket sei account hanno vinto quasi un milione di euro puntando sull’attacco Usa all’Iran. Il 23 marzo un post di Trump su una «risoluzione totale» delle ostilità è stato preceduto di 14 minuti da un volume di scambi definito «anormale» dagli esperti, permettendo a ignoti trader di incassare profitti milionari su un calo dei prezzi dell’11%. Il 7 aprile 2026 i trader hanno scommesso un totale di quasi un miliardo di dollari (950 milioni) sul calo dei prezzi del petrolio. Prima dell’annuncio del cessate il fuoco.
Secondo i dati del London Stock Exchange alle 19.45 GMT di quel giorno sono stati venduti 8.600 lotti di futures sul Brent e sul greggio Usa. Alle 23.00 Trump ha annunciato la tregua di due settimane. Facendo crollare i futures (ovvero i contratti derivati standardizzati negoziati su mercati regolamentati che obbligano le parti a scambiare un’attività sottostante – materie prime, indici, valute – a un prezzo prefissato entro una data futura) del 15%. Il prezzo è sceso sotto i 100 dollari al barile all’inizio della sessione di trading del giorno successivo.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ACCORDI COMMERCIALI VANTATI NON SONO STATI FESTEGGIATI DAI MERCATI, LE AZIONI BOEING HANNO PERSO VALORE
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lasciato la Cina oggi 15 maggio. Vantando accordi commerciali a cui i mercati hanno creduto poco. Mentre Pechino ha messo in guardia Washington sulla cattiva gestione di Taiwan e ha sostenuto che la guerra con l’Iran non avrebbe mai dovuto iniziare. La visita di Trump al principale rivale strategico ed economico degli Stati Uniti, la prima di un presidente americano dal suo ultimo viaggio nel 2017, mirava a ottenere risultati concreti per risollevare i suoi indici di gradimento, in vista delle cruciali elezioni di medio termine.
Il menu degli ospiti
L’agenzia di stampa Reuters racconta che il vertice è stato ricco di sfarzo. Dai grandi ricevimenti con soldati in marcia ai sontuosi banchetti e alle visite private a un giardino segreto, mentre Trump ha ripetutamente elogiato il suo ospite, commentandone la cordialità e il prestigio. «È stata una visita incredibile. Penso che ne siano derivati molti aspetti positivi», ha detto Trump a Xi durante il loro ultimo incontro al complesso di Zhongnanhai, ex giardino imperiale che ospita gli uffici dei leader cinesi, prima di cenare con un menù a base di polpette di aragosta e capesante Kung Pao. Poco prima dell’incontro di venerdì, il ministero degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione in cui esprimeva la propria frustrazione nei confronti della guerra tra Stati Uniti, Israele e l’Iran.
La guerra del Golfo
«Questo conflitto, che non sarebbe mai dovuto accadere, non ha motivo di continuare», ha affermato il ministero, aggiungendo che la Cina stava sostenendo gli sforzi per raggiungere un accordo di pace in una guerra che aveva gravemente compromesso le forniture energetiche e l’economia globale. Trump ha dichiarato che i due leader avevano discusso dell’Iran e che condividevano «opinioni molto simili», sebbene Xi non abbia commentato.
Ci si aspettava che Trump esortasse la Cina a usare la propria influenza sull’Iran per raggiungere un accordo. Ma gli analisti dubitano che Xi sarà disposto a fare pressioni su Teheran o a porre fine al suo sostegno militare, dato il valore dell’Iran per Pechino come contrappeso strategico agli Stati Uniti.
I colloqui
I colloqui di ieri hanno evidenziato quello che la Casa Bianca ha definito il desiderio condiviso dai leader di riaprire lo Stretto di Hormuz, al largo delle coste iraniane, attraverso il quale un tempo transitava un quinto del petrolio e del gas mondiali, e l’apparente interesse di Xi per gli acquisti di petrolio americani al fine di ridurre la dipendenza dal Medio Oriente. «Ciò che è degno di nota è che non vi è alcun impegno cinese a fare qualcosa di specifico riguardo all’Iran», ha affermato Patricia Kim, ricercatrice di politica estera presso la Brookings Institution.
I funzionari statunitensi hanno affermato di aver anche raggiunto accordi per la vendita di prodotti agricoli. E di aver compiuto progressi nella creazione di meccanismi per gestire gli scambi commerciali futuri. Entrambe le parti dovrebbero identificare beni non sensibili per un valore di 30 miliardi di dollari.
I chip
I dettagli degli accordi sono scarsi e non si sono visti segnali di una svolta nella vendita dei chip AI avanzati H200 di Nvidia alla Cina, nonostante l’arrivo a sorpresa all’ultimo minuto del CEO Jensen Huang. Trump ha dichiarato a Fox News che la Cina aveva accettato di ordinare 200 aerei Boeing, il suo primo acquisto di aerei commerciali di fabbricazione statunitense in quasi un decennio. Ma la cifra era ben lontana dai circa 500 previsti dai mercati e le azioni Boeing sono crollate di oltre il 4%. «Per il mercato, il vertice può essere strategicamente rassicurante, ma deludente nella sostanza», ha detto a Reuters Chim Lee, analista senior per la Cina presso l’Economist Intelligence Unit. Le azioni cinesi sono scese, poiché il vertice tra i leader delle due maggiori economie mondiali ha prodotto pochi accordi in grado di entusiasmare gli investitori.
La tregua commerciale
Il principale risultato del vertice potrebbe essere il mantenimento della fragile tregua commerciale raggiunta durante l’ultimo incontro tra i leader a ottobre, quando Trump ha sospeso i dazi a tre cifre sulle merci cinesi, mentre Xi ha
rinunciato a bloccare le forniture di terre rare. Non è ancora stato deciso se estendere la tregua oltre la sua scadenza, prevista per la fine dell’anno, ha dichiarato venerdì a Bloomberg TV il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, che accompagnava Trump.
Taiwan
Taiwan, a soli 80 km dalla costa cinese, è da tempo un punto critico nelle relazioni bilaterali, con Pechino che si rifiuta di escludere l’uso della forza militare per ottenere il controllo dell’isola e gli Stati Uniti vincolati per legge a fornirle i mezzi di autodifesa. «La politica statunitense sulla questione di Taiwan rimane invariata fino ad oggi», ha dichiarato a NBC News il Segretario di Stato Marco Rubio, che viaggia con Trump, aggiungendo che i cinesi «sollevano sempre la questione… noi chiariamo sempre la nostra posizione e andiamo avanti».
Trump ha sollevato con Xi la questione del più acceso critico della Cina a Hong Kong, il magnate dei media Jimmy Lai, condannato a 20 anni di carcere a febbraio nel più grande caso di “sicurezza nazionale” nella storia del centro finanziario asiatico. Gli affari di Hong Kong sono una questione interna della Cina, ha risposto il ministero degli Esteri cinese.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
AVREBBE INVESTITO OLTRE 7 MILIONI DI DOLLARI IN PROSPETTIVA DELLA MISSIONE IN CINA
Il Presidente americano Donald Trump avrebbe aumentato in modo significativo i
propri investimenti in Apple poco prima della visita ufficiale in Cina, viaggio in cui è stato accompagnato dai vertici di alcune delle maggiori multinazionali americane tra cui figura anche Apple. Secondo i dati dell’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti, citati dalla stampa economica statunitense, nei primi mesi del 2026 il presidente americano avrebbe investito fino a 7,2 milioni di dollari (circa 6,2 milioni di euro) nel colosso dell’iPhone. Non è tuttavia possibile stabilire gli importi esatti delle operazioni su Apple perché gli elenchi dichiarati prevedono solo cifre approssimative. Tuttavia, come emerge dai dati, Trump ha aumentato in modo significativo i propri investimenti nella società. L’acquisto più consistente risale all’inizio di febbraio e aveva un valore compreso tra uno e cinque milioni di dollari. Dai dati non risulta chiaro se gli investimenti siano stati destinati ad azioni o ad altri strumenti finanziari.
Tuttavia, come emerge dai dati, Trump ha aumentato in modo significativo i propri investimenti in Apple. L’acquisto più consistente risale all’inizio di febbraio e aveva un valore compreso tra uno e cinque milioni di dollari.
Operazioni anche su Nvidia e Tesla
Non c’è soltanto Apple. Durante la sua visita di Stato, Trump è stato accompagnato da una nutrita delegazione di big manager, tra cui il miliardario tech Elon Musk, il Ceo di Apple Tim Cook, il Ceo del produttore di chip Nvidia Jensen Huang e il Ceo di Boeing Kelly Ortberg. Secondo le analisi, nei mesi precedenti al viaggio, Trump ha anche effettuato numerose operazioni di compravendita sui titoli di queste aziende. Tuttavia in questi casi non emerge una tendenza chiara che indichi se abbiano prevalso gli acquisti o le vendite.
Boeing si è aggiudicata in Cina una commessa di 300 aerei del valore di oltre 37 miliardi di dollari, annunciata anche da Trump, che però aveva citato una cifra
diversa. In Borsa, invece, ci si aspettava una commessa ancora più consistente, motivo per cui il titolo ha registrato un calo significativo.
I dati emersi colpiscono anche perché Trump ha effettuato un gran numero di transazioni: solo per quanto riguarda gli acquisti, nei tre mesi in questione si contano oltre 2.300 voci. Tuttavia, almeno una parte delle transazioni non è stata gestita da Trump in prima persona, bensì da conti amministrati. Le operazioni di maggiore entità hanno riguardato la vendita di titoli del settore tecnologico. Secondo quanto riportato, Trump ha venduto titoli singoli di Microsoft, Amazon e Meta per un valore fino a 25 milioni di dollari, tutti il 10 febbraio.
Il dossier Cina
Obiettivo del viaggio di Trump è di riaprire il dialogo economico con la Cina in una fase segnata da tensioni commerciali, dazi e scontri sulle tecnologie strategiche.
Il dossier Apple è particolarmente sensibile. Il gruppo guidato da Tim Cook continua infatti a dipendere fortemente dalla filiera produttiva cinese, nonostante negli ultimi anni abbia cercato di diversificare parte della produzione verso India e Sud-est asiatico. Parallelamente Trump ha più volte chiesto alle aziende americane di riportare manifattura e investimenti negli Stati Uniti, arrivando anche a minacciare nuovi dazi sugli iPhone prodotti all’estero.
L’acquisto massiccio di titoli Apple nei mesi che hanno preceduto il viaggio in Cina rischia di alimentare polemiche politiche e interrogativi sul possibile conflitto di interessi tra attività pubblica e investimenti privati, soprattutto in una fase in cui i rapporti tra Stati Uniti e Cina restano uno dei dossier più delicati per i mercati globali.
(da La Stampa)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI NERVOSA E A FINE CORSA: “IN CRISI PER LA GUERRA E IL BONUS 110%”. BALLE E SCUSE… PERDE LA CALMA, APRE AI “RESPONSABILI” E SCARICA TUTTI I GUAI SU CHI L’HA PRECEDUTA
“Invocate sempre la presenza della premier in Parlamento, ma oggettivamente c’è poco di cui parlare”. Sono passati dieci minuti e Giorgia Meloni già si innervosisce. Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, è il secondo a porle la domanda: la incalza sul caso Giuli che “stava benissimo nel bosco a suonare il flauto”, sul ginecologo Marco Mattei alla Corte dei Conti, la legge elettorale per “affrontare la crisi di Hormuz”, il Piano casa che “sta dando management fees a un cittadino privato chiamato Mario Abbadessa, scelto senza gara pubblica”. Renzi la descrive come una sorta di “famiglia Addams”. Lei, in un Senato stracolmo, si gira ai colleghi di governo Adolfo Urso e Luca Ciriani e ripete indignata: “Che livello!”. Sarà solo la prima intemerata della premier nel suo pomeriggio a Palazzo Madama.
Alle 16:30 inizia il premier time e l’unico, all’opposizione, a cui dedica parole al miele è Carlo Calenda che le chiede una cabina di regia per affrontare le emergenze economiche: da Meloni “porte aperte” alle opposizioni “responsabili” perché “le tensioni geopolitiche incidono sulla crescita e sul potere di acquisto delle famiglie”.
Il resto dell’ora e mezzo di domande e risposte serrate al Senato – tra fischi, borbottii e diverse interruzioni – Meloni lo passa sulla difensiva con le opposizioni. Tra i banchi del governo ci sono molti ministri, ma non i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Meloni si agita (“di fronte agli insulti c’è poco di cui parlare”), poi inizia la lista delle giustificazioni rispondendo all’intervento del pentastellato Stefano Patuanelli, che accusava il suo governo di austerità e di non aver fatto niente sulla politica industriale. Il refrain è sempre il solito, il nemico lo stesso: il Superbonus. “Finiremo di pagarlo nel 2027, alla fine del mio mandato quindi non accetto lezioni da chi ha sperperato soldi con il Superbonus”, accusa la premier. Parole con cui espone il fianco, perché i 5Stelle le ricordano quando era stato il suo governo a prorogare diverse norme del 110%.
Rispondendo ai colleghi di maggioranza, Meloni rivendica poi i risultati ottenuti: il Sud con “i 55 miliardi investiti” e una nuova cabina di regia, il Piano casa su cui punta la Lega (anche se il capogruppo Massimiliano Romeo le ricorda di “venire più spesso al Senato per spiegare cosa ha fatto il governo”), il taglio delle tasse, i salari e il Pnrr.
Altro nervosismo si aggiunge quando arriva l’altra critica più dura, quella dal capogruppo Pd Francesco Boccia. Dopo aver elencato le riforme fallite dal governo, il dem la accusa di non essere più una del popolo, ma cambiata dai Palazzi del potere. La premier prima sbotta lamentando le troppe domande del senatore (“è un quizzone finale?”) poi alza la voce e mostra un assaggio di campagna elettorale in vista del 2027: “Sono andata a fare la spesa al supermercato sabato scorso – dice – Non rinuncio a stare in mezzo alla gente e a fare una vita normale. E attorno a questo governo c’è ancora tanto affetto e questo qualcosa significherà”. E ancora: “Se l’Italia oggi è così disastrosa, in che condizioni era quando l’abbiamo ereditata? È possibile che gli italiani si aspettino di più da noi, ma temo che non se lo aspettino da voi perché ci sono già passati”. E su questo fa subito capire quali saranno i temi su cui batterà Fratelli d’Italia in campagna elettorale: “Abbiamo alzato le tasse solo alle banche e le abbiamo abbassate ai lavoratori”, dice la premier riferendosi alla controversa tassa sugli extra-profitti per le banche, annunciata ma poi annacquata dopo le barricate di FI.
L’unico annuncio arriva in fondo alla seduta quando Meloni fa sapere che entro l’estate sarà approvata la legge delega e i rispettivi decreti attuativi sul nucleare. Finisce la seduta tra gli applausi di Fratelli d’Italia e Meloni si volta verso le opposizioni: “Ma non dovevate fare la bagarre? Siete lì seduti e pacati…”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP HA ABBASSATO LA CRESTA
Per capire meglio che cosa è accaduto nel bilaterale Usa-Cina valgono le analisi degli
esperti di relazioni internazionali, degli economisti, dei conoscitori di cose militari e strategiche. Ma un riassunto può farlo anche l’uomo della strada, con ottime probabilità di avere colto il nocciolo: Trump ha incontrato uno più grosso di lui (in questo momento, l’unico più grosso di lui) e ha abbassato la cresta, come avviene tra gli animali quando ingaggiano tra loro. C’è anche una etologia della politica.
Con la Cina non è nelle condizioni di fare il bullo; non può intimidirla, non può umiliarla, e tanto meno comperarla. Può darsi — addirittura — che Trump ne intuisca, per puro istinto e non certo per cultura (non avendone) di avere di fronte una civiltà millenaria, che non ha alcun bisogno di sbandierare protezioni divine e furori religiosi come pretesto della propria esistenza. Per esistere, alla Cina, bastano i cinesi e l’interminabile catena delle generazioni precedenti.
A noi europei dispersi, vecchi, eppure malgrado noi stessi pur sempre contemporanei, un poco rassicura sapere che c’è qualcuno più grosso e anche più composto dell’America uscita di senno; e un poco preoccupa sapere che questo qualcuno è una potenza totalitaria, almeno secondo l’idea che ci siamo fatti dei diritti e della libertà di espressione. Va da sé che è colpa nostra non essere grossi altrettanto (anche se economicamente e culturalmente potremmo esserlo). Fossimo uniti, fossimo Unione Europea per davvero, saremmo il terzo polo, e sulla carta un punto di equilibrio. Chissà mai. La storia a volte accelera.
(da repubblica.it)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
NEL QUARTIERE MUSULMANO DI GERUSALEMME SONO SCOPPIATI DISORDINI, CON LANCI DI BOTTIGLIE PIETRE E SEDIE – IN CISGIORDANIA, I COLONI, GRAZIE ALLA CRESCENTE IMPUNITÀ DI CUI GODONO CON NETANYAHU, SONO SEMPRE PIÙ SPREGIUDICATI E VIOLENTI
Lo urlano in faccia ai giornalisti. Non esitano a cantarlo davanti ai soldati e ai poliziotti. «Morte agli arabi», ripetono. «Non vogliamo i palestinesi sulla nostra terra».
Sono quasi tutti giovani, in gran parte minorenni, con le trecce, T-shirt logore addosso, scarponi impolverati, la kippah sulla testa. I tratti distinguibili dei giovani coloni che provengono dalle colline della Cisgiordania, dalle sommità che hanno occupato costruendo avamposti (insediamenti illegali anche secondo la legge israeliana).
Sono appese bandiere bianche e blu con la stella di David, ma quella che si vede vicino a loro è la bandiera blu con un tempio nel centro. Quella usata da alcuni movimenti ebraici nazional-religiosi che sostengono la costruzione di un futuro “Terzo Tempio” ebraico sul Monte del Tempio di Gerusalemme, il luogo dove oggi si trovano la moschea di al-Aqsa e la Cupola della Roccia
Ancora prima che la Marcia delle Bandiere iniziasse, bande di ragazzini provenienti dagli insediamenti importunavano i palestinesi che vivono nella città antica di Gerusalemme, e gli attivisti israeliani dell’Ong Standing Together accorsi in loro difesa. Con le loro casacche viola.
I giovani coloni sputavano, urlavano cori omofobi e razzisti. Hanno ferito un giornalista del quotidiano riformista israeliano Haaretz. Proprio nel quartiere
musulmano sono scoppiati disordini, con lanci di bottiglie di vetro, pietre, perfino sedie.
Il Giorno della Riunificazione di Gerusalemme è un paradigma della direzione che sta prendendo una parte della società israeliana. Di come, e di quanto, la società israeliana sia cambiata dopo la strage commessa dalle milizie di Hamas il 7 ottobre 2023.
La festa della riunificazione di Gerusalemme celebra la riunificazione della città quando, durante la Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967) l’esercito israeliano sconfisse le armate giordane prendendo possesso della parte orientale della città, dove si trova anche la Città Vecchia.
Ma la Danza delle Bandiere racconta anche un’altra storia: quella di un Israele sempre più divisa, in cui c’è ancora chi crede alla convivenza, alla soluzione dei due Stati, al rispetto reciproco e chi invece non vuol sentire più parlare dei palestinesi.
Verso il pomeriggio, quando un’enorme bandiera israeliana, bianca e azzurra, ricopriva parte del piazzale davanti al Muro del Pianto, sembrava la festa di un Paese pacifico.
Eppure, in Cisgiordania, i coloni, fiduciosi della crescente impunità di cui godono da due anni a questa parte, sono sempre più spregiudicati e violenti.
Proprio ieri pomeriggio due di loro sono stati filmati mentre aggredivano Lior Amihai, ebreo, direttore esecutivo dello storico gruppo anti-occupazione israeliano Peace Now, durante una visita di gruppo a Ein Samiya, nella Cisgiordania centrale.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INVESTIGATORI VALUTANO VARIE IPOTESI: PERDITA DI ORIENTAMENTO DENTRO LA GROTTA, PANICO COLLETTIVO, ESAURIMENTO DELL’ARIA OPPURE TOSSICITÀ DELL’OSSIGENO NELLE BOMBOLE – IL GRUPPO, CHE SI TROVAVA NELLE MALDIVE PER UNA CROCIERA SCIENTIFICA DEDICATA ALLO STUDIO DELLE BARRIERE CORALLINE, SI È IMMERSO NONOSTANTE L’ALLERTA METEO
Le grotte di Alimathà, nell’atollo di Vaavu, uno straordinario canyon dalle pareti
incastonate di coralli percorso da magnifici pesci tropicali. Monica Montefalcone, biologa e docente di ecologia marina e scienze subacquee dell’Università di Genova, non aveva esitato a portare giù con lei nei fondali di quelle Maldive che così bene conosceva sua figlia Giorgia Sommacal, 23 anni, e un suo studente, Federico Gualtieri, 31 anni, che agli atolli aveva dedicato la sua tesi.
Insieme alla giovane collega Muriel Oddenino, 31 anni anche lei, e all’istruttore subacqueo Gianluca Benedetti, aveva sfidato l’allerta meteo gialla, il mare mosso e il vento con raffiche fino a 50 chilometri orari pur di esplorare quel paradiso, lei che — tra i mille altri incarichi — era anche responsabile di un’attività di ricerca sulle scogliere coralline delle Maldive.
Ma a bordo della Duke of York, la safari boat su cui si erano imbarcati domenica scorsa, non sono più risaliti. Alle 13.45 di ieri, diverse ore dopo l’immersione, il resto dell’equipaggio ha dato l’allarme alla polizia maldiviana che ha fatto scattare una complicatissima operazione di soccorso. A sera, solo uno dei corpi era stato recuperato. Gli altri quattro — hanno fatto sapere le forze armate maldiviane — probabilmente si trovano all’interno della stessa grotta, un tunnel lungo una sessantina di metri.
«Un’operazione molto pericolosa e ad alto rischio», quella di recupero, hanno sottolineato i maldiviani che hanno inviato sul posto unità subacquee specializzate della Guardia costiera. Facendo subito notare che alle Maldive le immersioni a scopo turistico oltre i 30 metri sono proibite e quelle grotte in cui i cinque italiani hanno perso la vita sono a 60 metri di profondit
Ma quello di Monica Montefalcone, dotata di brevetto internazionale Cave diver di primo livello, non era un semplice gruppo di turisti e, a quanto sembra, la loro
immersione a quella profondità era stata autorizzata dal ministero maldiviano competente. La loro era una crociera scientifico-biologica organizzata da un tour operator specializzato, la Albatros Top Boat. Sulla Duke of York si erano imbarcati domenica 10 maggio da Malè con un programma che prevedeva immersioni e lezioni specifiche per documetare la biodiversità dell’atollo, oggetto di studio specifico delle due ricercatrici italiane.
Non è ancora chiaro se a bordo della Duke of York ci fossero altri compagni di viaggio che avevano preferito non scendere giù viste le condizioni meteo e l’immersione assai impegnativa. Potrebbero essere importanti testimoni per l’inchiesta della polizia maldiviana che dovrà stabilire le cause di quella che è la più grande tragedia del mare per le Maldive
Cosa può avere ucciso tutti e cinque insieme i sub, da regola dotati di un brevetto speciale per quelle profondità, scesi in immersione sotto la guida di un istruttore esperto come il capobarca della Duke of York? Le ipotesi su cui ruota l’indagine della polizia maldiviana sono diverse: si va dalla più semplice, la perdita di orientamento all’interno della grotta, complice anche la scarsa visibilità per la sabbia dei fondali smossa dal moto ondoso, alla più complessa tossicità dell’ossigeno contenuto nelle bombole
Senza escludere la possibilità che uno dei cinque possa essere rimasto incastrato e gli altri abbiano finito l’aria o siano stati colti dal panico e siano andati in narcosi nel tentativo di aiutarlo a divincolarsi.Il ritrovamento di tutti i corpi, la loro posizione all’interno della grotta, darà sicuramente elementi decisivi per capire cosa è successo.
A disposizione dell’equipaggio dello yacht [ci sarebbe anche il nitrox, una miscela respiratoria per immersioni subacquee composta da azoto e ossigeno. Per i media maldiviani, una delle ipotesi più accreditate dalla Guardia costiera locale è quella della tossicità dell’ossigeno, un fenomeno non raro a profondità importanti. Se la miscela della bombola non è adeguata, l’ossigeno a certe profondità diventa tossico.
Bisognerebbe diminuirne le percentuali e aumentare l’elio. Se questo non avviene, il troppo ossigeno può mandare in sofferenza tutti i muscoli compreso il cuore
Il fatto però che nessuno dei cinque, e tra loro almeno tre sub esperti, sia riuscito ad emergere fa pensare che il gruppo possa essersi perso all’interno di questo vero e proprio canyon. Con pochissima luce, alle spalle, la visibilità probabilmente assai scarsa per la sabbia alzata dal moto ondoso, i cinque italiani potrebbero aver perso l’orientamento, essere andati in panico e magari aver banalmente finito tutti l’aria nel tentativo di ritrovare la via d’uscita.
«A 60 metri di profondità nel mare ci sono diversi rischi, è una vera tragedia», dice Alfonso Bolognini, presidente della Società italiana di Medicina subacquea ed iperbarica. «Le ipotesi che possiamo fare in questo momento sono diverse: una miscela respiratoria inadeguata che può creare una crisi iperossica quando c’è un aumento della pressione parziale di ossigeno nei tessuti e nel plasma sanguigno che può causare problemi neurologici». Ma c’è anche l’aspetto psicologico.
«Dentro una grotta a 60 metri di profondità basta un problema ad un operatore o un attacco di panico ad un sub», spiega ancora Bolognini, «e l’agitazione genera la torbidità dell’acqua e può peggiorare la visibilità. In questi casi la componente di panico potrebbe far commettere degli errori anche fatali»
(da Open)
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Maggio 14th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “A REGOLE VIGENTI, IL CAMPO LARGO PUÒ DIRE ‘A PALAZZO CHIGI VA IL LEADER DEL PARTITO CHE ARRIVA PRIMO’. DIRLO SUBITO IMPONE UN CHIARIMENTO DI FONDO DA PARTE DI UNA COALIZIONE CHE FINORA È TALE SOLO ‘CONTRO’ MA NON ‘PER’ COME ASSETTO, PROGRAMMA E LEADERSHIP…. È COSÌ SICURO CHE, SE LE PRIMARIE LE VINCE ELLY SCHLEIN, I CINQUE STELLE ALLE POLITICHE LA VOTERANNO COMPATTI E VICEVERSA?”
Come prevedibile, le opposizioni hanno declinato l’offerta di Giorgia Meloni – molto “tattica” – a discutere di legge elettorale. Di fatto, siamo già all’inizio di una lunga campagna elettorale (lo si è visto anche nel premier-time) e invece di sfidare nel merito anche per migliorare la proposta – in fondo la governabilità che eviti nuovi accrocchi post voto potrebbe convenire a tutti – le varie opposizioni preferiscono un calcolo attorno al consenso.
Ma perché Giorgia Meloni ha tanta fretta, al punto da esporsi all’intero repertorio di accuse e pure alla cabala, non avendo mai portato tanta fortuna mettere mano alle regole a fine legislatura?
La ragione è duplice e ha a che fare sia con la meta sia con la strada che ad essa conduce. La meta è tornare a palazzo Chigi, che verrebbe preclusa dal famoso
pareggio non impossibile con le norme attuali. E di lì giocare la partita del post-Mattarella, la vera posta in gioco della prossima legislatura.
La strada riguarda la competizione con la sinistra, in relazione a un tema nient’affatto banale: la leadership. L’indicazione del premier – ovunque venga prevista nella nuova legge, magari non sulla scheda ma sul programma – è comunque un’arma in grado di far impazzire il centrosinistra. A regole vigenti, il campo largo può dire «a palazzo Chigi va il leader del partito che arriva primo».
Dirlo subito impone un chiarimento di fondo da parte di una coalizione che finora è tale solo “contro” ma non “per” come assetto, programma leadership. Il trailer di ciò che accadrà è stato proiettato già dopo il referendum: il dibattito sulle primarie, lanciato e poi archiviato, la sempreverde successione del Papa straniero, il salomonico “prima il programma”…
Ecco, è una discussione destinata a ritornare, in caso di approvazione della riforma. E per una coalizione siffatta è già complicato trovare un meccanismo di selezione condiviso, poi non è scontato che esso funzioni.
Detta in altri termini: è così sicuro che, se le primarie le vince Elly Schlein, i Cinque stelle alle secondarie (cioè alle politiche) la voteranno compatti e viceversa, cioè che i rispettivi elettorati si mobilitino non solo sul proprio leader, ma su quello che lo ha sconfitto nella competizione intra-moenia?
Insomma, è chiaro che nell’attuale fase di difficoltà post-referendum, Giorgia Meloni, venuti meno parecchi elementi del suo racconto punta a enfatizzare quello della leadership: qui si sa chi comanda, e lì? Di esso fa parte anche quella narrazione bipolare contro gli “inciuci”, che solletica le corde del popolo di centrodestra dai tempi della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel lontano ’94: la chiamata alle armi di tutto ciò che non è sinistra.
Matteo Salvini rinunciando ai collegi, dimezzerebbe i parlamentari in Piemonte, Veneto, Lombardia – i suoi cinque ministri sono tutti Lombardi – e infatti si registra una inquietudine dei parlamentari del Nord ma col pareggio addio governo e addio sogno del Viminale.
Ma anche dentro Forza Italia la questione è assai più complessa di come viene raccontata, in relazione alla convenienza di smarcarsi, puntare al pareggio e giocare su più forni. L’eventualità piace a Gianni Letta ma Marina di cognome fa Berlusconi, il cognome non è associabile alla parola “inciucio” e ancor meno a esporre le aziende allo scontro col governo.
Perché i Berlusconi sono, innanzitutto, degli imprenditori. E un conto è il riequilibrio, una postura meno accondiscendente verso la premier e la sfida dentro il campo, altro è la rottura del campo fondato dal Cavaliere, esponendosi all’accusa di intelligenza col nemico.
E infatti già si comincia a dire che anche con la nuova legge, se scatta il premio, non diminuisce il numero dei parlamentari. Attenzione a proiettare su quel mondo la propria logica e i propri auspici.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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