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LA GRAN BRETAGNA AVRÀ PER LA PRIMA VOLTA UN PREMIER GAY? WES STREETING, L’EX MINISTRO DELLA SALUTE BRITANNICO, CHE SI È DIMESSO PER LANCIARE LA SFIDA A STARMER, È LANCIATISSIMO E HA LA BIOGRAFIA PERFETTA PER PRENDERE IL POTERE

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

NATO IN UNA FAMIGLIA POVERA, OMOSESSUALE, HA COMPIUTO DA SOLO LA SCALATA SOCIALE. È CARISMARTICO E HA 43 ANNI, LA STESSA ETÀ DI BLAIR E CAMERON QUANDO PRESERO LA GUIDA DEL PAESE

Se fossero realizzate le sue ambizioni, Wes Streeting sarebbe il primo premier gay della storia britannica: già questo darebbe alla sua ascesa il senso di una pietra miliare.
Per conquistare Downing Street avrebbe l’età giusta: 43 anni, la stessa del laburista Tony Blair e del conservatore David Cameron quando andarono al governo. Tutti riconoscono che è il miglior comunicatore di cui dispone oggi il Labour, di gran lunga dotato di maggiore carisma di Keir Starmer.
E la sua biografia sembra uscita dalle pagine di un romanzo di Dickens: un ragazzo povero che sfonda contro ogni genere di avversità. Ma il titolo in prima pagina di un tabloid londinese, “Downing Streeting”, gioco di parole fra la strada sinonimo del potere e il suo cognome, potrebbe rivelarsi prematuro: sul futuro politico del dimissionario ministro della Sanità pesano tre ostacoli, due dei quali pesanti come macigni.
Il nonno e la nonna materna erano due criminali, entrambi a lungo in prigione: la nonna fu brevemente rilasciata dal carcere per partorire quella che sarebbe diventata sua mamma.
Quando è nato, i genitori avevano 17 (il padre) e 18 anni (la madre): nella sua autobiografia, Streeting racconta che la giovane donna, incinta di lui, stava per andare ad abortire, quando un lauto “English breakfast” le fece rinviare l’appuntamento.
Poi lo ha cresciuto da ragazza-madre, dandogli con il tempo cinque fratelli e una sorella: vivevano tutti insieme nell’East End di Londra, in una Council House, le case popolari fornite ai meno abbienti.
E in questa atmosfera ha represso fino a 20 anni, anche per ragioni religiose (è di fede anglicana), l’identità omosessuale. Ciononostante, è riuscito a laurearsi in storia a Cambridge, diventando pure presidente della Cambdrige Students Association
Nel 2015 viene eletto deputato, mantenendo il seggio in tre elezioni successive. Nel 2024, Starmer lo nomina ministro della Sanità, lo stesso ruolo che aveva nel governo ombra dell’opposizione.
Proprio l’incarico ministeriale è il primo ostacolo alle sue ambizioni, da sempre dichiarate, di diventare un giorno primo ministro: come scriveva ieri il Financial Times, il suo bilancio è ambivalente.
Ha solo in parte mantenuto la promessa di ridurre i tempi d’attesa per le visite, non ha evitato scioperi di medici e infermieri, ha suscitato accuse di non comprendere appieno i problemi della sanità pubblica.
Gli altri handicap sono più pesanti. Milita nella corrente blairiana del Labour, in un momento in cui il partito, per recuperare i consensi perduti tra i ceti deboli, ha bisogno di andare a sinistra. Ed è stato amico di Peter Mandelson, licenziato da ambasciatore a Washington (e brevemente arrestato) per i legami con lo scandalo Epstein: dalle indagini sul caso sono emerse email di Wes a Peter firmate con una X, abbreviazione di “kiss”.
(da Repubblica)

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NEL PIANO CASA DI MELONI PROMESSE VUOTE E NIENTE SOLDI, L’ESPERTO: “AIUTERA’ I PRIVATI, NON I GIOVANI”

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA A MATTIA SANTARELLI SULLE CARENZE DEL PIANO DEL GOVERNO

Sembra che il Piano Casa sarà uno dei punti su cui il governo Meloni punterà di più nel suo ultimo anno di mandato, e in campagna elettorale. Lo ha chiarito anche la presidente del Consiglio nel corso dell’ultimo premier time, dove ha citato più volte il Piano. Fanpage.it ha intervistato Mattia Santarelli, presidente del comitato Ma quale casa, che ha smontato diverse delle promesse fatte dal governo.
A partire dalle 60mila case popolari da riqualificare: non solo non è chiaro quanto tempo ci vorrà, ma i soldi da usare verranno da fondi per progetti di Comuni medio-piccoli, che quindi si fermeranno. Dall’altra parte, per la “fascia grigia” di persone che non hanno accesso all’edilizia popolare ma faticano a sostenere il costo della casa (e qui spesso rientrano anche gli studenti o i giovani lavoratori in grandi città), non c’è nemmeno un euro: ci si affida ai fondi di investimento privati. Con iniziative che già in passato non hanno funzionato.
Meloni ha detto che la casa non è un lusso, ma un bene fondamentale e lo Stato deve aiutare chi ha diritto ad avere una casa popolare e sostenere chi non ha diritto a una casa popolare, ma non se la può permettere.
Niente bonus se hai multe o tasse non pagate: il piano del Governo Meloni per chi ha debiti col Fisco
Siamo tutti d’accordo, però il presupposto necessario affinché queste affermazioni siano vere è che le case ci siano. E quindi ci siano i soldi per farle. Lei e Salvini si sono inventati questo Piano Casa dopo quattro anni di governo, dopo una stagione referendaria che non li ha visti proprio trionfare, e quindi sono corsi ai ripari con un tema molto sentito per far vedere che stanno lavorando…
È una tattica che funzionerà?
Credo che le persone – e l’hanno dimostrato con il referendum – si interessino poco alle promesse vuote, gli interessa la sostanza delle cose. Quando vedranno la scuola nel paesino non viene più ristrutturata, per fare un mega studentato di lusso in una grande città, ne trarranno le conseguenze. È una legge che è valsa a destra come a sinistra: quando ci sono annunci senza politiche efficaci, gli elettori puniscono chi li fa. Credo che succederà la stessa cosa.
La premier ha ribadito i numeri che fanno sembrare il Piano ambizioso, a prima vista: fino a 10 miliardi di euro in dieci anni. Non bastano?
Bisogna vedere da dove vengono quei soldi. Per le 60mila cosiddette case popolari da riqualificare di cui si parla negli annunci il governo usa 970 milioni di euro che già erano stanziati, con leggi di bilancio precedenti. Poi dovrà riprogrammare il 50% dei fondi per il clima, che sono fondi europei che a loro volta erano già stanziati per altri obiettivi. E infine, il governo dovrà riprogrammare soldi presi dal Fondo per la rigenerazione urbana, che esiste dal 2019. Questo è particolarmente interessante, è una delle grandi contraddizioni del Piano.
Perché?
Parliamo di un fondo che era destinato ai Comuni, distribuito abbastanza equamente tra Nord, Centro e Sud, tra Comuni piccoli e grandi, per finanziare grandi piccoli opere di contrasto alla marginalità. Opere importanti anche per i giovani, per la vita in queste città medio-piccole: riqualificare il lungomare di Acitrezza, ristrutturare la scuola elementare di Afragola, recuperare il centro culturale di Barletta…lavori che hanno un impatto sulla vita della comunità
E ora che quei fondi vengono riprogrammati?
Innanzitutto quelle opere lì rimangono sospese. In più, per forza di cose quei fondi non resteranno negli stessi luoghi. Le grandi strutture da riqualificare non sono in un Comune come Acitrezza, sono nei grandi Comuni del Centro e del Nord Italia. Mi sembra evidente che effetto può avere togliere soldi al centro culturale di Barletta per fare uno studentato di lusso a Milano. Questo è ciò che accadrà di fatto.
Ci sono state polemiche anche per le somme stanziate e gli obiettivi dichiarati. Il ministro Salvini in conferenza stampa ha parlato di 60mila case popolari da riqualificare in un anno, un target che sembra oggettivamente irraggiungibile anche guardando ai soldi che ci sono a disposizione per il 2026. Potrebbero essere riqualificate in dieci anni, facendo scorrere le graduatorie?
Potrebbero. Ma facciamo due conti. 60mila alloggi in dieci anni, quindi in media 6mila alloggi riqualificati all’anno. Divisi per il numero di comuni che l’Italia ha, che sono 7.800 più o meno. Significa che in un anno, in media, in ogni Comune riqualificano 0,76 case. È un dato ridicolo. Con il più grande Piano Casa che si sono inventati riqualificheranno meno di una casa all’anno in media per ogni Comune.
Sempre presumendo che i soldi bastino per farlo, cosa niente affatto scontata. Salvini in conferenza stampa ha stimato una spesa tra i 15mila e i 25mila euro per alloggio. Sunia (organizzazione degli inquilini privati e degli assegnatari di edilizia pubblica, ndr) ha stimato che i fondi bastino in realtà per circa 35mila case. Ci sono 650mila persone in lista d’attesa per una casa popolare.
Dall’altra parte, Meloni ha insistito sull’allargamento ai privati: le agevolazioni per chi si impegna a costruire delle case con affitto ridotto, in modo da aiutare chi non ha i requisiti per le case popolari ma ha comunque difficoltà a pagare l’affitto o le rate del mutuo. Un sostegno a chi magari vive in grandi città ma ha uno stipendio medio-basse. Una situazione che riguarda anche molti giovani.
Di nuovo, a parole siamo tutti d’accordo. C’è una fascia grigia, ci sono studenti che vanno aiutati, ma non ci sono i soldi. Per questa fascia grigia non stanziano un’euro, la affidano completamente ai grandi fondi di investimento privati. E finora le operazioni di questo tipo, come per lo student housing, o per gli alloggi dedicati a giovani coppie, stanno portando ad abitazioni con prezzi tutt’altro che accessibili. L’abbiamo visto a Roma (tra The Social Hub, Mercati Generali, Campus X), a Bologna, a Milano, a Napoli
Di fatto è un Piano Casa appaltato non alle cooperative – come avviene per esempio a Vienna – ma ai grandi fondi privati. E tutti i precedenti ci dicono che non riusciranno ad aiutare le fasce che vorrebbero tutelare.
Un’altra misura che sulla carta è dedicata soprattutto ai giovani, o a chi ha possibilità economiche limitate, è il rent-to-buy, che esiste già ma viene potenziato. I pagamenti dell’affitto valgono come una sorta di ‘acconto’ per poi arrivare a comprare la casa. È una misura che può funzionare?
È un meccanismo che sulla carta è positivo, esiste nei contratti privati. La realtà di fatto è che prevedono di realizzare pochissimi alloggi pubblici, e nello stesso Piano già prevedono di vendere quegli alloggi per fare cassa. Non per reinvestire quei soldi in edilizia, ricostruendo altri alloggi, ma per far fronte al debito pubblico. Se davvero fai 60mila case, e ne rivendi subito 20mila, quante persone aiuti davvero?
È un problema di risorse, ma anche di approccio. Basta pensare che insieme al Piano Casa hanno varato un ddl per velocizzare e semplificare gli sfratti.
Il governo sostiene che gli sfratti sono ‘complementari’: liberi le case da chi le occupa irregolarmente e le assegni a chi ne ha diritto.
Questo si inserisce all’interno della narrazione sulla sicurezza che questo governo fa. La cosa che viene da dire è: se la povertà non la combatti, la marginalità non la previeni in qualche modo, se togli i fondi per i progetti utili alla vita di comunità per finanziare studentati privati, se non costruisci case popolari e quelle che hai le vendi subito, è normale che poi ci sia un problema di sicurezza. Ma sono loro che lo creano.

(da Fanpage)

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LA LIBIA SPARA ALLE ONG IN MARE E L’ITALIA AGGIUSTA LE SUE NAVI A DOMICILIO

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA SEA WATCH 5 DENUNCIA LE COLLUSIONI POLITICHE DEL GOVERNO: “RIPARA LE NAVI CHE SPARANO AI SOCCORRITORI”

Nei giorni scorsi una nave dell’organizzazione non governativa Sea-Watch era stata attaccata da due motovedette libiche durante un soccorso nel Mediterraneo. I miliziani libici hanno tentato di respingere i cooperanti verso le coste della Libia, prima che gli fosse assegnato il porto di Brindisi. A poche ore dall’arrivo in Italia, l’Ong ha rilanciato su X un post della marina militare italiana che, scrivono, “va ad aggiustare a domicilio i motori delle navi che sparano addosso a soccorritori e società civile europea nel Mediterraneo”.
La vicenda della Sea-Watch 5
In Italia sono circa le 10 di lunedì 11 maggio quando due motovedette libiche aprono il fuoco contro la Sea-Watch 5, nave dell’omonima Ong tedesca. I miliziani sparano una quindicina di colpi contro l’imbarcazione battente bandiera tedesca nel tentativo di respingerla illegalmente verso la Libia. A bordo ci sono circa 90 migranti provenienti dal Bangladesh, tra cui 18 minorenni, soccorsi dai cooperanti in acque internazionali.
Gli uomini al comando delle due motovedette hanno minacciato l’abbordaggio della Sea-Watch 5 se la nave non si fosse diretta verso Tripoli. I cooperanti, però, erano stati autorizzati dalle autorità tedesche a proseguire verso nord per mettersi in salvo. Una volta ripresa la navigazione, le autorità italiane hanno assegnato il porto di Brindisi per lo sbarco.
Secondo quanto riferito dagli operatori di Sea-Watch, una delle imbarcazioni utilizzate nell’attacco era stata donata dall’Italia alla Libia nel 2023 e in precedenza apparteneva alla Guardia di finanza italiana. La cessione rientra negli accordi tra Roma e Tripoli, attraverso cui l’Italia fornisce mezzi alle autorità libiche per le operazioni di intercettazione e respingimento nel Mediterraneo. L’imbarcazione in questione è la Ras Jadir che, sempre secondo le ricostruzioni dell’Ong, in passato sarebbe già stata coinvolta in episodi di violenza in mare.
La marina militare italiana ripara le navi libiche
Sono sempre le 10 ma di venerdì 15 maggio quando la Sea-Watch 5, dopo quattro giorni di navigazione, attracca a Brindisi con a bordo 166 persone soccorse in acque internazionali. Nelle ore precedenti all’arrivo, l’Ong rilancia su X un post della marina militare italiana in cui si legge di una delegazione delle forze armate giunta alla base navale di Abu Sittah per “un intervento di manutenzione su un motore fuoribordo della Libyan Navy”. La Marina italiana svolge inoltre “corsi antincendio e antifalla a favore del personale militare della nazione ospitante, rafforzando interoperabilità e supporto alle autorità navali locali, per la stabilità del Mediterraneo centrale”.
Sea-Watch denuncia l’operato dei militari italiani, accusando la Marina di andare “ad aggiustare a domicilio i motori delle navi che sparano addosso a soccorritori e società civile europea nel Mediterraneo”. Le parole dell’Ong si aggiungono alle dichiarazioni già rilasciate a Fanpage.it, in cui i cooperanti sottolineavano che l’Italia, vista la presenza di connazionali a bordo della nave attaccata, si sarebbe dovuta attivare per tutelarli.
(da Fanpage)

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AAA LAVORATORI CERCASI. LE AZIENDE ITALIANE FANNO SEMPRE PIÙ FATICA A TROVARE DIPENDENTI TECNICI E MANUALI E QUALIFICATI. IL PROBLEMA È CHE QUASI UNO STUDENTE SU DUE SCARTA A PRIORI QUESTI MESTIERI

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

NON SOLO SONO MOLTO RICHIESTI E SPESSO BEN PAGATI, MA SONO ANCHE I LAVORI MENO “RIMPIAZZABILI” DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE… I PROFILI PIÙ “INTROVABILI” SONO OPERAI EDILI, MANUTENTORI INDUSTRIALI, ELETTRICISTI, SALDATORI

Cercasi idraulici (e non solo) disperatamente: non è un problema solo della casalinga di Voghera ma anche delle grandi aziende. Anche quest’anno la lista degli ‘introvabili’ sul mercato del lavoro, ovvero di quelle figure professionali di difficile reperimento, è infatti colma di profili tecnico-pratici.
Lo conferma l’edizione 2026 dell’Osservatorio tematico realizzato dal Centro Nazionale Orientamento di Elis, ente di formazione e consorzio di aziende, che in questa duplice veste gode di un punto di vista privilegiato, riunendo intorno a sé oltre 130 soggetti, tra grandi Gruppi, Pmi, Università e Centri di ricerca, concentrati soprattutto nei settori digitale, energia, grandi opere, finanza e trasporti.
Sono proprio le stesse aziende a constatare che trovare addetti come autisti di mezzi pubblici, manutentori, impiantisti elettrici e idraulici, saldatori sia attualmente una missione spesso complicatissima. Rispetto all’edizione 2025, sembra invece che la carestia di camerieri, addetti al retail, tecnici per impianti fotovoltaici e fibra ottica stia, nel frattempo, gradualmente rientrando, consentendo a questi mestieri di uscire dalla top 10 dei più introvabili (per le aziende).
Sono dati che, in ogni caso, non stupiscono, visto che lo stesso Cno, sempre insieme a Skuola.net, solo qualche settimana fa aveva confermato un trend noto da tempo: quasi uno studente delle superiori su due (il 48,9%) scarta a prescindere l’idea di svolgere un mestiere tecnico-pratico, un dato peraltro in aumento di quasi il 20% rispetto allo scorso anno.
Ma quali sono queste famose professioni per cui le aziende faticano a trovare candidati? Ecco la classifica elaborata da Elis, in ordine di vacancy, ovvero la quantità di posti mancanti stimati:
1. Operaio edile (inclusi carpentieri, escavatoristi, ecc.). La medaglia d’oro degli introvabili va a chi materialmente costruisce le nostre città e tiene in piedi le nostre case. Senza gli operatori del cantiere, i grandi progetti infrastrutturali rischiano di restare bloccati sulla carta.
2. Manutentore industriale. Le fabbriche italiane, in alcuni settori vero e proprio fiore all’occhiello nel mondo, hanno costantemente bisogno di mani esperte per evitare il fermo macchine. Eppure, la carenza di questi profili tecnici, chiamati a riparare e supervisionare le linee di produzione sul lungo periodo, potrebbe presto mettere in seria difficoltà l’intero comparto manifatturiero
3. Impiantista elettrico/elettricista. Dalle abitazioni private ai grandi capannoni industriali, l’energia deve scorrere in totale sicurezza. Peccato che gli esperti che installano, aggiornano e riparano questi impianti complessi siano diventati una vera e propria rarità sul mercato del lavoro.
4. Saldatore. L’unione di componenti metalliche richiede precisione assoluta e competenze non indifferenti. Se i robot hanno imparato a farlo benissimo in fabbrica su oggetti di dimensioni contenute, ci sono settori in cui questo è letteralmente impossibile: cantieri marittimi, edilizia e grande industria. Anche in un Paese altamente tecnologico come gli Stati Uniti ha fatto scalpore la storia di una scuola professionale per saldatori che, al primo impiego, assicura ai suoi diplomati uno stipendio uguale, o persino superiore, a quello di un laureato al college.
5. Meccanico specializzato. Riparare veicoli o macchinari complessi non è più ‘solo’ un lavoro manuale, ma un’attività che fonde meccanica e alta tecnologia, in campo elettrico ed elettronico. In una parola: meccatronica. Le aziende del settore
automotive e dell’industria di precisione sono alla continua ricerca di queste figure. Che, purtroppo, sono altrettanto costantemente scarse in termini numerici.
6. Impiantista idraulico. Quando si parla di idraulica, oggi, non ci si riferisce più solo alla riparazione di tubature domestiche. Spesso, infatti, si tratta di dover gestire complessi sistemi termoidraulici, vitali per la transizione ecologica e l’efficientamento energetico degli edifici e delle aziende. Un settore, dunque, in fortissima espansione che però denuncia un vuoto di decine di migliaia di addetti qualificati.
7. Tecnico di automazione.I robot e le linee automatizzate dominano l’Industria 4.0, ma per controllarli servono esseri umani preparatissimi. Questo specialista ibrido, che si muove con disinvoltura tra informatica, elettronica e meccanica, è attualmente tra i più contesi dai ‘cacciatori di teste’.
8. Programmatore Cnc. Tradurre un disegno al computer in istruzioni digitali per un macchinario di altissima precisione: è questo il ruolo essenziale dei programmatori a controllo numerico (Cnc). Un mestiere che unisce sapientemente intelligenza digitale e cuore manifatturiero. Peccato che sia ancora molto snobbato dai più giovani, che invece potrebbero avere una predisposizione naturale per svolgerlo.
9. Tecnico di laboratorio controllo qualità. Il ‘Made in Italy’ si basa sull’eccellenza, e sono proprio questi specialisti a certificarla. Senza professionisti attenti ai dettagli, che testano e garantiscono gli standard qualitativi delle produzioni, le filiere rischiano di subire pericolose battute d’arresto. Il problema è che sul mercato ce ne sono molti meno di quanti ne servirebbero.
10. Autista di mezzi pubblici. La mobilità sostenibile (non solo dal punto di vista ecologico) nelle nostre città dipende, anche e soprattutto, dagli addetti al trasporto pubblico: conducenti di autobus, tram e metro. Una professione che è sempre a contatto con i cittadini e fondamentale per la vita urbana, ma che fatica enormemente a trovare un adeguato ricambio generazionale. Ormai da anni. E attenzione, la guida autonoma in contesti complessi e imprevedibili come le nostre città è ancora al di là da venire.
Quelle appena descritte sono figure professionali che mancano non solo in alcuni specifici contesti. Si tratta di carenze sistemiche e strutturali. L’analisi di Cno e
Skuola.net mette, infatti, insieme il fabbisogno espresso dalle 103 imprese del Consorzio Elis e da altre aziende partner dell’organizzazione, incrociandolo con i dati di alcune grandi agenzie del lavoro che aderiscono al Consorzio, tra cui Gi Group, Manpower, Orienta, Randstad, Umana.
A questi si aggiungono le statistiche fornite dalla Piattaforma Siisl del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e i risultati degli studi periodici di Unioncamere e Confcommercio. Si tratta, quindi, di una rosa di opportunità di lavoro che non sono legate a mode passeggere o comparti specifici ma che, anzi, garantiscono una certa longevità. Al contrario di alcune professioni teorico-culturali, che restano le preferite dei giovani ma che saranno profondamente ‘toccate’, in termini di fabbisogni occupazionali, dalla diffusione dell’AI.
“Le proiezioni di Anthropic, tra i big dell’Intelligenza Artificiale, prevedono un impatto estremamente ridotto dell’IA soprattutto sui mestieri tecnici, che sono peraltro estremamente richiesti dal mercato – osserva Pietro Cum, amministratore delegato Elis –. Un motivo in più per riscoprire queste professioni, considerate troppo spesso una scelta di ripiego, quando invece sono indispensabili al Paese e di grande soddisfazione, anche economica, per chi le svolge”.
(da agenzie)

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IL CASO DEI 1.700 LAVORATORI DI ELECTROLUX LICENZIATI È L’ENNESIMO FALLIMENTO DEL MINISTRO DEL MADE IN ITALY

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

IN QUASI QUATTRO ANNI DI GOVERNO, URSO NON È STATO IN GRADO DI RISOLVERE NESSUNA DELLE GRANDI CRISI INDUSTRIALI, DALL’ILVA ALL’AUTOMOTIVE

Chiusa una crisi, per Giorgia Meloni rischia di aprirsene un’altra. Stavolta legata al ministro delle Imprese guidato da Adolfo Urso. La premier è riuscita, non senza fatica, ad archiviate le pulizie di primavera avviate dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Ma la doccia fredda è arrivata dal piano industriale di Electrolux che ha intenzione di tagliare 1.700 posti di lavoro in tutta Italia e chiudere direttamente lo stabilimento di Cerreto d’Esi in provincia di Ancona.
L’intervento del governo per il momento è limitato alla convocazione di un tavolo da parte di Urso per il prossimo 25 maggio e l’avvio della «ricognizione sulle
misure in favore dell’azienda» annunciata dalla sottosegretaria alle Imprese, Mara Bizzotto.
La situazione rischia però di esplodere: a fronte dell’inattività di Urso e della sua performance decisamente dimenticabile nel gestire le ultime crisi industriali, opposizioni e sindacati hanno chiesto che il dossier passi nelle mani della presidente del Consiglio. Pd, M5s e Avs hanno sollecitato, contestualmente, un’informativa urgente del ministro e di Meloni alla Camera.
Anche perché un’alternativa tangibile attualmente non c’è e il governo rischia di doversi sobbarcare anche la cassa integrazione per i lavoratori. Per non parlare del danno d’immagine: eccezion fatta per quello di Forlì, gli impianti produttivi di Electrolux su cui ricadranno i tagli sono collocati tutti in regioni attualmente governate dalla destra. E i prossimi 24 e 25 maggio è in programma il primo turno di una serie di elezioni amministrative.
A livello nazionale, invece, il tavolo dell’elettrodomestico, che correva parallelo a quello dell’automotive, è scomparso. «Il ministro l’ha convocato una sola volta, c’è stata una passerella ma poi è finito tutto in un nulla di fatto», dice Ferdinando Uliano, segretario generale Fim Cisl.
Per il sindacalista si sono persi di vista i temi strutturali: costi energetici, ma anche spese per i materiali, logistica, dazi e così via. «Ora c’è lo sconto sulle accise, che però a questo punto sembra più che altro metadone. Bisogna intervenire sul Patto di stabilità, spingere per nuovo debito europeo “buono”» dice Uliano. Anche perché l’unico fondo disponibile per i cambiamenti necessari era il Fondo auto. «E Urso l’ha tagliato».
Il timore ora è che, in un contesto in cui la sovrapproduzione dell’Asia consente un feroce dumping dei prezzi, si vada incontro a un impoverimento complessivo. «Il caso Beko non ha insegnato nulla sull’elettrodomestico: non ha senso tappare le falle se non c’è una politica industriale», continua Uliano.
E all’orizzonte inizia a stagliarsi uno scenario Ilva: rinvii continui, convocazioni attese ma mai arrivate e «un ministro che parla più con i giornali che con noi».
Un bilancio magrissimo, quello di Urso, che si avvia ad arrivare alla scadenza di legislatura con praticamente nessun successo a bilancio.
Tradotto: la pazienza dei sindacati è finita. E, soprattutto, l’apertura di credito unitaria che Fiom, Cisl Fim e Uilm avevano fatto al governo sulla gestione delle crisi finisce qui.
(da Domani)

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CI VOLEVANO I SOVRANISTI PER SMANTELLARE L’INDUSTRIA ITALIANA E SVENDERLA AGLI STRANIERI: I TEDESCHI DI SIEMENS SI COMPRANO IL GIOIELLINO FERROVIARIO MERMEC E I CINESI DI WEICHAI SI PRENDONO I SUPER YACHT DI FERRETTI

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA LISTA PER IL CDA DEL COLOSSO STATALE ASIATICO HANNO OTTENUTO LA MAGGIORANZA IN ASSEMBLEA BATTENDO QUELLA DI KKCG MARITIME, NONOSTANTE I MOLTI DUBBI SULLA SICUREZZA (FERRETTI HA UNA DIVISIONE DIFESA CHE LA RENDE UN’AZIENDA STRATEGICA) … GIORGIA MELONI SI VANTA DELLA CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE, MA L’UNICO LAVORO CHE SI CREA IN ITALIA È A BASSA PRODUTTIVITÀ: RISTORAZIONE E TURISMO. NEL FRATTEMPO, LE FABBRICHE CHIUDONO (ELECTROLUX) O VENGONO VENDUTE AL MIGLIOR OFFERENTE

Siemens compra il cuore ferroviario di Mermec e porta sotto il suo controllo uno dei campioni italiani della tecnologia applicata alle infrastrutture.
Il gruppo tedesco, attraverso la controllata Siemens Mobility, ha firmato un accordo con Angelo Holding per acquisire le attività di segnalamento, elettrificazione, telecomunicazioni, diagnostica e analisi dei dati della società fondata a Monopoli nel 1970.
Il closing è previsto entro la fine del 2026, subordinato alle autorizzazioni di rito. I termini finanziari non sono stati resi noti, ma nei giorni scorsi Bloomberg aveva indicato una valutazione superiore a un miliardo di euro. Il perimetro della cessione comprende circa 1.700 dipendenti, 430 milioni di euro di ricavi nell’esercizio 2025 e clienti in oltre 70 Paesi. Restano fuori alcune partecipazioni, tra cui Angelstar, Mont Saint Michel con la controllata Compagnie des Signaux e Mermec Deutschland.
Per Siemens l’acquisizione ha una logica industriale precisa. Il gruppo rafforza la propria posizione in un segmento sempre più strategico: la diagnostica delle infrastrutture ferroviarie.
«Questo passo amplia la nostra presenza industriale in Italia, all’interno del nostro business di segnalamento, nel quale siamo leader mondiali, e migliora significativamente il nostro portafoglio globale di diagnostica», ha dichiarato Michael Peter, ceo di Siemens Mobility. I dipendenti, tutti i siti e le capacità industriali di Mermec diventeranno parte dell’ecosistema globale di innovazione di Siemens Mobility, che include l’asset strategico del sito Ferrosud a Matera.
Pertosa ha ottenuto che il quartier generale resti in Puglia per vari anni, così come il nome Mermec, mentre Monopoli e Matera diventeranno gli unici centri di eccellenza mondiali del gruppo per i treni di misura e i sistemi di diagnostica delle infrastrutture ferroviarie.
Per Pertosa la cessione ha una motivazione personale e industriale
«Sono formalmente in pensione da nove mesi. In questo momento, le mie condizioni di salute non sono delle migliori e i miei figli stanno seguendo in modo indipendente le proprie strade imprenditoriali. Ho scelto il partner più solido per garantire un futuro sicuro alla società», spiega l’imprenditore. Da qui la decisione di affidare l’azienda costruita in quasi mezzo secolo a un operatore globale, salvaguardando occupazione e competenze.
Le risorse incassate serviranno a rafforzare le altre attività di Angelo Holding e a sostenere la crescita di nuove imprese tecnologiche nel Mezzogiorno. Mermec, acronimo di Meridional Meccanica, cambia così azionista, ma punta a restare radicata nel territorio dove è nata.
(da Corriere della Sera)

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AMBIENTALISTI E OPPOSIZIONI PROTESTANO CONTRO IL DDL 1552 SULLA CACCIA, RIBATTEZZATO “DDL SPARA TUTTO”: GLI EMENDAMENTI APPROVATI RIAPRIREBBERO LA CACCIA IN SPIAGGIA, INTRODUCENDO NELLE SPECIE CACCIABILI STAMBECCO, OCA SELVATICA E PICCIONE

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

IL WWF SCRIVE A SERGIO MATTARELLA: “LA LEGGE PRESENTA PROFILI DI INCOSTITUZIONALITÀ E INCOMPATIBILITÀ CON IL DIRITTO EUROPEO PER ACCONTENTARE MENO DELL’1% DELLA POPOLAZIONE”

Un flash mob ieri mattina è stato organizzato da M5S e Wwf Italia, davanti al Pantheon, a Roma, per denunciare «quanto sta accadendo nell’iter di discussione al Senato del ddl 1552, che punta a modificare la legge 157/92, aprendo così alla caccia selvaggia, una vicenda di eccezionale gravità istituzionale».
Il ddl, a prima firma Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, secondo gli organizzatori del flash mob […] presenterebbe, a causa degli emendamenti approvati, «alcuni elementi particolarmente critici: dal ritorno della possibilità di caccia sul demanio marittimo, con la riapertura di fatto della cosiddetta ”caccia in spiaggia”, all’ampliamento delle specie cacciabili includendo animali come lo stambecco, l’oca selvatica e il piccione, fino all’introduzione di un divieto molto ampio di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, che rischia di colpire anche forme di dissenso e protesta pacifica con evidenti profili di incostituzionalità».
Non a caso, il disegno di legge ora in discussione, il 1552, dalle opposizioni è già stato ribattezzato «ddl spara tutto» e «caccia selvaggia».
Ma il Wwf Italia non ci sta e insieme ad altre associazioni ambientaliste e per la difesa degli animali ha scritto di recente anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, segnalando pure la mancata osservanza della lettera ufficiale della Commissione europea contenente il richiamo alle gravi violazioni delle direttive europee Uccelli e habitat.
Nonostante il richiamo formale dell’Ue […] i lavori parlamentari «sono proseguiti senza alcuna sospensione e senza un confronto nel merito delle criticità, anzi al contrario il testo è stato irrigidito con il rigetto di tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni che avrebbero potuto correggere almeno in parte le problematiche segnalate dalle associazioni e dal mondo scientifico».
Il direttore affari legali e istituzionali del Wwf Italia, Dante Caserta, non ha dubbi: «Siamo di fronte a un fatto gravissimo. Si sta portando avanti una legge sapendo che presenta profili di incostituzionalità e incompatibilità con il diritto europeo. Una legge che aumenta i rischi per la sicurezza e la salute pubblica, comprime gli spazi di libertà dei cittadini, danneggia lo sviluppo di una economia sostenibile e favorisce il bracconaggio.
Tutto questo per accontentare meno dell’1% della popolazione, mentre la maggioranza degli italiani è fortemente contraria a misure che danneggiano tutti. Non si può andare avanti come se nulla fosse. Serve fermarsi subito e riportare questo tema dentro un confronto serio, trasparente e rispettoso della legalità e della democrazia».
(da agenzie)

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A TRENTO UNA SENTENZA SUI FIGLI DI STRANIERI NATURALIZZATI ORA PREOCCUPA IL VIMINALE

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA DECISIONE CHE RICONOSCE LA CITTADINANZA A QUATTRO MINORI SIRIANI ARRIVATI IN ITALIA NEL 2018 POTREBBE RAPPRESENTARE UN PRECEDENTE

Una famiglia, un padre diventato cittadino italiano e sei figli minorenni. Ma per lo Stato solo due sono italiani, gli altri no. È il paradosso finito davanti al Tribunale
civile di Trento, che con una sentenza del 6 maggio ha riconosciuto la cittadinanza italiana a quattro minori siriani nati all’estero, figli di un rifugiato poi naturalizzato. Una decisione che interviene direttamente sugli effetti della riforma approvata nel 2025: il blocco, o la sospensione, delle pratiche per i figli di persone straniere diventate italiane per naturalizzazione.
La famiglia in questione si era stabilita a Trento nel gennaio 2018. Nel 2023 alla coppia nascono in Italia altri due figli, due gemelli. Nello stesso anno il padre presenta domanda di cittadinanza italiana, dopo aver maturato i cinque anni di residenza previsti per i rifugiati. Il decreto di concessione arriva nel marzo 2025. Il giuramento viene fissato dal Comune per il 5 giugno, quindi dopo l’entrata in vigore delle nuove norme sulla cittadinanza.
È lì che nasce il caso. Il Comune di Trento, applicando le indicazioni arrivate dal ministero dell’Interno, riconosce la cittadinanza ai due figli nati in Italia, ma non agli altri quattro, nati in Siria. Stesso padre, stessa famiglia, ma status diversi tra fratelli. La famiglia presenta ricorso al Tribunale civile. Nel frattempo il padre si ammala gravemente e muore prima della decisione. Per il giudice, però, la morte del genitore non cambia l’esito: il diritto dei figli alla cittadinanza si era già formato al momento in cui si erano realizzate le condizioni previste dalla legge.
Il nodo della riforma
Al centro della sentenza c’è la nuova norma voluta dal governo per limitare la trasmissione automatica della cittadinanza italiana per discendenza, soprattutto nei casi di persone nate all’estero da generazioni di italiani emigrati, spesso senza un legame effettivo con l’Italia. Il punto controverso è il rapporto tra questa stretta e l’articolo 14 della legge sulla cittadinanza, che riguarda invece i figli minori conviventi di chi diventa cittadino italiano. Secondo la linea seguita dal Viminale, i limiti introdotti per i nati all’estero dovevano valere anche per i figli minorenni di persone straniere naturalizzate. Una lettura che, in concreto, ha portato molti Comuni a sospendere o respingere pratiche per bambini e ragazzi nati fuori dall’Italia, ma cresciuti qui. Il Tribunale di Trento arriva alla conclusione opposta. Secondo il giudice, la riforma del 2025 serve a intervenire sulla cittadinanza per discendenza, cioè sullo ius sanguinis, non sui casi di naturalizzazione.
La sentenza non cancella automaticamente la prassi seguita finora dal ministero dell’Interno. Ma offre una base giuridica ai ricorsi già presentati o a quelli che potrebbero arrivare nei prossimi mesi. Ora la palla passa al Viminale, che dovrà decidere se impugnare la sentenza o prendere atto dell’orientamento del Tribunale di Trento. In caso contrario, la pronuncia potrebbe diventare un riferimento per i Comuni e per le famiglie coinvolte in procedimenti simili.
Il Pd: «Dal ministero diano indicazioni chiare»
Sul caso interviene anche la deputata del Partito democratico Ouidad Bakkali: «È un altro fallimento del governo Meloni sulle politiche migratorie», attacca. Secondo la parlamentare dem, la modifica alla legge sulla cittadinanza fu introdotta «in sordina» con l’obiettivo di colpire «i diritti di discendenza degli italiani all’estero», senza valutare gli effetti sui figli minori dei cittadini stranieri naturalizzati. Ora «una sentenza storica» riconosce che il diritto dei minori ad acquisire la cittadinanza attraverso i genitori «deve essere garantito».
«Serve con urgenza una circolare ministeriale che dia indicazioni chiare», sottolinea Bakkali. L’obiettivo, aggiunge, è «ripristinare il diritto di questi bambini e di queste bambine, di questi ragazzi, a diventare cittadini italiani come i loro padri e le loro madri». Anche perché il caso trentino mostra, secondo la deputata, l’ingiustizia più evidente: «Un figlio diventa cittadino italiano perché è nato qui e un altro bambino non lo diventa perché magari per qualche mese è nato all’estero».
(da agenzie)

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SONDAGGI, CENTRODESTRA E CAMPO LARGO ALLA PARI, MA CON LO STABILICUM DI MELONI VINCE ELLY SCHLEIN

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA SUPERMEDIA DI YOUTREND-AGI… DECISIVI VANNACCI E CALENDA?

Centrodestra e centrosinistra sono testa a testa nei sondaggi. Sarà il sistema elettorale a decidere chi vincerà le prossime elezioni. Lo dice una elaborazione delle rilevazioni di Youtrend per il Corriere della Sera, che si basa sulla Supermedia
dei sondaggi Youtrend/Agi. Il Campo Largo senza Azione è i leggerissimo vantaggio sul centrodestra senza Futuro nazionale di Vannacci. 45,1 contro il 45 per cento.
Con il sistema elettorale in vigore, il Rosatellum, nessuna delle due coalizioni avrebbe la maggioranza assoluta e si verificherebbe un sostanziale pareggio: 200 seggi (su 400) alla Camera e 98 (su 200) al Senato per il Campo largo contro i 179 e i 91 del centrodestra.
I sondaggi su centrodestra e centrosinistra
Una situazione del genere porterebbe i partiti fuori dalle coalizioni a essere decisivi. A patto che riescano a entrare in Parlamento. «Una novità rispetto al 2022. Mentre nella parte proporzionale ci sarebbe un pareggio assoluto, nei collegi uninominali del Rosatellum stavolta prevarrebbe nettamente il Campo largo (81 seggi a 63 alla Camera, 38 a 31 al Senato) perché allora Pd e M5S si presentarono separati. Ora, insieme, conquisterebbero molti più parlamentari», osserva Giovanni Diamanti, presidente di Youtrend. «Ma non è la legge elettorale che produce il pareggio. È il Paese che è spaccato a metà», conclude.
Lo Stabilicum
Con lo Stabilicum invece la simulazione parte dal medesimo equilibrio (45,1 contro 45). Ma per via del premio di maggioranza previsto, 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un modestissimo 0,1 per cento di differenza la coalizione vincente (in questo caso il Campo largo) si aggiudicherebbe una vittoria netta. In termini di scranni: 216 contro 146 alla Camera e 107 contro 72 al Senato. Carlo Calenda e Roberto Vannacci, è la conclusione, potrebbero subire accesi corteggiamenti.
(da agenzie)

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