Destra di Popolo.net

COS’È SUCCESSO DAVVERO ALLE MALDIVE? I CINQUE ITALIANI MORTI DURANTE UN’IMMERSIONE NEI FONDALI DELL’ATOLLO DI VAAVU SONO RIMASTI BLOCCATI NELL’ESPLORAZIONE DI ALCUNE GROTTE A SESSANTA METRI DI PROFONDITÀ

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

GIANLUCA BENEDETTI, L’UNICO DI CUI È STATO RECUPERATO IL CORPO, AVEVA LE BOMBOLE DI OSSIGENO COMPLETAMENTE SCARICHE, SEGNO CHE AVREBBE CONSUMATO TUTTA L’ARIA NEL TENTATIVO DI RISALIRE. È PROBABILE CHE ANCHE GLI ALTRI MEMBRI DEL GRUPPO SIANO SOFFOCATI. MA COME MAI NON HANNO LANCIATO ALCUN ALLARME? E PERCHÉ NON AVEVANO ALCUN “FILO DI ARIANNA”, LA CORDA UTILIZZATA PER RISALIRE IN CASO DI EMERGENZA? … LA PISTA DELLA MISCELA NELLE BOMBOLE O DEL DISORIENTAMENTO

Proseguiranno oggi le operazioni di recupero dei cinque sub morti alle Maldive. L’unico corpo finora recuperato è quello del capo barca Gianluca Benedetti, istruttore esperto. Sarebbe stato ritrovato da solo all’ingresso della camera sommersa, con le bombole ormai completamente scariche.
Secondo quanto riporta Repubblica più avanti, nella terza cavità a sessanta metri di profondità, ci sarebbero i corpi degli altri quattro sub rimasti uno accanto all’altro. Da qui parte l’inchiesta delle autorità locali in merito alla strage avvenuta giovedì nei fondali dell’atollo di Vaavu.
Secondo il quotidiano sarebbero due le ipotesi al vaglio: il primo riguarda un possibile problema alla miscela respiratoria utilizzata per immersioni oltre i cinquanta metri. Il secondo, quello che sembra più plausibile, è un incidente durante l’esplorazione della cavità.
Potrebbero essersi persi e non sono riusciti a uscire. Perché è più ipotizzabile la seconda? Perché Benedetti sarebbe stato recuperato con la bombola principale completamente vuota, avrebbe quindi consumato tutta l’aria nel tentativo di risalire.
Con sé aveva anche un bombolino di nitrox, miscela impiegata soprattutto nelle fasi di decompressione e risalita, ma inadatta oltre i trentacinque metri di profondità.
E infine il gruppo, che potrebbe essere rimasto bloccato nella terza camera: forse incapace di ritrovare la l’uscita perdendo visibilità. Magari un movimento di pinne che ha oscurato l’acqua, lo spazio ristretto. Da chiarire se il gruppo avesse steso il cosiddetto “filo d’Arianna”, corda utilizzata per ritrovare la via d’uscita nelle immersioni in cavità. Oppure se tutti si siano infilati in quelle camere sommerse non per esplorare ma per un possibile riparo dalle correnti
Stefano Vanin, a bordo dello yacht Duke of York, da cui sarebbero scesi i cinque
sub italiani morti a oltre 50 metri di profondità, si trova all’ancora in una rada dell’atollo di Felidu alle Maldive.
Intervistato oggi su Repubblica nega le condizioni meteo avverse in cui sarebbe avvenuta l’immersione fatale. «Non è vero che il tempo era brutto. C’era il sole e il mare era calmo», dichiara.
Docente di entomologia dell’università di Genova, in passato ha partecipato come esperto di insetti alle indagini sui più importanti casi italiani, dal mostro di Firenze a Yara Gambirasio, da Giulia Cecchettin a Elisa Claps e Liliana Resinovich. Nelle acque delle Maldive hanno perso la vita Monica Monfalcone, professoressa associata in ecologia marina dell’Università di Genova, e la figlia ventiduenne Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino di Poirino, ricercatrice del Torinese, e gli istruttori subacquei Gianluca Benedetti di Padova e Federico Gualtieri di Borgomanero, del Novarese.
«Eravamo impegnati nei nostri studi. Lavoravamo in modo indipendente rispetto ai biologi marini. Sapevamo che dovevano immergersi quella mattina, ma non seguivamo direttamente i loro programmi. Quando i sub hanno iniziato a non risalire si è diffusa una certa tensione a bordo
La barca si è messa a perlustrare la zona dell’immersione. Abbiamo scrutato la superficie del mare alla ricerca di eventuali palloni di segnalazione, quelli che i sub sganciano, fanno gonfiare e risalire in superficie quando sono in difficoltà. Abbiamo ricontrollato tutte le coordinate del loro tragitto.
Alla fine, dopo un’altra ora, è diventato chiaro che c’era un problema e non si trattava solo dei normali tempi di compensazione della risalita. Allora abbiamo contattato sia le autorità di soccorso locali che quelle diplomatiche italiane», racconta al quotidiano.
«Le Maldive hanno un’estensione pari alla distanza fra Italia e Olanda. L’allerta meteo non riguardava la nostra zona. Avevamo sole, mare calmo e ottima visibilità. Non c’erano problemi da questo punto di vista», spiega Vanin
Il centro di soccorso delle Maldive, dice di aver ricevuto l’allarme alle 13 e 45. Vanin infine precisa: «Hanno portato avanti le loro ricerche. Noi non siamo mai scesi dalla nave. Non è vero che alcuni studenti sono ripartiti per l’Italia. In questo punto delle Maldive siamo lontani da porti o centri di comunicazione importanti.
Restiamo tutti insieme e cerchiamo di gestire in gruppo questo momento certo non facile».
(da agenzie)

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LA PROF GLI CHIEDE DELLA FESTA DEL PAPA’, LUI SCOPPIA A PIANGERE E SI SALVA. A CASA VIVEVA COME UNO SCHIAVO: LA STALLA DA PULIRE E LE VIOLENZE

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

PICCHIATO DAL PADRE, MADRE MAI INTERVENUTA, ALLE VIOLENZE PARTECIPAVANO ANCHE I FRATELLI… PER LA CRONACA: FAMIGLIA TRADIZIONALE DI PURA RAZZA ITALICA

Una domanda a scuola sulla festa del papà ha rivelato anni di abusi, psicologici e fisici, ai danni di un bambino di 12 anni. Ora la famiglia, una coppia di cinquantenni italiani, deve rispondere all’accusa di maltrattamenti in famiglia in concorso. È successo nel Montebellunese, nel Trevigiano, come racconta il Corriere della Sera: il ragazzino avrebbe vissuto per anni di fatto come uno schiavo in casa con la sua famiglia. Secondo le indagini, il bambino sarebbe stato costretto a svegliarsi all’alba per lavorare nella stalla di famiglia e, una volta rientrato da scuola, a svolgere ulteriori lavori, senza tempo per i compiti. Il padre lo avrebbe anche picchiato con una cintura, con il silenzio della madre, mentre avrebbe ricevuto percosse anche dagli altri fratelli.
Le indagini
Le indagini sono cominciate il 25 marzo 2025. Qualche giorno prima, il 19, festa del papà, l’insegnante di sostegno del bambino gli aveva chiesto se avesse preparato qualche parola per il proprio padre. A quel punto è arrivata la confessione del ragazzino, che allora frequentava la prima media: il 19 marzo lui non avrebbe celebrato la festa del papà, ma avrebbe subito come sempre percosse continue dal padre, definito «cattivo». La segnalazione alla dirigente scolastica ha fatto scattare immediatamente il protocollo di tutela previsto per i minori.
Il racconto delle violenze subite
Nel corso del colloquio, lo studente avrebbe raccontato una quotidianità segnata più dai ritmi della stalla di famiglia che da quelli dell’infanzia e della scuola. Ogni giorno, all’alba, sarebbe stato costretto ad alzarsi per accudire gli animali e ripulire l’ovile. Attività che, secondo quanto riferito, proseguivano anche nel pomeriggio, subito dopo il rientro dalle lezioni, lasciandogli poco o nessuno spazio per lo studio, il riposo o il gioco. Il minore avrebbe inoltre riferito di continue punizioni fisiche: il padre, stando alle accuse, lo avrebbe colpito ripetutamente anche con una cintura usata come una frusta, infliggendogli violenze descritte dagli inquirenti come particolarmente gravi. Violenze che avvenivano davanti agli occhi della madre, che assisteva silenziosa. Erano anche i fratelli a contribuire al clima di orrore: qualche settimana prima dello sfogo, il dodicenne era arrivato a scuola con una profonda ferita sulla guancia, procurata proprio da un suo fratello con una forca.
Le intercettazioni e l’arresto del padre
La svolta delle indagini è arrivata grazie alle intercettazioni ambientali e dalle riprese video attraverso delle telecamere installate segretamente dai Carabinieri all’interno dell’abitazione. I militari sono intervenuti ai primi di maggio dello scorso anno, dopo l’ennesimo episodio di violenza. Il padre è stato arrestato, mentre il bambino trasferito in una struttura protetta. Secondo quanto emerso, il minore ha cominciato il difficile percorso di recupero, riprendendo i contatti con i compagni delle scuole e con l’insegnante di sostegno.
(da agenzie)

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LA SVOLTA DI PAPA LEONE

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA VERA NOVITA’ E’ CHE A ERGERSI AD ARGINE NON SOLO SPIRITUALE E MORALE, MA ANCHE POLITICO SIA PROPRIO PREVOST

Nelle stesse ore in cui a Pechino i leader dei due imperi risorti libavano nei lieti calici, a Roma il Vicario di Cristo veniva accolto dagli studenti della Sapienza con un grande striscione: «La guerra dei potenti da Trump a Bibi — La pace del Papa per i popoli liberi». Se serviva un’allegoria del mondo in macerie e in cerca di un nuovo ordine, eccola qua.
Da una parte Xi Jinping e Trump (con il fantasma di Putin che incombe): si scambiano affari e salamelecchi tra la sala del popolo e i giardini di Mao, tentando inutilmente di tamponare la guerra contro l’Iran e di esorcizzare quella contro Taiwan. Dall’altra parte papa Leone XIV (con lo spirito di Francesco che aleggia): tuona contro il riarmo e le élite, trovando affetto e entusiasmo nello stesso ateneo che nel 2008 salì sulle barricate contro la visita di Benedetto XVI al grido «fuori Ratzinger dalle università».
A ben vedere, è proprio questa la vera novità della fase. Non tanto che Cina e America si parlino, e insieme alla Russia tornino a spartirsi il pianeta in base ai rapporti di forza e alle relative sfere d’influenza: è un processo già in atto, innescato e accelerato dallo sceriffo di Washington. Quanto piuttosto che di fronte al rovinoso disegno neoimperiale e neocoloniale di questa «manciata di tiranni» — per dirla con le sue parole — a ergersi sempre più ad argine non solo spirituale e morale ma alla fine anche politico sia proprio Robert Prevost, il Pontefice di Chicago.
Non l’Europa, purtroppo, i cui leader vagano «soli, insieme» in terra incognita, come dice Draghi. Ma la Chiesa, per fortuna, che sa bene dove andare e cosa dire, di fronte al deismo bellicista del tycoon e dei seminatori di caos e di morte. Sia pure in ritardo, sta prendendo forma la speranza iniziale di questo pontificato.
L’idea cioè che in questo secolo americano si sia manifestato davvero quello che Andrea Riccardi definisce «genio del Conclave». Come successe nel 1978 con il Papa polacco che propiziò il crollo del Muro e dell’Urss, nel 2005 con il Papa tedesco che si schierò contro il jihadismo e il relativismo e nel 2013 con il Papa argentino che caricò sulle spalle la croce dei poveri della Terra schiantati dal capitalismo globale: ora tocca al Papa americano — o all’americano Papa, come scrive Lucio Caracciolo per sottolineare l’impronta sempre più “politica” del suo magistero — depotenziare un presidente suo connazionale che sfascia l
Costituzione e abusa del divino, minaccia la Groenlandia e invade il Venezuela, copre lo zar di Mosca e fa bombardare Teheran, fa il patto del diavolo con Netanyahu e trasforma Gaza insanguinata nella Miami del Medio Oriente, fa sparare ai manifestanti per strada e deporta i profughi in catene nel Salvador.
Ogni giorno che passa Prevost assurge sempre più a icona di un’altra America: cristiana e occidentale, trans-atlantica e multilaterale, democratica e liberale. L’opposto di quella forgiata nell’onnipotenza e nell’odio da Trump. L’ateo devoto che sfrutta la religione come instrumentum regni.
Dice di essersi salvato a Butler perché «Dio ha deviato il proiettile». Prega nello studio ovale con gli evangelici che gli impongono le mani sulla spalla. Posta le sue foto sacrileghe seduto sul trono di Pietro o vestito da Cristo che guarisce i malati, mentre i B-2 Spirit sganciano missili e i miliziani dell’Ice uccidono Renee Good e Alex Pretti. Lascia che la direttrice dell’Ufficio per la fede Paula White parli di lui «come Gesù, tradito e falsamente accusato».
Una blasfemia sistematica, praticata con la cinica arroganza di un presidente convinto che la Curia americana si sia salvata dalla bancarotta solo grazie alla sua rielezione. Questa immonda teocrazia trumpiana è incompatibile con la pastorale americana di Leone. Era ora che lo “scisma” avvenisse: oportet ut scandala eveniant, direbbero gli alti prelati Oltretevere.
Eppure la prospettiva non pareva questa dopo la fumata bianca dell’8 maggio 2025. C’era stato quel promettente saluto, «la pace sia con voi», e poi quella formula felice, «una pace disarmata e disarmante». Ma poi poco altro.
D’altra parte, perché un cardinale cresciuto nel Midwest avrebbe dovuto seguire le orme di Bergoglio, il papa latino «arrivato dalla fine del mondo», cioè da un sud globale anti-capitalista e poco occidentale? Quello che diceva «sono solo un prete, un pastore che vuole sentire l’odore delle sue pecore» e che voleva «una Chiesa povera, accidentata, ferita e sporca perché è uscita per strada». Quello che in tonaca bianca andava a piedi a comprare gli occhiali, girava su una 500, dormiva a Santa Marta, baciava i piedi ai carcerati nell’inferno di Regina Coeli.
Prevost è tutt’altro: un Papa curiale. E così è stato nei primi dieci mesi di pontificato. Ma da gennaio tutto è cambiato. La prima crepa l’hanno aperta i tre
porporati Cupich, McElroy e Tobin, con un documento durissimo contro l’amministrazione Usa: «Il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male del mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana è sotto esame, la costruzione di una pace giusta e sostenibile viene ridotta a categorie partigiane… ».
Dopo l’attacco all’Iran, lo strappo definitivo. Dal 5 aprile, domenica delle Palme, Prevost ha finalmente cominciato a dare un nome alle cose. Ha ricordato che la pace «non si costruisce con le armi che seminano distruzione, dolore e morte, ma con il dialogo ragionevole e responsabile». Ha tuonato contro chi «si ritiene potente quando domina, chi vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, chi si ritiene grande quando viene temuto».
Il 7 aprile, dopo che il commander in chief aveva annunciato la «distruzione di un’intera civiltà», Leone ha replicato «questo veramente non è accettabile» e ha aggiunto una frase che ha fatto impazzire il già poco lucido Trump: «Invito tutti a cercare il modo di comunicare con i congressisti, per dire che non vogliamo la guerra!».
Un invito rinnovato l’11 aprile, per l’anniversario della Pacem in terris, quando Prevost ha condannato chi trascina «nei discorsi di morte persino il nome santo di Dio, il Dio della vita». Il resto è cronaca dell’ultimo mese: gli insulti del tycoon, «Leone è un debole, non mi è mai piaciuto, lui vuole che l’Iran abbia l’atomica».
Poi la visita di Rubio in Vaticano, con il Papa che regala una penna di legno d’ulivo «simbolo di pace», e il segretario Usa che dona un fermacarte di cristallo a forma di pallone da football: se serviva una prova dell’abisso valoriale e ideale che separa le due Americhe, eccola qua. Ma stavolta più che mai The Donald ha sbagliato bersaglio.
La fermezza con la quale il Pontefice lo ha liquidato («non ho paura di lui, continuerò a parlare a voce alta del Vangelo»). La nettezza con la quale ha difeso la Nato («è un’alleanza molto importante, oggi e per il futuro»). La solidarietà che gli hanno manifestato tutti i capi di Stato (compresa “la sciamana” Meloni). Tutto parla di un impero sempre più debole, e di un Papato sempre più forte. Da laici, sappiamo bene che l’Ecclesia non basta a salvare il mondo. Ma nell’eclissi del vecchio continente, meno male che Leone c’è.
(da agenzie)

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YAMAL, IL GIOIELLINO DEL BARCELLONA, HA SVENTOLATO UNA BANDIERA PALESTINESE DURANTE LE CELEBRAZIONI PER LA VITTORIA DELLA LIGA. E PER QUESTO È STATO ACCUSATO DAL MINISTRO DEL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO, ISRAEL KATZ: “FOMENTA L’ODIO CONTRO ISRAELE”

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREMIER SPAGNOLO, PEDRO SANCHEZ, DIFENDE L’ATTACCANTE: “CHI RITIENE CHE SVENTOLARE LA BANDIERA DI UNO STATO EQUIVALGA A ‘INCITARE ALL’ODIO’, O HA PERSO IL SENNO O È ACCECATO DALLA PROPRIA IGNOMINIA”

Il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, è intervenuto in difesa della stella del Barcellona, Lamin Yamal, dopo le parole del ministro della Difesa israeliano, IsraelKatz, che ha accusato il calciatore di “incitamento all’odio” per aver sventolato una bandiera palestinese durante le celebrazioni per la vittoria della Liga lunedì. Durante la parata su un bus scoperto per le vie di Barcellona, il 18enne attaccante, considerata una delle star indiscusse del calcio mondiale, ha mostrato la bandiera palestinese tra gli applausi dei tifosi
Le immagini hanno scatenato la reazione di Katz, che in un post su X ha accusato Yamal di “fomentare l’odio” contro Israele “mentre i nostri soldati combattono l’organizzazione terroristica Hamas”, chiedendo al Barcellona di prendere le distanze e di chiarire che “non c’è spazio per l’incitamento o per il sostegno al terrorismo”.
Sanchez ha replicato via social alle accuse, scrivendo che “chi ritiene che sventolare la bandiera di uno Stato equivalga a ‘incitare all’odio’, o ha perso il senno o è accecato dalla propria ignominia”.
Il primo ministro ha poi difeso il gesto del giovane calciatore, definendolo espressione della “solidarietà con la Palestina sentita da milioni di spagnoli”, aggiungendo che si tratta di “un altro motivo per essere orgogliosi di lui”.
Dal club blaugrana non è arrivata alcuna dichiarazione ufficiale sull’episodio. In conferenza stampa, l’allenatore Hansi Flick ha commentato con cautela, affermando che “normalmente non mi piace” questo tipo di gesti, ma ha aggiunto che la decisione spetta al giocatore.
“Ho parlato con lui. Gli ho detto che se vuole farlo è una sua scelta. Ha 18 anni ed è abbastanza maturo”. Flick ha comunque sottolineato che la priorità resta la festa con i tifosi per i successi.
(da agenzie)

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IL MINISTRO DELLO SVILUPPO…FILATELICO: IN DUE ANNI DI GOVERNO, MENTRE L’ILVA FALLIVA E L’INDUSTRIA ITALIANA VENIVA SMANTELLATA PEZZO DOPO PEZZO, ADOLFO URSO HA PRESENTATO 274 NUOVI FRANCOBOLLI

Maggio 16th, 2026 Riccardo Fucile

“IL FOGLIO”: “GRAZIE A LUI MICHELANGELO BUONARROTI, GIOVANNI PIERLUIGI DA PALESTRINA, LE WINX, I PARACADUTISTI DELLA FOLGORE, IL FESTIVAL DI SANREMO, SILVIO BERLUSCONI, LA PIMPA E I POKÉMON CONDIVIDONO LA STESSA SUPERFICIE COLLOSA”

Adolfo Urso, ministro di quello che un tempo si chiamava Sviluppo, ha capito prima degli altri che il Made in Italy non si fa, si raffigura. Non si produce, si commemora. Non si esporta: si affranca.
Dev’essere per questo che in due anni di governo, mentre l’Ilva falliva e la produzione industriale calava, quest’uomo instancabile ha presentato duecentosettantaquattro nuovi francobolli. Un record mondiale.
Martedì ha presentato, personalmente s’intende, anche quello per la festa della mamma. Con citazione di Jovanotti. Chiude la Beko a Siena? Ecco il francobollo dei Pokemon. Cassa integrazione alla Prysmian? Arriva Goldrake.
Grazie a lui, a Urso, Adolfo per gli amici, l’Italia è oggi il paese al mondo dove Michelangelo Buonarroti, Giovanni Pierluigi da Palestrina, le Winx, i paracadutisti della Folgore, il Festival di Sanremo, Silvio Berlusconi, la Pimpa e i Pokémon condividono la stessa superficie collosa in un abbraccio che nessun museo, nessuna enciclopedia, nessuna storia della civiltà aveva mai osato tentare.
Ogni lunedì mattina, mentre i suoi colleghi di governo si accapigliano su pensioni, migranti e conflitti di competenza, il ministro Urso è già al lavoro. Ha sul tavolo le bozze del prossimo francobollo. Valuta i colori. Pondera il soggetto. La festa del papà è a giugno, c’è tempo.
Ma Tex Willer compie gli anni, e un ministro responsabile non può farsi trovare
impreparato. Un ministro Bolaffi. Se lo si cerca su internet – operazione che sconsigliamo ai cardiopatici, agli imprenditori e agli operai – si trovano francobolli. Presentazioni di francobolli. Conferenze stampa su francobolli. Fotografie in cui il ministro sorride accanto a un francobollo gigante con l’espressione soddisfatta di chi ha appena firmato l’accordo del secolo.
E sbaglia chi ironizza sul fatto che Urso sia un uomo di fantasia fervidissima quando si tratta di decidere dove recarsi per presentare un francobollo, ma che manca totalmente di immaginazione se lo invitano, con garbo, a occuparsi dell’industria.
In realtà ha ragione lui. Cosa resta di un governo? Le riforme durano poco, le leggi si abrogano, le promesse evaporano, il programma “transizione 5.0” è fallito completamente. Ma un francobollo va in collezione. Magari tra cent’anni qualcuno lo trova in un cassetto e pensa: ah, l’Italia, che paese straordinario. Non aveva la transizione digitale, né quella energetica. Però aveva la Pimpa. E aveva pure Urso.
(da agenzie)

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INDOVINA CHI HA VISTO MARINA BERLUSCONI: MITI E STRATEGIE DELLA FIGLIA DEL FONDATORE DI FORZA ITALIA

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA PRESIDENTE DI FININVEST IN TUTTI I SUSSURRI DI PALAZZO

Pochissimi l’hanno incontrata davvero, pochi potrebbero farlo, tutti parlano di lei. Marina Berlusconi non è solo la presidente di Fininvest e la figlia del fu Caimano, è uno status: se non raccontano di un tuo faccia a faccia con lei non sei nessuno, almeno nei Palazzi. Che poi sia vero, verosimile o falso conta, ma neanche troppo. Se ne parla a prescindere, nei corridoi delle Camere, dove si era fatto largo pure la voce di un faccia a faccia in preparazione tra lei e Elly Schlein per il dopo Mattarella (smentito, dalla manager). E comunque poi c’è Matteo Renzi, che un tempo aveva accesso perfino a Arcore. Mercoledì in Senato, a margine del premier time, ha intrattenuto i cronisti con la sua Berlusconeide: “Io non l’ho mai incontrata Marina: io vedevo il padre, il presidente”. A corredo, imitazione della parlata alla Silvio. Con aggiunta maliziosa: “Magari l’ha vista qualcun altro, Marina…”. Un altro centrista? Per ipotesi, di Roma Nord? “Ah, io non lo so” ha negato – o finto di farlo – l’italovivo, che mercoledì parlava bene di Giuseppe Conte. Colui che alla Camera, un’oretta prima, aveva negato con altra postura: “Marina Berlusconi? Non l’ho mai incontrata”.
Quando sente parlare di centri e centrini, l’avvocato mette mano alla pochette. Non si fida, anche perché il primo a non fidarsi è l’amico e consigliere Goffredo Bettini, demiurgo del Pd romano che i sussurri nei corridoi li decritta come pochi altri. “Non pensino di sostituire il M5S con Forza Italia” ha ammonito sul Foglio, quotidiano non certo ostile alle intese più che larghe. E Conte è andato in scia: “FI voleva la riforma della giustizia quindi non è compatibile con i valori progressisti, con noi niente più inciuci o governi tecnici”. Non l’ha detto per caso, l’ex premier. Perché, come spiega un contiano di peso – con ottimi contatti nel Pd – il timore dell’avvocato e quindi di Bettini è che una parte dei dem e altri pezzi di centrosinistra, compreso il Renzi ora ufficialmente cortese con Conte, lavorino per isolare l’avvocato. O comunque a piani B prossimi venturi. Tradotto: si partirebbe
con un governo con dentro Pd e Movimento, e in corso d’opera si sostituirebbero i 5Stelle con FI. Fantapolitica, si dirà. Ma certi fantasmi hanno già un po’ di carne, ad ascoltare certi timori pure dentro il Pd. Tanto che ieri Antonio Tajani ha assicurato: “Noi siamo alternativi alla sinistra, quindi al M5S, ad Avs e al Pd: non è pensabile governare con loro”. Lo ha già fatto, si ricorderà. Ma più che altro colpisce la necessità della smentita. La certezza è che, in tempi difficili per Meloni, la figlia di Berlusconi sta occupando tanto spazio politico, muovendo il gioco. Anche stando ferma. E non è solo questione di fideiussioni, quelle con cui i Berlusconi tengono in vita FI. È la capacità di orientare il dibattito, con i mezzi (importanti) di cui dispone la famiglia. Sfruttando i vuoti altrui, a destra e dintorni.
Certo, poi la Marina che da tempo si mostra progressista sui diritti incide quando vuole e può farlo. Ma, per esempio, in Veneto anche FI è perlomeno perplessa sulla legge sulla fine vita che è un pallino dell’ex presidente regionale, il leghista Luca Zaia. Però alla fine sempre a Marina si torna. Così riecco Renzi, su Sky: “La domanda è: chi decide in Forza Italia? Se decide Tajani allora fanno la legge elettorale, se decide la famiglia Berlusconi secondo me non la fanno”. Il fu premier punge il ministro per infastidire Meloni: molto diversa, da Marina. E non è mai stato così evidente.
(da Il Fatto Quotidiano)

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DE ANGELIS, FONDATORE DEL MONDO AL CONTRARIO: “VANNACCI E’ UN TRADITORE. E VOLEVA CANDIDARSI CON FDI”

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMICO DI LUNGA DATA DELL’EX GENERALE SPARA A ZERO: “IL SUO VERO OBIETTIVO L’HA GIA’ RAGGIUNTO; FAMA, POTERE E SOLDI”… “SE GLI ANDRA’ BENE DIVENTERA’ MINISTRO”

Norberto De Angelis è stato fondatore e poi presidente del Mondo al contrario fino alla fondazione di Futuro nazionale. Ma soprattutto è amico di lunga data di Roberto Vannacci. O meglio, era. E in questa intervista a Repubblica vuota il sacco, anche con un po’ di dolore. La premessa iniziale riguarda però la vita di De Angelis: campione di football americano con la nazionale, uno dei più forti giocatori in Europa, a 28 anni un brutto incidente d’auto avvenuto in Africa, dov’era per una missione umanitaria, lo ha lasciato sulla sedia a rotelle. Non si è mai dato per vinto: da disabile ha attraversato in handbike gli Stati Uniti, da Chicago a Los Angeles, un record. Poi è stato campione italiano di danza sportiva in carrozzina.
Perché ha deciso di rilasciare questa intervista?
«Perché credo nella verità e nei valori autentici. Non sopporto il farsi gioco delle persone che ti aiutano. Mio nonno materno, Norberto Dalla Chiesa, lontano parente del generale Carlo Alberto, mi ha insegnato che davanti all’ingiustizia non si può restare in silenzio».
Partendo da lontano: come si è conosciuto con Vannacci?
«Fu nel 1970-71, i nostri padri erano ufficiali dell’Esercito nella stessa caserma di Ravenna».
Che rapporto avete coltivato nel tempo?
«Un rapporto vero, fatto di amicizia e famiglia. Noi fratelli e i suoi siamo cresciuti insieme, condividendo estati, vacanze e altro».
Politicamente lei come si definiva e definisce?
«Sono un uomo di destra moderata, ma ho sempre votato le persone che stimo, non le bandiere. Anche un sindaco di sinistra, quando l’ho ritenuto valido».
Vannacci invece è sempre stato di destra?
«Sì, credo di sì, non era il solo nella sua famiglia ad essere fortemente di destra».
Poi è uscito il famoso libro: lo sapeva?
«Certamente. Me ne parlò personalmente a casa mia già nel 2022».
Quando esce cosa succede?
«Il 15 agosto 2023 mi scrisse chiedendomi un giudizio sincero sulla sinossi. Gli dissi che mancava di pathos, ma che avrebbe scosso il “politically correct”, ed era proprio ciò che voleva. Dopo i primi articoli e le parole del ministro Crosetto, però, la sua sicurezza vacillò e mi chiese aiuto. Contattai subito Fabio Filomeni e fondammo il primo comitato del Mondo al contrario dicendogli: “Guarda che contenitore ti stiamo costruendo”».
Vannacci aveva già chiaro che voleva passare in politica?
«Assolutamente sì. Nel 2019 prima del suo incarico a Mosca, creai, con miei amici imprenditori il “Progetto Italia”, per promuovere le eccellenze italiane all’estero. Attraverso quel progetto iniziò a entrare in contatto con ambienti politici. Il punto
dieci del programma di governo Meloni sul made in Italy l’ho scritto io. Dopo il rientro anticipato dalla Russia, mi confidò nel dicembre 2022 che stava scrivendo un libro con l’obiettivo preciso di raccogliere consenso e arrivare al parlamento europeo».
Mirava a FdI?
«Inizialmente sì, quando era Mosca aveva rapporti con un onorevole vicino a Giorgia Meloni, che non voglio citare».
Gli slogan sulla Decima Mas a lei piacevano?
«Rispetto ogni gesto di eroismo e sacrificio verso la Patria, specie se decorati al valor militare. Ma non amo quando certi simboli vengono strumentalizzati».
Lei lasciò già una volta la presidenza del Mondo al contrario: perché?
«Avevo creato il primo Mac come associazione culturale. Quando vidi che stava diventando altro, prendendo derive che non sentivo mie e avvicinandosi a figure troppo estreme, preferii allontanarmi. Poi Vannacci mi richiamò nel 2025 chiedendomi di fare il presidente del ricostituito Mac. Accettai con entusiasmo, ma col tempo capii di essere diventato solo una figura formale. Le scelte venivano fatte altrove, spesso senza nemmeno informarmi. Alla cena di Parma del 12 dicembre 2025 dissi chiaramente che non avrei più fatto il “presidente burattino”. Eppure, sotto la mia presidenza, il Mac raggiunse i risultati migliori dalla sua nascita. Avevo chiesto a Vannacci una cosa semplice: non affidare il mio futuro a persone sconosciute non di mia fiducia. Sono rimasto inascoltato».
Poi c’è la rottura con la Lega da parte di Vannacci: era al corrente del nuovo partito?
«Avevo sentito voci affidabili, ma nulla di ufficiale. Il 13 dicembre glielo chiesi direttamente e lui mi negò tutto. Col senno di poi, mi disse una cosa non vera. Per me fu la fine della fiducia in lui. Ancora il 25 gennaio scorso, durante un evento a Parma, continuava a smentire ciò che poche ore dopo sarebbe diventato pubblico. Non sono leghista, lui e Salvini si sono serviti l’un con l’altro, ma certamente Vannacci si è comportato come un traditore».
Cosa pensa del politico Vannacci oggi?
«Penso che oggi insegua più il consenso che i valori. Parla di meritocrazia, ma attorno a lui vedo persone che non hanno portato risultati concreti. Anzi, Toscana docet. E soprattutto noto una cosa a mio avviso grave: non gli sono rimasti accanto gli amici di prima del libro. E senza rapporti umani autentici è difficile costruire una politica credibile. L’adesivo “Negozio Italiano”, poi, lo credo assurdo».
E della persona Vannacci che idea si è fatto dopo tutti questi anni?
«È un uomo intelligente, freddo, estremamente sicuro di sé. Ha dimostrato di essere un comunicatore molto abile e un lavoratore instancabile».
Lo rivoterà?
«No. Ovviamente lui dirà di me “me ne frego e vado avanti”. Io rispondo amen».
Ha capito qual è il suo obiettivo?
«Credo che il suo vero obiettivo lo abbia già raggiunto».
La fama?
«Quella, il potere, e i soldi: se il partito andrà bene e il centrodestra vincerà le elezioni diventerà ministro. Poi ha già una pensione d’oro dall’esercito, un super stipendio da europarlamentare. Penso sia l’unico politico che in campagna elettorale ha fatto soldi invece di metterceli».
Nell’organizzazione attuale di Futuro nazionale, Vannacci delega ai suoi collaboratori oppure finge di farlo ma poi accolla a loro le responsabilità?
«Ho visto delegare compiti delicati ad altri, soprattutto quando c’erano rischi. Se qualcosa fosse andato storto, la responsabilità non sarebbe stata riconducibile a lui. Se invece avesse funzionato, il successo sarebbe diventato suo. Anche col Mac inizialmente prendeva le distanze, quasi lo snobbava. Oggi, però, quella rete costruita dal Mac rappresenta una parte importante della sua forza politica».
Dopo queste parole, al di là della politica, l’amicizia può dirsi davvero conclusa.
«Non mi interessa più nulla. So che mi sono comportato come farebbe un vero amico, spendendo il mio tempo ed energie senza interessi personali e soprattutto senza secondi fini politici. Quel che dovevo perdere di davvero importante nella vita, purtroppo, l’ho già perso da tempo».
(da Repubblica)

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L’INGOMBRANTE BARELLI DOVE LO METTO? L’EX CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA, FEDELISSIMO E CONSUOCERO DI ANTONIO TAJANI, FATTO FUORI DALLA FAMIGLIA BERLUSCONI, È STATO RICOMPENSATO CON UNA POLTRONA DA SOTTOSEGRETARIO AI RAPPORTI COL PARLAMENTO, MA SI È IMPUNTATO SULLA SCELTA DEL SUO NUOVO UFFICIO

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALTRA SOTTOSEGRETARIA AZZURRA, MATILDE SIRACUSANO, GLI HA OFFERTO LA SUA STANZA IN LARGO CHIGI. MA BARELLI HA RIFIUTATO: AVREBBE CHIESTO UN UFFICIO ADDIRITTURA A PALAZZO CHIGI, RICEVENDO UN SONORO “NO” – COSÌ PER ORA È RIMASTO A MONTECITORIO, NEGLI UFFICI CHE AVEVA DA CAPOGRUPPO

In Forza Italia dicono che è ancora “furioso” tant’è che non si è più fatto vedere in Parlamento. In Fratelli d’Italia, ormai, lo vedono come il belzebù della maggioranza che punta al più classico “muoia Sansone con tutti i filistei”
Eppure, al momento, non sono le dinamiche politiche a interessare maggiormente Paolo Barelli, già capogruppo di Forza Italia vicino ad Antonio Tajani (è suo consuocero), fatto fuori dalla famiglia Berlusconi per Enrico Costa.
Barelli è stato ricompensato con una poltrona da sottosegretario ai Rapporti col Parlamento, ma ha passato le sue prime settimane al governo con un unico cruccio: trovare un ufficio per sé e per i suoi collaboratori.
La destinazione naturale sarebbe stata al secondo piano di largo Chigi, ma già quella soluzione non era semplice. Serviva trovare spazio allo stesso piano di Ciriani e della sottosegretaria leghista Giuseppina Castiello, mentre l’ufficio della forzista Matilde Siracusano è al piano sotto.
Siracusano, che passa il suo tempo tra Camera e Senato, gli ha offerto la sua stanza in largo Chigi con affaccio su piazza Colonna. Ma Barelli ha risposto picche: troppo piccola, per lui e per i suoi collaboratori. Così ha tentato l’azzardo. Secondo due fonti a conoscenza della questione, l’ex capogruppo azzurro avrebbe chiesto un ufficio addirittura a Palazzo Chigi.
Ma la richiesta di Barelli ha sollevato diverse perplessità ai vertici del governo perché molto inusuale: a Palazzo Chigi ci sono gli uffici solo della premier Giorgia Meloni, dei vice Tajani e Salvini e dei due sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. Nessun altro sottosegretario alla Presidenza ha l’ufficio nella sede del governo. Da qui il grande rifiuto.
E così Barelli, alla fine, ha dovuto ripiegare sulla Camera restando negli uffici che aveva da capogruppo di FI, oggi destinati ai membri del governo. Non solo il suo ufficio al sesto piano di Montecitorio, ma anche l’anticamera e le altre due stanze per i suoi tre collaboratori.
(da agenzie)

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IL GOVERNO E’ PEGGIO DI HORMUZ: DOPO LA MANCATA NOMINA DI FRENI ALLA CONSOB, E’ SCONTRO TOTALE TRA FORZA ITALIA E LEGA. GLI AZZURRI HANNO ABBRACCIATO LA LINEA DELLE MANI LIBERE, IN LINEA CON IL NUOVO CORSO LIBERAL DI MARINA, E SI DIVERTONO A COLPIRE LA LEGA

Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile

OGNI OCCASIONE E’ BUONA: DALLA LEGGE SUL FINE VITA ALLA PROPOSTA DI LEGGE SU TAXI E NCC – L’ORIZZONTE È QUELLO DI AUTONOMIZZARE FI, ANCHE NELL’OTTICA DI POTER ESSERE L’AGO DELLA BILANCIA IN CASO DI PAREGGIO ALLE PROSSIME ELEZIONI PER LA NASCITA DI UN GOVERNO DI LARGHE INTESE

Più si va verso la fine della legislatura, più la coltre del «tutti uniti», dentro la maggioranza, si sta dissipando. Lasciando intravedere faide sotterranee, scatti in avanti e dispute ancora aperte, soprattutto tra Forza Italia e Lega.
L’accidente di settimana, che ha fatto emergere proprio questo scontro, è stato il passo indietro per la prestigiosa nomina al vertice della Consob del sottosegretario leghista Federico Freni. Insormontabile il veto su di lui di Forza Italia che chiede una figura tecnica, e il diretto interessato ha fatto un elegante passo indietro «per una questione di dignità», ha detto a Repubblica.
Risultato: il Consiglio dei ministri lampo di appena quindici minuti è slittato di oltre un’ora, per permettere un vertice tra la premier Giorgia Meloni e i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini proprio sulle nomine, che però si è risolto senza decisioni definitive. Non solo sulla Consob, ma sulle altre autorità amministrative indipendenti Anac e Agcm, bloccate in un gioco a incastri che non funziona e che lo strappo di FI sul candidato leghista non aiuta a ricomporre.
Eppure, anche dentro FI si fanno dei distinguo. Qualcuno ha provato a puntare il dito contro i Berlusconi, ma «la famiglia non c’entra», assicura una fonte qualificata. La responsabilità dell’impuntatura sarebbe tutta del vicepremier Tajani, pure con qualche mal di pancia interno di chi avrebbe preferito spendere energie per ottenere qualcosa dentro la maggioranza su partite più paganti, anche elettoralmente.
Proprio uno stop così eloquente a un esponente leghista molto stimato dall’altro vicepremier è la dimostrazione di come gli azzurri abbiano abbracciato la linea delle mani libere. Il tempo passa veloce e la fine della legislatura è virtualmente vicina, dunque non è più il momento di incassare per compiacere gli alleati. Anche se, nello specifico caso di Freni, i detrattori del segretario sottolineano come sia stato più un regolamento di conti che una questione di principio.
Ma la vicenda Consob rischia di non essere l’unico su cui Forza Italia sposerà la linea che preferirebbe Marina Berlusconi: quella di un partito autonomo, liberale e senza paura di mettersi di traverso con i sovranisti. Prossimo potenziale scontro riguarderà un tema che proprio la primogenita del Cavaliere ha più volte – ed
esplicitamente – richiamato: l’approvazione di una legge sul fine vita. Tajani non è mai stato appassionato al tema e ha glissato quanto più ha potuto
Ma eloquente è stato il fatto che la nuova leder del gruppo al Senato, Stefania Craxi, si sia immediatamente fatta carico della questione, nonostante non sia un mistero che sia FdI sia, soprattutto, la Lega salviniana abbiano forti riserve. E così ecco: il prossimo 3 giugno l’aula del Senato inizierà la discussione, con due testi possibili. Quello del Pd a prima firma di Alfredo Bazoli, alternativo al testo base approvato lo scorso luglio in Commissione con relatori Pierantonio Zanettin di Forza Italia e Ignazio Zullo di FdI.
Fonti di FI spiegano che sono assolutamente decisi ad andare avanti. «Un testo si approverà», assicurano. La frase è sibillina. Trapela che la speranza sia quella di trovare convergenza sul testo Zanettin-Zullo. Tuttavia, se permanesse il no della Lega, il testo del Pd tornerebbe molto utile.
«Silvio Berlusconi usava la formula del lasciare libertà di coscienza», ricorda un importante esponente del partito. Come a dire: a mali estremi, si può arrivare all’estremo rimedio di votare il testo delle opposizioni.
Con la consapevolezza che sarebbe uno strappo importante, ma in questa fase i simboli contano e Forza Italia è decisa a mettere in atto quel cambio di passo che la premier Giorgia Meloni non vuol far fare al governo. E non solo sul fine vita. FI ha messo un altro dito negli occhi dei leghisti, presentando una proposta di legge su taxi e Ncc, «prendendo atto del fallimento della riforma Toninelli-Rixi del governo gialloverde», ha detto il primo firmatario Andrea Caroppo.
Se esiste un tema esplosivo, è proprio quello delle liberalizzazione delle licenze taxi e Ncc e la Lega ha subito detto «no a liberalizzazione selvagge». Ma FI ha ormai perso le inibizioni anche su provvedimenti potenzialmente non graditi agli alleati. «Siamo in linea con il nostro pensiero storico», ha detto Caroppo.
Del resto, viene spiegato, l’orizzonte è quello di autonomizzare FI, anche nell’ottica di poter essere l’ago della bilancia di una ancora futuribile forza di centro, in una composizione a oggi inesistente ma che potrebbe formarsi subito prima, o dopo le elezioni. Anche in quest’ottica non è stata ben accolta la mossa di avvicinamento tra la famiglia Berlusconi e l’ex governatore leghista in Veneto, Luca Zaia, a pranzo insieme appena tre settimane fa.

(da Domani)

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