Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL SORPASSO NON E’ UNA STAFFETTA E NEMMENO UNA SUCCESSIONE
Ormai Vannacci sta in tutti i sondaggi e ieri ne è uscito uno che certifica l’inesorabile: dopo un breve
inseguimento, il Generale ha superato il Capitano nelle intenzioni di voto.
Però il sorpasso a Salvini non è una staffetta né una successione. Un po’ perché gli elettorati non si sovrappongono (Vannacci pesca tantissimo nel lago dell’astensione, placido solo in superficie) e soprattutto perché i due tribuni della destra sono molto diversi tra loro.
Salvini è un timido che in pubblico si traveste da cattivo, ha un culto per l’approssimazione e non è mai stato uno stratega (vi dice niente il Papeete?), semmai un influencer con uno sterminato guardaroba di felpe e parole d’ordine capaci di creare disordine anzitutto a lui.
Vannacci no. Non è un militare da macchietta, come qualche avversario pigramente si ostina a dipingerlo. Ha iniziato la carriera politica grazie a un libro, mica a un selfie. Difficilmente diventerà un oratore trascinante (ai suoi comizi non si contano gli sbadigli), ma sa maneggiare con perizia le parole, tanto da avere imposto nel dibattito «remigrazione» (con quel sapore rassicurante di ritorno a casa) al posto di «deportazione», decisamente più indigesta benché più sincera. E, a differenza di Salvini, è abituato alla disciplina e ai progetti di lungo periodo. Non sembra il tipo che entra in una coalizione per una poltrona: la sua aura di «uomo nuovo» svanirebbe in un baleno. Vannacci si terrà lontano dal potere finché non avrà la forza di prenderselo tutto.
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile
E’ ORIENTATA A NON VOLERLO IN COALIZIONE, MA C’E’ ANCORA TEMPO
In mezzo a un mare d’incertezza e con le truppe di Vannacci alle porte, Giorgia Meloni ha un solo punto fermo: sé stessa. Ieri e oggi a Bruxelles per il Consiglio europeo, la presidente del Consiglio ha qualche giorno di distanza dalle patrie difficoltà per maturare – o meglio consolidare – la linea politica da mantenere fino alla fine della legislatura
A chi ha voluto ascoltarla davvero, in realtà l’ha già comunicata in pubblico durante
la conferenza del G7 di Evian, spiega una fonte vicino a palazzo Chigi. La premier è ben attenta alla crescita di Futuro nazionale, salito addirittura al 5,9 per cento, secondo un sondaggio di Youtrend, sorpassando la Lega al 5,8. Tuttavia, la premier si sarebbe decisa a escludere un suo possibile ingresso nella coalizione di centrodestra. «Mi sembra che abbia detto lui di non voler entrare», ha scandito in conferenza stampa, sottolineando tutti i passi fatti dal generale in direzione contraria a quella dell’esecutivo: dalle critiche al reato di femminicidio fino al voto contrario alla fiducia insieme alle opposizioni. Come dire: Roberto Vannacci è altro da noi e lo ha mostrato lui per primo.
Chi conosce la premier, però, spiega come lei consideri l’alleanza con Futuro nazionale un Rubicone invarcabile. Fuor di metafora: inglobare i post-fascisti di Vannacci, che parlano di remigrazione e inneggiano a nostalgie ideologiche oggi non più accettabili, è impossibile. Non solo perché si perderebbe il lato centrista della coalizione, ma anche perché si commetterebbe lo stesso errore già fatto da Matteo Salvini. Il leader della Lega – è il ragionamento dentro FdI – si è portato in casa Vannacci, è stato tradito al primo momento utile e ora il suo partito è sull’orlo della spaccatura e a picco nei sondaggi. Di qui la scelta della leader di lasciare il generale alla porta, facendola passare come una scelta altrui.
Come il Cav
A chi le ha mosso l’ovvia eccezione sul rischio che, senza Vannacci, il centrodestra rischi di perdere le elezioni, lei avrebbe risposto con una alzata di spalle. O meglio, con quello che dentro FdI viene definito «l’interesse generale» anche all’alternanza, se è quello che chiedono gli elettori, ma sempre con l’onestà di proporsi a loro come una coalizione coesa e non una coalizione contro, come invece ha sempre fatto il centrosinistra. «La politica non è mai aritmetica», ha detto anche in conferenza stampa, spiegando che il modo per vincere le elezioni è «governare bene», non fare alleanze spurie. Al netto dell’enfasi, tradotto in termini politici il caso di scuola è quello delle elezioni del 2006: la sconfitta per un decimale del centrodestra allora guidato da Silvio Berlusconi contro l’Unione guidata da Romano Prodi, che ha dato vita a un governo di centrosinistra diviso e subit
logorato, caduto dopo appena due anni. A cui è seguita la vittoria netta e la nascita di un nuovo governo Berlusconi, eletto con dieci punti di distacco sul centrosinistra.
Ecco lo scenario peggiore che viene evocato dalle parti di palazzo Chigi: il centrodestra senza Vannacci perde di misura, ma il campo progressista è diviso già ora, figuriamoci al governo. Dunque il ritorno all’opposizione sarebbe quasi un toccasana per una leader giovane come Meloni, che poi potrebbe puntare allo stesso rimbalzo ottenuto dal Cavaliere nel 2008, facendo leva sulla parola che a lei piace più di tutte: «Coerenza». La premier la ripete spesso nei suoi interventi pubblici, è il punto d’orgoglio che evoca in tutte le sedi e sarebbe decisa ad applicarla anche a Vannacci, scommettendo per contro sulla friabilità del centrosinistra.
Intanto, però, siamo ancora nel campo della fantapolitica. Rimane ancora da sciogliere il nodo della data del voto: tutti nel centrodestra pensano ad aprile 2027, quando sarà maturata la pensione dei parlamentari, ma su questo Meloni dovrà scontrarsi con una volontà forte almeno quanto la sua. Indire il voto è prerogativa del capo dello Stato, e Sergio Mattarella difficilmente permetterà di chiamare i cittadini alle urne due volte a distanza di pochi mesi, prima alle politiche in aprile e poi alle amministrative in giugno nelle grandi città guidate dal centrosinistra. L’election day, però, è un azzardo che a oggi nemmeno la premier vorrebbe fare.
Non c’è solo la politica, però. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, continua a tenere d’occhio i conti con un solo obiettivo: scendere sotto il 3 per cento del deficit per uscire dalla procedura Ue e ottenere così finalmente più flessibilità. L’obiettivo non è semplice, anche perché il leader del suo partito, Matteo Salvini, preferirebbe di gran lunga un anno pre-elettorale all’insegna di minor rigore. Tuttavia, sui binari economici Giorgetti si muove con l’autonomia del tecnico, ma sempre in sinergia con Meloni. Su cosa orientare la maggior flessibilità è ancora presto per dirlo, ma anche questo si può evincere dai ragionamenti pubblici della premier, che ambirebbe a mettere a terra misure strutturali sul fisco e sulla casa. Nel frattempo, il messaggio di scuderia è: nervi saldi, Vannacci non passerà.
(da editorialedomani.it)
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Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL POMO DELLA DISCORDIA E’ LA FIGURA INGOMBRANTE DEL GENERALE VANNACCI. IL PRESIDENTE DI DSP FRANCESCO TOSCANO HA CHIESTO PERENTORIAMENTE A RIZZO SE SI STA VALUTANDO O MENO UN ACCORDO CON L’EX PARA’ – IL LEADER ROSSOBRUNO NON L’HA PRESA BENISSIMO: “LA POLITICA SI FA TENENDO CONTO DEL CONTESTO, E CHI DICE IL CONTRARIO E’ UN DILETTANTE”
I rossobruni esplodono su Vannacci. Per la politica italiana è già la pietra di paragone, il Generale: con
lui o contro lui. Non vale solo per le destre tutte, ma anche per Democrazia Sovrana e Popolare, il piccolo partito – 3mila iscritti, è il dato ufficioso – di cui è coordinatore nazionale Marco Rizzo, già esponente di Pci, Rifondazione e infine dei Comunisti Italiani.
La coda di una riunione di lunedì scorso, nella quale il presidente di Dsp, Francesco Toscano, ha posto il problema: alle Politiche andremo da soli – come nei suoi auspici – o magari c’è la voglia di fare un accordo molto rossobruno proprio con Vannacci e i suoi, che sarebbe assai utile a Rizzo per rimettere piede in Parlamento? Toscano non l’avrebbe detta così dritta, ma il senso era quello. E il leader l’ha presa male, anzi peggio.
Così dopo aver spiegato nell’incontro che non bisognava chiudere le porte a nessuno, ma che prima di ogni decisione futura “dobbiamo crescere come partito”, Rizzo ieri ha raccolto le firme di molti coordinatori regionali e della maggioranza del Consiglio direttivo e dell’Ufficio politico su un documento che riporta la sua linea e “biasima” Toscano per “essere intervenuto pubblicamente anticipando o eludendo, anche con dichiarazioni non corrispondenti al vero, il confronto negli organi dirigenti”.
Una scomunica a cui il presidente ha reagito convocando un congresso straordinario “come prevede lo Statuto” spiega Toscano al Fatto. Insomma, è
scontro frontale. “Noi non cacciamo nessuno, ma non nutro più alcuna fiducia politica verso Toscano” spiega Rizzo. Ma con Vannacci ci sta parlando o no? L’ex parlamentare sorride: “La politica si fa tenendo conto del contesto, e chi dice il contrario è un dilettante. Io voglio andare oltre il concetto di destra e sinistra, oggi lo scontro è tra la grande finanza mondiale e le élite da una parte, e ceto medio e classi lavoratrici dall’altra”. Quindi, il Generale? “Lui è di destra-destra. Apprezzo alcune cose che dice, ma sulla Palestina non ha preso una posizione netta. Ho fatto anche un video per dirlo, e Toscano dopo averlo visto mi ha accusato di volermi alleare con i vannacciani”.
Il comunicato di condanna arriva in serata, con accluso video di Rizzo (“Toscano parla male di me, ma è lui che è andato a incontrare Di Battista”). E l’ancora presidente commenta: “Mi accusano di ‘parlare’ perfino con altri… Mi sembra un po’ debole”. La certezza è che convoca per il 26 luglio un Consiglio straordinario a Roma. Chiaro l’ordine del giorno: “È indispensabile che l’assemblea degli iscritti si esprima per confermare una proposta politica che convalidi la nostra incompatibilità sia con i due poli principali sia con il movimento del generale Vannacci.
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile
UNA SITUAZIONE GRAVE CHE HA SPINTO MARINA BERLUSCONI NEI GIORNI SCORSI A CONVOCARE IN GRAN SEGRETO ANTONIO TAJANI A MILANO, CHIEDENDOGLI GENTILMENTE DI TOGLIERE IL DISTURBO … IL CIOCIARO HA FATTO ORECCHIE DA MERCANTE: “SOLO I CONGRESSI POSSONO SFIDUCIARMI” -…MA SE SI VOTA AD APRILE, ANZICHE’ AD OTTOBRE 2027, NON C’È TEMPO PER FAR FUORI TAJANI, VIA CONGRESSI …LA DUCETTA SI RITROVA FRATELLI D’ITALIA SPACCATO DA UNA LOTTA DI POTERE TRA LE CORRENTI: LA RUSSA VS MELONI SISTER, LOLLOBRIGIDA-CROSETTO VS MANTOVANO- FAZZOLARI, RAMPELLI VS DONZELLI
Occupati come siamo a concentrarci sul clamoroso tracollo della Lega, sorpassata dalla “sporca dozzina” di Vannacci, non ci stiamo accorgendo che sta implodendo anche l’altro alleato dell’Armata Branca-Meloni, Forza Italia.
Il partito fondato da Silvio Berlusconi galleggia intorno al 7-8%, con tanti esponenti che temono di non ritornare ad occupare gli scranni parlamentari che stanno traslocando in Futuro Nazionale.
L’unico sussulto nei sondaggi, il partito l’ha ottenuto dopo l’incontro di Pier Silvio con la stampa, a dicembre 2025.
In quell’occasione, “Pier Dudi” invocò facce nuove e un programma rinnovato”, mandando un avviso di sfratto a Tajani e alla sua “banda dei laziali”, Gasparri e Barelli. Nei mesi successivi, Forza Italia arrivò, secondo una rilevazione Tecnè/Dire, al 10,3%.
Ora Forza Italia è ritornata Forza Italietta. Una situazione non solo seria ma anche grave che ha spinto nei giorni scorsi Marina Berlusconi a convocare in gran segreto
nella sua dimora meneghina di Corso Venezia Antonio Tajani, chiedendogli gentilmente, fra un tè e un pasticcino, di togliere il disturbo.
Il settantenne ex giornalista monarchico diventato presidente del partito, nonché vice-premier e ministro degli Esteri, ha fatto il pesce in barile, poi orecchie da mercante e infine, in soldoni, avrebbe risposto: “Cara Marina, solo i congressi di Forza Italia possono sfiduciarmi e mandarmi a casa”.
Mettendo così la Cavaliera di Arcore davanti a un bivio: da un lato, l’unica cosa che può, ma che non farà mai, è chiamare il tesoriere Roscioli e far cassare il cognome Berlusconi dal simbolo del partito.
Dall’altro, per evitare il progressivo naufragio di Forza Italia, a Marina non resterebbe altro che scendere in campo direttamente.
A separare Marina dall’eventuale discesa in campo c’è però un’altra questione: il tempo.
Se si votasse, per esempio, ad aprile, la presidente di Fininvest non riuscirebbe a ad avviare il percorso necessario a mettere in moto la macchina del congresso, e silurare Tajani. Se invece si votasse ad autunno, il discorso cambierebbe.
Il disastro leghista e lo psicodramma in Forza Italia sono pessime notizie per Giorgia Meloni, che con due alleati così, uno moribondo e l’altro allo sbando, rischia di non avere alternativa alla sconfitta senza imbarcare il Generale Vannacci.
Sarebbe una sbandata verso l’ultra-destra pericolosa e difficile da reggere politicamente, dopo anni passati a spostarsi al centro e a dimostrare agli euro-poteri (e ai mercati internazionali) di non essere una pericolosa fascista, ma un’interlocutrice affidabile, degna di far parte del Partito Popolare Europeo, che detiene la maggioranza a Bruxelles.
Ma tant’è: grazie alla deficienza politica di Salvini, alla Melona tocca fare i conti con il Generalissimo filo-Putin e pro-Afd.
E Lady Giorgia, sempre più sull’orlo di una crisi di otoliti, può minimizzare quanto vuole (ieri di Vannacci ha detto: “È funzionale alla sinistra, ha votato cinque volte contro la fiducia al governo. Penso che il modo migliore per vincere le prossime elezioni sia governare bene, il resto sono alchimie e io non mi occupo di alchimie”), ma dentro di sé sa che, come peraltro ha ricordato anche Italo Bocchino ospite di “Otto e Mezzo”, che il generale rappresenta “più un problema che una risorsa”
Gli occhieggiamenti al fascismo, certe posa militaresche, i pippotti contro l’ideologia gender e sulla remigrazione, inoltre, hanno una certa presa anche sull’elettorato duro e puro di Fratelli d’Italia.
Una quota che vale almeno il 2%, lo zoccolo duro di vecchi residuati bellici di via della Scrofa, che viene ben rappresentato dalle parole di Gianni Alemanno al “Foglio”.
L’ex sindaco di Roma, che il 24 giugno uscirà dal carcere, ha vecchie ruggini personali con la Ducetta, ma ha ragione quando sottolinea l’umore della “base” che si sente “tradita” dalla svolta istituzionale della Meloni.
Alemanno si spinge a dire che Vannacci “diventerà presidente del consiglio entro dieci anni”, e sottolinea gli “errori” della premier: “Il vento, in Europa, tira per i sovranisti. In Francia a breve ci potrebbe essere un presidente lepenista. in Germania Afd è praticamente il primo partito. e Meloni fa la conservatrice moderata e liberale. Mi mbra fuori dalla storia”
Al “tradimento” subito dalla base si aggiungono i veleni interni al partito, (mal) governato da Arianna Meloni, affiancata da Donzelli: in Fratelli d’Italia da mesi è in atto una lotta di potere tra le correnti sbocciate dopo quattro anni di governo: La Russa contro le Meloni Sister, il tandem Lollobrigida-Crosetto contro il duo Mantovano-Fazzolari, Rampelli contro Donzelli.
Insomma, se Salvini è disperato e Marina Berlusconi piange, Giorgia Meloni ha ben poco da ridere…
(da Dagoreport)
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Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile
IN CAMPO COME POSSIBILE CANDIDATO AL CAMPIDOGLIO, L’UNICO NOME IN CAMPO RESTA L’EX TUTOR DELLE SORELLE MELONI, FABIO RAMPELLI … MA MATTARELLA NON PENSA A SPEZZARE IN DUE IL VOTO: UN DOPPIO, INUTILE, COSTO PER UN PAESE CHE ARRANCA
L’uomo cerchiato in rosso è sempre lui, Fabio Rampelli. Il problema, però, è che il vecchio
“gabbiano”non vuole farsi olocausto. Rampelli intende candidarsi sindaco di Roma, sì, ma a patto di vincere. E a Roma – si sa – è difficile. Ed ecco allora pronta la ricetta Meloni-Fazzolari.
Il piano per prendere due piccioni, o gabbiani, con la consueta unica fava.
Mentre si apparecchiano le campagne nei singoli municipi, ai piani alti di FdI viene in mente un vecchio schema. Anzi, una data: la primavera del 2013
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e le due sorelle Meloni si guardano, riflettono, poi si dicono: l’unico modo per vincere, o non straperdere, è replicare, oggi, quel modello lì.
L’unico modo, in altre parole, è di votare prima alle politiche, poi nelle grandi città. Prima dove si può (forse) vincere, poi a occhio e croce dove si perde. E non soltanto per rivitalizzare – in caso di vittoria – la campagna elettorale metropolitana. Ma anche e soprattutto per non farsi scippare Chigi a causa della cosiddetta onda lunga di Roma.
L’ansia di Meloni, oggi, è quella di subire il contraccolpo della sconfitta nelle città rosse. Roma, Milano, Bologna, Torino, Napoli sono governate dal centrosinistra. E il secondo mandato di Roberto Gualtieri, nel 2027, è dato per certo. Sicché l’unico modo per evitare che il Campidoglio insidi Chigi è anticipare l’elezione del nuovo Parlamento e sfuggire, altrettanto, all’election day.
E benché lo schema del 2013 fosse di un primo voto a marzo e di un secondo a giugno, va da sé che gli alambicchi di Arianna e Fazzolari debbano tener conto, ancora, di un’altra data fatale.
Quale? Il 23 aprile 2027, ovviamente. E dunque il giorno del ringraziamento. Il momento in cui i parlamentari eletti per la prima volta nel 2022 matureranno il diritto al vitalizio. Prima di allora, ogni ipotesi di voto non è gradita alla triade. Non a Fazzo, non ad Ari, non a Giorgia . E Fabio Rampelli? Senza un tale allineamento dei pianeti, resterà soltanto una suggestione, soltanto un gabbiano anziano.
Intanto, però, la campagna di Fratelli d’Italia sui singoli municipi pare sia cominciata. Si fanno largo le coppie. Arianna Meloni ha già appaiato Federico Rocca e Grazia Cacciamani. Francesco Rocca, il presidente della Regione, punta su Giovanni Quarzo e Beatrice Scibetta. Luciano Ciocchetti su Francesca Barbato e Francesco Carducci. Il promesso sindaco, Fabio Rampelli, su Mariacristina Masi e Daniele Rinaldi. Binomi già predisposti.
(da il Foglio)
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Giugno 19th, 2026 Riccardo Fucile
A ROMPERE IL GHIACCIO È STATO L’ESPERTO GIORGIO MULÈ, POI CI SONO STATI ROBERTO OCCHIUTO, PAOLO ZANGRILLO, ALESSANDRO CATTANEO, STEFANIA CRAXI E DEBORAH BERGAMINI, TUTTE FIGURE CONSIDERATE PIÙ VICINE ALLA FAMIGLIA CHE AL SEGRETARIO TAJANI
L’ordine sarebbe arrivato dall’alto. Direttamente da Cologno Monzese dove […] la famiglia Berlusconi è molto attenta a chi partecipa ai talk show televisivi (si dice che Pier Silvio pensi solo a questo quando giudica il valore dei politici).
Da qui la decisione di far tornare in televisione – a Mediaset, ma non solo – anche figure di riferimento della minoranza del partito che fino a pochi mesi fa non avevano spazio nei talk show politici, soprattutto di prima serata.
Il primo era stato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulé prima del referendum sulla separazione delle carriere quando era stato nominato responsabile della campagna: in vari dibattiti Mulé aveva avuto la meglio contro gli avversari del “No” alla riforma.
Dopo di lui sono tornati in tv il governatore della Calabria Roberto Occhiuto (presente in diversi talk Mediaset) che non ha mai nascosto la sua volontà di aspirare alla leadership di Forza Italia, il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo (spesso invitato a Mattino 5) ma anche Alessandro Cattaneo, la capogruppo al Senato Stefania Craxi e la vicesegretaria Deborah Bergamini.
Tutti più presenti, anche in base al principio della “competenza per materia”, voluto dal capogruppo alla Camera, Enrico Costa: in televisione deve andare chi è responsabile delle materie di cui si parla e non solo per ruolo politico.
Va detto che diversi esponenti della cosiddetta minoranza vengono chiamati “direttamente” dalle trasmissioni senza passare dall’ufficio stampa del partito, ma il veto dei vertici del partito è venuto meno.
Meno presenti sul piccolo schermo, invece, sono alcune figure più vicine a Tajani che fino a pochi mesi fa andavano spesso in televisione (come l’ex capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri) ma l’allargamento alle figure della cosiddetta “minoranza” non ha sostituito i dirigenti più vicini a Tajani che comunque continuano a partecipare ai talk show
Di altri volti andranno anche 5 del giovanile, tra cui il responsabile Simone Leoni. Una scelta della famiglia Berlusconi che viene portata avanti anche dal nuovo ufficio stampa di Forza Italia, Marco Ventura, che tra i suoi principali compiti ha proprio quello di decidere le ospitate televisive e nei Tg degli esponenti azzurri.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA RIABILITAZIONE EVITA ALLA BARTOLOZZI UN RIENTRO IN MAGISTRATURA CHE LE IMPEDIREBBE DI OTTENERE INCARICHI FUORI RUOLO PER DUE ANNI… AL GOVERNO C’È CHI HA MOLTO A CUORE IL DESTINO DI GIUSI, RIMASTA L’UNICA ACCUSATA PER IL CASO ALMASRI. I PM DI ROMA HANNO CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO: SULL’ESTENSIONE DELL’IMMUNITÀ DEI MINISTRI ALL’EX BRACCIO DESTRO DI NORDIO PENDE UN RICORSO ALLA CORTE COSTITUZIONALE. MA SE SI TENESSE UN PROCESSO, LE DICHIARAZIONI DI BARTOLOZZI POTREBBERO INGUAIARE IL GOVERNO
A neanche tre mesi dalle sue dimissioni forzate, Giusi Bartolozzi è già pronta a tornare al governo.
L’ex capo gabinetto del ministero della Giustizia, costretta a lasciare l’incarico a fine marzo, si riaccaserà a breve a Palazzo Chigi nel ruolo di consigliera giuridica di Tommaso Foti, ministro degli Affari europei e del Pnrr, nonché fedelissimo della premier Giorgia Meloni.
Una riabilitazione lampo per l’ex “zarina”, allontanata da via Arenula nel repulisti post referendario – imposto dalla stessa Meloni – dopo l’uscita tv in cui paragonò i magistrati a un plotone di esecuzione, esortando a votare Sì per “toglierli di mezzo”
Come anticipato ieri dal quotidiano Il Dubbio, la richiesta di Foti è arrivata nei giorni scorsi al Consiglio superiore della magistratura, che dovrà autorizzare la conferma del collocamento fuori ruolo: Bartolozzi infatti è una giudice prestata alla politica dal 2018, prima come deputata (eletta con Forza Italia) e poi come plenipotenziaria del Guardasigilli Carlo Nordio.
Ora il ministro del Pnrr, già capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, chiede di avvalersi della sua collaborazione “a tempo pieno e a titolo gratuito” – la retribuzione sarà quella da magistrato – “con particolare riguardo alla cura della fase ascendente dei principali dossier in esame presso le istituzioni europee”
L’incarico serve soprattutto a blindare il futuro di Bartolozzi: l’ex “zarina”, sostenuta da Nordio, puntava infatti a trasferirsi a Londra come magistrato di collegamento La nomina però è di competenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che per ora si è opposto.
Nel frattempo, il 22 aprile, il Csm ha deliberato il suo rientro in magistratura nelle ultime funzioni svolte, quelle di “giudice distrettuale” della Corte d’Appello di Roma (una figura “tappabuchi” applicabile a tutti i tribunali in base alle carenze d’organico). Ma tornare a indossare la toga, per legge, le impedirebbe di ottenere nuovi incarichi fuori ruolo per un periodo di due anni: così, nonostante la delibera del Consiglio, il ministero ha bloccato il rientro in servizio di Bartolozzi, ritardando per due mesi la pubblicazione dell’apposito decreto, fino all’arrivo del salvagente di Foti.
Formalmente, quindi, l’ex fiduciaria di Nordio è ancora distaccata in via Arenula, dove peraltro continua a recarsi quotidianamente: per questo la richiesta del ministro degli Affari europei è stata trasmessa al Csm proprio dal Guardasigilli, che ha dato il suo parere favorevole.Ora servirà il via libera (scontato) dell’organo di palazzo Bachelet, che dovrebbe arrivare nelle prossime settimane.
Nonostante la defenestrazione, insomma, al governo c’è chi si è preoccupato di non lasciare l’ex “zarina” a piedi (o meglio in toga). In ballo, d’altra parte, c’è ancora il caso Almasri: i pm di Roma hanno chiesto il rinvio a giudizio di Bartolozzi per false informazioni al Tribunale dei ministri
Dopo il no della Camera alla richiesta di processare tre membri dell’esecutivo – Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano – Bartolozzi è rimasta l’unica accusata, nonostante l’aula di Montecitorio abbia tentato di estendere l’immunità anche a lei sollevando conflitto di attribuzioni alla Corte costituzionale.
Se sulla vicenda si terrà un processo, le dichiarazioni dell’ex capo gabinetto potrebbero diventare materia scottante per il governo. E nelle scorse settimane, in un’intervista al Corriere, sul tema lei ha risposto in modo sibillino: “Ho solo eseguito disposizioni, Nordio era informato di tutto”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN ATTACCA: “È UN MINISTRO CHE SI OCCUPA DI TUTTO, FUORCHÉ DELLE SUE RESPONSABILITÀ” – SALVINI FA TRAPELARE “IRRITAZIONE” E CHIEDE A FS L’ENNESIMO REPORT SULLE LE CAUSE PIÙ FREQUENTI DI GUASTI, INCIDENTI E CONSEGUENTI RITARDI
Dev’essere difficile, in questo periodo, essere Matteo Salvini. Il ministro dei Trasporti e leader della Lega da una parte è assediato dai governatori del Nord che gli chiedono di riformare il partito, dall’altra sente il fiato sul collo di Roberto Vannacci che sale nei sondaggi e punta al sorpasso.
Ci sono poi le preoccupazioni legate al Piano Casa, alle amministrative milanesi, al Ponte sullo Stretto. Tanto che verrebbe quasi da dimenticarsi dell’andamento dei treni sulla rete nazionale, se non fosse l’ennesima giornata di mostruosi ritardi.
Una spina che dopo 4 anni al ministero, in vista delle elezioni politiche del prossimo anno, Salvini non vuole più avere conficcata nel fianco. Così anche lui, come i passeggeri che osservano con il naso in sù la tabella dei ritardi in stazione, vuole mostrare al mondo la sua «irritazione».
Lo smartphone del ministro dei Trasporti inizia a squillare per colpa di un guasto sulla linea dell’alta velocità tra Milano e Bologna. I minuti di ritardo si accumulano. Venti, cinquanta, cento. Il centrosinistra lo attacca. «Un’altra giornata d’inferno»,
dicono dal Pd. I Cinque stelle ci mettono il carico: «I passeggeri farebbero la ola se Salvini traslocasse al Viminale». Lui incassa, ma è livido.
Ci sono tre treni da spostare sulla linea tra Piacenza e Melegnano, che è rimasta senza alimentazione perché si è staccato il cavo dell’alta tensione.
Quando Salvini si trova davanti a sé l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Stefano Donnarumma, arrivato al ministero per partecipare alla firma di un accordo con l’Arabia Saudita, non si tiene più: vuole sapere quali siano le cause dei guasti. Il tono della conversazione, con Donnarumma, è sereno, ma il leader leghista si è stancato di essere un bersaglio.
Sull’efficienza della rete ferroviaria, in vista delle elezioni del prossimo anno, vuole una svolta. Dice di capire che gli investimenti e i lavori sulla rete possano provocare dei rallentamenti, ma anche di essersi stancato di prendere tutte le colpe. Vuole un report che evidenzi quali sono le cause più frequenti di guasti, incidenti e conseguenti ritardi.
Con la speranza, magari, che non sia solo colpa del suo ministero.
Il problema sulla linea Milano-Bologna da cui tutto era originato si risolverà poco dopo le 16 – e si esclude che il danno sia doloso, è stato un tipo di incidente nemmeno così raro, dicono da Fs -, ma ormai il fiume salviniano è esondato.
Alle 18, nonostante si sia tutto risolto e i treni siano tornati a circolare, il ministro lascia comunque trapelare la sua «irritazione» nei confronti di Trenitalia e di Italo.
A rispondergli, stavolta, è la leader del Pd Elly Schlein. Che ha gioco facile: «Sono gli italiani a essere irritati con Salvini», lo punge.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI PROVA A RIMANDARE LA RESA DEI CONTI: LO STATUTO NON CAMBIA, E LA NOMINA DI ZAIA O FEDRIGA COME VICESEGRETARI NON È ALL’ORDINE DEL GIORNO (“NON SI SONO FATTI AVANTI”) – I DUE HANNO CHIESTO, COME CONDIZIONE PER LA NOMINA, UNA LEGA “MODELLO CDU/CSU”, CON DUE ENTITÀ DISTINTE
Proposta respinta al mittente. Matteo Salvini, per uscire dall’angolo, immagina una cabina di
regia dei territori e delle autonomie con governatori, alcuni ministri, capigruppo, presidenti dei consigli regionali, presidenti di provincia, sindaci e amministratori. Una struttura che possa avere un contatto diretto con i territori così come chiedono i presidenti di regione.
«Non è sufficiente», si sono detti tra loro Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana. Uno di loro, a taccuini chiusi, è più duro degli altri: «Questa è proprio una boutade».
Lo statuto? «Per ora non cambia, ci penseremo fra tre anni», chiarisce il leader del partito di via Bellerio. E non solo. Sull’ipotesi Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, o Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia, come vicesegretari, spiega che«non c’è un’urgenza-vicesegretario. E né l’uno né l’altro si sono fatti avanti».
Dall’altra parte, però, la ricostruzione fatta dal segretario non torna. Sarebbe stato proprio Salvini, in una telefonata, a chiedere ai due dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia se fossero interessati a ricoprire un ruolo da vicesegretario.
Ma le condizioni poste da Zaia e Fedriga, ovvero una Lega modello Csu con due entità distinte, sarebbero risultate non accettabili. Da qui il nulla di fatto.
Di conseguenza la Lega è in una fase di stallo. E Salvini, che ha rinviato il consiglio federale di ieri non solo per troppe assenze ma anche perché ancora non ha in mano una ricetta, dovrà trovare una soluzione vincente entro due settimane.
Il Carroccio, intanto, si prepara ai gazebo per la scelta del candidato sindaco di Milano in vista delle comunali del 2027, anche se Salvini non abbandona l’idea Viminale. «Sabato e domenica grande appuntamento di democrazia a Milano con le primarie della Lega per scegliere il candidato sindaco e ragionare con i cittadini sulle priorità da affrontare», dice il deputato della Lega, e vicecapogruppo alla Camera, Igor Iezzi, invitando ai gazebo «chiunque abbia a cuore la città e abbia la volontà di contribuire alla sua rinascita dopo anni di disastro amministrativo della sinistra».
E poi qualcosa che può essere più di una suggestione: «Sceglierò come sindaco Salvini, sapendo che sarebbe la scelta migliore per la nostra città». [.
«Ogni partito può avanzare il proprio nome ma Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco. Noi restiamo per un nome civico», assicura il deputato e segretario regionale di Forza Italia in Lombardia, Alessandro Sorte.
(da Repubblica)
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