Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
QUATTRO PALESTINESI SONO RIMASTI FERITI DURANTE UN ATTACCO DI ESTREMISTI DELLO STATO EBRAICO A UNA CITTÀ A SUD DI NABLUS, DOPO ESSERE STATI AGGREDITI
Durante la notte coloni israeliani avrebbero incendiato l’ingresso di una moschea nel villaggio
di Jaljilya, vicino a Ramallah in Cisgiordania. Lo riportano i media palestinesi. Non sono stati segnalati feriti.
Sono state pubblicate anche alcuni immagini dove si vede del fumo che fuoriesce dall’ingresso della moschea e. Inoltre i muri sono stati imbrattati con alcune frasi come “Ragazzi, svegliatevi”, “Notte delle moschee” e “Vendetta”.
I coloni israeliani hanno intensificato gli attacchi in Cisgiordania, incendiando due moschee a nord di Ramallah e imbrattandole con “graffiti razzisti”, secondo quanto riferito da testimoni locali.
I coloni hanno dato alle fiamme una moschea a Jaljilya e un’altra nella vicina città di Mazare Al-Nubani, causando danni materiali a entrambe le strutture. Il Ministero palestinese degli Affari Religiosi ha condannato gli attacchi, definendoli una grave violazione dei luoghi di culto e una violazione delle leggi internazionali a tutela dei siti religiosi, costituendo una pericolosa escalation e una provocazione in quanto prendono di mira luoghi sacri e simboli religiosi sia islamici che cristiani.
Il ministero ha ritenuto le autorità israeliane pienamente responsabili degli attacchi e delle loro ripercussioni, esortando la comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani ad agire per proteggere i luoghi di culto e assicurare i responsabili alla giustizia. In un altro episodio, quattro palestinesi sono rimasti feriti durante un attacco dei coloni a una città a sud di Nablus, dopo essere stati aggrediti, e diversi veicoli sono stati danneggiati.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL DIVARIO TRA OBIETTIVI RAGGIUNTI E SPESA EFFETTIVA E’ IMMENSO
A pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno, il bilancio del Pnrr assume i contorni di una disfatta strutturale. Il de profundis è stato suonato nientemeno che dal Financial Times che ha definito «un fallimento la gestione italiana del Pnrr». Tra ritardi, definanziamenti, e rimodulazioni, il Piano si è rivelato un percorso a ostacoli con buona parte delle somme stanziate bloccate nei meandri della burocrazia o dirottati altrove.
A maggio la Corte dei conti, nella sua relazione semestrale, ha evidenziato un avanzamento complessivo del Piano. Sono stati, infatti, raggiunti i 50 obiettivi Ue previsti per il 2025 con un aumento complessivo del 72%. Dati rivendicati dal governo come un successo ma, come ricorda Pagella Politica, «l’analisi si concentra solo su alcuni progetti specifici, che rappresentano il 42 per cento delle risorse che si sarebbero dovute spendere durante tutto lo scorso anno». Così se ad esempio la digitalizzazione nella Pa corre e, anzi, è in anticipo sui tempi di completamento, resta il complessivo divario tra obiettivi raggiunti e spesa effettiva, considerando anche lo slittamento di 24,2 miliardi oltre il 2026.
Il fallimento più eclatante è la gestione dei fondi destinati al superamento dei ghetti dei braccianti agricoli. Il governo Draghi aveva stanziato 200 milioni di euro per smantellare le baraccopoli, restituendo dignità a migliaia di lavoratori invisibili realizzando circa 11mila alloggi. Di quei fondi verranno spesi appena 24 milioni. I grandi insediamenti pugliesi, come Borgo Mezzanone, dove migliaia di persone vivono ancora senza acqua né luce. La Corte dei conti per la Puglia, a febbraio 2026, ha bocciato i piani per il superamento dei ghetti, dichiarando «del tutto
insufficiente» la gestione dei fondi Pnrr a causa delle inefficienze e dei ritardi accumulati.
Non meno critica è la situazione della sanità. I dati della Fondazione Gimbe fotografati al 31 dicembre 2025 raccontano una realtà impietosa: su 1.083 case di comunità finanziate solo 66 erano pienamente attive, vale a dire il 3,9% del totale, mentre 781 avevano almeno un servizio operativo. Non va meglio agli ospedali di comunità. Sui 594 progetti programmati solo 163 risultano avere almeno un servizio attivo (il 27,4% del totale previsto). Il rischio concreto è quello di lasciare in eredità alle future generazioni scatole vuote e mancanza di servizi territoriali. La riforma sui medici di famiglia voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, e per ora saltata, prevedeva la presenza dei sanitari nelle case e negli ospedali di comunità. Ma se al momento la riforma resta ferma al palo il ministro ha ribadito che «si troverà la quadra perché è una rivoluzione dalla quale non possiamo tirarci indietro».
Sulle infrastrutture, il divario territoriale è netto: il centro-nord ha rendicontato il 52,7% delle spese, il Mezzogiorno soltanto il 39,5%. E mentre si tagliano i fondi per collegare il Sud al resto d’Europa, si continuano a privilegiare grandi opere come il Ponte sullo Stretto, rimandando o rimodulando interventi sulla rete ferroviaria o autostradale. Secondo i dati di Banca d’Italia, il 40% dei cantieri è in ritardo mentre solo il 2% è completato e per le opere che superano i cinque milioni di euro, al 28 febbraio scorso il 48% non era ancora stato avviato. L’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria, ad esempio, opera strategica per il Mezzogiorno ha subito un drastico definanziamento di 9,4 miliardi di euro dirottati verso «diversi capitoli di bilancio» mentre il completamento di altre grandi opere, spostate su diverse linee di finanziamento, è previsto per il 2032.
Come già scritto da Domani, i ritardi su edilizia scolastica rischiano di vanificare i fondi stanziati dal piano. Molti istituti fanno i conti con problemi di amianto, efficientamento energetico e danni strutturali con i quali si dovranno fare i conti a settembre fondi non spesi o, in alcuni casi, mai arrivati. Stessa sorte per gli asili nido, passati con l’ultima rimodulazione dagli oltre 254mila nuovi posti a 150mila, obiettivo difficilmente raggiungibile come certificato dall’Ufficio parlamentare di
bilancio. A farne le spese soprattutto i piccoli Comuni e le aree del Sud. E l’università? Dimezzato l’obiettivo dei 60mila posti letto per i fuori sede passati a 30mila, e tagliato il finanziamento da 1,1 miliardi di euro a 599 milioni per completare i progetti già avviati entro la rendicontazione del 31 agosto.
L’orologio corre e il percorso resta ancora in salita. Così se Openpolis dà per spesi 104,6 dei 194 miliardi stanziati, oggi restano da completare più di 100 progetti, mentre si deve riscuotere ancora la decima e ultima rata da 28,4 miliardi. Nodo cruciale la trasparenza, il vero scoglio che dovrà superare il governo Meloni. Non basterà sbandierare le milestone per evitare di restituire i fondi, ma presentare progetti concreti anche perché il vicepresidente europeo Raffaele Fitto ha detto più volte che non ci saranno proroghe: solo con la rendicontazione del 31 agosto sapremo quanto del Pnrr sarà realtà e quanto resterà nel libro dei sogni.
(da editoraledomani.it)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
EMERGE LA FRAGILITA’ DEGLI JUNIOR PARTNER DEL GOVERNO
Fosse solo Vannacci. Il governo scopre all’improvviso la fragilità dei suoi junior partner, e
specialmente quella della Lega trafitta (non solo dal punto di vista numerico) dalla nascita di Futuro Nazionale. La giornata di ieri ha rivelato un partito in vera crisi di nervi. Rinviato sine die il consiglio federale che doveva rassettare gli organigrammi e la linea. Silenziata la richiesta di Matteo Salvini al Viminale. E in Parlamento un incomprensibile inchino all’ordine del giorno vannacciano contro i medici «amici dei migranti», con Nicola Molteni che prima chiede la riformulazione («Non accettiamo lezioni sull’immigrazione») e poi soccombe: parere favorevole, chiudiamola lì.
Fosse solo Vannacci. Il problema è che nessuno nel Carroccio ha più la forza di determinare una nuova strada, uno straccio di soluzione, un punto di ripartenza. Non i governatori, che hanno fatto largamente capire di essere indisponibili a puntellare la traballante segreteria di Salvini. Non i suoi ministri, che sembrano guardare lo splash down del partito affacciati alla finestra. Non Salvini, costretto a rinviare ogni scelta al ritiro di Treviglio, prima settimana di luglio. E chissà per
quella data dove saranno arrivate le percentuali del Carroccio, chissà dove si sarà arrampicato il generale.
Fosse solo Vannacci. Per i sondaggi più favorevoli due anni fa la Lega era al 9 per cento, un anno fa al 7 per cento, un mese fa al 6 per cento. E Forza Italia racconta una curva discendente meno rapida ma altrettanto disperante: 9,5 per cento alle ultime europee, 7,2 nel sondaggio Swg di due giorni fa che ha fatto saltare sulla sedia molti. Il declino degli alleati è un problema che Giorgia Meloni non aveva previsto.
Non così veloce, e soprattutto: mai a vantaggio di forze esterne, perché finora il travaso di consensi era tra un partito e l’altro della coalizione e i voti restavano comunque a casa.
Il timore è che sia la fine di un ciclo. Quello della Lega, il più vecchio partito italiano, passato attraverso ripetute trasformazioni, spesso traumatiche, ma mai al buio come adesso perché c’era comunque una classe dirigente capace di prendere la scopa e spazzare via le esperienze perdenti. Ma anche sul fronte moderato, sulla trincea quotidiana di Forza Italia, comincia a tramontare la certezza che la nostalgia del berlusconismo possa sorreggere le percentuali per altri dieci mesi, fino alla fatidica primavera 2027 che segnerà con tutta probabilità il ritorno alle urne. E anche lì: i tentativi di svecchiare, cambiare profilo, trovare nuove spinte propulsive, risultano troppo timidi per generare un recupero significativo.
Fosse solo Vannacci. La crisi che adesso appendono al suo nome lo precede di molto: fino al giugno 2024, due anni fa, un battito di ciglia, era appena un ufficiale sospeso dal servizio «per aver leso la neutralità/terzietà della forza armata». Ma il declino della Lega era già evidente all’epoca (tant’è che lo hanno arruolato per fare numeri), così come il decrescente appeal di Forza Italia. E tuttavia nessuno sembrava farci caso, un po’ perché tutti stavano facendo altro – il mirabolante Ponte, le riforme costituzionali, le celebrazioni delle vittorie di territorio – un po’ perché pensavano: alla fine gli elettori resteranno nel recinto del centrodestra, dove volete che vadano? Da Giuseppe Conte? Da Elly Schlein? Figuriamoci.
Ora il buio incombe. Se ne va il voto sovranista. Non si allarga il perimetro del voto moderato. E se la linea di Giorgia Meloni è chiara (provare a ridimensionare il
generale come utile idiota delle sinistre), se è altrettanto chiara la linea delle sinistre (usare il generale come utile idiota) tutti gli altri, e specialmente quelli a cui leva più voti, si aggirano confusi chiedendosi: e adesso che facciamo?
(da La Stampa)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
TRA IL SERVILE E UN ATTO DI BENEFICIENZA DEL DATORE DI LAVORO
Qualche cosa tra il servile e un atto di beneficenza del datore di lavoro nei confronti del lavoratore. Questa sembra l’idea di lavoro che emerge dalle risposte che alcuni datori di lavoro danno alle legittime, direi ovvie, richieste di informazioni su orari, salari, trattamento dello straordinario.
L’offerta di lavoro andrebbe accettata a scatola chiusa, al buio, e possibilmente con gratitudine, perché in cambio ci sarà un compenso. Ma quanto e a quali condizioni meglio non chiederlo, se non si vuole essere esclusi a priori in quanto “troppo” attenti ai propri diritti in un rapporto di scambio tra prestazione lavorativa e remunerazione che si vuole invece mantenere il più asimmetrico possibile. Per alcuni datori di lavoro, il lavoro non è neppure più solo una merce, ma una cessione di diritti. E la competizione nel mercato del lavoro non è basata sulle competenze da un lato, le condizioni di lavoro dall’altro, ma sul grado di ricattabilità causata dal bisogno di guadagnare purchessia, lungo una scala gerarchica al fondo della quale ci sono i più disperati e i più privi di diritti anche fuori dal mercato del lavoro, gli stranieri taglieggiati dai caporali con la tacita connivenza dei datori di lavoro.
Invece informarsi è un diritto che è necessario esercitare, non solo per poter scegliere con cognizione di causa, ma per non trovare sorprese dopo che si è accettato al buio un rapporto di lavoro, scoprendo poi che gli straordinari sono dovuti, ma non pagati, o le ferie inesistenti, o che le mansioni sono diverse da quelle inizialmente pattuite, o che il costo di vitto e alloggio detratti dallo stipendio se lo mangiano quasi tutto.
Ci si dovrebbe rallegrare che molti giovani oggi pretendano di avere informazioni precise su tutti gi aspetti delle condizioni di lavoro. Invece di trattarli da giovani viziati e perciò con troppe pretese, dovremmo essere contenti che, nonostante un’educazione civica non sempre all’altezza del bisogno, un’informazione spesso raccolta indiscriminatamente sui social, una diffusione del lavoro povero ignorata dalla politica, molti di loro hanno sviluppato una consapevolezza dei propri diritti di base e dignità come cittadini e lavoratori sufficiente a indurli a porre le domande
essenziali per l’avvio di un qualsiasi rapporto di lavoro in una società né feudale, né dittatoriale.
Ci saranno anche quelli che hanno poca voglia di lavorare. Ma la richiesta di informazioni non ne è né una prova, né un indizio. Piuttosto le risposte che ricevono sono l’indizio di una cultura imprenditoriale, non so quanto diffusa, ma temo non marginale specie in alcuni settori, che considera il lavoro e i lavoratori come un bene di cui appropriarsi per usarlo a piacimento e fuori da ogni regola contrattuale minima.
(da La Stampa)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL REGALO DI MERZ A TRUMP
Il cancelliere Merz sguscia alle spalle dei commensali del G7 e porge all’illustre ospite la
maglietta della nazionale tedesca. Trump la osserva quasi con sospetto, come se l’avesse appena indossata Zelensky. Vede il suo cognome scritto sulla schiena accanto al 47 (il numero che occupa nella lista dei presidenti americani), ma è evidente che non ha la minima idea del perché quel tizio allampanato gliel’abbia voluta mettere in mano. Conserva un vago ricordo di quando alla Casa Bianca gliene regalò una simile la Juventus, e lui ne approfittò per dare voce alle sue ossessioni: chiese se tra i calciatori c’erano dei clandestini e se con loro giocavano anche le donne.
Di calcio Trump sa meno di nulla – a lui piacciono gli sport dove ci si mena e basta, preferibilmente dentro una gabbia – e forse ha dimenticato che suo nonno era tedesco e si chiamava Trumpf, prima di emigrare a New York e perdere la «f» lungo la traversata. O forse semplicemente gli fa comodo scordarsi di essere nipote di un migrante, e della flaccida Europa per di più. Sta per restituire la maglietta della Germania a Merz, quando il cancelliere gli dice «ma è tua!». Allora capisce di essere dentro una recita e, indossando quel ghigno mellifluo che contrabbanda per un sorriso, la offre in ostensione ai fotografi prima di appallottolarla sul tavolo in attesa che passino a raccoglierla i camerieri. Immagino che per lui intorno a quel tavolo lo siano un po’ tutti.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
E’ SOLO IL REMAKE DI VECCHI FILM
Vannacci non è tra i pericoli più gravi che corre l’umanità. Il sollevamento dei mari avrà conseguenze peggiori. Si capisce, in ogni modo, che la sua avanzata possa turbare gli animi democratici meno avvezzi agli urti dell’epoca. Si consiglia tuttavia di non strapparsi i capelli e strabuzzare gli occhi ogni volta che il fu generale, e la sua folta coorte, ripetono le solite vecchie cose di pessimo gusto che non pochi italiani di destra amano pensare da ben prima che Vannacci le codificasse: precedenti politici, precedenti giornali, precedenti elettori già le hanno dette. Tutto sono, tranne una novità.
Per esempio che gli immigrati minano l’integrità della razza italica e dunque bisogna rimpatriarli (speriamo su treni non piombati) o che gli omosessuali sono ammalati da sottoporre, se gli si vuole un poco di bene, a cure mediche. Purché lo dicano a bassa voce, al dottore, che sono omosessuali, perché non se ne può più di questa ostentazione. Mica organizzano cortei, i reumatici o i cardiopatici o i diabetici.
Sono pensieri che fanno parte del bagaglio culturale, e prima ancora psicologico, di parecchi nostri connazionali. Se ogni volta che li esprimono la sinistra sviene per il raccapriccio, loro sono molto contenti. Perché uno dei tasselli decisivi della loro identità è sentirsi corsari, irriverenti, coraggiosamente anticonformisti, “feccia” come ha detto compiaciuto lo stesso Vannacci in recenti adunate.
Uno dei difetti dei tempi è – a tutti i livelli – non mantenere l’aplomb. Ci si scompone per troppo poco. Vannacci è solo il remake di vecchi film, non ha inventato il razzismo, non l’omofobia, tanto meno il fascismo. C’erano già. Li sts solo riorganizzando un poco meglio (più militarmente) del Salvini o dei fascisti più attempati.
Ps – Aiuta a normalizzare V. la sua crescente somiglianza con Alberto Sordi.
(da Repubblica)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
NON C’ENTRA NULLA CON IL MODELLO ALBANIA: L’EUROPA PAGHERA’ PAESI TERZI PER PRENDERE I MIGRANTI ESPULSI, AGGIRANDO I PARLAMENTI NAZIONALI CON INTESE “INFORMALI” (CIOE’ ILLEGALI)
L’Unione Europea riscrive per sempre le regole dell’immigrazione. Oggi infatti, il Parlamento
Europeo voterà in plenaria il nuovo Regolamento Rimpatri, una misura che istituzionalizza i cosiddetti “return hubs” (centri di rimpatrio) situati in paesi terzi, fuori dai confini europei.
Di cosa si tratta esattamente? E cosa succederà ai migranti irregolari in Europa? Per capirlo, abbiamo analizzato il testo e i suoi preoccupanti risvolti giuridici con Sara Prestianni, esperta di migrazioni della rete Euromed Rights, che ci ha guidato passo dopo passo tra le pieghe di questa nuova legge.
Quando entrerà in vigore il nuovo regolamento rimpatri
Mentre il ben più noto “Patto Immigrazione e Asilo” ha lasciato agli Stati due anni di tempo per adeguarsi, per i rimpatri l’Europa ha scelto una corsia preferenziale, trasformando la misura da “direttiva” a “regolamento”.
La legge – se approvata in via definitiva – avrà, quindi, un effetto rapidissimo: “Per questo l’hanno trasformata da direttiva a regolamento, perché così entrerà in vigore immediatamente,” ci spiega Sara Prestianni, “i ‘return hubs’ sono stati elencati fra le misure che dovrebbero entrare in vigore da subito: bisognerà aspettare solo i tempi tecnici di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale”.
“Ovviamente, nonostante cammini su gambe proprie, il regolamento rimpatri ha un forte legame col patto immigrazione e asilo. Perché nel patto ci sono soprattutto la lista dei paesi di origine sicura e viene introdotto il concetto dei paesi terzi sicuri che fanno parte dell’impalcatura della legislazione europea che mira ad accelerare i rimpatri e a prevenire le partenze, cioè a diminuire l’accesso al territorio.
Quindi è un regolamento che ha una vita completamente propria dal punto di vista del ciclo legislativo rispetto al patto, ma che noi consideriamo senza se e senza ma appartenente alla stessa logica politica del patto”, continua l’esperta.
Come funzioneranno questi hub per i rimpatri?
Molti hanno paragonato questa novità al “modello Albania” voluto da Giorgia Meloni. In realtà, il meccanismo è profondamente diverso.
In Albania, l’Italia trasferisce migranti soccorsi in mare in centri a giurisdizione italiana. I “return hubs” europei, invece, colpiranno chi si trova già fisicamente nelle nostre città e verrà trasferito in un paese terzo.
“Il concetto di “return hubs” si applica al ritorno di cittadini di paesi terzi in soggiorno irregolare. Poco importa da dove vengono. Riguarda le persone che devono essere espulse, alla fase finale dell’iter”, continua Prestianni.
In sostanza: se un migrante in Italia si vede respingere la richiesta d’asilo e riceve il foglio di via, lo Stato potrà deportarlo in un hub in un Paese extra-europeo, pagato per fare trattenere le persone in attesa del rimpatrio definitivo.
La differenza fondamentale con il piano Albania è che tra Roma e Tirana si è siglato un accordo di extraterritorialità per cui i due centri per il trattenimento di Shëngjin e Gjadër sono a tutti gli effetti “territorio italiano” e l’Italia ne ha la gestione totale.
I “return hubs”, invece, si verranno a creare in paesi terzi sulla base di “agreement and arrangment” (accordi formali ma anche intese informali) tra i governi paesi europei e paesi terzi. “In questo accordo verranno specificate le modalità di detenzione”, spiega Prestianni.
Quello della possibilità di “intese informali” è un dettaglio tecnico che introduce per la prima volta la possibilità di fare accordi con paesi terzi anche sulla base di intese informali. Una voragine democratica, pensata per aggirare il controllo dei Parlamenti nazionali, che da Costituzione (come in Italia) dovrebbero ratificare i trattati internazionali.
Dopodiché, i destini di queste persone scompaiono dai radar: “Nel momento in cui il paese europeo manda la persona migrante nel return hub se ne lava le mani”, continua Prestianni. Certo, il testo dice che si può fare solo con Paesi che rispettano i diritti umani. Ma chi decide qual è un Paese che rispetta i diritti umani? “Questa è
un’ambiguità. La valutazione sul rispetto dei diritti umani, dopo che l’Ue ha integrato stati come Turchia, Egitto e Tunisia nella lista dei paesi sicuri, penso che parli da sola”, continua.
Chi potrà essere trasferito nei “return hubs”
Il testo europeo è spietatamente chiaro su chi potrà essere caricato sui voli verso i paesi terzi: “Il Regolamento si applica a tutti, comprese le famiglie con minori,” avverte Prestianni, “gli unici ad essere esclusi da questa procedura sono i minori non accompagnati”.
Cosa succede se una persona non viene espulsa?
Rimane lì a vita? Può avere accesso alla procedura d’asilo anche in seconda istanza nel paese terzo? “Queste Sono tutte questioni che rimandano al testo dell’accordo. Il regolamento rimpatri in sé non dice molto”, spiega ancora Prestianni, “fondamentalmente il testo del regolamento europeo dice semplicemente ‘tu hai il diritto di fare un accordo o un’intesa informale con un paese terzo per mandare lì i migranti che devono essere espulsi’. Dopodiché come questo paese terzo li gestisce deve essere esplicitato nell’accordo”.
Cosa succede se il migrante fa ricorso al decreto di espulsione?
“Il ricorso non è sospensivo”, precisa l’esperta. Questo significa che, anche se un migrante fa ricorso contro la sua espulsione, lo Stato può comunque trasferirlo nel return hub in attesa della sentenza. Inoltre, il rimpatrio avverrà sulla base o di accordi stipulati dallo Stato o dall’unione europea con il paese di origine o si lascia gestire al paese terzo il rimpatrio attraverso i propri accordi di riammissione, “in modo tale”, continua Prestianni, “da lasciare un maggior margine d’azione possibile”.
Cosa ci dice questo regolamento sull’approccio europeo alle migrazioni?
“Il voto del 17 giugno è parte di un’involuzione iniziata nel 2015. Grazie a un asse sempre più solido tra le destre europee, l’immigrazione non è più gestita come un fenomeno complesso che coinvolge vite umane, ma come un mero problema di repressione. C’è un iper-legislazione compulsiva, approvata in tempi rapidissimi. Si continua a fare una legislazione dietro l’altra sull’immigrazione che risponde solo a una logica di narrativa politica, pagando il miglior offerente per allontanare il più possibile le persone dagli occhi dei propri cittadini”, conclude Sara Prestianni, “tutto si basa sull’approccio securitario, repressivo e di esternalizzazione”.
(da Fanpage)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
POI LANCIA UNA PROPOSTA DI LEGGE CONTRO LE “CONDOTTE DISCRIMINATORIE FONDATE SUL SESSO O SULL’ORIENTAMENTO SESSUALE” … MANCA IL RIFERIMENTO ALL’IDENTITÀ DI GENERE E LUXURIA LA PUNZECCHIA: “DI FATTO LE PERSONE TRANS SONO ESCLUSE IN QUANTO LA TRANSESSUALITÀ NON È UN ORIENTAMENTO SESSUALE”
Uno dei primissimi applausi è per Silvio Berlusconi. Sullo schermo scorrono le immagini di un video del 2016 in cui l’ex presidente del Consiglio parla della necessità di garantire diritti alle persone omosessuali: inizia così nella sala di Montecitorio News, a due passi dal Parlamento, la prima iniziativa istituzionale del movimento Gay Conservatori & Liberali.
L’obiettivo è la presentazione della proposta di legge «Disposizioni in materia di contrasto alle discriminazioni fondate sul sesso e sull’orientamento sessuale» (Pdl Libertà), che si pone come alternativa al ddl Zan, bocciato cinque anni fa. Un’iniziativa a pochi giorni dal Pride di Roma, la più grande manifestazione Lgbtq+ italiana che sfilerà sabato 20 agosto.
«È una proposta di buon senso», spiega l’avvocata Andrea Catizone che ha lavorato alla sua formulazione fianco a fianco con Francesca Pascale. Ma la distanza dal ddl Zan emerge già dalle definizioni contenute nell’articolo 2 dove il testo definisce il
sesso come «sesso biologico o anagrafico della persone» e l’orientamento sessuale come «l’attrazione affettiva o sessuale nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi i sessi».
Manca completamente il riferimento all’identità di genere, che di fatto scompare. «Di fatto le persone trans (quelle più vulnerabili e sotto attacco) sono escluse in quanto la transessualità non è un orientamento sessuale», commenta quasi in diretta sui social Vladimir Luxuria.
«Speravo – aggiunge – che con Francesca Pascale ci potesse essere un dialogo costruttivo tra persone che provengono da esperienze politiche diverse in difesa di tutta la comunità Lgbtq+ e invece mi sembra una proposta che accontenta chi vorrebbe ignorare le nostre esistenze e peggio ancora che invece di lottare contro la discriminazione la esercita a sua volta. Occorre fare gli interessi della nostra comunità non dei partiti politici di riferimento».
A rivendicare la difesa della comunità è Imma Battaglia, invitata come relatrice. Poi arriva il momento di Francesca Pascale che prima di entrare nel merito della proposta grida la condanna netta al generale Vannacci e alle sue affermazioni su femminicidio e diritti alle persone omosessuali. «Non vogliamo chiedere il permesso di esistere a nessuno. Abbiamo bisogno della parola femminicidio, non è vero che tutti gli omicidi sono uguali», ribadisce e subito dopo prende un burqa e mostrandolo grida: «Siamo contro ogni estremismo e contro l’Islam radicale. Al Pride che ci esclude rispondiamo dicendo che Netanyahu non è Israele».
Pochi i politici di rilievo nazionale, presente il deputato di Forza Italia Ugo Cappellacci, presidente della Commissione Affari sociali della Camera. Non manca però l’endorsement del presidente del Senato Ignazio La Russa, che per mostrare il suo plauso ha inviato una lettera in cui auspica che il testo possa unire destra e sinistra.
(da EditorialeDomani)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
CI VUOLE COERENZA: DITE AI RAZZISTI CHE NON ENTRINO IN CHIESA, NIENTE SACRAMENTI E NIENTE FUNERALI
La cosiddetta “remigrazione”, intesa come espulsione degli stranieri in quanto stranieri, non
rappresenta una risposta conforme ai principi cristiani. Lo ha affermato Leone XIV parlando con i giornalisti mentre lasciava Castel Gandolfo. “Semplicemente dire: noi mandiamo via, così ci laviamo le mani del problema, non mi sembra la risposta più cristiana”, ha dichiarato il Pontefice rispondendo a una domanda sul tema.
Leone XIV ha richiamato le considerazioni già espresse durante il recente viaggio nelle Canarie, ribadendo che la questione migratoria deve essere affrontata a partire dal rispetto della dignità umana e dalla comprensione delle cause che costringono milioni di persone a lasciare la propria terra.
“Molte volte non riconosciamo le ragioni per le quali queste persone hanno dovuto uscire dai loro Paesi”, ha osservato il Papa, ricordando che all’origine delle migrazioni vi sono spesso “violenza, guerra, conflitti” e molte altre situazioni di sofferenza e instabilità.
Secondo il Pontefice non esistono soluzioni semplicistiche a fenomeni così complessi. “Occorre vedere i casi”, ha sottolineato, invitando a valutare ogni situazione nella sua specificità e a evitare generalizzazioni che rischiano di disumanizzare le persone coinvolte.
“Bisogna trattare con rispetto le persone come persone”, ha concluso Leone XIV, rilanciando un principio che rappresenta uno dei cardini del suo magistero sociale e che richiama la responsabilità delle istituzioni e delle società nell’accoglienza e nella tutela della dignità.
(da agenzie)
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