Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI TRADISCE INSOFFERENZA A CONTROLLI E GIUDIZI DI RESPONSABILITA’ E BLOCCA LE NOMINE DELLA MAGISTRATURA CONTABILE
La lettera riservata del presidente della Corte dei conti arriva a palazzo Chigi alla vigilia della festa della Repubblica. Proprio nel pieno della tempesta. Guido Carlino chiede spiegazioni sul blocco di una decina di nomine a presidente di sezione della magistratura contabile decise a febbraio dall’organo di autogoverno. Il tempo stringe. Incombono le scadenze della «parificazione» dei bilanci regionali, previste per la fine di luglio. E la paralisi, insiste Carlino, può creare seri problemi. Le nomine le ha bloccate il governo e la risposta alla lettera di Carlino è un siluro a mezzo stampa. Per il sottosegretario Alfredo Mantovano, magistrato, le nomine sono inopportune perché la riforma approvata dal Parlamento a gennaio dà al governo la delega anche per ridurre il numero delle posizioni di vertice. Inopportune anche se «legittime», ammette, visto che la delega è in alto mare e le vecchie norme sono tuttora in vigore.
Potrebbe sembrare la solita bega fra burocrazie. Invece la faccenda rischia di avere un impatto ben più clamoroso. La nomina dei presidenti di sezione della Corte dei conti spetta infatti al presidente della Repubblica, su proposta del governo che a sua volta dovrebbe recepire le indicazioni dell’organo di autogoverno. Ma se il governo le blocca, Sergio Mattarella non può firmare i decreti. Trovandosi così in una situazione senza precedenti.
Per contestare la tesi dei giudici contabili secondo cui le nomine servirebbero a tappare i buchi, Mantovano sottolinea pure come una delle promozioni riguardi unmagistrato «che è e continuerà a essere» fuori ruolo. Si tratta di Elena Lorenzini, vice capo di gabinetto del ministro delle Imprese Adolfo Urso, cioè lavora per lo stesso governo di Mantovano. Ma tant’è. Si sa che in una guerra qualcuno viene colpito dal fuoco amico. Perché questa ormai è una guerra in piena regola.
Va detto che la Corte dei conti non è amata in modo incondizionato da nessun governo. Controlla la spesa, che non risparmia nemmeno le nomine governative. E basterebbe già questo. Ma ha pure il potere di sanzionare i danni erariali, che colpiscono le tasche di politici e amministratori scivolati in qualche crepaccio. E perciò fatalmente finisce talvolta associata anch’essa alla fattispecie ormai classica: «Uso politico della giustizia». Ecco perché non si contano i tentativi legislativi di limitare la sfera d’azione dei giudici. Il conflitto è fisiologico.
Adesso però è diverso. Molto diverso, tanto che dalle parole e dalle minacce si passa ai fatti. La riforma proposta dall’attuale ministro al Pnrr Tommaso Foti di Fratelli d’Italia, cui si è curiosamente associato Paolo Barelli di Forza Italia, destinatario di una condanna per danno erariale (da lui contestata), prevede una delega al governo per rimettere mano alle funzioni della Corte. Uno dei punti decisivi è l’integrazione fra le due funzioni: quella di controllo dei conti pubblici e quella giudiziaria. E qui si apre uno scenario che potrebbe impattare sull’articolo 103 della Costituzione, nel quale si riconosce alla magistratura contabile «giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica». Ma il cambiamento sarà profondo, e inciderà senza dubbio sul potere dei giudici contabili.
Senza però tener conto del contesto politico nel quale si dipana la vicenda non si capirebbe il perché un conflitto strisciante e fisiologico abbia assunto le proporzioni di una guerra totale. E perché l’offensiva del governo Meloni contro la magistratura ordinaria, sfociata nella riforma costituzionale bocciata dal referendum di marzo, non poteva risparmiare la Corte dei conti. Le ragioni sono diverse nel merito, ma l’approccio è identico. L’attuale maggioranza considera la decisione di qualunque giudice, quando sfavorevole, un indebito intralcio all’azione del governo investito dalla volontà popolare. Succede per «le sentenze ideologiche dei giudici» sui centri per gli immigranti irregolari in Albania. Come succede per la bocciatura della Corte dei conti alla delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile sul Ponte sullo stretto di Messina. La vera pietra dello scandalo.
«La mancata registrazione da parte della Corte dei conti della delibera Cipess è l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del governo e del Parlamento», dice la premier Giorgia Meloni. Mentre il ministro delle Infrastrutture e vicepremier leghista Matteo Salvini la bolla come «una scelta politica e un grave danno per il Paese», scavalcato a destra perfino dall’altro vicepremier forzista Antonio Tajani. Per il quale, «esterrefatto», non è «ammissibile che in un Paese democratico la magistratura contabile decida quali siano le opere strategiche da realizzare». Nientemeno.
Ma ripeterebbero le stesse frasi oggi, che salta fuori un tentativo di ammorbidire il giudizio della Corte su cui indaga la Procura di Roma, denunciato a quanto pare dall’interno della stessa Corte? Un fatto gravissimo. E se fossero accertate le presunte responsabilità in capo agli indagati, fra cui l’ex magistrato contabile Tommaso Miele e un ex consigliere di amministrazione della Stretto di Messina (Giacomo Saccomanno) già coordinatore a Reggio Calabria del partito di Matteo Salvini, la narrazione governativa non potrebbe essere più la stessa. La delibera sul Ponte è stata ritenuta la prova regina che la Corte dei conti rema politicamente contro il governo. Ma cosa direbbero se davvero si scoprisse che dall’esterno volevano influenzarne le decisioni con la corruzione?
Certo, resterebbero in piedi tutte le altre imputazioni politiche a carico della Corte. Per esempio che i giudici contabili hanno organizzato la resistenza alla riforma Foti-Barelli. Come pure che la posizione delle toghe contabili è sempre più vicina a quella dell’Anm, l’associazione nazionale magistrati fermamente contraria alla separazione delle carriere. Non hanno forse fatto anche loro un appello per il «No» al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia? E non si mettono di traverso su ogni iniziativa del governo Meloni?
Adesso pure sul capo di gabinetto del ministro della Salute Orazio Schillaci, che il governo Meloni vuole nominare consigliere della Corte dei conti. La legge glielo consente: c’è una disposizione anacronistica che alla faccia del criterio di indipendenza delle magistrature dall’esecutivo sancito dalla Costituzione attribuisce al governo il potere di nominare un certo numero di giudici contabili e consiglieri di Stato. Per alcuni funzionari pubblici di rango è quasi una sine cura ben retribuita, che però alle volte provoca curiosi cortocircuiti. Basta pensare che, causa vacanza del presidente di ruolo, le funzioni di presidente della sezione regionale della Calabria sono ricoperte dall’ex generale della Guardia di Finanza Fabrizio Carrarini. L’ha nominato il 17 ottobre 2025 alla Corte dei conti il governo Meloni, in seguito a una procedura che stabilisce il preliminare assenso dell’organo di autogoverno dei magistrati contabili. Assenso che invece è negato al capo di gabinetto di Schillaci. E non perché, come sbraita l’opposizione, appartiene al
cerchio magico delle sorelle Meloni. Ma perché non avrebbe i numeri: che c’azzecca con la Corte dei conti un ginecologo?
La stessa domanda fatta in precedenza con analogo risultato a proposito dell’agronomo Raffaele Borriello. Che però a differenza di Marco Mattei ha la nomina. E immediatamente dopo viene messo dal cognato della premier Francesco Lollobrigida a capo del gabinetto del suo ministero. Mentre i magistrati masticano amaro.
Troppi sgambetti. Ora la misura è colma: la Corte dei conti si prepari alla Resa dei conti.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA PROMOSSA DAL PARTITO SOVRANISTA UDC
Domani, domenica 14 giugno, i cittadini svizzeri saranno chiamati a esprimersi in
unreferendum popolare sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”. L’iniziativa è stata promossa dall’Unione Democratica di Centro (Udc), partito di destra conservatore, e chiede di inserire nella Costituzione Svizzera un limite massimo di 10 milioni di residenti permanente per contenere l’immigrazione e rallentare la crescita della popolazione. Ad oggi in Svizzera si contano 9,1 milioni di abitanti.
Secondo chi chiede il tetto di 10 milioni di residenti, la rapida crescita demografica degli ultimi anni dovuta soprattutto alla libera circolazione delle persone con l’Unione europea starebbe creando dei problemi concreti. Problemi ad esempio di traffico congestionato, scuole e ospedali troppo pieni, mancanza di alloggi e anche perdita della qualità della vita degli svizzeri che sarebbero stati messi a dura prova, appunto, dalla crescita demografica.
Contrari invece al testo il Consiglio federale, la maggioranza del Parlamento, i partiti di centro e di sinistra, le associazioni economiche e i sindacati: secondo questi un voto positivo a questa iniziativa danneggerebbe i legami con l’Ue e causerebbe gravi carenze di manodopera in molti settori. E questo danneggiando gravemente l’economia del Paese. Insomma, per i sostenitori del “no” l’approvazione equivarrebbe a un’autolesione, dato che la Svizzera beneficia di legami più stretti con l’Ue e ottiene manodopera, competenze e abilità necessarie dagli stranieri in settori come la sanità, la finanza, l’industria farmaceutica e la tecnologia.
Difficile far previsioni su come finirà: i sondaggi infatti mostrano una situazione molto equilibrata, il “no” sarebbe leggermente in vantaggio ma ci sono molti indecisi. L’esito della consultazione sarà reso noto nella serata di domenica. Un voto favorevole al “sì” richiederebbe al governo di adottare misure per limitare la popolazione a 10 milioni entro il 2050. Se la popolazione raggiungesse i 9,5 milioni prima di allora, il governo dovrebbe emanare restrizioni in materia di asilo, ricongiungimento familiare e permessi di soggiorno, e potrebbe dover abbandonare del tutto l’accordo con l’Ue sulla libera circolazione delle persone.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI GIORNI, L’ESERCITO HA COMPIUTO UN SALTO DI QUALITÀ NELLE MINACCE CONTRO LE COMUNITÀ CRISTIANE: NELL’ORDINARE L’EVACUAZIONE A TIRO HA COINVOLTO ANCHE I QUARTIERI CRISTIANI
Il nunzio apostolico in Libano Paolo Borgia stava guidando giovedì un convoglio umanitario con 25 camion verso Debl, un piccolo villaggio cristiano nel sud del
Libano, a una decina di chilometri dal confine con Israele. Non lontano dalla destinazione, l’esercito israeliano lo ha bloccato.
«Ci siamo trovati faccia a faccia con diversi carri armati dell’Idf » ha raccontato uno dei presenti, che ha dato ieri la notizia all’Afp chiedendo l’anonimato. « Abbiamo sentito alcuni colpi d’arma da fuoco diretti verso obiettivi dietro di noi. Non era chiaro se volessero intimidirci o se stessero prendendo di mira alcune basi di Hezbollah. Ci sono stati momenti di panico».
Il convoglio è dovuto rimanere fermo un’ora, poi è potuto ripartire ma su un itinerario diverso da quello previsto: per arrivare a destinazione ci sono volute 12 ore di viaggio. A nulla è servito che il percorso fosse stato deciso in anticipo e coordinato con i caschi blu delle Nazioni Unite. Con il nunzio sarebbe stato in viaggio anche un gruppo di cittadini libanesi sfollati nelle ultime settimane dalle proprie case, che ora chiedono di poter tornare ai villaggi d’origine.
Nell’ultima settimana, l’Idf ha compiuto un salto di qualità nelle minacce contro la comunità libanesi cristiane del sud: martedì, un ordine di evacuazione per la città di Tiro ha coinvolto per la prima volta anche i quartieri cristiani, fino a quel momento esclusi. A tutti gli abitanti era stato comunicato di doversi spostare a nord del fiume Zahrani, il corso d’acqua verso cui Israele punta ad estendere la sua “zona cuscinetto” che fino ad ora, almeno ufficialmente, dovrebbe arrivare fino al fiume Litani, più a sud.
Uno schema che viene confermato ogni giorno, anche nelle ore in cui in discussione c’è un possibile accordo tra Iran e Stati Uniti che potrebbe includere anche il Libano. La prospettiva di un’intesa non ha fermato i movimenti dell’Idf, gli attacchi o gli ordini di evacuazione.
E proseguono anche gli avanzamenti delle truppe israeliane via terra nel sud. Pezzi di territorio libanese che per l’Idf diventano «zone di sicurezza». Da lì, accordi o non accordi, l’esercito israeliano sembra non avere alcuna intenzione di ritirarsi: lo ha detto ieri il ministro israeliano della Difesa Israel Katz. Non vale solo per il Libano. Le truppe non rientreranno nemmeno da Gaza o dalla Siria, ha aggiunto Katz. « L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste».
Per Hezbollah la prospettiva di un accordo tra Usa e Iran dovrebbe comprendere il Libano e portare a un ritiro dell’Idf. Anche da parte della milizia, ieri non si sono fermati gli attacchi: secondo quanto riportato dallo stesso gruppo, un soldato
israeliano è stato ucciso da un drone nel Libano meridionale; e un missile è stato intercettato nel nord di Israele.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
NON È COSÌ MALIZIOSO RITENERE CHE ALLA PREMIER NON DISPIACCIA SCONTRARSI COL CAPO DEL M5S. CONTE È IL SIMBOLO DELLE AMBIGUITÀ E DELLE DIVISIONI DELLE OPPOSIZIONI IN POLITICA ESTERA, CON LA SUA LINEA ANTI UE E ANTI UCRAINA. E SERVE A VELARE LE AMBIGUITÀ PRESENTI ANCHE NELLA MAGGIORANZA”
L’impennata polemica tra Giorgia Meloni e il leader del M5S Giuseppe Conte è istruttiva. È
partita con le parole insultanti rivolte l’altro ieri da un deputato post-grillino contro la premier, e proseguita con un video nel quale Conte sembrava rivolgersi in modo combattivo a Meloni, faccia a faccia, nell’aula del Parlamento: anche se in realtà in quel momento la presidente del Consiglio era al Quirinale.
«Mistificazione della realtà e fake news», notizie falsificate, è stata la reazione […]. Ma l’aspetto interessante è il tentativo del capo dei Cinque Stelle di connotarsi come il «vero» concorrente per Palazzo Chigi. L’attacco aspro e a tratti sguaiato delle truppe del Movimento è il tentativo neppure troppo coperto di fare emergere Conte come sfidante al posto della segretaria del Pd.
In teoria, non ci dovrebbe essere storia, perché tranne sorprese il partito di Elly Schlein ha il doppio dei voti del M5S. Nei fatti, però, da mesi è in atto una competizione strisciante tuttora irrisolta. E quando Conte rivendica con autocompiacimento discutibile di avere «rimesso in piedi l’Italia» da premier e di essere pronto a rifarlo, si ricandida.
Attacca la Meloni ma parla alla sinistra. In questi giorni, è stata la sua voce a farsi
sentire alla Camera: più di quella dell’alleata Schlein. E forse non è così malizioso ritenere che alla premier non dispiaccia scontrarsi col capo del M5S.
Non solo per gli attacchi volgari che le sono stati rivolti: Conte è il simbolo delle ambiguità e delle divisioni delle opposizioni in politica estera, con la sua linea anti Ue e anti Ucraina. E serve a velare le ambiguità presenti anche nella maggioranza, tra la Lega salviniana e l’opposizione estremista della destra del generale Roberto Vannacci. Soprattutto, ogni battibecco tra Palazzo Chigi e il M5S promette di rinfocolare le tensioni […] tra Schlein e Conte. E su questo Meloni […] può giocare a dividere gli avversari. O meglio: a sfruttare le loro divisioni.
Si era già visto, nel 2025, quando aveva invitato alla festa di FdI ad Atreju la segretaria del Pd, «scegliendola» come avversaria. Conte si irritò, ottenendo l’invito da una Meloni abile a sfruttare la loro competizione: col risultato che Schlein rifiutò di partecipare. Giocare sui contrasti avversari sarà una tentazione sempre più vistosa. Serve a velare i propri, e a sottolineare l’incertezza tra sinistre e M5S su chi dovrà ottenere la candidatura a Palazzo Chigi. […] La domanda è come arriveranno al voto del 2027. In apparenza, sono alleanze destinate a reggere. Ma con fragilità sempre in agguato.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
I RAPPORTI SONO GLACIALI: ONORATO SCALPITA E AMBISCE A DIVENTARE LEADER DELLA TERZA GAMBA CENTRISTA DEL CAMPO LARGO, E L’EX PREMIER NON ACCETTA DI NON ESSERE IL REGISTA… INOLTRE ONORATO, GARANTENDO PER LUI GOFFREDO BETTINI, È CONSIDERATO AFFIDABILE ANCHE DAL MOVIMENTO 5 STELLE, CHE NON SI FIDA DI RENZI… ALTRE ASSENZE CHE SI SONO FATTE NOTARE: ERNESTO MARIA RUFFINI E SILVIA SALIS
Tre note, stop, do fa sol, stop. «Cos’è?». In mille urlano la risposta: «E Berta filava». «Sììì, bravi, siete bellissimi». Elly Schlein tarda ad arrivare, ma Alessandro Onorato non vuole iniziare senza lei, e allora improvvisa uno show e intrattiene la platea, del resto ha l’expertise, a Roma ha la delega ai Grandi eventi, e del resto così ha voluto il lancio del suo “Progetto civico Italia” – “Pci”, non ci si crede ma l’acronimo è questo, è il Pci di Alessandro Onorato – il suo show, all’entrata del palazzo delle Esposizioni dell’Eur si distribuiscono bandiere e cartelli blu per la coreografia, ogni cartello il nome di una città, di un quartiere o di un paesino: sono più di 200, il progetto dichiara i numeri per fare la gamba civica del fronte progressista, «In 235 giorni abbiamo 10mila iscritti, 685 amministratori e 400 comitati civici da Bolzano a Caltanissetta. Siamo una novità vera, una ventata di fresco».
La vera novità, con tutto il rispetto, del discorso torrenziale di Onorato (quasi un’ora), è la presenza in prima fila di tutti i leader del centrosinistra. Le poltroncine hanno i segnaposti perché la geopolitica dell’alleanza non sia lasciata al caso.
Onorato si sistema fra Elly Schlein e Giuseppe Conte, a seguire da una parte c’è il capogruppo M5s del Senato, Stefano Patuanelli, Riccardo Magi di +Europa, il socialista Enzo Maraio e il repubblicano Giorgio La Malfa. Dall’altra il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, il dem Claudio Mancini, il collaboratore più stretto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri (che manda un video), il presidente di Eur Spa Enrico Gasbarra, il segretario del Pd del Lazio Daniele Leodori.
Più in là l’assessore romano Massimiliano Smeriglio (ringraziato dal palco) e la dem Alessia Morani. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si collegano da Bologna. La foto si fa con i leader presenti più Manfredi, che è il primo a parlare: «Se vogliamo vincere le prossime elezioni, e noi le vinceremo, se vogliamo un governo che sia veramente un governo progressista, dobbiamo ascoltare i bisogni delle comunità, degli amministratori».
L’altra notizia, ed è vera notizia, è quello che si nota di più per l’assenza. Manca Matteo Renzi. È stato invitato, certo, ma ha declinato. Dal palco la vicedirettrice di La7 Gaia Tortora, che conduce la kermesse, chiede: «Renzi non c’è nella fotografia di oggi, vuol dire che non ci sarà?».
Onorato risponde freddino: «Oggi Renzi non c’è e non è che posso mettere la foto. Oggi parliamo di noi».
Traduzione libera e non autorizzata: i rapporti fra l’assessore e il leader di Italia viva si sono rovinati per due ragioni. La prima è che l’assessore ha ambizione da leader («Se ci saranno le primarie sicuramente ci sarà un nostro rappresentante», dice, intende lui), e Renzi sa di non poter essere front man, ma la regia dell’area la decide lui.
E dunque, come il Jep Gambardella di Paolo Sorrentino, vuole avere il potere di rovinare le feste. La seconda ragione è quella più importante, e spiega la presenza di tutti i leader, per l’occasione festanti e pazienti: sperano di utilizzare Onorato per ridimensionare Renzi.
Negli ultimi mesi fra gli esponenti pentastellati c’è chi ha rispolverato toni scettici sull’alleanza con Iv: una pillola amara che non va proprio giù. E invece sull’affidabilità di Onorato garantisce Goffredo Bettini, ringraziato dal palco anche da Conte. Che nel suo discorso, salutato da un fortissimo applauso della platea, avverte che per fare un’alleanza «occorre amicizia fra compagni di viaggio, rispettare l’autonomia, non alimentare tentazioni egemoniche» e soprattutto il progetto progressista «non ha l’obiettivo di vincere e governare, ma cambiare il paese per cinque anni».
Onorato si è convinto di essere il riferimento civico della coalizione, e i leader si sono convinti che questo è quel che passa il convento, sempre meglio che Renzi, del resto altri traccheggiano, da Ernesto Ruffini in giù. Lui non si schiera fra Schlein e Conte: «Non siamo bambini».
Pazienza se nel discorso non ci sono proprio novità sconvolgenti, ha preso da tutti un po’: «Siamo realisti con buon senso»; «il riformismo non è un’etichetta da appuntarsi sulla giacca»; «siamo liberali e siamo libertari, abbiamo votato No al referendum ma vogliamo una riforma della giustizia in senso garantista». Seguono proposte per lo più di buon senso su famiglia, sanità, «asili nidi gratuiti per tutti»; «sport gratuito per tutti fino a 16 anni»; «investiamo sugli insegnanti» – l’elenco è lunghissimo
In ogni passaggio attacca Giorgia Meloni, come hanno fatto tutti.
E dunque? «Non ci definiamo un’ala moderata»; «non vogliamo togliere voti a qualcuno, vogliamo aggiungere». Si vedrà nelle prossime ore se al campo progressista aggiungerà voti. O confusione.
(da Il Foglio)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
“DOBBIAMO FARE IN MODO CHE VENGANO ASCOLTATI I TERRITORI”
«Luca Zaia è una persona che sicuramente ha dimostrato di essere particolarmente vicina ai
territori e apprezzata dai territori. Ci sono dei riscontri anche elettorali che lo dimostrano. Quindi credo che sarebbe un’ottima persona». Con queste parole il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, è intervenuto a Zapping su Rai Radio1, tornando sul dibattito interno alla Lega relativo alla proposta di una struttura ispirata al modello tedesco Cdu-Csu.
Secondo Fontana, l’ipotesi di un partito “sdoppiato” non configurerebbe né una contrapposizione né una divisione interna dei ruoli nel partito. Interpellato sull’eventualità che si possa determinare una sorta di diarchia con il segretario Matteo Salvini – che dovrà pronunciarsi sulla svolta nordista sollecitata da Zaia, senza che al momento sia stato ancora fissato alcun incontro – il governatore lombardo ha escluso questa lettura. «Non vedo una diarchia, vedo competenze diverse, funzioni diverse. Chi si occupa più del territorio e chi fa la sintesi a livello nazionale».
Il tema era emerso nei giorni scorsi al termine del Consiglio federale della Lega. Zaia aveva lasciato aperta la discussione, limitandosi a un prudente «ne riparleremo». Al tempo stesso, però, aveva escluso con decisione qualsiasi ipotesi di divisione interna, ribadendo l’unità del partito: «Non esistono due Leghe e non sono mai esistite. La Lega è una sola».
Il progetto della doppia Lega sul modello tedesco
In serata Fontana è tornato sull’argomento, spiegando che quella della doppia Lega «è una proposta che è stata avanzata e alla quale noi crediamo». Al centro della riflessione, ha sottolineato, vi è il tema della territorialità. «Il nostro Paese è molto composito, ha esigenze e specificità molto differenti, e quindi noi crediamo che sia necessaria e opportuna una risposta a ognuna di queste esigenze», ha affermato. Per il governatore lombardo, la Lega deve continuare a essere il partito capace di rappresentare le istanze dei territori in tutto il Paese.
«Il nostro movimento deve essere il partito che porta avanti le esigenze dei territori, non solo quelle del Nord ma anche del Centro e del Sud. Dobbiamo fare in modo che vengano maggiormente ascoltati e rispettati i singoli territori», ha spiegato. Da qui la proposta di una Lega nazionale affiancata da articolazioni territoriali dotate di maggiore autonomia decisionale. «Vogliamo una Lega che sia nazionale ma che abbia anche delle diramazioni territoriali con un’autonomia nelle scelte da assumere», ha concluso Fontana.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’OBBLIGO DI INDICARE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MIRA A SEMINARE IL CAOS NEL CAMPO LARGO
Il Piano B di Giorgia Meloni, sul quale tanto si era fantasticato dopo la catastrofe referendaria, comincia a delinearsi in Parlamento e sui social.
Sarà un duello personale su larga scala: non tanto una scommessa costruita su programmi, elenchi di cose realizzate, nuove e vecchie promesse, forza della squadra, ma una questione di facce e personalità. La sua contro quelle di tutti gli altri. Contro Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Contro chiunque sia scelto in loro vece come lord del campo largo. Contro Roberto Vannacci, anche, e ogni altro rompiscatole d’area in cerca di facile fortuna.
La sciabola sarà la legge elettorale con l’obbligo di indicare il capo della coalizione e/o candidato premier. Chiusi ieri i preliminari, lunedì si sfoltiscono gli emendamenti in Commissione. Martedì si comincia a votare. A fine giugno, con o senza relatore, si va in aula alla Camera e metà dell’opera sarà compiuta. Il resto seguirà in velocità.
La leadership è un tipo di arma che i progressisti non hanno quasi mai maneggiato, sono fuori esercizio da un ventennio, dall’epoca di Prodi. Meloni la usa benissimo. E lo spettacolo degli ultimi due giorni, con l’umiliazione del generale remigrazionista in diretta tv e la sberla a Conte per il video di propaganda furbetto, sono solo il debutto della nuova fase. Gli elettori si accomodino. Lo spettacolo della premier in campagna elettorale è appena cominciato.
Il nome latinesco della riforma, Stabilicum, e l’intera retorica sul tema della stabilità da preservare, non devono portare fuori pista. Il vero nocciolo dell’operazione non è il premio di maggioranza, né le nuove alchimie del proporzionale con listini bloccati: tutti sanno che se spunta un nuovo Bertinotti, un nuovo Mastella, un nuovo Scilipoti, non ci saranno blindature capaci di evitare una crisi. Il vero nocciolo è: obbligare l’opposizione a dire chi vuole portare a Palazzo Chigi. Un emendamento in extremis ha reso il capitolo “indicazione del premier” più articolato e gentile, allo scopo di salvaguardare i poteri del capo dello Stato. Ma il senso non è cambiato. Sarà quella disposizione a definire il tipo di sfida che vedremo nei prossimi mesi: individuale, soggettiva, tarata sulla forza personale dei contendenti.
È il campo migliore per Meloni, che su moltissimo altro non può contare. Non sul cambiamento impresso al Paese, che è impalpabile; non (non più) sul ruolo di pontiere che si era attribuita tra l’Europa e gli Usa; non sul vento Maga che ha portato sfortuna a chiunque l’ha usato; non sulla squadra, che ha generato in quattro anni una sequenza di disavventure picaresche con pochi precedenti, tra amanti-consulenti, bisteccherie, mini-pistole di Capodanno, sgangherati attacchi alla magistratura.
La stessa ossatura della maggioranza scricchiola. Matteo Salvini è raccontato anche dai suoi come un leader a fine corsa. Antonio Tajani vive di rendita sulla nostalgia del berlusconismo, ma quanto può durare?
Il quadro è politicamente disgraziato, ma risulta perfetto per il duello su larga scala che Meloni ha cominciato a impostare. Nessun fastidio all’interno, dove i partner hanno i guai loro e sono terrorizzati dalla prospettiva di una decimazione nel prossimo Parlamento. E, fuori, un campo largo che non ha ancora né un’identità né una faccia a cui affidarla, e dove ogni giorno si può scegliere un nemico a piacere,
mostrandosi al proprio mondo come la Giorgia dei bei tempi dell’opposizione: sferzante, combattente, indomita.
Alla sciabola, dunque, e senza mezze misure pure nella sfida sulla “vera destra”. Contro Vannacci l’arma è stata messa sul tavolo a sorpresa. Non con un tweet, un retroscena, un’intervista, ma nella solennità dell’ultimo dibattito parlamentare, il giorno dopo la performance televisiva a Otto e Mezzo in cui il generale furbacchione aveva blandito Meloni e molti già dicevano: accordo dietro l’angolo. Tutto il contrario. «Avete votato sei volte con la sinistra» ha ricordato la premier a quelli di Futuro Nazionale. Il resto è conseguenza, non c’è neanche bisogno di esplicitarlo. Tradimento. Fellonia. Badoglio. L’accusa ha stroncato personalità ben più attrezzate di Vannacci, e il tribunale speciale è già in allestimento: se l’uomo del Mondo al Contrario riuscirà a uscirne vivo, potrà sempre essere recuperato. Se ci resterà sotto, meglio.
Il timing frettoloso imposto alla riforma elettorale è dunque l’allestimento di un contesto che si vuole immediatamente operativo per due motivi. Il primo, avere mani libere nella determinazione del momento migliore per andare al voto con la legge più favorevole. Il secondo, portare il caos nel campo largo prima possibile e creare lo scenario giusto per poter mettere a confronto, giorno dopo giorno, mese dopo mese, la leadership indiscussa, effettiva, consolidata, di Giorgia Meloni con i troppi volti che si affollano e sgomitano dall’altra parte
(da lastampa.it)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
SONO 138 MILIONI NEL MONDO LE VITTIME DEL LAVORO MINORILE
Il lavoro minorile è definito come l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro
infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico. Ai bambini in situazione di lavoro minorile viene negato il diritto di andare a scuola, o di andarci regolarmente, la possibilità di giocare, spesso anche di coltivare relazioni affettive e di cura, in sintesi, il diritto a crescere.
Non si tratta di un fenomeno marginale e neppure relegato a contesti particolarmente arretrati. Secondo le ultime stime dell’organizzazione Internazionale del lavoro, ci sono nel mondo 138 milioni i bambini e adolescenti — di cui circa 59 milioni femmine e circa 78 milioni maschi — vittime di lavoro minorile. Non si tratta di lavoretti occasionali, di qualche aiuto prestato ai familiari durante la raccolta, o in bottega, ma di prestazione di lavoro sistematico e fuori da ogni protezione. I dati, inoltre, non comprendono i bambini reclutati a forza per fare i soldati nei contesti caratterizzati da guerre civili, quelli che vivono per strada e
devono procurarsi il necessario ogni giorno rovistando nella spazzatura, chiedendo la carità o facendo piccoli servizi, così come quelli che vivono in zone di guerra o colpite da disastri naturali e che insieme alle loro famiglie lottano per sopravvivere come possono. Non comprendono neppure né coloro che sono costretti alla prostituzione né le bambine e adolescenti impegnate a tempo pieno nel lavoro domestico. Vi è quindi un ampio sommerso, ancora più invisibile di ciò che è riconosciuto come attività lavorativa vera e propria. Nonostante le grandi dichiarazioni sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e la convenzione ILO sull’età minima al lavoro del 1973 (18 anni in linea di principio e comunque non inferiore a 15), un numero sterminato di minorenni, anche in età molto piccola, non solo soffre di gravi deprivazioni materiali, ma è costretto a lavorare come e in peggiori condizioni di un adulto.
Paradossalmente, nei paesi, come l’Italia, in cui l’età minima ha valore legale, il fenomeno rischia di essere invisibile sia alle statistiche sia a controlli superficiali, lasciando i minorenni coinvolti ancora più sprotetti. Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2023, frutto di un’indagine della Fondazione di Vittorio insieme a Save the Children, in Italia nella fascia di età tra i 7 e i 15 anni ci sarebbe un 6,8% di bambine/i e adolescenti impegnati in età lavorative in modo sistematico: nella ristorazione e nel commercio soprattutto, ma anche in campagna e nei cantieri. La percentuale è più alta con in il crescere dell’età, coinvolgendo fino al 20% dei quattordici-quindicenni. Tra questi, uno su quattro era stato coinvolto in attività pericolose, o comunque in contrasto sia con la frequenza scolastica sia con il benessere psico-fisico, per orari e carichi gravosi. Il fenomeno è strettamente legato alla povertà, con bambine/i e adolescenti che sentono precocemente la responsabilità di aiutare economicamente la propria famiglia, di “fare la propria parte”, anche a discapito del proprio futuro.
Per contrastare il lavoro minorile provocato dalla povertà e la riduzione delle opportunità di sviluppo che provoca su bambine/i e adolescenti, oltre a rendere sistematicamente visibile il fenomeno con indagini aggiornate e che colgano tutte le forme di lavoro, anche quelle più nascoste, occorre innanzitutto sostenere economicamente in modo adeguato le famiglie così povere da aver bisogno del reddito guadagnato dai loro bambini. Ma occorre anche avere più attenzione per le cause che possono provocare dispersione o scarso impegno scolastico. Dietro alla svogliatezza, alle assenze, ai compiti non fatti e le lezioni non studiate ci possono essere bambine/i e adolescenti troppo stanchi per andare a scuola, o per studiare e stare attenti, o troppo presi dalla loro responsabilità economica. Invece di punirli con una bocciatura, o minacciare di galera i genitori che non li mandano a scuola, occorre un lavoro paziente di attenzione e costruzione di alternative, con le bambine/i e adolescenti, con i loro genitori, con i servizi sociali, con la società civile organizzata.
Ma negli ultimi anni la tecnologia digitale ha consentito forme di sfruttamento minorile non legate alla povertà, con genitori che utilizzano la messa in scena dei propri figli per guadagnare più follower e aumentare le proprie entrate da sponsor pubblicitari, ampliando le possibilità già offerte, e regolate, nella pubblicità e nel mondo dello spettacolo. Temo che in questo caso siamo ancora ai preliminari di ciò che sarebbe necessario fare, a partire dalla discussione sulla soglia di esposizione oltre la quale vi è sia lesione del diritto alla privacy, sia imposizione di prestazioni destinate ad essere fruite da altri, analogamente al coinvolgimento in uno spot pubblicitario o a una performance pubblica a pagamento, quindi lavoro, oltre che sulle conseguenze sullo sviluppo dei bambini/e di una esposizione precoce e sistematica.
(da lastampa.it)
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Giugno 13th, 2026 Riccardo Fucile
TROVATE UNO PSICHIATRA, MA DI QUELLI BRAVI
Ma quanti anni ha Dmitrij Medvedev, che posta un video nel quale mette nel tritadocumenti le fotografie dei leader europei, come fanno con bandiere e fotografie i manifestanti in crisi isterica di quelli già segnalati alla Digos? Si tratta di uno dei capoccia del regime di Putin, non di un influencer da strapazzo. Un maschio adulto con responsabilità politiche rilevanti, ex presidente del suo Paese. Uno che, quando parla, si suppone stia pensando a quello che dice.
Beh, questo Dmitrij passa il tempo a giochicchiare come un bambino di dieci anni con il ruolo di bullo, dice le parolacce, minaccia questo e quello, annuncia sconquassi se non gli danno retta. E il fatto che sia un signore apparentemente civilizzato, vestito come un direttore di banca, rende se possibile ancora più incresciosa la sua scompostezza. “Ma chi, Medvedev? Ha detto quelle brutte cose? Non riesco a crederci! Un signore così distinto!”
La psicanalisi in Russia venne messa al bando in epoca sovietica, ma ci sarà pure qualche psicoanalista sopravvissuto disposto ad aiutarlo.
E in sua mancanza un amico, un parente, una persona cara che gli dica: Dmitry, ricomponiti, guarda che così non fai una bella figura. Che un potente si comporti e si esprima come l’ultimo dei fanatici non è un dettaglio: è la sostanza di un’epoca che ha perduto ogni distanza tra governanti e fanatici. Non che si pretenda un Churchill, o un Adenauer, o un Gorbaciov in ogni Paese – per dire quando fare il capo significava anche avere un certo stile. Quello che si chiede è un minimo sindacale di buona educazione, quanta ne basta per illuderci che al comando ci siano persone con la testa a posto, non caricature.
(da Repubblica)
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