Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E GLI AUTOBUS AFFOLLATI? PRIORITA’ AGLI ITALIANI, GLI IMMIGRATI NE ASPETTINO UNO VUOTO… PERCHE’ NON TROVO SPAZIO AL BANCONE DEL BAR A CAUSA DEGLI STRANIERI CHE FANNO COLAZIONE? PER NON PARLARE DELLA FILA DAL MEDICO, OBERATO DALLE RICHIESTE DEGLI IMMIGRATI EMNTRO IO DEVO ASPETTARE…DA QUI ALLE ELEZIONI PREPARATEVI A TUTTO
Non si sa quando si vota, va bene, ma prima o poi si vota, quindi Giorgia Vannacci
passerà un semestre, e anche di più, a inventarsi trucchi, incantesimi e alchimie per comprarsi i voti che le mancano, quelli che aveva e che sono scappati. Un elettorato ingrato, ignavo, stolto, che non capisce il suo interesse, che non considera conveniente scambiare una costante riduzione del potere d’acquisto, una sanità in affanno, prezzi newyorkesi, con il divieto dei rave party. Valli a capire.
In una sola settimana abbiamo visto il colpo gobbo del bollo auto, la promessa di dare qualche soldo in più ai poveri (ma solo ad aprile, quando forse si voterà), e la minaccia di un decreto legge per agevolare la pulizia etnica nelle scuole, dove (dice Giorgia) “Non esiste che in classe a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza”.
Si sa che la propaganda è una brutta bestia, in grado di azzerare l’intelligenza, ove ne fosse rimasta, per cui ecco tutti i giornali italiani sottolineare, con diversi gradi di entusiasmo, il divieto di indossare il burqa a scuola. Ecco, mi spiace essere io a dirvelo (forse dovrebbe dirvelo un ministro dell’Istruzione, se ne avessimo uno), ma vietare il burqa nelle scuole italiane è come vietare la carne del crotalo smeraldino nelle mense scolastiche.
Bella frase, insomma, di impatto, peccato che il burqa, in Italia, non esiste, non c’è. L’unica che ho visto indossare una burqa nella mia ahimè lunga vita è una specie di squinternata sovranista che se l’è messo per girare a Milano con tanto di cameraman al seguito, per denunciare “l’islamizzazione della nostra società”, mentre la nostra società, che andava per i fatti suoi, la prendeva per il culo pensando che fosse una povera scema.
Quanto ai nostri bambini italiani “messi in un angolo”, risulta che siano effettivamente minoranza in mille classi su trecentomila, che fa, a spanne, lo 0,3 per cento. Senza contare che “gli stranieri” di cui parla Giorgia (quelli che stringono all’angolo i nostri pargoli autoctoni) sono al 65 per cento nati qui, o hanno passaporti europei, e l’italiano lo conoscono meglio di tanti gerarchi di Giorgia Vannacci.
Vedremo (forse già domani) quale forma prenderà la nuova sparata della presidente del Consiglio, ma intanto mi preparerei a nuove strampalate uscite studiate per rincorrere gli arditi del generale fanfarone.
Per esempio, è scandaloso che i nostri connazionali italiani debbano accalcarsi sui mezzi pubblici con così tanti stranieri, e mi aspetto da un momento all’altro qualche sindaco o qualche assessore teorizzare una diversa modalità di trasporto pubblico, carrozze per italiani e carrozze per stranieri, cosa che dovrebbe avvenire anche per i servizi pubblici e i bar: non esiste che al bancone a sentirsi in un angolo siano gli avventori italiani perché sono diventati la minoranza.
Allargherei ai caselli autostradali: biglietti e tessere di qua, Telepass di là, e stranieri in un’altra fila, ma i campi di applicazione dell’apartheid che piace a Giorgia sono infiniti e non ho dubbi che i più fervidi cervelli della destra si divertiranno parecchio. E non ho dubbi nemmeno che arriveranno arguti commentatori a dire che sì, be’, insomma, qualcosa di vero c’è: perché dovremmo fare la fila al casello, o al cinema, o dal dottore, penalizzati dal fatto che davanti a noi c’è magari uno nato in Ghana? Non vi sembra una follia? Tranquilli, ci penserà Giorgia Vannacci, con la sua scorta mediatica in servizio permanente effettivo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL CETO MEDIO SI E’ DISSOLTO
Ma in quale bolla vivono i partiti che ci governano da ottant’anni? A ogni elezione perdono voti e vedono gonfiarsi le estreme. E nessuno di loro che si chieda come mai. Come mai milioni di elettori scelgono Trump, Farage, Le Pen, l’AfD e Vannacci, ma ultimamente anche i socialisti duri e puri: a Berlino e a New York, non proprio due posti qualsiasi.
I partiti tradizionali fingono di non vedere che il ceto medio si è dissolto, fondendosi con quello operaio in una nuova classe: gli Impoveriti. Coloro che non possono più abitare in centro e nemmeno nella prima cerchia della periferia a causa del costo delle abitazioni; che non possono più permettersi un’auto nuova, men che meno elettrica; che non possono più appoggiarsi alle certezze dello Stato Sociale e si ritrovano a disputarsi le briciole con i disperati che provengono dal Sud del mondo, pagando sulla loro pelle il prezzo della mancata integrazione.
Chiedono una cosa sola, gli Impoveriti: di essere visti e ascoltati. Che qualcuno dica loro: «Capisco le vostre paure, parliamone». Invece vengono irrisi, insultati, etichettati: siete razzisti, siete ignoranti, siete fascisti o comunisti. Soltanto perché vogliono un po’ di sicurezza, per strada e nelle loro vite, un po’ di redistribuzione della ricchezza, una politica forte che torni a dare ordini alla finanza anziché prenderne. E se finiscono per credere ai tribuni che speculano sulle loro angosce è perché costoro sono gli unici che li ascoltano. Anzi, che fingono di farlo.
(da Repubblica)
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL SOLITO ROSARIO DI ANTI-ISLAMISMO, FILO-AMERICANISMO E SOSTEGNO INCONDIZIONATO A ISRAELE. MA NELLA BASE DEL PARTITO CI SONO ANCHE FILO-PALESTINESI E NEMICI DEL LIBERISMO
Fenix 26. All’ombra di questo titolo suggestivo si è tenuto all’Eur di Roma, tra il 16 e il 20
settembre, la festa della Gioventù Nazionale, oggi organismo giovanile dei “Fratelli d’Italia” dotato di una indipendenza istituzionale.
C’è un messaggio per certi versi fin troppo palese (ma che proprio per questo può apparire ingannevole) e per altri addirittura – involontariamente? – ironico nel fatto che questo evento, che ha riempito il Laghetto dell’Eur di dibattiti, stand e concerti sotto l’insegna “Il tempo del coraggio” abbia scelto come scenario proprio il quartiere architettonicamente e urbanisticamente prestigioso che il regime aveva concepito, alla fine degli anni Trenta, come monumento marmoreo a se stesso.
Non perché quella scenografia dica alcunché di necessario sulle idee dei ragazzi che vi hanno partecipato: ché anzi il rischio maggiore, discorrendo di queste cose, è quello dell’anacronismo, dell’analogia forzata, del ricalco meccanico di un passato su un presente che ha regole, istituzioni e limiti costituzionali del tutto diversi. Ma perché la questione vera, quella che merita di essere posta senza infingimenti, riguarda non la memoria dei luoghi bensì la fisionomia culturale di una “destra giovanile” alcuni settori della quale con la memoria del fascismo mantengono una memoria ambigua e non del tutto adeguatamente storicizzata: il che costituisce ancor oggi un problema per se stessa e per chiunque voglia esserne a qualunque titolo interlocutore.
A un panel dell’evento, tenutosi nella serata del 17 scorso, ho preso parte anch’io, sia pure in una situazione “di fortuna” e con l’aiuto di un mezzo audiovisivo abbastanza rozzo. La situazione lo imponeva: ma non volevo tirarmi indietro.
So bene perché mi chiamano, in questi casi: nell’ovvia e fatale dinamica intellettuale ed esistenziale dell’esistere che mi ha condotto ai miei attuali ottantasei anni ho più volte mutato idea su cose, persone e avvenimenti, ma posso con la massima modestia sinceramente vantarmi di non aver mai “cambiato Idea”.
Ero fino dall’adolescenza affascinato da due cose: un cattolicesimo tradizionalista ed europeista trasmessomi dal mio Maestro Attilio Mordini, germanista e terziario francescano, e un socialismo di marca non marxista bensì soreliana e sindacalistico-rivoluzionaria che avevo ereditato da parte della mia famiglia ed esponente della quale era il fiorentino Berto Ricci, animatore della bella rivista L’Universale e membro di quel gruppo della sinistra “fascista-frondista” che, come Drieu la Rochelle in Francia e i fratelli Strasser in Germania, sognavano la convergenza tra il socialismo e i movimenti a carattere nazionale e sociale.
Oggi, lontano da quel bagaglio di miti e di utopie, continuo a sperare nel futuro di un’Europa che riesca a darsi finalmente vere istituzioni politiche all’insegna di un confederativismo coerente con il suo complesso passato e con l’eredità delle “patrie” in essa viventi e che come tale possa giocare un ruolo importante su una via – fino a oggi intentata – della mediazione tra il blocco “capitalistico-occidentalista” che è ancora (fino a quando?) soggetto all’egemonia statunitense e il nuovo mondo delle potenze alternative che senz’aver fino a oggi trovato una loro chiave d’espressione politica, si vanno raccogliendo attorno al gruppo ancora magmatico qualificato dall’acronimo BRICS.
Sapevo benissimo che le mie parole sarebbero state sgradite da molti. Ma so altresì che posizioni del genere sono molto presenti, specie al livello giovanile, nella base dei Fratelli d’Italia, che tuttavia, nelle loro espressioni di vertice e in gran parte dei loro quadri, restano aderenti a un invecchiato e disseccato liberismo e fedeli all’atlantismo ormai agli sgoccioli (follie trumpiste a parte). Eppure quei dirigenti dovranno pur affrontare una buona volta i tantissimi loro seguaci tanto indocili.
Che una tradizione politica abbia bisogno di dibattere, e di dibattere davvero, è cosa sacrosanta; e va riconosciuto che Fenix un tentativo di confronto lo mette in scena, con panel che ospitano un rappresentante del Congresso mondiale uiguro accanto a un deputato di Italia Viva, o con quel faccia a faccia dal titolo eloquente – “Senza filtri, senza infiltrati” – tra Giovanni Donzelli e Francesco Cancellato, direttore di quella Fanpage che nel giugno del 2024, con l’inchiesta “Gioventù meloniana”, aveva documentato saluti romani, cori nostalgici e frasi antisemite dentro l’organizzazione.
Il punto, però, è che il dibattito così concepito somiglia più a una liturgia dell’apertura che a una pratica del dissenso: le voci convocate sono selezionate, addomesticate, funzionali al racconto che di sé il movimento vuole offrire; e restano ai margini, o del tutto assenti, proprio quelle che segnerebbero una divergenza interna reale.
Eppure le vicende della cosiddetta “estrema destra” italiana ed europea sono state spesso attraversate da crisi febbrili di crescita e di mutamento. Vale la pena, a questo proposito, tornare con la memoria per esempio a un’altra stagione di gioventù di destra, quella dei Campi Hobbit che tra il 1977 e il 1981 raccolsero i ragazzi orbitanti intorno al Movimento Sociale eppure sensibili al richiamo Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist, in Italia rappresentato da Marco Tarchi, che proponeva un’operazione culturalmente ambiziosa e politicamente eretica, intessuta di suggestioni antiliberali e anti-borghesi, di diffidenza verso l’Occidente mercantile e atlantico, di attenzione ai popoli e alle differenze contro l’omologazione. Era, a suo modo, un pensiero incendiario; e proprio per questo fu presto sospinto ai margini del partito.
Di quella tensione movimentista sopravvivono oggi soltanto frammenti. Anzi, assistiamo a un rovesciamento abbastanza malinconico: una dirigenza che recita compunta il suo rosario fatto di anti-islamismo, filoamericanismo e sostegno pressoché incondizionato a Israele. È il rovesciamento puntuale di quella vecchia sensibilità terzomondista e anti-atlantica: là dove i padri diffidavano dell’America e del liberalismo, i figli ne hanno fatto la propria bussola.
Contrariamente a quel che di solito si dice, certi ex-giovani che coltivavano impulsi incendiari da vecchi si sono fatti pompieri. È la parabola di chi rivendica il coraggio della rottura e poi si accomoda, con zelo persino maggiore degli antichi conservatori, nella conservazione dell’esistente. Sono lontani i tempi della “Lettera ai fratelli in camicia nera” nel 1936, firmata da Palmiro Togliatti e da altri esponenti comunisti, che prospettava – sia pure a sua volta tra ambiguità e contraddizioni – differenti e non impossibili soluzioni di convergenza.
Ecco perché il vero coraggio, per una gioventù che coraggiosa pur si proclama, non consisterebbe nel ripetere con maggior foga le parole d’ordine del proprio ceto dirigente, bensì nell’ospitare davvero – non per finta, non “senza infiltrati” ma con qualche autentico eretico in sala – le voci che quel ceto mettono in imbarazzo; giacché una tradizione politica si misura non da come celebra i propri padri nobili, ma da quanto sa tollerare i propri figli scomodi.
Franco Cardini
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
COSA SI DICEVANO I MELONIANI: NEL 2018, GIOVANBATTISTA FAZZOLARI SCRISSE: “MATTEO SALVINI È UN MINISTRO BIMBOMINKIA”. CROSETTO LO DEFINI’: “UN CIALTRONE SUPERFICIALE” – RIFERENDOSI A SAVIANO, GIORGIA MELONI DISSE: “IO DOMANI ESCO CON UNA PALATA DI LETAME CONTRO DI LUI”
Si chiude senza contestazioni nei confronti del Fatto l’istruttoria del Garante della Privacy nata dalla pubblicazione di Fratelli di Chat, il libro di Giacomo Salvini edito da PaperFirst che ricostruisce la storia recente del partito di Giorgia Meloni attraverso le conversazioni tra parlamentari, ministri e dirigenti.
Secondo quanto risulta al Fatto, l’Autorità ha concluso l’esame senza ravvisare elementi per procedere nei confronti della Società Editoriale Il Fatto. Le comunicazioni agli interessati stanno partendo in queste ore. Il procedimento era nato da numerose istanze, anche nella forma di reclami, presentate da persone coinvolte nelle conversazioni pubblicate, fra le quali alcuni parlamentari. È quanto riportava lo stesso Garante nel primo provvedimento sulla vicenda.
Il libro era arrivato nelle librerie il 6 febbraio 2025. Sei giorni dopo il Collegio del Garante aveva adottato un “avvertimento” nei confronti di SEIF, l’editore del Fatto. Non una sanzione né l’accertamento definitivo di un illecito: l’Autorità segnalava che l’ulteriore trattamento dei dati contenuti nelle chat poteva violare la normativa sulla privacy e le regole deontologiche dell’attività giornalistica.
Le perplessità dell’Autorità riguardavano soprattutto il criterio dell’“essenzialità dell’informazione”. Secondo il provvedimento, la pubblicazione dei virgolettati di numerose conversazioni private, pur utilizzati in alcuni casi per ricostruire vicende politiche e personali della storia di FdI, poteva essere sostituita da forme narrative maggiormente rispettose della protezione dei dati personali. Una cautela rafforzata quando nelle conversazioni comparivano soggetti terzi o minori.
Il Garante aveva perciò lasciato aperta l’istruttoria, riservandosi, una volta completati gli accertamenti, l’adozione degli eventuali ulteriori provvedimenti. Sul caso il Fatto era tornato lo scorso novembre, ricostruendo anche l’origine dell’intervento.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
INIZIA LA CORSA ALLA POLTRONA
Oltre quattro anni di governo, e la premier torna a vestire i panni di leader di partito. Il
confine tra Palazzo Chigi e Fratelli d’Italia si assottiglia a vista d’occhio: meno vertici internazionali, più sopralluoghi nei territori, come quello a sorpresa a Policoro dopo il maltempo che ha colpito la costa materana. Territorio, cronaca, consenso: gli ingredienti di una macchina che assomiglia sempre più a una campagna elettorale, anche se il voto resta formalmente lontano.
Dentro il partito, però, il vero pensiero è tutto sui numeri. Con il nuovo sistema elettorale i seggi ritenuti sicuri per FdI si stimano intorno a 135, contro i 185 parlamentari attualmente in carica. Un divario che, con gli attuali rapporti di forza, lascia fuori dai calcoli buona parte degli eletti, proprio mentre la concorrenza interna si allarga a sindaci, amministratori locali ed esponenti di governo in cerca di un seggio.
In questo contesto prende forma un lavoro di valutazione informale sui parlamentari uscenti, basato su presenza in Aula, radicamento territoriale e risultati ottenuti localmente. Ogni tappa del tour della premier, da Vercelli ad Amatrice, diventa così anche un banco di prova per gli eletti sotto osservazione, in un clima in cui pochi nomi circolano apertamente ma molti se ne discutono nei corridoi.
Sul fronte Vannacci, la linea resta quella della cautela reciproca: nessun attacco diretto, ma nemmeno segnali di disponibilità, come mostrato dall’assenza di un videomessaggio della premier all’apertura del Forum di Cernobbio, proprio nell’edizione che ha visto il generale tra gli invitati. Una scelta letta, negli ambienti di maggioranza, come indicativa di quanto il fenomeno venga seguito con attenzione crescente.
Sullo sfondo resta comunque la data del voto: la maggioranza parla di una legislatura che arriverà sino a fine mandato, ma cresce, riservatamente, l’ipotesi di un election day in primavera, qualora la manovra di bilancio non riuscisse a produrre i margini sperati.
(da lespresso.it)
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E, CON LA CONFERMA DELL’ISTAT DEL DEFICIT OLTRE 3,1% E LA MANCATA USCITA DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE, SARÀ ANCORA PIU’ COMPLICATO FARE TORNARE I CONTI
Il decreto per sospendere un pezzo del bollo auto nel 2027 è arrivato in Parlamento e ora se ne possono apprezzare le sottigliezze e gli effetti anche prospettici. Un punto che va forse chiarito, rispetto alle comunicazioni a caldo del governo, è che questa legge non è affatto coperta solo dai risparmi derivanti dal Pnrr: quasi il 40% viene finanziato attraverso tagli di vario genere, percentuale che diventerà l’intera cifra dal 2028 se – come ha promesso Giorgia Meloni – diventerà strutturale. Bizzarro per una misura con benefici minimi e di dubbia equità.
Il governo ha deciso di compensare gli automobilisti salassati dai prezzi dei carburanti sospendendo il pagamento del bollo auto l’anno prossimo per chi possiede auto a benzina o diesel sotto gli 80 kW (utilitarie e alcuni modelli appena superiore) e per i motoveicoli.
Attenzione: solo un mezzo per contribuente. Secondo la relazione tecnica del decreto, questo regalino – annunciato mentre il governo rinunciava gradualmente agli sconti sulle accise e i prezzi dei carburanti esplodevano a livelli quasi mai visti – riguarda 13,2 milioni di automobili e quasi 2 milioni di due ruote per un mancato gettito pari a 2,362 miliardi di euro sui circa 7 totali che le Regioni incassano dal bollo auto e moto.
Il beneficio per i contribuenti coinvolti, sempre secondo il Tesoro, è 168 euro in media per le macchine e 59 euro per le due ruote. Secondo l’economista Leonzio Rizzo su lavoce.info, si tratta di un trasferimento di risorse più efficiente del taglio delle accise, ma che ha effetti non tutti condivisibili: ci guadagna in particolare chi usa poco la macchina, mentre i pendolari avrebbero avuto più benefici con gli sconti alla pompa.
Questo a non voler ricordare la natura regressiva di una misura che viene applicata a tutti, senza soglie Isee. Visto che lo sconto finirà anche agli italiani più ricchi e avrà effetti non del tutto equi, risulta ancor più rilevante il modo in cui si è deciso di finanziarlo coi soldi di tutti.
Quanto al 2027, la quota a carico delle economie realizzate sul Pnrr è pari a 1,460 miliardi, il 61,8% del totale: soldi destinati a investimenti che si è scelto di usare per un spot elettorale una tantum. E il resto? Tagli, ovviamente.
Tra le riduzioni di spesa usate per coprire la misura ci sono 309 milioni sottratti l’anno prossimo al programma “Fondi da assegnare” (qui qualcuno perderà soldi, ma chi è ancora da decidere), 270 presi dal Fondo per gli interventi strutturali di politica economica, 70 da quello per le esigenze indifferibili e 128 da fondi accantonati nei ministeri per coprire le nuove leggi. Gli ultimi 100 milioni, infine, arrivano da “Patrimonio rilancio”, che risale al Covid e doveva aiutare le aziende in difficoltà.
Poi c’è la partita del futuro: coperture una tantum non si possono usare per un mancato incasso strutturale. Dal 2028 in poi, Meloni dovrà dunque stabilmente ridurre le spese o alzare le entrate dei 2,3 miliardi di introiti a cui dice di voler rinunciare: tagli o tasse per un incentivo stabile al trasporto privato a benzina e diesel, magari coi prezzi alla pompa tornati sotto i livelli di guardia.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
ALTRA CANDIDATURA DI TESTIMONIANZA A NAPOLI POTREBBE ESSERE QUELLA DI GENNARO SANGIULIANO, INQUIETO NELLE VESTI DI SEMPLICE CONSIGLIERE REGIONALE … A MILANO OGNUNO VA PER CONTO SUO TRA IL FORZISTA PEREGO, LA LEGHISTA SARDONE E LUPI, SOSTENUTO DA LA RUSSA – NON SAPPIAMO ANCORA QUANDO SI ANDRA’ A VOTARE PER LE POLITICHE, L’UNICA COSA CERTA E’ CHE LA DUCETTA, IN CASO DI ELEZIONI IN PRIMAVERA, NON VUOLE L’ELECTION DAY CON LE COMUNALI PER EVITARE LA DISFATTA
Hanno fatto un gioco. Riuniti c’erano i leader del centrodestra: «Chi è che si ricorda il
nome dell’ultimo nostro candidato sindaco di Milano?». Silenzio, risatine nervose. La domanda è stata posta altre volte, in altri contesti di partito, più locali. E niente, solo con uno sforzo di memoria qualcuno ha esclamato: Luca Bernardo!
Per il centrodestra è un problema che si ripropone ogni volta. Cercare un nome accattivante, capace di coinvolgere al di là dei recinti di appartenenza, in grado di affrontare sfide date per perse. O quasi. Le grandi città sono il fortino del centro-sinistra, o anche detto campo largo. E nel 2027 andranno a votare Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna. Ossia: le quattro più grandi per popolazione e la settima. Circa cinque milioni di elettori.
Per comprendere cosa ci sia dietro i tormenti di Giorgia Meloni su quando sia meglio andare a votare l’anno che verrà, va tenuto presente il dato delle amministrative. La premier, in teoria, preferirebbe che le politiche fossero ad aprile, per scongiurare l’effetto traino di un tonfo elettorale nelle principali città italiane, dove – tranne a Milano, perché Giuseppe Sala ha concluso i mandati – la destra se la vedrà con sindaci uscenti.
Con una postilla: più avanza l’ipotesi dell’Election day (che sommerebbe comunali e voto nazionale), più il centrodestra sente di dover trovare nomi competitivi. Per intenderci, non figuranti o comparse. Ecco, a proposito di nomi: Matteo Perego di Cremnago. È il candidato a tempo determinato di Forza Italia a Milano. Cognome troppo lungo, troppo aristocratico, per avere la forza di imporsi a Corvetto o alla Barona. Quindi gli hanno suggerito di usare solo Perego.
Chi è Perego (di Cremnago)
È un berlusconiano doc, da alta borghesia milanese: 44 anni, due master in Bocconi, una fabbrica di cappelli ereditata dalla famiglia, anni in azienda con Armani, poi il Parlamento. Dal 2022 è sottosegretario alla Difesa. La sua candidatura è sostenuta dal ministro Guido Crosetto, peso massimo di Fratelli d’Italia, convinto che l’unica speranza di attrarre voti in una città mutata sociologicamente come Milano sia puntare su un volto giovane, più moderno.
E soprattutto: meno di destra. Lui, Perego (di Cremnago) ci crede ed è già partito: gira i quartieri in maniche di camicia, visita fruttivendoli e condomini. Tutto documentato sui social. C’è un solo problema: non sarà lui a decidere.A Milano il centrodestra assomiglia al campo largo di Elly Schlein e di Giuseppe Conte.
Ognuno va per conto suo. Dal pratone di Pontida Matteo Salvini ha lanciato la candidatura di Silvia Sardone, europarlamentare, campionessa di preferenze, anti-migranti, anti-Islam
Dunque, al momento a Milano ci sono due candidati del centrodestra. Anzi, tre. Come un vecchio generale napoleonico Ignazio La Russa, che qualche giorno fa a Portofino ha detto di aver riunito tutti a cena, continua infatti a insistere su Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati. Ma non lo vuole Forza Italia, né tantomeno Salvini che rivendica per sé la città: «Milano tocca alla Lega».
Meloni osserva sconfortata. In questi anni di governo non ha avuto la sapienza di costruire alternative valide nelle grandi città. Né ha avuto le intuizioni civiche di Berlusconi. Ma è anche fondata una riflessione che ci consegna un dirigente di FdI, che non vuole svelarsi. Nell’era di Zohran Mamdani, a New York, e di Elif Eralp, a Berlino, sindaci che indicano una rotta chiara a sinistra per le capitali internazionali, non può essere più, a destra, il tempo di Gabriele Albertini e di Letizia Moratti, candidature della società civile che aprivano invece di chiudere.
E Torino?
E allora meglio ripiegare sull’identità? Di certo Sardone permetterebbe alla coalizione di coprirsi a destra, con Roberto Vannacci che per Milano ha già scelto il suo uomo, il generale dei Carabinieri Carmelo Burgio, e chiesto provocatoriamente alla coalizione di centrodestra di sostenerlo. Sembra che a Torino vada più o meno così. Anche peggio. Maurizio Marrone, assessore di Fratelli d’Italia della giunta regionale, è al momento l’unico candidato.
Poi ci sono Roma e Napoli. Impossibili da vincere, secondo la leader di FdI. Dove, per puro gusto di partecipare, potrebbero anche essere schierati due big: Fabio Rampelli, che nella Capitale ha costruito il mito fondativo dei Gabbiani, la tribù da cui è emersa Meloni; e Gennaro Sangiuliano, il telegiornalista ed ex ministro partenopeo, che descrivono inquieto nelle vesti di semplice consigliere regionale. Sarebbero candidature di testimonianza. Buone per coprire un buco di idee e di uomini. E per evitare quella stessa domanda che si fanno anche a Roma: «Chi si ricorda chi era…». (Solo per i lettori: era Enrico Michetti).
(da La Stampa)
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
MARCO DAMILANO: “VANNACCI E’ QUEL CHE E’ STATA MELONI ANCHE SUL PIANO IDEOLOGICO: NO ALL’IMMIGRAZIONE, RADICI CRISTIANE, LA LOTTA ALLA ‘DOTTRINA GENDER’ E L’IDEOLOGIA GLOBALISTA”
“Mi sono sempre considerata un soldato della politica», scriveva di sé Giorgia Meloni nell’autobiografia uscita nel 2021, alla vigilia del salto che doveva portarla a Palazzo Chigi un anno dopo.
Umile? Modesta? Non proprio, perché la futura premier raccontava anche che nelle manifestazioni la trattavano come una specie di taumaturga. «Sei la nostra eroina Giorgia, sei la nostra Giovanna D’Arco, ci voleva una donna per guidare questo esercito allo sbando».
Un parallelismo fortificato dal fatto che, secondo alcune fonti, la Pulzella d’Orléans sarebbe nata il 15 gennaio 1412, lo stesso giorno di Meloni, venuta al mondo il 15 gennaio 1977. Tanto bastava per far scattare l’identificazione con la santa, l’eroina, ma soprattutto con la figura che «Giorgia» preferisce, la condottiera donna che giganteggia alla guida un esercito di piccoli uomini.
Si capisce così lo spiazzamento iniziale che la premier ha provato quando si è trovata di fronte un generale diverso da quelli con frequentazioni golpiste e piduiste a fine corsa che il vecchio Movimento sociale usava candidare nelle sue liste. Un generale sfrontato, ardimentoso, pronto a paracadutarsi su ogni opportunità, uno che vuole fare in politica e nella destra quello che ha sempre fatto nella vita: comandare.
Nel 1992, mentre la quindicenne Meloni metteva piede per la prima volta nella sezione Garbatella del Fronte della gioventù, il tenente Roberto Vannacci si preparava a partire per la Somalia. Nel 2004, quando Meloni diventa segretaria di Azione giovani, Vannacci viene distaccato presso il Comando interforze per le operazioni delle forze speciali.
Nel 2009, mentre la pulzella fa la ministra dei giovani, il militare viene spedito in Afghanistan. Nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno, nell’anno del Signore 2026, si sarebbero ritrovati a contendersi la guida della destra italiana. E nella contesa finire per assomigliarsi sempre di più, mescolare campagne, parole d’ordine, lineamenti, dando vita a una creatura mitologica. Un nuovo mostruoso personaggio della nostra politica, mezzo Meloni mezzo Vannacci. Melonacci.
Il Melonacci è salito sul palco domenica scorsa, quando la premier ha annunciato alla festa dei giovani di Fratelli d’Italia Fenix il numero massimo di stranieri per classe e il divieto di burqua e niqab nelle scuole.
Lo stesso era accaduto quando a Bari, festeggiando il record di durata del suo governo, la presidente del Consiglio aveva esaltato le politiche su migranti e rimpatri, come dire: tu la remigrazione la predichi, io la pratico. Difficile dire chi stava parlando in quel momento: se Meloni, Vannacci, o Melonacci. Nelle prossime settimane la scena si ripeterà, sulle piazze e nei talk, con spettacolari scambi di persona.
Gli ascari di Giorgia Meloni da mesi sui loro giornali presentano Vannacci come un usurpatore, una quinta colonna della sinistra, un generale fellone o fetecchia, un utile idiota. Finché il padre nobile della categoria, Vittorio Feltri, consigliere regionale in Lombardia di Fratelli d’Italia, è apparso a sorpresa come la madonna alla convention torinese dei vannacciani, accolto dall’ex generale più in ginocchio che sull’attenti.
E Melonacci ha trovato il suo Profeta, l’Apostolo. Il Precursore di quello che avverrà, quando anche l’incontro elettorale diventerà inevitabile, quando gli elettori chiederanno a gran voce nei sondaggi che Meloni e Vannacci diventino una cosa sola, fuori i secondi Salvini e Tajani, resta solo Melonacci.
Vannacci è quel che Meloni è stata, vuol diventare quel che Meloni è, fino a soffiarle il posto a Palazzo Chigi. Prima di arrivare alla vetta del governo, la leader di Fratelli d’Italia fu la spina nel fianco del vecchio centrodestra quando la Lega e Forza Italia governavano con i ministri del Pd nella squadra di Mario Draghi e Meloni occupava tutto lo spazio dell’opposizione (di destra).
Vannacci è quel che è stata Meloni anche sul piano ideologico. Ben prima del generale la leader di Fratelli d’Italia ha sposato la triade Dio, Patria e Famiglia, utile per posizionarsi nel mercato delle idee. Il no all’immigrazione, il sì alla remigrazione. Le radici cristiane, «puoi essere ateo o musulmano, ma se sei nato in Europa i valori cristiani sono anche i tuoi, che ti piaccia o no», predicava Giorgia in Io sono Giorgia.
La lotta contro «la dottrina gender» e contro «l’ideologia globalista che mette sotto attacco la famiglia». Acqua fresca rispetto al generale che in Il mondo al contrario tuona: «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione! Non solo ve lo dimostra la Natura, che a tutti gli esseri sani “normali” concede di riprodursi, ma lo dimostra la società: rappresentate una ristrettissima minoranza del mondo».
Vannacci dimostra di aver appreso bene la lezione di «Giorgia», quando era all’opposizione. Impossessarsi di una identità, in modo granitico. Vantare mani libere, promettere qualsiasi cosa. Ci sarà tempo per smentirsi. E costringere Meloni a dimostrare che il potere non l’ha cambiata, non l’ha imborghesita.
C’è un punto dove Melonacci vacilla, si chiama Ucraina. «Futuro nazionale vede con favore un atteggiamento disteso con la Federazione russa. Importare materie prime e energia a buon mercato dalla Russia è nell’interesse economico dell’Italia», si legge nel programma di Futuro nazionale.
Difficile per Meloni sottoscrivere. Ma la categoria dell’interesse nazionale, o meglio dell’egoismo nazionale, non è più monopolio di Fratelli d’Italia. In un momento in cui la destra estrema di AfD prende il volo in Germania, lasciando a terra il cancelliere Friedrich Merz e Ursula von der Leyen che Meloni ha coltivato a lungo come alleati privilegiati. In Europa Vannacci è alleato con AfD, l’unico europarlamentare italiano a militare nel gruppo Europa delle nazioni sovrane. […]
Sono le settimane inquiete di Meloni. Il suo vicepremier Matteo Salvini è la dimostrazione vivente di cosa avviene se ti metti in casa Vannacci: a Pontida è rimasto solo con il balletto del niqab. Il dilemma resta.
Ma intanto Futuro nazionale avanza nei sondaggi, egemonizza i temi, e costringe Meloni a tornare in quel recinto da cui voleva (senza dichiararlo) fuggire. La condottiera deve decidere se avanzare o indietreggiare rispetto al generale che non è un incidente, un’anomalia nel cuore della destra italiana.
È al contrario lo specchio fedele dei suoi umori più profondi e impresentabili. E in quello specchio, nella campagna elettorale che verrà, si riflette oggi Melonacci.
Marco Damilano
per “Domani”
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Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA AZZARITI: “L’ULTIMA PAROLA SPETTERÀ ALLA CONSULTA E NE VEDREMO DELLE BELLE” – LE OPPOSIZIONI PREPARANO MONTAGNE DI EMENDAMENTI MA SARA’ DEL TUTTO INUTILE: MELONI VUOLE METTERE LA FIDUCIA ED EVITARE OGNI DISCUSSIONE (E FRANCO TIRATORE)… IL VOTO NELL’AULA DELLA CAMERA E’ ATTESO TRA IL 5 E 6 OTTOBRE…
Il più netto è Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma:
«Credo non possa negarsi che oggi si discute una legge ad alto rischio di incostituzionalità. L’ultima parola spetterà alla Consulta e ne vedremo delle belle».
Brividi tra i deputati di maggioranza. L’ultimo ciclo di audizioni a Montecitorio boccia le novità introdotte dal Melonellum al Senato. Prevedere che le liste non presenti in Parlamento debbano raccogliere 6mila firme per collegio (49 alla Camera e 26 al Senato, circa 450mila in totale) per Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, è una «misura abnorme e discriminatoria».
Il risultato? «Una soglia di sbarramento occulta, che sarebbe accettabile se fosse ammessa la sottoscrizione online», rimarca il costituzionalista Michele Ainis. Il quale stima anche un impatto minimo per le preferenze a crocette messe a punto dal centrodestra: «A conti fatti potranno determinare il 5 o al massimo il 10% della rappresentanza, perché soltanto i partiti maggiori eleggeranno candidati oltre i capolista. È un arretramento visibile».
Soprattutto per le donne: la parità di genere, «soppressa nella composizione dei capilista», nota Azzariti, «non è compensabile con l’attenzione al genere nei voti di preferenza» che condizionerà poco «i partiti medi e piccoli». Conclusa ieri la discussione generale, oggi in commissione Affari costituzionali andranno depositati gli emendamenti.
Le opposizioni stanno lavorando a un pacchetto unitario. Dentro, ci sarà di certo una proposta condivisa per riportare il numero di firme a 1.500-2.000 per collegio e probabilmente anche il testo sulle preferenze libere già presentato (e bocciato) a Palazzo Madama.
Nessun emendamento arriverà dalla maggioranza, che guarda solo alle forche caudine dell’aula. Il governo è pronto a chiedere la fiducia su ognuno dei quattro articoli modificati al Senato, da rivotare alla Camera prima dell’ok definitivo. Lo scrutinio segreto, quindi, si potrà chiedere solo per le pregiudiziali e per il voto finale sul provvedimento (atteso tra il 5-6 ottobre).
(da Repubblica)
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