Destra di Popolo.net

MARINA BERLUSCONI FA LE LISTE DI FORZA ITALIA: ORA GIOVANI E VOLTI MEDIASET

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

DORIS JR E FIGURE PUBLITALIA

Chi vorrebbe un suo maggiore interventismo si dice deluso, perché lei sta “tirando un po’ i remi inbarca”. Chi invece da settimane ne denuncia le intrusioni, la descrive come ormai la vera “padrona” del partito. Anche se può cambiare la prospettiva, Marina Berlusconi tra Milano e la Costa Azzurra (dove si rifugia appena può, anche solo per un fine settimana) sta iniziando a mettere nel mirino un obiettivo: le liste di Forza Italia in vista delle elezioni politiche del 2027.
Se il voto sarà ad aprile dell’anno prossimo, in autunno si dovrà iniziare a comporre le liste azzurre e vuole essere la primogenita di Berlusconi ad avere voce in capitolo. Non solo per la volontà politica, ma anche per una questione formale: a mettere il timbro sulle liste è Fabio Roscioli, tesoriere del partito e uomo della famiglia Berlusconi a Roma
Da qui la volontà di “svecchiare” Forza Italia per il prossimo Parlamento come fu fatto nel 1994. Da diverse settimane, infatti, Marina Berlusconi ha affidato al suo fedelissimo Danilo Pellegrino (ad di Fininvest), e Pier Silvio allo storico uomo di Publitalia Niccolò Querci, il compito di fare casting e trovare volti nuovi e provenienti dall’azienda per farli sbarcare a Roma.
Tra questi ci sarà con ogni probabilità Massimo Doris, figlio di Ennio ed erede in Mediolanum, ma anche volti giovani nati in azienda da mandare prima in televisione e poi inserire nelle liste elettorali: oltre al responsabile dei giovani Simone Leoni (sempre più spinto nei talk Mediaset), un altro nome che circola è quello del 36enne Federico Benassati (portavoce azzurro a Milano) e capogruppo nel Municipio I che si è fatto le ossa a Publitalia 80, la holding di famiglia. In grande ascesa c’è anche Fiorenza Cenniccola, 29enne vicesindaca di Guardia Sanframondi (Benevento), che sarà mandata presto nei talk show televisivi. Questi saranno tre dei cinque nomi che la famiglia Berlusconi vuole mandare presto in tv. L’altro è Roberto Bagnasco, deputato di FI di esperienza e vicino a Pier Silvio. A proposito dell’impegno in politica di Marina, ieri Mfe ha distribuito il dividendo più alto degli ultimi 15 anni: entrare in politica costa.
Nel frattempo, sotto l’ala della famiglia Berlusconi ci sono figure che stanno assumendo sempre maggior peso in Forza Italia e saranno garantiti nelle prossime liste. Oltre al ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, c’è la capogruppo al Senato Stefania Craxi e il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Quest’ultimo ieri ha organizzato un evento al Centro studi americano con Tony West, vicepresidente di Uber, cognato di Kamala Harris che ha avuto un ruolo al Dipartimento di Giustizia con Obama.
Evento organizzato mentre il partito era mobilitato alla Camera a un convegno sullo spazio. Una competizione significativa, perché Occhiuto (con Craxi e Siracusano in prima fila) lanciava la proposta della liberalizzazione delle licenze e dell’app social taxi per tagliare le liste di attesa. Battaglie chieste dai Berlusconi. E non sono passate inosservate le parole di West, che ha più volte parlato della leadership di Occhiuto. Un domani, chissà.

(da Il Fatto Quotidiano)

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GIUSEPPE CONTE: “MA QUALE NUOVA SIGONELLA, MELONI HA VIOLATO LA COSTITUZIONE”

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

“L’ITALIA HA PARTECIPATO IN VIA INDIRETTA A GUERRA ILLEGALE”

Giuseppe Conte non manifesta dubbi: “Non esistono trattati o protocolli con Paesi alleati che consentano al governo di violare i principi costituzionali, a cominciare dall’articolo 11 della Carta, secondo cui ‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’”. Le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, sui 500 aerei partiti dalla basi americane in Italia per sostenere gli attacchi all’Iran hanno aperto l’ennesimo fronte per il governo Meloni. E viene da chiedersi perché Rutte le abbia rilasciate: magari, per dare un segnale alla premier che è in aperto scontro con Donald Trump? Conte ha un’altra lettura: “Il Segretario
dell’Onu ha voluto sottolineare il ruolo strategico avuto dall’Italia nella guerra all’Iran, così da creare un clima più sereno tra Washington e Roma. Ma così ha sollevato il velo dell’ipocrisia su questa vicenda, e soprattutto ha scoperto Meloni sul piano interno. Le sue parole hanno spazzato via le favolette con cui il governo aveva alimentato la narrazione della premier come nuova Craxi, paragonandola all’ex premier socialista che negò l’uso della base di Sigonella agli Stati Uniti. Una sciocca invenzione a cui l’esecutivo si era aggrappato, per cercare di coprire i suoi problemi sulla politica estera”.
Ora, secondo l’avvocato, quell’impostura sta venendo meno. Però c’è anche un piano normativo in questa storia. Per esempio, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato: “Quelli che fanno polemica dovrebbero sapere che parliamo della gestione tecnica di accordi di cui si occupano le strutture tecniche della Difesa e non di scelte politiche che variano”. Ha così torto? L’ex premier scuote la testa: “Glielo ripeto, nessun trattato può consentire a un governo di contribuire a guerre o attacchi al di fuori del diritto internazionale, come quello contro l’Iran”.
Lei quando era a Palazzo Chigi li avrà letti, questi trattati… “Io posso dirle che quando ero al governo abbiamo interrotto le forniture di armi agli Emirati e all’Arabia Saudita quando abbiamo avuto la certezza che nella guerra in Yemen violavano il diritto internazionale, e che le basi in Italia sono state concesse solo per interventi dentro il perimetro del diritto internazionale, come gli attacchi contro i capi dell’Isis e di al Qaeda, o il ponte aereo per evacuare Kabul”. Va bene. Ma dall’esecutivo parlano di voli per “il solo supporto logistico o tecnico”. Non c’è una differenza anche di sostanza con gli aerei che vanno a bombardare? Conte ridice di no: “Sappiamo bene di cosa stiamo parlando, e lo abbiamo denunciato più volte: ossia di aerei spia, droni di ricognizione e di aerei cargo partiti da Sigonella verso l’Iran. Altro che supporto meramente logistico”. Sta dicendo che l’Italia ha partecipato alla guerra contro l’Iran? L’ex premier scandisce: “Questo governo ha partecipato quantomeno in modo indiretto a una guerra illegale. Questo è un fatto. Ma d’altronde stiamo pagando la nostra ambiguità con Washington, e quella frase di Meloni, “non condanno e condivido”, sull’operazione Epic Fury. Oltre al fatto di aver dato sostegno al genocidio a Gaza”. […]
Crosetto ha assicurato che può far fornire dalle strutture militari dettagli su ogni aereo partito dall’Italia. Non le sembra comunque un segnale di trasparenza? “Qui il punto non è rispondere con migliaia di dati tecnici. Qui la questione è tutta politica, e per questo la presidente del Consiglio deve venire a riferire in Parlamento sulla politica estera. È tempo che faccia un esame di coscienza di fronte al Paese, per aver assunto impegni insostenibili sulle spese militari mentre tagliava i fondi per il sociale”. State discutendo con gli altri leader delle opposizioni su cosa fare ora? Conte risponde che non c’è stato il tempo. “In ogni caso, ora Meloni deve venire in aula, dove proverà a rivendicare il suo orgoglio personale. Quello nazionale non lo ha difeso quando doveva. Ma il suo sta scolorendo nella tracotanza”.

(da Il Fatto Quotidiano)

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GIUSEPPE E MARIA, YUSSUF E MARIAM

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

DETERMINANTE E’ TRATTARE I NOMI COME SE FOSSERO PERSONE

Il deputato Sasso (gruppo Vannacci), che ha lamentato alla Camera la scomparsa di Giuseppe, Francesco e Maria dai citofoni, sostituiti da nomi di immigrati arabi, deve essersi perso un buon mezzo secolo di evoluzione del costume nazionale, o come direbbe lui dell’italianità.
I nomi della tradizione cristiana, oggi timidamente tornati in auge, sono stati spazzati via non dai nomi della tradizione musulmana (per altro sovente coincidenti con quelli cristiani: Yussuf è Giuseppe, Mariam è Maria, eccetera) ma, restando in metafora, da quelli della tradizione americana in salsa maccheronica.
E senza alcuna “sostituzione etnica”: siamo stati noi italiani a sbarazzarci, in perfetta autonomia, dei nomi della tradizione cristiana. Un vero e proprio moto popolare.
Sue Ellen, Maverick, Brian (variante Bryan), Morgan, Leonard, Jane, Nicolas, Peter, Leslie, William, Kevin, Demis, Albert, Evelin, Joseph, Morris, Derek, Lewis, Alan, Mark. Quasi tutti questi nomi sono tratti da una breve ricerca che feci, un paio d’anni fa, diciamo per curiosità socio-antropologica, tra esponenti leghisti di Lombardia, Veneto e Piemonte. Molti altri se ne potrebbero aggiungere. L’esotismo fai-da-te come rimedio (ingenuo) a ciò che si considera “troppo comune” è un espediente diffuso. E ovviamente perfettamente legittimo.
L’identità è una trappola micidiale se non si è in grado — è il caso del deputato Sasso — di maneggiarla con delicatezza e cultura. E comunque non contano i nomi delle persone, conta il grado di rispetto che ogni individuo — soprattutto un deputato — riesce a stabilire con la sua comunità. Che Giuseppe e Maria oggi si chiamino Kevin e Samantah, o Yussuf e Mariam, non è determinante. Determinante è trattare i nomi come se fossero persone.

(da Repubblica)

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ALEMANNO ACCOLTO DA VANNACCI SEMBRA UN EROE RISORGIMENTALE

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

L’ONORE GUADAGNATO SUL CAMPO NON PENSAVAMO PASSASSE ATTRAVERSO LA CARCERAZIONE PER REATI

Abbiamo letto con tanta empatia le struggenti cronache dell’uscita dal carcere di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma di Alleanza Nazionale e ministro in due governi Berlusconi (sembra ieri che i camerati ne festeggiavano l’elezione col braccio alzato sotto al Campidoglio), che quasi ci dimenticavamo perché vi era entrato (bagatelle: finanziamento illecito e traffico di influenze, derivante, quest’ultimo, dalla riqualificazione di un episodio di corruzione nell’ambito dell’inchiesta Mondo di mezzo).
È vero: non a tutti capita la fortuna di ottenere la grazia dal presidente della Repubblica prim’ancora di entrare in carcere, come ha scritto polemicamente Alemanno su Facebook in riferimento alla ex compagna di Popolo della Libertà
Nicole Minetti, la notte prima di lasciare la cella di Rebibbia, al lume di una fioca candela; ma scommettiamo che a nessuno dei 64.436 detenuti in Italia tocca il privilegio, una volta scontata la pena e dimessi dalle patrie galere, di venire prelevati dai cancelli e condotti direttamente nella sede di un partito per contribuire alla sua formazione con la disciplina e l’onore guadagnati sul campo. Una cosa risorgimentale, quasi.
Alemanno non entrerà, come sarebbe sembrato naturale, in Forza Italia (dove il carcere vale come un master all’estero, una specializzazione), né in Fratelli d’Italia, a cui pure approdò per un breve periodo, ma farà confluire la sua creatura chiamata Indipendenza! dentro Futuro Nazionale, il partito di “destra autentica” già oltre il 5% nei sondaggi guidato dal generale in pensione Roberto Vannacci, tornato appositamente da Bruxelles per dare il benvenuto al nuovo sodale.
Nei 18 mesi di reclusione, scattata perché l’ex sindaco, a cui il tribunale aveva concesso la messa in prova ai servizi sociali, aveva più volte violato le prescrizioni con assenze ingiustificate, uscite da casa fuori dall’orario consentito, documenti falsi e incontri con pregiudicati, Alemanno ha tenuto un diario carcerario in cui ha denunciato le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti, problema di cui non risulta si sia mai occupato prima di farne parte. Ma come, direte voi, i detenuti hanno accesso ai social? Abbiamo dimenticato il caso di Doina Mattei, condannata a 16 anni di carcere per omicidio, che nel 2015 in regime di semilibertà pubblicò su Facebook delle foto che la ritraevano in spiaggia e fu perciò costretta dal tribunale di Sorveglianza di Venezia a tornare in cella a tempo pieno, sulla base della sentenza della Cassazione per cui condividere contenuti o chattare su Facebook equivale a evadere e a comunicare con l’esterno? E a Fabrizio Corona non capitò più volte di dover rientrare in galera per l’uso non autorizzato dei social durante i domiciliari? Ah, ma allora non sapete niente: Alemanno scriveva le sue memorie su fogli di carta che poi consegnava ai suoi legali e familiari, che a loro volta li giravano allo staff incaricato della pubblicazione su Facebook. Tutto regolare.
E tutto è bene quel che finisce bene. Alemanno ha detto che non si candiderà, ed è un peccato, perché in Parlamento stanno drasticamente diminuendo le quote a
righe, quelle degli ex galeotti; ma qualche voto di nostalgici vedrete che lo porta a Vannacci, e magari riuscirà a farsi ascoltare da Nordio sulla condizione dei detenuti, sua nuova battaglia (intanto potrebbe consigliare ai colleghi di non delinquere, per esperienza).
La sera della vigilia Alemanno ha scritto: “Mi sembra quasi di disertare una trincea”, e verrebbe da rassicurarlo che volendo può sempre tornarci, anche se il ministro Nordio, con l’abolizione del reato di abuso di ufficio e il depotenziamento di quello di traffico di influenze, che sono i reati in cui è ferrato Alemanno, ha reso sempre più difficili le prove che un politico deve sostenere per accedere alle patrie galere; ma se uno si impegna un modo lo trova.

(da Il Fatto Quyotidiano)

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LA POLITICA ESTERA DI GIORGIA MELONI E’ UNA SEQUENZA DI FALLIMENTI

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA DI ACCREDITARSI COME PONTE TRA GLI USA DI TRUMP E LA UE E’ ORMAI ANDATA IN FRANTUMI… MELONI HA MINATO LA COMPATTENZA UE SU TUTTI I PRINCIPALI DOSSIER

Diciamolo, la premier ha un’idea fallimentare dell’interesse nazionale. E ambigua. Al cuore la nutre l’illusione che un paese come l’Italia possa fare da solo, forte magari dell’orgoglio nazionale. Va bene quindi instaurare una relazione speciale con gli Usa di Trump, finché dura o si può; sennò pazienza. E l’Europa non è il nostro orizzonte da costruire e rinsaldare, ma solo un’opzione, o al più un terreno di confronto in una logica nazional-muscolare come quella che (con ben altri mezzi) Trump impone.
Questa visione genera comportamenti opportunistici, spesso contraddittori. Ben lontani da quella impostazione coerente e lungimirante di cui invece abbiamo bisogno, specie in un mondo in subbuglio. Ma soprattutto, genera risultati fallimentari. La strategia su cui Meloni aveva impostato tutta la sua politica estera – accreditarsi come ponte fra gli Usa di Trump e l’Unione europea – è ormai andatain frantumi. In nome di questa strategia, però, Meloni aveva minato la compattezza della Ue su tutti i principali dossier economici. Rafforzando quindi un atteggiamento accondiscendente verso le richieste di Trump che è il modo peggiore per trattare con il tycoon. E alimentando in questo modo le divisioni dell’Europa.
Di fronte alla richiesta di aumentare le spese militari, acquistando peraltro armamenti dagli Usa, bisognava rispondere non con affermativa sollecitudine e con la speranza di qualche sotterfugio contabile, come è stato fatto, ma spingendo con forza sulla difesa europea (che peraltro ci farebbe risparmiare parecchio) e sull’autonomia strategica dell’Unione, l’unica vera garanzia per la nostra sicurezza. Di più. Di fronte alla richiesta di aumentare gli acquisti di gas dagli Stati Uniti, per supplire alle drammatiche incertezze dello scenario globale (peraltro in parte causate da Trump), bisognava rispondere non certo cannoneggiando il green deal e ostacolando le rinnovabili, come Meloni continua a fare in Europa e in Italia (in affinità ideologia con Trump), ma chiedendo all’Europa tutta di invertire sulle rinnovabili e sbloccando, a livello nazionale, le autorizzazioni per i nuovi impianti. Peraltro, gli Usa di Trump almeno i combustibili fossili li hanno in casa, come hanno anche il nucleare. Noi non abbiamo né gli uni né l’altro (e per arrivare al secondo ci vorranno lustri o decenni); mentre possediamo un vantaggio strategico nell’energia rinnovabile, il solare soprattutto, che è sempre più conveniente. Il nazionalismo ideologico di Meloni, in questi anni, è stato quanto di più nocivo potesse esserci per l’interesse nazionale.
Le conseguenze le viviamo ogni giorno. Contrariamente a quel che la propaganda vuol far credere, durante il governo Meloni l’economia italiana è tornata a essere il grande malato d’Europa: con una crescita anemica del Pil, tenuta su un po’ solo dal Pnrr (peraltro usato male), e la crisi conclamata dell’industria; con l’inflazione che mangia i salari e accentua le disuguaglianze; con un prezzo dell’energia più alto di quello di tutti gli altri grandi paesi europei. La crisi provocata dalla guerra all’Iran ha messo in discussione anche l’agognato equilibrio di bilancio, mentre, come conseguenza del fallimento della politica internazionale di Meloni, l’immagine e l’autorevolezza dell’Italia nel mondo sono oggi indebolite, non certo rafforzate. Ciò detto, una cosa c’era che finora era andata relativamente bene: l’export, guidato dai
successi del made in Italy verso gli Stati Uniti e il Medio Oriente. La crisi con gli Stai Uniti peggiorerà verosimilmente anche questo dato, precipitando le difficoltà dell’economia italiana, in un contesto geo-politico sempre più incerto come quello in cui siamo finiti per colpa dei sovranisti.
L’interesse nazionale dell’Italia è nel rafforzamento della Ue, fino all’Europa federale cui il nostro paese deve partecipare da protagonista, spingendo per una maggiore integrazione, anziché frenare, e per cambiare le attuali politiche economiche conservatrici. Ed è nell’investimento strategico a favore delle energie rinnovabili, per uscire dalla stagnazione fossile cui questa destra vorrebbe irresponsabilmente condannarci. E in una politica industriale efficace, e ambiziosa, che promuova la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese, come unica stabile garanzia di eccellenza e qualità, e di successo economico, a prescindere dalla volatilità degli umori di Trump. Tutto quello che Meloni non ha saputo né voluto costruire in questi anni.

(da editorialedomani.it)

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UN ELETTORE SU QUATTRO VOTA I PARTITI DI ESTREMA DESTRA, LO STUDIO SU 31 PAESI

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

“PIU’ HANNO SUCCESSO, PIU’ DIVENTANO NORMALI”

La crescita nei sondaggi di Roberto Vannacci e del suo movimento «Futuro Nazionale» non è un caso isolato. O meglio, non è soltanto una vicenda interna alla politica italiana. È il sintomo di una trasformazione più ampia che sta attraversando l’intero Continente: l’avanzata di forze di estrema destra in Europa. A mostrarlo è una recente analisi del progetto PopuList, ripresa dal Guardian e realizzata da oltre 150 politologi in 31 Paesi. Secondo lo studio, quasi un elettore su 4 vota per i partiti di destra radicale. La percentuale ha superato il 23%, rispetto a circa il 10% di dieci anni fa e al 5% della metà degli anni Novanta. «Quando abbiamo avviato il
progetto nel 2018, il dato principale era che un europeo su quattro votava per partiti populisti, soprattutto di estrema sinistra e di estrema destra. Ora un europeo su quattro vota per partiti di estrema destra, per lo più populisti», ha spiegato Matthijs Rooduijn, politologo dell’Università di Amsterdam e coordinatore della ricerca.
Gli esempi in Europa
La crescita ha subito una forte accelerazione negli ultimi anni. Tra il 2023 e il 2025 diversi partiti di estrema destra hanno ottenuto risultati storici nelle elezioni nazionali di importanti Paesi europei. Se si esclude Viktor Orbán in Ungheria e Geert Wilders nei Paesi Bassi, in Francia il Rassemblement National è arrivato a essere una delle principali forze politiche del Paese, aumentando sensibilmente il proprio consenso. In Germania l’Alternative für Deutschland (AfD) ha raddoppiato i propri voti, raggiungendo il 21% e diventando per la prima volta il secondo partito nazionale. In Austria il Partito della Libertà (FPÖ) ha registrato un forte avanzamento, mentre in Portogallo Chega ha moltiplicato il proprio peso elettorale. Anche il Regno Unito ha visto una crescita significativa di Reform UK.
Perché gli elettori votano partiti di estrema destra
In diversi Paesi europei i partiti populisti di estrema destra sono entrati nelle istituzioni e partecipano direttamente al governo o sostengono maggioranze. La loro influenza è cresciuta in Paesi come Italia, Finlandia, Croazia e Repubblica Ceca, mentre in altri guidano o condizionano il dibattito politico. Il dato più significativo, secondo gli studiosi, è che questa crescita non è il risultato di un improvviso spostamento dell’opinione pubblica, ma di un processo iniziato decenni fa. E le posizioni degli elettori su temi centrali per i partiti sovranisti, come immigrazione e identità nazionale – si legge nell’analisi – non sarebbero necessariamente cambiate nel tempo. A essere cambiato è il peso di queste materie nella scelta elettorale. L’immigrazione, la sicurezza, il rapporto con le istituzioni europee e la critica alle élite sono diventati elementi sempre più determinanti nella costruzione del consenso.
La normalizzazione dei partiti di destra radicale
Un altro fattore decisivo è la normalizzazione. «Più diventano grandi e più hanno successo, più diventano “normali”», afferma Rooduijn. La loro presenza nei
parlamenti e nei media contribuisce a ridurre la distanza rispetto ai partiti tradizionali. Secondo l’analista, inoltre, i movimenti di estrema destra hanno sviluppato una comunicazione particolarmente efficace. La loro narrazione tende a costruire una contrapposizione tra un “noi” e un “loro”: la popolazione nazionale contro immigrati, istituzioni, giudici o presunte élite culturali. Questo produce una narrazione di «eroi contro cattivi», legata a un passato idealizzato in cui tutto sarebbe stato migliore. «E sono diventati molto più bravi nel formulare questo messaggio, nel suscitare emozioni: rabbia, disprezzo, ma anche orgoglio e speranza. Si sono professionalizzati», conclude l’analista.

(da agenzie)

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OLTRE AGLI SCAZZI NEI DUE SCHIERAMENTI POLITICI, RESTA IL NULLA, LO STORICO GIANNI OLIVA: “OGGI PER LA SINISTRA QUALI SONO LE PAROLE D’ORDINE? LA PACE? LA SCUOLA? IL RIARMO? LA SANITÀ PER TUTTI? IN ATTESA DI RISPOSTE, IL TEMA È FERMO AL DILEMMA SCHLEIN, CONTE O UN FEDERATORE; PRIMARIE SÌ, PRIMARIE NO”

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

“PER LA DESTRA IL PROBLEMA È ANCORA PIÙ GRAVE: CEDUTA L’IDENTITÀ PIÙ RUVIDA A VANNACCI, RESTA DA COSTRUIRE UN MODELLO DI LIBERALISMO MODERNO, SENZA NESSUN RIFERIMENTO CUI GUARDARE NÉ UN RETROTERRA DI CULTURA POLITICA CUI ATTINGERE. ALLORA SULLA BASE DI CHE COSA UN CITTADINO SCEGLIE PER CHI VOTARE?”

La politica italiana di questi giorni è un gran ridefinirsi di perimetri: movimenti aggregativi al centro per l’area riformista, nostalgie nordiste nella Lega, il campo largo in trattoria con le sole componenti di sinistra, la destra indecisa tra cultura di governo e velleità identitarie, Vannacci che sguazza nelle provocazioni e fa incetta di arrabbiati, nostalgici e delusi. Ma al di là delle autodefinizioni, che cosa c’è dietro i “perimetri”?
Paradossalmente, il mondo della post-ideologia ha cristallizzato le ideologie stesse: con la differenza che la sinistra comunista o il moderatismo democristiano si traducevano in programmi definiti e divergenti, mentre le autodefinizioni di oggi si fermano all’enunciazione di principio di una specificità che nessuno riesce a spiegare.
“Riformismo” è una parola rassicurante, sa di misura, di rifiuto della radicalità, di convergenze. È un atteggiamento radicato nella cultura dell’Italia repubblicana. Ma se dovessimo raccogliere il progetto “riformista” in cinque parole d’ordine, che cosa scriveremmo? Nulla: e infatti possiamo solo indicare nomi più o meno improbabili, carneadi emergenti o vecchie volpi, da Maraio a Renzi, da Onorato a Magi.
Lo stesso vale per la sinistra, con la sua suggestione storica di giustizia sociale e diritti: quali sono le parole d’ordine? La pace? La scuola? Il riarmo? La sanità per tutti? In attesa di risposte, il tema è fermo al dilemma Schlein, Conte o un federatore; primarie sì, primarie no.
Per la destra il problema è ancora più grave: ceduta l’identità più ruvida a Vannacci, resta da costruire un modello di liberalismo moderno, senza nessun riferimento cui guardare né un retroterra di cultura politica cui attingere.
Nell’incapacità degli uni e degli altri di definirsi in positivo, restano le risse verbali, l’unica regola in questa geometria delle distanze, che sembra un gioco ed invece è la nostra classe dirigente.
E allora sulla base di che cosa un cittadino sceglie per chi votare? Qualcuno vota in base alle vecchie ideologie, in un atto di affetto alla memoria e nella consapevolezza di una cristallizzazione post-ideologica fuori dal tempo; qualcun altro spinto dall’impulso dell’ultima ora, in una logica dove la dichiarazione più recente cancella il pregresso (ad esempio la capacità di rispondere agli attacchi di Trump è vincente, anche se pochi mesi prima lo si è candidato al Nobel per la pace); qualcun altro ancora vota in base alla rabbia, seguendo chi ha la capacità di scovare il bersaglio elettoralmente più redditizio. E molti altri (troppi) abdicano e non votano proprio.
Si dice che ogni popolo ha la classe dirigente che si merita: ma è davvero così…? Davvero meritiamo una classe dirigente che vive di strategie elettorali anziché di progetti per il Paese?

(da agenzie)

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UNA VOLTA DIVENTATA “INAFFIDABILE”, AGLI OCCHI DI TRUMP A COSA PUÒ SERVIRE GIORGIA MELONI? A NIENTE, QUINDI PUÒ TORNARE A LEGGERE TOLKIEN AI GIARDINETTI DI COLLE OPPIO

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

PAOLO MIELI: “C’È UNA CERTEZZA DI VENDETTA. È QUALCOSA DI ANALOGO DEL SIGONELLA DI CRAXI. TRUMP SE LA LEGHERÀ AL DITO. A CRAXI LA FECERO PAGARE IN MANIERA DEFINITIVA. A MELONI VERRÀ PRESENTATO IL CONTO. FARANNO L’IMPOSSIBILE PER FARLE PERDERE LE ELEZIONI”…PER CAPIRE QUANTO È “VENDI-CATTIVO” TRUMP, BASTA GUARDARE COSA È SUCCESSO A PEDRO SANCHEZ

Nelle varie puntate dello scazzo tra Meloni e Trump, purtroppo nessuno dei geni della Fiamma Magica ha pensato bene di ricordare alla Ducetta il celebre aforisma (spesso attribuito a Bertrand Russell o Mark Twain): “Mai discutere con un idiota: ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.
L’ormai ex Trumpetta è ferita a morte per essere stata liquidata, dopo anni di baci e abbracci, come ‘’una sguattera del Guatemala’’: “Mi ha implorato di fare una foto con lei, non l’avrei neanche fatta, ma mi ha fatto pena”, ha detto il Caligola di Mar-a-Lago.
Anziché ignorarlo compassionevolmente, come si fa con qualsiasi disturbato mentale, Giorgia Meloni ha ben pensato di reagire, scendendo nel suo stesso campo di volgarità e di insolenza.
Reazioni magari perfette per la Garbatella, ma del tutto sbagliate in campo istituzionale.
Agli insulti del Trumpone, infatti, i vari Zelensky, Starmer, Macron hanno fatto orecchie da mercante, lasciandolo delirare su Truth o con il primo giornalista che lo chiama al telefonino.
Meloni no, ha deciso di rispondere colpo su colpo, salvo poi rinculare e dichiarare il caso “chiuso”, di fronte ai nuovi insulti del ciuffo platinato di Washington.
Ieri sera, a “Otto e mezzo”, Lilli Gruber ha chiesto a Paolino Mieli: “Ci sono apparati americani che sanno tante cose. C’è una possibilità di vendetta degli apparati, quelli potentissimi americani?”
E lo sventurato rispose: “C’è una certezza di vendetta. È qualcosa di analogo del Sigonella di Craxi. Negare le basi fondamentali nella guerra in Iran, che è fallita.
Trump se la legherà al dito. A Craxi la fecero pagare in maniera definitiva. A Meloni verrà presentato il conto. Faranno l’impossibile per farle perdere le elezioni, per sputtanarla”
“Usando anche Vannacci?”, intigna l’austro-ungarica Lilli.
E Mieli lancia la bomba: “Certo, usando anche Vannacci. Lo possono alimentare, da una parte gli americani, da una parte Putin. Lo possono gonfiare, dandogli autorevolezza. Attualmente, non è un soggetto ritenuto autorevole. Se qualche capo di stato del mondo, come Trump, lo incontrasse sarebbe diverso”
Lo scambio di ipotesi tra Gruber e Mieli su cosa e quanto rischia la premier italiana ci sta tutto, conoscendo bene quanto è “vendi-cattivo” Donald Trump (basta vedere cosa è successo al premier spagnolo Pedro Sanchez, reo di aver risposto per le rime alle richieste economiche sulla Nato.
Prima sbuca un dossier per corruzione su Zapatero e i suoi gioielli da 1 milione di euro. Poi il rinvio a giudizio per la moglie del primo ministro, Begona, a cui è stato ritirato anche il passaporto).
E quando Mieli afferma che il Trumpone possa “alimentare” il fenomeno Vannacci (che le malelingue atlantiste sostengono possa essere “nutrito” da oligarchi conosciuti durante il suo soggiorno moscovita da addetto militare dell’ambasciata italiana, dal 7 febbraio 2021 al 18 maggio 2022), mette il ditone nella piaga: una volta diventata “inaffidabile”, a cosa serve Meloni?
A niente, quindi può tornare a leggere Tolkien ai giardinetti di Colle Oppio.
All’ipotesi di Mieli, si può anche aggiungerne un’altra che circola tra i palazzi romani: convincere la famiglia Berlusconi a far uscire Forza Italia dalla maggioranza di governo….

(da agenzie)

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EFFETTO TRUMP: IN AMERICA, NESSUNO CHIAMA IL PROPRIO FIGLIO DONALD. TE CREDO! QUALE GENITORE VUOLE “CONDANNARE” UN PARGOLETTO A UNA VITA DI SFOTTO’?

Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2025 MENO DI 400 NEONATI SONO STATI CHIAMATI “DONALD”: SI TRATTA DI UN MINIMO STORICO, CONSEGUENZA DELL’IMPOPOLARITA’ DEL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO

l nome ‘Donald’ sparisce dalle culle americane, e non è mai stato così poco popolare tra i genitoriUsa. Secondo i dati della Social Security Administration, nel 2025 meno di 400 neonati hanno ricevuto il nome del presidente Donald Trump, che oggi occupa soltanto il 690esimo posto nella classifica nazionale. Si tratta di un minimo storico, secondo un’analisi dei dati federali condotta da Notus e pubblicata sui media Usa.
Negli anni Trenta, invece, era tra i nomi più diffusi d’America, e raggiunse l’apice della popolarità nel 1934, quando oltre 30.400 bambini americani furono chiamati ‘Donald’, rimanendo tra i primi 100 nomi più diffusi fino al 1990. Il suo declino non si è arrestato neanche durante l’ascesa politica di Trump: quando debuttò il programma ‘The Apprentice’ nel 2004, ‘Donald’ occupava la 263ma posizione, mentre per la sua prima vittoria alle presidenziali del 2016 era in 489ma posizione. E il declino non si è fermato neppure con il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025.

(da agenzie)

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