Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
“GENTE CHE SVENIVA, ATTACCHI DI PANICO, PASSEGGERI IN LACRIME. FAREI VENIRE SALVINI IN VIAGGIO CON NOI E POI VEDIAMO COSA DICE”
“Tutto questo non è più sostenibile. Uno dice: prendi i treni ad alta velocità che fai prima, e invece…” Quello di Claudia è stato un weekend da incubo a bordo dei convogli Trenitalia. La donna, originaria di Ascoli Piceno, ha raccontato a Fanpage.it dei due guasti consecutivi che hanno trasformato il suo ritorno a casa da lavoro in un’esperienza surreale e degradante.
Venerdì 19 giugno Claudia era sul Frecciarossa 9809 Milano Centrale-Bari. E l’inizio è stato tutt’altro che esaltante. “Il treno è partito già rotto”, spiega. In tre vagoni, compreso il suo, l’aria condizionata non funzionava. Pochi minuti dopo la partenza il convoglio si è fermato. Per tre ore i passeggeri sono rimasti chiusi dentro, con temperature arrivate a 40 gradi alle 15:30 sotto il sole.
C’era gente che sveniva di continuo. Non ci hanno portato nemmeno l’acqua: è finita nelle prime carrozze e basta. Fortunatamente tra i viaggiatori c’era una dottoressa in vacanza che ha lasciato marito e figli per andare ad aiutare chi stava male nelle altre carrozze”.
L’arrivo è avvenuto con 230 minuti di ritardo. Quasi 4 ore. Ma non è finita qua.
Passano tre giorni e lunedì 22 giugno, sul treno 8806 Pescara-Milano, si ripete più o meno lo stesso copione. Tutto regolare fino a Bologna, poi il secondo guasto. “Dopo dieci minuti di sosta il treno si ferma di nuovo. Ci hanno riportato indietro a Bologna per cambiare convoglio. In un weekend due treni rotti su due: è assurdo”.
A bordo dei treni c’erano situazioni drammatiche. Una signora doveva sottoporsi a cure oncologiche e al call center le avevano risposto di dormire lì e ripartire il giorno dopo.
Una ragazza doveva fare l’ultimo esame alla Cattolica, ha pianto tutto il viaggio: era l’ultimo appello e non sapeva se avrebbe potuto fare la tesi. C’erano ragazzi con attacchi di panico che davano pugni ai vetri e alle porte perché non respiravamo”.
La capotreno, racconta Claudia, era quasi più arrabbiata dei passeggeri: “Doveva mettere a verbale dieci pagine per tutto quello che era successo”. Nel secondo guasto è stata proprio lei a insistere per far rientrare a casa chi ne aveva bisogno.
Di fronte a tutto questo, l’offerta di Trenitalia del rimborso al 100% suona offensiva.
A me non interessa del rimborso. Io dovevo lavorare, altri avevano cure importanti. Chi ci rimborsa la giornata di lavoro persa o lo stress accumulato? E soprattutto: cosa sta succedendo? Perché si rompono tutti questi treni? Forse è una questione di manutenzione. Qualcuno parla di cambio delle ditte esterne: forse è lì il problema, non so”.
Claudia conclude con una provocazione: “Farei venire il ministro Salvini in viaggio con noi, e poi vediamo cosa dice…”
Una testimonianza che fotografa un malessere diffuso tra pendolari, studenti e pazienti costretti a spostarsi ogni giorno sui treni regionali, Intercity e alta velocità. Solo negli ultimissimi giorni, per dirne alcune, si sono registrati: un Frecciarossa partito senza due carrozze (decine di passeggeri con posto prenotato rimasti in piedi); un Italo fermo in galleria sulla Firenze-Bologna senza aria condizionata e servizi igienici fuori uso, e poi l’aggressione di una capotreno su un Frecciarossa a Reggio Emilia. Episodi che rendendo sempre più difficile per i viaggiatori considerare il treno una soluzione affidabile.
(da Fanpage)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINI-VERTICE TRA ALE-DANNO, IL SUO FEDELISSIMO MASSIMO ARLECCHINO CHE GLI RIMETTE LA CROCE CELTICA AL COLLO… ORA LO SPETTACOLO PUO’ INIZIARE
Un abbraccio a favore di telecamere poi la cena tra Gianni Alemanno e il generale Roberto
Vannacci organizzata in un ristorante di Roma Nord. Poi l’ex sindaco saluta con l’avambraccio (dextrarum iunctio) sia il generale che Rossano Sasso.
Circa 20 gli ospiti, tra cui alcuni deputati futuristi che a inizio serata si sono messi in piedi, hanno fatto il segno della croce e hanno brindato con il motto di moda durante il ventennio che si conclude con la formula ‘a noi’.
Al tavolo Edoardo Ziello, Roberto Sasso, Domenico Furgiuele e Emanuele Pozzolo, oltre all’ex europarlamentare della Lega Antonio Maria Rinaldi e l’ideologo di Fnv Lorenzo Gasperini.
“Sono contento per Alemanno: ha pagato il suo debito con la giustizia e ora é pronto a mettere a servizio di Futuro nazionale la sua lunga esperienza politica”, spiega Vannacci prima di sedersi a tavola mentre dialoga con la stampa presente. Dopo l’abbraccio, i due rispondono alle domande. “Sul programma ci stiamo lavorando, sarà pronto ma i temi già ci sono”, afferma il generale.
Vista la presenza di Alemanno, il discorso vira sulla questione del carcere: “Oggi ho detto che Caino deve marcire in galera in quanto omicida. Chi commette un reato grave deve pagare, come nel caso di Turetta, anche senza bisogno del reato di femminicidio'”. Su questo concorda anche Alemanno: ” in carcere ci sono persone che vogliono cambiare vita. Se poi quell’occasione non viene colta é giusto che rimanga in galera”.
Oltre due ore di cena, selfie, chiacchiere e brindisi tra Roberto Vannacci, Gianni Alemanno, la “sporca dozzina” del generale alias alcuni deputati di Futuro Nazionale e alcuni sostenitori di Alemanno, in un ristorante a nord di Roma. Dopo un saluto affettuoso tra i due leader, Vannacci e Alemanno si sono seduti a capotavola, uno con una camicia di lino bianca, l’altro con una polo.
Portate di cucina sarda, visto che il ristorante è specializzato in Malloreddus, porceddu e seadas per i commensali, poco più di una ventina. Tutti sono rimasti a lungo a chiacchiera nella sala laterale del ristorante. Nell’ultima mezz’ora il generale ha parlato fitto con Alemanno, il suo fedelissimo Massimo Arlecchino che è stato presidente del movimento Indipendenza ora confluito in Futuro Nazionale, l’ideologo dei futuristi Lorenzo Gasperini. Il generale si è allontanato solo per pochi minuti per un selfie con alcuni ragazzi che erano nello stesso ristorante e che gli hanno chiesto uno scatto.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI, “BLINDATO” SOTTO IL PROFILO DEI NUMERI, RILANCIA LA CABINA DI REGIA PER SBARRARE LA STRADA AL CAMBIO DI STATUTO DEL PARTITO (CHIESTO DA ZAIA E DAGLI ALTRI GOVERNATORI LEGHISTI) – IL PROSSIMO APPUNTAMENTO DELICATO È IL RADUNO A PONTIDA, IL 20 SETTEMBRE. E TRA I MILITANTI CIRCOLA UN MEME CON FOTO DI SALVINI E LA SCRITTA: “SE C’È LUI, IO NON CI SARÒ”
Era nata male, rischiava di finire peggio. E così la due giorni di «ritiro» della Lega che avrebbe dovuto svolgersi il 4 e 5 luglio vicino a Treviso è stata rinviata. Senza una data. Senza un luogo.
Il responsabile degli enti locali leghisti Stefano Locatelli ha diffuso una nota dettagliatissima per spiegare il perché. La prossima settimana «si terrà una nuova riunione del Tavolo dei Territori della Lega», la cosiddetta cabina di regia voluta da Matteo Salvini per placare le turbolenze interne della Lega e sbarrare la strada al cambio di statuto del partito che era stato chiesto da Luca Zaia e dagli altri governatori leghisti. Poi, prosegue Locatelli, «seguiranno altre due riunioni programmate», mentre «nelle prossime settimane» si svilupperanno «proposte
operative».
Al termine «di questo percorso di approfondimento e una volta definito il quadro delle proposte elaborate dal Tavolo» sarà convocato il «ritiro».
Il fatto è che quando era stato annunciato per la prima volta, il «ritiro» aveva gettato nello sgomento i salviniani per il rischio (o la certezza) di contestazioni. E aveva per contro mobilitato gli anti salviniani.
Fatto sta che il prossimo appuntamento delicato è Pontida, il 20 settembre. Ieri sui telefonini di molti militanti circolava un meme con foto di Salvini e la scritta: «Se c’è lui, io non ci sarò».
E poi: «Sempre che dopo l’assemblea di Treviso non annulli per paura anche il raduno». Salvini tira dritto, ritiene che i giornali parlino di «realtà virtuali contro alla vita reale di cui mi occupo» e ieri si è occupato di quello che più gli interessa, la sicurezza nelle stazioni: «Io militarizzerei le stazioni, altro che togliere i militari dalle strade».
Resta che il partito è profondamente lacerato. Gli anti salviniani sottolineano come nello statuto «non esista la mozione di sfiducia per il segretario, presente invece a tutti i livelli». L’alternativa è che la richiesta di dimissioni «parta da un congresso straordinario che deve essere chiesto dalla metà più uno degli aventi diritto». Difficile, se non impossibile.
Dal punto di vista dei numeri, Salvini è forte: «Blindato» dicono.
Ma parecchie province sono commissariate. Salviniano è ovviamente tutto il partito al Centro Sud, a partire da Simonetta Matone a Roma, al campano Gianpiero Zinzi, al pugliese Roberto Marti. Sono commissariate, e dunque ipso facto salviniane, le Regioni Sicilia e Calabria. Oltre allo stesso Veneto. Mentre meno schierati, anche se non sempre in linea con il segretario, due pesi massimi come i ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli.
La previsione di un leghista di altissimo rango è che «Salvini non mollerà. Punta di rimanere comunque alla guida di quel che resta della Lega, massacrata da Vannacci e da chiunque abbia qualcosa da offrire a chi sa di non avere più chance». Con riflessione sibillina: «Si fa meno fatica a creare un partito da zero».
(da Corriere della Sera )
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESTABLISHMENT DEM E’ AVVISATO: IL SINDACO DELLA “GRANDE MELA” MOSTRA LA FORZA DELLA SINDACA RADICALE E LA SUA RETE DI INFLUENZE …TRUMP ROSICA AMARO: “IL SINDACO MAMDANI HA FATTO VINCERE TRE SOLIDI COMUNISTI E RICEVUTO UN APPLAUSO UNIVERSALE DAI FAKE MEDIA”
La scommessa di Zohran Mamdani ha funzionato. Nelle primarie democratiche di martedì a New
York hanno vinto tre suoi alleati: Brad Lander, 56 anni, ex revisore dei conti della città, e due socialiste democratiche, Claire Valdez, 36 anni, ex collega dell’attuale sindaco all’Assemblea statale, e Darializa Avila Chevalier, 32
anni, attivista poco conosciuta che ha sconfitto a sorpresa l’influente presidente del caucus ispanico al Congresso.
Due di loro, Lander e Avila, hanno battuto deputati democratici in carica. Tutti e tre hanno fatto campagne elettorali basate sul costo della vita e hanno criticato l’appoggio militare e finanziario americano a Israele, accusando lo Stato ebraico di commettere un genocidio a Gaza. È data per scontata la vittoria dei tre alle elezioni generali di midterm a novembre contro i repubblicani, poiché corrono in distretti saldamente democratici.
Non significa che la popolarità generale di Mamdani sia aumentata: i tre distretti erano tra quelli in cui ottenne i risultati migliori a novembre, quando diventò sindaco sconfiggendo l’ex governatore Andrew Cuomo, che aveva l’appoggio dell’establishment dem. Ma queste primarie dimostrano la sua capacità di proiettare la propria influenza su altri candidati come pochi leader riescono (Trump ne è un esempio).
E infatti Trump ha seguito le primarie fino a notte fonda, commentandole sul suo social Truth. Ha espresso sdegno sia per i democratici sconfitti (come il deputato Daniel Goldman, vicino all’Aipac, la lobby pro-Israele, ma Trump ricorda soprattutto che guidò il primo impeachment contro di lui) che per i vincitori da lui definiti «comunisti», geloso dell’attenzione dei media: «Il sindaco Mamdani ha fatto vincere tre solidi comunisti e ricevuto un applauso universale dai fake media”.
Le vittorie degli alleati di Mamdani mostrano la forza della sinistra radicale che si ribella allo status quo del partito democratico. Il sindaco ha scelto e accompagnato per mesi i candidati, nei video, nei comizi, nelle strade, e ha coinvolto Bernie Sanders per dare alla campagna il senso di una staffetta generazionale. Ovunque si recasse Mamdani, si materializzava la folla. Si è però alienato le simpatie di alleati centristi (gruppi afroamericani e ispanici, sindacati) che lo appoggiavano nella corsa a sindaco. La vittoria conferma la forza dei socialisti democratici d’America.
Il loro messaggio è che il partito democratico, in cerca di identità dopo la sconfitta nel 2024, non può limitarsi a dire che Trump è pericoloso e deve chiarire cosa vuole diventare. Mamdani ha definito questo voto un referendum sulla direzione da prendere, celebrando la vittoria tra sostenitori che gridavano «Palestina libera».
«Un anno fa non è stata la fine di un movimento politico», ha aggiunto, «ma l’inizio». È una scossa alle fondamenta del partito ben al di là di New York: il numero di socialisti democratici al Congresso passerà da 2 a 4.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL FOGLIO: “DRAGHI SUGGERISCE A SCHLEIN DI APPARIRE MENO RIVOLUZIONARIA E DI OCCUPARSI DEL CENTRO. L’EX PRESIDENTE PENSA CHE SCHLEIN DEBBA FARE LA MODERATA, MOSTRARLO. POI LA INVITA A ASCOLTARE SEMPRE TUTTI (ORA AVETE COMPRESO DA DOVE ARRIVA L’IDEA DELLA CAMPAGNA DI ASCOLTO DI SCHLEIN IN GIRO PER IL PAESE?)” … NON SOLO PRODI E DRAGHI, ELLY COSTRUISCE LA SUA TELA PER PALAZZO CHIGI ANCHE CON IL POTENTE VINCENZO GESMUNDO, GRAN CAPO DELLA COLDIRETTI
Caro Conte, tieniti forte e stretta la pochette: Mario Draghi stima Elly Schlein. Le parla, la ascolta e la consiglia. Gli incontri adesso sono due. Uno recente e riservato si è svolto a Roma ed è la prova, direbbe Schlein, del salto “quantico”.
E’ stato aperto un canale di comunicazione vero fra il “nonno Draghi” e la “nipote Elly”. Draghi? E’ sinceramente incuriosito, perché Schlein sta dimostrando “senso istituzionale”.
L’ex premier le spiega le virtù del centro, la segreteria del Pd rilancia con la patrimoniale. Lui suggerisce: meglio di no, cara Elly. Lei annuisce: va bene, presidente. La frase di Schlein pronunciata in direzione Pd, “un pezzo di establishment non mi vuole a Palazzo Chigi”, è dissimulazione. Si è convinta di fare la premier e, per farlo, prende il tè con Prodi e il Campari Spritz con Draghi. Sedetevi e con la penna prendete nota. I professori di Schlein ora sono due.
La nota, l’indiscrezione, e la certezza. Draghi si è visto con Schlein.
Quando e come? Un banchiere provinciale che usiamo come fonte dai tempi del governo Draghi, quando fummo chigisti solo allora, ci conferma: “Si vedono. E’ vero. Di nascosto. Un caffè”. L’ultimo, il più recente? “In queste settimane. Prodi non è il solo che Schlein incontra”. Ricordate?
Schlein va alla festa di Repubblica, a Bologna, da Don Mariano Orfeo-Rumor (pensa sempre e solo alla Rai), e citofona ai giornali (e anche a casa di Prodi) per fare sapere che ha avuto un caloroso e cordiale colloquio con il Professore. In verità è stato Prodi a comunicare che la segretaria gli ha reso omaggio come si deve.
Ora chi lo spiega a Prodi che c’è anche Draghi sul divanetto? Facciamo i seri. E’ un disegno di governo, la scalata al cielo di Schlein. Un’ulteriore prova, eccola. Nessuno si è accorto che all’evento di partito, “L’Europa che vogliamo”, organizzato da Nicola Zingaretti, pochi giorni fa, con cinque vicepresidenti di Confindustria, sedeva in prima fila Vincenzo Gesmundo, il segretario generale, il Papa di Coldiretti.
Sono segni. Di establishment che guardano a Schlein. Qual è stata la prima uscita di Meloni da presidente del Consiglio? E’ andata a Milano, da Coldiretti. Tutto torna e dunque torniamo dal nostro banchiere provinciale, affidabilissimo come Bloomberg e Ft messi insieme (li legge ogni mattina) che ci racconta: “Con Draghi o si compete o si sparisce. Avete presente il suo ultimo libro pubblicato da Rizzoli, con la prefazione di Martin Wolf (mica Gianrico Carofiglio)?
Con Draghi la selezione è naturale. Se non gli state simpatici, vi incontra una volta, ma la volta dopo è finita”. Il presidente Draghi non ama i pettegolezzi e neppure il blablabla. Quando sente profumo di convergenze pretermesse alla Giuseppe Conte, ebbene, Draghi taglia la corda. Con Schlein è diverso.
La notizia è che gli piace. Di più. Gli piace quel suo fare da secchiona, da donna che si prepara con tutte quelle dispense che si porta alle direzioni del Pd. Ma insomma, cosa consiglia Draghi all’allieva? Il formidabile banchiere provinciale, ancora: “Primo suggerimento. Non è il caso di parlare di patrimoniale, parola che spaventa gli italiani. Ed Elly l’ha capito”.
Rimane solo da convincere lo strepitoso Nick Fratoianni, ma questo è un altro discorso. A che serve avere un Draghi per amico (non esageriamo), per confidente? Draghi riferiscono che batte sul centro che duole (al campo largo).
L’ex presidente pensa che Schlein debba fare la moderata, mostrarlo, dare l’idea che quando ci sarà da decidere, lei lo saprà fare. Un altro consiglio? Non dare l’impressione che vuole fare del balcone di Palazzo Chigi una birreria bolognese in compagnia di Igor Taruffi, Taruffenko, e Gaspare Righi (lo chiamano Gas).
Insomma, Draghi suggerisce a Schlein di apparire meno rivoluzionaria e di occuparsi del centro (diciamo che le ultime foto non aiutano). E lei? Il nostro banchiere provinciale ci conferma che Schlein la pensa come Draghi e che la parola d’ordine deve essere “ragionevolezza”. Un altro prezioso consiglio di Draghi? Ascoltare sempre tutti (ora avete compreso da dove arriva l’idea della campagna di ascolto di Schlein in giro per il paese?).
(da Il Foglio)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
“QUANDO HO DETTO A MIO PADRE CHE SONO GAY HA RISPOSTO CHE PREFERIVA CHE AVESSI IL CANCRO”… IERI IL PADRE LO HA UCCISO
Mirko Moriconi aveva confessato agli amici di volersi operare per cambiare sesso. E forse questa
decisione era arrivata all’orecchio del padre Pietro. Che l’ha ucciso ieri a Pieve di Camaiore in provincia di Lucca insieme alla madre Kety Andreoni. «La vita è stata dura con te, ma non ti sei mai arreso», scriveva parlando di sé sui social media. E ancora: «Forse è questo il senso del mio vivere. Forse dal dolore potrò guarire e scrivere canzoni».
Alla fine del 2020 Mirko aveva inciso un pezzo rap: Camice bianco. Per ringraziare i dottori per la gestione della pandemia. Aveva anche lanciato una raccolta su GoFundMe: «Aiutami a investire sul mio sogno musicale».
La mamma Kety
Alla mamma Kety, che lo difendeva da suo padre, dedica tante parole: «La mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mia mamma». Mentre nel 2022 dice che qualcuno lo «preferisce morto che gay», nessun riferimento diretto a suo padre. E ancora: «Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è starci seduto accanto e sapere che non lo potrai avere mai». Nell’ottobre 2025 Mirko era stato ricoverato in ospedale: «Capisci chi veramente tiene a te nel momento del bisogno. Ringrazio la malattia per avermi fatto capire il marcio che avevo attorno».
Gli amici
«Addio anima bella — scrive un’amica di lui —, lasci un vuoto che sarà incolmabile. Trova la pace». «Un paio di anni fa — ricorda un’altra persona — avevo collaborato al servizio d’ordine di un pride a Viareggio. Mirko era uno dei ragazzi in prima fila a ballare. Una persona gentile, con cui scambiai qualche parola. Che dire? Cento, mille pride affinché non si debbano più vivere tragedie simili».
Nell’ottobre 2022 Mirko aveva detto alla famiglia di essere gay e lo aveva anche scritto sui social. «Mio padre non lo accetta, mi ha detto che sono la rovina della famiglia» racconta in alcuni video. «Mi è stato detto che preferivano che avessi il cancro», dice più di recente.
Il percorso di dimagrimento e il fidanzato
Mirko racconta anche di un percorso di dimagrimento e di un rapporto difficile con un fidanzato. «Dopo un periodo buio dove pensavo che fosse la fine per me, torno a dire che non sarà la fine, la strada è ancora lunga ma non sarà la fine — scriveva — . Voglio mandare un messaggio quando pensiamo che intorno a noi non c’è più la luce non vi arrendete perché siamo noi la luce che non dobbiamo spegnere mai». Dopo gli studi all’alberghiero aveva cominciato a lavorare come cuoco. Kety, 52 anni, era operatrice socio-sanitaria in una residenza per anziani vicino casa. Il padre era carpentiere per una ditta del luogo.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
UNA LEADER DONNA PUO’ ESSERE UNA RISORSA, NON UN PROBLEMA … VALE PER ELLY SCHLEIN E PER SILVIA SALIS
Il momento della verità per l’area progressista si avvicina con un inedito elemento di polemica e riflessione. Gli ha dato corpo Elly Schlein con una frase affilata sull’ostracismo che subisce ormai da mesi: «Sconto anche il fatto di essere donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni».
La leader del Pd offre al suo campo uno specchio in cui riflettersi e una domanda: davvero mi intralciate perché mi giudicate troppo estremista per vincere, oppure esiste un retropensiero di natura diversa, un non detto allineato col vecchio stigma maschilista? Troppo giovane. Troppo diversa. E soprattutto: donna.
Il fatto stesso che Schlein espliciti questo tipo di pensiero risulta disturbante per il racconto politico di una sinistra amica delle donne, e comunque più amica della destra che avrà pure una leader e una premier donna ma nel settore diritti e parità lascia a desiderare. E tuttavia nessun diritto è più denso di significato del diritto al potere politico e della possibilità di giocarselo. La destra ha consentito a Meloni di farlo. La sinistra, o almeno una parte della sinistra, non sembra disposta a fare altrettanto con Schlein.
Si potrà accantonare il tema dicendo: solito vittimismo femminile, quel ragionamento non c’entra, la segretaria del Pd è giudicata inadeguata alla sfida per altri motivi.
La scelta opposta è guardare nello specchio e riconoscere la realtà di un problema che esiste, di una responsabilità che non può essere elusa. Annettersi il campo delle donne, farsene paladini, parlare come se la metà dei cittadini italiani – ogni ragazza, ogni adulta, ogni anziana – fosse per nascita, per cromosomi, per biografia personale e famigliare, naturale interlocutore del progressismo e ovvio nemico della destra patriarcale e sessista, è stata un’operazione di successo.
Resiste nell’immaginario politico del Paese nonostante tutto, compresi gli alti indici elettorali della destra tra le signore di ogni generazione. Una parte della destra ha dato una mano, con la sfilza di stereotipi impresentabili coltivati da certi ultras del machismo, da Stefano Bandecchi a Roberto Vannacci. E tuttavia nella sostanza, che è la competizione per il potere, gli stereotipi di quei muscolosi fanfaroni sono polvere mentre il femminismo dichiarato del campo progressista stenta a riconoscere quel che la destra ha accettato da tempo: una leader donna può essere una risorsa, non un problema.
«Sconto il fatto di essere donna» è una frase vera a tutte le latitudini, in tutte le professioni e le carriere, e le donne lo sanno. Ma che questa frase sia indicibile a destra (cosa volete di più? C’è una di voi a Palazzo Chigi!) mentre a sinistra resti pronunciabile, obbliga a un bagno di realtà. La causa della parità femminile, almeno in Italia, non può essere annessa a una bandiera, a un campo, a una sigla politica. E lo stesso termine “femminismo” prescinde dagli schieramenti e li sovraintende: ha guidato riforme che le donne hanno appoggiato trasversalmente e processi di modernizzazione fondamentali per la Repubblica, ma non può essere annesso al tesseramento di un partito. Aver fatto propria quella parola è stata senza dubbio un’iniziativa vincente della sinistra (e un limite ideologico della destra), ma adesso segna un inaspettato punto di crisi, perché se Schlein sarà scartata dalla corsa alla premiership bisognerà spiegarlo anche sotto questo profilo. Non sarà facile farlo, non sarà scontato riuscirci.
(da La Stampa)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA NATO ESALTA IL CONTRIBUTO ITALIANO, IL GOVERNO PARLA DI “LIMITATI AIUTI LOGISTICI”… AVIANO E SIGONELLA IN PIENA ATTIVITA’
Avevano fatto credere agli italiani di non aver collaborato con gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, che ha fatto precipitare il mondo in una crisi politica ed economica gravissima. Dopo l’attacco americano del 28 febbraio scorso, l’esecutivo di Giorgia Meloni aveva negato di voler portare l’Italia in guerra e aveva negato che gli Usa avessero chiesto al governo l’uso delle nostre basi militari. Giornali e televisioni italiane avevano fatto da cassa di risonanza alle dichiarazioni del governo, spesso in modo completamente acritico, e dal buio del segreto di Stato, qualcuno aveva fatto uscire la notizia che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, avesse negato l’uso della base di Sigonella, in Sicilia, ai bombardieri americani impegnati nella guerra in Iran.
Ma il Fatto Quotidiano non si era mai bevuto le versioni ufficiali e neppure una settimana dopo l’attacco del 28 febbraio, avevamo iniziato a cercare la verità in modo indipendente, senza prestarci a fare da condotto a fonti ufficiali e spin doctor, ma utilizzando, invece, i dati delle piattaforme commerciali pubbliche, che tracciano i voli militari dalle basi americane in Italia. È così che abbiamo scoperto un’impennata dei voli cargo C-130T Hercules dalla base di Sigonella verso la base cruciale per le operazioni degli Stati Uniti nel Mediterraneo Orientale: Souda Bay, nella fase in cui gli Stati Uniti procedevano al build up, ovvero a costruire un enorme dispiegamento di forze militari in preparazione all’attacco del 28 febbraio. Poi sulla base di Aviano avevamo individuato almeno cinque voli del Lockheed C-5M Super Galaxy a partire da una settimana prima dell’attacco all’Iran e fino al 3 marzo scorso: il più grande aereo della Us Air Force per il trasporto di mezzi ed equipaggiamento, che era stato tracciato anche nella base inglese di Fairford, da cui erano stati avvistati e documentati i bombardieri americani B-52 e B-1, quando erano iniziate le operazioni belliche. Infine avevamo documentato almeno 23 voli militari cargo C-130 e J-30 Hercules della Us Air Force, o comunque degli Usa, partiti dalla base di Aviano verso la base inglese di Fairford dal 27 marzo al 13 aprile. Un analista militare che aveva accettato di parlare con noi anonimamente aveva analizzato questo pattern di voli da Aviano a Fairford, spiegandoci che il loro numero notevole in quella fase indicava un ammassamento di forze di qualche tipo e l’accumulo di equipaggiamento in un luogo prima del suo uso.
Le nostre rivelazioni erano state accolte con silenzi e smentite, ma ieri il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha fatto emergere almeno un brandello di verità, dichiarando alla tv americana Fox News come gli alleati Nato degli Stati Uniti abbiano aiutato eccome Donald Trump nella guerra, nonostante le dichiarazioni pubbliche del presidente americano contro Meloni e altri paesi europei accusati di non averlo aiutato. “Se prendiamo l’Italia, per esempio – ha detto Rutte – 500 aerei sono decollati dalle basi americane in Italia per sostenere l’operazione Epic Fury; si tratta di un numero enorme”, ha detto Rutte per la prima volta.
Il governo Meloni cerca di contenere il danno di queste dichiarazioni, minimizzando come semplice “logistica”. Anche Rutte ha dovuto precisare. La distinzione, per il governo, è sempre quella tra “logistica” e “cinetica”, più volte enunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto anche nelle comunicazioni dei
mesi scorsi al Parlamento, che sarebbe aderente ai trattati – purtroppo segreti – sull’utilizzo da parte degli Usa delle basi in territorio italiano: per le prime attività, secondo il governo, basta l’autorizzazione tecnica della Difesa; per quelle direttamente legate ad azioni di guerra ci vorrebbe un via libera politico, autorizzato dal Parlamento, che non c’è stato.
Di fatto, se i numeri sono davvero questi, sono ben lontani dall’assistenza totale che il governo di Silvio Berlusconi dette all’amministrazione di George W. Bush nel 2003 per distruggere l’Iraq. Ma i numeri sono davvero questi? La lunga sequela di bugie e mezze verità autorizza a non crederci.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
SE C’E’ UNA COSA CHE NON PUO’AIUTARE UNO DEI PAESI PIU’ INFDEBITATO D’EUROPA Eì IL SOVRANISMO … E SE C’E’ UNA PERSONA CHE NON VUOLE IL NOSTRO BENE E’ TRUMP
È stato confortante sentir dire da Giorgia Meloni che la politica estera non è Temptation Island, perché a giudicare dagli ultimi giorni di querelle avvelenata tra lei e Donald Trump, agli italiani era parso il contrario. Era sembrato che ogni dichiarazione e controdichiarazione, l’audio di lui, il video di lei, il post social di lui, la risposta subito sotto di lei, somigliassero più a un battibecco tra ex che a un confronto serio tra il presidente degli Stati Uniti e la presidente del Consiglio italiana. Che avrebbe potuto evitare di rilanciare, come hanno fatto prima di lei gli altri leader europei sotto attacco, da Macron a Merz a Sánchez. Ma ha scelto invece di farlo nel goffo tentativo di usare lo scontro per costruire l’immagine di una leader tutta d’un pezzo che non guarda in faccia nessuno. Con tanto di post social che riprendono volto fiero e passo marziale.
Ed è questo il punto: l’immagine di Giorgia Meloni. L’intera politica estera del nostro Paese, negli ultimi quattro anni, ha ruotato intorno al bisogno della premier di ottenere un risultato pressoché impossibile: diventare credibile come leader di un’Unione europea in cui non ha mai creduto; essere considerata affidabile per il blocco occidentale che ha deciso di difendere l’Ucraina — prima dell’avvento di Trump — nonostante avesse al suo interno le posizioni filorusse della Lega e come principali alleati i migliori amici di Putin, vedi alla voce Viktor Orbán; mantenere un atteggiamento antisistema seguendo e cercando di piegare a suo vantaggio tutte le regole del sistema.
L’ambiguità è stata possibile fino all’avvento di colui che avrebbe dovuto essere il suo miglior alleato, quel Donald Trump che ha a lungo inseguito in competizione con Salvini, il leader di un movimento Maga con cui dal primo giorno ha cercato ed enfatizzato punti in comune, prima di capire che il nostro Paese non è pronto per
derive illiberali. Neanche se a promuoverle sono gli eredi dello zio Tom. Di qui, il cortocircuito. Illuminato dalle parole del segretario della Nato Mark Rutte.
L’Italia non ha tolto il suo sostegno agli Stati Uniti, non ha fatto nulla per sottrarsi agli impegni presi dai trattati, ha continuato a non condannare e non condividere l’avventura militare di Israele e Usa in Iran concedendo — come già successo in passato — le sue basi per voli logistici e non di attacco. Ed è facile pensare che Donald Trump non avrebbe preteso nulla di più, se non fossero intervenute due condizioni. La prima è che Meloni gli aveva fatto credere di essere sempre e comunque dalla sua parte, con le continue prese di distanza dalla Francia di Emmanuel Macron e dalle intenzioni dei volenterosi in Ucraina, il suo corteggiamento nei confronti di Elon Musk e degli aedi del trumpismo sancito dagli inviti ad Atreju, la sua reazione fiacca contro l’imposizione dei dazi, la sua sfida alla Corte penale internazionale nel caso Almasri, condotta in perfetto stile sovranista.
Anche solo per questo, e per il rifiuto italiano di riconoscere la Palestina e di sposare le risoluzioni europee contro Benjamin Netanyahu, era immaginabile che Trump prevedesse un sostegno più solido. Ma a far scoppiare tutto è stato il secondo elemento, che più che alla realtà appartiene alla narrazione.
Come già avvenuto in passato senza che il ministero della Difesa ne desse notizia, l’Italia non ha autorizzato alcuni voli «cinetici» di aerei militari americani verso l’Iran. Non ha cioè permesso che partissero dalle nostre basi azioni d’attacco. Pur continuando a consentire tutte le altre, come ha spiegato Rutte volendo fare chissà se un favore o un torto all’Italia.
Questo prevedono gli accordi, questo sostengono i trattati a meno che non si entri in guerra, questo dice il protocollo, solo che — dopo la sconfitta epocale del referendum — il governo italiano non si è limitato a negare un decollo offensivo. Lo ha lasciato trapelare, rivendicandolo e così decidendo di mostrare una nuova distanza dalle politiche della Casa Bianca.
Meloni non ha davvero ostacolato Trump, non ha lavorato con i suoi avversari, a partire dal canadese Mark Carney che ha proposto un’alleanza delle medie potenze contro il risorgere degli imperi, non si è messa dalla parte di chi cerca di sostenere
la forza del diritto nel momento in cui vengono creati illusori board of peace utili a fare affari immobiliari più che a salvare Gaza, la Cisgiordania, il Libano. Ha raccontato una storia che pensava fosse utile al suo consenso, e che le si è invece ritorta contro perché il sovranista in capo non consente ambiguità, ma pretende obbedienza.
La presidente del Consiglio ha sempre risposto con fastidio a chi le chiedeva una politica estera più autonoma, che non vivesse di espedienti, di ritardi studiati, di vertici con altri leader europei saltati all’ultimo momento — per un francobollo! — di mozioni sull’Ucraina sempre più vuote per non spaccare la maggioranza, di tentativi di rallentare il percorso di integrazione europea che ha bisogno di difesa comune e voto a maggioranza.
E non ha mai ammesso quello che forse, dopo Temptation Island, dovrebbe aver capito: se c’è una cosa che non può aiutare uno dei Paesi più esposti e indebitati d’Europa, è il sovranismo. Se c’è una persona che non ha alcun interesse a volere il bene del nostro Paese, così come non vuole il bene dell’Unione europea, è Donald Trump. Se c’è un comportamento che non può permettersi con il re della verità alternativa, è giocare con la propaganda.
Adesso, dovrebbe solo sentire il dovere di spiegare al Parlamento a quale verità dobbiamo credere su Sigonella: a quella di Trump, di Rutte o del governo italiano.
(da Repubblica)
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