Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA PAGA ORARIA NELLE AZIENDE PRIVATE E’ DEL 17,4% PIU’ BASSA RISPETTO AGLI UOMINI
(La paga oraria delle donne italiane nelle aziende private è del 17,4% più bassa rispetto agli
uomini. Eppure nel nostro Paese la disparità di stipendio è stata seppellita nel 1963 dai Contratti nazionali di lavoro. Sono passati 60 anni, cosa è successo? Il pay gap orario più alto è nel settore bancario e assicurativo (21,8%), nell’immobiliare (21%) e, in generale, per chi svolge attività legali, contabili, tecniche, di ricerca e sviluppo (23,4%). Tradotto in paga oraria lorda vuol dire che la dipendente di una banca o di un’assicurazione guadagna in media 25 euro contro i 34,9 del collega maschio; nel trasporto aereo sono 12,59 euro contro 22,43; nelle telecomunicazioni ballano 4 euro di differenza.
Il divario salariale cresce insieme con la qualifica. Una donna laureata guadagna in media 20,3 euro lordi l’ora contro i 24,3 di un collega laureato maschio. Le dirigenti italiane, dice Eurostat, arrivano fino al 35% di gap.
Ma la disparità di trattamento c’è anche ai livelli più bassi. L’addetto di una fabbrica di autoveicoli guadagna 20 euro lordi l’ora se è maschio, 18,1 se è femmina.
Siamo in buona compagnia: in Germania il divario medio è del 17,9%, in Francia del 14,2%, in Spagna del 12,2%.
Gli obblighi Ue
Nel 2023 Parlamento e Consiglio europeo hanno approvato la direttiva 970 che obbliga le aziende a rafforzare il principio di parità di retribuzione tra uomini e donne, a rendere trasparenti i criteri con cui si pagano e promuovono i dipendenti e a definire a chi spetta l’onere della prova in un eventuale giudizio.
In Italia la direttiva è stata recepita il 7 giugno: siamo stati tra i primi Paesi a farlo insieme con Slovacchia, Lituania e Malta.
La grande novità introdotta dalla norma europea è che il dipendente, maschio o femmina, può chiedere quanto guadagnano in media i colleghi che fanno lo stesso lavoro o di pari valore. E l’azienda è tenuta a rispondere entro due mesi, fornendo ai lavoratori «la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda», quindi compresa la parte ad personam. Già a partire dal giorno dopo l’entrata in vigore della legge, in molte aziende italiane sono iniziate a fioccare le domande, ma quando la signora Rossi o il signor Bianchi otterranno la risposta, sapranno soltanto qual è la retribuzione base stabilita per il loro livello dal Contratto nazionale di lavoro, dal quale non emergeranno disparità. Nessuna informazione sarà invece fornita sui superminimi ad personam, quelli su cui si giocano le differenze di trattamento. Questo avviene perché la legge italiana di recepimento stabilisce che quando un’azienda applica i Contratti nazionali di lavoro, sia automaticamente in regola, poiché gli scatti di anzianità sono articolati in modo trasparente e uguale per tutti. Peccato che le discriminazioni non si giochino sugli scatti di anzianità, ma sulle promozioni.
Trasparenza e onere della prova
La direttiva stabilisce anche che vadano resi espliciti e trasparenti i criteri con cui si danno le promozioni, così da evitare carriere basate più su amicizie e clientele che non sul merito. A casa nostra però le aziende non dovranno spiegare nulla a nessuno, sempre per via del fatto che una volta applicato un Contratto nazionale di lavoro si è già a posto.
Per quel che riguarda l’onere della prova, la norma europea dice che qualora un lavoratore o una lavoratrice denuncino una discriminazione, spetta al datore di lavoro dimostrare in giudizio che il trattamento discriminatorio in busta paga non c’è stato. Anche in questo caso la legge italiana (articolo 4) ribalta il principio: «L’applicazione di un contratto collettivo maggiormente rappresentativo costituisce presunzione di conformità, ferma restando la dimostrazione dell’esistenza di trattamenti retributivi individuali discriminatori». La sostanza è che deve essere il lavoratore a dimostrare il discrimine.
Le falle dei contratti nazionali
Gira e rigira, la legge italiana di recepimento utilizza i Contratti nazionali di lavoro come scudo: basta applicarne uno per esonerare l’azienda da ogni responsabilità sulla trasparenza dei salari. In realtà non si può affatto escludere che ci siano
contratti che in busta paga penalizzino le donne. Laura Calafà e Marco Peruzzi dell’Università di Verona, in un loro recente studio, segnalano come in diversi contratti (dal settore del turismo a quello assistenziale) le mansioni più spesso svolte da donne siano contrattualizzate al minimo. Ma una assistente socio sanitaria addetta alle persone disabili non vale meno di un magazziniere! Quindi andrebbe fatta una verifica su tutti i Contratti nazionali, inclusi quelli pirata, prima di presumere in automatico che siano equi.
Ingolfati dalle carte
La legge che recepisce la direttiva impone alle aziende con oltre 100 dipendenti di compilare un rapporto su tutta la popolazione aziendale con i dati sulle retribuzioni di maschi e femmine (ogni anno per chi ha più di 250 dipendenti, ogni tre per tutti gli altri). Il problema è che un rapporto da compilare c’era già, e riguardava tutte le aziende con più di 50 dipendenti, ma non sarà cancellato, e così le carte da produrre raddoppiano (e non si può certo dare la colpa a Bruxelles). Inoltre le aziende con la certificazione di genere devono presentare altra documentazione sul pay gap ogni tre anni. Infine ci sono le informazioni sul trattamento dei dipendenti da mettere nei rapporti sulla sostenibilità. Insomma, carta su carta, perlopiù inutile, quando invece gli indicatori da monitorare dovrebbero essere pochi, facili da capire e accessibili a tutti. C’è di buono che i dati contenuti nei nuovi rapporti per le aziende sopra i 100 dipendenti riguarderanno tutta la retribuzione lorda, comprese le parti individuali ad personam: vuol dire che quando il divario tra uomini e donne risulterà superiore al 5%, le aziende dovranno mettersi al tavolo con i sindacati per ridurre il divario.
Sanzioni inefficaci
Per le aziende che violano disposizioni su parità di trattamento e divieto di discriminazione uomo-donna, sono state confermate le sanzioni già esistenti. Vanno dai 250 a 10 mila euro, e in alcuni casi prevedono l’esclusione dagli appalti pubblici. Abbiamo chiesto all’Ispettorato del lavoro quante sanzioni sono state finora applicate: nessuna risposta. Ora però la partita rischia di giocarsi nelle aule dei tribunali, poiché ogni norma Ue sufficientemente chiara e incondizionata deve trovare applicazione davanti ai giudici nazionali e può essere invocata dai singoli individui. Infatti la direttiva è molto precisa sul fatto che il lavoratore possa
pretendere di conoscere la retribuzione media lorda complessiva di chi fa il suo lavoro o un lavoro di pari valore. In tal caso non varrà la versione annacquata della legge italiana, tant’è che giuslavoristi come Tiziano Treu, Laura Calafà, Maurizio Del Conte, Giampiero Falasca hanno sollevato dubbi di conformità.
Quello che può succedere, in concreto, è che in caso di contenzioso, il giudice potrà rivolgersi alla Corte di giustizia europea per avere un parere, e la Corte se ritiene che il recepimento italiano sia discordante rispetto alla direttiva, può a sua volta far scattare la procedura d’infrazione.
Come si regolano le aziende
Intanto molti dipendenti stanno già chiedendo la retribuzione media dei colleghi, maschi e femmine. Valentina Mosca, responsabile area diversità e inclusione di Mercer, fa un primo bilancio: «In alcune grandi aziende a farsi avanti è stato il 2% dei dipendenti, spesso più uomini che donne, e le multinazionali si stanno attrezzando per rispondere con informazioni che tengono conto della retribuzione fissa in tutte le componenti e non limitandosi ai minimi tabellari, pur escludendo i compensi una tantum. A spingere in questa direzione contribuiscono diversi fattori: l’esigenza di garantire coerenza in tutti i Paesi in cui le multinazionali operano e il tema reputazionale». Tradotto: l’esigenza consiste nella necessità di evitare cause collettive, visto che Paesi come la Francia e la Spagna si stanno adeguando agli standard richiesti.
Cause importanti sulla trasparenza salariale ci sono state in Inghilterra dove Tesco rischia di dover sborsare 4 miliardi di sterline per allineare le retribuzioni delle proprie commesse che guadagnavano meno dei magazzinieri. Una causa collettiva ha costretto Walt Disney a sborsare 48 milioni di dollari. In Italia niente azioni legali, niente richieste di intervento alle consigliere di parità. La questione della disparità retributiva uomini-donne è sempre rimasta sotto il tappeto e lì, per come è stata recepita la direttiva, continuerà a stare. Gli stessi sindacati non si sono particolarmente sbattuti affinché la montagna non sfornasse un topolino. Tirando le somme: le grandi aziende probabilmente si adegueranno a standard di trasparenza più alti, mentre le medio-piccole continueranno a giocare al ribasso.
Ma se si vuole davvero che le donne partecipino di più al mercato del lavoro – e l’Italia ne ha bisogno per produrre più ricchezza e più figli – bisogna cominciare pagandole il giusto.
Milena Gabanelli e Rita Querzè
(da Il corriere.it)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI INTONA IL DE PROFUNDIS PER L’EX TRUCE DEL PAPEETE: “SE VANNACCI SI OFFRISSE DI DIVENTARE UN SOCIO ORGANICO DEL CENTRODESTRA, I LEGHISTI SALVINIANI NON AVREBBERO CHE DA RIPETERE I SUOI SLOGAN, RISCHIANDO UNA SUBALTERNITÀ. SALVINI CONTINUA A DIFENDERE LA SUA LEADERSHIP CON LE NORME DI UNO STATUTO INTERNO COSTRUITO A SUA IMMAGINE. MA QUANDO UNA CRISI FINISCE IN MANO AD AVVOCATI E CODICILLI, VUOL DIRE CHE C’È QUALCUNO DA CAMBIARE”
Il travaglio politico della Lega è notevole. E non solo perché i sondaggi la danno già sorpassata o
vicina a subire il sorpasso di Vannacci. Il malessere di questi ultimi mesi rivela che non s’è realizzata alcuna unione tra gli esponenti del Carroccio nazionale, la cosiddetta “Lega per Salvini premier” e il partito nordista erede di quello di Bossi e Maroni.
Mentre i governatori del Nord e il loro leader Zaia un progetto politico su cui ripiegare ce l’hanno, e magari, sullo schema adoperato in Germania da Cdu e Csu, possono tentare di salvare il salvabile da una crisi che sembra irreversibile, gli esponenti nazionali il progetto di un partito di destra estrema costruito sul tema dell’immigrazione – o della remigrazione, come va di moda adesso – se lo sono fatto portare via da Vannacci e dai transfughi che sono andati con lui.
Se il generale si offrisse di diventare un socio organico del centrodestra, Meloni, pur mettendo a rischio in parte l’elettorato moderato di Fratelli d’Italia […] Ma i leghisti salviniani del centro-Sud non avrebbero che da ripetere i suoi slogan, rischiando una subalternità.
E senza una politica autonoma da portare nel programma del governo, e dopo il fallimento della riforma delle Autonomie, affossata dalla Corte costituzionale e difficilmente recuperabile nello scorcio finale della legislatura, non andrebbero molto lontano.
Resta il problema principale: la leadership di Salvini. La sua guida carismatica e assoluta volge al tramonto non soltanto perché i risultati elettorali l’hanno via via consumata. Il fallimento dell’operazione Vannacci, dopo la scissione del generale e la nascita del suo partito, competitivo a destra, dimostra che l’innesto tentato alle elezioni politiche del 2024 e la successiva nomina dello stesso Vannacci alla vicesegreteria sono stati un trapianto non riuscito.
Salvini continua a difendersi con le norme di uno statuto interno costruito a sua immagine e somiglianza. Ma vale anche per la Lega ciò che più in generale vale per la politica: quando una crisi finisce in mano agli avvocati e ai codicilli, vuol dire che c’è qualcuno e qualcosa da cambiare, non una norma da applicare.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL DOPO SALA NEL CAMPO LARGO CIRCOLANO OTTO NOMI, DA MARIO CALABRESI A PIERFRANCESCO MAJORINO…NEL CENTRODESTRA È ’GNAZIO LA RUSSA CHE VUOLE DARE LE CARTE E IMPORRE MAURIO LUPI, MA LE SORELLE D’ITALIA GIORGIA E ARIANNA MELONI NON SONO D’ACCORDO E RISCHIANO DI ANDARE A SBATTERE
Qualcuno l’ha annunciato pubblicamente oltre sei mesi fa; qualcuno continua a non dirlo esplicitamente, ma che intenda candidarsi lo sanno anche i sassi; altri sono stati scelti nelle stanze romane della politica per dare forma a trame interne ai partiti
e alle coalizioni. Risultato: a circa un anno dalle elezioni amministrative dalle quali uscirà il successore di Beppe Sala, a Milano si moltiplicano i nomi degli aspiranti sindaci di centrodestra e di centrosinistra
La prima a uscire allo scoperto, nel dicembre scorso, è stata la vicesindaca Anna Scavuzzo. Dopo di lei, nel perimetro della coalizione di centrosinistra, che governa Milano da tre lustri, la lista dei potenziali candidati si è allungata, e soprattutto in queste ultime settimane.
Il nome considerato più pesante è quello del giornalista Mario Calabresi, indicato da più parti come quello su cui sarebbero pronti a scommettere i vertici del Pd ambrosiano e lombardo, ma finora non c’è stata alcuna investitura ufficiale, né un’esplicita dichiarazione di intenti da parte sua.
Non esce formalmente allo scoperto neanche Pierfrancesco Majorino, capogruppo dem in consiglio regionale e componente della direzione nazionale del partito di Elly Schlein, che però non nasconde la propria intenzione di sottoporsi al giudizio degli elettori alle primarie, forte anche di alcuni sondaggi incoraggianti.
Gli altri candidati di centrosinistra sono Lorenzo Pacini, assessore targato Pd al Municipio 1 di Milano, Tommaso Goisis, esperto di politiche pubbliche, Emmanuel Conte, assessore al Bilancio e Demanio, nonché pupillo del sindaco Sala, e si vocifera con crescente insistenza di un imminente annuncio anche da parte del collega di giunta Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura.
Infine, circola anche il nome di Carlotta Cossutta, docente universitaria e nipote di Armando, storico dirigente comunista. Tutti parlano di primarie, ma al momento non è chiaro se si terranno effettivamente e il Pd rinvia la discussione a settembre.
Anche nell’altra metà della politica milanese, l’ingorgo di candidature potenziali è cresciuto vistosamente nelle ultime due settimane. La prima autocandidatura, nel gennaio scorso, è stata quella di Antonio Civita, imprenditore capo della catena «Panino giusto», che si è proposto al centrodestra incoraggiato dall’ex sindaco Gabriele Albertini.
Con la regia del presidente del Senato Ignazio La Russa, ha preso corpo la candidatura del leader di Noi moderati Maurizio Lupi, che però appare sgradita a Forza Italia, che insiste per un nome civico. La Lega ha proposto prima l’ex
presidente di Assolombarda, Alessandro Spada, poi la vicesegretaria Silvia Sardone, sostenuta dal piccolo plebiscito interno dei gazebo.
Ma intanto, da operazioni tessute tra Roma e la Lombardia, sono affiorati altri nomi: il presidente dell’Ordine degli avvocati Antonino La Lumia (a sua volta benedetto da La Russa), il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago (di Forza Italia ma sostenuto da una parte di Fratelli d’Italia), l’ex consigliere comunale di Fi Pietro Tatarella, reduce da una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria dalla quale è uscito assolto, l’ex assessore della giunta Moratti Giovanni Terzi e, infine, l’economista Carlo Cottarelli, proposto come nome in grado di creare un polo di centro tra i berlusconiani di Fi e i calendiani di Azione.
Fuori dai due poli, ci sono la lista «Milano libera» creata dall’imprenditore Massimiliano Lisa e l’incognita (per ora) di Futuro nazionale.
(da “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL CHURCHILL DEI PARIOLI DA TEMPO IN PRIMA LINEA CONTRO LA RETE DI DISINFORMAZIONE DEL NETWORK RUSSO: “MI CONSIDERANO UN LORO NEMICO. MA NON SONO PREOCCUPATO, SONO DEI BUFFONI“
«Questo è l’indirizzo del mio ufficio, arrivo intorno alle 9 non scortato: prendervi a pedate nelle
chia…sarebbe di estrema soddisfazione»: il leader di Azione Carlo Calenda sfida apertamente i «propagandisti» del canale Russia Today, che, riferisce il senatore su X, «è pieno di minacce al sottoscritto».
Minacce che non lo turbano: «Personalmente, in questo, così come in altri casi, attribuisco nessuna preoccupazione a questi vigliacchi servi dei russi», scrive il parlamentare.
Calenda è da tempo in prima linea contro la rete di disinformazione del network russo RT (rete televisiva), RT Russia Today – Sitland. Di recente ha preso posizioni molto dure e ha presentato anche un’interrogazione parlamentare (insieme a Marco Lombardo) al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per contestare la presenza e le attività del network russo RT (rete televisiva) a Bologna che aveva organizzato un festival.
Dopo quell’episodio, la Commissione europea ha dovuto contattare le autorità italiane per chiedere di applicare le sanzioni contro RT, sanzioni già in vigore nell’Unione Europea, che vietano la trasmissione e la diffusione dei contenuti dell’emittente del Cremlino. Ma non è servito a «nulla», perché, come riferisce lo stesso senatore, gli appuntamenti sono continuati, e Russia Today ha organizzato un festival di propaganda russa «con D’Orsi, Basile, Lucidi e un collaboratore di Vannacci, tutti propagandisti russi- spiega Calenda- E qualche giorno fa al
Cremlino gli organizzatori hanno presentato i risultati di questa iniziativa. Io ho chiesto di verificare se non ci siano gli estremi per il reato di “intelligenza con il nemico”».
Di qui la «ritorsione»: «Oggi sul canale Telegram di Russia Today hanno iniziato a comparire minacce vere, sotto un post di incitamento scritto in russo (con traduzione): “Prima o poi farà una brutta fine”», aggiunge il leader di Azione.
Calenda ha invano chiesto più volte che i propagandisti e le reti finanziate da Mosca che operano in Italia vengano perseguiti in Russia, criticando aspramente personaggi pubblici – come Alessandro Di Battista e il generale Vannacci – accusati di diffondere la propaganda del Cremlino nel paese. E ora, preoccupato? «No, chiude Calenda- Sono dei buffoni».
(da Il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
LE SPERNACCHIATE CONTRO IL SEGRETARIO PARTONO DAI PIU’ GIOVANI: “SIAMO ALL’ULTIMO BALLO, IL MOJITO È FINITO E PER FORTUNA SI È RIMESSO ALMENO LA MAGLIETTA”… “QUANDO FINISCI OGNI GIORNO NEI MEME VUOL DIRE CHE A LIVELLO DI CREDIBILITÀ QUALCOSA SI È ROTTO”
“Non parlo, men che meno con Repubblica». Ore 15.15, lounge bar del MarePineta Hotel. In costume da bagno e sneaker, scortato dalla fidanzata Francesca Verdini e dal segretario della Lega Romagna Jacopo Morrone, l’umore di Matteo Salvini non sembra quello dei giorni migliori. Il segretario leghista, ministro e vicepremier è appena rientrato nella “sua” Milano Marittima dopo l’intervento a Rimini a ExpoAid, evento nazionale dedicato al mondo della disabilità.
Un pranzo veloce insieme ai collaboratori nel dehor dell’albergo che da venerdì ospita la festa dei Giovani della Lega; poi un po’ di spiaggia, ci sono anche il già vicesegretario Andrea Crippa e Anna Falchi. Chiediamo a Salvini che cosa pensa degli striscioni che un pezzo di base leghista sta appendendo in giro, dal Veneto al sacro pratone di Pontida, per contestarlo. «No, no, no…». Gira le spalle, scivola via.
C’era una volta l’agosto ruggente del Papeete Beach, un quarto d’ora a piedi da qui. Era l’estate 2019. Colto da furore agonistico, dopo i cocktail a petto nudo in consolle tra cubiste e inno di Mameli, il capo della Lega si produsse in uno dei più celebri e rovinosi harakiri politici: il tentativo di fare cadere il Conte 1 e di prendersi i “pieni poteri” si trasformò in un boomerang.
Via al Conte 2 e Lega all’opposizione. E adesso? Ancora qui? «Siamo all’ultimo ballo, il mojito è finito e per fortuna si è rimesso almeno la maglietta», punge uno dei 350 giovani che partecipano a questa kermesse chiamata “NexUS – la generazione che non si arrende”.
È come se il militante, e non è l’unico qui, fosse sulla sponda ad attendere. «Salvini è stato troppo memato, quando finisci ogni giorno nei meme vuol dire che a livello di credibilità qualcosa si è rotto», ragiona Mattia Valgimigli, 29 anni, ex consigliere comunale di Lugo di Romagna.
Gli impietosi sondaggi certificano il sorpasso del “traditore” Vannacci; poi c’è la variante Zaia, e la storia degli striscioni. «Provocazioni di pochi», dice Giuseppe Valditara invitato al panel “giovani e imprenditoria”. E la leadership di Salvini? «È solidissima». E Zaia?. «Non vuole fare il segretario».
Venerdì sera al Pineta il segretario, meno baldanzoso di un tempo, è tornato dietro la consolle. Un po’ di karaoke (gli 883), «abbracciatevi a prescindere, tanti si sono conosciuti qui e hanno fatto famiglie e bambini», dice. Nel video pubblicato da “The Journalai” dei ragazzi intonano «chi non salta è un comunista eh eh». Salvini gesticola come un ultras, va in scia: «E chi non la canta va alla festa de ‘Unità!».
«Osservo tutti con rispetto ma non sono preoccupato», dice Salvini a Rimini. «Mi hanno appena girato un sondaggio dove abbiamo un punto e mezzo su Vannacci. Il mio obbiettivo è la Lega in salute e a doppia cifra e la conferma della squadra di governo». Mostriamo il lancio di agenzia a un leghista della prima ora. Commento: «Cos’altro potrebbe dire?! La diga sta venendo giù, lo sa anche lui».
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
ERA IN UNA FATTORIA AL CONFINE TRA PAVESE ED ALESSANDRINO, LATITANTE DA 18 MESI, GODEVA DI COPERTURE… ORA LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE
È stato arrestato la mattina di sabato 27 giugno dalla Digos di Milano, in collaborazione con la
Direzione centrale della polizia di prevenzione, João Guilherme Correa, brasiliano, esponente di punta del network neonazista Hammerskin Nation. Era ricercato da un anno e mezzo, dopo essere evaso dagli arresti domiciliari il 25 marzo dello scorso anno. Secondo fonti consultate da La Stampa, era arrivato in Italia nell’estate del 2025. Subito dopo l’arresto è stato trasferito nella Questura di Milano per l’identificazione e i primi accertamenti. A breve inizierà la procedura per l’estrazione verso il Brasile.
Poco prima della fuga verso l’Italia Correa era stato condannato a 35 anni di reclusione in via definitiva per un duplice omicidio avvenuto nel 2009 a Curitiba. Insieme ad altri esponenti di Hammerskin uccise un coppia di un’organizzazione avversaria in un agguato, con colpi di arma da fuoco. Dal 2022 era inoltre indagato con l’accusa di essere il leader di una organizzazione sovversiva finalizzata all’odio
razziale. Dallo scorso ottobre era stato emesso dall’Interpol un avviso “red notice”, dove veniva classificato come “pericoloso, violento e a rischio di fuga”.
Il terrorista neonazista è stato individuato dagli investigatori in una fattoria della provincia di Pavia, verso il confine con Alessandria, utilizzata come Country club. Era arrivato qui da Biella, dove qualche mese fa aveva preso in affitto un appartamento. Al momento dell’arresto Correa ha mostrato un documento falso, non brasiliano.
L’ultimo arresto era avvenuto nel novembre 2022, quando la polizia brasiliana fece irruzione durante un riunione di vertice degli Hammerskin, nel sud del Brasile. Durante la perquisizione vennero ritrovati materiali di propaganda razzista, croci uncinate e pubblicazioni naziste. Hammerskin è un’organizzazione internazionale nata dai gruppi suprematisti bianchi statunitensi, presente con diverse reti anche in Italia. A livello internazionale sono legati con Combat18, gruppo eversivo classificato come terrorista in Gran Bretagna ed in altri paesi dell’Unione. In Brasile sono attivi da diversi anni e João Guilherme Correa da diverso tempo era stato indicato come leader dell’organizzazione. La lunga fuga in Italia potrebbe essere stata agevolata dalla stessa rete internazionale, che ha leader e punti di riferimento storici nel nostro paese, soprattutto nel nord Italia. Ogni anno, nel mese di settembre, viene organizzato un concerto che riunisce diverse band spiccatamente neonaziste, dedicato a Ian Stuart Robinson, figura storica del movimento skinheads mondiale. Negli anni passati l’evento si è tenuto tra il Veneto e la Lombardia, con la partecipazione di gruppi provenienti da tutta Europa. Una rete solida su cui João Guilherme Correa poteva contare.
In una nota il deputato di Avs Angelo Bonelli ha ringraziato il capo della polizia Vittorio Pisani per l’arresto: “Si tratta di un risultato importante nella lotta contro il neonazismo internazionale e contro chi alimenta odio, razzismo e violenza. Le organizzazioni neonaziste rappresentano una minaccia per la democrazia e devono essere contrastate con la massima determinazione e attraverso una sempre più stretta cooperazione internazionale”, ha dichiarato il co-portavoce di Europa Verde.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
NEL FILMATO IL MILIARDARIO SI SOTTOPONE A UNA SORTA DI QUIZ SHOW SULLA STORIA DEL NOSTRO PAESE …AURELIO DE LAURENTIIS, CHE L’HA INCONTRATO, L’HA BATTEZZATO COSÌ: “SEMBRA APPARTENERE A UNO DEI MIEI FILM” (SOTTINTESO: UN CINEPANETTONE DEI VANZINA)
Completo blu, camicia celeste, cravatta di un giallo lampante, l’ambasciatore degli Stati Uniti Tilman Fertitta sta in piedi davanti a un tappeto con il simbolo dell’aquila americana. Alla propria destra, la bandiera a stelle e strisce. A sinistra, una blu con il sigillo presidenziale.
Fertitta: «Nelle prossime settimane percorrerò la costa italiana per celebrare il 250° anniversario dell’America», dice riferendosi alla Dichiarazione d’indipendenza degli Usa. Jingle da gioco a premi.
Compare il disegno di un panorama marino con la scritta: «QUIZ TIME», il momento dell’indovinello. Riappare l’ambasciatore: «Prima che vada, la squadra dei miei collaboratori ha voluto sottopormi a una piccola prova. Iniziamo dalla domanda numero uno: “In quale città nacque Cristoforo Colombo?”». Sorriso compiaciuto, poi: «Questa la so: Genova».
Scampanellio. Nuovo cartello: «Correct! Well done», corretto, ben fatto.
Non è satira. È tutto vero. La scena descritta apre il video autoprodotto con il quale Fertitta, miliardario e finanziatore della campagna di Donald Trump, annuncia il viaggio in Italia, attualmente nella fase meridionale, con il suo yacht privato Boardwalk , 117 metri di lunghezza, 5.350 tonnellate di stazza lorda, valore di oltre
450 milioni di dollari. Alla missione l’armatore ha dato la denominazione di Coastal diplomacy , diplomazia costiera.
Proprietario della squadra di pallacanestro Houston Rockets, oltre a catene di ristoranti, alberghi, casinò e reti di scommesse online, Fertitta, mercoledì, sul panfilo attraccato nel Molo San Vincenzo di Napoli ha ricevuto tra gli altri per un cocktail il sindaco Gaetano Manfredi, il presidente della Regione Campania Roberto Fico, il produttore cinematografico e presidente della squadra di calcio della città Aurelio De Laurentiis .
Seconda domanda: «Qual è la più grande isola italiana?» Cartello: «a: Sardegna. b: Sicilia. c: Eolie». Fertitta: «Questa non la posso sbagliare: Sicilia!». Scampanellio. Cartello: « Correct!».
Fertitta, con in mano un foglio con il numero della prossima domanda, il 3: «Più o meno quanto è lunga la costa italiana?» Cartello: «a: The Rockies, b: Un viaggio da New York a Los Angeles, c: il Nilo».
Fertitta, allargando le braccia: «Perché questa domanda così difficile? Le Montagne Rocciose?». Suono di disturbo. Cartello: « Incorrect . La risposta giusta è: circa 7.900 chilometri».
Il video naturalmente non può raccontare tutto sul miliardario in crociera. «Sembra quasi appartenere a uno dei miei film», ha detto De Laurentiis sul padrone di barca, senza specificare se dei Vanzina. «Però è simpatico», ha aggiunto
Ognuno lavora da remoto a modo suo. Fertitta preferisce spesso lo yacht dei cantieri tedeschi Lurssen all’ufficio dell’ambasciata a Roma, in via Veneto, o alla residenza di Villa Taverna.
In stile simile a un albergo di lusso di Las Vegas, la nave dispone di due piattaforme per far atterrare il suo elicottero o quelli di visitatori. Due piscine. Palestra. Un’infinità di schermi tv. Equipaggio, fino a 48 persone per un totale di sette cabine riservate a 14 ospiti in tutto. Alto 35 metri, il panfilo ha almeno cinque piani. Ascensore in vetro.
Una scala curvilinea in marmo e metallo. Sul piano più alto, poltrone all’aperto disposte a belvedere. Più in basso, un piano dal pavimento trasparente. L’armatore si prefigge tappe in 13 Regioni, non esclude puntate in Maghreb e nel versante balcanico dell’Adriatico. Per oggi lo scalo previsto è a Vibo Valentia.
«Sono entusiasta di visitare Cefalù dove la mia famiglia ha radici che risalgono al 1800», dice Fertitta vantando la discendenza italiana come un titolo nobiliare.
Tra le tappe in programma, Venezia. Centri sociali locali sono pronti a proteste. L’ambasciatore-armatore: «Perché non dovrei andare a Venezia? Per qualche dimostrante? Le persone hanno il diritto di protestare. Per favore non tiratemi nulla addosso… ma protestare è diritto di tutti». Così è uno dei versanti marini dell’era Trump. Lontano da Hormuz.
(da Il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
TAJANI E SALVINI SONO CONVINTI CHE TORNARE ALLE PREFERENZE GONFIEREBBE SOLO IL CONSENSO DEI FRATELLINI D’ITALIA – DAL 7 LUGLIO ALLA CAMERA SI DISCUTERANNO GLI EMENDAMENTI E IL MELONIANO DONZELLI HA ASSICURATO CHE “FDI PRESENTERÀ LA SUA PROPOSTA”. MA ORA IL PARTITO DELLA PREMIER NON ESCLUDE LA MARCIA INDIETRO
La trattativa dentro il centrodestra per introdurre le preferenze nella nuova legge elettorale con
un emendamento unitario va avanti ai più alti livelli: la massima e più recente «offerta» presentata da Fratelli d’Italia agli alleati — Lega e Forza Italia, contrarissimi — è di prevederle ma tenendo bloccati il capolista e il secondo nome (o perfino il terzo).
Una concessione significativa ma che potrebbe non bastare: «Allo stato un’intesa è poco probabile», confidano concordi da FdI, Lega e FI. Archiviata la discussione generale dello Stabilicum, con il testo che non prevede le preferenze, dal 7 luglio si discuteranno gli emendamenti.
Sulle preferenze, nel corso della settimana, però, si è passati da «sicuramente FdI presenterà la sua proposta», pronunciato da Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito, a un più prudente «sulle preferenze stiamo provando a immaginare soluzioni innovative per un emendamento unitario del centrodestra», riferito da Galeazzo Bignami, capogruppo meloniano.
La soluzione innovativa sul tavolo sarebbe appunto quella di bloccare non solo i capilista ma tutta la testa dell’elenco. Obiettivo? Preservare la scelta dei segretari (vitale per partiti le cui leadership attraversano fasi travagliate, come Lega e FI) anche laddove scatti più di un seggio e, soprattutto, in caso di pluricandidature. I candidati da garantire vengono presentati infatti in più collegi ma scattano in uno di essi.
Con il solo capolista bloccato, la rinuncia apre la strada a chi raccoglie più preferenze, che spesso non coincide con un fedelissimo. La mano tesa da FdI, però, non basterebbe a Tajani e Salvini, convinti che comunque tornare alle preferenze gonfierebbe il consenso degli alleati. Così il partito della premier ora non esclude la marcia indietro
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
PIU’ ALBERI, MENO ASFALTO, NUOVI MODI DI VIVERE GLI SPAZI URBANI
Le città dovranno cambiare per sopravvivere alle ondate di calore sempre più frequenti e intense. Più alberi, meno asfalto, strade depavimentate, edifici progettati per raffrescarsi naturalmente e un diverso modo di vivere gli spazi urbani. Il caldo estremo che ha investito tutta l’Europa non è un’anomalia destinata a passare senza
interventi importanti. “Soltanto gli stolti negano che ci sia una crisi climatica diversa da tutte le altre, molto più accelerata”, dice a Fanpage.it il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi. Oltre che causare disagi, il caldo estremo sta mietendo vittime, soprattutto in Spagna, e le città, per come sono costruite, sono gli spazi più problematici per affrontare queste temperature. “Si può fare qualcosa, ma poco. Avremmo dovuto pensarci anche prima, perché in passato sapevamo costruire meglio”, aggiunge Tozzi. “Mura più spesse, vegetazione sulle case e nelle strade. Il modo di costruire di una volta permetteva alle abitazioni di essere meno dipendenti dal raffrescamento artificiale”. Oggi una delle risposte più efficaci può essere tornare a investire sul verde urbano anche verticale. “I rampicanti caduchi, come la vite americana, d’estate possono ridurre il bisogno del condizionatore anche del 40%. E poi ci sono gli alberi, quelli grandi, che rispetto all’asfalto di un parcheggio possono abbassare la temperatura anche di una ventina di gradi”.
Meno asfalto e più terra
Le città, ricorda Tozzi, sono già oggi mediamente più calde di quattro o cinque gradi rispetto alle campagne circostanti a causa del cosiddetto effetto “isola di calore urbana”. Le principali responsabilità sono dell’asfalto, del cemento e delle emissioni prodotte da traffico e climatizzatori. Per questo una delle strategie che si sta diffondendo soprattutto nel Nord Europa è il cosiddetto de-paving, ovvero la rimozione dell’asfalto per restituire spazio al terreno naturale. “Si stanno togliendo vecchi manti di asfalto per lasciare la terra battuta, la ghiaia o altre superfici permeabili. Oltre a far infiltrare l’acqua, queste superfici assorbono molto meno calore”, spiega.
Con le temperature cambieranno anche le nostre abitudini
Con l’aumento delle temperature sarà inevitabile modificare anche il modo di vivere la città. “Eppure una volta eravamo abituati alla controra: nelle ore centrali non si usciva, i negozi restavano aperti fino alle dieci o alle undici di sera e gran parte delle attività si svolgevano al mattino presto o nel tardo pomeriggio”, aggiunge il geologo. “Muoversi a piedi lungo strade completamente asfaltate o cementificate diventerà sempre più difficile nelle ore più calde”. Un cambiamento che, osserva,
sarà particolarmente evidente in Paesi come l’Italia, meno abituati rispetto ad altre aree del mondo a convivere con temperature estreme.
Recuperare ciò che sapevamo fare
Per Tozzi, molte delle soluzioni esistono già e arrivano proprio dal passato. “In passato si costruiva con mura spesse perché accumulassero calore d’inverno e mantenessero fresche le abitazioni d’estate. Si facevano finestre piccole a nord e grandi a sud, si utilizzava molto il verde urbano e la vegetazione intorno alle case. Sono tutte cose che possiamo ancora fare”. Lo stesso principio ispira oggi le cosiddette case passive e alcuni progetti di architettura tradizionale recuperati in diversi Paesi del mondo. “Ci sono architetti che stanno recuperando queste conoscenze. In Thailandia, ad esempio, vengono costruite abitazioni ispirate alle case tradizionali, con una circolazione naturale dell’aria che riduce il bisogno di raffrescamento artificiale”.
Vivere fuori città, se i collegamenti funzionano
Per Tozzi, però, il caldo potrebbe incidere anche sulle scelte abitative. Pur ricordando che la tendenza globale resta quella della concentrazione della popolazione nelle aree urbane, non esclude che sempre più persone possano scegliere di vivere nei centri limitrofi alle grandi città, a patto che siano ben collegati. “La tendenza è sempre quella di spostarsi nelle città, ma le città stanno diventando meno vivibili”, osserva. “Chi può cerca magari di vivere nella campagna vicina o nei centri satellite, purché siano ben collegati e abbiano tutti i servizi”. Una prospettiva che, secondo il geologo, potrebbe essere favorita da investimenti nella mobilità. “Ritirarsi nei comuni vicini, specie se hanno una loro identità storica, potrebbe essere una soluzione. Oggi però gli scarsi collegamenti scoraggiano questa scelta, mentre andrebbe incentivata”.
Più persone nelle città, ma devono diventare vivibili
Nonostante il caldo crescente, la popolazione continuerà a concentrarsi nei centri urbani. “Oggi più del 50% della popolazione mondiale vive già nelle città e si stima che nei prossimi vent’anni si arriverà al 70%”, ricorda Tozzi. Per questo la sfida non sarà abbandonare le città, ma renderle più resilienti. “Una delle risposte più efficaci è creare continuità tra i grandi parchi e il tessuto urbano. Se il verde entra davvero dentro la città, questa diventa più vivibile”. Roma, osserva, possiede già alcune
caratteristiche favorevoli. “Dove ci sono acqua e vegetazione le temperature sono oggettivamente più basse”. Il punto, conclude, è continuare a investire in questa direzione, perché adattare le città al nuovo clima non sarà più una scelta, ma una necessità.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »