BARBIE DEL PD UN CAZ*O. IL REPORTAGE DELLO SCRITTORE GIANNI MIRAGLIA ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI SILVIA SALIS A MILANO
“PER ENTRARE NEL SUBCONSCIO DELLA FUTURA LEADER CHE PARTECIPA PER VINCERE”… “UN ANIMALE DA COMBATTIMENTO CHE HA IMPARATO AD AMMANSIRSI ATTRAVERSO LA CONSAPEVOLEZZA”… “SI CAPISCE CHE NON E’ UNA NATA NEI SALOTTI, USA LA DIALETTICA COME UN PROGRAMMA, LONTANA DAGLI SLOGAN”… “HA UN INNEGABILE CARISMA DI CHI HA MASTICATO POLVERE E FATICA. E UN PAESE STANCO DI LEADER SENZA BIOGRAFIA QUESTA QUALITA’LA RICONOSCE ALL’ISTANTE”… LA VERA ALTERNATIVA A GIORGIA MELONI E’ LEI
Mi si nota di più se applaudo o se non applaudo? Scelgo di rimanere immobile a osservarla.
Qui, alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, si consuma uno dei gesti ritmici e collettivi più antichi dell’umanità. Già nella Preistoria si battevano le mani per invocare entità superiori. Plaudite cives! urlavano gli attori nella Roma antica. E oggi la vincitrice è Silvia Salis, intenta a presentare se stessa e il suo nuovo libro, È già domani (Feltrinelli, 2026).
Mentre argomenta, scruta la folla. Radunare la Milano del sabato alle sei di sera non è banale, specie mentre nell’altro store Feltrinelli, i manifestanti hanno fatto irruzione: chissà se hanno rovesciato per terra le opere di Vespa, Gramellini, Cazzullo.
Ma questo è un mondo che concede visione agli eletti, fin da quando siamo diventati creature stanziali. Prima di cominciare la libraia di catena si posiziona in mezzo alla calca: gestualità di hostess stressata che vedi nei low-cost. Ci avvisa che dopo la prestazione, Silvia Salis risponderà alle interviste e quindi per il firma copie mettersi in fila, in silenzio. Il pubblico intanto continua ad accorrere: molte teste calve, uomini e donne tra i quaranta e i sessant’anni.
Silvia Salis risponde agli oculati quesiti del direttore del Corriere, Luciano Fontana. Continuo a non applaudire: voglio che la mia presenza venga registrata dal subconscio della futura leader, che ogni tanto scruta nella mia direzione. Voglio essere l’anomalia della sala, il leader mancato che viene a studiare la predestinata. Dopotutto ho una prelazione: sono un suo concittadino. Gli applausi si fanno sempre più fragorosi. Questa è l’epoca in cui il pubblico vuole trasfigurare la propria invisibilità, diventare parte dell’evento, come succedeva nei dischi live dove la band ti avvisava che il tuo urlo sarebbe rimasto inciso per sempre.
Resto immobile, mi rifaccio visivamente a Travis Bickle di Taxi Driver al comizio.
Osservo la prossemica della futura leader e ascolto. Vuole apparire nuova, e ci riesce fin troppo bene. Maneggia retoriche capaci di non impantanarla nelle solite paludi del PD: le correnti, le primarie, le alleanze. Mette in mostra un puro potenziale di leadership.
Per capire da dove viene basta scorrere i suoi primi reel di più di dieci anni fa: mentre chiudeva un full squat da 190 chili, ancora atleta nel lancio del martello, un mito che oggi non alimenta più di tanto perché conta solo il presente. Anzi, ci tiene a ripetere di non essere stata una vera campionessa: quando chiunque di noi, dopo due Olimpiadi e i Mondiali, si vanterebbe all’infinito. Poi però, qualche post più in là, spunta il tatuaggio con i cinque cerchi. Chi intervista un personaggio in ascesa dovrebbe fare questo lavoro di scavo nella cronologia, ma il Dottor Fontana non sta certo sveglio la notte a scrollare le vite altrui.
Resto immobile di fronte all’eloquio fluido, alla voce diaframmatica, alle pause mirate e all’unico gesto compulsivo che le sfugge: si tira su le maniche ogni due minuti. Un animale da combattimento che ha imparato ad ammansirsi attraverso la dizione, la compostezza e la consapevolezza.
Della ciacola ligure di qualche anno fa, quella che ti imprigiona nel macchiettismo alla Beppe Grillo, al tonno Insuperabile o a Paolo Villaggio, non c’è più traccia. Io l’ho persa in trent’anni di regime meneghino; lei l’ha piallata senza smarrire Genova, probabilmente con un corso intensivo di public speaking consigliato dal compagno, che di cinema vive.
È il segnale di un’ambizione dichiarata con orgogliosa naturalezza, senza ipocrisie. Il grande tabù da gettare in pasto ai duri e puri di certo stereotipo della sinistra: cita De Coubertin per dire che in politica non si partecipa, si vince; un secondo dopo rispolvera la parodia di Bertinotti fatta da Guzzanti sulla perenne vocazione scissionaria.
In un’ora di dibattito non nomina mai un avversario diretto. Ne indica solo la carica, ripetendo che conta il rispetto e che trova avvilente essere stata etichettata come la Barbie del PD, ma nel dirlo affonda il colpo: in tre mesi, senza che nessuno la conoscesse, la cosiddetta Barbie è diventata sindaca di una città di mezzo milione di abitanti.
Cosa sento di lei, a pelle, a 30 metri di distanza? Che Silvia Salis resta un’agonista, una creatura che non manda giù la sconfitta. È questo l’elemento più interessante nella noia del dibattito politico ordinario. Lei ha capito che in quei ruoli devi apparire, senza mediazioni. Dall’altra parte avrà a che fare con colei che con la mistica della underdog si è presa le viscere del paese. Non a caso, Silvia Salis ricorda di non essere nata nei salotti, ma in un campo di atletica, a Villa Gentile, tra il tartan delle piste e la sabbia umida dei salti, dove il suo compianto padre faceva il custode e apriva i cancelli ogni mattina.
Racconta di quando, neopatentata, rimase senza benzina e lui la raggiunse a piedi con una tanica, ricordandole che «sei la figlia di un operaio, non puoi permetterti di essere una cretina».
Scattano altri applausi scroscianti, stavolta soprattutto dal pubblico femminile. Salis usa una dialettica che suona come un programma, non come uno slogan.
Nel suo understatement mirato investe sul suo innegabile carisma: l’aura di chi ha masticato polvere e fatica, e sa quanto costa ogni singolo centimetro conquistato. E ci tiene a dimostrare che quella dote nasce dal suo vissuto, prima che dalle linee di partito. E un Paese stanco di leader privi di biografia questa attitudine la riconosce all’istante. Decidono le viscere, prima ancora delle ideologie. Alla fine applaudo anch’io, per ultimo. Solo per vedere se se ne accorge.
(da NowMag)
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