Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
“ANCHE IL PD SI FACCIA CARICO DEL GOVERNO, PRESIDENTE DELLE CAMERE DI GARANZIA, NON A CHI HA VINTO”
Presidente Berlusconi, rispondendo all’appello di Mattarella, che ha chiesto di mettere al centro
«l’interesse del Paese», lei ha detto che intende fare il possibile, «con la collaborazione di tutti» per uscire dallo stallo. In quel «tutti» chi intendeva, anche il Pd?
«Intendo esattamente quello che ho detto. Gli italiani hanno deciso di dare una maggioranza al centro-destra, ma anche di non assegnare ad alcun partito o coalizione la forza di governare da sola. Ciò significa due cose: che il centro-destra ha il diritto ma soprattutto il dovere di guidare il prossimo governo, e che nessuno, fra chi ha ottenuto un consenso importante dagli elettori, può pensare di non farsi carico della necessità che il Paese sia governato. I problemi dei quali tutti abbiamo parlato in campagna elettorale, la povertà , la disoccupazione fra i giovani, le difficili condizioni del sud, il pericolo sicurezza, l’emergenza immigrazione sono urgenze drammatiche, non solo temi da campagna elettorale».
Salvini si rivolge, più che alle forze politiche in quanto tali, ai “singoli” parlamentari chiedendo di convergere sul suo nome. È un approccio realistico?
«Credo che in questa fase tocchi a Salvini scegliere la strada che ritiene più opportuna. Noi lo sosterremo lealmente. Certo, è evidente che se intere forze politiche dimostreranno disponibilità e responsabilità , si potrà andare verso una soluzione più stabile».
Forza Italia proverà a cercare delle convergenze o lascerà condurre le trattative al candidato premier della coalizione?
«Una cosa non esclude l’altra, ma sempre nello spirito di una collaborazione leale».
Se Salvini non dovesse trovare i voti, sarebbe legittimo tentare comunque di dare un governo al Paese prima di tornare al voto?
«Preferisco non prendere in considerazione ora questa ipotesi, perchè le subordinate indeboliscono la principale, e comunque richiederebbero l’accordo di tutta la coalizione di centro-destra. Ma io credo che responsabilità significhi prendere atto del fatto che Salvini è il leader del partito più votato all’interno della coalizione più votata. Significa anche la consapevolezza del fatto che nuove elezioni sarebbero allo stesso tempo un pessimo segnale per la democrazia e una strada probabilmente non risolutiva. Meglio, molto meglio perdere qualche settimana per un buon governo, se possibile, che mesi in una nuova campagna elettorale».
Lei in campagna elettorale ha parlato spesso del rischio che avrebbe corso il Paese affidandosi ai grillini. Pensa sia possibile un governo Lega-M5S?
«Lo escludo nel modo più assoluto. Mi fido di Salvini sul piano della lealtà e su quello dell’intelligenza politica. Non vedo come una forza della nostra coalizione possa immaginare di collaborare al governo con i Cinque Stelle. Escludo che la Lega possa fare una scelta così in contrasto con i suoi stessi elettori».
Un mese fa lei disse che se non ci fosse stata una maggioranza chiara l’unica sarebbe stata «andare al voto con il governo Gentiloni, magari facendo una legge elettorale migliore». È ancora di questo avviso?
«Il fatto è che non vedo alcuna possibilità , con questi numeri parlamentari e con questa situazione nel Paese, di fare una legge elettorale migliore. Voglio essere ancora più esplicito: non considero migliore una legge elettorale che consegni il governo del Paese a una minoranza, qualunque essa sia. Il voto ha detto con chiarezza che oggi una maggioranza politica fra gli elettori non c’è. Non può essere la legge elettorale a crearla, a meno di non voler ancora aggravare il distacco fra i cittadini e la classe dirigente del Paese».
Quindi non sarebbe disponibile ad accettare un premio di maggioranza oppure il doppio turno?
«Ci sono due modelli, in Europa, nei quali si è conseguita la governabilità pur con numeri elettorali difficili. In Francia il presidente Macron — con un sistema maggioritario a doppio turno – è stato eletto pur essendo il candidato preferito da meno del 25% dei francesi andati al voto. In Germania la signora Merkel sta varando un governo costituito da forze politiche che alle elezioni hanno ottenuto il voto del 53% dei tedeschi. Nessuno dei due metodi è applicabile alla situazione italiana, ma fra i due considero quello tedesco certamente più coerente con la mia idea di democrazia».
Avete poi deciso se andare tutti insieme alle consultazioni?
«L’indicazione che vogliamo dare è univoca. Dipenderà dal presidente Mattarella decidere come dovranno avvenire gli incontri».
Intanto la prima cosa da risolvere sarà la questione delle presidenze di Camera e Senato. Forza Italia ne chiede una?
«Anche su questa materia il risultato elettorale non consente alcun automatismo. Le presidenze delle due Camere, soprattutto in una situazione complessa come questa, devono essere figure di alto profilo istituzionale e di garanzia per tutti. Non si può ridurre la questione a delle caselle da riempire nell’ambito di un equilibrio politico complessivo. Naturalmente Forza Italia è in grado di esprimere figure perfettamente adeguate a questi ruoli. Il tema non è porre noi una candidatura: il centro-destra dovrà fare una riflessione complessiva al proprio interno, e per proporre unitariamente una soluzione di alto livello».
Quale futuro per il centro-destra? Visti i risultati pensa anche lei, come Toti, che la strada del partito unico sia inevitabile?
«Il nostro futuro si chiama semplicemente Forza Italia. Il nostro è un grande partito liberale, quindi tutte le opinioni sono legittime. Però, proprio perchè siamo una grande forza liberale, parte integrante della grande famiglia del Ppe, il nostro avvenire rimane ben distinto da quello dei leghisti che sono certo alleati leali, ma che hanno una storia diversa dalla nostra, un linguaggio diverso dal nostro, valori diversi dai nostri. Aggiungo che in questa campagna elettorale Forza Italia è stata fortemente penalizzata dalla non candidabilità del suo leader. Ma io continuo a pensare che – come in tutto il mondo – il futuro sarà dei liberali, dei cattolici, dei moderati».
(da “La Stampa”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
E NEL VIDEO MESSAGGIO IL CAVALIERE SI GUARDA BENE DALL’INDICARLO COME PREMIER DESIGNATO DAL CENTRODESTRA
Il paradosso è quello di una vittoria per non andare al governo. 
È nel corso del vertice di Arcore che viene letta così la strategia di Matteo Salvini: “Matteo non vuole fare il governo, altrimenti non si impunterebbe sull’incarico. Lui spera che Cinque stelle e Pd riescano a fare la maggioranza per fare il leader dell’opposizione e divorare il centrodestra”. Perchè i numeri sono numeri.
Al centrodestra mancano più di quaranta deputati e più di una ventina di senatori per avere una maggioranza.
Ed è chiaro che per “allargare” non basta lo “scouting”, ma serve la politica, con le sue grandi manovre e la capacità di tessere accordi.
Attorno al tavolo c’è tutto lo stato maggiore di Forza Italia a villa San Martino, capigruppo, fedelissimi, anche Gianni Letta e Antonio Tajani.
Nel corso del brainstorming, domanda Silvio Berlusconi: “E se rompessi con Salvini?”. Qualcuno risponde: “Non ci capirebbero e non ci seguirebbero i nostri”.
È il paradosso di una vittoria che toglie, per ora, margini di manovra. E che consegna un canovaccio obbligato al Cavaliere costretto a farsi concavo e attendista.
Perchè Salvini pretende di essere indicato come premier, nelle consultazioni, onorando il patto sottoscritto in campagna elettorale. In parecchi hanno notato anche molto come si sia “istituzionalizzato”, nella postura e nella comunicazione, finita la campagna elettorale. E non è un caso neanche che questa settimana — per uno come lui è una notizia — ha ridotto le uscite pubbliche e non andrà in tv, perchè un premier in pectore, finita la campagana elettorale, concede interviste solo se ha qualcosa da dire.
Ecco. Berlusconi, che pure vorrebbe percorrere altre strade, non può dire di no perchè “non possiamo spaccare il centrodestra”.
È per questo che, almeno per ora, ha accettato l’idea di una “delegazione comune al Quirinale” dei tre partiti del centrodestra per andare alle consultazioni. Solo una delegazione, non un gruppo parlamentare unico evidentemente, ma comunque un segnale fortemente unitario. Per percorrere altre strade, in assenza di forza, ci vuole tempo perchè solo il tempo può far maturare novità .
L’auspicio dell’alleato, in questo centrodestra che resta separato in caso, è un incubo per Berlusconi che in governo Pd-Cinque stelle vede il male assoluto, politico e aziendale perchè nel programma ci sarebbe, senza dubbio il conflitto di interesse.
Ed è per questo che, in un videomessaggio, il Cavaliere non dice esplicitamente “sì a Salvini premier”: rivendica l’incarico al centrodestra senza però indicare il nome, esprime fiducia nel capo dello Stato e nella sua saggezza, assicura “risposte positive”. Tradotto, prende tempo, nella consapevolezza che magari siamo anche entrati nella Terza Repubblica ma che le regole di questo passaggio assomigliano tante a quelle della prima.
E se le larghe intese sono franate nelle urne, la soluzione, semmai ci sarà , sarà il frutto di lunghe attese.
Attese innanzitutto per quel che accade nel Pd. Le dimissioni “post-datate” non hanno tolto di mezzo Renzi che, almeno così pare, resterà segretario per tutta la durata delle consultazioni. E finchè c’è Renzi c’è speranza perchè non accetterà mai un’intesa coi Cinque Stelle.
Mentre con un candidato più moderato di Salvini a Palazzo Chigi magari si potrebbe riaprire un’interlocuzione. Qualche telefonata di sondaggio informale c’è stata, in questa fase in cui tutti si muovono al buio, anche sul Colle più alto dove ancora una schema non c’è. E deve aver capito qualcosa anche Salvini che alla sinistra si è rivolto alla sinistra non per “allargare”, costruendo un nuovo schema, ma di fatto con un prendere o lasciare: “Chi vuole sostenere questo programma lo accettiamo. Ma non faremo accordi partitici”.
È complicato, per ora, chiedere a Salvini di rinunciare a essere proposto a favore di un candidato che abbia più numeri in Parlamento, perchè questa figura al momento non c’è. E qualora ci fosse non è detto che Salvini la sosterrebbe, anzi.
È una situazione vissuta da Berlusconi come una trappola che limita il gioco e la fantasia politica. E alimenta una certa insoddisfazione complessiva che, come sempre, lo porta a cercare capri espiatori di una campagna che non ha funzionato, visti i risultati.
L’ultima idea è di affidare l’organizzazione ad Adriano Galliani, l’amministratore delegato del Milan, appena approdato a palazzo Madama col mandato di “rilanciare” Forza Italia. Chissà . È un grande classico della casa promettere le rivoluzioni, a caldo, per poi lasciare le cose come stanno, smaltiti i fumi della sconfitta.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE NON VEDE UN’ALLEANZA M5S-PD: “CI CONSEGNEREBBERO IL PAESE IN UN PIATTO D’ARGENTO”
Sorpreso, amareggiato, deluso.
Non si aspettava Silvio Berlusconi il clamoroso sorpasso della Lega sul suo partito, convinto che la sua ennesima discesa in campo in prima persona avrebbe fatto la differenza, nonostante l’incandidabilità , l’età e un partito da troppo abbandonato a se stesso.
Ad Arcore, prima a pranzo con la famiglia, con Confalonieri e Galliani, poi parlando con i fedelissimi, il leader dà voce allo scoramento per il risicato risultato di FI che agita fortemente il partito («Mi avevano assicurato saremmo arrivati almeno al 16%»), per il boom dei M5S («Una sciagura per il Paese») e per quel primato passato a Salvini: «Lo so che ogni voto alla Lega è stato tolto al M5S, ma adesso dove andiamo, dove?».
Conclusione obbligata
Non significa che FI – pur se in tanti si dicono arrabbiati e pronti ad inaugurare «una fase nuova» – si chiami fuori. Nè che lo stesso ex premier deponga le armi.
Anche perchè nel pranzo di famiglia si è ragionato con preoccupazione sul calo in Borsa delle aziende di famiglia (-5,53% Mediaset, -4,56% Mondadori), e non si può lasciare che la situazione precipiti.
Dopo una mattinata nera, in serata lo descrivono quindi già allo studio di tutte le possibili soluzioni in campo.
E questo dopo aver incontrato ad ora di pranzo proprio Salvini ad Arcore. Un colloquio a due descritto come proficuo, dalla conclusione obbligata: è necessario blindare il centrodestra e «ottimizzare il nostro 37,5%», anche cercando voti in ordine sparso in Parlamento per allargare il vantaggio sul M5S.
Nessuna divisione insomma, ma la rivendicazione di una vittoria, seppure relativa.
E l’assicurazione data da Berlusconi a Salvini che il suo sostegno a una eventuale premiership non verrà meno «come da patti».
Nessun accenno a Salvini premier
Berlusconi però tiene anche altre porte aperte. Lo si evince anche dalla nota ufficiale di FI in cui, dopo aver spiegato che il risultato negativo è dovuto «allo svantaggio» dell’incandidabilità e aver rivendicato comunque «l’apporto numerico determinante» al risultato, si annuncia la volontà di «rafforzare la coalizione che dovrà ottenere il mandato di comandare».
Nessun accenno all’indicazione di Salvini premier, ma i suoi spiegano che non si poteva farlo: senza la maggioranza assoluta, sarebbe sembrata una indebita pressione su Mattarella alla cui «saggezza – dice Antonio Tajani – ci affidiamo tutti, perchè dia al Paese un governo stabile, cosa di cui l’Italia ha bisogno».
Ma la mancata incoronazione significa anche che per Berlusconi non esiste l’ipotesi «o Salvini o niente»: partiremo «da lui», è il ragionamento che fa con i consiglieri, ma ogni altra strada «dovrà essere esaminata».
Escludendo allo stato un patto col Pd e guardando con incredulità a una possibile alleanza M5S-Pd: «Ci regalerebbero il Paese su un piatto d’argento».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 5th, 2018 Riccardo Fucile
“A SALVINI NON IMPORTA NULLA DEL GOVERNO, UN MANDATO DA MATTARELLA GLI SERVIREBBE SOLO PER LA VISIBILITA’ DI CERTIFICARE LA SUA LEADERSHIP NEL CENTRODESTRA”… BERLUSCONI: “PER ORA NON CI SONO LE CONDIZIONI PER ROMPERE”
Andate a parlare con Gianni Letta, contrario sin dall’inizio all’accettazione della legge
elettorale perchè avrebbe messo in atto una dinamica mortale: la “salvinizzazione” di Forza Italia.
Novella Cassandra, allora allontanata dai tavoli negoziali per la prima volta, in questo dopo-voto ha espresso il suo disappunto a più di un interlocutore.
E non è caso che un suo influente amico, Luigi Bisignani questo malcontento lo ha affidato a un’intervista a Lettera43: “Berlusconi si è lasciato convincere da consiglieri inesperti a rimanere schiacciato sulla Lega. Eppure era stato avvertito autorevolmente”.
Ecco, Berlusconi è schiacciato perchè non ha ascoltato l’autorevole consiglio del principe della sua diplomazia affidandosi a meno nobili pareri di chi, per inesperienza o calcolo, si è buttato nelle braccia di Salvini.
E il ribaltamento epocale dei rapporti di forza, in questo contesto, ne annulla margini di manovra. A questo punto, non c’è alternativa al rispetto dei patti sottoscritti in campagna elettorale: chi arriva prima, esprime il candidato.
È questo che si sono detti Berlusconi e Salvini nel breve colloquio di Arcore. Colloquio ad alto impatto simbolico, nel day after del voto, che comunica un senso di unità e compattezza del centrodestra in vista di una fase di incertezza di qui alle consultazioni.
La via per Berlusconi è obbligata e, almeno per ora, le condizioni per “rompere” e tentare un altro schema non ci sono adesso che nelle urne sono stati travolti gli interpreti dell’establishment e, con essi, le larghe intese.
Anche se la sconfitta brucia ad Arcore, perchè per la prima volta davvero le urne hanno certificato il tempo che passa.
È davvero storica e l’anziano leader per primo ha capito che consegna alla storia il centrodestra per come lo ha concepito e interpretato. Il realismo però impone di stare al gioco, nella consapevolezza che è nelle mani del vincitore perchè “non possiamo permetterci di spaccare il centrodestra”.
Ecco la trappola. Se Salvini, come sembra, pretenderà di essere indicato come premier Berlusconi gli ha assicurato che non dirà di no al Quirinale, quando sarà , pur nella consapevolezza che trappola alimenta trappola.
Perchè il suo incarico non è in grado di “allargare” la maggioranza e dunque di far nascere un governo.
C’è poco da fare: con questi numeri non è questione di qualche responsabile, occorrerebbe un’interlocuzione, se non un accordo, con un’altra forza politica. Occorrerebbe, ad esempio, che Salvini indicasse un nome terzo magari per tentare di esplorare la via di un dialogo col Pd, tipo “governo delle astensioni”, provarci almeno per allargare.
Invece il leader della Lega dà l’impressione di voler stringere, con l’obiettivo di continuare la sua battaglia per l’egemonia del centrodestra.
L’impressione dei big azzurri, per nulla sbagliata, è che in verità la partita di Salvini sia questa: “Non gli importa nulla del governo. Si vuole giocare la carta di un mandato, massimizzando la sua visibilità e il suo ruolo di leader, ma vuole stare all’opposizione di un accrocco fatto da Di Maio e altri, per poi sfidarlo al prossimo giro da leader incontrastato del centrodestra. Centrodestra che nel frattempo si è sbranato”.
E torniamo alla “salvinizzazione”, spettro che agita i sonni di Gianni Letta.
Che, a più di un interlocutore, in queste ore ha ripetuto il suo “mai” a un governo col leader della Lega.
Voce sempre più isolata perchè i primi a voler cadere consapevolmente tra le sue braccia sono i più vicini al Cavaliere: l’avvocato Niccolò Ghedini, ad esempio, ma più in generale il partito del Nord, consapevole che non può stare fuori dal ricambio politico-generazionale che si è aperto nel centrodestra.
È un processo nuovo e rilevante se addirittura l’ex capogruppo Renato Brunetta ha proposto delegazioni comuni al Quirinale per gestire le consultazioni, finora terreno esclusivo della diplomazia lettiana.
Sulle spoglie di Forza Italia è già in atto una dinamica di contesa.
Il nome di Antonio Tajani è scomparso nella lunga notte elettorale, assieme all’illusione di una guida “moderata” nella coalizione.
Ed è ovvio che Salvini, proprio oggi si è affrettato a precisare che mai e poi mai sosterrà un governo Di Maio, perchè il suo orizzonte politico è la guida del centrodestra. E un accordo con i Cinque Stelle comprometterebbe l’esito dell’Opa lanciata.
La salvinizzazione del centrodestra che fu berlusconiano è prospettiva più allettante rispetto ad essere lo junior partner di Luigi Di Maio.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
TRITON HA EFFETTUATO SOLO IL 27,4% DEI SALVATAGGI, IL 72,6% SONO STATI FATTI AL DI FUORI DI TRITON, SEGUENDO LA CONVENZIONE ONU CHE IMPONE DI PRESTARE SOCCORSO IN MARE E RAGGIUNGERE IL PORTO SICURO PIU’ VICINO… QUINDI E’ UNA POLEMICA SUL NULLA, COME SEMPRE
Sui soccorsi dei migranti in mare naufragano i conti di Silvio Berlusconi. 
Durante la puntata del 25 febbraio di Quinta Colonna, il leader di Forza Italia ha detto al giornalista Paolo Del Debbio: «Il governo Renzi, per ottenere dall’Europa la concessione di poter superare il 3% di deficit sul bilancio […], ha accettato che tutti i migranti salvati in mare dalle navi degli Stati che hanno avuto questa missione venissero sbarcati nei nostri porti».
Berlusconi denuncia dunque uno scambio tra la deroga delle regole europee sul bilancio e la concessione dei porti come approdo per le navi che soccorrono i migranti in mare. Il ragionamento dell’ex Cavaliere si ferma al semaforo rosso e non supera l’esame del fact-checking.
L’accordo europeo sul controllo delle coste al quale Berlusconi fa riferimento è Triton, entrato in vigore nel 2014.
Per ammissione dell’allora ministra degli Esteri Emma Bonino, quell’accordo conteneva effettivamente la clausola di approdo per le navi di soccorso nei porti italiani. Particolare non irrilevante, però è che, secondo i dati della Guardia Costiera Italiana, Triton ha effettuato nel 2016 solo il 27,4% delle operazioni di soccorso: nel 2016, il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto ha registrato il salvataggio di 178.415 persone.
Di queste, quelle che rientravano nell’ambito dell’operazione Triton, coordinata da Frontex, erano 48.800.
I salvataggi al di fuori del quadro di Triton, che costituiscono il 72,6% del totale, seguono le linee guida dei trattati internazionali in vigore, a partire dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stipulata a Montego Bay nel 1982, che all’articolo 98 stabilisce l’obbligo di prestare soccorso in mare.
C’è di più.
Il 1° febbraio 2018 Frontex ha fatto partire Themis, il nuovo programma di controllo delle coste con il quale viene eliminata l’obbligatorietà per le navi del progetto europeo di fare riferimento ai porti italiani per l’approdo dopo le operazioni di ricerca e soccorso.
Questa informazione avrebbe completato ulteriormente l’argomentazione in modo più corretto per gli spettatori del talk show domenicale.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 24th, 2018 Riccardo Fucile
DI MAIO SARA’ PURE UN FANIGUTTUN, MA I LEADER DEL CENTRODESTRA SENZA TITOLI SONO ALLA STESSA STREGUA
«Un bel musino da televisione»: Luigi Di Maio dovrebbe tenersi stretto l’unico «elogio» di Berlusconi: il signore sì che se ne intende, di tivù.
Quanto all’accusa d’essere un «faniguttùn», cioè uno sfaccendato, si consoli: a destra è in buona compagnia.
Sono settimane che l’ex Cavaliere batte e ribatte: come può l’Italia finire nelle mani di uno che «non si è mai laureato» e «non ha mai lavorato un giorno in vita sua»?
L’ha ripetuto anche da Lilli Gruber: il candidato grillino «è senza scuola e senza mestiere. Ha sicuramente imparato a fare politica, è un ragazzino sveglio, ha un bel musino da televisione, però ha una inconsistenza interiore che è assoluta».
Ora, che Di Maio dopo il liceo classico si sia iscritto a Ingegneria e poi a Legge senza arrivare al «pezzo di carta» («sto scrivendo la tesi», disse nel 2014 per precisare più avanti «non mi sono laureato perchè come vicepresidente alla Camera non avrei mai approfittato del ruolo per andare a far gli esami») è vero.
Come è vero che non ha mai avuto un lavoro stabile e a volte faceva lo steward allo stadio San Paolo: «Non mi vergogno. Ero in tribuna autorità , accoglievo i Vip».
È vero anche che, nonostante tra i non laureati si trovino Benedetto Croce o Steve Jobs, Salvatore Quasimodo o Guglielmo Marconi (16 pergamene ad honorem!), ha sempre colpito il confronto tra la quota di laureati in vari Parlamenti occidentali e nel nostro.
Dove in un passato non lontano fecero i ministri anche persone con la terza media.
Ma quando l’anziano leader della destra rinfaccia al candidato del M5S quei due «buchi» nel curriculum, facendone strumento di propaganda, dovrebbe ricordare che non solo ha accusato per anni vari alleati d’essere mestieranti dediti solo alla politica (vedi Bossi) ma che i suoi due principali appoggi di oggi hanno esattamente gli stessi «buchi».
Non è laureata, non ha mai avuto un lavoro stabile (baby sitter da Fiorello?) e ha una poltrona politica da quando aveva 22 anni (consigliera provinciale) Giorgia Meloni.
E non è laureato (14 anni fuori corso), non ha mai avuto un lavoro fisso (qualche mese in un fast food Burghy?) e ha una poltrona politica da quando aveva 20 anni (consigliere comunale) Matteo Salvini.
Della serie travi e pagliuzze…
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
A RADIO CAPITAL RITORNA SU TAJANI A PALAZZO CHIGI: “SAREBBE UN BUON CANDIDATO”
“Matteo Salvini ha il forte desiderio di primeggiare nella coalizione, ma negli ultimi sondaggi la
Lega è a quattro punti di distanza da noi. Il leader sarà espresso comunque dal partito che avrà preso più voti”.
Silvio Berlusconi, capo di Forza Italia, ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital esclude il segretario del Carroccio dalla corsa per Palazzo Chigi.
E rilancia la candidatura di Antonio Tajani, attuale presidente del Parlamento europeo: “Come presidente del Consiglio potrebbe far valere gli interessi dell’Italia in Ue, dove è molto stimato”. E ribadisce: “C’è bisogno di un’Italia stabile e noi abbiamo bisogno di un’Europa amica”.
Torna poi ad attaccare il M5s, commentando gli episodi di violenza politica degli ultimi giorni: “Salvini qualche volta è un po’ pirotecnico, ma il linguaggio violento viene dai grillini, soprattutto da Di Battista, che ne dice una all’ora”.
Quanto alla sua disponibilità , manifestata nei giorni scorsi, di accogliere i “transfughi” del M5s, ossia coloro che sono stati coinvolti nello scandalo sui rimborsi, chiarisce: “Quello è stato un mio commento ironico, mi domando come sia possibile che venga preso tanto sul serio. Ho suggerito agli ex grillini ironicamente di venire con noi per tenersi lo stipendio. Diversamente, se parlamentari di qualsiasi schieramento condividono qualche nostro provvedimento e lo votano, allora non potremmo che esserne contenti. È quello che abbiamo fatto anche noi all’opposizione, e questo non c’entra nulla con il vincolo di mandato. Così funziona il rapporto tra avversari politici in una democrazia matura”.
Per Berlusconi non sarà necessario nemmeno accoglierli nel gruppo di Forza Italia: “No, non credo che ce ne sarà bisogno perchè otterremo la maggioranza. Questi signori andranno nel Misto e faranno lì il loro gruppo”.
Il leader azzurro ricorda che “metteremo il vincolo di mandato in una riforma della Costituzione che abbiamo già preparato e che comprende anche l’elezione diretta del Capo dello Stato”. E quanto alla possibilità di correre per il Quirinale nel 2022, risponde: “Io penso di no, non ho mai avuto ambizioni politiche, questa politica non mi piace proprio, quindi non penso di fare il presidente della Repubblica, nemmeno se ci fosse l’elezione diretta. Io sono di nuovo in campo perchè l’Italia ha bisogno di me. Ho sentito come nel ’94 il dovere di non far correre al Paese il pericolo di una vittoria dei cinquestelle, che sono una setta, buoni a nulla capaci tutto”.
Quanto alla manifestazione della Lega il primo marzo al Teatro Brancaccio, Berlusconi afferma: “Non escludo di partecipare anche se non me l’ha chiesto ufficialmente ancora nessuno. Ma penso che quello sia un sistema vecchio di fare politica, fare dei convegni tra persone che già ti sostengono non serve. Credo di impiegare meglio il mio tempo facendo interviste in radio, in tv o mettendo qualcosa sulla Rete”.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2018 Riccardo Fucile
CORRISPONDE A 200 MILIARDI NON A 800 COME AFFERMATO DAL LEADER DI FORZA ITALIA
Quanto è profonda l’economia sommersa? In che percentuale le attività non registrate e di
conseguenza non tassate pesano sul prodotto interno lordo?
Le cifre più recenti del “nero” fanno scivolare Silvio Berlusconi e per lui si accende il semaforo rosso.
Lunedì 19 febbraio, ospite di Maurizio Belpietro alla trasmissione Dalla vostra parte, il leader del centrodestra fa confusione con i numeri: «L’ultima ricerca sul reddito sommerso ha portato a dire che è la metà del reddito emerso. Cioè il nostro PIL emerso è 1600 miliardi. Si calcola che il cosiddetto nero, soprattutto al centro e sud Italia, arrivi addirittura a 800 miliardi».
Nell’ordine di grandezza, l’ex cavaliere cita il Pil corretto (il dato esatto del 2015 era 1.652.153 milioni di euro) ma sbaglia le stime sul sommerso.
L’ultima ricerca disponibile è quella pubblicata dall’Istat l’11 ottobre 2017 (dati riferiti al 2015).
Secondo il report, l’economia non osservata (la somma di sommerso economico e attività illegali) vale circa 208 miliardi di euro, pari al 12,6% del Pil. Un dato molto diverso dal 50%, cioè dagli 800 miliardi evidenziati da Berlusconi.
Oltretutto il trend dell’economia sommersa è in diminuzione.
L’Istituto nazionale di statistica riporta infatti: «Rispetto al 2014, si riduce sia l’ammontare (circa 5 miliardi) sia l’incidenza sul complesso dell’attività economica (-0,5 punti percentuali). La dinamica dell’ultimo anno segna un’inversione di tendenza rispetto all’andamento mostrato dal fenomeno nel triennio precedente, caratterizzato da un progressivo aumento in termini sia di valore sia di peso».
Forse Berlusconi si riferisce a dati reperibili in rete che effettivamente si avvicinano a 800 miliardi. Ma non si tratta della “ultima ricerca” che il leader di Forza Italia ha esaltato in tv.
È una nota del 2016 di Eurispes che riprende una stima che l’istituto di ricerca produsse negli anni precedenti «secondo la quale l’Italia ha tre Pil: uno ufficiale di circa 1.500 mld di euro; uno sommerso equivalente a circa un terzo di quello ufficiale, ovvero almeno 540 mld; e uno criminale ben superiore a 200 mld. Ai circa 540 mld di sommerso indicati corrisponderebbe, considerando una tassazione di circa il 50%, la somma di 270 mld di evasione».
La stima citata dalla dichiarazione si riferisce però al volume del 2012
L’Italia in nero che si basava su dati del 2011.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 20th, 2018 Riccardo Fucile
PRONTO AD ARRUOLARLI COME NUOVI “RESPONSABILI”
Il corteggiamento è già iniziato e potrebbe rientrare nel disegno politico che tutti negano di voler
realizzare ma che trova, tra dichiarazioni sibilline e interviste in chiaro, sempre maggiori indizi.
Sia Matteo Renzi sia Silvio Berlusconi si dicono certi di ottenere con il voto del prossimo 4 marzo la maggioranza in Parlamento e di non pensare a inciuci o larghe intese.
Al di là della futura (e incerta) composizione dei gruppi parlamentari, c’è però una componente che va già delineandosi, assumendo giorno dopo giorno forma e consistenza.
È il gruppo Misto degli esclusi, composto da tutti gli ex Movimento 5 Stelle allontanati, chi per massoneria chi per aver fatto il furbo sui rimborsi, e piazzati nelle liste in ottime posizioni. Ed è a questi che il Cavaliere ha fatto arrivare il suo caloroso messaggio.
Intervistato a Corriere Live, Berlusconi si è detto sicuro di ottenere il 40% con la sua coalizione ma, al tempo stesso, non ha disdegnato un eventuale sostegno degli ex M5S cacciati da Luigi Di Maio. Anzi, dice, potrebbero essere i nuovi “responsabili”, quella pattuglia di parlamentari che nel dicembre 2010 salvò il governo Berlusconi dalla sfiducia dopo la rottura con Gianfranco Fini: “Non si dice mai di no a chi dice ‘Sottoscrivo il vostro programma’. Noi saremmo molto convenienti per loro – ha aggiunto – perchè potrebbero incassare interamente l’indennità parlamentare”. Come a dire, pecunia non olet.
Una lusinga nemmeno tanto velata che lascia intendere come per Silvio Berlusconi le cautele non sono mai troppe, che nel post-voto nessuna strada è preclusa.
E che spiega le continue prese di distanza da Matteo Salvini, puntualmente bilanciate da rassicurazioni sulla tenuta del patto del centrodestra.
L’impressione è che si dia per scontata l’incertezza che verrà fuori dalle urne, per cui l’attenzione si è già spostata al 5 marzo in vista di ipotetici negoziati per le intese, larghe o ristrette che siano.
E presentarsi al tavolo con qualche soldato in più in un Parlamento che si preannuncia molto ballerino nei numeri potrebbe far comodo.
Le lusinghe sono perciò rivolte alle sei “mele marce” che hanno truccato i bonifici dei rimborsi destinati al fondo per il microcredito (gli altri – Ivan Della Valle, Girolamo Pisano e Francesco Cariello – non sono ricandidati): Maurizio Buccarella, in lista al secondo posto per il Senato nel collegio Puglia 2; Carlo Martelli, al primo posto per il Senato nel collegio Piemonte 2; Elisa Bulgarelli, al terzo posto nel collegio Emilia Romagna 1 per il Senato; Andrea Cecconi, al primo posto per il collegio Marche 2 per la Camera; Silvia Benedetti, al primo posto in un collegio veneto per la Camera; Emanuele Cozzolino, al terzo posto in un altro collegio veneto sempre per Montecitorio.
Non è stata ancora presa una decisione sul caso di Giulia Sarti – primo posto per la Camera in un collegio dell’Emilia Romagna – che, com’è noto, ha accusato il suo ex compagno di aver distratto i soldi dei rimborsi.
L’elenco dei papabili “responsabili” è però ancora lungo: ci sono i quattro candidati massoni “in sonno” o ex affiliati, scoperti troppo tardi, a liste ormai chiuse: Piero Landi, candidato a Lucca; Catello Vitiello a Castellammare di Stabia, David Zanforlin a Ravenna e Bruno Azzerboni a Reggio Calabria. A differenza degli altri, questi quattro esclusi sono stati scelti direttamente dai vertici del Movimento 5 Stelle e quindi piazzati nei collegi uninominali.
C’è, infine, il caso di Emanuele Dessì, l’imprenditore finito al centro delle polemiche nei giorni scorsi per la casa popolare in affitto a 7 euro al mese, per le amicizie con il clan Spada di Ostia e i post violenti: Dessì è candidato al Senato nel collegio Lazio 3, al secondo posto. Blindato, salvo sorprese, anche lui.
Undici parlamentari rinnegati dal partito che li ha candidati ma grazie al quale verranno, con ogni probabilità , eletti. E che, dopo il voto, saranno chiamati a far parte dei nuovi responsabili.
Non è detto che cedano alle lusinghe, per ora continuano a predicare i principi del Movimento 5 Stelle. Ma tentar non nuoce soprattutto a chi della “responsabilità ” di alcuni parlamentari ha già beneficiato in passato.
E a chi lancia continui segnali all’altro lato della barricata per un possibile accordo post-voto. In questo senso, le aperture “gemelle” fatte da Emma Bonino e Beatrice Lorenzin a un governo di larghe intese con Silvio Berlusconi sono un altro indizio e rendono più concreto quel disegno politico che a parole tutti negano di voler realizzare. Bonino e Lorenzin, com’è noto, sono alleate di Matteo Renzi.
(da “Huffingtonpost”)
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