Gennaio 28th, 2018 Riccardo Fucile
CARNEADI NELLE SFIDE CHIAVE CON IL PD, QUALCHE MISS E ATTENZIONE AGLI “IMPRESENTABILI”… LE LISTE PER LE LARGHE INTESE DI SILVIO IL TRANQUILLIZZATORE
C’è una strana aria di detente, direbbero gli anglosassoni, ovvero di desistenza, attorno alle liste di
Forza Italia.
Desistenza nei confronti del Pd, in alcune sfide chiave. E più in generale un clima poco competitivo nei confronti del Pd: un “non facciamoci del male” oggi, in vista di un eventuale Nazareno domani.
Sono lontani i tempi dei comizi di Berlusconi che atterrava con l’elicottero a Gallipoli chiamando alla grande “cacciata” di D’Alema dal Parlamento. Ma anche nelle elezioni successive non era mai successo che contro i leader della sinistra venissero candidati innocui carneadi.
Stavolta invece contro Paolo Gentiloni, al collegio di Roma 1, sarà candidato, in quota quarta gamba Luciano Ciocchetti.
Per carità , un certo radicamento ce l’ha, ma con tutto il rispetto non è propriamente classificabile nella casella dei big che impensieriscono.
L’alternativa, fino a ieri, era Paola Binetti. Ecco: è difficile non vedere nella scelta un modo per sdrammatizzare il conflitto in generale, ma anche un modo per tutelare l’integrità del premier uscente in vista del dopo, quel “Gentiloni dopo Gentiloni” per cui tifa apertamente l’azienda e, diciamoci la verità , gran parte del mondo berlusconiano. Anche se dovesse perdere a Roma, Gentiloni verrebbe eletto da qualche altra parte, ma, insomma, sarebbe un po’ più azzoppato, meno integro, al momento del great game posto voto.
Contro Renzi a Firenze, il collegio è in quota Lega, e sarà candidato l’economista no euro Claudio Borghi.
Contro “l’amico Pier” invece a Bologna Forza Italia ha indicato una signora dal nome Elisabetta Brunelli. Sfide che non hanno neanche un decimo del pathos rispetto a quelle che, negli stessi collegi, vanno in scena a sinistra.
Nell’ambito di questo clima in cui è tutelato il presidente uscente della commissione banche, rientra l’esclusione, inaspettata, dalle liste del Lazio di Andrea Augello, il grande accusatore della Boschi in commissione e regista dell’audizione di Ghizzoni.
Una esclusione ancora tutta da raccontare. Perchè c’è qualcosa che non torna.
Augello, fino a venerdì, era certo di essere “dentro”, stava raccogliendo firme, aveva garanzie, essendo uno dei principali portatori di voti nel Lazio, e non da oggi.
Poi, d’un tratto, il tratto di penna che lo ha depennato.
Nel Lazio le liste sono compilate dal duo Antonio Tajani e Lorenzo Cesa, che è riuscito a candidare candidato il suo segretario a Velletri, ma per far fuori uno di peso servono motivazioni pesante. Anche perchè, raccontano i ben informati, al tavolo delle liste si sono schierati a difesa di Augello i due capigruppo, Paolo Romani e Renato Brunetta.
A pensar male si fa peccato, ma certe volte ci si indovina. I più maliziosi vedono nell’operazione un chiaro segnale nazarenico, arrivato da “più in alto di Tajani”, perchè così come sono stati normalizzati i gruppi del Pd, trasformato in partito di Renzi, una speculare operazione è in atto in Forza Italia.
A ben vedere le liste c’è molta nomenklatura, già eletta col Porcellum, un po’ di azienda da Galliani a Mulè a Pasquale Cannatelli (vicepresidente di Fininvest), tutto l’apparato politico comunicativo di Arcore, da Giacomoni a Licia Ronzulli a Valentino Valentini. Liste di fedelissimi, senza pesanti amministratori di territorio legati anche a Salvini che avrebbero difficoltà a rompere con la Lega per paura perdere voti.
Pensate che oltre a una vecchia conoscenza come Lella Golfo, ex parlamentare e fondatrice della Fondazione Bellisario, torna anche Stefania Craxi che fece parte del governo Berlusconi nella legislatura 2001-2006.
Tra i nomi dati per certi anche Arturo Diaconale, consigliere di amministrazione Rai, che potrebbe coronare un sogno che coltiva dal ’96 quando, candidato con l’allora Polo delle Libertà , non ce la fece.
Liste normali, senza tanto nuovo che avanza, senza picchi, grande fantasia, anzi anche un po’ mediocri, perfette per le larghe intese.
E perfette per quel ruolo di tranquillizzatore, moderato ed europeista che il vecchio Silvio ha scelto di interpretare.
Neanche gli “impresentabili” sono quelli di una volta, ai tempi di Dell’Utri e Cosentino, Verdini, i “mostri”, la cui influenza politica era direttamente proporzionale alla pesantezza delle accuse giudiziarie.
Nel Sud c’è qualche indagato qua e là , qualche parente chiacchierato, a proposito farà discutere la candidatura di Franco Rinaldi, il cognato di Genovese, ma la grande epopea giudiziaria manca. E chissà se è anche un segno di perdita di consenso e potere, visti gli ultimi vent’anni.
E chissà se lo è anche il numero ridotto di belle ragazze che vengono dal mondo dello spettacolo. C’è in Sicilia una ex concorrente di Miss Italia, Matilde Siracusano, una tronista, sempre in Sicilia, di Uomini e Donne, Ylenia Citino, e l’attuale coordinatrice del Molise che, anche lei partecipò a Miss Italia qualche anno fa.
Nulla di paragonabile rispetto ai tempi di “Forza Gnocca”. Forse anche questo un segnale di desistenza, o semplicemente del tempo che passa.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
PIU’ LARGHE INTESE CHE PARTITO DEL NORD
Il filo politico è, paradossalmente ma non troppo, il ridimensionamento del “partito del
Nord”. Perchè la principale preoccupazione di Silvio Berlusconi è di avere, il minuto dopo il voto, un gruppo di fedelissimi, pronto a rompere l’asse con Lega per fare le larghe intese.
Si spiega così, l’ultima tensione nella compilazione delle liste sulla Liguria, un “modello di un centro-destra” fondato sull’alleanza con la Lega.
Cadono due nomi della giunta di Giovanni Toti, Marco Scajola nipote di Claudio ma fedelissimo del governatore e Ilaria Calvo. Non da oggi Toti è considerato ad Arcore, se non un “traditore”, uno che si è messo a giocare una partita autonoma per il dopo Berlusconi, tutta basata sul rapporto con Salvini.
Indimenticato l’episodio in cui era sotto il palco di Pontida sotto i cartelli “Salvini premier” il giorno della rentrèe di Silvio Berlusconi a Fiuggi.
Ecco la tensione. Col governatore che ha fatto pesare sul tavolo contrattuale il suo peso elettorale.
Dice una fonte vicina al dossier: “Gli assessori no, ma non si poteva neanche paracadutare gente non gradita a Toti, altrimenti seggi sicuri rischiavano di diventare un Vietnam”.
La mediazione, al momento, è rappresentata dalla candidatura di Angelo Vaccarezza, capogruppo in consiglio regionale, Manuela Gagliardi, vicesindaco di La Spezia e, soprattutto, dalla candidatura in regione del direttore di Panorama Giorgio Mulè, uomo azienda, in ottimi rapporti con Toti.
Resta il problema del seggio assegnato alla quarta gamba, dove era stato destinato, in un primo momento Lorenzo Cesa, non proprio un filo-leghista ed espressione di un partito, l’Udc, all’opposizione di Toti.
Complessivamente, da Nord a Sud, le liste accontentano e tutelano molto la nomenklatura uscente, all’ennesimo giro in Parlamento e molta della quale era stata già eletta col Porcellum, secondo criteri di fedeltà al Capo.
Nessun europarlamentare, di quelli che avevano dato la disponibilità , sarà candidato: gente con parecchie preferenze, come Alberto Cirio (Piemonte), Lara Comi (Lombardia), Salvo Pogliese (Sicilia).
Via anche gli assessori regionali. O consiglieri comunali tipo Pietro Tatarella, tra i più votati a Milano.
Spiega un critico: “Si tratta di figure che hanno il problema di tutelare il proprio pacchetto di voti, e che si porrebbero il problema di spostarsi sulla grande coalizione”. Complessivamente le principali novità , almeno le più note, sono tutte provenienti dall’azienda.
Oltre a Mulè, saranno candidati Adriano Galliani e Alberto Barachini, ex giornalista di Tgcom24 e ora nuovo portavoce di Silvio Berlusconi.
In Lombardia è al sicuro tutta la vecchia guardia: Gelmini, Romani, Centemero, Ravetto, Antonio Palmeri (il guru internet di Arcore), Michela Vittoria Brambilla.
Una delle novità Alessandro Cattaneo, ex sindaco di Pavia e Licia Ronzulli, ex europarlamentare e ora ombra di Silvio Berlusconi, che sarà candidata anche in un listino in Puglia.
Sono lontani i tempi della grande discesa in campo del partito azienda, o della fase dei Colletti, Melograni, intellettuali che davano il senso di un nuovo progetto nascente. Qualche nome della società civile è sparso qua e là : Paolo Barelli, presidente della federazione Italiana nuoto è il volto nuovo nel Lazio, dove saranno affiancherà i big, da Anna Grazia Calabria, a Renata Polverini a Francesco Giro a Maurizio Gasparri.
Proprio attorno alle liste del Lazio aleggia una certa preoccupazione, e l’assenza di forti novità la conferma. Perchè la candidatura di Parisi può avere un effetto disastroso sui collegi.
L’unico famoso è il vulcanico patron della Lazio, Claudio Lotito.
Al momento sembra essere candidato in Campania, con la quarta gamba, nel complicato meccanismo di “quote” e compensazioni.
E sempre in Campania è stato catapultato Vittorio Sgarbi, altro vulcanico, nel collegio dove non vuole correre nessuno: contro Luigi Di Maio a Napoli.
In cambio del sacrificio Sgarbi presente in ogni campagna elettorale, e annunciato qualche mese fa come assessore alla Cultura in Sicilia, avrà un paracadute sicuro in qualche altra regione.
In quota Forza Italia è invece candidata Sandra Lonardo, la lady Mastella che qualche anno fa dichiarò che si sarebbe “dedicata ai panettoni” — ha messo su una attività — perchè la politica porta solo preoccupazioni.
Gli altri capilista, sempre a palazzo Madama, sono Domenico De Siano, il coordinatore regionale e Cosimo Sibilia, uscente e vicepresidente della Figc, fino a qualche settimana fa grande sostenitore di Tavecchio.
Alla Camera tre listini per Mara Carfagna, dietro la quale correranno, in posti di elezione sicura, gli uscenti Carlo Sarro, Paolo Russo e Luigi Cesaro, il famoso Gigino ‘a purpetta, recentemente indagato per voto di scambio.
Al momento, in lista, non c’è il nome del figlio Armando, capogruppo in regione di Forza Italia, indagato anche lui. Un posto blindato anche per Nunzia De Girolamo.
Tra i candidati vicini invece a Francesca Pascale c’è l’imprenditore Leonardo Ciccopiedi, imprenditore alberghiero amico anche dei Mastella: è stato lui stesso sul web a confermare l’ipotesi in nome del fatto che Berlusconi cerca “nomi nuovi”.
A proposito di nomi nuovi che latitano, capolista a Palermo è Renato Schifani, che aveva lasciato Forza Italia per passare col partito di Alfano e poi tornare a casa.
Capolista a Trapani Tonino D’Alì. Mentre nella Sicilia orientale si registra la più numerosa quota rosa. Capolista al Senato Gabriella Giammanco, alla Camera Stefania Prestigiacomo, ex ministro e in Forza Italia dal ’94.
In lista i nomi di Mariella Muti, ex soprintendente e docente universitario, Nicoletta Piazzese, giovane avvocato, Daniela Armeria, una manager.
Unica valanga rosa, di liste zeppe di professionisti della politica, che vivono di politica, nella fedeltà eterna al Capo. Con un grande passato dietro le spalle.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL “MODELLO LIGURIA” PREVEDEVA DI SISTEMARE GLI ASSESSORI SCAJOLA E LA COLLEGA CAVO IN PARLAMENTO, SILVIO VUOLE PARACADUTARE CESA E LA RONZULLI… LA RUOTA DI SCORTA DI SALVINI C’E’ RIMASTO MALE
Giovanni Toti, il ‘modello Liguria’, gli assessori regionali Marco Scajola e Ilaria Cavo da una parte; Silvio Berlusconi, i suoi fedelissimi, le logiche di partito più che di coalizione e i paracadutati Lorenzo Cesa e Licia Ronzulli dall’altra.
E’ scontro aperto in Forza Italia.
La sfida si gioca al telefono tra Roma, piazza De Ferrari, sede della Regione, e Arcore. Qui, durante un confronto tra Berlusconi e Niccolò Ghedini, sono state stoppate le candidature degli assessori liguri di Forza Italia Scajola e Cavo.
Ad Arcore è stato detto no alle candidature per chi ora ricopre un incarico amministrativo. In questo veto c’è chi vede un preciso attacco alle possibili mire di futura leadership di Forza Italia da parte del governatore ligure.
Un attacco non tanto o solo direttamente da Berlusconi, la cui leadership almeno a parole non è mai stata messa in discussione dal suo ex delfino, quanto dai suoi fedelissimi che vedono con timore il crescente successo di Toti e la sua vicinanza a Matteo Salvini.
Le diplomazie sono al lavoro per cercare una mediazione che eviti una dolorosa rottura tra l’unico governatore di Forza Italia e il partito.
Toti in queste ore ha minacciato di far saltare il banco. Il punto di caduta potrebbe essere la candidatura di Angelo Vaccarezza, capogruppo di FI in Consiglio regionale, considerato vicino a Toti, e una donna alla Spezia, Manuela Gagliardi, vicesindaco della città strappata al Pd
Nessuna discussione su Roberto Bagnasco, berlusconiano e amico del governatore e sui capolista Sandro Biasotti e Roberto Cassinelli, forzisti della prima ora ma fin dall’inizio allineati alle scelte di Toti.
Un gesto per tenere a freno Toti potrebbe essere quello di assegnare l’ultimo collegio disponibile all’ex direttore di Panorama Giorgio Mulè, uomo vicino a Marina Berlusconi, collega di Toti e amico da sempre.
Ma resta il tema del collegio assegnato all’Udc, rappresentato in Liguria da uomini che si sono opposti all’avventura di Toti.
Il governatore avrebbe preferito un uomo vicino alla sua amministrazione e a Maurizio Lupi. Se da Roma il partito blinderà un collegio con un nome sgradito la resa dei conti, si sussurra nel centrodestra ligure, ci sarà nelle urne il 4 marzo.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
DALLE “DUE SOLE ALIQUOTE IRPEF” ALL’ABOLIZIONE DELL’IRAP E BOLLO AUTO, NEL 1994 VOLEVA UNA FLAT TAX AL 30% E SOLO 10 TASSE.. PER POI DIRE: “NON HO LA BACCHETTA MAGICA”
Gli alleati che lo “lasciano solo“. I bastoni tra le ruote delle “opposizioni“. Le “gestioni
avventuristiche del passato” che hanno fatto aumentare il debito pubblico. E ovviamente i paletti europei, l’”ottusità ” dei parametri di Maastricht.
Insomma, una congiura. Che ha impedito a Silvio Berlusconi, puntualmente, di rispettare la principale promessa fatta agli italiani a partire dal 1994: “Meno tasse“. In vista del 4 marzo il leader di Forza Italia ha rispolverato la flat tax, prospettata per la prima volta 24 anni fa e mai realizzata. Ma la lista degli annunci rimasti lettera morta è lunghissima. Come le giustificazioni ex post: “Non dipende da noi”, “le cifre non consentono di fare ciò che vorremmo fare”, “sono rimasto solo”.
Risultato: gli elettori devono puntualmente accontentarsi di manovre “senza nuove tasse”. Mentre l’impegno a ridurle viene di volta in volta rinviato.
Parlano i numeri: dalla sua discesa in campo l’ex Cavaliere ha governato per oltre 9 anni e la pressione fiscale complessiva, dopo aver toccato un minimo del 39,1% nel 2005 (dati Ocse), ha ricominciato a salire fino a superare il 43% nel 2012.
Oggi è al 40,3 per cento, contro il 38,7% del 1994.
In mezzo c’è stata, en passant, la condanna definitiva per frode fiscale dell’uomo che oggi sostiene di voler mandare “in galera gli evasori”. E aggiunge: “La prima moralità della politica per noi è quella di mantenere gli impegni presi con gli elettori durante la campagna elettorale”.
“Andare verso una sola aliquota Irpef non superiore al 30%“, ridurre le aliquote Iva a due e “le attuali 200 tasse a non più di 10″.
Febbraio 1994, La neonata Forza Italia presenta il suo programma elettorale in 45 punti e sul fronte fiscale le idee sono chiarissime: meno tasse per tutti.
Il Polo delle libertà vince le elezioni e in primavera il patron di Fininvest Silvio Berlusconi forma il suo primo governo.
Antonio Martino, che l’ex Cavaliere identifica come l’ispiratore della flat tax, finisce però al ministero degli Esteri, mentre all’Economia approda Giulio Tremonti.
Dell’aliquota unica si perdono le tracce. “Gli alleati non ci consentirono di realizzarla”, spiegherà ex post Berlusconi. Il quale, varando la sua prima finanziaria, si limita a rivendicare: ”Non ci saranno nuove imposte, tasse o aumenti di aliquote”.
Del resto il grosso delle maggiori entrate è atteso dal “concordato di massa“, monstrum che comprende un maxi condono edilizio e una sanatoria fiscale su imposte dirette e Iva per il periodo 1989-1993.
Nel dicembre 1994 arrivano le dimissioni, dopo l’invito a comparire notificato all’allora premier durante il G7 di Napoli e il passaggio della Lega all’opposizione in polemica con la riforma delle pensioni proposta dall’esecutivo.
Per il Caimano inizia la traversata nel deserto. E cosa c’è di meglio che stare l’opposizione — ci resterà fino al 2001 — per giurare che “Se il Polo vince fermeremo le tasse” (intervista a Il Tempo, 5 marzo 1996). Franco Modigliani, premio Nobel per l’Economia che sarebbe scomparso nel 2003, dalle pagine del Corriere avverte gli italiani: “Non fatevi infinocchiare. Non bevete le promesse demagogiche o irrealistiche sul fisco. E ricordatevi di Ronald Reagan: ha vinto promettendo agli americani meno tasse e una riduzione del deficit. Oggi è considerato il peggior presidente del dopoguerra”.
L’appello lascia il tempo che trova. Berlusconi attacca la Finanziaria di Romano Prodi che “punisce i redditi del ceto medio”. Nella primavera 1998 chiama i “moderati” alle urne per le amministrative e la sua ricetta, accanto a “buona amministrazione” e sicurezza, resta “meno Stato e meno tasse, per avere maggiore competitività e nuove aziende”.
Un anno dopo si inventa il Tax Day per lanciare la “campagna antitasse” del Polo mentre prende il via la campagna per le Europee.
“Se e quando torneremo maggioranza, nei primi 100 giorni daremo nuovamente il nostro sostegno alle imprese e detasseremo gli utili reinvestiti”, giura dal Palasport di Verona in collegamento audio con 100 città .
Poi annuncia che le aliquote saranno due, “una basica del 23%” e “dai duecento milioni in su, come aliquota massima quel terzo che è stato dettato dal nostro senso di giustizia, il 33 per cento di aliquota massima”.
Segue il “preciso impegno” a abolire “un’imposta odiosa“, quella di successione, che “nasce da una precisa ideologia contro la proprietà , e ha aliquote punitive”.
Nel 2000 si apre la marcia verso le politiche dell’anno successivo.
Nasce la Casa delle Libertà e il programma di aggiorna: non più dieci tasse, si corregge Berlusconi, ma “solo otto”, via quella di successione, “due aliquote per le persone fisiche, una sola aliquota per le imprese”.
Nel maggio 2001 il leader della coalizione di centrodestra sostiene che è ”assolutamente legale” l’utilizzo di società estere per pagare meno tasse. Scoppia la polemica.
La sera dell’8 maggio a Porta a porta sottoscrive il famoso Contratto con gli italiani. Che, sul fronte fiscale, recita: “Esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire annui”, “riduzione al 23% per i redditi fino a 200 milioni di lire annui”, “riduzione al 33% per i redditi sopra i 200 milioni di lire annui”, “abolizione della tassa di successione e della tassa sulle donazioni“.
Nel maggio 2001 la Casa delle libertà vince le elezioni.
A settembre c’è da approvare la Finanziaria e il premier Berlusconi, incontrando le parti sociali, allarga le braccia e ammette: ”Abbiamo rinunciato per il momento e per necessità a un segnale forte di riduzione della pressione fiscale”.
“Non ho la bacchetta magica”, è la chiosa. Niente aliquota massima al 33%, insomma. Ma un contentino c’è: viene abolita l’imposta di successione.
L’Espresso calcola in 9,8 miliardi il risparmio per ognuno dei suoi cinque figli. A dicembre l’allora Cavaliere rivendica: il governo ”pur operando in ristrettezza non ha aumentato le tasse, cosa quasi miracolosa”.
Nel 2002 il piano sulla riforma Irpef sembra decollare: viene varato un ddl delega che prevede, seppure “a tappe”, l’approdo alle agognate due aliquote, oltre alla rimodulazione dell’Irap, al calo dell’aliquota per le imprese e alla proroga dello scudo fiscale sui capitali esportati.
A maggio c’è il primo sì della Camera. Nel marzo 2003 il ddl è legge. Ma a quel punto il progetto si arena. L’intesa con la Lega non si trova, gli alleati discutono per mesi, il vicepremier Fini frena sostenendo che basta mantenere l’impegno “entro fine legislatura”. A luglio il ministro dell’Economia Tremonti si dimette.
Nel frattempo la luna di miele con gli elettori è finita: il governo ha in cantiere una riforma delle pensioni che alza i requisiti per lasciare il lavoro.
Dopo lo sciopero generale di aprile le macchine si fermano, ma la riforma Maroni — quella che impone l’aumento da 57 a 60 anni dell’età anagrafica a partire dal 2008 — si farà comunque l’anno dopo.
E’ “urgente e ineludibile“, spiega in un messaggio tv a reti unificate Berlusconi — che oggi intende abolire la legge Fornero — ricordando l’invecchiamento progressivo della popolazione e avvertendo che la spesa sarebbe cresciuta “in maniera continuativa fino al 2030”, “una situazione non sostenibile”
“Se io lavoro e lo stato mi chiede il 33% è una richiesta corretta. Se mi chiede il 50 e passa mi sento moralmente autorizzato ad evadere per quanto posso”. 17 febbraio 2004: il presidente del Consiglio Berlusconi, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, giustifica l’evasione fiscale.
Il 22 aprile 2005 verrà chiesto il suo rinvio a giudizio nel processo Mediaset sulla compravendita dei diritti tv, che si concluderà nel 2013 con una condanna definitiva a 4 anni di reclusione per frode fiscale.
Di lì, per effetto della legge Severino, la sua decadenza da senatore e l’incandidabilità . In autunno all’Economia torna Tremonti e il taglio dell’Irap previsto dalle bozze messe a punto dal predecessore Domenico Siniscalco salta. In compenso ci sono “aiuti alle famiglie”, vedi un bonus bebè da 1000 euro per i nati nel 2005 (no, non l’ha inventato Renzi) e sconti fiscali per le ristrutturazioni immobiliari (grande classico, sempre prorogati).
L’Irpef viene ribattezzata Ire e sulla carta si prevedono le famose due aliquote, ma i decreti attuativi non verranno mai varati e nel maggio 2005 la delega scadrà . Il 21 settembre Berlusconi si era sfogato: ”Sono rimasto l’unico a volere il taglio all’Irpef sui redditi personali. Sembra strano visto che è una misura essenziale per la ripresa dei consumi, degli investimenti, della fiducia”.
“Avete capito bene, aboliremo l’Ici sulle prime case”. Il 3 aprile 2006, all’ultimo faccia a faccia televisivo con Prodi prima delle politiche, Berlusconi estrae dal cappello l’abolizione dell’imposta sulla prima casa. Il 7 aprile è sicuro: “Domenica e lunedì vinceremo perchè non siamo coglioni”. Vince l’Unione. Che ripristina la tassa sulle successioni e donazioni di alto valore. Berlusconi annuncia lo “sciopero fiscale”.
Nel gennaio 2008 Prodi cade. L’avvicinamento alle urne parte con il freno a mano tirato: “Niente miracoli” perchè la situazione “è molto, molto difficile”, anticipa il Cavaliere. Ma “cercheremo di ridurre in 5 anni la pressione fiscale sotto il 40% del Pil”. Come? Abolizione dell’Ici, detassazione degli straordinari e della tredicesima (”interventi che faremo nel primo consiglio dei ministri”), ritocchi dell’Iva e progressiva abolizione dell’Irap, introduzione progressiva del quoziente familiare, abolizione delle tasse di successione e sulle donazioni reintrodotte da Prodi. In aprile si vola più alto e spunta la pazza idea — “un sogno” — di anticipare di un mese il ‘tax freedom day’, il giorno dell’anno a partire dal quale i contribuenti lavorano per sè e non per il fisco.
Nonchè l’impegno di “abolire gradualmente, nel corso degli anni, la tassa sul bollo per auto, moto e motorini”. Puntuale ritorna anche l’obiettivo della “progressiva abolizione dell’Irap”, accompagnato da “versamento Iva dovuto solo dopo il reale incasso della fattura e riforma degli studi di settore“. Più che abbastanza: la coalizione di centrodestra vince con il 46,8% dei vot
All’indomani del voto, il 16 aprile, la musica cambia radicalmente: “Ci saranno misure impopolari“, riconosce il Caimano.
Il governo mantiene la promessa di togliere l’Ici, ma in cambio Tremonti vara la Robin Tax sugli utili delle imprese energetiche e di banche e assicurazioni.
Che verrà in gran parte pagata dai consumatori, come rilevato dall’Authority per l’energia, e nel 2015 sarà dichiarata incostituzionale. L’obiettivo di portare la pressione fiscale sotto il 40% diventa “di legislatura”, quindi in teoria c’è tempo fino al 2013.
Prima vanno tagliate le spese della pubblica amministrazione, spiega Berlusconi nel giorno in cui il capo dello Stato Giorgio Napolitano firma il lodo Alfano che sospende ogni procedimento penale a carico del premier per tutta la durata del mandato.
Non solo: serve il federalismo fiscale che ridurrà le spese inutili.
Intanto è iniziata la crisi finanziaria — “passeggera“, tranquillizza il Cavaliere — e gli effetti iniziano a sentirsi anche su quella reale. Il pacchetto anticrisi del governo delude e i consumi crollano, come il pil. “Dobbiamo avere fiducia“, è la ricetta del presidente del Consiglio.
Ad aprile c’è il terremoto dell’Aquila, servono fondi per l’emergenza e la ricostruzione. “Senza mettere le mani nelle tasche degli italiani”, assicura il governo. Nel 2009 arriva un nuovo scudo fiscale. E l’annuncio di un taglio dell’Irap che non arriverà per mancanza di coperture
Nel gennaio 2010 per ribaltare il tavolo non resta che rispolverare vecchie promesse: una riforma tributaria come quella immaginata nel ’94, con due sole aliquote.
Un sistema “che non obblighi i contribuenti a rivolgersi al commercialista“. Ma il primo consiglio dei ministri dell’anno è una doccia (gelida) di realtà : “L’attuale situazione di crisi non permette nessuna possibilità di riduzione delle imposte. E’ fuori discussione poter pensare a un taglio”, ammette il capo del governo. E’ lo showdown.
Tremonti cerca di metterci una pezza promettendo una riforma fiscale complessiva entro il 2013. A patto che il pil inizi “ad avere andamenti stabili sul 2%”. Purtroppo non succederà . A maggio “il rigore dei conti” è la “priorità assoluta”. La manovra estiva del 2010, che introduce tra l’altro la tassa di soggiorno, non basta. L’Ocse segnala che l’Italia è salita al terzo posto tra i Paesi industrializzati per peso del fisco.
Alle amministrative del 2011 il centrodestra perde Milano, nonostante le promesse di “una metropoli con meno tasse per tutti”.
Tremonti avverte che la riforma fiscale non si può fare in deficit ma Berlusconi non molla: “Tre sole aliquote, più basse, un sistema di detrazioni e deduzioni snello e trasparente e in tutto 5 imposte raggruppando le attuali”, promette a giugno, dimezzando il totale delle tasse rispetto a quanto promesso nel 1994.
Ma la Ue incalza sul pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico.
Ad agosto il governo approva una manovra che taglia i fondi agli enti locali, aumenta le accise sul tabacco e la Robin Hood tax sul settore energetico ma soprattutto introduce un contributo di solidarietà a carico di dipendenti, autonomi e pensionati con redditi alti.
“Il nostro cuore gronda sangue, era un vanto del governo non avere mai messo le mani nelle tasche degli italiani ma la situazione mondiale è cambiata”, lacrima Silvio.
Le opposizioni insorgono. Per mettere a posto i conti si parla di un nuovo condono o in alternativa di una patrimoniale, la nemesi del berlusconismo.
Nel novembre 2011 lo spread arriva a 574 punti. Lo Stato italiano rischia il crac. La sera del 12 novembre 2011 Berlusconi sale al Quirinale e dà le dimissioni.
La pressione fiscale, comunica l’Ocse, è al 43%. Contro il 38,7% del 1994.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
DAL 1994 IN POI IL CAV HA ATTINTO DA FININVEST E MONDADORI IN VISTA DEL VOTO
Un ritorno – anche se molto più contenuto nei numeri – al 1994, l’anno della discesa in campo e della vittoria alle politiche.
Ha questo sapore la decisione di Silvio Berlusconi di pescare nelle “sue” aziende per rinvigorire le liste di Forza Italia che saranno chiamate alla prova degli italiani il 4 marzo. L’ultima tentazione del Cav, in ordine temporale, è quella di candidare Adriano Galliani al Senato in Lombardia.
Ma altre personalità del mondo Mediaset e affini, come quello di Giorgio Mulè, che ieri si è dimesso da direttore di Panorama, sono pronti a vestire i panni del candidato nella lista azzurra.
Le voci sulla candidatura di Galliani si fanno sempre più consistenti. Secondo quanto appreso da Radiocor, Galliani è pronto a lasciare la presidenza di Mediaset Premium: lo dovrebbe fare a breve e proprio per accettare la candidatura con Forza Italia.
Galliani è uomo di cui Berlusconi si fida tantissimo, a tal punto da affidargli, per una stagione lunghissima, l’incarico di amministratore delegato di una delle sue creature più amate, il Milan.
Anche Mulè dovrebbe essere della partita del voto. E pure lui vanta una carriera trascorsa tra i giornali e le tv del gruppo Berlusconi. Ieri ha lasciato la direzione del settimanale e si è dimesso da tutti i suoi incarichi nella casa editrice Mondadori, affidando il suo addio a un post su Facebook, dove ha sottolineato: “Quel che farò parleremo nei prossimi giorni”.
Tra i nomi che appartengono alla galassia mediatica berlusconiana e che potrebbero finire in lista circola anche quello del direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, anche se alcune fonti vicine al partito azzurro spiegano che le sue quotazioni sono in discesa.
La dinamica, o meglio, la tentazione è chiara.
E così il pensiero va a quella tentazione che il Cav ha avuto fin dalla sua prima avventura politica.
Nel ’94 fu la volta, tra gli altri, del giornalista del Tg5, Giorgio Lainati. Nel 2015, Berlusconi scelse Giovanni Toti, volto storico di Mediaset (da Studio Aperto alla direzione del Tg5) per un posto di prestigio: la candidatura alla Regione Liguria. Ora la tentazione è ritornata e le liste di Forza Italia potrebbero riservare molte sorprese in questo senso.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
DA REIETTO DEL 2011 AD ARGINE DEL POPULISMO: UNA FRAGILE EUROPA RIACCOGLIE IL CAV A BRUXELLES
Appena si chiude la porta per il colloquio con Juncker, Silvio Berlusconi evoca in
Europa lo spettro che si aggira in Italia: “Caro Jean-Claude, in Italia abbiamo un pericolo, un grande pericolo, rappresentato dai Cinque Stelle”.
Il canovaccio è, più o meno, quello dei comizi nostrani, su gente pericolosa quanto i comunisti di vent’anni fa, ribellisti, giustizialisti, pauperisti, soprattutto incapaci.
Se il paese “andasse nelle loro mani”, insomma, altro che Grecia, ci sarebbe da espatriare.
La grande rivincita di Silvio Berlusconi è tutta qui, sette anni dopo quel maledetto 2011, in cui il suo nome era sinonimo di “caso italiano”, nelle cancellerie di mezza Europa, mentre l’Italia bruciava nello spread , negli scandali del sexgate e nei processi. L’unfit dei sorrisi di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy è accolto nel teatro da cui era stato espulso, in piena campagna elettorale, perchè la guerra, insegnano i vecchi generali, si fa con i soldati che uno ha.
C’è tutta la fragilità europea in questo spot di credibilità al vecchio leder, espulso dal Parlamento, dopo la condanna per frode fiscale e l’incandidabilità secondo una legge dello Stato italiano.
Perchè adesso anche il Cavaliere diventa un utile combattente in questa pugna contro i populisti, in tempi in cui il fragile establishment europeo si aspetta, alle prossime elezioni, l’apertura di un nuovo caso italiano all’insegna dell’instabilità .
E c’è tutta l’abilità istrionica dell’ex premier nel presentarsi come “garante” della stabilità e dell’europeismo, nel teatro dove qualche anno interpretava un ruolo esattamente opposto, ai tempi in cui occorreva “sbattere i pugni” sui tavoli della burocrazia europea, fino a minacciare una doppia moneta. E quando la Merkel era il bersaglio di ogni lagna e protesta anti-europea del centrodestra di allora, baluardo contro il “quarto Reich” del rigorismo che affama il vecchio continente.
Adesso Berlusconi recita il copione moderato ed europeista: loda la Merkel, rassicura che rispetterà la regola del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil, vero mantra rigorista del Continente, parla dell’Europa come di un “disegno imprescindibile”.
A Bruxelles l’ex premier vede Juncker, poi il negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier e il capogruppo a Strasburgo Manfred Weber, il quale alla fine ha pronunciato le parole tante attese: “Silvio Berlusconi non ha bisogno di riabilitazioni, è un grande statista”.
Nel corso degli incontri l’ex premier condivide la preoccupazione sull’avanzata dei Cinque Stelle e si dice ottimista sulle prossime elezioni italiane grazie al ruolo e al consenso che avrà Forza Italia, espressione in Italia della “grande famiglia del popolarismo europeo”.
L’uomo, si sa, in queste circostanze dà il meglio di sè, perchè la foto della giornata rappresenta uno spot atteso sette anni: in piena campagna elettorale, il messaggio che arriva all’opinione pubblica, nella sua testa, cancella i malevoli sorrisi di una volta, accreditandolo agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed Europea. È la patente di presentabilità che tarda ad arrivare dalla corte di Strasburgo.
È il senso politico della giornata, più di questa o quella disamina anche sugli esuberanti alleati anch’essi ascrivibili alla variopinta categoria dei populisti. Tanto che Matteo Salvini, mentre il Cavaliere saltella da un incontro a un altro ci tiene a far sapere che “l’Italia è una Repubblica sovrana che non ha bisogno di garanti”.
Ecco, detta in modo un po’ grossier, il Cavaliere, che in questi mesi ha parlato eccome con i suoi “colleghi europei” delle larghe intese dopo il voto, ha posto se stesso come garanzia di sicurezza, sia in un caso sia in un altro: ci penso io, sia nel caso in cui si riuscissero a fare le larghe intese sia se riuscisse ad andare al governo il centrodestra, entrambi schemi che lo vedono centrale e protagonista.
L’importante è che non vadano a governo i Cinque stelle.
Al suo fianco, sempre, Antonio Tajani, vero registra di questa riabilitazione europea sin dal summit del Ppe a Malta un anno fa, passando per Fiuggi a settembre, dove partecipò Antonio Lopez, il segretario generale del Ppe.
Proprio un anno fa Tajani è stato eletto presidente del Parlamento europeo. Adesso è il “nome” che Silvio Berlusconi vuole spendere per palazzo Chigi.
Ed è immaginabile che qualche chiacchiera a proposito, nei vari incontri, sia stata fatta al riguardo, considerato il suo incarico europeo.
È immaginabile, perchè — a domanda a riguardo — fonti vicine all’ex premier non confermano, anche con un certo fastidio per curiosità molto italica.
Il che è un altro indizio di quanto sia seria la questione.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
E’ TORNATO: CONTRO TUTTE LE PREVISIONI, LE LEGGI DELLA FISICA E DELLA NATURA
Silvio Berlusconi è tornato. Ancora. Contro tutte le previsioni, contro le leggi della fisica e della natura.
Com’è possibile che un ultra-ottantenne seppellito da processi, da condanne e che ha fatto tutto quello che non si deve fare sia ancora in predicato di vincere le elezioni.
Dalle corna al summit supremo dei potenti all’attesa della Merkel davanti alla porta di casa, dalle feste eleganti al conflitto d’interessi, dalla vendita del Milan all’incapacità di scegliere collaboratori, un leader cacciato dal “palazzo” tra ali di folla plaudente, un leader deriso dalle cancellerie europee.
Protagonista di una letteratura che ne ha raccontato la dannosità e la pericolosità sociale oltre che l’inconsistenza politica.
Tradito dagli amici, rinnegato dagli alleati, insultato dai nemici, costantemente sotto processo, ineleggibile, escluso dal consesso sociale e politico, è tornato ed è in corsa per vincere ancora una volta le elezioni politiche dopo avere vinto quelle regionali siciliane ancora con Gianfranco Miccichè.
Intere carriere costruite sull’epica lotta per abbatterlo sono diventate partiti politici, progetti editoriali e addirittura quotidiani di lotta. Animati da una presunta superiorità morale e spinti dalla certezza di battersi per il “bene comune”, per la libertà e la democrazia, contro un despota cinico e bugiardo.
Ma ve lo immaginate Bersani fare un comizio con un barboncino sul podio?
Provate a cercare sulla mappa politica Dotti, Previti, Pilo, Gianfranco Fini, persino Lupi, ministro del governo Renzi, è tornato alla casa del padre accompagnato da tanti che erano su fronti opposti: Cesa, Fitto, Meloni Salvini e lo stesso Miccichè.
Molti di loro guidati da Alfano hanno cercato di superare la leadership di Berlusconi attraverso le primarie, ve lo ricordate? C’è chi ha fatto la fila per presentare le firme per partecipare alla corsa ai gazebo che non ha mai avuto luogo non per mancanza di quorum ma per mancanza di quid.
Sociologi, politologi e più prosaicamente sondaggisti si sono affollati a spiegarci i mille perchè del berlusconismo.
Per spiegare Berlusconi sono scesi in campo tutti da occultisti a psicanalisti, ma tutti dimenticati, superati dal tempo. Persino gli astrologi e i cartomanti hanno dovuto nascondersi e mettere nel cassetto la sfera di cristallo perchè Berlusconi è ancora qui che da le carte e si prepara a vincere la partita, unico ad averne la possibilità anche se non dovesse arrivare primo, ma non come Bersani che primo è arrivato perdendo le elezioni.
Dopo che il mondo ha passato settimane a sghignazzare per i cavalieri berberi e il baciamano a Gheddafi, ora la mano la baciano al Cavaliere, mentre Sarkozy è preistoria in Francia e la Merkel gli ha perdonato gli “apprezzamenti al suo fondoschiena”.
Ora, Berlusconi non solo è il salvatore della patria ma è anche il salvatore dell’Europa non solo dal populismo dei pentastellati, ma anche dai suoi alleati sovranisti e patrioti a intermittenza.
Se ci fosse capitato di stare sulla luna negli ultimi 5 anni e fossimo partiti il giorno in cui Mario Monti stava salendo a palazzo Chigi, oggi tornado sulla terra passeremo le nostre giornate in un centro di riabilitazione mentale.
Che cosa è successo? Come siamo arrivati a tutto questo?
Non pensate di liquidare il ritorno di Berlusconi per gli errori dei suoi avversari, non basta l’arroganza di Monti, il delirio egemonico di Renzi, il rancore di D’Alema o l’inconsistenza degli amici di Beppe Grillo a giustificarlo.
Bisogna prendere atto che nonostante l’età il leader di FI è in grado di rappresentare la modernità più di chiunque altro, ormai è un “genere”, un capitolo di una storia che ha saputo interpretare e plasmare andando oltre gli “alibi” delle televisioni (di sua proprietà ) e anche oltre le minacce delle nuove tecnologie.
Un genere che ha ispirato e condizionato non solo il nostro Paese, ha anticipato di vent’anni Trump che resta un cattivo interprete del berlusconismo, un po’ Pannella, un po’ Alberto Sordi, un “super Pop” incomprensibile ai palati fini che si apprestano a cambiare i titoli di coda come è successo al saggio Scalfari.
Berlusconi lo hanno raccontato e forse poco capito perchè non ci si rassegna all’idea che sia lui a rappresentare l’anima profonda degli italiani.
Sarà difficile nei prossimi decenni spiegare perchè i contemporanei non lo hanno capito come accadde a Totò o come potranno raccontare che Berlusconi sta alla politica come il futurismo è stata all’arte.
Tutto è possibile in un paese dove tutto l’incredibile è già accaduto.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile
I MIRACOLI DELLA DEMOCRAZIA E DEL MARKETING AL SERVIZIO DEL BISUNTO DAL SIGNORE
La conquista di Roma non è mai stata un’impresa facile per nessuno. 
E’ vero, storicamente per farlo (o almeno provarci) bisognava mettere insieme un potentissimo esercito, come fece Annibale (senza riuscirci), o come fece Attila, che pur sbaragliando i romani nella sua travolgente avanzata, appena giunto nei pressi di Roma… fiutò al volo i guai in cui si stava cacciando e fece rapidissima retromarcia verso i patrii lidi.
In tempi molto più recenti persino il gloriosissimo esercito alleato, sbarcato ad Anzio senza colpo ferire, ci pensò due volte prima di avanzare diritto verso la vicina Roma già abbandonata mesi prima dal re fascista, ma subito occupata dalle truppe ariane del perfido dittatore razzista. E quella titubanza costò assai cara ai liberatori anglosassoni.
Quasi cinquant’anni dopo invece la conquista di Roma, benchè inaspettata, è risultata di facilità pressochè irrisoria ad un cavaliere milanese di nome Brancalusconi armato solo di fanfaluche e televisioni.
Sono i miracoli della democrazia. Ma quel cavaliere seguiva una precisa logica: se sei così bravo nel marketing da convincere la gente a comprare qualunque boiata che vede in televisione, perchè non dovresti riuscire a convincerla a fare una cosa infinitamente più semplice e che non costa nulla (apparentemente) come quella di fargli mettere una crocetta sul tuo nome già stampato sulla scheda elettorale?
E c’è una precisa tecnica per riuscirci. Benchè ormai sia vecchia, la tecnica di ripetere all’infinito in televisione che tu e i tuoi accoliti siete i benefattori mentre gli avversari sono degli “sfigati”, o peggio, dei truffatori, funziona ancora, basta scegliere i momenti e i programmi giusti.
Se poi si unisce a te il “celestiale” coro delle prefiche osannanti (adeguatamente retribuite) il messaggio diventa un’orazione e riesce a toccare il cuore anche degli elettori solitamente considerati “svegli”, oscurando la loro mente.
Detto, fatto! Lui ci ha provato raccontandone di tutti i colori in televisione e inviando a tutti il suo personalissimo fotoromanzo (edulcorato profondamente per far sognare tutti ad occhi aperti).
Ai fedeli di Santa Madre Chiesa ha raccontato di essere l’Unto, ai socialisti di aver visto il sole nascente illuminarsi ai suoi piedi, ai liberali di saper costruire la diga che ferma l’orrenda onda comunista, ai mercanti ha insinuato astutamente l’invidia dei suoi soldi, ai giovani e meno-giovani fancazzisti (oggi si dice così) è bastato riempire il piccolo schermo di ballerine semisvestite e ammiccanti per stenderli nel sogno vanesio di facili conquiste. E ha vinto.
Non da solo, beninteso, ma alleandosi con chi, come lui, non sarebbe mai riuscito a vincere da solo.
Le alleanze hanno un costo, questo vale anche in politica, ma lui era un grande imprenditore e sapeva benissimo che quel prezzo si paga in poltrone e le poltrone, benchè costosissime per i contribuenti, le pagano i cittadini, mica lui.
E’ andata avanti così vent’anni, dentro e fuori da Palazzo Chigi, mentre il debito dello Stato saliva e mentre lui, i suoi alleati e molti altri, per strana coincidenza, si arricchivano.
Ma la ricchezza, il potere e le ballerine sono state anche la sua rovina, perchè ormai privo di freni inibitori invece di pensare ai gravi problemi del paese pensava solo a come rendere più interessanti quegli allegri festini serali in villa (una delle tante che ha) ai quali non voleva rinunciare mai e che qualcuno, ispirandosi alle danze esotiche, ha scherzosamente chiamato “Bunga-Bunga” senza pensare che avrebbe presto conquistato notorietà globale (purtroppo molto negativa per il cavaliere e per l’Italia) e quindi anche tutta una serie di rovesci (dimissioni, divorzio, condanna e servizi sociali) che sembravano aver messo definitivamente la parola fine alla sua brillantissima carriera.
A salvarlo dall’oblio è arrivato però, miracolosamente, dalle terre un tempo dominate dai Medici, un giovanissimo e arrembante politico etichettato di “sinistra” ma ricco di idee, determinazione e, soprattutto, di egocentrico pragmatismo riformatore.
Ha avuto tutte le fortune quel “bamboccione”, salito al potere con la velocità del fulmine profittando anche delle disgrazie accadute in successione a lui, il suo vero maestro, che veniva presto abbandonato anche dai suoi “fedelissimi”.
Ma adesso il vento è di nuovo girato, ora la sfortuna cade proprio sulla testa dell’altro, rovescio dopo rovescio.
E’ venuto perciò il momento della riscossa. Gli anni passano, ma non la voglia di vincere e lui, il cavaliere, sa come fare. Come? Con la solita tecnica dei “miracoli della democrazia”.
Certo, riuscire a mettere insieme un partito già squinternato come oggi è Forza Italia con quello della Padania allargata allo stivale, con quello dei rimasugli tricolori rimasti fedeli ai fasti del suolo patrio e… alla misteriosa “quarta gamba” ancora da scoprire, non è impresa da poco, anzi è proprio un miracolo, ma per il cavalier Brancalusconi (l’Unto che diventa Bisunto) è cosa possibilissima, questi giochi di prestigio per mezzo di una politica telecomandata sono la sua specialità .
Per trasfondere fiducia al “suo popolo” spara già percentuali di adesione da fantascienza, ma il suo potere ipnotico è notoriamente di grande efficacia e, unito a qualche promessa di facile presa sugli elettori meno preparati al canto delle sirene, può funzionare ancora.
Mettere nel sacco quell’arrogante toscano già finito nella polvere, sarà gioco da ragazzi, ma anche su quel pretenzioso neofita messo alla guida di invisibili truppe pentastellate non sarà impossibile, dopo che si entrerà nell’ultimo mese e verrà circondato e soverchiato dai veterani delle sue falangi mediatiche.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 17th, 2018 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 4 ANNI SONO PASSATI DA 2.892.155 A 2.487.389… DURANTE IL GOVERNO BERLUSCONI ERANO AUMENTATI DA 2.709.888 A 2.763.012
Se il pelo sintetico ha preso il posto di quello naturale, il vizio di sparare numeri a caso
Silvio Berlusconi non lo ha perso: “In Italia ogni 20 secondi accade un reato. Ogni minuto si verifica un reato di strada. Ogni 2 minuti un furto in appartamenti. Ogni 3 minuti un furto di automobile o motociclo. Ogni 4 minuti un furto in un negozio o in un supermercato. E addirittura ogni 2 giorni 3 rapine in banca di cui i giornali non danno nemmeno più notizia perchè è diventata un’abitudine”, ha detto il leader di Forza Italia imboccato sul tema sicurezza da Barbara D’Urso nell’intervista senza domande a Domenica Live.
Ma i dati del Viminale dicono che quando c’era lui si delinqueva di più: nel 2011, suo ultimo anno a Palazzo Chigi, erano stati commessi 2,7 milioni di reati contro i 2,4 del 2016.
Nell’ultimo Annuario delle Statistiche Ufficiali del ministero dell’Interno pubblicato a novembre 2017 e relativo all’anno 2016, si legge che “il numero dei delitti commessi sul territorio nazionale è risultato pari a 2.487.389, a fronte dei 2.687.249 del 2015, con un decremento pari al -7,44%“.
I furti sono stati 1.346.630 e “hanno fatto registrare, rispetto al 2015, una flessione pari al -7,99% (nel 2015 erano stati 1.463.527, ndr) in particolare risultano in diminuzione i furti in abitazione (-8,81%); i furti con strappo (-6,22%) ed i furti con destrezza (-6,39%), i furti in esercizi commerciali (-6,10%), i furti su auto in sosta (-7,42%), i furti di autovetture (-3,38%); nonchè i furti di automezzi pesanti trasportanti merci (-13,22%)”.
Una “rilevante diminuzione” è stata registrata anche nel comparto rapine in banca, che nel 2016 sono diminuite di un terzo: “A fronte delle 35.068 del 2015 — recita l’annuario del Viminale — nel 2016 se ne sono registrate 32.918 (-6,13%): in particolare, in decremento, risultano le rapine in banca (-28,73%), nelle abitazioni (-16,38%), negli esercizi commerciali (-9,16%) ed in pubblica via (-2,42%)”.
L’unica eccezione è relativa agli uffici postali, dove “si sono registrate 31 rapine in più (+9,66%)”.
Un identico trend era stato osservato nel 2015: secondo l’annuario del 2016, infatti, ” i furti hanno fatto registrare, rispetto al 2014, una flessione pari al -6,97%“.
Identico discorso per le rapine: “Una rilevante flessione si è ancora avuta per le rapine — si legge ancora — a fronte delle 39.236 del 2014, nel 2015 se ne sono infatti registrate 35.068 (-10,62%): in particolare, in decremento, risultano le rapine in esercizi commerciali (-13,58%) ed in pubblica via (-10,04%), negli uffici postali (-9,07%) e nelle abitazione (-4,52%); pressochè stazionarie, invece, quelle in banca (+0,13%)”.
Flessione, peraltro in linea con quella documentata nel 2014 quando, secondo al’annuario statistico di quell’anno, “a fronte delle 43.754 rapine compiute nel corso del 2013, nel 2014 ne sono registrate 39.236 (-10,33%): in particolare, in forte decremento, le rapine in banca (-35,33%) ed in uffici postali (-19,95%), in flessione le rapine in abitazione (-11,33%), in esercizi commerciali (-10,04%) ed in pubblica via (-7,99%)”.
Quell’anno i reati erano stati complessivamente 2.812.936, in flessione del 2,74% rispetto ai 2.892.155 commessi nel 2013, primo anno del governo Letta.
Quando al governo c’era Silvio si delinqueva di più
I dati degli ultimi anni sono simili a quelli degli anni in cui governava il Cavaliere, se non leggermente migliori in quanto a progressione.
Secondo il Viminale nel 2008, anno in cui Berlusconi salì per l’ultima volta a Palazzo Chigi, “il numero dei delitti commessi sul territorio nazionale” era stato pari “2.709.888“, per flettere di poco nel 2009 (2.629.831), restare sugli stessi livelli nel 2010 (2.621.019) e aumentare nel 2011 (2.763.012), ultimo anno di governo.
Tutti valori più alti rispetto a quello registrato nel 2016: 2.487.389. Non solo: il numero di delitti complessivi e dei furti commessi nel 2011 era stato superiore a quello del 2008, segno che l’azione del governo in materia non era stata particolarmente efficace.
Ecco il confronto in dettaglio circa i reati complessivi, furti e rapine commessi in Italia negli ultimi anni.
REATI COMPLESSIVI
Nel 2008 erano stati 2.709.888
Nel 2011 erano stati 2.763.012
Nel 2013 erano stati 2.892.155
Nel 2016 erano stati 2.487.389
Dallo schema emerge come i reati complessivamente commessi tra il 2008, anno in cui Berlusconi torna per l’ultima volta a Palazzo Chigi, e il 2011 (a novembre viene sostituito da Mario Monti) fossero aumentati.
Il numero è quindi salito ancora nel 2013 e progressivamente diminuito fino al 2016, anno in cui sono stati commessi 275mila reati in meno rispetto all’ultimo anno del Berlusconi IV, quando in linea teorica l’azione di governo in tema di sicurezza avrebbe dovuto toccare il picco massimo.
FURTI
Nel 2008 erano stati 1.392.54
Nel 2011 erano stati 1.460.205
Nel 2013 erano stati 1.554.777
Nel 2016 erano stati 1.346.630
Stessa dinamica osservata sopra: i furti aumentarono durante l’ultimo governo del Cavaliere, per salire ancora all’inizio del governo Letta e poi diminuire fino al 2016, anno in cui sono stati registrati 114mila casi in meno rispetto all’ultimo anno del Berlusconi IV.
RAPINE
Nel 2008 erano state 45.857
Nel 2011 erano state 40.549
Nel 2013 erano state 43.754
Nel 2016 erano state 32.918
Nel IV governo Berlusconi diminuirono le rapine, tipologia di reato che negli anni successivi ha subito un calo consistente: nel 2016 sono state commesse 8mila rapine in meno rispetto al 2011
(da “il Fatto Quotidiano”)
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