Settembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
LA DOCENTE DI FILOSOFIA: “VIVIAMO IN UNA SOCIETA’ DI IDENTITA’ FRAGILISSIME”
“Li ho uccisi perchè erano troppi felici e per questo mi è montata la rabbia”. Avrebbe detto
queste parole durante l’interrogatorio Antonio De Marco, il 21enne che ha confessato di aver ucciso l’arbitro Daniele De Santis e la sua fidanzata, Eleonora Manta, nella loro casa di Lecce. Il giovane è stato arrestato ieri, dopo giorni di ricerche.
Non sono passate molte ore prima che confessasse il gesto. Il motivo del duplice omicidio, ipotizza chi indaga, sarebbe “l’invidia, la gelosia per la gioia di vivere e la solarità dei giovani che forse non aveva lui”.
Un’ipotesi che, a una primissima analisi, trova fondamento nelle parole pronunciate dal giovane.
Ma da dove nasce l’invidia? E, soprattutto, può portare a uccidere?
“Per lo più è una passione che non si vede, nè si ammette. La sua velenosità si ritorce contro il soggetto che la prova. Ma può anche slittare verso il risentimento. E in questo caso si arriva a voler fare del male all’altro”, ci risponde Elena Pulcini, docente ordinario di Filosofia politica all’Università di Firenze e autrice di un saggio che approfondisce l’invidia in tutti i suoi aspetti.
Professoressa, nel suo scritto definisce l’invidia “una passione triste”. Ma da dove nasce questo sentimento?
“Si tratta di una passione che nasce dal soffrire per il bene degli altri, dal non sopportare la gioia, la felicità , altrui. Possiamo dire che è una condizione da ricondurre alla fragilità dell’Io. L’invidioso non si stima, non è contento di sè, percepisce il bene che è capitato all’altro come una diminuzione del proprio essere. E, per questo motivo, inizia ad invidiare oltre ogni limite non solo chi percepisce come superiore a lui, ma anche chi ritiene essere al suo stesso livello.
Perchè percepisce maggiore competizione?
Sì, perchè gli viene spontanea la famosa domanda: “Perchè lui sì e io no?”. Vede, in fondo l’invidia non sopporta l’uguaglianza. E quell’interrogativo è l’humus sul quale il livore viene coltivato, via via in misura maggiore. C’è, poi, una versione più cattiva dell’invidia. La troviamo in Nietzsche.
Di cosa si tratta?
Della gioia maligna, che porta a godere del male dell’altro. Immaginiamo di essere noi gli invidiosi, e di trovarci di fronte a un amico che ha più successo di noi: se a quest’ultimo capita di fallire noi, senza confessarlo, proviamo quasi piacere. Vede, a differenza degli altri vizi capitali, dove, in qualche misura si può rinvenire un’altra faccia delle medaglia, un qualcosa che somigli a un risvolto positivo, l’invidia è in tutto e per tutto negativa. Eppure è un sentimento universale, c’è sempre stato, anche nell’antica Grecia.
Da quello che hanno riferito gli inquirenti, sembra che il ragazzo che ha confessato di aver ucciso il giovane arbitro e la sua fidanza, a Lecce, lo abbia fatto per invidia. Ma si può arrivare ad ammazzare una persona perchè non si sopporta la sua felicità ?
Intanto la felicità è la prima cosa di cui si è invidiosi. Però generalmente l’invidia è una passione non violenta, invisibile. Nessuno confessa mai di essere invidioso, se non in maniera scherzosa. Si tende a non far vedere questo tipo di livore, che rumina dentro il soggetto, sfociando al massimo in uno sguardo cattivo. Ciò non toglie che ci sono casi in cui l’invidia può crescere esplodere. Ha presente la storia di Caino e Abele? Ecco, però, in questo caso parlerei di risentimento.
Di cosa si tratta?
È come se l’invidia oltrepassasse il limite, slittando, appunto, verso un altro stato d’animo. Così si sviluppa rancore verso l’altro che, nella mente del soggetto, è qualcuno che ha ottenuto ciò che lui non potrà ottenere. Questa passione si accumula via via, in maniera lenta ma duratura, fino ad avvelenare l’anima. A quel punto il soggetto trova solo una strada per esprimersi: quella violenta. Come se sorgesse nella sua mente la volontà di distruggere qualcosa che lui ritiene non poter avere. La felicità della coppia, in questo caso.
Ci vorrà probabilmente tempo prima che vengano ricostruiti tutti i dettagli della vicenda, ma dagli elementi che hanno reso noti al momento gli inquirenti pare che il ragazzo che ha ucciso la coppia abbia premeditato il suo gesto. Abbia pensato ai dettagli del delitto per giorni. Anche questa è una caratteristica di chi prova risentimento?
Sì, un’altra peculiarità di questo stato d’animo è l’ossessività . Perchè vede, il risentimento è una passione pervasiva, molto più dell’invidia. Invade l’intera personalità , mobilita tutto il nostro essere, senza lasciare nulla fuori. Allora il soggetto pensa: “Devo trovare un sollievo”. E la risposta al risentimento è praticamente sempre la violenza. Cosa che con l’invidia non accade.
Dalle carte di chi indaga emerge il ritratto del giovane che ha confessato l’omicidio. Un soggetto timido, introverso, con poche amicizie. Ma un ragazzo di 21 anni, quindi comunque cresciuto al tempo dei social. Quanto incidono questi ultimi nella proliferazione di passioni come l’invidia e il risentimento?
Sono devastanti. Hanno certamente molti aspetti positivi, ma anche conseguenze dannose. Si pensi alla logica del like: io posto qualcosa, una frase, una foto, per ottenere un “mi piace”. Certamente non è un meccanismo obbligato ma, se applicato, può portare a uno svuotamento, a una superficializzazione della personalità . Vede, non si tratta solo del desiderio di apparire, quello lo possiamo ricondurre anche alla televisione, ma di volontà di piacere. È un passo ulteriore: è il piacersi attraverso il plauso degli altri
Ma perchè accade ciò?
Perchè siamo in una società di identità fragilissime che, dove piacere all’altro fa sentire vivi.
Torniamo al punto di partenza. Come si pone un argine all’invidia?
La strada giusta è, a mio parere, riappropriarsi di sostanza, di contenuti, di obiettivi. Bisogna poi ritirare la proiezione sull’altro. Come? Attraverso un recupero della propria identità . Qualunque essa sia.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
EMERGE IL FOLLE MOVENTE DELL’OMICIDIO DI ELEONORA E DAVIDE
Ha confessato nella notte Antonio De Marco, lo studente di Scienze infermieristiche arrestato nella serata di lunedì 28 settembre con l’accusa di essere l’assassino di Daniele De Santis ed Eleonora Manta.
Voleva legarli, torturarli e poi ucciderli. Era questo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il piano del 21enne. Dalle indagini che hanno portato alla svolta sul duplice omicidio emergono nuovi particolari.
Antonio De Marco è di Casarano, paese della provincia, ma fino allo scorso agosto “era stato un coinquilino” perchè aveva abitato in affitto in una stanza nella casa che poi Daniele De Santis aveva deciso di ristrutturare per andarci a vivere con Eleonora.
“Ho fatto una cavolata. So di aver sbagliato. Li ho uccisi perchè erano troppi felici e per questo mi è montata la rabbia”.
Sarebbero queste le parole con le quali Antonio De Marco avrebbe motivato agli investigatori il duplice omicidio. Lo si apprende da fonti investigative. Lo stesso comandante provinciale dell’arma dei carabinieri Paolo Dembech ha escluso il movente passionale “che al momento non si evidenzia” spiegando che le ragioni andavano a ricercarsi nel periodo di convivenza con la coppia la cui felicità potrebbe aver infastidito il presunto omicida, che è un ragazzo “introverso, chiuso, con poche amicizie”.
LA FESTA IL GIORNO DEI FUNERALI
Sorridente e sereno a tavola con i colleghi a poche ore di distanza dai funerali di Daniele ed Eleonora. E’ così che Antonio De Marco ha trascorso la serata di sabato26 settembre quando in un locale ha partecipato alla festa di compleanno di una sua collega tirocinante presso la scuola infermieri del Vito Fazzi di Lecce
Il giovane appare così in alcune foto scattate dagli amici colleghi di corso. Gli stessi che lunedì 28, intorno alle 22 lo hanno visto mentre veniva arrestato dai carabinieri nel nosocomio salentino. Alla vista dei militari il 21enne di Casarano si sarebbe dimostrato tranquillo e sorridento avrebbe chiesto: “Da quanto mi stavate seguendo ?”.
L’ORDINANZA DI FERMO
“L’azione è stata realizzata con spietatezza e totale assenza di ogni sentimento di pietà verso il prossimo”. E’ quanto si legge nel provvedimento di fermo nei confronti di Antonio De Marco. “Nonostante le ripetute invocazioni a fermarsi urlate dalle vittime – è scritto ancora nel provvedimento – l’indagato proseguiva nell’azione meticolosamente programmata inseguendole per casa, raggiungendole all’esterno senza mai fermarsi. La condotta criminosa, estrinsecatasi nell’inflizione di un notevole numero di colpi inferti anche in parti non vitali (il volto di De Santis) e quindi non necessari per la consumazione del reato, appare sintomatico di un’indole particolarmente violenta, insensibile ad ogni richiamo umanitario”.
Il delitto, ha spiegato il procuratore di Lecce, Leonardo Leone De Castris, sarebbe stato a lungo premeditato e definito nei minimi dettagli. In alcuni bigliettini che l’assassino ha perso nella fuga, è stata trovata non solo la mappa che indicava come evitare le telecamere di sicurezza della zona, ma anche i dettagli “delle attività prodromiche” che avrebbero dovuto procedere l’omicidio.
In altri termini il 21enne avrebbe progettato di immobilizzare i due fidanzati per seviziarli e, infine, di lasciare una scritta a suggello del suo gesto. È quanto emergerebbe dalle indagini dei carabinieri. È stato lo stesso procuratore della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone De Castris, a fare cenno a delle fascette stringitubo ritrovate in casa, materiale che poteva probabilmente servire all’omicida per legare le due vittime e, forse, torturarle, seguendo un macabro disegno.
LE CHIAVI DI CASA
Antonio De Marco aveva fatto una copia delle chiavi di casa in quanto ex inquilino. Lo ha rivelato il comandante dei carabinieri di Lecce Paolo Dembech in una conferenza stampa in cui sono stati forniti alcuni dettagli sulle indagini che hanno portato alla svolta delle indagini.
Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori, il 21 enne è entrato in casa dove i due giovani stavano cenando e ha sferrato le prime coltellate contro Daniele in cucina. Il giovane aveva preso in fitto una stanza dell’appartamento e per brevi periodi aveva convissuto con la coppia che a volte si fermava a dormire nella casa. Su richiesta del proprietario, Daniele De Santis, il giovane aveva lasciato l’appartamento ad agosto e si era trasferito in un’altra casa sempre a Lecce. Da allora avrebbe cominciato a pianificare l’omicidio. Gli stessi carabinieri hanno escluso l’esistenza di complici.
IL PIANO DEL KILLER
“Scendo dalla fermata attraversi e ria-attraversi in diagonale poco prima del bar in via V. Veneto c’è il condominio a dx a fine strada attento di fronte passare velocemente suul muro a sx”. In questo modo Antonio De Marco, secondo i magistrati aveva pianificato il proprio disegno criminoso in quel che l’ordinanza di custodia cautelare, ha definito il “cronoprogramma” del delitto. “Il percorso ricostruito dalle immagini – afferma l’ordinanza – acquisite nel corso delle indagini… appare inequivocabilmente compatibile con il contenuto di uno dei cinque foglietti manoscritti rinvenuti nel corso dei rilievi effettati sulla scena del crimine”. In questi fogli, afferma ancora l’ordinanza, erano “descritti il percorso adducente al condominio di via Montello n.2, nonchè le modalità e l’arma con cui (De Marco, ndr) intendeva consumare l’intera azione criminosa”.
IL TESTIMONE
Tra le testimonianze ritenute fondamentali per risolvere il caso c’è quella di Andrea Laudisa, un inquilino che abita nel palazzo dove vivevano Eleonora e Daniele. “Attorno alle 20.45 – racconta – sentivo delle urla provenire dall’abitazione sopra la mia… in particolare sentivo dei forti rumori di mobili che cadevano e delle urla di una donna e di un uomo… sentivo che pronunciavano delle frasi tipo ‘aiuto, che stai facendò Ahi!’ Le urla erano tali che capivo subito che non si trattava di una semplice lite”. Laudisa sente la voce di Eleonora implorare l’assassino. “Che stai facendo? Ci stai ammazzando”.
Poco dopo l’uomo vede l’omicida inseguire per le scale l’arbitro Daniele De Santis che aveva anche cercato di chiedere aiuto col cellulare. “Notavo una persona che si trascinava per le scale” e un’altra “che si avvicinava e lo colpiva più volte e sentivo la persona per terra che implorava il soggetto che lo stava colpendo dicendogli più volte ‘basta, basta, basta’”. Subito dopo, conclude, “ho notato questa figura che, con passo normale e apparentemente tranquillo, scendeva le scale”.
Laudisa e la sua fidanzata fanno complessivamente 3 telefonate alle forze di polizia. “C’è qualcuno che sta accoltellando qualcun altro sulla scala, dovete arrivare velocemente, non si apre il portone dovete sfondarlo, perchè io non posso scendere ad aprilo, c’è un pazzo sulle scale che sta accoltellando qualcuno”.
IL PROCURATORE
“Da oggi la città di Lecce esce da un incubo – ha detto il procuratore – l’accaduto è una rarità nella criminologia penale”. L’assenza di un movente – ha spiegato ancora – ha rappresentato una grossa difficoltà iniziale nelle indagini perchè senza un movente è difficile capire qual è la pista da seguire e questo mi ha ha spinto a seguire la vicenda con quattro magistrati, oltre ad un sostituto anche i due aggiunti e il lavoro di polizia giudiziaria del carabinieri è stato eccellente”.
Alla identificazione dell’assassino si è giunti attraverso le immagini delle telecamere di videosorveglianza, intercettazioni e una perizia grafica sui bigliettini sporchi di sangue che erano stati persi dall’assassino nella fuga. Nei giorni scorsi erano stati acquisiti anche i contratti di affitto della casa del giovane arbitro, dai quali verosimilmente si è risaliti all’identità di De Marco.
(da “La Repubblica”)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
UN GRUPPO DI LEGHISTI URLAVA MINACCE E INSULTI: PERCHE’ SI E’ PERMESSO? PERCHE’ NON SONO STATI IDENTIFICATI E DENUNCIATI? CI DEVONO PENSARE GLI ITALIANI LA PROSSIMA VOLTA A FARE PULIZIA?
La storia della Alan Kurdi, sbarcata nel porto di Olbia tre giorni fa, è stata accompagnata
da una serie di immagini che hanno spiegato molto su quella circostanza e, in generale, sul vero sentiment di istituzioni e comuni cittadini nei confronti del tema dell’accoglienza.
Le 125 persone a bordo, tra cui 50 minori, sono state sottoposte ad accertamenti sanitari — nell’ambito dei controlli per l’emergenza Covid-19 — e sono successivamente sbarcati in Sardegna. Nelle ore che si sono rese necessarie per queste operazioni, un piccolo gruppo di militanti e di figure istituzionali della Lega ha voluto protestare per quanto stava accadendo nel porto di Olbia.
Sono diventate subito virali le immagini, ad esempio, del deputato Zoffili, che si è seduto sul molo per cercare di ritardare le operazioni di sbarco.
Ma le cronache hanno raccolto anche le testimonianze di chi, al di fuori del cordone di sicurezza organizzato dalla prefettura di Sassari, ha voluto esprimere una forma di dissenso, molto spesso offensivo, nei confronti dei migranti arrivati in Italia sulla nave della ong tedesca.
Ma al di là di questi episodi, se ne registrano altri di segno opposto. È diventata virale, ad esempio, l’immagine di una dottoressa — resa irriconoscibile dalle tute di contenimento e dalle mascherine di protezione — che avrebbe messo le sue mani sulle orecchie di un bambino prossimo allo sbarco. In tanti hanno interpretato questo gesto come un atto di rispetto nei confronti del piccolo: quasi a volergli tappare le orecchie per impedire di sentire gli insulti che arrivavano dal molo.
In realtà , consultando alcune fonti qualificate presenti sul posto, siamo in grado di ricostruire la storia che sta dietro a questa immagine, diffusissima sui social network con la spiegazione che abbiamo descritto prima.
Gli operatori dell’Ats Sardegna, infatti, nonostante le difficoltà oggettive come il maltempo che imperversava nell’area, hanno operato con la massima umanità , così come le forze dell’ordine coinvolte nella circostanza. In altre immagini, ad esempio, si vedono cenni d’intesa tra il personale sanitario e delle forze dell’ordine e gli stessi migranti, soprattutto con i tanti bambini presenti a bordo.
Il gesto di cui stiamo parlando, in realtà , potrebbe essere stato semplicemente un abbraccio: i pochi contestatori presenti, infatti, hanno effettivamente urlato delle frasi razziste, ma si trovavano piuttosto distanti (si veda il cordone di protezione di cui abbiamo parlato in precedenza) e non è detto che i loro slogan arrivassero sulla nave. In ogni caso, il bambino ritratto nell’immagine non avrebbe potuto comprendere la natura di quegli insulti, dal momento che non aveva alcuna conoscenza dell’italiano. Un gesto d’affetto, insomma, come ce ne sono stati tanti, probabilmente non collegato alla circostanza degli slogan e degli insulti rivolti — da molto lontano — all’indirizzo della nave. Perchè, non lo dobbiamo dimenticare, una forma di umanità è ancora possibile, nonostante tutto.
(da Giornalettismo)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
I GOVERNI ITALIANI, DI QUALSIASI COLORE, SONO SOLO CAPACI DI REGALARE MILIARDI AI CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA
Hanno trascorso la notte tra lunedì 28 e martedì 29 settembre incatenati nella piazza di Montecitorio, a Roma, i familiari dei pescatori italiani sequestrati in Libia da oltre 27 giorni.
I parenti dei 18 marittimi di Mazara del Vallo, tenuti in ostaggio dalle milizie del generale Kalifa Haftar, con questo gesto hanno voluto denunciare la mancanza di informazioni da parte delle autorità italiane sull’evoluzione della vicenda.
Nella giornata di lunedì 28 settembre, infatti, era circolata la notizia che i pescatori italiani sarebbero stati processati da un tribunale militare di Bengasi nel mese di ottobre.
Notizia, però, non confermata dalla Farnesina e che ha contribuito ad alimentare l’angoscia e la preoccupazione dei familiari dei marittimi, i quali hanno detto che andranno via da Roma fino a quando non verrà fatta chiarezza sulla vicenda.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
NEI BIGLIETTINI PIANIFICATE LE TORTURE… IL MOVENTE UNA INFATUAZIONE NON CORRISPOSTA
Voleva legarli, torturarli e poi ucciderli. Era questo, secondo la ricostruzione degli
inquirenti, il piano di Antonio De Marco, il 21enne, di Casarano studente di Scienze infermieristiche che nella notte ha confessato di aver ucciso Daniele De Santis ed Eleonora Manta. Dalle indagini che hanno portato alla svolta sull’omicidio emergono nuovi particolari.
Il presunto killer che sino ad agosto aveva vissuto nell’abitazione di via Montello che Daniele affittava agli studenti aveva con se’ cinque biglietti. In uno aveva annotato le torture che avrebbe voluto infliggere ai due fidanzati. Qualcosa nel suo piano, però, non ha funzionato. E dopo aver infierito sui due ragazzi con più di 60 coltellate è scappato, perdendo una parte delle annotazioni che aveva con sè.
De Marco dopo aver torturato i ragazzi voleva lasciare una scritta sul muro e nello zaino aveva portato anche solventi con cui avrebbe dovuto cancellare ogni traccia del suo passaggio e del delitto. Quando ieri lo studente è stato arrestato nel reparto dell’ospedale Vito Fazzi dove era impegnato in uno stage si è messo a ridere, raccontano i suoi compagni di studio che lo descrivono come un ragazzo perbene, che non aveva mai destato sospetti.
Sul movente ancora è buio, anche se non si esclude che alla base del duplice omicidio ci possa essere un’infatuazione non corrisposta.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 29th, 2020 Riccardo Fucile
“KILLER INSENSIBILE A OGNI RICHIAMO DI UMANITA’, VOLEVA SEVIZIARLI E POI UCCIDERLI”
È Antonio De Marco, studente di Scienze infermieristiche di 21 anni di Casarano, l’assassino dell’arbitro Daniele De Santis e della fidanzata Eleonora Manta, morti lo scorso 21 settembre nel loro appartamento di via Montello a Lecce.
Il killer conosceva bene le sue vittime, era stato un loro inquilino per quasi un anno, fino allo scorso agosto. In un post pubblicato sulla sua pagina Facebook aveva scritto: “Desiderio di vendetta”, che potrebbe fare chiarezza sul movente del delitto. Nel decreto di fermo si legge: “Il killer è insensibile a ogni richiamo di umanità ”.
Ha solo 21 anni il killer che ha confessato il duplice omicidio di Daniele De Santis e della fidanzata Eleonora Manta a Lecce. Antonio De Marco, studente di Scienze infermieristiche originario di Casarano, voleva non solo uccidere la coppia, ma anche seviziarla e torturarla, mettendo a punto un piano che si potrebbe definire diabolico. Aveva premeditato tutto prima di quella sera del 21 settembre scorso, quando ha colpito a coltellate i due ragazzi all’interno dell’appartamento di via Montello dove Daniele ed Eleonora vivano e dove fino a qualche mese fa lo stesso killer aveva occupato una delle stanze come inquilino.
Dopo una settimana di indagini, è arrivata la svolta: il giovane è stato fermato, individuato attraverso le immagini delle telecamere di videosorveglianza, intercettazioni e una perizia grafica sui bigliettini sporchi di sangue che erano stati persi durante la fuga subito dopo il delitto, e poi ha confessato: “Sono stato io ad ammazzarli”. Nel decreto di fermo si legge: “Ha un’indole violenta, non ha avuto nessuna pietà . Il delitto è stato realizzato con spietatezza e in assenza di compassione per mero compiacimento sadico, il killer è insensibile a ogni richiamo di umanità “.
Chi è Antonio De Marco
Antonio De Marco, 21 anni, di Casarano, è uno studente di Scienze infermieristiche all’ospedale Vito Fazzi di Lecce. Nei mesi scorsi è stato un coinquilino dell’arbitro Daniele De Santis e di Eleonora Manta nell’appartamento di via Montello, dove si è consumato il delitto. Hanno vissuto insieme fino ad agosto scorso per circa un anno. “Il ragazzo che è stato fermato ha abitato qui per un po’. Lo conoscevo solo di vista, non sapevo nemmeno come si chiamasse, non ci ho mai parlato, solo buongiorno e buonasera quando ci incrociavamo. Non so per quanto tempo abbia vissuto qui, sicuramente questa estate si è visto più volte”, ha raccontato all’Adnkronos uno dei residenti della palazzina. Quando è stato fermato dalle forze dell’ordine come sospettato per la morte violenta della giovane coppia, Antonio era impegnato in uno stage sempre all’ospedale di Lecce e si è messo a ridere, raccontano i suoi compagni di studio che lo hanno descritto all’edizione di Bari del quotidiano La Repubblica come un ragazzo perbene, che non aveva mai destato sospetti.
Il movente del delitto, che al momento ancora non è noto, potrebbe trovarsi proprio nei mesi della convivenza, non proprio facile, soprattutto con Eleonora. Alla scadenza del contratto di affitto, inoltre, De Marco avrebbe chiesto di rimanere nella casa ma Daniele De Santis ha detto di no proprio per il disagio mostrato dalla fidanzata. Il 3 luglio sempre De Marco ha pubblicato sul suo profilo Facebook un post dal titolo “desiderio di vendetta”. Che fosse riferito alle liti con la coppia?
L’assassino di Eleonora e Daniele aveva premeditato tutto
Antonio De Marco aveva premeditato tutto. Quando la sera del 21 settembre si è recato nell’appartamento di via Montello, nei pressi della stazione ferroviaria di Lecce, aveva con sè striscette stringitubo e un cappuccio ricavato da un paio di calze di nylon da donna, che forse dovevano servirgli a torturare le vittime prima di finirle, come ha sottolineato la Procura.
La premeditazione è stata confermata anche dal procuratore di Lecce Leonardo Leone De Castris: “La fortissima premeditazione è confermata sia dalle attività di ispezione che il soggetto ha fatto nei giorni precedenti — ha specificato — e anche durante la giornata dell’episodio, sia dall’esame e dalla interpretazione del bigliettino perso dal soggetto, laddove non soltanto vi è uno studio dell’itinerario da seguire per evitare le telecamere e, quindi, per agire in sicurezza, ma purtroppo anche la programmazione dell’azione omicida che doveva essere preceduta da una attività preliminare prodromica all’omicidio”.
Secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, il ragazzo voleva immobilizzare, torturare e uccidere, per poi ripulire tutto con “acqua bollente, candeggina, soda” e lasciare una scritta sul muro con un messaggio per la città . Tutto era stato pianificato su cinque foglietti poi rinvenuti al centro del piazzale condominiale. Dopo aver ucciso la coppia, è fuggito via e da quel momento le forze dell’ordine si sono messe sulle sue tracce. La svolta è arrivata nella serata di ieri, quando il ragazzo è stato fermato e ha confessato l’omicidio. “Da oggi la città di Lecce esce da un incubo — ha concluso De Castris — l’accaduto è una rarità nella criminologia penale”
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 27th, 2020 Riccardo Fucile
IN UNA SETTIMANA 200 VITTIME E NESSUNA NAVE DI SOCCORSO IN MARE… I PROVVEDIMENTI ITALIANI OSTACOLANO I SOCCORSI
Quel tweet non è un grido di dolore e di rabbia. Certo, è pervaso da questi sentimenti, ma
al fondo c’è l’esperienza di un giornalista, Sergio Scandura di Radio radicale, che da una vita professionale racconta, spesso con importanti scoop, la tragedia dei migranti nel “mare della morte”, il Mediterraneo.
“Bloccate le navi ONG, non fate operare in SAR oltre le 12 miglia nazionali Marina militare e Guardia Costiera. Bugiardo sulla pelle dei disperati. Bugiardo sulla pelle di morti a dozzine, annegati anche a 25-30 miglia sotto Lampedusa. Rivoltante. Vergogna. Vergogna”.
Non c’è una virgola fuori posto in questo j’accuse. Ma il primo destinatario di questa denuncia, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dubitiamo che arrossirà di vergogna.
E di sicuro non lo farà l’improponibile ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
E al di là dei toni, composti, e della professionalità , incommensurabilmente superiore a quella del suo sprovveduto (in materia internazionale) collega della Farnesina, la sostanza delle cose non cambia quando a parlare è la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese.
“I decreti sicurezza, o immigrazione, dovranno essere esaminati in uno dei prossimi Cdm. Si verificheranno anche gli aspetti delle sanzioni alle Ong, che potrebbero anche diventare sanzioni di carattere penale. Ma è una strada che intraprenderemo con la modifica dei decreti”, ha affermato la titolare del Viminale, giovedì scorso, nel corso dell’ audizione al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen
Complici
Complicità in stragi. Cinque stragi in una settimana. Almeno 200 morti lungo la rotta dalla Libia all’Europa. E nessuna nave di soccorso in mare, bloccate dai provvedimenti italiani che ostacolano gli interventi della flotta civile, e da un’Europa che promette solidarietà , ma continua a cooperare con le autorità di Tripoli, niente affatto estranee alla continua mattanza.
Dei cinque naufragi segnalati negli ultimi giorni, il più grave è avvenuto il 21 settembre e si è saputo solo oggi, sabato: 111 morti. “Solo 9 delle 120 persone sono vive, soccorse da un pescatore dopo giorni in mare. Con i sopravvissuti stiamo ricostruendo gli eventi. Serve assistenza medica urgente», scrive su Twitter Alarm Phone.
“Tra le vittime ci sono Oumar, Fatima e i loro 4 figli” aggiunge l’organizzazione che raccoglie le chiamate d’emergenza in tutto il Mediterraneo. Segnalazioni di altri naufragi sono arrivati anche da Cipro e dall’Algeria. Nella notte tra venerdì e sabato «120 migranti riportati in Libia hanno riferito allo staff dell’Oim che 15 persone sono annegate quando il loro gommone ha iniziato a sgonfiarsi», conferma Safa Msehli, portavoce dell’agenzia Onu per le migrazioni.
Secondo l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr-Acnur) al 23 settembre 8.247 persone sono state registrate come intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica.
La gran parte viene portata nei campi di prigionia ufficiali, dove poi molti vengono fatti sparire. Il 15 settembre, votando il rinnovo della missione Onu in Libia, il Consiglio di sicurezza ha espresso “grave preoccupazione per il deterioramento della situazione umanitaria” e per la situazione “affrontata da migranti, rifugiati e sfollati interni, inclusa la loro esposizione alla violenza sessuale e di genere”
Nessuno può chiudere gli occhi di fronte al grido di dolore di migranti e rifugiati. Come ha detto il Papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare gli sfollati è un dovere universale di ogni popolo civile. La vita umana viene prima di ogni cosa”. Ad affermarlo in un tweet è la leader della Cisl, Annamaria Furlan.
Rapporti dall’inferno
Nonostante sia chiaro che la Libia non possa essere minimamente considerata un paese sicuro, nel 2019 almeno 8.406 persone sono state rintracciate dalla guardia costiera libica e riportate in Libia.
Dall’inizio dell’accordo Italia-Libia del febbraio 2017 sono circa 50.000 le persone riportate nelle mani di carcerieri e torturatori libici come ampiamente denunciato da rapporti e dossier.
Dai movimenti e dalle associazioni, ma perfino dall’Unhcr, Oim e Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, a più riprese si sono levate richieste di interrompere immediatamente la collaborazione con i libici e di prevedere l’istituzione di canali di evacuazione verso i paesi dell’Unione europea per tutte le persone detenute nei centri libici.
Ma di fronte a una situazione tanto cristallina e atroce, l’Italia in febbraio ha rinnovato il memorandum con la Libia e il 16 luglio ha dato il via libera al rifinanziamento per l’addestramento alla cosiddetta Guardia costiera libica. La politica di esternalizzazione delle frontiere e dei respingimenti di massa ha nuove morti sulla propria coscienza.
Migliaia di rifugiati e migranti muoiono e molti subiscono gravi violazioni dei diritti umani durante i loro viaggi lungo le rotte dall’Africa occidentale e orientale verso le coste nordafricane del Mediterraneo, tra le più mortali al mondo.
Lo denuncia un nuovo rapporto pubblicato dall’agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr, e dal Mixed Migration Centre (Mmc) del Danish Refugee Council, intitolato “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori“, che descrive in che modo “la maggior parte delle persone in viaggio lungo queste rotte cada vittima o assista a episodi di inenarrabili brutalità e disumanità per mano di trafficanti, miliziani e, in alcuni casi, di funzionari pubblici”.
Il rapporto segnala che almeno 1.750 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel 2018 e nel 2019 durante questi viaggi. Si tratta di un tasso di almeno 72 morti al mese, un andamento che rende la rotta una delle più mortali al mondo per rifugiati e migranti. Per quanto riguarda il 2020, sebbene la maggior parte delle testimonianze e dei dati siano ancora in fase di ricezione, è certo che siano almeno 70 i rifugiati o migranti che sono rimasti vittima della tratta, tra cui almeno 30 persone uccise per mano di trafficanti a Mizdah, in Libia, a fine maggio.
Proprio in Libia, solo nel 2020, sono stati registrati oltre 6.200 casi di abusi: dati che “mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone”, ha dichiarato Bram Frouws, responsabile del Mmc.
Secondo il rapporto, circa il 28% delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 lungo questa rotta si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del deserto del Sahara. Altre località potenzialmente mortali comprendono Sebha, Cufra, e Qatrun nella Libia meridionale, l’hub del traffico di esseri umani Bani Walid a sudest di Tripoli, e numerose località lungo la parte di rotta che attraversa l’Africa occidentale, tra cui Bamako e Agadez.
“Per troppo tempo, gli atroci abusi subiti da rifugiati e migranti lungo queste rotte via terra sono rimasti largamente invisibili”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i rifugiati. “Questo rapporto documenta omicidi e diffuse violenze della più brutale natura, perpetrati contro persone disperate in fuga da guerre, violenze e persecuzioni. È necessario che gli Stati della regione mostrino forte leadership e intraprendano azioni concertate, col supporto della comunità internazionale, per porre fine a tali crudeltà , proteggere le vittime e perseguire i criminali responsabili”.
Nel documento vengono descritte le violenze brutali che si consumano lungo il viaggio dall’Africa alle coste del Mediterraneo, tra cui le ustioni con olio bollente e le scariche elettriche, oltre alla violenza sessuale su donne e bambini. In Libia solo nel 2020 sono stati registrati oltre 6.200 casi di abusi: dati che “mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone”
Solidarietà , porti aperti, inclusione, sostegno al meritorio lavoro delle Ong: sono parole e concetti che non hanno cittadinanza nell’azione politica del governo Conte II, che sulle questioni libiche e dei migranti è una fotocopia in peggio del governo Conte I. In peggio perchè più ipocrita.
Torture e sparizioni
“Eravamo in 350 in quella prigione, ci sono rimasto per 5 mesi, fino al dicembre scorso. Dentro Ossama Prison ci hanno picchiato e torturato. Vedi la ferita qui sull’orecchio? Me l’hanno fatta con un lucchetto», racconta un sudanese di 19 anni giunto in Sicilia dopo essere stato messo su un gommone partito da Zawiyah.
“La Libia è stato un inferno. Io sono maledetta, sono proprio maledetta”. Lo ripete più volte, Sabha, originaria della Costa D’Avorio. Dal settembre 2016 all’aprile 2017 è stata in uno dei centri di detenzione di Sabha: “Mi hanno preso e portato in prigione, volevano da me dei soldi. Sono stata lì sette mesi: mi hanno fatto di tutto. Ogni giorno ci prendevano e ci portavano da alcuni uomini per soddisfare le loro voglie. Mi hanno preso da davanti, da dietro, erano così violenti che dopo avevo difficoltà anche a sedermi. Mi filmavano mentre mi violentavano. Mi urinavano addosso. Un giorno mi hanno costretta ad avere un rapporto con un cane e loro mi hanno filmato. Sono maledetta”. La sua testimonianza, raccolta nel Cara di Mineo, fa parte del report “La Fabbrica della Tortura”, reso noto, nei giorni scorsi, da Medici per i diritti umani (Medu)
Tra le ultime testimonianze raccolte, il team di Medu umani ha incontrato in un centro a Ragusa uno dei naufraghi che ancora una volta racconta la sua testimonianza dall’inferno libico:
“Sono stato a Ossama prison per un mese circa, nel periodo del Ramadan di quest’anno. Lì dentro è Osama che comanda: lui tortura in prima persona e fa torturare, beve spesso e bestemmia. Ci sono poi le guardie libiche, armate di kalashnikov, ma anche alcuni prigionieri del sub-sahara vengono utilizzati come aiuto-guardie: fanno un po’ di tutto, dalle pulizie alla distribuzione del cibo. Loro hanno il permesso di picchiare altri prigionieri anche se non gli vengono date armi, usano bastoni o altri oggetti. A Tripoli sono le milizie a rapirti e poi contattano le mafie (termine usato dai migranti per indicare gruppi criminali) le quali ti comprano e poi ti rinchiudono in magazzini nel deserto per chiederti il riscatto in cambio della liberazione. Ogni zona ha la sua milizia ma tutte sono vestite con divisa militare e collaborano con il governo. Tutti qui abbiamo tentato la traversata più di una volta ma la Guardia costiera libica ci ha sempre riportato indietro. A volte la Guardia costiera stessa ti chiede soldi, prima di riportarti in prigione: chiedono 1000 euro altrimenti ti dicono che farai un anno di prigione. So di una persona che ha pagato il giudice 1500 dinari per non finire in prigione”.
Il rapporto si basa su oltre tremila testimonianze dirette di migranti transitati dalla Libia, raccolte dagli operatori di Medici per i Diritti Umani nell’arco di sei anni (2014- 2020). Nel periodo considerato sono sbarcati in Italia 660mila migranti, il 90 per cento è passato per il Paese, provenendo dall’Africa occidentale o dal Corno d’Africa, ma anche da alcuni Paesi extra africani come la Siria e il Bangladesh. Numerosi racconti, considerati credibili, da parte di comunità di migranti in contatto con l’Oim sostengono che i detenuti vengono consegnati ai trafficanti e torturati nel tentativo di estorcere denaro alle loro famiglie, abusi che sono stati ampiamente documentati in passato dai Media e dalle agenzie dell’Onu.
L’età media dei migranti e rifugiati (88 per cento di sesso maschile e 12 per cento di sesso femminile) assistiti e intervistati da Medu è di 26 anni. Tra di loro sono presenti oltre 300 minori (13 per cento), incontrati negli insediamenti informali di Roma e presso il sito umanitario di Agadez.
Le principali nazionalità dei testimoni sono Eritrea, Nigeria, Gambia, Sudan, Senegal, Etiopia, Mali, Costa d’Avorio, Somalia. L’85 per cento ha subito abusi, torture, stupri. Secondo i dati raccolti da Medici per i diritti umani, nel periodo che va dal 2014 al 2020, l’85 per cento dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia ha subito in quel Paese torture e trattamenti inumani e degradanti e nello specifico il 79 per cento è stato detenuto/sequestrato in luoghi sovraffollati e in pessime condizioni igienico sanitarie, il 75 per cento ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 65 per cento gravi e ripetute percosse. Inoltre, un numero inferiore, ma comunque rilevante, di persone ha subito stupri e oltraggi sessuali, ustioni provocate con gli strumenti più disparati, fa-laka (percosse alle piante dei piedi), scariche elettriche e torture da sospensione e posizioni stressanti (ammanettamento, posizione in piedi per un tempo prolungato, sospensione a testa in giù, ecc).
Questa tendenza è rimasta invariata — o addirittura si è aggravata — nel corso degli ultimi tre anni, a partire dal 2017, anno di sigla del Memorandum Italia-Libia sui migranti. Tutti i migranti detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni.
Tutti questi report, suffragati da centinaia di testimonianze, da video e perizie mediche, sono di dominio pubblico. Tutti possono leggerli, anche i parlamentari che il 16 luglio scorso hanno votato il rifinanziamento di quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica.
Una lettura “indigesta” per coloro che hanno avallato questo scempio di legalità . E di umanità .
(da Globalist)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 27th, 2020 Riccardo Fucile
HANNO PAURA DI PAGARE PER I REATI CHE HANNO COMMESSO
La Lega aveva assicurato che sabato prossimo non ci sarebbe stata alcuna piazzata anti
giudici, in concomitanza con l’udienza del processo a Salvini al Tribunale di Catania. Nulla che evocasse l’infelice sfilata di parlamentari di Forza Italia davanti al Tribunale di Milano contro i “troppi” processi subiti dal Cavaliere, era l’11 marzo del 2013.
E invece dall’agenda del leader leghista di questa settimana, ecco sbucare l’evento di piazza.
A conclusione dei due giorni di incontri e dibattiti in programma giovedì 1 e venerdì 2 alla Nuova Dogana del capoluogo etneo dal titolo “Gli italiani scelgono la libertà ”.
Tutti convocati — deputati, senatori, europarlamentari e quanti più militanti possibile — per le 10 del mattino di sabato, negli stessi minuti in cui il segretario sarà davanti al suo giudice per rispondere dell’accusa di sequestro di persona per la vicenda della nave Gregoretti.
“Catania capitale europea della libertà . Processate anche me”, sarà la scritta che campeggerà cubitale sul palco del parcheggio Borsellino, dentro il Porto di Catania.
Si terrà lì una lunga maratona oratoria dei parlamentari (ma anche di altri ospiti invitati dal partito) in difesa del capo finito sotto processo.
Al termine dell’udienza preliminare — probabilmente non decisiva ma la prima di una serie — lo stesso Salvini dovrebbe raggiungere la piazza per un bagno di folla post Tribunale e per ringraziare i manifestanti.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »
Settembre 26th, 2020 Riccardo Fucile
QUESTA SETTIMANA CI SONO STATI ALTRI 5 NAUFRAGI CON 200 VITTIME… INVECE CHE ROMPERE I COGLIONI ALLE ONG, L’ITALIA MANDI LA NOSTRA MARINA A SALVARE ESSERI UMANI, DONNE E BAMBINI
Il sito di monitoraggio dei soccorsi in mare, Alarm Phone, dà notizia di un naufragio in cui
hanno perso la vita 111 persone, avvenuto al largo delle coste libiche di Zuara, il 21 settembre scorso.
“Solo nove delle 120 persone sono vive, soccorse da un pescatore dopo giorni in mare. Con i sopravvissuti stiamo ricostruendo gli eventi. Serve assistenza medica urgente!”, scrive in un tweet l’Ong.
“Tra le vittime ci sono Oumar, Fatima e i loro quattro figli. Solidarietà a famiglie e amici che hanno perso i loro cari in questo naufragio. Questa settimana ci sono stati segnalati altri 5 naufragi per un totale di circa 200 vittime. Le politiche di frontiera europee continuano a uccidere”, scrive ancora Alarm Phone.
(da agenzie)
argomento: criminalità | Commenta »