Luglio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“TROPPO FACILE VOTARE IN PARLAMENTO, DITELO IN FACCIA AI NAUFRAGHI CHI FINANIATE”
Con un post di poche righe ma potente, Cecilia Strada ha messo in risalto l’ipocrisia del Governo, che ieri ha votato per continuare a finanziare la Guardia Costiera libica: “Cari senatori che ieri avete rifinanziato la Guardia Costiera libica per fare il lavoro sporco sui migranti, un invito: questa estate fate un giro su una nave di soccorso a vostra scelta. Pochi giorni. Potrete ascoltare le storie dei naufraghi. Sentire l’odore di merda e paura Toccare le cicatrici delle torture. Chiedere quante volte sono stati riportati indietro dalla cara guardia costiera libica che li ha ridati ai trafficanti. Conoscere gli schiavi. Farvi dire degli stupri. E poi dire loro che lo sapete, che vi sta bene così. Che pagate per questo.
Venite, però. Troppo facile votare in Parlamento. Venite a dirlo in faccia alle donne, agli uomini e ai bambini i in mezzo al mare. Vi aspettiamo”.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2020 Riccardo Fucile
ACQUISTATI ANCHE DA BANCA GENERALI…. TITOLI GARANTITI DA AZIENDE DI FACCIATA LEGATE ALLA CRIMINALITA’
Sul mercato internazionale sono finiti bond con in pancia crediti di ‘ndrangheta. A svelarlo è il Financial Times, che ha ricostruito i passaggi che hanno portato alla costruzione del prodotto finanziario, le cui obbligazioni, del valore di oltre un miliardo, sono state messe in vendita tra il 2015 e il 2019.
A confezionare il bond, secondo quanto rivela il noto quotidiano finanziario, sarebbe stata una banca di investimenti svizzera, che in seguito lo ha venduto in blocco a Generali. Un’operazione garantita dalla società di consulenza internazionale Ernst&Young, ma che non ha impedito a società legate ai clan di Lamezia di inoculare crediti vantati nei confronti di enti pubblici, venduti a società terze per fare cassa. Un’operazione di riciclaggio evoluta transitata anche sulle borse mondiali.
Banca Generali ha fatto sapere che si trattava di una cartolarizzazione da un miliardo di euro, basata sul factoring, ossia fatture scontate da aziende pagate dalla pubblica amministrazione che vendono alle banche le loro fatture a prezzo ridotto per avere subito i soldi, di cui una “note” da 400 mila euro era stata emessa da un’azienda che poi è risultata indagata per ‘ndrangheta.
Il prodotto era stato confezionato da Cfe e Banca Generali. La Banca, che lo ha comprato e poi rivenduto ai suoi clienti, sostiene di non avere alcuna possibilità di sapere quali “notes” singole ci fossero nel pacchetto. Fonti della Banca sottolineano anche che nessun cliente ha subito alcuna perdita.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2020 Riccardo Fucile
OPERAZIONE ALLE 5 DEL MATTINO CON CENTINAIA DI UOMINI E L’APPOGGIO DI ELICOTTERI
Maxi blitz anticamorra nell’area Nord di Napoli: dalle 5 del mattino di oggi è in corso una delicata operazione di carabinieri e polizia nei quartieri di San Pietro a Patierno, Secondigliano e Scampia. Obiettivo: trovare e arrestare, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia, 51 persone raggiunte da misure cautelari.
Si tratta di soggetti ritenuti affiliati al clan camorristico della Vanella Grassi.
I presunti camorristi finiti in manette o agli arresti domiciliari sono ritenuti gravemente indiziati di associazione per delinquere di stampo mafioso «finalizzata alla commissione di una pluralità di reati e di altre attività illecite», vale a dire traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni e detenzione illegale di armi.
Stamane molta gente di Secondigliano si è svegliata dunque al rumore delle pale degli elicotteri a bassa quota, scene che non si vedevano da tempo, da quando le strade della zona erano insanguinate da regolamenti di conti e agguati in pieno giorno e nel cuore della notte.
Vanella Grassi, clan potente e feroce che prende il nome dall’enclave in cui è nato, nelle strade alle spalle del corso Secondigliano, è sorto anni fa come famelico gruppo satellite del clan Di Lauro, quello di Ciruzzo ‘o milionario e dei suoi figli.
Ma poi, la cosca guidata da Antonio Mennetta è diventata autonoma e predominante dopo la sanguinosa faida con il gruppo Abete-Abbinante del 2012-2013.
Da quel momento in poi il sodalizio è uno degli elementi apicali del potere dell’area Nord di Napoli e nessuno ha potuto più non farci i conti.
Nel maggio scorso la Guardia di Finanza pote’ appurare che i camorristi della Vanella Grassi facevano affari d’oro sulle paure e sull’emergenza legata al Coronavirus, diventata occasione per infiltrarsi, per mettere le mani su quelle imprese che, in tempi di pandemia, avrebbero avuto un ruolo centrale nell’economia, ovvero le aziende che si occupano di sanificazione e pulizie.
(da Fanpage)
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Luglio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
INVECE DI CHIAMARE I CARABINIERI HANNO MASSACRATO UN UOMO IN PREDA ALL’ALCOL QUANDO ORMAI SI ERA ALLONTANATO… E SUI SOCIAL QUALCHE RAZZISTA SCRIVE: “DOVE NON ARRIVA LA GIUSTIZIA LEGALE ARRIVERA’ QUELLA POPOLARE”: MA PUO’ ANCHE ARRIVARE QUELLA POPOLARE PER I DELINQUENTI RAZZISTI, NULLA E’ SCONTATO NELLA VITA
Un tunisino 38enne è stato picchiato selvaggiamente da un gruppo di almeno quattro persone a
Jesolo, sul litorale veneziano, nella notte scorsa.
Dell’aggressione per futili motivi, esiste anche un video che sta circolando in rete in queste ore. Il 38enne si trova ora ricoverato all’Ospedale dell’Angelo di Mestre in condizioni critiche.
Secondo le prime ricostruzioni la lite avrebbe preso il via attorno alle 4 del mattino dopo che la vittima, in preda ai fumi dell’alcol, avrebbe infastidito alcuni clienti di un bar. Da lì sarebbe scattata una sorta di ‘spedizione punitiva’ del branco che ha inseguito il tunisino fino ad una piazza poco lontana dal bar, dove è iniziato il pestaggio con calci e pugni che hanno provocato all’uomo un grave trauma cranico. Il tunisino è ora ricoverato in prognosi riservata all’ospedale dell’Angelo di Mestre.
I carabinieri hanno identificato gli autori dell’aggressione grazie alle riprese delle telecamere di videosorveglianza. Dei quattro aggressori i carabinieri ne hanno già identificati tre: si tratta di tre trentenni italiani incensurati, sono accusati di lesioni personali gravissime in concorso. E sono alla ricerca del quarto presunto autore del pestaggio.
Nonostante la violenza, sui social si è scatenato l’odio per la vittima, dando per scontato che quel pestaggio fosse un atto dovuto. ««Cosa volete… dove non arriva la giustizia legale….arriverà quella “popolare”.
Sarebbe opportuno ricordare a questo “leone da tastiera”:
1) Sarebbe bastato chiamare i carabinieri e tutto sarebbe stato risolto senza tanti problemi
2) In Italia esiste la giustizia legale, infatti i responsabili sono stati denunciati (ma se fossero stati tre immigrati li avrebbero arrestati..)
3) E’ sconsigliabile invocare la “giustizia popolare”, perchè si sa come inizia e non si sa come finisce. Certe volte molto male.
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Luglio 2nd, 2020 Riccardo Fucile
L’ANALISI DELLA SCRITTRICE PESCARESE DONATELLA DI PIETRANTONIO… GIOVANI MISERABILI E POLITICI INDEGNI
Non l’ho riconosciuta subito questa Pescara dell’aggressione omofoba a un ragazzo di
venticinque anni, troppo lontana da come la immagino e la vivo. Ma in fondo io che abito nella provincia campagnola cosa ne so della città dove vado per lo shopping, il cinema, qualche volta uno spettacolo, una cena o un concerto?
Tra una visita e l’altra la conservo, guardandola sfavillante dall’alto delle colline, come un posto delle occasioni, in cui si trova di tutto.
La più americana d’Italia, la Los Angeles del sud. Nel suo viaggio Piovene le aveva già preso le misure nel ’56, parlando della sua inconsueta bellezza. E ancora non c’erano i grandi ponti strallati, quello del mare e il Flaiano, il palazzo Fuksas e le Torri Camuzzi. Ora lo skyline è tutto cambiato, e forse anche l’anima.
Non ci penso che nel pacchetto è compresa la violenza. Del mio capoluogo di provincia ho privilegiato l’immagine inclusiva e aperta, vivace e multietnica, di jazz e cultura. È tutto vero, ma non basta.
Gli agglomerati urbani non crescono gratis. Proliferano anche i loro cancri, i quartieri difficili, le zone fuori controllo. Gli edifici degradati del Ferro di Cavallo che forse verranno abbattuti, come se quello fosse sufficiente.
Cresce la mala educazione dei singoli che si coalizzano in branco e cercano nella movida un pretesto, uno spunto per attaccare chi appare diverso e disturbante.
Sono giovani miserabili, figli dell’ignoranza, o forse di quella parte della città maschia e falsamente dannunziana che pure reclama di esistere. Analfabeti dei sentimenti, non sopportano la vista di due uomini che si tengono per mano.
Mi vergogno per loro, verguenza ajena, la chiamano gli spagnoli. Ma molto di più mi vergogno dell’istituzione che avrebbe dovuto rappresentare i cittadini nella condanna del pestaggio, nell’impegno a costituirsi parte civile in così gravi episodi di omofobia. Nella notte tra giovedì e venerdì scorso si erano accaniti in sette contro due, provocando fratture alla mandibola del ragazzo che è stato poi sottoposto a intervento chirurgico con applicazione di una placca al titanio.
Il consiglio comunale di Pescara ha lasciato cadere la mozione, nel silenzio dei troppi assenti — anche tra i banchi dell’opposizione – e dei presenti che non hanno trovato le parole per spiegare il loro voto contrario.
La stessa maggioranza di centro-destra aveva negato agli organizzatori dell’Abruzzo pride lo spazio intorno alla Nave di Cascella, troppo centrale, troppo visibile. Come la festa di certi parenti imbarazzanti il flash mob è stato spostato dal salotto buono della città — buono anche per un comizio di Salvini, tempo fa – alla più defilata Madonnina.
I consiglieri contrari alla mozione hanno parlato dopo, reagendo alla pubblica indignazione: polemiche strumentali, hanno detto, e avremmo voluto che nel testo si condannasse ogni forma di violenza e allora perchè non vi dispiace del poliziotto aggredito in questi giorni sulla Strada Parco.
È il trito linguaggio della politica, a cui siamo abituati: sposta il problema, quando non sa risolverlo. Inutile scendere su quel terreno, sono specialisti nella tattica della diversione.
Vorrei invece porre domande molto semplici e dirette agli uomini e alle donne responsabili di quel voto scellerato.
Vorrei scendere di livello, dal piano della comunicazione a quello degli istinti, dei riflessi, quasi. Che cosa provano loro nel vedere la stessa scena che ha visto il branco aggressore: due ragazzi entrambi maschi che passeggiano mano nella mano nel centro della città . Che cosa gli muove in corpo, nello stomaco, sulla pelle, nei genitali. Vorrei sapere quello che gli rivolta. A loro, adulti, seduti sugli scranni del potere locale. Perchè sono sicura che è lì il nodo mai sciolto.
Forse bisogna ripartire dal basso e dal profondo per risalire ai comportamenti di superficie, che da quelle profondità risalgono. Le scelte visibili magari vengono proprio da un disgusto non riconosciuto e inconfessabile. Poi lo si riveste di una bandiera.
Le stesse domande per chi mancava: ho la presunzione di credere che qualcuna di quelle assenze fosse strategica e perciò più vigliacca di un voto contrario.
E infine, per il poco che vale, la mia solidarietà al ragazzo colpito e al suo compagno, a chi tra i passanti li ha difesi prendendosi qualche pugno, a chi ha presentato la mozione respinta, alla comunità Lgbt di Pescara e del mondo.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 28th, 2020 Riccardo Fucile
ERA IN COMPAGNIA DEL SUO FIDANZATO DI 22 ANNI… “NON PERDONO I MIEI AGGRESSORI, MI FANNO SOLO TANTA PENA”
Hanno iniziato con gli insulti, poi il branco è passato alle vie di fatto. 
Sette giovani dal marcato accento locale, fra i quali una ragazza, hanno aggredito a Pescara un ragazzo gay di 25 anni.
La violenza, avvenuta 45 minuti dopo la mezzanotte, si è verificata sul lungomare vicino la Nave di Cascella, sulla riviera dirimpetto ai giardinetti di piazza Primo Maggio, come riporta Il Centro.
A terra è rimasto il ragazzo, ex studente universitario alla D’Annunzio e residente fuori regione. Finito in ospedale all’alba, i medici hanno riscontrato la frattura della mascella sinistra.
«Non perdono i miei aggressori, mi fanno solo tanta pena», ha dichiarato lui stesso. Era in compagnia del suo fidanzato di 22 anni, pescarese. Passeggiavano mano nella mano, diretti verso casa, in direzione nord, quando uno dei due ha subito l’aggressione di stampo omofobo nelle stesse ore in cui nel Circolo Aternino si svolgevano le celebrazioni dell’Abruzzo Pride.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2020 Riccardo Fucile
POSSIAMO RINGRAZIARE I CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA E I DIFFAMATORI DEI TAXI DEL MARE… L’ITALIA HA REGALATO IN QUATTRO ANNI 213 MILIONI DI EURO A DEI DELINQUENTI
Sull’ultimo gommone riportato in Libia c’era anche un neonato. Era stato partorito lì, a
bordo, in mezzo ad oltre novanta persone.
Uomini, donne e bambini stipati sull’imbarcazione di fortuna per sfuggire alla guerra e ai campi di prigionia.
Non ce l’hanno fatta, la Guardia costiera libica li ha ricondotti al punto di partenza, precipitandoli di nuovo nell’orrore che stavano provando a lasciarsi alle spalle.
È successo ieri, stamattina la portavoce di “IOM – UN Migration” ha confermato: 93 persone risospinte nei lager libici e 6 – come hanno riferito i naufraghi – morte. È l’ultimo dei respingimenti a cui, da bordo, ha assistito l’equipaggio della “Mare Jonio”, la nave dell’associazione “Mediterranea Saving Humans”. E purtroppo, nel Mediterraneo centrale, non è un caso isolato.
Per la presidente di “Mediterranea”, Alessandra Sciurba, quello che sta succedendo sulla rotta migratoria definita da Medici senza frontiere “la più mortale del mondo” ha una definizione precisa. “È un crimine contro l’umanità . In dieci giorni per tre volte noi abbiamo assistito a migranti riportati in Libia dalle milizie, due nel giro di quarantotto ore”, spiega ad HuffPost.
Ieri la “Mare Jonio” aveva ricevuto il messaggio di Sos lanciato da Alarm Phone per segnalare il gommone partito dalla Libia alla deriva col motore in avaria, la nave aveva provato a raggiungerlo spingendo i motori al massimo.
Ma la Guardia costiera libica è arrivata prima. “Avevamo individuato le navi militari europee più vicine chiedendo ufficialmente il loro intervento, avevamo offerto la nostra disponibilità ad imbarcare i naufraghi sulla Mare Jonio, avremmo potuto garantire loro cure medico-sanitarie adeguate. Ma i miliziani libici hanno rifiutato”.
Nel racconto tornano l’angoscia della corsa contro il tempo, la frustrazione di assistere impotenti e “la consapevolezza sempre maggiore che chi avrebbe potuto fare qualcosa subito non aveva la minima intenzione di farlo”, come ha scritto sui social stamattina Vanessa Guidi, medico di bordo sulla Mare Jonio.
Eccolo qui il punto della questione. “Sono l’Italia e l’Europa ad aver scelto di non salvare quel neonato e gli altri naufraghi che erano su quel gommone ieri – scandisce Sciurba – queste persone sono vittime di una tratta all’infinito, in un sistema pagato dai contribuenti italiani. La Libia è in piena guerra civile e l’Italia finanzia la cosiddetta Guardia costiera, guidata, sebbene non ufficialmente, anche da quel comandante Bija definito dall’Onu un torturatore”.
Il riferimento è al Memorandum di intesa tra Italia e Libia, stipulato nel 2017 dall’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti, e prorogato a febbraio scorso. Qualche giorno fa, di ritorno dalla capitale libica, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha dichiarato che i colloqui tra le parti per apportare modifiche agli accordi, riprenderanno a breve.
Oggi è stato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a incontrare il leader di Tripoli, Sarraj, per ribadire la convinzione italiana che “la soluzione non può essere affidata al piano militare ma esclusivamente ad un impegno comune per il rilancio del processo politico per la stabilizzazione del Paese”.
L’ufficio stampa del Governo di Tripoli rende nota la volontà comune di “formare un comitato per seguire il ritorno delle imprese italiane al fine di riprendere le loro attività in Libia e la continuazione del contributo dell’Italia all’operazione di sminamento che è cominciata da qualche giorno”.
Martedì inoltre – lo ha annunciato la ministra dell’interno, Luciana Lamorgese – la maggioranza si incontrerà di nuovo per confrontarsi sulla modifica ai Decreti Sicurezza su cui non c’è ancora la quadra nella maggioranza. A frenare sono i 5 stelle, che non rinnegano la linea dura promossa con il Governo gialloverde, potrebbero presentarsi al Viminale con un loro documento, ma premono per un rinvio a settembre.
“Sentire parlare di correggere, emendare, gli accordi con la Libia è un insulto all’intelligenza, ma anche ai valori fondanti della nostra Costituzione, dell’Europa e del diritto internazionale” commenta la presidente di “Mediterranea”.
E per meglio far capire il senso delle sue parole ricorre ai numeri: “Dal 2017 al 2020 l’Italia ha dato alla Libia 213 milioni di euro, con 2 milioni e mezzo la Comunità di Sant’Egidio ha fatto arrivare nel nostro Paese in aereo, dunque in tutta sicurezza, mille persone garantendo loro accoglienza per un anno. Perchè allora continuare a finanziare la milizia libica che tortura e uccide esseri umani com’è stato denunciato? La Libia non è un porto sicuro, non siamo noi a dirlo. E allora quali sono gli interessi internazionali che si nascondono dietro l’orrore che si consuma nel Mediterraneo e in Libia?”.
Mare Jonio stamattina è tornata in mare. Nonostante la rabbia e il senso di sconfitta per non aver potuto impedire l’ultimo respingimento e le onde alte più di due metri. “La nostra missione è salvare le persone al di là della nazionalità ”, ripete Sciurba.
Di nuovo e ancora “finchè i Governi europei che sono committenti e finanziatori di questo crimine contro l’umanità non faranno il loro dovere”.
Di nuovo in mare tra la vita e la morte, addosso “la sensazione di vivere in un mondo capovolto” e il pensiero rivolto a quel bambino partorito su un gommone, “quel neonato che l’Italia e l’Europa non hanno voluto salvare. Fossimo arrivati prima dei libici magari avrebbe avuto un futuro diverso e invece ora chissà in quale inferno è precipitato”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 25th, 2020 Riccardo Fucile
SI ABBIA IL CORAGGIO DI DIRE CHE LA POLIZIA AMERICANA E’ PIENA DI DELINQUENTI
Il filmato è stato pubblicato due mesi dopo la morte di Carlos Ingram Lopez, che durante i lunghi 12 minuti di arresto implora un po’ di acqua e dice di non poter respirare
A un mese dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, negli Stati Uniti scoppia un nuovo caso dopo la diffusione di un nuovo video che mostra la brutalità della polizia a Tucson, in Arizona. La vittima questa volta è un ispanico 27enne, Carlos Ingram Lopez, morto durante l’arresto avvenuto lo scorso 21 aprile fa a Tucson.
Solo ora la polizia ha diffuso nel immagini registrare dalla bodycam di uno degli agenti coinvolti, nella quale si vedono i poliziotti inseguire l’uomo in casa, per poi ammanettarlo, tenendolo con la faccia contro il pavimento per circa 12 minuti.
Per tutto il tempo l’uomo implora un po’ di acqua, riuscendo a mormorare a fatica «Non posso respirare», finchè non è morto.
Tre poliziotti che hanno svolto l’arresto, due bianchi e un afroamericano, si sono dimessi, seguiti dal capo della polizia, Chris Magnus.
Prima della pubblicazione del video, ricorda il New York Times, Magnus aveva descritto la polizia di Tucson come una delle più progressiste degli Stati Uniti, in precedenza aveva già vietato ai suoi uomini l’uso del blocco al collo, spingendo i suoi agenti a seguire dei corsi di formazione culturale e sulla gestione delle situazioni di crisi.
Solo dopo la diffusione del video da parte della stessa polizia, Magnus ha chiarito che gli agenti non hanno usato la tecnica di blocco al collo per arrestare Lopez, ma hanno comunque violato le linee guida di addestramento
Secondo la perizia dei medici legali, Lopez è morto per una combinazione del blocco a terra in posizione prona, con addosso un cappuccio anti-sputo, e di un arresto cardiaco.
L’autopsia ha poi fatto emergere un’intossicazione di cocaina. I tre agenti, Samuel Routledge, Ryan Starbuck and Jonathan Jackson, hanno tentati un massaggio cardiaco su Lopez, oltre a iniettargli il Narcan, un farmaco usato per rianimare persone in overdose, ma inutilmente.
L’intervento della polizia era nato dopo la segnalazione di un uomo dal comportamento scombinato, che andava in giro senza vestiti e aveva creato sospetti, tentando anche di nascondersi dietro un’auto in un garage.
Nel video si sente poi uno dei poliziotti minacciare Lopez che avrebbe usato la pistola taser se non avesse collaborato. L’uomo sembra non opporre resistenza, ma appare solo terrorizzato. Il capo della polizia ha descritto il caso come quello di una crisi mentale con «delirio eccitato».
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2020 Riccardo Fucile
DUE RAPPORTI INCHIODANO IL NOSTRO PAESE SULLA MANCATA TUTELA DEI DIRITTI UMANI: L’ACCORDO ITALIA-LIBIA HA CAUSATO 5.500 MORTI E ABBIAMO AUMENTATO DI ALTRI 3 MILIONI DI EURO IL CONTRIBUTO AI CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA
Dalla riforma dei decreti sicurezza al memorandum con la Libia, il dossier migranti è ancora tutto sul tavolo della maggioranza, con un governo che al suo esordio aveva promesso discontinuità rispetto al trend tracciato dall’esecutivo Conte I a trazione leghista. Discontinuità di cui però, dal 5 settembre 2019, al di là degli annunci non si vede traccia.
Alla vigilia della Giornata mondiale del Rifugiato del 20 giugno arrivano i dati a fotografare la durezza di un dossier che divide la maggioranza.
Prima di tutto i numeri snocciolati da Oxfam: sono 230 le persone che sono morte lungo la rotta del Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno, 5.500 da quando è stato firmato il controverso accordo tra Italia e Libia.
Con il nostro paese che, come noto, continua a finanziare la cosiddetta guardia costiera libica: 3 milioni in più quest’anno rispetto al 2019, «per uno stanziamento complessivo di 58,28 milioni per il 2020 e di 213 milioni in tre anni, nonostante le indicibili violazioni dei diritti umani inflitte a migliaia di disperati».
Nel frattempo l’alleanza delle Ong che si occupano di soccorso in mare pubblica oggi un rapporto che documenta come «la collaborazione aerea tra l’Ue e la Libia faciliti le intercettazioni e i respingimenti di massa dei migranti nel Mediterraneo centrale».
Come quello, l’ennesimo, che l’equipaggio della ong italiana Mediterranea testimonia di aver visto compiere sotto ai propri occhi: «l’ennesimo respingimento verso la Libia finanziato dall’Italia con la complicità dell’Unione Europea».
Sullo sfondo lo sgomento — sempre più flebile, in verità — per il ritrovamento nelle scorse
ore del corpicino di una bimba di 5 mesi sulla spiaggia di Sorman, in Libia: una delle vittime, 12 sulle 30 a bordo, del naufragio di un barcone di migranti lo scorso 13 giugno a una decina di chilometri da Zawya.
La piccola indossava ancora il suo pigiama: un’immagine straziante, come già quella del piccolo Alan Kurdi, che certo fa versare lacrime. Già . Ma poi?
Mentre dall’inizio dell’anno nel Mediterraneo centrale sono morte affogate più di 230 persone, portando il totale a 5.500 dalla firma dell’accordo tra Italia e Libia, delle modifiche richieste al governo libico che a novembre hanno giustificato il rinnovo dell’accordo non vi è traccia di sorta. «Siamo al paradosso», affonda Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia.
«Mentre al largo delle coste libiche si continua a morire, proprio il Governo che doveva segnare una discontinuità sulle politiche migratorie, con un “copia e incolla” della descrizione delle missioni nel dossier presentato al Parlamento negli anni precedenti, aumenta gli stanziamenti alle autorità libiche e alla Guardia Costiera».
In pratica «si va avanti nella stessa direzione», con la (sottile) differenza che man mano in Libia «“l’industria del contrabbando e tratta” è stata in parte convertita in “industria della detenzione” con abusi e violenze oramai note a tutti, anche grazie a questo considerevole flusso di denaro».
Flusso di denaro che non si interrompe: sono 3 milioni in più rispetto all’anno scorso quelli che, ricorda Oxfam, il nostro paese darà alla Guardia Costiera libica rispetto al 2019, per uno stanziamento complessivo di 58,28 milioni per il 2020 e di 213 milioni in tre anni.
Solo quest’anno infatti la Guardia costiera libica ha intercettato e riportato più di 4.200 persone — 1.400 in più rispetto allo stesso periodo del 2020 — in quello che è un paese in guerra.
Più di 2mila persone in questo momento, «bloccate nei centri di detenzione ufficiali». E chissà quante in quelli non ufficiali, «controllati dalle diverse bande armate e fazioni in lotta, con oltre 400mila gli sfollati interni a causa della guerra civile».
Nonostante la pandemia, nel frattempo, le attività delle navi umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale sono ricominciate: a bordo della Sea Watch 3 ci sono in questo momento 165 persone salvate in due operazioni di soccorso. La nave della ong tedesca da ieri sta segnalando altre due imbarcazioni in difficoltà : una potrebbe nel frattempo essere approdata a Lampedusa. Ma dell’altra, nonostante le ricerche, non c’è traccia.
Alarm Phone, Borderline-Europe, Mediterranea Saving Humans e Sea-Watch ricordano oggi di aver «assistito e documentato direttamente a respingimenti illegali verso la Libia coordinati dalle autorità europee, come Frontex e Eunavfor Med, e attuati dalla cosiddetta Guardia costiera libica, un gruppo di milizie (finanziate e addestrate dall’Ue) con un passato di palesi violazioni dei diritti umani e di collaborazione con i trafficanti di esseri umani».
(da Open)
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