Gennaio 25th, 2021 Riccardo Fucile
L’ERRORE DI FONTANA HA CAUSATO UNA SETTIMANA DI ZONA ROSSA IN REGIONE CON DANNI ECONOMICI MILIONARI: “ORA BASTA, I VOSTRI FALLIMENTI NON SI CONTANO PIU'”
Nella clamorosa vicenda dei dati relativi alla situazione sanitaria della Lombardia, la pubblicazione delle mail inviate da Regione all’Istituto Superiore di Sanità segna una svolta probabilmente decisiva.
Con la comunicazione datata 22 gennaio, Marco Trivelli (direttore generale del settore Welfare, nominato nel pieno della pandemia) si rivolge al presidente dell’ISS Silvio Brusaferro per modificare il conteggio tra pazienti e deceduti.
Una corrispondenza che dimostra, nonostante le dichiarazioni di Fontana, che è la Lombardia ad essere responsabile per l’errore che è costato una settimana di zona rossa alla regione.
Una situazione decisamente eclatante, che ha spinto a convocare una manifestazione di protesta per lunedì 25 gennaio alle 18.00 sotto Palazzo Lombardia, sede della Regione. Il titolo è eloquente: “Ora basta — i vostri fallmenti non si contano più!”.
Il testo diffuso dagli organizzatori recita: “Regione Lombardia ha fallito sui vaccini anti influenzali, sul tracciamento, sulla gestione dei vaccini anti Covid. Adesso ha pure sbagliato a fare i calcoli. Ha fornito dati sbagliati all’Istituto Superiore di Sanità , includendo fra i positivi anche i guariti. Una volta che si sono accorti dell’errore hanno chiesto la rettifica, mentre parlavamo di punizione dando la colpa della zona rossa al governo. Solo una cosa può fare, adesso, la giunta Fontana: andare a casa! Se scendi in piazza vieni dotato di mascherina, bandiere, cartelli e calcolatrice! Manifesteremo nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e con il distanziamento previsto per questo ci saranno posti limitati. Ma puoi fare la tua parte anche in maniera virtuale: pubblica una foto con una calcolatrice e un foglio che riporta l’#orabasta. Un gesto simbolico per esprimere il nostro dissenso in una grande piazza digitale”.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2021 Riccardo Fucile
LA PRIMA CITTADINA DI PESCHIERA AVEVA SCOPERTO L’ERRORE DELLA REGIONE GIA’ 13 GIORNI FA MA NON HA RICEVUTO RISPOSTA
La verità sui dati della Lombardia arriva da Peschiera Borromeo, un paese di circa 24mila abitanti
alle porte di Milano. E più precisamente dalla sindaca Caterina Molinari, che già dieci giorni fa aveva segnalato anomalie sui dati della Regione trasmessi a Roma.
Una polemica nata dalle accuse del leader della Lega Matteo Salvini, che sui social aveva incolpato il governo di aver sbagliato i numeri sulla Lombardia. E poi il governatore Attilio Fontana e la neo assessore Letizia Moratti che — pur di non ammettere errori interni — hanno promesso richieste di risarcimento danni per essere rimasti in zona rossa e non arancione.
Ma i dati vengono forniti a Roma dalle Regioni, tanto che, appena rettificati, il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato la delibera per portare la Lombardia in zona arancione.
A rompere gli indugi sulle colpe, è stata Caterina Molinari, sindaca di 37 anni eletta con una lista civica e già ingegnere Eni. Come scritto da Il Giorno il 17 gennaio, la prima cittadina aveva denunciato che nel conteggio quotidiano non veniva fatta distinzione tra guariti e infetti. In sostanza: rientravano tra i positivi anche coloro che ormai si erano negativizzati, facendo aumentare di gran lunga il numero di malati e quindi l’Rt.
Se ne sarebbe resa conto il 13 gennaio, dopo aver notato che sul sito della Regione il numero degli infetti del suo paese fosse triplicato nel giro di 24 ore, da 400 positivi a 1.200. Così, da un momento all’altro.
Un numero troppo elevato per essere vero, che ha portato la sindaca (ingegnere) a fare dei controlli. Poco dopo ha scoperto che sul portale continuavano a comparire i positivi che erano guariti. Fenomeno che lei — e poi gli altri sindaci dei dintorni — hanno subito segnalato alla Regione, all’Ats e alla Prefettura, non ricevendo risposte se non di rassicurazione sulla bontà dei loro calcoli.
Almeno fino all 22 gennaio, quando — da un giorno all’altro — i positivi a Peschiera Borromeo sono passati da 395 a 82. Sbalzo che a lei ha fatto capire che — finalmente — qualcuno di fosse accorto degli errori commessi.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2021 Riccardo Fucile
IN RUSSIA DOPO 20 ANNI DI SOVRANISMO PUTINIANO LA SOCIETA’ SI RIBELLA
È sempre bene distinguere un fuoco di paglia da un incendio, sono due cose diverse. Cautela e realismo di fronte alle dimensioni e alla complessità della Russia possono indurre a valutare le manifestazioni di sabato a sostegno di Alexey Navalny come un corollario fisiologico del braccio di ferro in corso da tempo tra l’attivista politico e il sistema di potere russo.
Per alcuni, le proteste, pur imponenti per partecipazione e diffusione sul territorio nazionale, sono certo espressione di malcontento, ma non suscettibili di provocare un incendio fuori controllo.
Meglio tener presenti i limiti della cosiddetta società civile, pensano, senza sottovalutare la forza degli apparati e la storica capacità di assorbimento della Russia. Sicchè nel posizionamento sulla vicenda Navalny e sui suoi sviluppi, quegli stessi osservatori non vanno al di là della felpata visione di uno status quo in sostanza immutabile. Argomenti per certi versi plausibili, tuttavia a questo punto occorre aggiungere qualcosa.
Navalny sta dimostrando grande coraggio personale e coerenza d’intenti. Sa che non avrebbe potuto continuare la battaglia contro la corruzione del potere, nelle sale dorate del Cremlino, negli ingranaggi del sistema economico e nei bastioni della sicurezza, se fosse rimasto esule all’estero.
Il suo posto è in Russia e, con tutti i rischi, forse la sua sfida potrà essere rilanciata meglio dalla prigione. La guerra d’attrito potrebbe essere lunga oppure spegnersi a poco a poco, come sembra avvenire in Bielorussia.
Anche Vladimir Putin è coerente. A lungo non ha nemmeno nominato Navalny, per delegittimarlo anche con il linguaggio. Non lo imbarazza il tentativo di eliminazione fisica dell’oppositore, nega l’evidenza e ironizza con arroganza sulle capacità dei suoi servizi (“se fossimo stati noi, l’avremmo ucciso”).
È coerente, nel segno della forza e del suo uso spregiudicato, dentro e fuori dei confini, vecchio antidoto contro novità temute. Anche piccole concessioni sarebbero viste come cedimenti imposti da debolezza, che da secoli è un incubo fatale nell’esercizio del potere a quelle latitudini. Ci vogliono invece la forza e la minaccia, per mostrarle a chi deve essere governato nell’ordine assoluto e a chi è sempre sospettato di trame oscure ai danni della Russia.
Ora la gente scende in piazza a Mosca, San Pietroburgo e in molte altre città , grida contro la corruzione e per la libertà , non teme la repressione. Tremilatrecento arresti non sono un fatto da poco. Dopo venti anni di nazional-putinismo si muove un embrione di società che cerca un cambio di passo. E se qualcuno pensava di emulare il modello cinese, ampi margini di tolleranza in economia accanto a un ferreo controllo politico, si sarà dovuto ricredere: l’equazione non funziona in un sistema produttivo ancora troppo poco agile e spesso in affanno.
Intanto la solidarietà agli oppositori coraggiosi, che rivendicano diritti e trasparenza, non dovrebbe essere rituale. L’Europa comunità di diritto non può restare inerte quando sono princìpi fondamentali a essere sotto scacco. Vale anche per la Russia, non solo per la Cina, l’Egitto o l’Arabia Saudita.
Se davvero vogliono assicurare all’Europa il ruolo che merita, i suoi dirigenti non devono temere di far sentire la propria voce. Le garanzie sui diritti sono un prezioso capitale comune degli europei. Non deve essere velleitario l’auspicio che essi sappiano trovare una sintesi credibile tra sensibilità e interessi diversi.
Oggi a Bruxelles i ministri degli Esteri Ue parleranno anche di Russia. Se insieme confermassero con chiarezza l’attenzione per quel che si muove nelle città del Paese, sarebbe un bel segnale dopo le parole semplici ma solenni di Joe Biden sulla democrazia.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile
UN DANNO DA 600 MILIONI DI EURO AI CITTADINI LOMBARDI, MA NON HANNO LA DIGNITA’ DI DIMETTERSI
Ci sono tre mail che tracciano la storia della decisione, presa a posteriori il 22 gennaio, quando la
Lombardia era in zona rossa da una settimana, di farla tornare in arancione. Quei documenti raccontano dell’allarme scattato a Roma sui dati della Regione e della decisione di quest’ultima di chiedere, venerdì scorso, il cambio di classificazione.
I sintomatici
Il tema centrale è il sistema con cui si contano i positivi sintomatici. Solo quelli, ripetono ormai da 36 settimane i tecnici della Cabina di regia e dell’Istituto superiore di sanità , sono usati per calcolare l’indice di contagio della malattia, cioè a quale velocità questa passa da una persona all’altra. È logico: non è possibile prendere in considerazione anche chi non ne ha. L’Istituto sabato ha spiegato che «ogni volta che viene rilevato un caso clinico, viene compilato il relativo campo “stato clinico” nel quale viene indicato il grado di severità dei sintomi, da paucisintomatico a severo e, quando possibile, anche la data della loro insorgenza». Per quanto riguarda la Lombardia, dicono dall’Istituto, «ha segnalato dall’inizio dell’epidemia nell’ultimo periodo, una grande quantità di casi, significativamente maggiore di quella osservata in altre regioni, con una data di inizio sintomi a cui non ha associato uno stato clinico e che pertanto si è continuato a considerare inizialmente sintomatici. Questa anomalia è stata segnalata più volte dall’Iss alla Regione».
L’allarme del 7 gennaio
Quest’ultima frase del comunicato dell’Iss riporta ai primi scambi tra Roma e Milano avvenuti all’inizio dell’anno. Il 7 gennaio i tecnici dell’Istituto inviano una mail al dipartimento del welfare della Lombardia che qualcuno definisce “accorata”. Nel testo si segnalava che qualcosa non andava nei dati, e venivano invitati i tecnici a controllare bene cosa stesse succedendo. La lettera non ha avuto effetti, tanto che venerdì 15 gennaio l’Rt della Lombardia è schizzato a 1,4. Come ha spiegato a Repubblica Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto, da quando è iniziato il monitoraggio, il mercoledì l’anteprima dell’Rt viene inviata alle Regioni proprio perchè facciano un controllo. La Lombardia però non ha avuto niente da ridire: «Non c’è stata alcuna contestazione in quei giorni – ha spiegato Brusaferro – Nel monitoraggio di venerdì 15 è passato tutto senza problema». La Lombardia ha iniziato a protestare dopo la firma dell’ordinanza del ministro alla Salute che la metteva in zona rossa, non prima, e soprattutto ne ha fatto una questione politica. I tecnici intanto hanno studiato i dati e lunedì scorso sono ripartiti i contatti con l’Istituto.
La mail del 19: tutto da rifare
Il 19 dicembre, martedì, l’assessorato spedisce all’Istituto la seconda mail fondamentale in questa storia. «Con la presente, a seguito delle odierne interlocuzioni, si richiede che venga eseguito un calcolo dell’indice RTSintomi recependo le modifiche definite a livello tecnico relative al conteggio dei pazienti guariti e deceduti». È la prima richiesta della Lombardia, che riconosce come qualcosa sia cambiato nei dati inseriti nel database. Per il periodo tra il 15 e il 30 dicembre (sul quale si è calcolato l’Rt del 15 gennaio) è stato rettificato il numero dei casi sintomatici e asintomatici. Così le persone che hanno avuto i primi sintomi in quei 15 giorni sono passate da 14.180 a 4.918. Un bel salto, che fa scendere l’Rt medio da 1,4 a 0,88.
«Si chiede la rivalutazione»
E il giorno del monitoraggio, cioè il 22, il capo del dipartimento del Welfare Marco Trivelli invia una mail all’Istituto e al ministero alle 12.25, cioè 5 minuti prima della riunione della Cabina di regia. «Gentilissimi, tenuto conto dell’integrazione del flusso dei dati trasmesso mercoledì 20 rispetto a mercoledì 13, effettuata a seguito del confronto tecnico tra Iss e assessorato al Welfare relativa alla riqualificazione del campo stato clinico (…) si chiede la rivalutazione dell’indice Rt nella settimana trentacinquesima. Ora per allora». Le mail dicono che è la Regione a chiedere la modifica dell’Rt e anche che i dati del 22 sono diversi da quelli comunicati il 15, al contrario di quanto sostenuto dal governatore Attilio Fontana.
«Buttare in rissa la questione dell’Rt lombardo certamente contribuisce a non fare emergere la verità . E i cittadini lombardi, questa volta più che mai hanno il diritto di sapere come stanno le cose», ha detto ieri il sindaco di Milano Beppe Sala
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile
9.000 CASI RICLASSIFICATI, RT CHE SCHIZZA, LA RETTIFICA, LA SCUSA RIDICOLA DELL’ALGORITMO
La storia della zona rossa che non lo era inizia il 13 gennaio.
Ma a leggere tra le righe della polemica, il destino era già scritto da tempo: prima o poi l’incidente costato una settimana di serrata generale per 10 milioni di lombardi sarebbe arrivato.
Il 13 gennaio è un mercoledì, nelle ore successive dall’Istituto Superiore di Sanità inviano i dati del monitoraggio alle Regioni per ottenere il ‘check’ sui dati che determineranno la zona in cui finiranno i territori.
Di fronte all’indice Rt a 1,4, calcolato sulla base dei numeri forniti da loro stessi, i funzionari del Pirellone rispondono con un silenzio-assenso. Nessuna contestazione.
Solo dopo, chiarisce il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, la “Lombardia ha richiesto un ricalcolo dei dati”.
Così due giorni dopo, venerdì 15, il ministro della Salute Roberto Speranza firma l’ordinanza che sposta in in zona rossa per due settimane la regione più popolosa d’Italia, quella che secondo la neo-assessora al Welfare e vice-presidente Letizia Moratti deve avere un “occhio di riguardo” perchè spinge il Pil italiano.
Il database inviato dalla Lombardia il 13 gennaio
La decisione viene presa sulla base dei numeri che da Palazzo Lombardia sono stati inviati a Roma: nel database caricato figurano 501.902 casi, di cui 419.362 hanno una data di inizio sintomi. Tra questi, scrive l’Istituto superiore di sanità , 185.292 hanno anche “segnalato uno stato sintomatico (qualunque gravità )” o questa informazione è “assente”. Negli altri 234.070 casi è stato dichiarato uno stato “asintomatico” o c’è una notifica di “guarigione-decesso senza indicazione di stato sintomatico” precedente.
I primi (185.292) rispondono ai criteri per essere inclusi nel calcolo dell’Rt, i secondi (234.070) no.
Tra i 185.292, al 13 gennaio, ci sono 14.180 casi con data inizio sintomi nel periodo 15-30 dicembre, quindi gli unici da considerare per il calcolo dell’Rt nel periodo di riferimento del monitoraggio. È sulla base di questi casi che l’indice risulta di 1,4 e la Lombardia finisce in zona rossa.
La reazione di Fontana e Moratti, dalla ‘punizione’ al Tar
La Regione si agita. Attilio Fontana dice subito che si tratta di una “punizione che non meritiamo” e che “c’è qualcosa che non funziona nei conti”.
Appena quattro giorni prima, l’11 gennaio, il governatore aveva detto: “Ci stiamo sicuramente avvicinando alla zona rossa, peggiorano tutti i parametri”.
Viene chiesta una sospensione della zona rossa per riesaminare i dati e annunciato un ricorso al Tar del Lazio, poi presentato il 19 gennaio. “Mi auguro davvero — dice Fontana — che presto possa riunirsi di nuovo il tavolo di confronto con le regioni per rivedere, con il ministro Speranza, i parametri di riferimento”.
Parametri che la Lombardia, come tutte le altre Regioni, ha avallato negli scorsi mesi. Quella del Pirellone è un’escalation di attacchi: “La Lombardia non merita la zona rossa. Indubbiamente il rischio per la regione è di fermarsi, di fermare il lavoro, le attività e la vita sociale. Per questo con il presidente Fontana abbiamo ritenuto di voler presentare un ricorso, per uscire dalla zona rossa”, dice Moratti nelle ore in cui vengono chiamati in causa i giudici amministrativi.
Il nuovo invio di dati: così crolla l’indice Rt
Il 20 gennaio la Regione Lombardia invia l’aggiornamento del suo database. Un’operazione di routine, che avviene tutte le settimane. Però, mette nero su bianco l’Iss, nel nuovo set di dati “si constata anche una rettifica dei dati relativi anche alla settimana 4-10 gennaio 2021″.
Tra i casi presenti sia nel database inviato il 13 gennaio che nell’aggiornamento sono cambiate alcune cose. Innanzitutto: “Il numero di casi in cui è indicata una data inizio sintomi è diminuita (da 419.362 a 414.487)”. Quindi: “Il numero di casi con una data inizio sintomi e in cui sia segnalato uno stato sintomatico (qualunque gravità ) o sia assente questa informazione (inclusi dal calcolo Rt) è diminuito (da 185.292 a 167.638)”.
Ancora: “Il numero di casi con una data inizio sintomi e in cui sia dichiarato uno stato asintomatico o vi sia notifica di guarigione-decesso senza indicazione di stato sintomatico precedente (esclusi dal calcolo Rt) è aumentato (da 234.070 a 246.849)”.
Non si tratta di scostamenti di poco conto, perchè scrivono dall’Istituto superiore di sanità “questi cambiamenti riducono in modo significativo il numero di casi che hanno i criteri per essere confermati come sintomatici e pertanto inclusi nel calcolo dell’Rt basato sulla data inizio sintomi dei soli casi sintomatici”.
I 14.180 casi sintomatici con data inizio sintomi nel periodo 15-30 dicembre 2020 che erano presenti nel database inviato 13 gennaio — e quindi una settimana prima determinanti per definire un Rt di 1,4 — sono diventati 4.918 nell’aggiornamento del 20 gennaio. Con 9.262 casi in meno da conteggiare, l’indice ‘crolla’ a 0,88.
Lo spettro evocato dal Pirellone: “L’algoritmo non funziona”
Si arriva così a venerdì, il giorno spartiacque. Il Tar fa slittare a lunedì 25 la pronuncia sulla sospensiva chiesta dalla Lombardia. Nel frattempo però la cabina di regia, riunita per riassegnare i colori alle Regioni, prende in esame anche il caso Lombardia.
In teoria la regione dovrebbe rimanere nella stessa fascia per un’altra settimana, visto che il periodo di assegnazione dura 14 giorni. Ma alla luce del ricalcolo, il nodo deve essere sciolto. E arriva la decisione: l’indice Rt giusto è 0,88 e quindi torna in arancione.
A riunione in corso, Fontana già attacca: “La Lombardia deve essere collocata in zona arancione — scrive su Twitter — Lo evidenziano i dati all’esame della Cabina di regia, ancora riunita. Abbiamo sempre fornito informazioni corrette. A Roma devono smetterla di calunniare la Lombardia per coprire le proprie mancanze”.
L’accusa è gravissima, ma è solo l’inizio. Tra venerdì sera e sabato, i vertici del Pirellone alzano i toni. Moratti: “Nessuna rettifica, a seguito di un approfondimento relativo all’algoritmo dell’Iss, abbiamo inviato la rivalorizzazione dei dati”. Ancora Fontana: “Malfunzionamento dell’algoritmo”. Sempre Fontana: “Problema con algoritmo che calcola Rt anche per altre regioni? Probabile ma non mi interessa”.
La Lombardia avanza quindi l’ipotesi che l’intero sistema sul quale si basano le restrizioni sia ‘falsato’. Il direttore generale dell’assessorato al Welfare, Marco Trivelli, afferma: “Il meccanismo di calcolo complessivo delle Rt non è noto, non è trasparente”.
In realtà l’Iss ha pubblicato il metodo di calcolo già da tempo e fornito il software alle Regioni lo scorso 8 giugno.
Sostiene che l’inserimento di un valore nel campo ‘stato clinico’ (quello che ha contribuito a ridurre di 9.262 i casi da considerare ai fini del calcolo dell’indice Rt, ndr) sia “facoltativo” e che l’Iss abbia chiesto di “inserire un valore convenzionale di stato sintomatico”. E ancora: “Abbiamo trasmetto dati identici a quelli della settimana precedente con la sola integrazione di questo valore convenzionale indicato dall’Iss e abbiamo manifestato la nostra perplessità tecnica”.
La replica dell’Istituto: “Tutti sanno come si calcola l’Rt”
Speranza tiene il punto ribadendo che la Regione Lombardia ha “trasmesso dati errati” propedeutici al calcolo del Rt e li ha “successivamente rettificati”.
Il riferimento è a quei 9.262 casi che per come erano stati classificati il 13 gennaio dai funzionari del Pirellone dovevano rientrare nel calcolo facendo schizzare l’indice Rt, mentre con la “rettifica” di una settimana erano da escludere dal conteggio.
Ma il livello della polemica si è ormai alzato. Adombrare un “malfunzionamento” dell’algoritmo, una mancanza di trasparenza, spinge l’Istituto superiore di sanità a prendere posizione: “L’algoritmo è corretto, da aprile non è mai cambiato ed è uguale per tutte le Regioni che lo hanno utilizzato finora senza alcun problema — scrive l’Iss — Questo algoritmo e le modalità di calcolo dell’Rt sono state spiegate in dettaglio a tutti i referenti regionali perchè lo potessero calcolare e potessero verificare da soli le stime che noi produciamo, ed è perciò accessibile a tutti”.
Tradotto: la Regione è a conoscenza del meccanismo di calcolo, nessuna ombra. Quindi si torna al 13 gennaio, quando l’indice era risultato 1,44 sulla base dei dati forniti dalla Lombardia. Si tratta di un dato che, prima della firma delle ordinanze, viene inviato alle Regioni, chiarisce l’Istituto: “Lo ricevono con richiesta di verifica e validazione con un criterio esplicito di silenzio assenso”. E sottolinea: “La Regione Lombardia non ha finora mai contestato questa stima”.
E l’attacco: “Anomalie nei dati lombardi, segnalate più volte”
Quindi si entra nello specifico: “La Lombardia ha segnalato dall’inizio dell’epidemia nell’ultimo periodo una grande quantità di casi, significativamente maggiore di quella osservata in altre regioni, con una data di inizio sintomi a cui non ha associato uno stato clinico e che pertanto si è continuato a considerare inizialmente sintomatici”.
Una “anomalia”, attacca l’Iss, “segnalata più volte” alla Regione. Quindi conclude: “Solo a seguito della rettifica del dato relativo alla data inizio sintomi e dello stato clinico dei casi già segnalati, avvenuta con il caricamento dati del 20 gennaio, con una corretta identificazione dei casi asintomatici da parte della Regione Lombardia, su loro richiesta, sono state ricalcolate le stime di Rt realizzate la settimana precedente”.
In un’intervista a Repubblica, il presidente dell’Istituto, Silvio Brusaferro, è costretto a ribadire: “Sono stati loro a contattarci per chiedere di fare approfondimenti su alcuni indicatori. Gli abbiamo dato alcune informazioni assieme alla Fondazione Kessler”. Venerdì mattina, insiste Brusaferro, “hanno scritto una mail al ministero e all’Istituto per chiedere di ricalcolare l’Rt della settimana precedente. Ripeto: il ricalcolo ce lo ha chiesto la Regione Lombardia”.
Le polemiche “non sono accettabili e non mi sono proprie — conclude il numero uno dell’Iss — L’Istituto è l’organo tecnico scientifico a servizio del servizio sanitario e dell’intero Paese”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile
PROTAGONISTA DELLA VICENDA UN ASSICURATORE DI CATANIA CHE HA IGNORATO COMPLETAMENTE L’ORDINE DI QUARANTENA
Era risultato positivo al coronavirus anche se asintomatico e per questo per lui l’Asl di competenza
aveva disposto l’obbligo di quarantena domiciliare come prevedono le norme covid ma al contrario l’uomo è uscito di casa come se nulla fosse, è andato a fare la spesa nei supermercati della zona e ha persino incontrato alcuni suoi clienti in ufficio senza informarli in alcun modo di essere contagioso.
Per questo un assicuratore siciliano è stato fermato e arrestato dai carabinieri a Catania con l’accusa di aver messo a repentaglio l’incolumità pubblica.
Pm: “Ha messo a repentaglio l’incolumità pubblica”
Protagonista della vicenda un sessantaduenne assicuratore della città etnea che infine è stato segnalato e arrestato.
Per lui il gip del Tribunale di Catania, su richiesta dalla locale Procura della repubblica, ha firmato una ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari eseguita dai militari dell’arma. Gli viene contestato il reato di violazione delle norme emanate per il contenimento della pandemia.
Secondo le indagini svolte dagli stessi militari e dalla polizia locale, l’uomo era risultato positivo da alcuni giorni ma avrebbe continuato a fare la vita di sempre ignorando completamente l’ordine di quarantena.
Così facendo, secondo i pm catanesi avrebbe “messo a repentaglio l’incolumità pubblica, sottoponendo i soggetti terzi con i quali è venuto a contatto e non, a rischio di contrarre il virus”. Non a caso i carabinieri gli hanno notificato l’ordine di arresto nella sua stessa sede di lavoro dove aveva appena ricevuto un altro cliente ignaro di tutto.
(da Fanpage)
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Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile
OLTRE 400.000 MORTI NEGLI USA A CAUSA DI UN PRESIDENTE CHE HA AGEVOLATO LA DIFFUSIONE DEL COVID
Anthony Fauci ha parlato per la prima volta di Donald Trump nella sala stampa della Casa Bianca
il giorno dopo l’insediamento di Joe Biden.
In occasione della presentazione del piano nazionale sulla lotta al Covid lanciato dalla nuova amministrazione, l’immunologo ha commentato dell’impatto che la comunicazione dell’ex presidente ha avuto sulla pandemia.
“La mancanza di sincerità e di fatti sul fronte della pandemia è costata molto probabilmente vite umane. Non è un segreto”, ha affermato l’immunologo entrato a far parte della task force anti-Covid della Casa Bianca di Trump a marzo 2020.
“Ci sono state molte divisioni, c’erano dati di fatto molto, molto chiari che sono stati messi in discussione. Così la gente non si è fidata di quello che le autorità sanitarie andavano dicendo”, ha dichiarato Fauci. “Quando hai una situazione di crisi per numero di casi di contagio, di ospedalizzazioni, decessi e invece cominci a parlare di cose senza senso dal punto di vista medico e scientifico, questo chiaramente non aiuta”, ha proseguito Fauci.
“L’idea che tu possa salire su questo podio e parlare di ciò che conosci e di quali siano le prove e cosa sia la scienza, lasciare che a parlare sia la scienza, è un sentimento liberatorio“, ha aggiunto.
Anthony Fauci è il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e ha iniziato a partecipare alle conferenze stampa della Casa Bianca insieme all’ex presidente quando la pandemia ha iniziato a causare le prime vittime negli Stati Uniti a marzo del 2020. Ma era stato poi progressivamente allontanato proprio per le divergenze con il presidente sui temi legati all’emergenza sanitaria.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile
“TUTTE LE REGIONI HANNO AVUTO UN SOFTWARE PER FARE LE PROPRIE VERIFICHE”
Le smentite a Fontana non si contano più. 
Del resto se fosse vero che ad essere sbagliato è l’algoritmo come mai con tutte le regioni italiane tutto funziona alla perfezione mentre il caos c’è stato solo per la Lombardia?
“Sono stati loro a contattarci per chiedere di fare approfondimenti su alcuni indicatori. Gli abbiamo dato alcune informazioni assieme alla Fondazione Kessler. La Regione Lombardia il 20 ha poi caricato i suoi dati sul database dell’Istituto come ogni mercoledì. Venerdì mattina, l’altroieri, hanno scritto una mail al ministero e all’Istituto per chiedere di ricalcolare l’Rt della settimana precedente, la numero 35 del monitoraggio, con i dati di questa, la 36. Ripeto: il ricalcolo ce lo ha chiesto la Regione Lombardia”.
Lo ha affermato Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità , membro della Cabina di regia e del Cts.
“Il sistema funziona allo stesso modo da 36 settimane per tutta Italia. Le variabili su cui si basa e il metodo di calcolo sono trasparenti – ha evidenziato Brusaferro – Nei primi giorni non abbiamo avuto contestazioni e queste polemiche sono inaccettabili: il nostro è un lavoro scientifico al servizio del Paese. Tutte le Regioni hanno avuto oltre al metodo per calcolarlo anche un software per fare le proprie verifiche. È tutto condiviso. Si tratta di un meccanismo trasparente, noto e standardizzato a livello internazionale: è rintracciabile da ognuno sul sito dell’Istituto”.
“Le polemiche non sono accettabili e non mi sono proprie. L’Istituto è l’organo tecnico scientifico a servizio del servizio sanitario e dell’intero Paese . Ho grande stima dei colleghi lombardi e della loro professionalità , che non metto in discussione. Il sistema di monitoraggio è trasparente e funziona grazie all’impegno di tutti colleghi da 36 settimane, per tutte le Regioni allo stesso modo”, ha concluso Brusaferro.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile
PRIMA LA STORIA DEL VACCINO CON IL PIL, ORA LA ZONA ROSSA PER ERRORE CHE NON VUOLE AMMETTERE
Dov’è finita donna Letizia? L’avevano chiamata per ristabilire un minimo di ordine nella sua amata Lombardia funestata dal Covid, e non sembrava neanche troppo difficile dopo il disastro del tandem Fontana-Gallera, eppure per ora sembra non azzeccarne una.
“Prima la storia dei vaccini col pil, poi la ‘settimana rossa’ per errore: è stato un uno-due da ko”, ci dice Luigi Crespi, che la Moratti la conosce bene, avendoci lavorato dai tempi di viale Mazzini, per seguirla a viale Trastevere e anche a San Patrignano, nel passaggio di testimone da Muccioli padre a Muccioli figlio. “Mi ritengo un morattiano, anzi un morattista convinto”.
Ebbene, ci ripetiamo, che sta succedendo alla dottoressa Moratti, prima presidente donna nella storia della Rai, prima e unica sindaca di Milano, già ministra tostissima dell’Istruzione e manager di un certo successo? Ha perso il suo tocco magico? Il “soave pugno di ferro”, come lo chiamava il suo caro amico Indro Montanelli?
Perchè più che “Margaret” – Berlusconi la definiva così, e non era mica poco, ma lei non gradiva – più che la Thatcher, oggi la “dottoressa” Letizia sembra rappresentare alla perfezione la classica “sciùra”, una signora della Milano bene alle prese con improvvide scocciature, noie quotidiane da scrollarsi di dosso: un po’ l’eterna seccata Mariangela Melato che sfancula con classe i Giancarlo Giannini di tutto il globo.
Oh intendiamoci, nulla di offensivo. Anzi, l’appellativo è di riguardo: per dire, sciùra di successo è la Miuccia (Prada) che in azienda chiamano “signora”, o ne è stata icona la grandissima Franca (Valeri). Insomma, un mix di rigore, acume, indipendenza, risotti, foulard e decisionismo elegante (pare esista anche un “biondo alla milanese”). Una Thatcher allo zafferano.
Prendiamo la frase sui vaccini. “I want my money back!”, disse quella nel ’79, appena arrivata a Downing Street, a un’Europa da cui già prefigurava una Brexit.
“Vanno distribuiti in base al Pil”, ha detto la neo assessora al welfare, parole un po’ dal sen sfuggite un po’ no. Rivelatorie di una certa mentalità da fabbrichetta, del lavoro prima di tutto, del “ghe pensi mi”, tutte cose affondate da diverse ondate di pandemia.
C’è la famosa battuta che descrive il tutto. “Una che deve andare a comprare un mazzo di fiori per il compleanno di un’amica, che scende dal fioraio, e si presenta con 500 euro”.
Insomma c’è tutta una questione di sovrapprezzo, forse frutto di un errore di valutazione politica – “è ora la persona giusta al posto giusto?” – che la sciùra Moratti deve pagare. Specialmente nell’era del risentimento totale dei social, dove è un attimo che finisci in parrucca e crinoline da Maria Antonietta, a dispensare vaccini ai poveri come fossero brioches.
Perchè essere brutali ha un costo, ma bisogna poterselo permettere. Un conto è essere la “figlia di un droghiere” un altro è essere rampolla di una famiglia della alta borghesia meneghina. Una che nasce Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, che nel salotto di nonna Mimmina, piazza San Babila, frequentato in passato da Benedetto Croce, vedeva conversare amabilmente Riccardo Bacchelli, Eugenio Montale, Guido Piovene e appunto Montanelli.
Una dall’educazione dura e percorso serrato, come si conviene.Collegio delle Fanciulle, il sogno della danza classica alla Carla Strauss, laurea a 21 anni in scienze politiche: “Era un venerdì”. Il lunedì è già assistente all’università . Dove i suoi non erano nemmeno tanto convinti che lei dovesse andare. Ecco, la famiglia di peso a cui rendere conto, specialmente se tuo padreè un rigoroso broker che ha fatto la Resistenza, “partigiano bianco”, aristocratico, deportato nel lager di Dachau, liberato dalle truppe del generale Patton. Tipo tosto, come minimo.
“Mio padre era severissimo. L’ultimo ceffone me lo diede che avevo ventun anni. Era la notte di Italia-Germania 4 a 3. Il centro era bloccato dai festeggiamenti, così io mi fermai fino a tardi a casa dei miei futuri suoceri. Davo per scontato che mio padre condividesse quell’euforia. Invece si preoccupò e reagì male”.
Poi c’è anche una giovinezza all’altezza delle aspettative. Racconta in “Io, Letizia”, biografia autorizzata del 2011, di una ragazza che a Saint-Tropez, vestita da hippy, faceva l’alba ballando con Alain Deloin, Brigitte Bardot e il playboy Gigi Rizzi. Una quindicina di fidanzati prima di incontrare l’amore della sua vita, Gian Marco Moratti, figlio di Angelo, petroliere, presidente dell’Inter.
“A un cocktail da amici. Io avevo 18 anni. Lui era un industriale già affermato”. Parlano per tutta le sera di filosofia, confessa anni dopo. Comunque si sposano, nel ’73, quando il divorzio non c’era ancora e lui aveva due figli dalla prima moglie, la giornalista Lina Sotis, matrimonio annullato dalla Sacra Rota. Negli stessi tempi Letizia apre con un prestito una società di brokeraggio, sulle orme del padre. “Di tutte le amiche, ero l’unica che lavorava”.
Le chiederà Candida Morvillo, anni dopo: “Non ne aveva bisogno. Perchè ci teneva?”. Risposta: “Mi piaceva, ma la leva era l’indipendenza”. Di qui la separazione dei beni col ricco coniuge, “era il mio modo per dirgli ogni giorno che lo sceglievo perchè era lui”.
Indipendente, sicura di sè, continua a prendere decisioni in prima persona, a cambiare lo smalto ogni settimana (dal nero all’arancione), e nel frattempo fa due incontri decisivi.
Il primo con Vincenzo Muccioli e la sua ‘SanPa’, tornata sulla bocca di tutti per la serie Netflix di questo inizio anno, che i Moratti non abbandoneranno mai al suo destino, anche molto controverso. “Siamo arrivati nel settembre del 1979. — racconta a Elisabetta Soglio, sul Corriere – C’erano una quindicina di ragazzi ospitati e quella è diventata la nostra seconda casa: vivevamo in una roulotte con Gian Marco e i miei figli e per 40 anni tutti i nostri weekend, ogni Natale, Pasqua e ogni vacanza estiva noi siamo stati lì, con i ragazzi”.
Il secondo incontro è con la politica, quindi, poichè siamo negli anni Novanta a Milano, con Silvio Berlusconi. Che la vuole alla presidenza della Rai negli anni sacrèes della discesa in campo. Un biennio di fuoco e fiamme a viale Mazzini, la battaglia che le è rimasta più dentro, come confessa a Stella Pende nel 2013. “Perchè la Rai è tutto: servizio pubblico, cultura, immensa qualità umana e professionale”.
Poi arriva il ribaltone e durante la traversata nel deserto del Cav, si parla di lei come traghettatrice di Forza Italia. Insomma, la Letizia Moratti politica funziona.La sua ascesa sembra ineluttabile. Nel 2001, poco prima di diventare il ministro della riforma scolastica che farà incazzare tutto il mondo scolastico, dichiara ad Alain Elkann: “Non cerco incarichi pubblici nè visibilità . Succede perchè a un certo punto diventa inevitabile, però ho detto molti più no che sì nella mia vita.”
Il primo sponsor della “dottoressa” è suo marito Gian Marco che per lanciarla a Palazzo Marino nel 2006 si espone: “Ho trascorso con lei 36 anni felici e spero possa diventare sindaco di Milano perchè potrà fare del bene a tante persone perchè è una grande lavoratrice”. E ancora: “Mia moglie è così grande che non può sprecarsi a fare soldi privatamente, deve fare qualcosa per la comunità ”.
In effetti il profilo da “civil servant” le si addice e proprio con una “lista Moratti” – e diversi milioni di budget elettorale in più dell’allora competitor, l’ex Bruno Ferrante —nel 2006 conquista Milano alla prima botta. E alla sua città , oltre all’Ecopass, alla crescita economica, a polemiche per sgomberi di campi rom,un parco Bettino Craxi (non realizzato) e un’inchiesta per “incarichi d’oro”, regala l’Expo 2015, il volano del miracolo della città nuova, verticale e vincente pre pandemia.
“Mica una roba da poco, — commenta Luigi Crespi — ma l’esito di un percorso di anni, che va da Craxi a Prodi, immaginato, voluto e conquistato. Lì si che ha avuto il modo di farsi valere come ottima manager e di rappresentare Milano nel mondo con grande efficacia”.
È proprio presentando l’Expo a Tel Aviv che il quotidiano israeliano Haaretz rimane talmente affascinato da indicarla come la leader della destra italiana dopo Berlusconi, addirittura la “nuova Angela Merkel” italiana.
Ma è solo un’altra etichetta da lei rifiutata con un mix di acume politico e noncuranza: “Non so nemmeno se l’Italia sia pronta ad avere una Angela Merkel”. In effetti, e peccato per lei, non sappiamo quanto per il Paese, gli anni successivi confermano il suo pessimismo.
Nonostante la sua buona volontà , complice una tragica campagna elettorale tesa a demonizzare il mite Pisapia, forse anche per l’adesione troppo esplicita a un Popolo della libertà divorato dal Cav in declino, – siamo nell’anno orribile del 2011- il bis a Palazzo Marino non le riesce.
Da brava analista di bilanci, Letizia Moratti traccia il suo e decide di abbandonare Pdl, consiglio comunale e la politica attiva. Seguiranno dieci anni dedicati alla sua SanPa, alla E4Impact Foundation, per formare giovani imprenditori in Africa, la scomparsa dell’amato Gian Marco, e la presidenzadella Ubi Banca, che lascerà la scorsa estate.
Qualche mese prima di ridiscendere in campo, direttamente nel ginepraio della Lombardia colpita al cuore dal Covid. Non sono in pochi a domandarsi, perchè, a 71 anni, buttarsi a capofitto in un’impresa del genere. Alessandro Sallusti sul Giornale scrive che “non aveva certo bisogno nè per vivere nè per esistere di impelagarsi nella più rognosa delle avventure oggi possibile”.
Insomma, perchè? Proviamo a farci illuminare dal “morattista” Luigi Crespi: “Se il problema è recuperare la relazione sentimentale con i lombardi, la situazione è disperante. Siamo di fronte a una rottura emotiva e fiduciaria che non si recupera più per quello che è successo in questi mesi”. O perlomeno, per provarci davvero, “bisognerebbe trovare un codice diverso che prescinda dalla sola comunicazione della capacità amministrativa, del buon governo. Per dire, proprio stamattina in un centro commerciale ho visto dei negozianti che piangevano. Che già non ce la facevano più. E se ora rimane il dubbio che la settimana di lockdown sbagliata sia stata per un errore della Regione, non glielo perdoneranno mai”.
Siamo alla domanda di partenza, all’opportunità di Salvini, stavolta più che di Berlusconi, di spendere una figura come la sua. “Letizia Moratti era la persona giusta per rendere efficiente il sistema. È testarda e competente, ma l’empatia è un’altra cosa. La sensazione è che si sia chiesto a dei giocatori di hockey, pur bravi, di giocare a calcio”.
Eppoi, “ha bisogno di tempo. Temo non ci sia”. Ecco, a proposito di tempi, chiediamo se è sensato parlare di una sua candidatura alla Regione, tra due anni. “Due anni? Ma perchè così tanto?”.
(da “Huffingotonpost”)
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